Sto raccogliendo memorie sugli eventi della mia vita, relativi al periodo vissuto a Calcata, nella valle del Treja, fino al mio trasferimento a Treia. Lo scopo è quello di raccogliere notizie per un nuovo libro dal titolo "Dal Treja a Treia".
Quello che segue è il capitolo riguardante i primi eventi da me vissuti a Treia...
"Diciamo che "abbandonata Calcata al suo destino" dall'estate del 2010 iniziò la mia nuova avventura in quel di Treia. In questo anno fatidico non solo dovetti affrontare una "ripartita" logistica ma anche una nuova posizione all'interno della Rete Bioregionale Italiana e da questo voglio partire per raccontarvi i cambiamenti affrontati.
La narrazione -per quel che ci interessa- comincia da un articolo pubblicato sul notiziario "Lato Selvatico", in cui Giuseppe Moretti descrive le vicende peregrine della Rete Bioregionale, partendo dalla descrizione della sua fondazione nel 1996 e proseguendo sino al momento in cui l'esperienza aggregativa subisce una scissione, nel 2010, dalla quale sorse il nuovo gruppo "Sentiero Bioregionale". Ed è proprio dalla descrizione di questo fatto, come percepito e vissuto da Giuseppe Moretti, che vorrei ripartire per integrarvi il mio punto di vista su quello stesso tema.
Allora, il n. 37 del 2010 di Lato Selvatico inizia con l'annuncio dell'uscita di buona parte dei suoi referenti, giustificata da Giuseppe Moretti in questi termini: "Dunque cosa è successo nella Rete Bioregionale? Niente che non sia già successo nell'ambito di comunità o gruppo di persone in ogni luogo, società e latitudine del pianeta. E' successo che una minoranza degli aderenti ha iniziato a chiedere che la pratica vegana diventasse una linea guida della Rete Bioregionale Italiana.... (...) Un atteggiamento questo che andava a cozzare con l'ultimo paragrafo del "documento d'intesa" della Rete stessa, che così recita: "nell'introdurre questo concetto (riferito al bioregionalismo) si richiede la sensibilità di esporlo in modo che ogni persona, gruppo o realtà sociale, lo senta proprio e nel proprio luogo si organizzi per realizzarlo.". Dire perciò che per essere un buon bioregionalista occorre essere vegani poneva dei "paletti" inammissibili ad una Rete che aveva fatto del rispetto per i percorsi, le storie e le vite di chi, con spirito sincero e volontà d'intenti, si accosta all'ipotesi bioregionalista. Insomma la visione bioregionale è una visione inclusiva, non esclusiva, e questo perché l'obiettivo che si propone (il ritornare ad essere un filo della trama della vita) è molto più importante della somma delle nostre peculiarità, inclinazioni o convincimenti (per quanto in buona fede essi siano). Inutile dire che s'è fatto l'impossibile da parte nostra per evitare la rottura ma alla fine ci siamo arresi all'evidenza che non si poteva più lavorare costruttivamente e serenamente assieme, e così prima uno poi altri buona parte dei referenti locali ha lasciato la Rete Bioregionale. Ora si dirà "ma se c'era una maggioranza come mai questa non si è imposta?". Semplice, perché la Rete era (ed è ancora?) una organizzazione orizzontale, cioè senza capi, dirigenti o amministratori, e quindi il rivendicare una maggioranza significava imporre il volere di una parte sull'altra. Detto questo e per sgomberare la strada a possibili fraintendimenti non è stata una diatriba fra bioregionalismo e veganismo, poiché queste anime all'interno della Rete da sempre convivono nel rispetto reciproco. Il punto è che quando ci si lascia travolgere dall'idealismo è facile che questo poi sfoci nel fondamentalismo."
Ecco qui ho riportato, quasi integralmente, la spiegazione fornita da Giuseppe Moretti, che ringrazio per la chiarezza e la sincerità, in merito alle ragioni che lo spinsero a "dimettersi" da coordinatore e da membro della Rete Bioregionale (vedi il relativo scambio di email del luglio 2010:
http://paolodarpini.blogspot.
Ordunque, cosa ho da dire io al proposito di questa "scissione"? Espressi il mio parere in diversi miei articoli e risposte a persone che mi chiedevano ragguagli. Il fatto è che da un lato mi trovo d'accordo con Giuseppe Moretti sul "metodo" inclusivo e pertanto pur essendo io frugivoro/vegetariano dal 1973 (quindi non specificatamente "vegano") ed avendo illustrato le ragioni ecologiche e salutistiche di questa mia scelta, sin dall'incontro fondativo della Rete nella primavera del 1996 ad Acquapendente, ma non avendo il mio perorare tale causa incontrato il favore della maggioranza dei convenuti accettai tranquillamente di far parte della Rete, sapendo -appunto- che ognuno ha il proprio percorso e non si possono mettere paletti alle altrui funzioni e modi di vita.
Continuai a restare quel che sono accettando di convivere in un contesto pressoché composto da onnivori, a cominciare da alcuni membri della mia famiglia sino ai compagni di viaggio bioregionalisti, spiritualisti od ecologisti che fossero.
Ovviamente non smisi di ritenere valide le mie scelte alimentari -espresse anche nel mio libro "L'alimentazione bioregionale"- limitandomi però a spiegarne le ragioni senza imposizioni. Il problema all'interno della Rete, in verità, subentrò allorché uno dei suoi membri fondatori, convertitosi nel frattempo per sue ragioni personali al veganesimo, iniziò una campagna "confessionale" per spingere gli altri membri ad accettare le sue conclusioni. Questo atteggiamento, facendosi un po' insistente, "costrinse" Giuseppe Moretti, Etain Addey ed altri bioregionalisti, che non ritenevano opportuno piegarsi alle "imposizioni vegane" (in quanto il loro modo di vita rientrava nella categoria dei contadini/allevatori) e quindi optarono per l'uscita dalla Rete Bioregionale.
Io ed altri, che condividevano la mia visione, rimanemmo nella Rete, per le stesse ragioni espresse nell'articolo di Lato Selvatico su riportato, ovvero non ritenevamo argomento sufficiente quella differenza di opinione sul modo di alimentarsi, tale da obbligarci a prendere una decisione partigiana in proposito, sì o no che fosse. Diceva bene Giuseppe Moretti riguardo all'esercizio di potere di una maggioranza sulla minoranza, ed essendo sempre convissuto con tutti, non ritenni opportuno accodarmi ad una fazione di onnivori e nemmeno pensai di accodarmi ad una setta vegana. Restai quindi laicamente nella Rete perché non vedevo ragioni per andarmene... Infatti con la partecipazione alla Rete, che non è una associazione verticistica, ognuno poteva e può convivere nell'accettazione delle differenze (pur fastidiose che siano), d'altronde non avviene così anche nella società (in senso ampio) e nel contesto della natura?
Siamo forse d'accordo con tutti i nostri fratelli umani, possiamo accettare la comunanza con gli altri animali indistintamente? Eppure nel contesto bioregionale siamo tutti presenti e vivi! Certo se una presenza è troppo fastidiosa ed impossibile da sostenere non è obbligatorio conviverci, in quel caso come ultima ratio si potrà allontanare l'importuno, come avveniva nelle tribù dei pellirossa in cui un elemento socialmente insostenibile veniva prima rabbonito e si tentava di emendarlo dalle sue fisime ma se proprio non era possibile si ricorreva al suo allontanamento dalla comunità. Un buon modo per insegnare la convivenza civile a chi non sa mantenerla.
Eppure anche questo, forse, è un esercizio di potere di una maggioranza su una minoranza? Può darsi... Ma in questo caso la maggioranza non se ne andava dalla tribù originaria...!
Da parte mia un tentativo di “riappacificazione” con i membri transfughi dalla Rete non è mai stato escluso, ho continuato a cercare un dialogo con i "colleghi" del Sentiero Bioregionale. Ad esempio nel maggio 2016 mi recai con Caterina all'incontro di Sentiero Bioregionale (avendo ottenuto il permesso di Giuseppe Moretti), che si teneva in Val Samoggia, cercando un riavvicinamento e riproponendo le mie buone intenzioni. Giuseppe rispose che i "tempi non erano ancora maturi"... quindi attendo che maturino un dì, magari prima della dipartita visto che l'anzianità avanza, e se non sarà in questa vita magari succederà nella prossima, chissà?
Non si finisce mai d'imparare.
Questa lunga premessa per anticipare quel che avvenne il 30 e 31 ottobre 2010, al convegno nazionale di rifondazione della Rete Bioregionale Italiana, in quel di San Severino Marche (Macerata). La cosa avvenne allorché, da poco trasferitomi a Treia, ebbi la buona sorte di conoscere una persona intelligente e gentile, Lucilla Pavoni, la quale era al corrente delle vicende della Rete Bioregionale, avendo conosciuto Etain Addey ed il suo esperimento come riabitante agricolo/pastorale nel borgo di Pratale in Umbria. Con Lucilla trovai subito un'intesa ed apprezzai il suo atteggiamento "ragionevole e moderato". Le chiesi quindi di contribuire alla riappacificazione tra bioregionalisti organizzando nel suo casale di San Severino, dove conduceva il suo esperimento di ritorno alla natura, un incontro rifondativo della Rete. Purtroppo i transfughi rifiutarono la proposta ma noi egualmente tenemmo l'incontro invitando tutti i membri ed ex membri al meeting. Giunsero così da varie parti d'Italia diversi bioregionalisti e per due giorni cercammo un punto d'intesa attraverso la proposta del rilancio dell'Agricoltura Contadina. Non tutti i partecipanti erano al corrente delle tristi vicende che squassavano la Rete Bioregionale ma in linea di massima quasi tutti i partecipanti condivisero l'idea di continuare un percorso condiviso, iniziato nel 1996, il più possibile unitariamente. Persino alcuni che avevano aderito alla nuova aggregazione "Sentiero Bioregionale" furono d'accordo di mantenere contatti e collaborazioni con la rinata Rete Bioregionale Italiana.
Per dare un segnale di ulteriore compartecipazione fu deciso di organizzare un incontro collegiale a Treia, l'8 dicembre del 2010, con l'intento di proporre il senso del "riabitare" il nostro luogo. L'occasione portante fu la presentazione di un nuovo libro di Lucilla Pavoni, “La figlia del sarto”, in cui raccontava il suo personale ritorno alla terra. L'evento si svolse nella Sala Consiliare del Comune, alla presenza dell'allora sindaco Luigi Santalucia e della sua giunta, assieme ad un nutrito numero di "bioregionalisti in fieri”, artisti, produttori agricoli, poeti, suonatori di organetto, ecc. Insomma un revival culturale paesano. E con esso ebbi anche l'occasione di presentarmi alla comunità treiese..."
Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana