Il karma genealogico... tra Jung ed Hamer


C. G. Jung ha dimostrato, attraverso le sue ricerche, che esiste una correlazione tra l’inconscio individuale e quello collettivo, una trasmissione psichica inconscia tre le generazioni che ora viene studiata dalla psicogenealogia, dalla programmazione neuro-linguistica, da alcuni neuro scienziati (che affermano che il motto “penso dunque sono” si può trasformare in “penso dunque siamo”) , dalla fisica quantistica (aspazialità.atemporalità-sincronicità) ecc.
Scrisse Jung nel suo libro “Ma vie”: “Mentre lavoravo al mio albero genealogico, ho capito la strana comunanza di destino che mi lega ai miei antenati. Ho fortemente il sentimento di essere sotto l’influenza di cose o problemi che furono lasciati incompleti o senza risposta dai miei genitori, dai miei nonni, dai miei bisnonni e dai mei antenati. Mi sembra spesso che sia una famiglia, un karma impersonale che si trasmette dai genitori ai figli. Ho sempre pensato che anch’io dovevo rispondere a delle domande che il destino aveva già posto ai miei avi, domande alle quali non si era ancora trovata una risposta, o anche che dovevo risolvere o semplicemente approfondire dei problemi che le epoche anteriori lasciarono in sospeso.La psicoterapia non ha ancora tenuto abbastanza in conto queste circostanze:”
Un caso che mi ha molto colpita riguarda una giovane che, quindici anni anni fa, mi chiese informazioni sulle scoperte del dr. R. G. Hamer perchè desiderava capire la causa del suo tumore. Mi raccontò che il suo nome le era stato assegnato in ricordo di due parenti decedute anni prima della sua nascita, una cugina e una zia. La cugina si ammalò e morì giovane della stessa grave malattia che lei ebbe da adolescente e la zia si ammalò e morì a seguito del suo stesso tumore . Il fatto di essere sopravvisuta, si disse quasi miracolosamente, alla sua prima malattia l’aiutò a ben sperare anche nel caso della nuova diagnosi di tumore. Desiderava però conoscere le cause e l’evoluzione biologica del suo tumore che comprese poi attraverso le scoperte del dr. Hamer. Questo caso così particolare evidenzia come alcune scoperte possono aiutare la guarigione e la risposta ad alcune di quelle domande che, come sopra esposto, Jung aveva posto a seguito delle sue intuizioni.
Paola Botta Beltramo

Yad Adonai - La leggenda della "Manina di Fatima"

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La cosiddetta "Manina di Fatima" in realtà è la Yad Adonai, un simbolo prettamente ebraico. La mano è raffigurata simmetrica (come se avesse due pollici), perché in tal modo le dita venivano ad assumere la forma del nome divino IHWH in lettere ebraiche, ed era un simbolo ebraico molto diffuso come lo è ancor oggi fra gli Ebrei di tutto il mondo. 

Lo era in particolare fra gli Ebrei del Nord Africa, specie in Tunisia, dove la maggioranza della popolazione era ebrea e lo Stato era governato da una sacerdotessa ebraica (La Kahina). Con la colonizzazione islamica del Nord Africa, le popolazioni indigene ebree o cristiane finirono massacrate, e coloro che si salvarono dalle stragi vennero convertiti all'islam con la forza. Presso di loro era molto diffuso come talismano la Yad Adonai, e gli imam locali, invece di proibirne l'uso, lo islamizzarono inventando la leggenda su Fatima, leggenda che nelle aree islamiche dove la Yad Adonai non era diffusa è semplicemente sconosciuta. 

Ovviamente il contenuto della leggenda è del tutto anacronistico, perché nel periodo in cui si riferisce la poligamia e il possesso di schiave era diffuso e socialmente e religiosamente accettato, e nessuna moglie si sarebbe mai azzardata a protestare se il marito prendeva un'altra moglie o acquistava delle schiave con cui era lecito avere rapporti sessuali. Storicamente poi sappiamo che, oltre a Fatima, Ali non restò affatto "monogamo per far piacere a Fatima", ma ebbe altre mogli e altre schiave, avendo da tutte loro figli che poi giocheranno un ruolo significativo nella storia araba successiva. 

L'origine ebraica e non islamica del simbolo è poi dimostrano da due elementi fondamentali 
1) La forma delle dita, che rappresentano lettere ebraiche e non arabe; 
2) Il fatto che al centro della mano venga costantemente riprodotto il Sigillo di Salomone.

Arya Samaj -   aryasamaj.roma@gmail.com

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Articolo collegato: http://www.eticamente.net/48754/mano-di-fatima-la-leggenda-del-simbolo-della-femminilita.html

"Gli incantatori di serpenti" di Simon Smeraldo - Recensione - Con un brano su Arcano XVII (La Stella)



Il libro "Gli incantatori di serpenti"  è ora in distribuzione. Buona lettura di storie di magia e dell'insolito, incentrate soprattutto su di una rivisitazione personalizzata dei Tarocchi e dell'Alchimia in senso lato... ma più in generale sul grande mistero della Vita.

Un Brano dal libro - Arcano XVII- La Stella 
"Tra le ballerine di Broadway la stella era indiscutibilmente lei, Trixie. Sì, io la conobbi in una notte fumosa al tavolo da poker...una di quelle notti in cui ti senti padrone del mondo.Sa, avevo vinto molto....quelle magiche situazioni in cui tutto gira per il verso giusto. Lei era insieme a qualcun altro,un altro giocatore dello stesso tavolo,ma nonostante ciò avevamo subito legato. Diventammo in breve amici,e poi amanti. Però, a parte l'appassionata relazione che c'era tra noi, le volevo davvero bene. Non era certo un corpo e basta. Era...come dire....speciale,ecco"
"Miss Trixie? E chi non le voleva bene? Registi, ballerini, tecnici...chi non la poteva sopportare, per ovvie ragioni, erano le altre ballerine...sapevano che lei valeva molto più di loro, sia come artista che come persona"
"Sì, io la conoscevo bene: era sempre allegra: così...così piena di vita, ecco.Lo so che è una banalità, ma è l'unico termine che mi viene in mente per descriverla"
"Ma certo, Trixie O' Neal....donna meravigliosa,bravissima ballerina...fantastica amante,perfino! Eh,ne so qualchecosina io ...abbiamo avuto una storia, non dico quella della vita,perchè è durata anche poco,ma mi creda se le dico che ha lasciato il segno. E non ne sono uscito mica tanto facilmente"
"Non penso di aver mai conosciuto una persona in gamba come Miss O'Neal. Era non solo inappuntabile come professionista, seria scrupolosa....ma era anche un piacere stare in sua compagnia"
"Un finissimo senso dell'humour...ci faceva ridere praticamente dalla mattina alla sera. Che allegria averla intorno! Che Dio la benedica,ovunque lei sia adesso"
"Una persona ammodo, con un animo pulito innestato su di un corpo da favola. E io l'ho stretta fra queste due braccia...mi considero un privilegiato"
"Era pazzerella, era divertente....entusiasta di tutto, non potevi restarle indifferente"
Mancava poco che volessero avviare un processo di beatificazione per questa famigerata Trixie; e il sottoscritto, che ha raccolto tutte le testimonianze di cui sopra, ha pure pensato di inoltrare la pratica al Vaticano. Ma avrei come l'impressione che....come dire...non la prenderebbero bene, ecco.
Comunque, nella mia lunga carriera di detective, quando si trattava di indagare su di una persona scomparsa,quello che capitava di sentire per lo più erano commenti negativi a proposito della persona scomparsa.Qui era tutto il contrario: nessunissimo benché minimo commento negativo; tutti entusiasti, tutti positivi, tutti innamorati persi di questa Trixie.
Ma chi era in realtà Trixie O' Neal? Nessuno lo sapeva,perchè sembrava non possedere un passato.Era comparsa sulla scena di Broadway così, da un giorno all'altro,conquistando i registi,i produttori, e infine il pubblico e la critica...oltre che molti cuori maschili nel processo.
E adesso dov'era Trixie O'Neal? Nessuno lo sapeva, perchè era scomparsa così come era arrivata, da un giorno all'altro, senza un motivo, senza lasciare traccia, nel pieno della sua parabola ascendente verso il successo.
Non so come,mi misi in testa che l'avrei trovata non in qualche caotica città a cercare di far perdere le sue tracce, ma dove nessuno pensava di cercarla. Nel deserto, il posto più improbabile in cui una ballerina di Broadway, che non può vivere senza un palcoscenico,si rifugerebbe.
Allora, quanti deserti negli Stati Uniti? Death Valley, Mojave, Sonore, il Deserto Dipinto...negli stati di California, Arizona, Nevada, Utah, New Mexico, Colorado...c'era solo l'imbarazzo della scelta. Non potevo,per ovvie ragioni,controllarli tutti, così dovetti andare a naso.Arizona, ecco: mi era sempre piaciuto il suono di quel nome: lo sentivo...musicale, certo,perchè no.
L'aereo atterrò a Phoenix, ma sapevo che lì non ce l'avrei trovata di sicuro.
Noleggio una macchina vado verso sud, verso il confine: qualcosa mi dice che è lì che si trova lei.Che cosa non lo so. Però rifletto che da quando sono sulle sue piste è come se dentro me...dentro me si sia attivata una sorta di segnale, sapete come quei transponder che ti indicano dove sta andando un veicolo...qualcosa del genere. Sento come un segnale sonoro dentro, o luminoso, non so, che si intensifica ogni volta che prendo una decisione che mi avvicina- almeno credo - a lei.Come a dire: fuochino...fuocherello...focone...e mai una volta, ve lo assicuro, ho avuto l'impressione di essere sulla pista sbagliata.
E' una rispondenza, una risonanza che non so da dove scaturisca, da dove sia originata, né perché. Ma è come se da quando mi interesso alla sua scomparsa lei si sia...ma sì! ...Messa in contatto con me! Sì, lo so, "roba da fantascienza" direte voi. Forse avete ragione.Ma io...sento di dover credere in questi segnali. E' la prima volta nella mia vita, non mi è successo mai prima , e non ho mai creduto ai cosiddetti fenomeni paranormali. Ma,amici,mi sto ricredendo: questa è roba grossa.
Si fa buio,guido da molte ore ormai. Ma non sono stanco: l'aria frizzante del deserto di notte mi tiene sveglio. Sono quasi a Nogales: dopo di che, niente più States. Ma sono certo,non so perchè, che lei non ha sconfinato. Guardo su. Milioni,miliardi di stelle:tutte quelle che ci sono da vedere in cielo , nel deserto le vedi tutte.Ed è uno spettacolo che non ti stanca.Mi fermo, esco a fare un po' d'acqua e di nuovo guardo su. Quando riabbasso lo sguardo lei è proprio lì,a due metri da me. E non ha niente addosso. Il suo corpo indescrivibilmente bello però non è quello che cattura il mio sguardo: è quel viso, sono quegli occhi: occhi di un cielo senza limiti, occhi che fondono l'universo in uno sguardo.
"Lo so perchè mi cerchi" mi dice con un placido sorriso di quegli occhi, del cuore e della mente, senza increspare minimamente le labbra. E senza parlare.
Una gioia indicibile mi invade, e io non sono più io. Vorrei correre per il deserto, alzare la braccia al cielo,gridare al mondo che sono qui, sono vivo, e che lei....è proprio lei, semplicemente lei, ed è qui.
Invece mi sciolgo davanti a lei, la saggia, la dolce, l'amante immortale di tutto ciò che è vivo, tutto ciò che è bello, tutto ciò che è vero.
Sono un bimbo,sono un fiore, sono un cielo, e desidero solo una cosa:il suo bacio di vita, il sigillo dell'amore eterno che tutto abbraccia e tutto annulla.
Lei fa un passo, ha capito tutto, si protende in avanti e posa le sue labbra sulle mie, nel tocco incandescente che tutto trasfigura. E vivo mille anni nello spazio di un secondo: mi rivedo bimbetto nella culla, bambino nelle prime partitelle di baseball, adolescente foruncoloso alle prese coi patemi d'amore, studente universitario con poca voglia di studiare, uomo che si deve prendere la sua razione di calci nel sedere dalla vita per poi continuare per un po'a girare su se stesso...E' tutto cambiato, adesso, tutto trasformato da quel suo bacio.
E' tutto oro nella mia vita, perchè una stella è scesa su di me e mi ha incendiato il cuore.

Il Libro Incantatori di Serpenti  si può ordinare  in libreria oppure via internet al sito che fa capo alla casa editrice Caosfera al link: https://www.cinquantuno.it/shop/caosfera-edizioni/gli incantatori di serpenti/

India. L'islam come presenza ostile


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Comunità ebraiche e cristiane esistono in India da oltre un millennio. Hanno costruito le loro chiese e le loro sinagoghe senza danneggiare alcun Tempio hindu e senza compiere alcun atto di violenza contro la popolazione hindu. Vivono da sempre in pace con gli hindu e sono pienamente integrati nella società indiana. 

Gli islamici invece invasero l'India massacrando la sua popolazione. Oltre 18 milioni di hindu sono stati uccisi dai musulmani, oltre 4 milioni di donne hindu sono state da loro stuprate in massa e poi vendute come schiave, ed oltre duemila Templi hindu sono stati distrutti per costruire moschee sulle loro macerie. 

Ovviamente lo spazio in India non mancava, le moschee potevano benissimo essere costruite altrove, ma il Corano ordina ai musulmani di massacrare i non-musulmani, di stuprare le loro donne e di distruggere i loro luoghi di culto. La volontà islamica di umiliare il Sanatana Dharma e i suoi seguaci era palese, tanto che le murti in pietra venivano scalpellate per diventare pavimenti calpestati dai musulmani quando entravano nelle moschee, mentre quelle in metallo venivano fuse per costruirci pentole in cui cucinare carne di mucca. Il minareto Qutb di Delhi è istoriato con un calligramma in lingua persiana che elenca tutti Templi hindu distrutti per ricavare il marmo e la pietra necessari a costruire il forte rosso degli invasori Mughal. 

La prima moschea che i musulmani costruirono in India è la Qawwat al-Islam, edificata dopo aver distrutto il pre-esistente Tempio  di  Prithvi Raj. La Atala Masjid di Jaunpur fu costruita sulle rovine del Tempio di Durga. Il Tempio di Shiva Mahadeo costruito sulle rive della Yamuna ad Agra fu trasformato nella tomba di una concubina del tiranno musulmano, e ancor oggi ha i minareti aggiunti e viene chiamato Taj Mahal. La  Gharbat Nigar di Qanauj fu costruita sulle rovine del Tempio di Narayan, proprio come la Jami Masjid di Etwah fu costruita sulle rovine del Tempio di Surya. La Babri Masjid di Ayodhya fu costruita dopo aver distrutto il Tempio della nascita di Rama (Ram Janam Bhumi), come la Aurangzeb Masjid di Mathura fu costruita dopo aver distrutto il Tempio della nascita di Krishna. Sempre a Mathura, Aurangzeb fece costruire un'altra moschea distruggendo il Tempio di Govinda Deva, uno del capolavori dell'arte e dell'architettura indiana. A Varanasi il Tempio di Shiva Vishwanath fu anch'esso distrutto per edificarvi sopra una moschea. A Vrindavan il Tempio di Radha-Ramana fu distrutto dal musulmano Akbar, e questo indusse i Brahmana di Vrindavan a sostituire le murti con copie non installate, e a trasferire quelle installate in zone dell'India non islamizzate. 

Ancor oggi le murti dei sette Templi principali di Vrindavan non sono quelle originali, ma copie reinstallate dopo il termine dell'invasione islamica. Il Tempio di Somnath in Kashmir fu completamente raso al suolo dai musulmani, ed è stato ricostruito solo in epoca recente. Il massacro islamico degli Hindu continua comunque incessantemente, sia in Pakistan che nella parte del Kashmir occupata dal Pakistan. Questa è comunque solo la punta di un iceberg. 

Shankar Nath Baba  - aryasamaj.roma@gmail.com

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Shastra e Maometto rivisitato nel Maha Bhavishya Purana


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Nel Maha Bhavishya Purana, Guru Vyasadev Maharaja spiega che il demone Tripurasur era costantemente assetato di sangue umano e animale, e seguitò ad uccidere uomini ed animali fino a quando Shiva lo sconfisse, decapitandolo col tridente. Siccome la collera di Shiva fu l'ultima cosa che i suoi occhi videro prima di lasciarse il corpo, precipitò per secoli in Naraloka, dove espiò il suo karma omicida, e poi rinacque come Maometto a Bacca (attuale Mecca) presso il Tempio di Shiva Mahadeo (attuale Kaaba). Nacque in seno alla famiglia dei Quraish, i brahmana incaricati del servizio al Lingam di Shiva Mahadeo (attuale Pietra Nera), ma fu subito escluso dal servizio per due motivi: 1) Perché suo padre morì quando era bambino e non gli trasmise il yajnopavitam da brahmana; 2) Perché sua madre Amina non era una seguace del Veda ma una ebrea monocultista. Per queste ragioni Maometto si sentì isolato e discriminato dai brahmana della sua famiglia, e iniziò a concepire un culto mleccha basato sul rigetto dei Veda.

Suta Goswami Maharaj narra  che Maometto apparve al devoto Re Kshatriya Bhojaraja dicendogli: "O re,  so che tu segui il Sanatana Dharma, che è la fede primigenia, ma contro  quel Dharma eterno io diffonderò la religione asurica e tamasica  dell'islam, che si diffonderà fra i mleccha carnivori e sanguinari!  Ordinerò loro di circoncidersi i genitali, di non far crescere la shika  sul capo, di radersi completamente il capo e i baffi facendo crescere  solo la barba, di parlare a voce alta facendo confusione, di scannare e  mangiare ogni tipo di animali, eccetto i suini, e di non praticare  nessuno dei rituali vedici.

Bhojaraja fuggì da lui e offrì la puja a  Shiva Mahadev, chidendogli di allontare quello spirito demoniaco. Il re  Bhojaraja incontrò Maometto nel deserto, quando ancora l'islam non aveva allontanato gli Arabi dal Dharma. I devoti di Mecca avevano chiamato  Maometto a pronunciarsi sulle tre Dee arabe che avevano santuari attorno  a Mecca, Allat, al-Huzza e Manat, cioè Lakshmi, Saraswati e Parvati,  adorate con l'offerta dei loro alberi sacri, mirto, acacia e gelso.

Maometto prima confermò la fede vedica, dicendo, "queste sono le energie potenti, manifestate dal Signore al servizio di quanti le rendono omaggio", ma il giorno dopo disse che quel verso del Corano gli era stato ispirato da Satana, e maledisse le tre Devi! Il celebre romanzo di Salman Rushdie fa riferimento proprio a questa vicenda, narrata dal commentare del Corano Tabari. Maometto sosteneva che il suo angelo ispiratore era Gabriele, cioè Garuda, mentre si trattava di una nuova nascita di Hiranyakashipu in forma di uccello. Garuda apparve effettivamente a Maria, e le disse il vero "Sarai chiamata beata fra le donne perché tuo figlio diventerà un puro devoto quando avrà il darshan di Jagannath!" Ma il finto Gabriele e vero Hiranyakashipu che apparve a Maometto fu bugiardo sin dalle sue prime parole. Secondo il Corano la prima cosa che Gabriele disse a Maometto fu "Recita, nel nome del tuo Signore che ha creato l'uomo da un grumo di sangue!", del tutto falso, perché l'embrione fecondato per le prime due settimane non contiene nemmeno una goccia di sangue!

Queste sono le ragioni per culti  i seguaci del culto mleccha islamico:

1) Non riescono mai a vivere senza  versare sangue innocente, umano e animale; 


2) L'islam insegna ancor oggi  quel che Maometto ha insegnato dall'inizio: Ebrei e Cristiani possono  essere risparmiati se accettano di vivere come schiavi in uno Stato  Islamico, i seguaci di tutte le altre religioni o accettano la  conversione all'islam o vanno massacrati;

3) L'islam a tutt'oggi  considera lo stupro di donne non-musulmane come un opera di bene, che  almeno permette a quelle donne di procreare figli musulmani;

4) Gli  islamici versano milioni di petrodollari per poter continuare a  massacrare le mucche anche in territorio indiano;

5) Gli islamici hanno  distrutto il tempio di Shiva che ad Agra sorgeva sulla Yamuna,  trasformandolo nella tomba di una prostituta, il cosiddetto Taj Mahal;

6) Gli islamici hanno distrutto e raso al suolo il Tempio  dell'Onniscienza di Saraswati in Kashmir;

7) Hanno fuso murti in metallo  per farci pentole in cui cucinare carne di mucca; 

8) Hanno distrutto la  cupola del Tempio di Radha Mohan a Vrindavan, costingendo tutti i  brahmana a trasferire le murti installate a Vraja altrove;

9) A Benares  hanno distruto il Tempio di Kashi VIshwanath per trasformarlo in moschea;

10) Hanno fatto la stessa cosa con il Tempio Natale di Krishna  a Mathura e con quello di Rama ad Ayodhya;

11) Ancor oggi, secondo le  istruzioni demoniache di Maometto, continuano a massacrare hindu.  buddhisti, ebrei, cristiani, chiunque rifiutii di convertirsi al Tamoguna del loro culto.

Shankar Nath Baba - aryasamaj.roma@gmail.com

Spiritualità sta nel cogliere l'opportunità...

 "Cogliere l'opportunità al momento giusto è tutto quel che possiamo
fare... per crescere!" (Anandamayi Ma)


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Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le
istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche
tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che
nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di
supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di
verità.

Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra
il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato
sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da
figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori
intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la
coscienza allo stato di nescienza è la paura.

E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei
nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la
debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio
discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo
spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso
di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e
dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e
sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione
enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si
può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso
maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non
esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole
sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si
accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio –
quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è
altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di
questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che
probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che
a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè
automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un
principio a ideologia e disporre il resto in conflitto.

Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero
che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che
scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile
parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale.

Se ci fosse possibile percorrere il camino senza sostegni ci
troveremmo, come cantava Ashtavakra, a vivere semplicemente ogni cosa
senza esserne scossi, a conoscerci già come puro
conoscitore-inconoscibile e guardare la vita, gli dei, il cosmo e le
istruzioni spirituali come uno spettacolo gioioso e tragico, fatto per
essere ammirato, sofferto e dimenticato subito dopo.

La coscienza del ricercatore, invece, raramente parte da questo
orizzonte, di più, solitamente è una coscienza contaminata
dall’angoscia e dalla paura; quando ad angoscia e paura non si riesce
più a dare un nome e una causa, finalmente si comincia a pensare che
l’origine risieda dentro di noi e si stabilisce di lavorare con se
stessi. Di fronte a questa radicale disfatta dell’io sul suo terreno è
naturale che si prenda la decisione di affidarsi, di scegliere
volontariamente che qualcuno ci possa manipolare e orientare.

Che cosa vince, in questo frangente, il bisogno di trovare una
soluzione efficace ai nostri problemi o la paura di abbandonarci
all’alto? Nel caso in cui la paura vinca sull’abbandono possiamo
inferire che si abbia ancora troppo da perdere, o una valutazione di
valore personale spropositata, cioè una tremenda fragilità dell’io.
Un io sano si fida. Per affrontare una istruzione nuova, un nuovo
passaggio della propria vicenda spirituale occorre un io sano. In che
senso si è sani abbastanza e di che cosa o di chi ci si fida
propriamente? Un io sano è immediatamente quello che sa prendere le
distanze da una mente malata, la propria, e che decide con freddezza e
con serenità di aggiustare ciò che si è spezzato, inquinato o fermato.

Questa presa di distanza, che è la sola con cui si può prendere una
decisione, è anche l’assicurazione di cui possiamo godere per il resto
del cammino e la pratica che facilmente possiamo sviluppare nel tempo:
la capacità di osservare le attività e le reazioni della mente con
distacco, la pratica dell’Osservatore.

A questo punto sembrerà che inizio e fine coincidano: che importanza
ha quello che mi accade se io sono già stabilizzato nella posizione
dell’osservatore? Il problema sta nel fare in modo che si passi
definitivamente e spontaneamente dall’osservatore di cose, fatti e
misfatti, all’osservatore puro: alla contemplazione di Dio o alla pura
consapevolezza di Sé. Cioè all’annullamento di qualsiasi differenza di
io e tu e di qualsiasi diffidenza o paura che ne deriva.

Occorre perciò che la nostra pratica spirituale sia fonte di coraggio,
non di ulteriori timori. Il coraggio sublime è la fiducia, non negli
altri, non in qualcuno, non in una idea, non in un modello: la fiducia
deve provenire dalla costante meditazione dell’Unità del divino,
dell’unità tra Realtà e Dio, in cui l’unica componente estranea sono
le divisioni e le paure sovrapposte dal comune pensare. Chi ha Dio nel
cuore non cade. Ecco perchè un cattivo maestro vale come uno buono, se
la coscienza è saldamente concentrata sulla Realtà Divina, se si è
totalmente innamorati di essa.

E’ impossibile, si dice, truffare un uomo onesto. Perchè la coscienza
sia così saldamente protetta e inattaccabile dalle malvagità che
irrompono nel mondo della vita religiosa, come in ogni altra
iniziativa umana, la sola difesa certa è la purezza. Non precipitate
nella fretta di raggiungere degli obiettivi; una purezza superiore,
dove decadano anche i gradi di discriminazione tra puro e impuro verrà
a suo tempo e con i costi esistenziali relativi. Probabilmente c’è
tempo e ci sarà modo. Osservate attentamente le piccole incrinature
del vetro della mente da cui potrebbe penetrare l’inganno, ovvero
l’auto-inganno. Si identificano in due grandi gruppi: la paura di
soffrire e il desiderio di soddisfazione.

Queste sono le battaglie da vincere per raggiungere una coscienza
davvero limpida, capace di contemplare Dio in ogni frangente della
vita, persona o cosa. In questo momento storico è particolarmente
difficile combattere le istanze della paura e del desiderio, per le
sollecitazioni continue a desiderare e a temere.

Ma forse la saturazione che alcuni provano, il desiderio di vivere
diversamente, possono guidare fino ad un certo punto, almeno oltre la
paranoia e il superfluo. Poi occorre sciogliere quelle convinzioni che
ci fanno credere di essere soggetti di un diritto/dovere alla paura e
al desiderio – così che si possa cominciare a guardare la propria vita
liberamente, cioè con vero distacco dai frutti, dal bene e dal male
che ne ricaviamo.

Se c’è un pericolo nella nostra storia spirituale è costituito dalla
debolezza e dal menefreghismo con cui ci trattiamo, trattiamo noi
stessi, inettitudine che ci porta a ritrovarci “vittime” di
circostanze avverse, persone o fatti. Ci sono dei prerequisiti, ben
noti, che Shankara indicò per stabilire chi è idoneo a sostenere un
cammino spirituale, senza mettere nei guai se stessi e gli altri, e
sono: discriminazione tra reale e irreale, distacco dai frutti,
possesso delle seguenti qualità: mente calma (sama), autodominio
(dama), raccoglimento interiore (uparati), perseveranza (titksa) fede
(sraddha), stabilità mentale (samadhana), aspirazione alla
Liberazione.

Questi principi si devono considerare con la massima attenzione e
impegno. Con il possesso di questi criteri si può affrontare molto, o
tutto, restando sostanzialmente indipendenti, cioè non-dipendenti
psicologicamente e moralmente, perfino servendo nelle condizioni più
umili, anche nelle circostanze più difficili da controllare. Il
conseguimento di questi requisiti occupa una parte prevalente del
cammino spirituale.

Si cade in inganno quando si crede di potersi permettere un condono
sul proprio impegno, dove si vuole avere tutto subito a basso costo o
a costo zero. Come nella vita, qui scatta il pericolo della truffa.

Ma tutto ciò che sentiamo necessario va sperimentato con fiducia.

La strada non è razionale, non percorre i limiti del perbenismo e del dualismo.

Quando un’istanza si presenta, se ne colga l’opportunità, finché anche
questa si riesca ad integrare nella Unità del Reale, nel suo continuo
discorso, nella istruzione ininterrotta che ci rivolge e che qualcuno
ha giustamente definito Amore. Si può cogliere l’opportunità di
imparare e di liberare energie in qualsiasi circostanza – il centro e
il perno del gioco siamo noi, è la coscienza che ci anima- e perciò
diciamo che qualsiasi cosa può essere uno strumento di Dio.

Si tema solo la propria incertezza, la pigrizia mentale, il
disimpegno, questi sono i veri truffatori dello spirito. Qualsiasi
cosa ci dia l’opportunità di recuperare una parte del nostro sapere,
dell’energia spirituale che normalmente rimane assopita a macerare
nell’ombra, apprezziamo e ringraziamo questo evento, sotto qualsiasi
nome o forma si presenti.

Beatrice Polidori


(Fonte: Turya - http://blog.visionaire.org/)

Se la civiltà islamica aiuta la società...


La lettera di un lettore cristiano al quotidiano “Il Giornale”, pubblicata il 10 luglio 2016.
La lettera a  “Il Giornale”, pubblicata il 10 luglio 2016.
.
L’avevo messa da parte, poi momentaneamente smarrita, poi ritrovata.
E’ una lettera scritta  a “Il Giornale”.
Che dice che l’Islàm “attrae” perché valorizza, molto di più di ogni altra religione o ideologia, l’importanza della solidarietà e della coesione sociale. Ed è una ulteriore dimostrazione che quando una realtà è evidente, è visibile indipendentemente dalla religione che si professa. Basta essere intellettualmente onesti.
Ecco il testo integrale:
Spesso mi son posto criticamente verso alcune posizioni assunte nei paesi islamici, che non tengono conto dei diritti delle donne e della libertà individuale. Ma forse lì la condizione femminile gode di maggior rispetto umano, sia pur nelle ristrettezze dell’espressione formale; altrettanto dicasi per le dignità personali godute nella vita sociale, ove è più sentita la regola del rispetto reciproco e dei valori condivisi. Insomma nell’islam la società è poco “libertaria” ma l’uomo comune vive in un ambito comunitario più rispettoso dei rapporti umani. La gente si converte all’islam perché si sente socialmente più protetta e sviluppa una maggiore solidarietà interna, un po’ come succedeva ai cristiani della prima ora. Questo dovrebbe far meditare i preti cattolici ed i nostri sociologi e politici che ormai si interessano solo agli aspetti “economici” del benessere…”
Paolo D’Arpini, Treia (Macerata)

Analisi sulla natura della mente in chiave di spiritualità laica…


Paolo D'Arpini nella Stanzetta del Pastore a Calcata


La sera del 19 ottobre 2011 me ne stavo tranquillo a completare il Giornaletto di Saul, quando mi si è piazzata davanti agli occhi l’invadente pagina di facebook che si auto-referenzia e si auto-propone qualsiasi altra pagina web si abbia sul desk. Un po’ sono rimasto scocciato.. anche perché ho visto che si trattava di una chiamata chat ed io non amo chattare, anzi mi repelle… la richiesta di contatto era di Giovanna L., appena iscritta al gruppo della spiritualità laica ed a quello del bioregionalismo ed ecologia profonda.


Va beh, ho risposto con un saluto, pensando che fosse un’amica di Caterina.. ma questa Giovanna mi ha detto di non conoscere personalmente né me né Caterina, di abitare a Milano e di aver letto un paio di anni fa un mio articolo sulla natura della mente in chiave di spiritualità laica su non so più quale rivista… 


Dico non so più quale rivista poiché non solo ho dimenticato il nome.. ma non posso nemmeno andarlo a cercare sulla posta di facebook dato che subito dopo aver chattato mi è apparsa una pagina in cui facebook, in buona sostanza, mi ha cancellato dal social network. 


Appare all’inizio questa scritta: “Completa il controllo di sicurezza. I controlli di sicurezza aiutano a mantenere Facebook un sito affidabile e privo di spam. 1) Identifica le foto dei tuoi amici 2) Verify my account with a phone. - Insomma si fanno gli affari miei e vogliono che io comunichi il mio numero di telefono obbligatoriamente, per un controllo su non so che.. e siccome non ho telefono e comunque non intenderei consegnarlo al centro dati di facebook… ecco qua che non mi consentono più l’accesso. Infatti non avendo completato il controllo richiesto appare questa scritta: “Questo contenuto non è al momento disponibile. Impossibile visualizzare la pagina richiesta al momento. La pagina potrebbe essere temporaneamente non disponibile, il link su cui hai cliccato potrebbe essere scaduto o potresti non disporre dell’autorizzazione a visualizzare questa pagina…” 


Ma non importa, prima o poi lo sapevo che avrei dovuto interrompere questo rapporto contro-natura con il demone facebucco… 


In ogni caso sono riuscito almeno a ritrovare l’articolo per cui Giovanna L. mi ha cercato, è del 8 giugno 2009, e lo scrissi quando, ancora abitando a Calcata, sbarcavo il lunario alla Stanzetta del Pastore, facendo la lettura della mano et similia… Eccolo qui di seguito: 



Analisi sulla natura della mente in chiave di

spiritualità laica… 

“Luce e luce riflessa condividono la stessa natura fondamentale, come esistenza e coscienza, spirito e materia, sono un’unica cosa”.La mente è uno specchio che riflette la luce interiore per dirigerla verso gli oggetti esterni, questi oggetti vengono identificati tramite la capacità di emissione ed intensità dello specchio. Da bambino adoravo giocare con uno specchietto rubato a mia madre, con esso catturavo la luce solare e la dirigevo, attraverso una finestrella, dentro una cantina buia. Solo ciò che era illuminato dal fascio luminoso era visibile mentre il resto delle pareti e delle cose accatastate sul pavimento restava oscuro. Esattamente allo stesso modo funziona la mente, che illumina il mondo esterno.


Per analogia vediamo che la sorgente di luce, il sole, è come la consapevolezza suprema mentre lo specchietto è la mente. Ma la mente stessa, in effetti, è cosciente, essa è l’aspetto riflettente della coscienza. Dico “riflettente” per indicare la sua propensione a rivolgersi verso l’esterno. La mente non è altro che la capacità della coscienza di esteriorizzare se stessa.


Questo processo proiettivo lo possiamo osservare durante il sogno, in cui la mente da se stessa ed in se stessa crea un intero mondo, con varie entità in rapporto fra loro incluso un personaggio identificato dal sognatore come se stesso. Questo è il gioco della mente che fa apparire la forma dell’io e dell’altro. A questo punto il dubbio sorge “com’è possibile che la consapevolezza possa venire intrappolata e limitata dalla mente?”. In verità la limitazione della coscienza non è reale, allo stesso modo in cui la luce del sole non risulta compromessa o menomata dallo specchio, parimenti la pura consapevolezza è intonsa e non divisa dall’operato immaginario della mente individuale.


Dove sono interno ed esterno per la coscienza suprema che entrambi li compenetra e li supera? In realtà la sola idea di una tale separazione è impensabile nella sorgente di luce che unicamente è. Prendiamo ad esempio il sognatore che non viene menomato o compromesso dal suo sogno, essendo lui stesso ogni cosa proiettata nel sogno ed allo stesso tempo non essendone alcuna, parimenti la coscienza individuale e la pura consapevolezza si pongono negli stessi termini di relazione.


Una volta, in risposata alla domanda “cosa impedisce all’indifferenziata luce della coscienza di rivelarsi direttamente all’individuo che l’ignora”, il saggio Ramana Maharshi rispose “come l’acqua in una pentola riflette il sole nei limiti ristretti del contenitore, così le tendenze latenti (predisposizioni mentali), che agiscono da mezzo riflettente, catturano l’onnipervadente ed infinita luce della coscienza presentandosi nella forma del fenomeno chiamato mente”. Questa risposta del saggio ci fa percepire come la mente non sia altro che un agglomerato di pensieri, in cui primeggia il pensiero “io” dal quale sorge la falsa nozione di un individuo separato, che in realtà è illusorio tanto quanto la presunta separazione di un personaggio sognato rispetto al sognatore.


Attenzione, consideriamo però che il tentativo di comprendere intellettualmente questo processo è solo uno degli aspetti del “sogno” e non la verità. Infatti i saggi indicano la verità come ineffabile ed incomprensibile alla mente (intendendo la mente separativa ed esteriorizzata), tanto quanto l’immagine riflessa nello specchio non può capire o sostituirsi alla persona che vi si riflette. Un riflesso è solo riflesso non è sostanza.


E dunque com’è possibile giungere alla “sostanza” che noi siamo?


Colui che osserva, essendo in se stesso coscienza, non può mai divenire un “oggetto”. L’oggettivazione è una componente del dualismo esternalizzato: “conoscitore, conosciuto”. Ma questa dualità può essere ricomposta in un “unicum” in cui, scomparendo la diversificazione (ovvero l’elemento riflettente rivolto all’esteriorizzazione) permane la semplice “conoscenza”. Questa è la consapevolezza indifferenziata per ottenere la quale Ramana Maharshi consiglia: “Quando l’io (ego o mente) rivolge la propria attenzione alla sua sorgente, le tendenze o predisposizioni mentali accumulate si estinguono ed in assenza di queste (che sono il mezzo riflettente) anche il fenomeno originato dalla “riflessione”, ossia la mente, scompare e viene assorbito nella Luce della sola Realtà (il Cuore)”.


Eppure malgrado sia in fondo semplice e diretta l’auto-conoscenza resta un esame alieno ai più. La gente rifiuta di conoscersi, preferisce il mistero e l’ignoranza, evidentemente a causa di quelle famose tendenze mentali accumulate dalla mente, stipate nella memoria e nell’immaginazione.


Oggi a Calcata ne ho avuto ancora una volta conferma osservando il comportamento delle persone che si avvicinavano alla Stanzetta del Pastore, il luogo in cui metto a disposizione la mia esperienza in forma di “lettura della mano, archetipi e divinazione, psicologia transpersonale e conoscenza di sé “. Già il posto è molto nascosto e radi son coloro che arrivano in quel nascosto spiazzo di Via Cavour, inoltre quasi tutti si fermano davanti alla porta, leggono i messaggi ed esclamano fra loro “no, no… andiamo via, io non voglio sapere certe cose..”. Questo non impedisce ad alcuni di fotografare l’ingresso in legno molto “caratteristico”, commentando il recondito significato dei messaggi, andandosene per poi forse ritornare e poi ancora riandarsene senza aver avuto il coraggio di metter il naso dentro.


Di quei pochissimi che entrano una parte resta delusa “perché volevano sapere gli amori e gli affari”, si sentono defraudati “dalla lunga spiegazione inutile”, pensano che “gli ho fatto perdere un sacco di tempo, mentre potevano andarsene in giro per Calcata a divertirsi..” Quelli che pazientemente mi hanno sopportato fino all’ultimo, forse solo per buona educazione, se ne vanno lasciando pochi spicci, qualche monetina a mo’ di elemosina, perché in fondo “cosa avrà detto mai questo, che già non conoscessi? Solo chiacchiere e perborini”. Limitatissimo il numero di coloro che apprezzano il discorso e che se ne ricorderanno, forse.. saranno un paio, e forse verranno ancora a cercarmi, e di questi uno solo magari mi troverà… negli anni.


Paolo D’Arpini

L'origine del pensiero - Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta?

La mente è un apparato che trasforma le percezioni e le sensazioni emozionali e fisiche in immagini che è poi in grado di elaborare in costrutti consequenziali logici e memorizzabili...
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Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta? Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti? Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire…. E la risposta?
Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga..) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo?
Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico…
No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”. Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento… Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli.
Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli…. Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario.
Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso.
Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane.
Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono.
“Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”.
Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”.
Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione.
“Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere”
Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente.
Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione…. Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere….
Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta!
Paolo D’Arpini