Anche l'Islam ha avuto i suoi santi, i suoi poeti ed i suoi ricercatori scientifici


L ‘epoca d’oro dell’Islam, con il fiorire straordinario della scienza,
dell’arte, della cultura, rappresenta una delle ere piu’ importanti per lo
sviluppo del pensiero umano. La religione islamica ha avuto il grande merito storico di avere sempre incoraggiato l’uomo a perseguire il sapere e la scienza in ogni campo dello scibile. I dotti musulmani erano spinti a raggiungere questi traguardi dai versetti del Corano e dalle parole del Profeta, che asseri’: “Cercate la conoscenza fino in Cina”. L’Islam, dunque, dette un impulso straordinario alla scienza ed alla cultura in generale e mai, in nessun momento dell’epoca islamica, alcuno scienziato fu perseguitato per le sue teorie. La prova di cio’ e’ data dallo stupefacente progresso raggiunto dai musulmani durante il medioevo, epoca in cui, mentre l’occidente brancolava nell’oscurantismo e si richiudeva in se stesso, sconvolto dalle invasioni barbariche e dalle lotte di religione, le citta’ islamiche erano veri e propri fari di civilta’, brulicanti di fervore scientifico, di studi, di ricerche e scambi culturali. L’uso della carta, che gli Arabi avevano importato dalla Cina, determino’ la diffusione dei libri in tutto il mondo islamico. La biblioteca di Cordova, nell’800 d.C. contava 500.000 volumi, i quali rappresentavano la summa dell’umano sapere.
Gli Arabi eccelsero soprattutto in astronomia, matematica, medicina ed i libri scritti dagli scienziati musulmani costituirono testi di riferimento
per le Universita’ europee fino al 1600. Ecco una breve panoramica dei piu’ importanti scienziati appartenenti all’epoca d’oro dell’Islam:
ABU RAIHAN AL-BIRUNI (973-1048)
Al-Biruni fu astronomo, fisico, matematico, geologo. Secondo Max Meyerhoff,
Al-Biruni racchiude in se’ il prototipo dello studioso dell’epoca d’oro
dell’Islam, e difatti era soprannominato “al Ustadh”, il professore. Alcuni
storici addirittura denominano l’epoca della sua attivita’ con il nome di
“Eta’ del Biruni”. Nato nell’Uzbekistan, conoscitore di diversi linguaggi,
apporto’ alla scienza il metodo dell’osservazione diretta, della
sperimentazione e dell’investigazione. Egli è considerato il padre della
scienza moderna. Al-Biruni scopri’ sette modi differenti per trovare la
direzione del nord e del sud, e le tecniche matematiche per determinare con
esattezza l’inizio delle stagioni. Scrisse dei movimenti del sole e delle
eclissi, mettendo a punto perfezionati strumenti astronomici. Molti secoli
prima rispetto al resto del mondo, Al-Biruni scrisse della rotazione della
terra attorno al proprio asse e fece calcoli accurati di latitudine e
longitudine, descrisse la Via Lattea e, come fisico, determino’ il peso
specifico di diciotto elementi. Come matematico, fu un pioniere nello studio
degli angoli e della trigonometria, lavorando soprattutto sulle corde delle
circonferenze e sviluppando un metodo per la trisezione di un angolo. Fu
altresi’ famoso per gli scambi culturali, nel campo della filosofia, che
intrattenne con l’India, dove studio’ ed imparo’ il sanscrito
MOHAMMED BIN MUSA AL-KHAWARIZMI (770-840)
Nato nell’Uzbekistan e trasferitosi da bambino a Baghdad, fu uno dei piu’ grandi matematici, avendo introdotto in questa scienza il concetto di
algoritmo, che da lui prese il nome. Al-Khawarizmi e’ universalmente
conosciuto come il fondatore dell’ Algebra, che non soltanto studio’ in
forma sistematica, ma la sviluppo’ nell’intento di dare soluzioni analitiche alle equazioni lineari e quadratiche. Il nome algebra deriva dal suo libro
Al-Jabr wa al-Muqabilah. Al-Khawarizmi sviluppo’ in dettaglio le tavole
trigonometriche contenenti le funzioni del seno e il calcolo dei due errori,
che lo porto’ ad enunciare il concetto di differenziazione. Importante anche
il contributo dato all’astronomia ed alla geografia.
YAQUB IBN ISHAQ AL-KINDI (800-873)
Conosciuto in Occidente come Alkindus, fu nominato “filosofo degli Arabi” durante il Medioevo. Una delle piu’ grandi menti dell’antichita’, Al-Kindi
fu filosofo, astronomo, fisico, matematico e geografo. Nato in Iraq, fu il
primo fisico a determinare sistematicamente il dosaggio di medicinali e
droghe. Contribui’ alla geometria sferica assistendo Al-Khawarizmi negli
studi astronomici, ed I suoi lavori posero le basi della moderna aritmetica. Secoli dopo, il suo lavoro avrebbe ispirato Ruggiero Bacone. Al-Kindi
scrisse piu’ di 240 libri, molti dei quali furono tradotti in latino da
Gerardo di Cremona.
ALI IBN RABBAN AL-TABARI (838-870)
Al-Tabari fu maestro del celebre medico Al-Razi (Rhazes). Egli stesso
divenne famosissimo per l’ opera di medicina da lui scritta “Firdous
al-Hikmat”, e fu, inoltre filosofo, matematico e astronomo. Ali al-Tabari
ricevette l’educazione in Scienze Mediche e calligrafia da suo padre Sahl, noto medico e commentatore di opere filosofiche. L’opera per la quale e’ ricordato rappresenta la prima enciclopedia che incorpora le diverse
branchie della scienza medica, suddivise per capitoli e finemente trattate.
ABUL QASIM AL-ZAHRAWI (ALBUCASIS) (936-1013 )
Fu senza alcun dubbio il piu’ grande chirurgo del Medioevo. Conosciuto in Occidente come Albucasis, fu l’inventore di straordinarie tecniche
chirurgiche e di strumenti e l’autore di una famosa Enciclopedia Medica.
Al-Zahrawi e’ universalmente riconosciuto come il padre della moderna
chirurgia. Nato e cresciuto a Zahra, presso Cordoba, capitale della Spagna Islamica, fu medico dell’emiro al-Hakim II, diventando famoso in tutta
Europa. Secondo molti studiosi, i suoi principi sorpassarono quelli di
Galeno, diventando punto di riferimento incontrastato in Europa per molti secoli a venire. Tre volumi della sua vasta enciclopedia trattano di
tecniche chirurgiche, incluse quelle da lui inventate, e catalogano con
diagrammi ed illustrazioni, 200 strumenti chirurgici. In particolare
Al-Zahrawi tratta della rimozione dei calcoli, della cauterizzazione, della
chirurgia dell’occhio, dell’orecchio e della gola, amputazioni, dissezioni
di animali e rimozione dei feti morti. Come inventore di strumenti
chirurgici, Al-Zahrawi e’ ricordato per l’elaborazione di mezzi per
l’indagine interna dell’orecchio e dell’uretra, nonche’ di strumenti per la
medicina dentistica. I suoi libri costituirono testi di riferimento nelle
universita’ europee per cinque secoli.
IBRAHIM IBN YAHYA AL-ZARQALI (ARZACHEL) (1028-1087)
Arabo di Spagna, fu il maggiore astronomo del suo tempo. Compilo’ le famose Tavole di Toledo, in cui corresse i dati geografici Tolemaici, in
particolare quelli relativi alla lunghezza del Mar Mediterraneo e fu il
primo a dimostrare il moto dell’Alphelion relativamente alle stelle. Egli
misuro’ il suo tasso di movimento in 12,04 secondi all’anno, che e’
considerevolmente vicino ai calcoli moderni di 11,08 secondi. Inoltre
invento’ un astrolabio piano che e’ conosciuto come Safihah. Copernico, nel suo famoso libro “Sulla rivoluzione delle orbite celesti”, esprime il suo
riconoscimento ai lavori di Albatenius (Al-Battani) e Arzachel (Al-Zarqali)
AL-BATTANI
Usando strumenti molto precisi per l’epoca, compi’ una revisione delle
costanti astronomiche elencate nell’Almagesto, correggendole e scoprendo lo spostamento dell’apogeo solare.
IBN YUNUS (974-1009)
Astronomo nato al Cairo, esegui’ numerose osservazioni del Sole, della Luna e dei pianeti. Compilo’ le tavole Hakimite, i cui dati furono utilizzati 250
anni dopo, nelle Tavole Alfonsine.
IBN KHALDUN (1332-1395)
Ibn Khaldun e’ universalmente riconosciuto come il fondatore della
sociologia e della moderna indagine storica. Nato a Tunisi da famiglia
nobile trasferitasi poi a Siviglia, nella Spagna Islamica, Ibn Khaldun
studio’scienze Islamiche in varie citta’ dell’impero musulmano, ed inoltre
studio’ letteratura, filosofia, matematica. Condusse una vita politica molto attiva e, alla conclusione di questa, si dedico’ alla stesura della sua
opera principale, Al-Muqaddima, una sorta di enciclopedia storica mondiale, che gli da’ un posto preminente tra gli storici ed I filosofi di tutti i
tempi. Il grande merito di Ibn Khaldun consiste di aver tenuto conto,
nell’elaborazione storica, di tutti i fattori sociali, psicologici,
ambientali ed economici che hanno contribuito all’avanzamento della civilta’ umana. Fu inoltre il primo storico ad identificare la ripetizione ritmica
delle ascese e delle cadute nella civilizzazione umana e studio’ la dinamica delle relazioni di gruppo. Fu il pioniere della critica storica, insistendo
sui criteri della verita’ storica, sul compito della ragione umana,
indispensabile per l’analisi storiografica, e sulla necessita’ di condurre
la ricerca storica con metodi d’indagine oggettiva e scientifica. Ibn
Khaldun viene inoltre considerato il fondatore della sociologia.
ABUL WALID IBN RUSHD (AVERROE’) (1128-1198)
Averroe’ fu un genio enciclopedico. Fu soprattutto, nel corso della sua
vita, giudice e medico, ma in Occidente e’ famoso per essere stato il piu’ grande commentatore di Aristotele, e la sua opera influenzo’ larga parte del pensiero filosofico medioevale. Figlio di un giudice islamico di Cordova, studio’ scienze religiose, medicina, matematica e filosofia. Divenuto qadi (giudice) di Siviglia, all’eta’ di 44 anni inizio’ il suo lavoro di traduzione e commento delle opere filosofiche di Aristotele, facendo conoscere in Occidente il pensiero del grande filosofo greco. Nelle sue opere, Averroe’ concilio’ perfettamente religione e filosofia, religione e medicina, religione e scienza, affermando che piu’ si conosce e si studia , piu’ ci si avvicina a comprendere la grandezza dell’unicita’ divina, la Mente assoluta. La filosofia di S. Tommaso d’Aquino deve praticamente tutto ad Averroe’.
ABU ALI IBN ABDALLAH IBN SINA (AVICENNA) (981-1037)
Ibn Sina, conosciuto in Occidente col nome di Avicenna fu il piu’ famoso
medico, filosofo, matematico ed astronomo del suo tempo. il suo principale contributo alla scienza medica fu il famoso “Canone”. Nato a Bukhara, nell’Asia centrale, dopo aver studiato logica e medicina, si diede alla professione di medico, utilizzando le sue straordinarie capacita’ che lo portarono al raggiungimento di una grande fama. La sua monumentale opera di scienza medica rimase suprema per oltre sei secoli, e, tra i contributi originali da essa apportati, vi sono gli studi sulla natura della tisi e sull’interazione tra psicologia e salute. Fu il primo a descrivere le meningiti e diede ricchi contributi all’anatomia, alla ginecologia e alla pediatria. Descrisse minuziosamente l’anatomia dell’occhio e degli organi interni. Come filosofo, sintetizzo’ mirabilmente la filosofia aristotelica, le influenze neoplatoniche e la teologia islamica, mentre come fisico contribui’ allo studio di differenti forme di energia, luce, calore. Nel campo della chimica, il suo trattato sui minerali fu una delle principali fonti per la geologia degli enciclopedisti cristiani del XIII sec.
Il ritratto di Avicenna adorna l’ingresso principale della Facolta’ di
Medicina dell’Universita’ di Parigi.
ABD AL-MALIK IBN ZUHR (AVENZOARO) (1091-1161)
ibn Zuhr fu uno dei maggiori medici, clinici e parassitologi del Medioevo.
Isuoi contemporanei lo considerarono, insieme ad Al-Razi, il piu’ grande
medico dai tempi di Galeno. Nato a Siviglia, studio’ e viaggio’ in lungo ed
in largo per l’impero islamico, dedicando la sua vita alla sola medicina,
diversamente da altri scienziati musulmani, dall’ingegno multiforme. Si
dedico’ soprattutto alla dissezione del corpo umano e le sue tecniche
operative furono superbe. Fu l’inventore della tracheotomia, e scrittore di numerosi testi che fecero sentire la loro influenza sulla scienza medica per numerosi secoli in tutto il mondo.
ABIR IBN HAIYAN (GEBER)
Universalmente riconosciuto come il padre della Chimica, svolse la sua opera nella citta’ di Kufa, in Iraq, dove mori’ nell’anno 803. Scrisse piu’ di 100
trattati monumentali, ventidue dei quali trattano di chimica ed Alchimia. In questa scienza introdusse investigazioni sperimentali, creando le basi della chimica moderna. Studio’ principalmente le quantita’ definite delle sostanze coinvolte in reazioni chimiche, per cui si puo’ dire che apri’ la strada alla legge delle proporzioni costanti. Il suo contributo di fondamentale
importanza alla chimica, include il perfezionamento di tecniche scientifiche quali cristallizazione, distillazione, calcinazione, sublimazione ed evaporazione, nonche’ la creazione di diverse apparecchiature per la
conduzione di tali studi. Il maggiore successo pratico di Jabir fu la
scoperta dei minerali e degli acidi, preparati per la prima volta con
l’ausilio di “alambicchi”, invenzione che rese il processo di distillazione
semplice e sistematico. Jabir fu un pioniere nello sviluppo di numerosi
processi chimici, cui diede nomi che sono rimasti nel vocabolario
scientifico occidentale.
NASSER AL-DIN AL-TUSI (1201-1274)
Nato in Iran, Al-Tusi fu uno dei piu’ grandi scienziati musulmani. Fu
soprattutto matematico e scrisse opere monumentali di Algebra, Aritmetica, trigonometria, logica, geometria, etica e teologia. Nel 1262 costrui’ un
osservatorio a Meragha, equipaggiato con le migliori strumentazioni
reperibili nei centri di ricerca islamici, molte delle quali create dallo
stesso Al-Tusi. Lo scienziato produsse una tavola molto accurata sui
movimenti planetari ed un catalogo stellare basati su osservazioni Fatte nel corso di dodici anni. Il suo testo fu il piu’ famoso riferimento per gli
astronomi fino al XV secolo. Il suo contributo alla trigonometria include
sei formule fondamentali per la soluzione dei triangoli ad angolo retto
sferico. Scrisse inoltre i coefficienti binomiali che in seguito furono
introdotti da Pascal.
THABIT IBN QURRAH (836-901)
Conosciuto in Occidente come Thebit, nacque in Turchia ed e’ famoso per i
suoi lavori di meccanica, astronomia, matematica pura e geometria. Thabit fu un pioniere dell’algebra geometrica e propose teorie che portarono allo
sviluppo della geometria non-Euclidea, trigonometria sferica, calcolo
integrale e numeri reali. Uso’ termini matematici per studiare diversi
aspetti delle sezioni coniche (parabola ed ellisse). I suoi algoritmi per
computare la superficie ed il volume dei solidi sono cio’ che in seguito ha avuto il nome di calcolo integrale. Studio’ l’equilibrio dei corpi e da
molti storici e’ ritenuto tra i piu’ eminenti studiosidi statica.
ABBAS IBN FIRNAS (MORTO NELL’888)
Studioso di meccanica del volo, realizzo’ nella Spagna Islamica il primo
tentativo di volo umano.
AL FARGHANI (MORTO NELL’860)
Famoso astronomo ed ingegnere civile
AL-FARABI (870-950)
Scienziato dall’ingegno multiforme: fu sociologo, logico, filosofo, si
interesso’ di Matematica e medicina.
Al-SUFI (903-986)
Conosciuto in Occidente con il nome latinizzato di Alzofi, fu uno dei piu’
insigni astronomi musulmani.
MOHAMMAD AL-BUZJANI (940-997)
Fu matematico e astronomo. Famosi i suoi studi di trigonometria e di
geometria.
AL-IDRISI (1099-1166)
Uno dei piu’ grandi geografi di tutti i tempi. Disegno’ la prima mappa del
globo ed esegui’ mappe geografiche per re Ruggiero II di Sicilia, in cui
adopero’ metodi di proiezione, per passare dalla forma sferica della terra
al planisfero, molto simili a quelli usati dal Mercatore quattro secoli
piu’ tardi.
AL-BITRUJI (ALPETRAGIUS) (MORTO NEL 1204)
Celebre astronomo
IBN BATUTA (1304-1369)
Famoso viaggiatore, copri’ 75.000 miglia, viaggiando dal Marocco alla Cina e ritorno.
Questi sono solo alcuni dei grandi ingegni che illuminarono il periodo
storico in cui la luce dell’Islam rifulgeva su gran parte del mondo. Gli
Arabi furono grandi navigatori, che utizzarono nella navigazione tecniche particolari che si servivano dell’apporto dell’astronomia e della
matematica. Si ricorda ancora il loro ingegno nelle opere agricole e
nell’irrigazione, con la costruzione di sistemi che costituirono
l’avanguardia in Europa per molti secoli dopo il loro declino. Ed ancora, la maestria Araba si rivelo’ nell’architettura e nella decorazione, che
dovevano influire grandemente sullo sviluppo dell’arte europea durante il
Medioevo. Il fervore di studi, di ricerche e di conoscenza che accompagno’ l’espansione islamica testimonia che la religione musulmana non era in antitesi con la scienza, ma ambedue proclamavano la stessa identica verita’ e, difatti, quasi sempre, i piu’ grandi scienziati islamici erano uomini profondamente religiosi. Dice il Corano: “O consesso di uomini e di jinn, se potete varcare i limiti dei cieli e della terra, fatelo, ma non lo farete senza il permesso del vostro Signore”. (55:33)

Fonte: www.arabcomint.com

Non tutti morimmo a stento... - Eutanasia ed accanimento terapeutico



Parti da un presupposto: va bene qualsiasi cosa, non voglio niente.


Non mi sento così perché è davvero morta quella parte di me che vuole e che ha bisogno di sentirsi appagata per quegli attimi che basta a farle credere di essere felice, e neanche perché ho paura di affrontare qualcosa che mi ha già mostrato la mia ancora probabile vulnerabilità e possibilità di destabilizzazione.

Oppure si, è per questi due motivi, non cambia molto.
Con che coraggio posso prendere a calci e picchiare con ferocia chi già giace in terra con gli occhi chiusi e senza fiato?


Come posso permettermi di bastonare a morte chi è ormai incapace di difendersi?


Purtroppo solo io (e a volte neanche io) so che questa autocommiserazione non è altro che una tattica sottile.


Il mondo cercherà di consolare la mia vittima, come se tutti insieme avessero giurato davanti ad Ippocrate, nel giorno in cui sono nata, di curarmi e di farmi guarire ogni volta.


Questa è la cosa peggiore che potesse capitarmi... accanimento terapeutico?


L'eutanasia, vi prego, l'eutanasia.


Non ho smesso di distruggere gli ostacoli che mi trovavo davanti perché mi ero stancata di farlo, sono stata costretta a smettere per mancanza di ostacoli, nonostante avessi ancora voglia di trovarne. 


Ma di cosa mi rimprovero? Di fare le cose giuste? Cosa diavolo ho ancora da dire a quella povera moribonda? Non posso più neanche prendermela con i suoi sentimenti, anche loro ormai esausti e stremati dalle troppe scosse ricevute, si sono adeguati alla purezza della coscienza nelle loro scelte.


Non resta altro da fare, non c'è più niente da togliere... se non cancellare la via appena percorsa ed accorgermi che era finta come tutto il resto.


Forse è ancora un coma vigile, di sicuro c'è ancora nell'aria qualche molecola che corre impazzita per cercare di sfiancare tutto questo niente così beato.


Vorrei poter dire di voler ancora correggere le abitudini stolte del mio errare nel mondo della realtà che realtà non è, ma non c'è più neanche un errore a cui aggrapparmi, occorre solo mantenere la calma e aspettare che tutto si rassegni da solo a sparire, non posso e non ho le carte adatte per fare altro. 


Posso solo aspettare che qualcuno capisca l'importanza della morte e che mi aiuti a finire il lavoro iniziato, che da sola non so ancora darmi il colpo finale, non so ancora rinunciare alla rinuncia.


Ma non troverò nessuno disposto ad ammazzarmi senza pietà, già lo so.


Non cambia niente nonostante il tempo passi inesorabile, rannicchiata sul divano e rapita dalla voglia di mettere fine a questa farsa, so che è proprio questa voglia a tenere quei tubi infilati nel naso... o forse la soddisfazione di far vivere ancora un po' qualcosa che si crede di aver dominato, sottomesso, mangiato.


Il respiro è stabile, gli occhi chiusi.  Le mani ferme e appoggiate lungo i fianchi, sembra proprio morta. Il costante bip del monitor scandisce l'aria e il tempo, il sorriso di vittoria sulla faccia di un moribondo è la sfida più grande che abbia mai ricevuto, ma se la uccidessi con la sola forza delle mie mani, poi dovrei fermarmi per pulirle dal mio stesso sangue.


Non ho più tempo per questo.

L'eutanasia, per favore... l'eutanasia.


Daria - Centro Nirvana

La Verona che ricordo... dei favolosi anni '70


...facebook a qualcosa serve. Ad esempio mi ha fatto ritrovare un vecchio amico veronese, Uberto Tommasi, con il quale avevo vissuto momenti eroici sin dai primi anni in cui mi stabilii a Verona. Di quando, per intenderci, facevo il “barbone-hippye” e andavo a dormire nelle cantine degli amici. Una notte, verso la fine degli anni '50, mentre io ed un altro paio di “sderenati” dormivamo in una di queste cantine, fu fatta un'irruzione della polizia, che evidentemente aveva ricevuto una “spiata”, e fummo prelevati coi mitra spianati e portati in questura per essere interrogati e -una volta appurata la nostra estraneità a qualsiasi minaccia contro la NATO- rilasciati in mezzo ad una strada. 

Certo dopo quella avventura non fu molto facile reperire ospitalità in cantine accoglienti e.... Ma non voglio raccontarvi tutta la storia. Anzi la salto a piè pari e passo ai primi anni '70. Quello fu un momento magico, di grande fermento culturale e sociale. Mi ero dedicato all'arte concettuale ed alla scrittura, allora produssi il mio primo libro di poesie “Ten poems and ten reflectios” edito da Richard Gabriel Rummonds (http://archives.nypl.org/mss/2645), un americano che aveva una vecchia pressa manuale e stampava libri d'arte.  Il libro lo presentai appunto alla Galleria di Uberto Tommasi, al centro storico di Verona (credo fosse in Via Oberdan). 

Dopo poco fondai la mia prima associazione culturale alternativa, si chiamava Ex ed occupava i locali di una vecchia osteria storica, in Piazzetta San Marco in Foro (dove anticamente c'era il Foro Romano) e dove si riuniva l'intellighenzia veronese, artisti, poeti, cantanti, musicisti, intellettuali, scrittori, etc. Poi decisi di partire per l'Africa ed infine raggiunsi l'India... 

Dopo quella esperienza lasciai per sempre Verona, dove però ho lasciato un pezzetto del mio cuore, ed oggi mi ha fatto molto piacere ricevere da Uberto la pagina di un suo articolo in cui ricorda i gloriosi anni '70 ed in cui si può vedere una mia immagine. Sono il giovane pensoso sdraiato per terra che indossa una vistosa camicia a scacchi, che avevo completamente dimenticato di aver posseduto, assieme ad altri ragazzi di “vita”... (Mirek, Isabella, Tepepa). Grazie ad Uberto mi sono ricordato di questo mio pezzo di passato, è importante la memoria: dal passato il futuro....

Paolo D'Arpini 

(Paolo detto Max a Verona)




Lo zen come “filosofia” surreale - Nella visione di Julius Evola



Lo Zen, per l'Occidente in crisi, presenta qualcosa di «esistenzialistico» e di surrealistico. Anche la concezione Zen di una realizzazione spirituale libera da qualsiasi fede e da qualsiasi vincolo e, in più, il miraggio di una «rottura di livello» istantanea e, in un certo modo, gratuita, tale, tuttavia, da risolvere ogni angoscia dell'esistenza, non ha potuto certo non esercitare su molti una attrazione particolare.

Però tutto questo riguarda, in buona misura, soltanto le apparenze: la «filosofia della crisi» in Occidente, che è la conseguenza di tutto uno sviluppo materialistico e nichilistico, e lo Zen, che per antecedente ha sempre la spiritualità della tradizione buddhista, presentano dimensioni spirituali ben distinte, per cui ogni autentico incontro presuppone, in un Occidentale, o una predisposizione eccezionale, ovvero la capacità di quellametànoia, di quel rivolgimento interno, che riguarda meno «atteggiamenti» intellettuali che non ciò che in ogni tempo e luogo è stato concepito come qualcosa di assai più profondo.

Lo Zen vale come la dottrina segreta trasmessa, al di fuori delle scritture, dallo stesso Buddha al suo discepolo Mahâkâçyapa, introdotta in Cina verso il VI° secolo da Bodhidharma e poi continuatasi attraverso una successione di Maestri e di «Patriarchi» sia in Cina che in Giappone, ove è ancor vivo ed ha i suoi rappresentanti e i suoi Zendo (le «Sale di Meditazione»). Quanto a spirito, lo Zen può venir considerato come una ripresa dello stesso Buddhismo delle origini. Il Buddhismo nacque come una energica reazione contro lo speculare teologizzante e il vuoto ritualismo in cui era finita l'antica casta sacerdotale indù, già detentrice di una sapienza sacra e viva. Il Buddha fece tabula rasa di tutto questo; pose invece il problema pratico del superamento di ciò che nelle esposizioni popolari viene presentato come «il dolore dell'esistenza» ma che nell'insegnamento interno appare essere, più in genere, lo stato di caducità, di agitazione, di «sete» e di oblio degli esseri comuni. Avendola lui stesso percorsa senza l'aiuto di nessuno, egli indicò a chi ne sentiva la vocazione la via del risveglio, della immortalità. Buddha, come si sa, non è un nome, ma un attributo, un titolo; significa il «Risvegliato», «Colui che ha conseguito il risveglio» o l'«illuminazione».

Quanto al contenuto della sua esperienza il Buddha restò in silenzio, ad impedire che, di nuovo, invece di agire, ci si desse a speculare e a filosofare. Così egli non parlò, come i suoi predecessori, del Brahman (l'Assoluto), nè dell'Atmâ (l'Io trascendentale) ma usò il solo termine negativo di nirvâna, anche a rischio di fornire appigli a coloro che, nella loro incomprensione, nel nirvâna vollero vedere il «nulla», una ineffabile e evanescente trascendenza, quasi al limite dell'inconscio e di un cieco non-essere.

Orbene, nel successivo sviluppo del Buddhismo, mutatis mutandis, si ripeté proprio la situazione contro cui il Buddha aveva reagito; il Buddhismo divenne una religione coi suoi dogmi, coi suoi rituali, con la sua scolastica, con la sua mitologia. Esso inoltre si differenziò in due scuole, l'una - il Mâhâyâna - più ricca di metafisica e compiacentesi di un astruso simbolismo, l'altra - l'Hinayâna - maggiormente severa e nuda nei suoi insegnamenti, ma troppo preoccupata della semplice disciplina morale, portata su di una linea più o meno monastica. Il nucleo essenziale e originario, ossia la dottrina esoterica dell'illuminazione, andò quasi perduto.

Ed ecco che qui interviene lo Zen, a far daccapo tabula rasa, a dichiarare l'inutilità di tutti quei sottoprodotti, a proclamare la dottrina del satori. Il satori è un fondamentale avvenimento interiore, una brusca rottura di livello esistenziale, corrispondente in essenza a ciò che abbiamo chiamato il «Risveglio». Però la formulazione fu nuova, originale, vicina ad una specie di capovolgimento. Lo stato del nirvâna - il presunto ‘nulla’, l'estinzione, già lontano termine finale di uno sforzo di liberazione che secondo alcuni richiederebbe ben più di una unica esistenza - viene ora indicato come lo stato normale dell'uomo. Ogni uomo ha la natura di Buddha.

Ogni uomo è già un «liberato», superiore a nascita e a morte. Si tratta solamente di accorgersene, di realizzarlo, di «vedere nella propria natura», formula fondamentale dello Zen. Come uno spalancamento senza tempo - questo è il satori. Per un lato, il satori è qualcosa di improvviso e di radicalmente diverso da tutti gli stati a cui sono abituati gli uomini, è come un trauma catastrofico della coscienza ordinaria; ma nel contempo è ciò che riconduce appunto a quel qualcosa che, in un senso superiore, va considerato come normale e naturale; quindi è il contrario di una estasi, o di unatrance. È il ritrovamento e la presa di possesso della propria natura: illuminazione, o luce, che trae fuori dall'ignoranza o dalla subcoscienza la realtà profonda di ciò che, da sempre, è stato e che mai cesserà di essere, qualunque sia la propria condizione.

La conseguenza del satori sarebbe una visione completamente nuova del mondo e della vita. Per chi lo ha avuto, ogni cosa è lo stesso tutto - le cose, gli altri esseri, sè medesimo, «il cielo, i fiumi e la vasta terra» - eppure tutto è fondamentalmente diverso: come se una dimensione nuova si fosse aggiunta alla realtà e ne avesse trasformato completamente il significato e il valore. Secondo quanto dicono i maestri dello Zen, il tratto essenziale della nuova esperienza è il superamento di ogni dualismo: dualismo fra dentro e fuori, fra Io e non-Io, fra finito e infinito, fra essere e non essere, fra apparenza e realtà, fra «vuoto» e «pieno», fra sostanza e accidenti - e altresì indiscernibilità di ogni valore posto dualisticamente dalla coscienza offuscata e finita del singolo, sino a dei limiti paradossali: sono una stessa cosa il liberato e il non-liberato, l'illuminato e il non-illuminato, questo mondo e l'altro mondo, colpa e virtù.

Lo Zen riprende effettivamente l'equazione paradossale del Buddhismo Mâhâyâna: “nirvâna = samsâra” e quella del Taoismo: «l'infinitamente lontano è il ritorno a casa». È come dire: la liberazione non è da cercarsi in un aldilà; questo stesso mondo è l'aldilà, è la liberazione, nulla ha bisogno di essere liberato. Il punto di vista del satori, della illuminazione perfetta, della «sapienza trascendente» (prajñâpâramitâ), è questo.
In essenza, si tratta di uno spostamento del centro di sé. In qualsiasi situazione e in qualsiasi avvenimento della vita ordinaria, anche nei più banali, il posto del senso comune, dualizzante e intellettualistico di sé viene preso da quello di un essere che non conosce più un ‘Io’ contrapposto ad un ‘non-Io’, che trascende e riprende i termini di ogni antitesi, tanto da godere di una perfetta libertà e incoercibilità: come quella del vento, che soffia dove vuole, ed anche dell'essere nudo che, proprio perchè «ha lasciato la presa», (altra espressione tecnica), proprio perchè ha abbandonato tutto («povertà»), è tutto e possiede tutto.

Lo Zen - almeno la corrente predominante dello Zen - insiste sul carattere discontinuo, improvviso, imprevedibile della dischiusura del satori. Con riferimento a ciò, Suzuki era andato oltre il segno nel polemizzare contro le tecniche in uso nelle scuole indù, nel Shâmkhya e nello Yoga, ma contemplate anche in alcuni dei testi originari del Buddhismo. La similitudine è quella dell'acqua che ad un dato momento si tramuta in ghiaccio. Viene anche data l'immagine di una suoneria che ad un dato punto, per una qualche scossa, scatta. Non vi sarebbero sforzi, discipline o tecniche che di per sè possano condurre al satori. Si dice, anzi, che talvolta esso interviene ad un tratto, quando abbiamo esaurito tutte le risorse del nostro essere, soprattutto del nostro intelletto e della nostra capacità logica di comprensione. Altre volte sensazioni violente, perfino un dolore fisico, possono propiziarlo. Ma la causa può essere anche la semplice percezione di un oggetto, un fatto qualunque dell'esistenza ordinaria, data una certa disposizione latente dell'animo.

A tal riguardo, possono però nascere degli equivoci. Succede che, come riconobbe lo stesso Suzuki, «in genere non sono state date indicazioni sul lavoro interiore che precede il satori». Egli, comunque, parla della necessità di passare, prima, per un «vero battesimo del fuoco». Del resto, la stessa istituzione delle cosidette «Sale di Meditazione», dove coloro che vogliono raggiungere il satori si assoggettano ad un regime di vita in parte analogo a quello di alcuni Ordini Cattolici, indica la necessità di una preparazione preliminare, la quale anzi può richiedere un periodo di molti anni. L'essenziale sembrerebbe consistere in un processo di maturazione, identico a quello dell'avvicinarsi ad uno stato di estrema instabilità esistenziale, dato il quale basta un minimo urto per produrre il cambiamento di stato, la rottura di livello, l'apertura che conduce alla «visione folgorante della propria natura».

I Maestri conoscono il momento in cui la mente del discepolo è matura e l'apertura è sul punto di prodursi; allora essi danno, eventualmente, la spinta decisiva. Talvolta può essere un semplice gesto, un’esclamazione, qualcosa di apparentemente irrile-vante, perfino di illogico, di assurdo. Ciò basta a produrre il crollo di tutta la falsa individualità e, col satori, subentra lo «stato reale», e così si assume il «proprio volto originario», «quello che si aveva prima della creazione». Non si è più dei «cacciatori di echi» e degli «inseguitori di ombre». Viene da pensare, in alcuni casi, ad un’analogia del motivo esistenzialista del «fallimento» o «naufragio» (das Scheitern - Kierkegaard, Jaspers). Infatti, come si è accennato, spesso l'apertura avviene appunto quando si sono esaurite tutte le risorse del proprio essere e, per così dire, si è messi con le spalle al muro. Lo si può vedere in relazione ad alcuni metodi pratici di insegnamento dello Zen. Gli strumenti più usati sul piano intellettuale sono i kôan e i mondo; il discepolo viene messo dinanzi a dei detti o a delle risposte di un genere paradossale, assurdo, talvolta grottesco o «surrealistico». 

Si deve logorare la mente, se necessario per anni interi, fino al limite estremo di ogni facoltà normale di comprensione. Se, allora, si osa poi fare ancora un altro passo avanti, può prodursi la catastrofe, il capovolgimento, la metànoia. Si ha così il satori.

In pari tempo, la norma dello Zen è quella di una assoluta autonomia. Niente dèi, niente culti, niente idoli. Svuotarsi di tutto, perfino di Dio. «Se sulla tua via incontri il Buddha, uccidilo» - disse un Maestro. Occorre abbandonare tutto, non appoggiarsi a nulla, andare avanti, con la sola essenza, fino al punto della crisi. Dire qualcosa di più sul satori e fare un confronto fra esso e le varie forme di esperienza mistica e iniziatica d'Oriente e d'Occidente, è molto difficile. Avendo accennato ai monasteri Zen, vale rilevare che in essi vi si trascorre solo il periodo della preparazione. Chi ha conseguito il satori, lascia il convento e la «Sala della Meditazione», torna al mondo scegliendosi la via che più gli conviene. Si potrebbe pensare che il satori sia una specie di trascendenza che allora si porta nell'immanenza, come stato naturale, in ogni forma della vita.

Dalla nuova dimensione che, come si è detto, in seguito al satori si aggiunge alla realtà, procede un comportamento per il quale potrebbe valere la massima di Lao-tze: «Essere interi nel frammentato». In relazione a ciò, è stata rilevata l'influenza che lo Zen ha esercitato sulla vita estremo-orientale. Fra l'altro, lo Zen è stato chiamato «la filosofia del Samuraj» e si è potuto affermare che «la via dello Zen è identica alla via dell'arco» o «della spada». Si vuol significare che ogni attività della vita può essere compenetrata di Zen e così elevata ad un significato superiore, ad un'«interezza» e ad una «impersonalità attiva». Un senso di irrilevanza dell'individuo che non paralizza, ma assicura una calma e un distacco che permette una assunzione assoluta e «pura» della vita, in determinati casi sino a forme estreme e tipiche di eroismo e di sacrificio, che per la maggioranza degli Occidentali sono quasi inconcepibili (vedi il caso dei Kamikazé nell'ultima guerra mondiale).

E' uno scherzo ciò che dice Jung, ossia che, più di qualsiasi corrente occidentale, è la psicanalisi che potrebbe capire lo Zen, perchè, secondo lui, l'effetto del satori sarebbe la stessa interezza priva di complessi e di scissioni a cui presume di giungere il trattamento psicanalitico quando rimuove le ostruzioni dell'intelletto e le sue pretese di supremazia, e ricongiunge la parte cosciente dell'anima con l'inconscio e con la «Vita». Ma Jung non si è accorto che, nello Zen, sia il metodo che tutti i presupposti stanno all'opposto dei suoi: non esiste «inconscio» come una entità a sé stante, a cui debba aprirsi il conscio, ma si tratta di una visione supercosciente (l'illuminazione, la bodhi o «risveglio») che porta in atto la luminosa «natura originaria» e, con ciò, distrugge l'inconscio. Tuttavia ci si può tenere al sentimento di una «totalità» e libertà dell'essere che va a manifestarsi in ogni atto dell'esistenza. Un punto particolare è però di precisare il livello a cui ci si riferisce.

In effetti, specie nella sua esportazione fra noi in Occidente, si sono avute delle tendenze ad «addomesticare» o moralizzare lo Zen velandone, anche sul piano della semplice condotta di vita, le possibili conseguenze radicaliste e «antinomistiche» (= di antitesi alle norme vigenti), insistendo invece sugli obbligatori ingredienti di tutti gli «spiritualisti», cioè sull'amore e sul servizio al prossimo, sia pure purificati in una forma impersonale e a-sentimentale. In genere, sulla «praticabilità» dello Zen, non possono non nascere dei dubbi, in relazione al fatto che la «dottrina del risveglio» ha un carattere essenzialmente iniziatico. Così essa non potrà mai riguardare che una minoranza, in opposto al più tardo Buddhismo che prese la forma di una religione più aperta a tutti, oppure di un codice di semplice moralità.

Come ristabilimento dello spirito del Buddhismo originario, lo Zen avrebbe dovuto attenersi ad un esoterismo. In parte, lo ha fatto: basta riandare alla leggenda delle sue origini. Tuttavia vediamo che lo stesso Suzuki è stato incline a presentare in modo diverso le cose e ha valorizzato quegli aspetti del Mahâyâna che «democratizzano» il Buddhismo (del resto. la denominazione «Mahâyâna» è stata interpretata come il «Grande Veicolo» anche nel senso che sarebbe adatto per ampie cerchia, e non per pochi). 

Se si dovesse seguirlo, nascerebbero delle perplessità sulla natura e sulla portata dello stesso satori; sarebbe cioè da chiedersi se una tale esperienza riguardi semplicemente il dominio psicologico, morale o mentale o se investa quello ontologico, come è il caso per ogni iniziazione autentica, della quale però può esser questione solo per un assai piccolo numero di partecipanti.

Julius Evola

Esiste "altra" vita nell'Universo?



Uh, Uhu… Certo, mettersi a parlare di UFO ed alieni non è propriamente nel mio filone culturale, anche se talvolta in passato me ne sono occupato.

Veramente ricordo che anche il mio Guru, Swami Muktananda, in vari discorsi parlò di abitanti di altri piani e di altri mondi. E che la vita sia possibile in ogni condizione, anche diversa dal nostro sistema biologico, è una logica conseguenza dell’espressione della Coscienza attraverso i cinque elementi: Etere, Aria, Fuoco, Acqua e Terra.

Si dice che possano esistere intelligenze ed enti persino nelle stelle (trattasi evidentemente di esseri energetici dell’elemento Fuoco).

Beh, comunque l’Universo è praticamente infinito e la considerazione che la vita possa essere  presente in esso, nella totalità di esso, è decisamente plausibile.

Anche a titolo personale ho avuto delle “sensazioni” che mi fanno intuire che altre forme vitali possano e vogliano prendere contatto con noi umani, anche se -lo confesso- dal mio punto di vista ritengo che sia opportuna la non interferenza diretta fra le specie in via evolutiva.

Ovvero ritengo che ogni specie vivente, su ogni nucleo o dimensione, debba potersi sviluppare senza che ci siano dirette manomissioni nella sua crescita da parte di entità aliene. Perciò il contatto con gli alieni -secondo me- dovrebbe avvenire unicamente su un piano di parità, almeno in senso spirituale se non tecnologico.

Comunque tutto è possibile…. e d’altronde anche noi, in quanto specie umana, abbiamo pesantemente interferito nello sviluppo degli animali (perlopiù sfruttandoli e torturandoli) forse ci meritiamo altrettanto da parte di intelligenze più evolute…

Ma se realmente fossero “più evolute” potranno poi compiere quegli stessi errori nei nostri confronti?

Paolo D'Arpini


(Fonte: http://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Esistono-altre-vite-oltre-quelle-sul-pianeta-Terra)

Il ritorno ai bisogni primari di Osho



"Vivi una vita semplice nella quale i tuoi bisogni sono soddisfatti, senza alcun desiderio folle. Hai bisogno di cibo, di vestiti, hai bisogno di un riparo, nient’altro. Hai bisogno di qualcuno da amare, hai bisogno di qualcuno da cui essere amato. Amore, cibo, riparo – semplice."

Un uomo austero arriva a capire che la felicità è la natura stessa della vita. Non hai bisogno di alcuna ragione per essere felice. Puoi essere felice semplicemente perché sei vivo! La vita è felicità, la vita è beatitudine; ma questo è possibile solo per un uomo austero.

Un uomo che accumula cose, pensa sempre che diventerà felice grazie a queste cose. Palazzi, soldi, aggeggi vari – pensa che grazie a queste cose diventerà felice.


Le ricchezze non sono il problema; il problema è l’atteggiamento dell’uomo che cerca di ottenere quelle ricchezze. L’atteggiamento è: se non riesco ad avere tutte queste cose, non posso essere felice. Quest’uomo resterà sempre infelice.


Un uomo austero arriva a capire che la vita è così semplice che, qualunque cosa possegga, può essere felice. Non ha bisogno di aspettare qualcos’altro.


Allora l’austerità significherà: ritorna ai tuoi bisogni. I desideri sono follia, i bisogni sono naturali. Cibo, riparo, amore – riporta tutta la tua energia vitale al livello dei bisogni e sarai felice.


Un uomo felice non può che essere religioso. Un uomo infelice non può che essere irreligioso. Può anche pregare, può andare al tempio o alla moschea, ma questo non ha importanza. Come può pregare un uomo infelice? La sua preghiera sarà una lamentela profonda, un rancore. Sarà piena di rabbia. La preghiera è gratitudine, non lamentela.
Perciò ricorda: più sei orientato al possesso, meno sarai felice. E meno felice sei, più sarai lontano dal divino, dalla preghiera, dalla gratitudine. 


Sii austero. Vivi col necessario e dimentica i desideri; sono fantasie della mente, increspature nel lago. Ti possono solo dare disturbo, non possono mai portarti ad alcuna soddisfazione."

Osho - ("Yoga: potenza e libertà")

Così parlò Milarepa



Sono uno yogi che vaga per il paese,
Un mendicante che viaggia solo,
Un povero che non possiede nulla.
Ho lasciato dietro di me la terra che mi ha visto nascere,
Ho voltato le spalle alla mia bella casa,
Ho abbandonato i miei fertili campi.
Sono stato in ritiro solitario, sulle montagne,
Ho praticato in caverne di roccia circondate dalla neve,
E ho trovato il cibo come fanno gli uccelli
Così è stato fino ad ora.
E' impossibile predire il giorno della mia morte,
Ma io ho uno scopo prima di morire.
Questa è la storia di me, lo yogi;
Ora, vi darò qualche consiglio:

 Cercando di controllare gli eventi di questa vita, 

Cercando continuamente di fare i furbi, 

Milarepa.gif (9844 byte)Sempre tentando di manipolare il vostro mondo, 

Coinvolti in ripetitive relazioni sociali...

Nel mezzo di queste preparazioni per il futuro
Arrivate senza saperlo alla fine dei vostri anni,
Senza realizzare che la vostra fronte è piena di rughe,
Inconsapevoli che i capelli sono diventati bianchi.
Mentre siete inseguiti dagli emissari delle morte
Continuate a cercare piaceri effimeri.
Senza sapere se la vita durerà fine alla mattina dopo,
Continuate a pianificare il vostro futuro.
Senza sapere dove rinascerete,
Insistete nella vostra compiacente contentezza.
Ora è il momento di prepararsi alla morte,
Questo è il mio sincero consiglio;
Se ne capite il valore, iniziate a praticare.

Milarepa

Tratto da "Buddhismo in Occidente"


(Fonte: Centro Nirvana)

Laicità e matrismo opposti a ideologia e patriarcato



Controllando sul vocabolario  l'origine etimologica della parola "laico" viene fuori una cosa  sconcertante... "Laico", dal latino "laicus" di derivazione dal greco "laikos" significa "del popolo, profano, estraneo al contesto strutturale sociale e religioso", opposto a "clerikos" (dal greco) "del clero"! 

Tutta la storia è stata scritta dal patriarcato, ed anche il significato delle parole, tant'è vero che le antiche simbologie sono state descritte in negativo. Il fatto che la parola laikos in greco esprima  un giudizio negativo aiuta la mia teoria..... Avvenne lo stesso per i pariah (o fuori-casta) indiani, così disprezzati dagli ariani  (patriarcali). Sia il laico che il fuori-casta erano esclusi dalla società civile, costituita in termini di classe e censo (dal padre). Altrettanto essi erano considerati estranei alla cultura  religiosa ufficiale (e quindi opposti al clericos ed al bramano).

Ad esempio nel sud dell'India, meno toccato dalla cultura patriarcale, si mantennero i culti dedicati alla shakti (energia femminile) in cui non vi è uno specifico sacerdozio costituito. Tutto ciò  fa supporre che l'emarginazione sociale ed il dis-rispetto subito dai laici in Grecia,- o dai pariah in India-, (ritenuti apolidi, popolino basso ed ignorante) era senz'altro l'effetto della emarginazione finale nei confronti della cultura espressivamente libera e della spiritualità non gerarchizzata del matrismo.

Tra l'altro sia in Grecia, come nell'area dravidiana del subcontinente indiano, resistette  (Creta ne è un esempio) un lembo matristico. La lotta di costume e di pensiero fra patriarcato e matrismo era ancora in atto ai tempi in cui fu coniato il termine "laikos" e "pariah" dalla cultura patriarcale  che stava avendo il sopravvento sull'altra. 


Parlare di "Spiritualità laica" corrisponde al parlare di "Spiritualità naturale", ovvero una spiritualità non strutturata in alcuna forma di credo ma basata sull'intuizione spontanea dell'uomo, entrambe queste definizioni evocano la stessa identica cosa: la capacità di percepire in se stessi, senza tramiti, la presenza dello Spirito, una sintesi fra coscienza ed intelligenza.

Oggi il termine "laico" è sostanzialmente travisato ma è sicuramente preferibile restituire a questa parola  la sua valenza piuttosto che condannare il termine in se stesso perché usato malamente, in questi ultimi anni,  dalla "cultura laicista" in contrapposizione a quella "clericale". Altrimenti facciamo come i tedeschi che oggi condannano la Svastica, per l'utilizzo fattone dal nazismo, dimenticando le migliaia di anni –ancora adesso- di sacralità simbolica (in molte parti del mondo) in cui la Svastica è l'emblema dell'energia creativa e della  pace. 


Perché darla vinta a chi storpia il significato invece di correggere le devianze (opera di strumentalizzazione)? Occorre  restituire valore-verità al simbolo della Svastica, facendo altrettanto con la parola "laico" che è stata storpiata -nel significato profondo- dalle ideologie politiche e religiose, ma che non merita di scomparire dal nostro vocabolario. Spiritualità laica è espressione  di autonomia di pensiero, un'espressione priva di connotazioni (...del popolo, estranea al costrutto sociale e religioso..), insomma libera!

Paolo D'Arpini  - (Circolo Vegetariano VV.TT.)




Commento di Aliberth: "Perfettamente d’accordo, caro Paolo, anche perché, per chi non lo sapesse, Il Buddha, come pure in tempi più recenti S. Francesco, preferì istituire una sorta di religiosità laica, nei confronti del clericalismo ufficiale, proprio basato sui simboli della povertà popolare, cioè la tonaca grezza di canapa color ocra dei primi monaci buddisti, ed il saio di rozza stoffa marrone dei frati confratelli del poverello d’Assisi. Perciò, a parer mio, il termine ‘laico’ unito a ‘spirituale’, dovrebbe oggigiorno esser considerato più una forma di saggezza autentica dell’uomo che è arrivato a ‘comprendere la propria vera natura’, simile a quella di tutti gli altri, che non quel dispregiativo termine spesso usato dal clericalismo ecclesiastico per definire coloro che non possono accedere al loro elitario livello di eccellenza socio-cultural-religiosa" (Centro Nirvana)


In una goccia d'acqua c'è l'oceano, con tutte le sue differenze....

Non si può separare il corpo dallo spirito, come non può essere separato il fuoco dal calore, il fiore dal suo profumo. C’è chi da più importanza alla bellezza formale del fiore, chi al suo colore, chi al suo profumo. Ma la sua forma, il suo colore e la sua fragranza sono un’unica cosa: non può esistere l’una senza l’altra. L’unità è sterile, fecondo è solo la dualità: è il contrasto, la differenza ciò che genera la vita. 
I valori morali, culturali, spirituali, scientifici, si arricchiscono al contatto con realtà differenti. Tutto ciò che è parziale, settoriale è per sua natura incompleto; avere una tale visione della realtà limita nella percezione delle cose, e questo genera esclusioni, razzismi, specismi, rivalità, guerre. Tutte le visioni parziali si sono rivelate tanto più perniciose quanto più avevano la presunzione di essere preminenti sulle altre.
Armonizzare le forze eterogenee nel luminoso obiettivo del bene comune, la pace, la giustizia, l’evoluzione, l’amore, la vita, questo è il primo, fondamentale scopo dell’esistenza e ciò che rende l’esistenza dell’uomo nobile e degna di essere vissuta.

Io sono ricco in virtù della presenza degli altri e delle cose che mi circondano. Se fossi solo non potrei evolvere. Ogni persona ed ogni cosa influisce sulla mia vita e contribuisce al mio arricchimento interiore per mezzo dell’esperienza che acquisisco nell’incontro. Come un uomo è tanto più padrone della sua lingua quanti più vocaboli conosce, così è tanto più ricco interiormente quante più esperienze positive della sua ha potuto contattare.
Ma io non percepisco che una piccolissima parte dell’insieme: l’insieme mi condiziona attraverso la sua unità e il suo singolo componente. Il tutto è importante perché è composto dal singolo elemento, altrimenti sarebbe come dire che è importante il mucchio non il singolo chicco di grano, la foresta non il singolo albero, il popolo non la singola persona. Il dirigente d’azienda è importante quanto la donna delle pulizie perché l’uno senza l’altro non potrebbe funzionare l’azienda. Il musicista quanto il suo strumento musicale perché l’uno senza l’altro nessun concerto potrebbe essere realizzato.
Come il contesto in influenza e condiziona il mio comportamento e la mia vita così il mio comportamento influenza e condiziona il mio prossimo, perché gli altri ed io siamo una cosa sola: siamo la folla dei viventi, siamo la vita. Se io violento o uccido qualcuno in sostanza sto violentando e uccidendo una parte di me stesso, sia perché nell’azione malvagia sto rendendo peggiore la mia coscienza e sia perché nei confronti del contesto e della vita mi esprimo in modo negativo, lesivo, disarmonico.
Non v’è pensiero o azione che non abbia i suoi effetti universali, “Non si può cogliere un fiore senza turbare le stelle”. Una buona azione influenza il mio vicino e lo induce ad essere anch’egli più disposto alla bontà e più disponibile nei confronti del suo simile. Per contro un’azione egoistica, malvagia si ripercuote negativamente non solo sulla vittima ma su tutti generando malcontento, rabbia, autodifesa e quindi disarmonia.
L’interdipendenza è la realtà a cui sono legate indissolubilmente tutte le cose: essere in sintonia con il proprio contesto aiuta al funzionamento armonico del tutto; apprezzando il valore delle diversità si apre la mente e la coscienza a considerare ogni cosa come membra dello stesso organismo, tessere del medesimo mosaico, note della stessa sinfonia: proprio per questo esiste la terra e l’universo.
Franco Libero Manco

Chi comanda in Europa? Chiedetelo al Parlamento Ebraico Europeo


Forse non molti sono a conoscenza che il 18 Febbraio 2012 è stato istituito il Parlamento Ebraico Europeo, con tutti i crismi di legalità. (http://www.mosaico-cem.it/articoli/aperto-a-bruxelles-il-parlamento-europeo-ebraico)

E’ riservato ai soli Ebrei (120 membri), sta dentro al Palazzo del Parlamento Europeo di Bruxelles, ha ottenuto un riconoscimento ufficiale e inoltre la facoltà di essere “ascoltato” regolarmente dal Parlamento Europeo in merito ai provvedimenti e alle leggi discusse da quest’ultimo.

A che titolo non si è ben capito.

Nessuno ha osato fiatare, anzi tutti si sono affrettati a complimentarsi, ad eccezione di bravissime persone, guarda caso Ebrei (EJIP) gli unici pare con un po’ di spina dorsale, che senza tanti mezzi termini hanno scritto:
EJJP ha appreso con raccapriccio la creazione di un cosiddetto ”Parlamento degli Ebrei Europei”, presso gli uffici del Parlamento Europeo a Brussels.

EJJP denuncia questa creazione come una triplice mistificazione. Nulla nel modo in cui è stato costruito questo “Parlamento”, nel modo in cui opera, nè nel modo di scelta dei suoi partecipanti gli consente la pretesa di rappresentare tutti gli Ebrei europei. Non c’è alcuna giustificazione per il fatto che alcuni Ebrei Europei mettano su un proprio Parlamento con il compito di dettare una politica comune degli Ebrei in Europa.Tutto indica che, una volta ancora, il creare uno strumento di pressione dedicato alla incondizionata difesa di Israele indipendentemente dai crimini commessi dai governi che in Israele si succedono, e il pretendere che debba esistere un legame indissolubile tra Israele e gli Ebrei del mondo intero, e l’intrigare per fare sì che le istituzioni internazionali si allineino su queste posizioni stimolerà e rafforzerà l’antisemitismo dove già esiste.”

Successivamente gli Islamici (N.B. Gli Islamici Europei sono almeno 40 milioni, gli Ebrei circa 1,5) hanno chiesto a loro volta di avere un loro Parlamento, ma la proposta è stata considerata irricevibile con la motivazione che c’era già un Parlamento Europeo e quello valeva per tutti gli Europei (tutti i goyim evidentemente) senza distinzione di razza o credo, e perciò la richiesta era contraria allo spirito e alla lettera dell’Unione Europea. 


SVOLGIMENTO

Come avevo preventivato, da essere “ascoltato” dal Parlamento Europeo  il Parlamento Ebraico Europeo è passato a farsi “ascoltare”.

Ha stilato un comunicato ufficiale nel quale l’Unione Europea è stata accusata di legittimare il terrorismo poichè aveva criticato, per bocca di alcuni suoi Parlamentari, la politica di Israele in Palestina.

Recentemente invece il Parlamento Ebraico Europeo, dopo una riunione, ha stabilito che un Parlamentare Europeo che critichi la politica Israeliana deve essere considerato neo-antisemita, e ha mandato al Parlamento Europeo copia.

Non ho notizie se il Parlamento Europeo abbia già detto “signorsì”.

Come dice Gilad Atzmon, alla fine dovranno accusare tutto il mondo di antisemitismo, e alla fine continuando in questo modo otterranno il magnifico risultato che “antisemita” anziché indicare un brutto pregiudizio indicherà chi non è d’accordo nel rinchiudere, perseguitare o espellere a forza la gente, nell’erigere muri, nell’abbattere case, e nello sparare a donne e bambini.



UFFICIALE: IL PARLAMENTO EUROPEO E' NEO-ANTISEMITA - Come Don ...

Mincuo – (Fonte: Come Don Chisciotte)