Templari e neotemplari - “I Templari, grandezza e caduta della Militia Christi”


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I Templari appartenevano all'Ordine Cavalleresco più famoso della Storia. Ordine che sarebbe più corretto definire “religioso militare”, ma ormai nell'uso linguistico comune è prevalso il riferimento all'aspetto cavalleresco, nonostante che dal punto di vista organizzativo e strutturale i cavalieri fossero solo una minoranza, essendo l'ordine composto soprattutto da fratelli laici (fratres o conversi, che si occupavano di tutte le necessità pratiche e della conduzione delle aziende agricole), sergenti (aiutanti di campo e scudieri) e cappellani sacerdoti.
E mi riferisco solo alle pubblicazioni di autori credibili, cultori autorevoli, accademici, ricercatori qualificati, come ad esempio la più recente sull'argomento, intitolata: “I Templari, grandezza e caduta della Militia Christi” Editore: Vita e Pensiero, scritto da una ventina di storici accademici, che non ho ancora avuto modo di consultare.
Premetto pertanto che non sono del tutto aggiornato, non avendo avuto il tempo ne il modo di acquisire e leggere tutto quanto sia stato pubblicato sull'argomento negli ultimi sette anni, ed i contributi credetemi sono stati tanti.
Sull'Ordine del Tempio (pauperes commilitones Christi salomonici Templi" - Poveri Compagni d'armi di Cristo e del Tempio di Salomone), meglio conosciuti con il più riduttivo “Templari” e che in seguito indicherò solo come “l'Ordine”, si è scritto, elaborato, speculato e mostrato anche troppo, una sovrapproduzione e sovraesposizione che ha quasi esasperato gli animi, anche dei più interessati ed appassionati, essendo divenuto da alcuni decenni argomento alla moda ed, in quanto tale, abusato, distorto ed adattato alle esigenze spettacolaristiche e di consumismo turistico culturale tendente ad appagare perlopiù velleità vanagloriose, emotività puerili ed istanze superficiali.

Lo scopo del presente articolo non è pertanto tecnico, cioè non miro a riferire i dati storici sull'Ordine che sono ormai reperibili ovunque, anche in rete, ma a definire i concetti e le teorie più accreditate, individuando alcune scorrettezze ed abusi e cercare di fare chiarezza sulle origini di certi fenomeni moderni di mistificazione, manipolazione e riproposizione della storia dell'Ordine, che non sempre avvengono in buona fede e per ingenuità, superficialità e sprovvedutezza, tipica di alcuni appassionati, ma a volte per opportunismo, vanità e lucro.
Quindi non ho alcuna pretesa di esaustività storiografica ma semplicemente desidero chiarire alcune circostanze, interpretazioni e convinzioni errate.
Inizio col collocare la datazione storica delle origini dell'Ordine tra il 1118-20 per iniziativa prevalente di un nobile della Champagne Ugo “de Paganis”, riportato anche “Payns” o “Payens”, che non era quindi italiano come sostenuto da alcuni recenti teorie modaiole e patriottarde che vorrebbero collocare nella nostra penisola le origini di molti personaggi ed eventi storici medievali.
Stessa incertezza la si possiede sul numero iniziale dei cavalieri al seguito di Ugo de Paganis, dai dieci ai venti, chi riporta il numero esatto o anche la data esatta di fondazione deve avere doti ESP o ha la facoltà di viaggiare nel tempo. Anche sulla denominazione, dobbiamo ricordare che sono gli storici e gli studiosi che attribuiscono le “etichette” a posteriori, un Homo di Cro-Magnon non sapeva di esserlo, così come un templare non sapeva di essere tale, almeno inizialmente, perché tra loro si chiamavano solo “pauperes milites Christi” e come tali pronunciavano i tre voti monastici di povertà, castità ed obbedienza.
Anche altre affermazioni date per certe da certa cultura modaiola approssimativa ed assertiva, andrebbero riviste con una maggiore dose di prudenza. Come il fatto che la Regola (regula) dell'Ordine l'abbia sicuramente scritta il cistercense Bernardo di Clairvaux, è un'ipotesi che non significa certezza assoluta, in quanto è assai più probabile che l'abbia semplicemente revisionata ed avallata. Mentre è certo che Bernardo abbia accettato di integrare la regula e sostenere l'Ordine scrivendo negli anni tra il 1129 ed il 1136 il trattato De laude novae militiae ad Milites Templi che lodava e legittimava l'Ordine introducendo molto abilmente il nuovo concetto di malicidio anziché omicidio, per giustificare il fatto che dei monaci fossero armati e potessero utilizzare le armi in battaglia contro gli infedeli. Questione che all'epoca destava parecchie perplessità, rimostranze ed opposizioni.
Altra asserzione che andrebbe rivista è il simbolo dell'Ordine, che è ormai convinzione popolare fosse la croce patente rossa, che lo fosse fin dalle origini e che fosse di loro esclusiva pertinenza. In realtà nessuno sa esattamente quante e quali fossero le croci utilizzate nei primi decenni dell'Ordine, che in ogni caso fu concessa loro solo con la bolla Omne datum optimum nel marzo del 1139, quasi vent'anni dopo la fondazione dell'Ordine. Probabilmente la croce dei Templari inizialmente era del tutto simile a quella di tutti i crociati, ma di color rosso vermiglio.
Sulla croce quindi non si hanno le stesse certezze che si possiedono sul beauceant obaussant, scritto anche in altri modi (potrebbe derivare dal termine provenzale balzan, cioé balzana), che era lo stendardo bipartito dei Templari, in due sezioni simmetriche, bianco sopra con croce rossa al centro e nero sotto, che potrebbe simboleggiare la divisione in due dei ranghi dell'organizzazione templare ma anche le due caratteristiche connotative dell'Ordine, monacale e guerriero.
Da rivedere con maggiore prudenza è la facile attribuzione all'Ordine del Tempio di molte strutture immobiliari, soprattutto chiese e cappelle e qualsiasi edificio che avesse pianta ottagonale o la forma in proporzione della basilica del Santo Sepolcro, o addirittura solo perché riporta su qualche superficie una croce patente, impostazione approssimativa frutto soprattutto delle influenze mitologico-esoteriche massoniche del settecento ed ottocento protrattesi fino ai giorni nostri.
In realtà le cose non stanno così, e sono veramente pochi gli edifici storicamente certamente attribuibili ai Templari come edificazione e possesso (considerando che ben pochi sono sopravvissuti fino ai giorni nostri), disponendo le chiese e cappelle templari perlopiù di una semplice pianta rettangolare a navata unica con volta a botte con abside semicircolare, a volte senza, perlopiù prive di qualsiasi orpello ma a volte affrescate (soprattutto negli ultimi decenni dell'Ordine quando il rispetto delle regole originarie stava scemando), come nella chiesa di Bevignate a Perugia.
Sulle numerosissime altre asserzioni e convinzioni diffuse sull'Ordine, soprattutto in chiave esoterica, sorvolo, perché la loro trattazione richiederebbe un prolungamento eccessivo del testo. Mi soffermo solo rapidamente sulla definizione di Gran Maestro attribuita abitualmente ai comandanti supremi dell'Ordine, come risulta da molta letteratura. In realtà erano definiti semplicemente Maestri fino alla fine del XIII secolo, solo negli ultimi anni si aggiunse l'aggettivo Gran al titolo di Maestro per distinguerli dai maestri provinciali, province templari che corrispondevano generalmente ad interi regni europei.
La sede iniziale dell'ordine rimase a Gerusalemme fino al 1187 quando i mussulmani la riconquistarono, venne quindi trasferita ad Acri finché nel 1291 subì la stessa sorte, ponendo in tal modo le basi della inevitabile decadenza e degrado dell'Ordine, avendo perso la sua motivazione e giustificazione originaria, di fronte ad un evidente fallimento della sua missione primaria, seppur non certo imputabile interamente al comportamento dell'Ordine, ma ad una sequenza complessa di eventi e scelte improvvide avvenute progressivamente nel corso dei due secoli di permanenza in Medio Oriente dei Regni Crociati.
Tra le cause primarie del fallimento annovererei l'esacerbata rivalità con gli Ospitalieri, le pessime scelte strategiche effettuate da alcuni sovrani del regno di Gerusalemme e soprattutto del Maestro (Magister) Gerardo di Ridefort, un avventuriero al servizio del conte Raimondo III di Tripoli e poi di Guido di Lusignano (che divenne re di Gerusalemme) e che venne eletto Maestro dell'Ordine del Tempio nel 1187, divenendo una vera e propria calamità per l'istituzione, una conduzione disastrosa costellata di gravi errori tattici e politici determinati dalla sua ambizione.
Sia eccedendo in provocazioni contro il Saladino, che inimicandosi la setta iniziatica sciito-ismailitica degli Assassini (il termine non indicava ancora il significato attuale da essi derivato, ma significava che erano dediti al consumo di hascish o che erano seguaci di Hasan), coi quali in precedenza i Templari avevano avuto ottimi rapporti, fino a giungere alla tragica battaglia di Hattin del 1187 in cui morirono tutti i Templari e gli Ospitalieri che vi avevano partecipato.
Battaglia alla quale sopravvisse solo Gerardo di Ridefort che in cambio della vita fece consegnare al Saladino alcuni presidi templari, rivelando pubblicamente la sua indegnità al ruolo, finché concluse la sua poco lodevole vita terrena nel 1189 durante l'assedio di San Giovanni d'Acri, altra pagina nera nella storia, l'evento più disastroso dell'epoca delle crociate.
Altre cause del fallimento della missione templare in Terrasanta sono imputabili all'incomprensione e disapprovazione da parte degli Ospitalieri e dei sovrani franchi (così erano definiti in Medio Oriente tutti gli europei) e crociati, delle strategie e tattiche diplomatiche, politico-culturali, adottate frequentemente dai Templari nei confronti dei governi, tribù e sette locali, tendenti a cogliere ogni opportunità di alleanza tra opposte fazioni, approfittando delle divisioni e rivalità interne al mondo mussulmano.
Modus operandi non apprezzato da tutto il resto del mondo crociato che avversava ogni rapporto con gli infedeli e desiderava solo combatterli (con l'eccezione solo di Federico II di Svevia, che per varie ragioni purtroppo avversava i Templari), anche se in condizioni di inferiorità, e considerava alla stregua di un tradimento e di connivenza il comportamento “diplomatico” dei Templari.
L'ultima opportunità di salvare quello che restava dei regni crociati in Terrasanta era rappresentato dalla proposta templare di allearsi coi mussulmani contro la comune minaccia dell'invasione mongola, proposta che venne appoggiata solo dalle repubbliche marinare italiane (Venezia, Genova e Pisa, che con una certa alternanza collaboravano con l'Ordine) con le quali i Templari intrattenevano intensi rapporti mercantili e non solo, e venne come al solito osteggiata dagli Ospitalieri e dagli altri crociati, con il risultato che i mongoli furono comunque fermati, ma subito dopo i mussulmani approfittarono delle ancor più indebolite guarnigioni crociate per sferrare l'offensiva definitiva perdendo le ultime piazzeforti di Acri e di Atlit nel 1291.
A quel punto la gloriosa storia militare dell'ordine era pressoché finita e non rimaneva loro che amministrare con la solita accortezza le loro immense ricchezze, soprattutto immobiliari e finanziarie, che derivarono loro dalle numerose donazioni, lasciti, decime, diritti funerari (i nobili pagavano per venire sepolti in chiese e cimiteri templari), donazioni pro-anima (in cambio di preghiere), esenzioni fiscali, proventi dalle ricche ed efficienti “aziende agricole” che gestivano con accuratezza, trasporti marittimi, ecc., ma soprattutto dall'esser stati in pratica i precursori delle moderne attività bancarie, con le loro lettere di cambio, l'attività creditizia ad interesse mascherato (per non contravvenire ai divieti ecclesiastici), il deposito oneroso dei beni forniti loro in custodia e protezione da parte di ricchi mercanti, nobili ed ecclesiastici d'alto rango e persino sovrani, oltre ad altri servizi finanziari innovativi per l'epoca. Erano praticamente divenuti un'antesignana potentissima multinazionale.
Dopo aver trasferito la sede da Acri a Cipro avrebbero dovuto rimanervi, arroccarsi sull'isola, come fecero più tardi gli Ospitalieri con Rodi e poi con Malta. In tal caso avrebbero avuto alte probabilità di sopravvivere come Ordine sottraendosi ai pericoli che si stavano delineando, governando un loro piccolo feudo geograficamente ben delimitato, all'interno del Regno di Cipro governato dai Lusignano, che essendo la dinastia sotto forte influenza genovese era piuttosto favorevole ai Templari. I Templari avrebbero potuto rendere inespugnabili i loro insediamenti insulari, attingendo alle fortune di cui disponevano all'epoca, fino a subentrare nel governo dell'intera isola proteggendola contro gli assalti dei mussulmani, come fecero i loro rivali Ospitalieri nelle altre isole sopracitate, giustificando in tal modo la loro stessa esistenza, che avrebbe potuto protrarsi fino ai giorni nostri (ma si sa che la storia non si fa con i se e con i ma, altrimenti ci esercitiamo nell'ucronia).
Ma Jacques de Molay non era all'altezza di Foulques de Villaret Gran Maestro degli Ospitalieri, che ne spostò saggiamente la sede a Rodi nel 1309, il quale, consapevole di quanto stava avvenendo ai Templari e dei rischi che si correvano a rimanere passivamente in attesa degli eventi, convertì l'attività dell'Ordine da prevalentemente militare a marinara e di assistenza ai poveri ed agli ammalati, continuando in tal modo a legittimare l'esistenza dell'istituzione … De Molay era certamente orgoglioso, fiero, integerrimo, e virtuoso quanto si vuole, ma non disponeva di quelle doti politico-diplomatiche, di lungimiranza e perspicacia, che sarebbero state provvide in quell'epoca tormentata e pericolosa, doti indispensabili per consentire di traghettare l'Ordine in una nuova fase, salvando almeno il salvabile.
Che l'ordine fosse sotto grave minaccia avrebbe dovuto essere evidente a chiunque ne fosse al comando. Erano infatti forti, durante il suo magistero, le pressioni per unificare l'Ordine del Tempio con quello dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme (Ospitalieri), oppure a causa della loro sopraggiunta inutilità alcuni personaggi influenti ne auspicavano addirittura lo scioglimento. Sarebbe stato opportuno prevedere il peggio e prendere adeguate contromisure.
La fine dell'Ordine, come tutti sanno, avvenne nel 1307, ma non tutti sanno che iniziò un paio di anni prima, nel 1305 quando il priore templare di Montfaucon, Esquieu de Floyran, rivolgendosi al Re d'Aragona Giacomo II mosse gravi accuse di eresia, sodomia ed idolatria nei confronti dell'Ordine affermando di poterle provare. Non venne preso sul serio dal monarca iberico ed allora il priore si rivolse al re di Francia Filippo IV detto il Bello, che covava da tempo intenzioni non certamente favorevoli nei confronti dei Templari (i motivi erano molteplici e non è questa la sede per elencarli), il quale colse al volo l'occasione mobilitando due suoi fidati consiglieri, Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Plainsas, con l'incarico di indagare per raccogliere le prove per accusarli e processarli.
Quindi considerando che l'inizio della pianificazione contro i Templari, che potremmo considerarla con una certa legittimazione una “congiura” ordita dal re di Francia, iniziò fin dal 1305, e l'esecuzione finale del Maestro Jacques de Molay e del Gran Precettore di Normandia Geoffrey di Charnay, avvenne il 18 marzo 1314, che come sapete furono bruciati al rogo su un isolotto della Senna di fronte ai giardini del Louvre, significa pertanto che l'eliminazione completa dell'Ordine richiese circa nove anni. Fu quindi un procedimento assai difficoltoso e complesso con molte opposizioni ed esitazioni, sospensioni e diversificazioni secondo il contesto politico e geografico, in un continuo tergiversare e palleggio di responsabilità tra la chiesa ed il sovrano.
La persecuzione dei Templari avvenne con successo solo in Francia, dove venne imbastito un vero e proprio processo politico, il primo documentato della storia medievale, seguito da ben pochi altri paesi europei e solo dopo che si estorsero con la tortura le prime confessioni di alcuni alti dignitari e soprattutto dopo che una sessantina di “scellerati e traditori”, introdotti ed accettati da poco nell'Ordine e con precedenti non propriamente edificanti (oggi diremmo con la “fedina penale sporca”), furono disposti a confermare le infamanti accuse, recitando il copione ricevuto dagli accusatori. Erano tutti di basso profilo culturale e probabilmente erano stati anche vittime di burle tipiche del nonnismo, e paradossalmente possono aver scambiato per rituali dissacratori quelle che erano iniziazioni burlesche tipiche delle istituzioni gerarchiche autonome e comunitarie.
Alcuni paesi addirittura accolsero e protessero i Templari fuggitivi o già insediatisi, creando nuovi Ordini ad hoc o inserendoli in Ordini già esistenti, come il Portogallo e la Scozia. In altri come il regno d'Aragona o a Cipro i Templari si rinchiusero nei loro castelli e fortezze e nessuno si sognò minimamente di tentare di minacciarli, essendo in questi luoghi ben organizzati militarmente e logisticamente.
In ogni caso l'esito non fu propriamente quello che Filippo il Bello auspicava, anzi potremmo definirla quasi un'operazione fallimentare per lui, essendo in molti ad aver approfittato della caduta in disgrazia dell'Ordine per appropriarsi dei suoi numerosissimi beni materiali, in particolare immobiliari, fagocitati in particolare dall'ordine degli Ospitalieri (Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, poi divenuti Cavalieri di Rodi e di Malta), dalle varie istituzioni ecclesiastiche e dai numerosi regni europei, mentre di molti beni mobili non si seppe più nulla in quanto probabilmente i Templari fecero in tempo a spostarli mettendoli in salvo dall'avidità degli avversari e persecutori.
La data effettiva che diede inizio alla dissoluzione dell'ordine, ormai divenuta famosa è il 13 ottobre 1307 (da allora il numero 13 nella superstizione popolare venne considerato sfortunato) quando per ordine del re di Francia venne eseguito quello che si potrebbe definire il primo arresto collettivo, rastrellamento o blitz poliziesco della storia, quando i soldati francesi irruppero in tutte le Precettorie e Mansioni francesi per arrestare i Templari e confiscare i loro beni.
Dal punto di vista formale con la Bolla Papale "Vox in excelso" del 22 marzo 1312 l'Ordine venne sciolto per decisione apostolica ma senza specificare alcuna condanna, senza cioè che vi fosse un riconoscimento di colpevolezza. e con la successiva bolla "Ad providam Christi Vicarii" del 2 maggio dello stesso anno si trasferirono i beni dell'Ordine agli Ospitalieri, che li incamerarono solo in parte, per i motivi già sopra esposti.
Il fenomeno socioculturale ma soprattutto mediatico che ruota attorno ai “Templari” ha ormai assunto dimensioni e complessità tali da divenire persino difficile da delimitare e approcciare seriamente: dal neotemplarismo mistico, religioso, truffaldino e cialtronesco, alla cinematografia, ai romanzi, all'elucubrazione fantasiosa di molti autori improvvisati, ecc., è talmente degenerato che ha indotto molti storici seri e qualificati, non solo a prendere le distanze da questo fenomeno di costume e di business, ma addirittura li ha indotti a crisi di rigetto, li ha resi prevenuti e li ha allontanati dallo studio della materia stessa, cioè dei Templari, nonostante abbiano influito, in modi non ancora completamente chiariti e compresi con consapevolezza, come nessun altra organizzazione nella Storia del Medioevo e dell’umanità in generale.
Fortunatamente lo stesso fenomeno ha indotto anche molti studiosi qualificati ad approfondire gli studi sull'Ordine producendo testi di valore ed eloquenti, fondati su ricerche mirate, scavi archeologici locali, e su nuovi documenti storici emersi negli ultimi anni, chiarendo molti aspetti che in precedenza erano ignoti, sfumati, incongrui e contraddittori.
Tali studi hanno consentito ad esempio di dissolvere le numerose leggende e dicerie sorte sui favolosi tesori dei Templari, di cui storicamente non vi è traccia, ne dell'esistenza e meno che mai di dove sarebbero stati nascosti e custoditi, così come della famosa presunta maledizione lanciata dall'ultimo Maestro Jacques de Molay mentre moriva sul rogo, e che in effetti fu suffragata dalla morte nei mesi successivi dei due protagonisti principali della loro sorte, il re Francia Filippo il Bello ed il Papa Clemente V, ma del cui pronunciamento non si ha alcuna documentazione.
A differenza di quanto si riteneva fino a poco tempo fa, il templarismo non è sorto solo in epoca napoleonica e quindi ottocentesca, ma ha origini precedenti, risalendo addirittura allo stesso secolo della loro persecuzione ed in quelli appena successivi, ad opera soprattutto di Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, alchimista, esoterista, astrologo e filosofo, che fu uno degli autori ermetici di maggior influenza nel '500 ed in parte anche se involontariamente e sorprendentemente dallo stesso Giordano Bruno nella seconda metà dello stesso secolo. Entrambi gli autori in alcune loro opere diedero lo spunto per le successive elaborazioni ermetiche e cabalistiche che sfociarono nel successivo pensiero dei Rosacroce, dell'Illuminismo e nella Massoneria.
Alcune di queste elaborazioni furono sostenute all'inizio del '700 dal duca Filippo d'Orleans, che poi divenne reggente di Francia, che indisse addirittura un'assemblea dei Templari a Versailles ricostituendone l'Ordine in funzione di una rinascita valoriale dell'aristocrazia francese, in termini di prestigio e reputazione. Queste iniziative ispirarono la nascita delle prime logge massoniche, favorite dalla fervida fantasia manipolatoria di un certo Andrew Michael Ramsey, scrittore scozzese di lingua francese intendente del principe di Turenne, che nel 1736 inventò un collegamento culturale e pseudostorico tra la massoneria e l'antico Tempio di Gerusalemme i cui segreti sarebbero stati tramandati dai cavalieri Templari che si erano appunto insediati sui luoghi gerosolimitani custodi di tali “misteri e tesori”. Era così sorto il “templarismo” combinandosi con gli aspetti misterici ed iniziatici dell'Illuminismo creando un cristianesimo rinnovato ed esoterico, intimistico e sapienziale.
Napoleone Bonaparte si limitò ad incoraggiare alcune di queste istanze, sia templaristiche che massoniche, in alcuni casi fusesi in un templarismo massonico, in quanto l'Imperatore dei Francesi coglieva in esse l'opportunità di favorire la nascente aristocrazia da lui stesso blasonata, assoggettandola simbolicamente tramite suggestive cerimonie, rituali, scenografie, ecc., idonee a crescerne il prestigio e l'influenza sociale. Iniziarono anche a prodursi e circolare falsi documenti storici che avvallavano l'idea di una continuità storica dell'Ordine del Tempio, che si sarebbe protratta segretamente dopo la morte dell'ultimo Maestro Jacques de Molay.
Esattamente come è avvenuto più recentemente nella seconda metà del XX secolo e l'inizio del XXI con il “neotemplarismo”, anche nell'800 si assistette ad innumerevoli liti e scissioni, falsificazioni ed imposture nella costellazione templaristica, frantumandosi in molteplici organizzazioni rivali se non addirittura ostili tra loro. Col passare del tempo furono molti i personaggi che diedero il loro contributo al templarismo ed al neotemplarismo (definirei in tal modo solo il fenomeno socioculturale sorto nella seconda metà del XX secolo), tra i quali Aleister Crowley, esoterista ed astrologo considerato il padre fondatore del moderno occultismo ed ispiratore del satanismo.
Ai giorni nostri si assiste ad una proliferazione di associazioni autoreferenziali e dalle gerarchie altisonanti e fittizie, onorificenze ed autoinvestiture, celebrazioni e rituali neotemplari, rievocazioni storiche in costume, siti turistici riscoperti con vocazione templare, riproposizioni neotemplari fantasiose ma spesso anche patetiche, convegni e conferenze indetti da presunti moderni templari e pseudo-esperti, pubblicazione di libercoli dai contenuti più stravaganti con voli pindarici e correlazioni forzate, ecc.. Una moda che perdura ormai da alcuni decenni foraggiata da approcci superficiali all'argomento ed in alcuni casi indurrebbe a sospettare anche un abuso di allucinogeni, segno ineludibile dei nostri tempi in cui prevale il disimpegno sociale e l'improvvisazione entusiastica spacciata per professionalità.
Studiare è faticoso ed essere seri ed obiettivi lo è ancor di più, richiedendo un'intera vita di studi ininterrotti, una sorta di formazione permanente.
Concludo con una riflessione elaborata dall'esperienza personale, che mi ha indotto a domandarmi quali motivazioni sottintendono ad ogni iniziativa:
di solito chi sa tace o parla poco, rivolgendosi esclusivamente a coloro che si dimostrano interessati ...
chi ha ben poco o nulla da dire parla molto, con consumata affabulazione, alla ricerca di ammirazione ...
Claudio Martinotti Doria
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(Stralcio di un articolo apparso su: Italia Medievale)


"Morire in piedi" - La morte di Julius Evola


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L’11 giugno del 1974 moriva il filosofo Julius Evola. Riproponiamo di seguito l’articolo di Carlo Cerbone pubblicato il 13 giugno del 1974 e dedicato all’opera di un pensatore scomodo.

Ha voluto morire in piedi – come è vissuto – dinanzi al suo tavolo di lavoro al quale da molto tempo ormai non si accostava, costretto come era all’assoluta immobilità. Presentendo la fine,*Julius Evola ha chiesto di essere trasportato al suo scrittoio* e lì, pochi minuti dopo, si è spento.

Chi lo ha conosciuto, chi conosce la sua opera ed il Suo insegnamento, sa che quest’ultima sua volontà non è solo un “gesto”, sia pur bello, ma è molto di più poiché ha un significato preciso e chiude in perfetta coerenza la sua vita.

Julius Evola non è stato solo un filosofo rigoroso, uno studioso delle civiltà tra i maggiori del nostro tempo, un orientalista di fama internazionale, il maggiore esponente del dadaismo in Italia; non è stato cioè un “intellettuale” freddo e distaccato, impegnato solo a rincorrere le costruzioni della propria mente, ma un uomo che ha vissuto il proprio pensiero e le proprie scelte, che *ha tradotto ciò che pensava e sentiva in modo di essere ed in realtà esistenziale*con una coerenza rigorosissima che nulla ha mai potuto intaccare.

Nato a Roma il 19 maggio 1898 da famiglia palermitana, volontario di guerra, sentì precocemente come suo compito una critica radicale del mondo moderno, rifiutato nella sua totalità in quanto epoca di dissoluzione. Il nichilismo inevitabilmente lo affascinò spingendolo all’avanguardia dei “controcorrente”: seguì così dapprima il movimento di *Lacerba* (era il tempo in cui Papini faceva l’individualista anarchico, nichilista e antiborghese) ed il futurismo; poi, subito dopo la guerra, il dadaismo il quale, come egli stesso scrisse più tardi, “non soltanto nel campo dell’arte ma altresì con riferimento ad una visione generale della vita portò le istanze di un rovesciamento di tutto fino a limiti radicalistici finora non superati”. A questo periodo appartengono il poema in francese *La parole obscure du paysage intérieur* e la produzione pittorica (un suo quadro, precisamente *Paesaggio interiore ore 10,30*, è conservato nella Galleria nazionale di Arte moderna di Roma accanto alle opere di Umberto Boccioni).

Ma il nichilismo non poteva bastare ad una natura e ad una intelligenza come la sua. “Il primo problema per una natura simile – ha scritto *Adriano Romualdi* interpretando acutamente il passaggio di Evola al periodo filosofico – era pervenire a rendersi conto del motivo della propria presenza nel nostro tempo. La soluzione di questo problema è la condizione fondamentale per sfuggire al nichilismo che, in un’epoca di dissoluzione, non può non affascinare i migliori. Evola si è sbarazzato di questa difficoltà accettando la sua presenza in questa vita come una libera sfida, quasi la scelta di un volontario che chiede di essere mandato in un settore maldifeso del fronte”. 


Attraverso una grave crisi Evola sbocca così nel suo “periodo filosofico”. *L’ardita ricerca dell’assoluto*, che già lo aveva gettato allo sbaraglio nell’arte di avanguardia, lo spinge a trovare logicamente “la necessità dell’Io di trovare il principio e la legge in se stesso”. Escono così la*Teoria* e la *Fenomenologia dell’individuo assoluto*, dove la giovanile meditazione su Nietzsche, Weininger e Michaelstaedter dà vita ad una critica originalissima delle posizioni dell’idealismo che crea un vivo disagio tra i fedeli di questa corrente filosofica (benché non manchino i riconoscimenti, come quello di Croce).

Ben presto anche la parentesi filosofica sarà chiusa e la spiegazione di questo abbandono la diede direttamente Evola stesso premettendo ai *Saggi sull’idealismo magico* queste significative parole di Lagneau: “La filosofia è la riflessione che finisce col riconoscere la propria insufficienza e la necessità di un’azione assoluta partente dal di dentro”. Sarà appunto verso questo sforzo di realizzazione interiore tendente all’estensione della volontà cosciente fin dentro la sfera della morte, che Evola si indirizzerà successivamente. 

Escono così *L’uomo come potenza*, il primo studio italiano sui Tantra, *La dottrina del risveglio*, un saggio sull’ascesi buddista che ha avuto il crisma della Pali-Society di Londra e *Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo* in cui Evola distingue la sua posizione da quella dei volgari spiritualisti ed occultisti in una critica magistrale di tutti questi movimenti.

Con l’affermarsi ed il consolidarsi del fascismo ad Evola sembra che si apra per l’Occidente una prospettiva di rinascita. Se *da un lato respinge l’indiscriminata qualifica di fascista e rifiuta la tessera del partito, dall’altro Evola non può non solidarizzare con gli uomini della “rivoluzione nazionale”.* Da queste speranze nasce un libro come *Imperialismo pagano* e nel clima da esse suscitato esce l’opera principale di Evola, quella della maturità, in cui il suo pensiero è definitivamente fissato: *Rivolta contro il mondo moderno*, che è essenzialmente una morfologia della storia.* In essa Evola fissa organicamente la contrapposizione tra mondo tradizionale e mondo moderno, tra il mondo dell’essere, della trascendenza, dell’ordine e quello del divenire, dell’immanenza, del caos, caratterizzato dall’avvento delle masse e dal predominio dell’economia*. Benché sia giunta alla quarta edizione l’opera non ha avuto in Italia la risonanza che meritava e che invece ha conosciuto all’estero e in particolare in Germania. Gottfried Benn, uno dei maggiori poeti e saggisti tedeschi, ha scritto di essa: “E’ un’opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l’Europa con sguardo diverso”. 

Gli scritti successivi dipendono da “Rivolta”. Ad essa si riaggancia direttamente *Gli uomini e e le rovine*,  testo fondamentale di dottrina politica che costituì il contributo di Evola alla battaglia nazionale degli anni Cinquanta. Il suo ultimo contributo politico: il ristagno della situazione politica italiana all’alba degli anni Sessanta e l’accelerarsi del moto discendente della civiltà occidentale contribuirono infatti ad allontanarlo definitivamente dalla politica.* “Il suo interesse – ha scritto Adriano Romualdi – si sposta lentamente verso quei sentieri lungo i quali si può attraversare incolumi la foresta pietrificata del mondo moderno”.

In *Metafisica del sesso*, tradotta in francese e in tedesco, indaga i significati profondi dell’esser uomo e dell’esser donna; in *Cavalcare la tigre tratteggia la figura del tipo umano capace di attraversare il deserto del nichilismo contemporaneo.

*Cavalcare la tigre", apparso nel 1961, è l’ultimo libro importante di Evola, quello con cui si chiude il ciclo propriamente creativo. È significativo che la sua opera, scaturita da un’amara ma lucidissima meditazione sulla decadenza dell’uomo moderno, si sia chiusa con un libro che, nonostante rappresenti un ritorno al nichilismo (in verità però molto diverso da quello dei primi anni) ed esponga tesi estremamente radicali, sia ugualmente portatore di una parola di certezza nella dottrina del superamento e della vittoria.

A questo punto appare chiaro perché l’ultima volontà di Evola – morire “in piedi” – non costituisca solo e semplicemente un gesto. In piedi ha trascorso tutta la sua vita assumendosi fino in fondo, di fronte a se stesso e agli altri, la responsabilità del proprio pensiero. *E’ stato definito un maestro* (il che non gli piaceva, coerentemente col suo modo di pensare e sentire)*ed effettivamente lo è stato, nella pienezza dell’espressione, per l’insegnamento, cioè, e per l’esempio. 

Un insegnamento e un esempio che hanno lasciato una traccia profonda, che sono cioè valsi anche per quanti non hanno ritenuto di poter accettare tutto il suo pensiero e magari i presupposti stessi di esso.
Carlo Cerbone

Una memoria sulla Rete Bioregionale Italiana... dal 2010 al 2017

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Calcata

Il mio ingresso nella Rete Bioregionale Italiana è avvenuto dopo aver incontrato Paolo D'Arpini, a Calcata, ed  ha pressappoco coinciso  con la  "scissione"  di alcuni dei fondatori avvenuta   nel 2010.  L'incontro bioregionale  avrebbe dovuto tenersi ad Acquapendente, nel parco di Monte Rufeno, verso la fine di ottobre del 2010. Acquapendente era stata scelta perché lì fu fondata la Rete nella primavera del 1996 e si voleva con questo incontro cercare di appianare le divergenze che si erano venute a creare  in merito al problema dell'alimentazione bioregionale. Malgrado la programmazione fosse già in fase avanzata, con contatti presi da parte di Jacqueline Fassero con la direzione del parco per fissare la data e prenotare l'uso delle strutture ricettive, improvvisamente -come un fulmine a ciel sereno- giunsero le dimissioni dell'allora coordinatore della Rete Giuseppe Moretti, immediatamente seguite da quelle di Etain Addey e di altri. La cosa avvenne ai primi di luglio 2010.

Essendo stato annullato l'incontro di Monte Rufeno, i membri "residui" della Rete Bioregionale  decisero di promuovere un convegno ri-organizzativo, che si tenne il 30 e 31 ottobre 2010 a San Severino Marche, presenti alcuni dei vecchi aderenti (come Felice del Seminasogni) e diversi nuovi, da quello la Rete assunse una nuova forma, ovvero i nodi non furono più definiti territoriali ma tematici, ed il nuovo coordinatore -di fatto- divenne Paolo, che era  stato uno dei fondatori della Rete nel 1996. 

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San Severino Marche

Questo piccola descrizione dell'antefatto, me l'ha suggerita  Paolo stesso. Come sapete, io ho poca memoria, in più, avendo vissuto quegli eventi solo di riflesso, non avrei potuto ricordarli bene... Certo che, a parte Paolo, gli altri aderenti, se così li possiamo chiamare, hanno contribuito unicamente alla presenza dando a mala pena un apporto "virtuale" e la carretta ha continuato a tirarla avanti lui, con me come aiutante (scarso, anche perché, secondo me, se non c'è un gruppo di persone coeso ed attivo, cosa si può ottenere? Sprazzi di idee, un modo di vivere che fa fatica a diffondersi).

Le persone che si avvicinano alla Rete  lo fanno perché trovano nella figura di Paolo un qualche "appeal", magari per la sua cultura, il suo modo di raccontare storie, la sua "santità" e saggezza...  (molte altre però scappano, non sopportando la sua franchezza e decisione).

Comunque gli incontri, dopo quello di San Severino Marche sono proseguiti ogni anno. Nel 2011 ad Ospitaletto di Marano, a casa di Marco e Valeria, in quell'occasione, in cui ricordo tra i partecipanti Manuel Olivares e Rosa Delgrano, abbiamo avviato il blog "La Rete delle Reti" e quello fu un bel risultato. Eravamo in pochi ma provenienti da varie parti d'Italia 

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Ospitaletto di Marano


Il 2012 fu l'anno in cui ho "bigiato" l'incontro  della Rete (mia figlia stava affrontando l'esame di maturità e non me la son sentita di lasciarla sola), che da quell'anno in poi si è chiamato "Incontro Collettivo Ecologista" e  si tenne ad Aprilia. Dai racconti e dalle foto viste deve essere stato un bell'evento, ricco di umanità,  proposte ed esperienze. C'erano Daniele Bricchi, Giorgio Vitali e Orazio Fergnani (la coppia più bella del mondo), Riccardo Oliva, Giulietta Blu,  Stefano Panzarasa e tanti altri. Insomma, le terre laziali davano nuovo ossigeno e nuove forze. 

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Aprilia

Nel 2013 a Vignola l'incontro fu bello anche se ci furono alcuni piccoli contrattempi. Vennero alcuni "fedelissimi" dal Lazio, come Vittorio Marinelli, più diversi "locali" che ruotano attorno alla "Bifolca", l'azienda agricola dell'amica Maria Miani che ci ha ospitato e qualche cane sciolto: Pierre Tosi, Linda Guerra, ecc... 

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Vignola

Nel 2014 a Montesilvano, dal caro amico Michele Meomartino, fu tutto perfetto. Lui è un ottimo cuoco ed il cibo, vegetariano e bioregionale, in questi incontri, è un aspetto niente affatto da sottovalutare. Antonio Onorati di Crocevia ed il biologo Giovanni Damiani ci hanno "onorato" della loro presenza. 

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Montesilvano

Nel 2015 eravamo a Montecorone di Zocca dall'amico Pietro Rossi. Bella atmosfera, parecchie persone, buon cibo, racconti di esperienze anche forti, ad esempio con Karl, americano ex detenuto in America.

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Nel 2016 siamo stati nel Lazio, a Ronciglione, dal 25 al 26 giugno. Lo scopo era  anche quello di far incontrare a Paolo i vecchi amici ed alcuni parenti.  Abbiamo trascorso un paio di giorni fra amici sinceri, stringendo nuovi rapporti e rinsaldando i vecchi, perché, per me, come dissi da uno dei primi incontri, l'importante è che venga fuori l'umanità, dimenticando i problemi contingenti di ognuno, ma focalizzandoci su quelli più grandi di noi e per i quali magari non possiamo fare tanto, ma mantenere viva l'attenzione, nostra e altrui, quello si. 

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Montecorone di Zocca

Nel 2017 abbiamo avuto parecchie indecisioni sul luogo in cui incontrarci, poteva essere in provincia di Verona, di Udine, di Arezzo, di Viterbo o di  Modena. Poi le opzioni si sono fatte più chiare e abbiamo deciso di tornare dall'amico Pietro a Montecorone. Pietro è una persona gentile ed accogliente, abita in una casa secolare, che si trova nel mezzo del Parco dei Sassi di Roccamalatina, con le sue proprie mani restaurata con pietre e legnami locali, dispone di una foresteria per gli ospiti e di varie capanne nel bosco, coltiva l'orto ed alleva api e galline, si interessa di ecologia profonda ed è un vero riabitante bioregionale, cuoce il suo pane nel forno a legna e conosce bene il territorio, le erbe e gli animali. Siamo perciò molto lieti di poter quest'anno essere suoi ospiti.  Intanto rinnoviamo l'invito a partecipare, l'appuntamento è per il 24 e 25 giugno 2017...

Caterina Regazzi

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I misteri dell'universo visibile - Buchi neri, particella di Dio, materia oscura.... e prana...



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Solo 50 anni fa accennare all’esistenza dei buchi neri nell’Universo  per molti era un’eresia scientifica, nonostante Einstein  ne avesse previsto l’esistenza, oggi  è una realtà acquisita scientificamente. Parlare poi di materia ed energia oscura fino al 1980 per molti accademici era roba da film di fantascienza. Oggi gli scettici di allora si pentono di non far parte di chi, invece, ha iniziato a riscrivere la storia dell’Universo.

Dal Cern di Ginevra è arrivata la conferma definitiva sull’esistenza della materia oscura e dell’energia oscura. L’anello di 27 Km che compone il super acceleratore di Ginevra è stato ulteriormente potenziato, ora riceve ben 13 mila miliardi di elettronvolt ( 13 TeV ), contro i precedenti 12 TeV che gli avevano consentito di scoprire nel 2012 l’esistenza del bosone di Higgs ( la “particella di Dio”). Questa estrema potenza ha permesso di dare le prime risposte sull’esistenza delle misteriose forze invisibili che governano l’universo.  Finalmente si è capito che la materia oscura e l'altrettanta misteriosa energia oscura sono due elementi base del nostro universo. Insieme occupano il 96% del cosmo e la loro influenza è immensa. Si è scoperto infatti che siamo immersi in qualcosa che fino a qualche decennio fa era impensabile: esiste (ma non sappiamo bene ancora cosa sia) una materia oscura, che tende a far restringere il cosmo per effetto della gravità e un’altra, l’energia oscura, che invece tende a farlo espandere. Quindi per gli scienziati la materia oscura serve a tenere insieme ammassi stellari e più propriamente le galassie, mentre l’energia oscura dal Big Bang  ad oggi non fa altro che allargare i confini dell’Universo.

Le galassie, gli ammassi stellari, le stelle e i pianeti che osserviamo con i nostri telescopi, sono solo una minima parte della massa stessa del cosmo, e questo  perché la materia oscura è invisibile all’occhio umano ed ai più sofisticati strumenti elettronici. E’ accertato che ogni galassia è “incapsulata” in una sorte di bolla invisibile o, meglio, in una nube che la NASA ha anche cercato di rappresentare graficamente ( vedi illustrazione ). Questa nube di materia oscura si estende per un raggio molto più grande della galassia stessa.

Uno dei metodi applicati per capire la presenza e la quantità di materia oscura che avvolge le galassie o gli ammassi delle stesse è quello della distorsione della luce proveniente da fonti di luce dietro la galassia che osserviamo. Si sa ( il grande Einstein lo aveva già scoperto ), che la luce non viaggia nell’universo solo in linea retta, ma può deviare e superare l’ostacolo che incontra per poi procedere nuovamente in linea retta. Questo fenomeno si osserva attraverso degli archi che si visualizzano intorno ad un corpo celeste in osservazione. Vediamo questi effetti da lente gravitazionale: queste distorsioni ci dicono, ancora, che gli ammassi sono avvolti da materia oscura.

Basandoci quindi sulla quantità di distorsione presente nelle immagini che catturiamo con i potenti telescopi orbitanti possiamo calcolare quanta massa ci deve essere in una galassia o ammasso di galassie. Alla fine risulta una  quantità enorme rispetto al visibile. La deviazione della luce quindi ci informa sulla consistenza della struttura che attraversa. Questa struttura è la materia oscura in cui le galassie sono immerse.

“La materia e l’energia oscure, oltre ad ampliare le conoscenze sulla composizione del cosmo, ha implicazioni sulla nostra vita quotidiane?”- Questa la domanda che una studentessa di una università olandese ha posto giorni fa agli scienziati della NASA.  Ed ecco la risposta: -“ Si!” -  

Questa materia oscura esiste intorno a noi, ci pervade  e, forse, condiziona la nostra esistenza senza che noi ce ne accorgiamo. Sappiamo da molti anni che gli stessi neutrini provenienti dallo spazio   (nascono all’interno delle stelle) penetrano senza che ce ne accorgiamo la materia, il pianeta e i nostri corpi. Ora dobbiamo aggiungere la materia oscura. Possiamo ben dire a questo punto che siamo immersi in un “ambiente alieno “ da cui dipendiamo forse anche come sopravvivenza. Ma tutto ciò migliaia di anni fa qualcuno l’aveva già intuito: le antiche culture dell’India da cui poi sono nati l’Induismo e il Buddismo questo lo sapevano. La materia oscura, nonché l’energia oscura, loro la chiamavano e la chiamano: Prana.

Per gli indù e i buddisti il Prana è l’essenza della vita  è la forza vitale che pervade ogni cosa dalle stelle ai pianeti fino agli esseri viventi. I maestri tibetani hanno sempre affermato che se l’essere umano sapesse compenetrare l’energia pura dell’universo, cioè il prana, e con essa e armonizzarsi, potrebbe vivere fino al termine della sua vita biologica, anche senza assumere cibo.  Questa affermazione, che per la scienza ufficiale è illogica, trova invece conferma nei centinaia di casi riportati dalle cronache indù, dal lontano passato ad oggi. Molti asceti infatti hanno vissuto, superando anche  i 100 anni di vita, in meditazione senza mai nutrirsi.  Anche ai giorni nostri c’è un caso simile studiato da decenni da medici e scienziati, è il caso dello yogi indiano Prahlad Jani che vive dall’età di 12 anni senza bere e mangiare all’interno di una grotta nella regione settentrionale indiana di Gujarat.

Il team di scienziati del Defence Institute of Physiology and Allied Sciences (Dipas) che lo ha studiato 24 ore su 24 per 15 giorni consecutivi, non sa spiegare il fenomeno. Nessun essere umano potrebbe resistere senza bere più di 5 giorni. In ogni caso i valori metabolici e comunque funzionali di un organismo che non si alimenta né assume acqua verrebbero sconvolti.  In Prahlad Jani invece gli esiti degli esami hanno dato valori positivi, riscontrabili in un giovane di 25/30 anni e non in un vecchio di oltre 80 anni. Per gli scienziati è un caso sconvolgente per la scienza, la quale non sa dare una risposta. Alla domanda del team scientifico all’asceta di come fa a nutrirsi, lui risponde :-“ in me entra l’energia del Sole e quella mi nutre e mi disseta”-. Ma come fa quest’energia ad entrarti dentro, hanno chiesto ancora gli scienziati, e lui: - “attraverso la meditazione consento all’energia vitale dell’universo di fluire dentro di me”-

E allora, a questo punto, possiamo dire che la risposta data da uno scienziato della NASA alla studentessa olandese calza a pennello: “Si, questa scoperta può cambiare il futuro dell’umanità.”-

In conclusione dobbiamo ancora volta considerare la sapienza e la conoscenza degli antichi e forse, con un po’ di umiltà, cercare attraverso antichi testi, miti e legende le risposte che oggi ci dà la scienza, ma che scopriamo ogni volta già scritte.

Ennio La Malfa


Autoanalisi - Pre-conoscenza o pre-giudizio?


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Vorrei mettere in chiaro alcuni concetti base della ricerca di "sé" (in chiave di spiritualità laica)  attraverso l'autoanalisi. Trattasi di una semplice ri-scoperta  di  qualcosa che c'era già, ma che aveva bisogno di essere "espressa", nella via personalizzata del ritorno a casa. Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire quegli aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono.

....dove le civiltà dei vivi e dei morti si incontrano!

Il nostro osservare il mondo, sia interiore (delle emozioni) che esteriore (degli oggetti), non è quasi mai “pulito”, privo cioè di interpretazione e concettualizzazione. 

Siamo avvezzi a giudicare quel che osserviamo attraverso il filtro della memoria e delle sensazioni collegate alle trascorse esperienze. Anche nel caso di eventi “nuovi” o di idee precedentemente non considerate non facciamo a meno di cercare di “comprendere” e misurare sulla base del nostro conosciuto. Ecco questa “preconoscenza” è la nostra “schiavitù” ma se potessimo lasciarci andare sino al punto di poterci osservare mentre si innesca il meccanismo del “pre-giudizio” e capire il suo funzionamento... potremmo già considerare questa “attenzione” come una prima forma di meditazione e distacco dal processo appropriativo in corso.

Facciamo un'analogia pratica, per esemplificare questo tentativo di spostare l'attenzione dall'io giudicante alla capacità testimoniale della pura coscienza, analizzando il funzionamento del sogno. Quando sogniamo tutto avviene in modo apparentemente costruito e definito mentre allo stesso tempo gli avvenimenti del sogno mantengono il senso dell'imponderabilità. Il personaggio specifico del nostro sogno, nel quale noi ci identifichiamo, è esso stesso una semplice componente inscindibile dalla complessità del sogno, in cui i vari attori, figure, oggetti ed eventi sono un tutt'uno. La “farsa” del sogno mostra un'apparente finalità e significato agli occhi del personaggio di sogno nel quale ci identifichiamo. Vediamo che egli infatti compie gesti deliberati e verosimili sforzi di volontà per raggiungere i suoi fini di sogno, rapportandosi inoltre con gli altri personaggi del sogno come “diversi” da sé. 

Può ciò corrispondere a verità?

Tutti gli aspetti del sogno sono prodotti dalla stessa mente e non sono in alcun modo controllabili e gestibili da alcun personaggio o situazione del sogno. Essendo ognuno di questi elementi semplici componenti “passive” immaginate nella mente del sognatore. Dal punto di vista dell'esperienza “empirica” nello stato di veglia si può dire che il processo di “creazione” sia praticamente il medesimo. Tutti gli oggetti ed i soggetti che reciprocamente si percepiscono (essendo ognuno contemporaneamente soggetto ed oggetto nella percezione altrui) scaturiscono dalla stessa “Mente”, o Coscienza, e si dipanano sullo schermo concettuale degli eventi spazio-temporali. In effetti, in questo funzionamento totale, non può esistere alcuna volizione o finalità personale, poiché (come nel sogno) ogni cosa si svolge indipendentemente dall'intenzione di qualsiasi dei personaggi sognati. Pur che apparentemente essi assumono su di sé il senso dell'affermazione o della negazione di una loro “volontà”, ma questo avviene solo conseguentemente alla considerazione effettiva degli eventi già vissuti. Ovvero dopo aver “giudicato” i fatti accaduti ed averli assunti come propri (attraverso il senso di identificazione) e quindi definiti come positivi o negativi (ai fini del personaggio). 

Da ciò, per estensione, arriviamo all'identità dello stato di veglia e scopriamo che -come nel sogno- a manifestare la vita e le sue componenti non sono i singoli esseri bensì la Coscienza stessa, impegnata com'è nell'opera di vivificazione delle sue emanazioni e manifestazioni, che sono possibili solo per suo tramite.

Per questa ragione è detto che “quando il me scompare l'Io si manifesta” (Ramakrishna Paramahansa), ovvero quando l'identificazione individuale cessa automaticamente la Coscienza impersonale emerge. Si dice che “emerge” in quanto tale pura Coscienza è già insita nell'individuo stesso (come la mente è presente nel personaggio sognato) che la “sostanza” non appartiene alla sembianza mutevole ma è l'essenza che la anima. Ovviamente in caso di “risveglio” al puro Io il senso di identità individuale “muore” ma questo non implica l'automatica scomparsa della sua “sembianza” apparente, che continuerà a restare nella percezione degli “altri” osservatori, ma svuotata al suo interno di ogni identificazione oggettiva, essendo il risvegliato pura e semplice “soggettività” 
(Consapevolezza priva di attributi).

La spontaneità è la caratteristica “comportamentale” del risvegliato, quando spontaneità significa semplice capacità di risposta, adeguata e consona, alle situazioni in cui egli si imbatte. In un tale essere non permane alcuna ombra di intenzionalità o di giudizio, di desiderio o repulsione, la sua “volontà” corrisponde esattamente agli eventi vissuti senza che lui lo ricerchi. Possiamo definire questo stato: Libertà.

Per significare la vera natura dell'essere ed il “ritorno” all'intrinseca consapevolezza che gli è propria, ammettendo che tale natura è la stessa per ognuno di noi, mi piace riportare una frase di Nisargadatta Maharaj, che disse: “Non importa ciò che fai o ciò che non fai se hai realmente percepito quello di cui sto parlando. Diversamente, non importa nemmeno se tu non hai capito quel di cui sto parlando..” Il che significa che in entrambi i casi la realtà intrinseca non cambia... e quel che è destinato ad avvenire avviene per conto suo.... 

Succede però che questo discorso, pur essendo a volte intellettualmente accettato, necessiti spesso una digestione ed assimilazione, deve insomma essere fatto “nostro”. Ciò può avvenire attraverso la riflessione, la rielaborazione e il riconoscimento al nostro interno di tale verità. Ora in qualche modo ci sembra di aver compreso ma dobbiamo disintossicarci dalla tendenza speculativa e dall'identificazione con il personaggio incarnato. A tal fine, non per ottenere la condizione che è già nella nostra natura ma allo scopo di scongiurare l'imbroglio della mente, consiglio la lettura ripetuta e la ponderazione sulle immagini contenute nel Libro dei Mutamenti (I Ching), un compendio di esempi archetipali psicosomatici, descrivente cioè i diversi modelli comportamentali, basati sulle variegate capacità espressive della mente nello svolgimento degli eventi spazio-temporali. Per mezzo dell'analisi sarà possibile riconoscere le multicolori forme che la mente può assumere in questo mondo di apparenze, essendo le sue trasformazioni semplici risultanze, risonanze e adattamenti alle condizioni che si trova ad affrontare. Questa è una risposta automatica allo svolgimento delle continue mutazioni e mescolamenti degli elementi basilari della vita.

Ovvio che tali mutazioni sono praticamente infinite ma nel Libro dei Mutamenti si esaminano 64 aspetti/madre, in forma di esagrammi in cui ogni linea è una componente costitutiva con propri significati. Essendo questo testo il risultato di un antichissimo e costante studio ed osservazione di fenomeni naturali e sociali, interpretati e visti sia con la ragione che con l'intuizione, esso si presenta come un complesso integrato dei diversi modi espressivi analitici ed analogici della mente.

“Conoscere la mente per non farsi imbrogliare dalla mente..” Affermava Ramana Maharshi.

E nel Libro dei Mutamenti si può dire che vengono fusi sia gli aspetti filosofici speculativi e metafici che quelli analitici ed empirici (Taoismo e Confucianesimo), perciò la prassi è quella di osservarne le immagini senza volerne assumere i concetti, un buon metodo per avvicinarsi alla corrispondente spontaneità comportamentale del saggio, basata sulla capacità di immediata risposta comportamentale nelle varie situazioni incontrate nella vita, anche in considerazione delle peculiari caratteristiche da ognuno incarnate e nella posizione e condizione in cui siamo. Insomma, conoscere il mezzo per affrontare adeguatamente il percorso. 

Siccome la lettura del testo non è immediatamente chiara e assimilabile è consigliabile una ripetizione continuata, ma senza sforzi interpretativi, in modo da sospingere pian piano la nostra mente verso quel necessario “distacco” da finalità precostituite, tralasciando quindi il tentativo di comprensione dei significati razionali e lasciando che le immagini evocate trovino corrispondenza nel nostro inconscio.

Paolo D'Arpini 

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L' Universo nasce nella penombra dell’aurora primordiale...


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Tutto ciò che esiste nel mondo sorge dall’incontro fra le tenebre e la luce, fra la terra ed il cielo, fra il femminile ed il maschile. Questa è una teoria espressa non soltanto in India od in Cina ma presente in ogni filosofia e religione e persino nella scienza empirica. Ma in Cina ed in India maggiormente il discorso binario delle forze creatrici è stato analizzato in profondità e portato alle sue estreme conclusioni. Tutti sanno –ad esempio- cosa sono lo Yin (femminile) e lo Yang (maschile) e molti conoscono il binomio Shakti (fenomeno) e Shiva (noumeno).
Nella penombra dell’aurora si dice che il mondo sia stato creato da Brahma. La descrizione di questa creazione è molto semplice. La mitologia cosmologica mistica descrive la nascita di tutti gli esseri attraverso l’opera creativa di Brahma. Il creatore dovendo svolgere il suo compito formulò in se stesso il principio femminile “Sandhia” che significa Aurora, assumendo egli il principio maschile. Una volta che questa sua “figlia” apparve davanti ai suoi occhi egli ne fu così affascinato che s’invaghì della sua stessa creazione. Sandhia cercò di sfuggire alla bramosia di Brahma ed assunse di volta in volta una forma diversa, sempre al femminile, mentre Brahma la rincorse nella forma maschile della stessa specie. E così tutti gli esseri senzienti furono alfine prodotti. Questa allegoria simbolica del “rincorrersi” è ripetuta anche nella teoria del Big Bang, in cui l’unità indistinta primordiale (Tao per i cinesi) si trasforma in grande esplosione creatrice (il desiderio del moltiplicarsi), resa possibile dall’espansione del tempo nello spazio, potremmo egualmente chiamarli luce e tenebra….
Ma voglio scendere nei particolari minuti, sulle intuizioni presenti in ognuno di noi, prendendo l’esempio della mia stessa vita. I ricordi più lontani che ho di me stesso risalgono al limbo del grembo materno ed al momento della nascita. Allora percepivo chiaramente il destino della forma che avrei assunto, con tutte le difficoltà conseguenti al necessario riequilibrio di un precedente karma. La volontà di uscire fuori dall’utero era molto debole, vedendo le umiliazioni, le paure, le fatiche, le trasformazioni che mi aspettavano… eppure ad un certo momento sentii che non potevo tirarmi indietro, che questa nascita era necessaria per la mia evoluzione, che vi sarebbero stati anche momenti santi e gloriosi, che questa mia vita avrebbe aiutato il compimento anche di altre esistenze. E così venni alla luce, tirato fuori da un forcipe…. Che la levatrice infine usò, vista la mia reticenza a nascere….
E poi i momenti cruciali legati all’insoddisfazione per la forma assunta. A circa 6 od 8 mesi, ricordo che mia madre descriveva ad una amica in visita il colore dei miei occhi “prima era azzurri ora stanno diventando verdi –forse castani..”. Ed infatti i miei occhi sono castani, con striature verdognole (”cacarella” dice mia figlia Caterina), l’azzurro tanto desiderato è rimasto solo un alone nella pupilla.
Ed il desiderio carnale, la paura e la gelosia edipica? A circa un anno e mezzo ricordo che una sera ero nel mio lettino, nella stanza dei miei genitori, che evidentemente volevano copulare, ma io non mi addormentavo e mi dissero “dormi se no dalla finestra viene il gatto mammone”. Neanche sapevo cosa fosse una tale bestia ma immediatamente percepii una figura nera che mi osservava dalla finestra e implorai mia madre di farmi andare nel suo letto. Ma non fui accettato e fui zittito con frasi tipo “ma no… ma no.. il gatto mammone non c’è.. resta nel tuo lettino..”. Eppure per me c’era anche perché sentivo rumori strani… Poi a circa due anni e mezzo, quando era nata da poco la mia sorellina Maria, assistevo alla sua poppata al seno e mi venne il desiderio di bere anch’io di quel latte ma presi la cosa alla larga “Mamma, mamma… come fa il latte ad uscire dalla sisa?” E mia madre scherzando sollevò la sisa la spremette nella mia direzione facendone uscire uno schizzo di latte che mi colpì in faccia.
Lascio da parte altri ricordi di questo genere e racconto solo quello che fu per me illuminante e mi diede la visione della realtà indivisa. Un giorno, avevo circa quattro anni, osservavo nel raggio di sole che entrava dalla finestra una moltitudine di piccoli esseri che si muovevano, un pulviscolo di particelle misteriose, e chiesi a mio padre “papà.. cosa sono tutte queste cose che si vedono nel raggio di luce?” e lui mi rispose (dopo aver osservato a sua volta) che si trattava di minuscole forme di vita. Immediatamente percepii la verità che la vita è una realtà indivisa, la stessa cosa che oggi affermano gli scienziati, che non c’è separazione e che veramente tutto è una manifestazione del gioco delle particelle quantiche primordiali. Ed lo dissi esclamando “ma allora non c’è divisione fra noi… siamo tutti la stessa cosa!”. Ovviamente mio padre, vittima della visione dissociata negò dicendo che ognuno ed ogni cosa era separata, e qui dovetti iniziare a fare i conti con l’accettazione della mia verità intuitiva rispetto a quella descritta dagli altri….
Ma insomma qual è il meccanismo concettuale dietro alla creazione del mondo?
A questa domanda Nisargadatta Maharaj rispose in modo lucido e chiaro: la creazione del mondo, come apparizione nella coscienza, ha un decuplo aspetto:
- Purusha (maschile o mente) e Prakriti (femminile o natura), il materiale psichico e fisico.
- L’essenza dei cinque elementi fondamentali (visti come stati energetici): etere, aria, fuoco, acqua e terra, in continua e mutua frizione.
- I tre attributi (o qualità): satva (armonia), rajas (attività), tamas (inerzia)
Un individuo può pensare di essere lui stesso ad agire in realtà il suo nome e forma non sono altro che l’espressione combinata dell’incontro fra questi fattori.
In verità ognuno di noi è null’altro che “coscienza” ovvero la capacità di osservazione e di vivificazione che rende possibile il gioco degli elementi e dei vari aspetti psichici. La forma incarnata è un po’ come la particolare immagine che si forma al caleidoscopio, od alla slot machine, alla quale noi osservandola diamo un valore e significato sulla base di certe convenzioni. Le forme differiscono così tanto in qualità e quantità, dati i possibili mescolamenti dei 10 aspetti coinvolti, che alla fine appaiono individui come Hitler o Gandhi….
Facendo un’analisi all’inverso, tornando cioè indietro nella formazione degli aspetti, notiamo che le tre qualità non sono altro che il movimento del “maschile” (rajas) e del “femminile” (tamas) nel gradiente formato dallo spazio-tempo ed osservato nella “coscienza” (satva). Mentre gli elementi son solo le posizioni assunte dalle qualità nel gradiente, cioè: satva = etere; satva e rajas = aria; rajas = fuoco; rajas e tamas = acqua; tamas = terra.
Ma apprendere il meccanismo concettuale “esteriore” serve a poco se manca la capacità di riconoscimento e radicamento della propria identità primordiale, la pura consapevolezza, alla luce della quale tutto avviene.
Il pensiero “io sono” vibra nell’esistenza e tutto appare!

Paolo D’Arpini