Brani tratti da "Il Vedanta e l'inconscio" di Arnaud Desjardins


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Di solito commettiamo l'errore di confondere noi stessi con una parte di noi e questo è uno dei motivi per cui non abbiamo il coraggio di guardare in faccia la verità.
Essere vili, sadici, o ossessionati ci sconvolge, mentre si tratta solo di uno dei personaggi contraddittori da cui siamo costruiti. Se una parte viene vista come tale, rimane tale e il resto rimane libero. Quando una parte non viene riconosciuta per quel che è, ci fa paura, viene repressa e, in quanto rimossa, riesce a metterci completamente al suo servizio. Siamo molteplici, complessi.
Una parte di noi vuole ammazzare nostro figlio e un'altra farebbe qualsiasi cosa per curarlo quando si ammala.
[...]
Se riconoscete che una parte di voi desidera la morte di vostra moglie, di vostro figlio o di vostra figlia, questa rimarrà pur sempre una parte. Se la rifiutate e la rinnegate, sarete voi, nella vostra interezza, a vivere nel disagio. Il disagio peggiore è il conflitto fra espressione e repressione. Il rimosso tenta di manifestarsi, se possibile, direttamente, altrimenti in modo indiretto, e il resto della vostra energia si adopererà per reprimerlo. Come volete vivere in pace se siete conflittuali dentro di voi? Siete un conflitto, ecco la definizione giusta".



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"Swamiji mi propose una volta un esercizio molto serio, che ho appreso come una vera tecnica spirituale. Lui lo chiamava in inglese (wish fulfilling gem), ma io l'ho ribattezzato la 'bacchetta magica'. [...]

Se avessi avuto la bacchetta magica.
Cosa emerge?
Cosa voglio?

Non mi preoccupo che sia o meno realizzabile, mi domando in tutta onestà quello che voglio. È una magia, ho diritto a qualsiasi cosa. Dalle profondità sale una richiesta. Voglio davvero questo? Ho la bacchetta magica, potrei realizzarlo, ma forse c'è qualcosa di più, di meglio? Allora vedrete affiorare un'altra richiesta, una cosa profonda che auspicate maggiormente.
È come un carciofo: togliete le foglie e ce ne sono altre sotto. Swamiji usava questa espressione: "Allow the play of the mind", lasciate svolgere il gioco del mentale. Lasciate fare, aprite le cateratte e osservate. Vedrete che ogni sogno, ogni pensiero, ogni immagine che sale corrisponderà sempre a un desiderio, o per contro a una paura. Così, vi conoscerete meglio, conoscerete il mondo che, nella vostra ragione, non ha diritto di cittadinanza, ma che è la vostra profonda verità.

La verità di una persona è il suo cuore, la sua profondità e, la maggior parte di tale nucleo, non affiora mai in superficie".


Brani tratti da "Il Vedanta e l'inconscio" di 
Arnaud Desjardins
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Ciò che è dato è dato... secondo Osho


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Ciò che è dato è dato
Una volta regalai a Osho uno dei miei gioielli antichi preferiti, un oggetto che avevo posseduto per molti anni. Qualche giorno dopo, andai a trovarlo nel suo appartamento e trovai un ragazzo dall’aspetto trasandato, seduto nella biblioteca, intento a esaminare la mia spilla con una piccola lente di ingrandimento, come se stesse valutando il valore delle pietre. Mi arrabbiai e andai piangendo da Osho. Quando mi chiese quale fosse il problema, gli dissi: “Stai vendendo il bellissimo gioiello che ti ho regalato!”.
“Ah, quello!” disse lui con sufficienza.
E poi continuò dicendo: “Se non vuoi che mostri agli altri quello che la mia Mukta mi ha regalato, lo rimetterò nella scatola. E poi la legherò con un cordino e la metterò dentro una scatola più grande. E legherò anche quella per bene. Metterò la scatola in un cassetto e chiuderò il cassetto a chiave e poi chiuderò l’armadio dove si trova il cassetto. Così sarà al sicuro, ben chiuso nella mia stanza!”.
Scoppiai a ridere.
In quei giorni, facevamo la Dinamica a Chowpatty Beach, a Bombay. Durante la catarsi e poi durante lo stadio dell’ “Hu”, ci scaldavamo molto e la donna che al tempo si prendeva cura di Osho, si presentava vestita con un orribile accappatoio pacchiano. Un giorno, la vidi indossare quell’accappatoio con la mia preziosa spilla… per fare la Dinamica! 
Ero sconcertata.  
Ma da quel momento, imparai la lezione: le cose belle devono essere condivise e godute. E capii che ciò che conta non è l’uso che le persone fanno del dono ricevuto, ma il donare in se stesso.
  
Una tragedia greca molto breve
Una volta a Bombay, all’inizio degli anni ’70, scrissi a Osho una lettera molto drammatica, piena di lamentele riguardo a ogni aspetto della mia vita personale, incluse cose che riguardavano la relazione con il mio fidanzato di allora, questioni che ritenevo importanti: una vera e propria tragedia greca! 
Dopo averla letta, Osho volle incontrare mia figlia Seema (era ancora solo una bambina) e le disse: “Guarda che cose assurde mi ha scritto tua madre!” e poi le diede da leggere la mia lettera.
Quando mia figlia mi disse che aveva letto la mia lettera e quello che aveva detto Osho in proposito, rimasi scioccata, specialmente perché le aveva detto che tutti i miei grandi problemi non erano altro che cazzate.
Ero mortificata. Ma questo mi aiutò a capire che tutte quelle cose, a cui avevo attribuito grandi significati, erano in realtà piuttosto stupide... 

Mukta

L'autrice con Osho

Gesù forse non è mai esistito e se è esistito non era ebreo



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Che il messaggio di Gesù fosse rivolto principalmente, e forse solo, agli ebrei lo rileviamo da Mt 10,5: "...«Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele".
Ma Gesù era ebreo? il suo messaggio certamente non lo era, visto che veniva rigettato dai Samaritani, dai Farisei e dai Sadducei. Naturalmente se i vangeli sono stati costruiti con una ambientazione ebraica e con lo scopo di far sembrare Gesù un ebreo, questi indizi sono molto labili, ma alcuni possono essere rilevati. Vediamo allora quali sono i principali indizi di una non ebraicità di Gesù, perché cadendo questa ipotesi cade tutto il discorso di storicità.
a) Già in Marco 10,5 citato sopra, l'evangelista, per bocca di Gesù, usa lo strano attributo di "pecore perdute della casa di Israele" per indicare gli ebrei senza usare una sola parola per indicarne la fratellanza o l'appartenenza alla stessa comunità. Alcuni elementi che troviamo nei vangeli come

la fine del mondo e la risurrezione dalla morte,
lo spirito santo,
la remissione dei peccati tramite battesimo,
diventare eunuchi per il regno dei cieli,
fare la lavanda dei piedi ai propri discepoli,

non sono certamente elementi del pensiero e dei costumi ebraici.
Ma principalmente è l'episodio del processo che definitivamente nega l'ebraicità di Gesù e degli scrittori dei vangeli.
b) Un autore, cristiano ma appartene al gruppo degli Unitariani Universalisti, ci dà un elenco di tutte le discordanze storiche nel processo evangelico a Gesù:

1) doveva essere svolto in due sedute distinte in due giorni diversi
2) doveva essere svolto di giorno e in pubblico
3) doveva avere la testimonianza contraria all'imputato di almeno due testimoni
4) ogni testimonianza doveva essere oculare
5) l'imputato doveva avere un difensore
6) non era ammesso alcun verdetto unanime: una condanna da parte di tutto il Sinedrio equivaleva ad una assoluzione
7) nessun procedimento poteva avere luogo durante il periodo pasquale
8) se veniva decisa l'imputabilità, nessun annunzio di verdetto poteva essere emesso in quello stesso giorno.

L'arresto doveva avvenire in pieno giorno, senza alcun tradimento e con un mandato legale del Sinedrio. Niente di quanto elencato avviene nell'arresto di Gesù.
c) Poichè non era possibile ottenere una esecuzione immediata del sobillatore che oltretutto doveva essere eseguita tramite la lapidazione, la fiction pretende che Pilato venga svegliato di notte e presenzi al processo per poter quindi introdurre una immediata pena romana tramite crocifissione. Questo metodo di esecuzione era riservato dai romani solo ai ribelli e quindi l'accusa rivolta a Gesù di voler distruggere il Tempio è oltretutto inidonea a generare una condanna di crocifissione.
d) La distruzione del tempio era una metafora per distruggere l'ebraismo e introdurre in Palestina la nuova religione predicata da Gesù.
e) La responsabiltà viene comunque assegnata agli ebrei, sono essi gli accusatori, e quindi è impensabile che l'autore della fiction, così come il protagonista, fosse un ebreo.
f) Il colpo di grazia alla tesi di Gesù ebraico, che quindi inficia tutta la descrizione evangelica, lo dà la descrizione della inumazione fatta da Giovanni con le 100 libbre di oli e le bende che ricorda l'imbalsamazione egiziana.


Pier Tulip 

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Osservare il mondo senza pregiudizio... questa la visione del "risvegliato"

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Il nostro osservare il mondo, sia interiore (delle emozioni) che esteriore (degli oggetti), non è quasi mai “pulito”, privo cioè di interpretazione e concettualizzazione.
Siamo avvezzi a giudicare quel che osserviamo attraverso il filtro della memoria e delle sensazioni collegate alle trascorse esperienze. Anche nel caso di eventi “nuovi” o di idee precedentemente non considerate non facciamo a meno di cercare di “comprendere” e misurare sulla base del nostro conosciuto. Ecco questa “preconoscenza” è la nostra “schiavitù” ma se potessimo lasciarci andare sino al punto di poterci osservare mentre si innesca il meccanismo del “pre-giudizio” e capire il suo funzionamento… potremmo già considerare questa “attenzione” come una prima forma di meditazione e distacco dal processo appropriativo in corso.
Facciamo un’analogia pratica, per esemplificare questo tentativo di spostare l’attenzione dall’io giudicante alla capacità testimoniale della pura coscienza, analizzando il funzionamento del sogno. Quando sogniamo tutto avviene in modo apparentemente costruito e definito mentre allo stesso tempo gli avvenimenti del sogno mantengono il senso dell’imponderabilità.
Il personaggio specifico del nostro sogno, nel quale noi ci identifichiamo, è esso stesso una semplice componente inscindibile dalla complessità del sogno, in cui i vari attori, figure, oggetti ed eventi sono un tutt’uno. La “farsa” del sogno mostra un’apparente finalità e significato agli occhi del personaggio di sogno nel quale ci identifichiamo. Vediamo che egli infatti compie gesti deliberati e verosimili sforzi di volontà per raggiungere i suoi fini di sogno, rapportandosi inoltre con gli altri personaggi del sogno come “diversi” da sé.
Può ciò corrispondere a verità?
Tutti gli aspetti del sogno sono prodotti dalla stessa mente e non sono in alcun modo controllabili e gestibili da alcun personaggio o situazione del sogno. Essendo ognuno di questi elementi semplici componenti “passive” immaginate nella mente del sognatore. Dal punto di vista dell’esperienza “empirica” nello stato di veglia si può dire che il processo di “creazione” sia praticamente il medesimo. Tutti gli oggetti ed i soggetti che reciprocamente si percepiscono (essendo ognuno contemporaneamente soggetto ed oggetto nella percezione altrui) scaturiscono dalla stessa “Mente”, o Coscienza, e si dipanano sullo schermo concettuale degli eventi spazio-temporali. In effetti, in questo funzionamento totale, non può esistere alcuna volizione o finalità personale, poiché (come nel sogno) ogni cosa si svolge indipendentemente dall’intenzione di qualsiasi dei personaggi sognati. Pur che apparentemente essi assumono su di sé il senso dell’affermazione o della negazione di una loro “volontà”, ma questo avviene solo conseguentemente alla considerazione effettiva degli eventi già vissuti. Ovvero dopo aver “giudicato” i fatti accaduti ed averli assunti come propri (attraverso il senso di identificazione) e quindi definiti come positivi o negativi (ai fini del personaggio).
Da ciò, per estensione, arriviamo all’identità dello stato di veglia e scopriamo che -come nel sogno- a manifestare la vita e le sue componenti non sono i singoli esseri bensì la Coscienza stessa, impegnata com’è nell’opera di vivificazione delle sue emanazioni e manifestazioni, che sono possibili solo per suo tramite.
Per questa ragione è detto che “quando il me scompare l’Io si manifesta” (Ramakrishna Paramahansa), ovvero quando l’identificazione individuale cessa automaticamente la Coscienza impersonale emerge. Si dice che “emerge” in quanto tale pura Coscienza è già insita nell’individuo stesso (come la mente è presente nel personaggio sognato) che la “sostanza” non appartiene alla sembianza mutevole ma è l’essenza che la anima. Ovviamente in caso di “risveglio” al puro Io il senso di identità individuale “muore” ma questo non implica l’automatica scomparsa della sua “sembianza” apparente, che continuerà a restare nella percezione degli “altri” osservatori, ma svuotata al suo interno di ogni identificazione oggettiva, essendo il risvegliato pura e semplice “soggettività” (Consapevolezza priva di attributi).
La spontaneità è la caratteristica “comportamentale” del risvegliato, quando spontaneità significa semplice capacità di risposta, adeguata e consona, alle situazioni in cui egli si imbatte. In un tale essere non permane alcuna ombra di intenzionalità o di giudizio, di desiderio o repulsione, la sua “volontà” corrisponde esattamente agli eventi vissuti senza che lui lo ricerchi. Possiamo definire questo stato: Libertà.
Per significare la vera natura dell’essere ed il “ritorno” all’intrinseca consapevolezza che gli è propria, ammettendo che tale natura è la stessa per ognuno di noi, mi piace riportare una frase di Nisargadatta Maharaj, che disse: “Non importa ciò che fai o ciò che non fai se hai realmente percepito quello di cui sto parlando. Diversamente, non importa nemmeno se tu non hai capito quel di cui sto parlando..” Il che significa che in entrambi i casi la realtà intrinseca non cambia… e quel che è destinato ad avvenire avviene per conto suo….
Succede però che questo discorso, pur essendo a volte intellettualmente accettato, necessiti spesso una digestione ed assimilazione, deve insomma essere fatto “nostro”. Ciò può avvenire attraverso la riflessione, la rielaborazione e il riconoscimento al nostro interno di tale verità. Ora in qualche modo ci sembra di aver compreso ma dobbiamo disintossicarci dalla tendenza speculativa e dall’identificazione con il personaggio incarnato. A tal fine, non per ottenere la condizione che è già nella nostra natura ma allo scopo di scongiurare l’imbroglio della mente, consiglio la lettura ripetuta e la ponderazione sulle immagini contenute nel Libro dei Mutamenti, un compendio di esempi archetipali psicosomatici, descrivente cioè i diversi modelli comportamentali, basati sulle variegate capacità espressive della mente nello svolgimento degli eventi spazio-temporali. 
Per mezzo dell’analisi sarà possibile riconoscere le multicolori forme che la mente può assumere in questo mondo di apparenze, essendo le sue trasformazioni semplici risultanze, risonanze e adattamenti alle condizioni che si trova ad affrontare. Questa è una risposta automatica allo svolgimento delle continue mutazioni e mescolamenti degli elementi basilari della vita.
Ovvio che tali mutazioni sono praticamente infinite ma nel Libro dei Mutamenti si esaminano 64 aspetti/madre, in forma di esagrammi in cui ogni linea è una componente costitutiva con propri significati. Essendo questo testo il risultato di un antichissimo e costante studio ed osservazione di fenomeni naturali e sociali, interpretati e visti sia con la ragione che con l’intuizione, esso si presenta come un complesso integrato dei diversi modi espressivi analitici ed analogici della mente.
E nel Libro dei Mutamenti si può dire che vengono fusi sia gli aspetti filosofici speculativi e metafici che quelli analitici ed empirici (Taoismo e Confucianesimo), perciò la prassi è quella di osservarne le immagini senza volerne assumere i concetti, un buon metodo per avvicinarsi alla corrispondente spontaneità comportamentale del saggio, basata sulla capacità di immediata risposta comportamentale nelle varie situazioni incontrate nella vita, anche in considerazione delle peculiari caratteristiche da ognuno incarnate e nella posizione e condizione in cui siamo. Insomma, conoscere il mezzo per affrontare adeguatamente il percorso.
Siccome la lettura del testo non è immediatamente chiara e assimilabile è consigliabile una ripetizione continuata, ma senza sforzi interpretativi, in modo da sospingere pian piano la nostra mente verso quel necessario “distacco” da finalità precostituite, tralasciando quindi il tentativo di comprensione dei significati razionali e lasciando che le immagini evocate trovino corrispondenza nel nostro inconscio.

Paolo D’Arpini

Oltre il credere e il non credere - Viaggio tra categorie di pensiero e categorie di esperienza...


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Il linguaggio non è solo semantica. Eppure c’è già all’interno della mente un “seme” che consente la comprensione di concetti sottili, che non hanno corrispondenza nel mondo materiale. Ad esempio quando un bambino apprende a parlare ed a scrivere, non segue solo esempi concreti: tavolo, cibo, cane, etc.  Vi sono pure concetti e sentimenti che vengono “riconosciuti” intuitivamente, per una sorta di ammissione interna che va aldilà dell’esempio. In questo caso si presuppone che vi sia già una pre-conoscenza innata di tali concetti, il linguaggio insomma non è altro che descrizione di un qualcosa che abbiamo già dentro. La stessa cosa si può dire della  conoscenza  di vita.
La vita  nasce dall’inorganico ma se non fosse già presente nella materia in forma germinale come potrebbe sorgere e trasformarsi in intelligenza e coscienza? Da ciò se ne deduce che la coscienza e l’intelligenza sono come una “fragranza” della materia e quindi non vi è reale separazione. La differenza è solo nella fase….  La vita è un’espressione manifestativa della materia.  Partendo da questa considerazione generale osserviamo che la spinta evolutiva di questa intelligenza/vita si evolve attraverso stati diversi di consapevolezza. Nelle forme pensiero esistono gradi  descrittivi della maturità assunta da questa intelligenza. Tralasciamo per il momento gli aspetti più vicini all’animalità, all’istinto, e prendiamo in considerazione solo gli aspetti “filosofici” del pensiero umano.  Osserviamo che sia in occidente che in oriente vengono descritti gli aspetti separativi e unificativi del processo mentale (solve et coagula).
In Grecia come in India si è parlato di pensiero duale e pensiero non-duale. 
Nel pensiero duale (dvaita) viene inserita ogni forma cristallizzata separativa, come il teismo e l’ateismo. Queste due categorie infatti sono viste come sfaccettature della stessa   conformazione separativa. Il teista è colui che crede in un dio separato da sé, lo immagina in veste di essere superiore e dotato di immensi poteri e vede se stesso come creatura alla sua mercé . Il teista crede che la sua propria esistenza è consequenziale e secondaria al dio. L’ateo parimenti, crede di non credere, ovvero nega ogni sostanza all’ipotetico dio basando il suo credo sul relativismo materialista. Il teista e l’ateo sono arroganti affermativi della propria  “verità” (presunta od immaginata). Ovviamente entrambe queste fedi si basano sulla piccolezza e separatezza dell’io ed abbisognano di uno sforzo continuo e costante per affermare o negare, un tentativo frustrante che comunque non prende  in considerazione  l’agente primo, l’io, se non in forma passiva e marginale. Questo modo di pensare  duale è   lo stesso sia per il religioso che per l’ateo materialista che crede in causa-effetto o nella fortuità del caso.  E’ un percorso puramente speculativo, basato comunque sul credere, sul ritenersi piccoli elementi separati di un qualcosa che magari pian piano la scienza (o la religione) corroborerà. Ma sappiamo che l’orizzonte è sempre più avanti… mai raggiungibile, insomma siamo persi nel nulla…. Nel vuoto.
La fase successiva dell’auto-conoscenza si definisce non-duale (advaita), in questo caso si inizia a tener conto del soggetto, della coscienza attraverso la quale ogni percezione e sentimento sono possibili, si riconosce nella consapevolezza la matrice della propria esistenza. In questa categoria si pongono l’agnostico  e lo gnostico.
Alla base della ricerca dell’agnostico si pone l’esperienza diretta ed il superamento della concettualizzazione descrittiva. L’esperienza empirica viene portata alle sue estreme conseguenze con il riconoscimento della costante presenza dell’io nel processo implicato.  Viene superato così il modello del credere in verità precostituite  accettando la realtà intrinseca dello sperimentatore che esperimenta.
L’agnostico  sa che non può esserci altra certezza che quella dell’esperimentatore ma allo stesso tempo non vi è ancora realizzazione definitiva. La coscienza individuale  non si è fusa nella coscienza universale benché permanga l’intuizione dell’unità primigenia del tutto.  Stando così le cose egli non può  affermare,  egli  dice di non sapere, la sua è una saggezza in fieri, in maturazione.  L’agnostico non può più identificarsi con un nome forma specifico ed allo stesso tempo manca della pienezza  e quindi resta in silenzio, non afferma e non nega.  Ma il suo costante e continuo discernimento giunge infine ad una inaspettata e spontanea fioritura, e qui l’intelligenza individuale si scioglie, si ottiene la  conoscenza di sé, la gnosi (jnana). 
Lo gnostico non ha assolutamente bisogno di affermare alcunché, la sua realizzazione è totale e definitiva, la sua presenza non è limitata ad un nome forma, egli conosce se stesso come il tutto inscindibile dal quale ognuno di noi proviene e risiede. Lo gnostico né sente il bisogno né ha mezzi per esprimere la sua esperienza, giacché il linguaggio umano è  molto distante dall’esperienza diretta del sé. Infatti prima c’è la consapevolezza del sé, poi la coscienza dell’io individuale che assume una  forma nello specchio della mente, quindi la riflessione del pensiero ed infine la descrizione del linguaggio parlato o scritto.  Il saggio  non vede differenza alcuna, sa che  la  base è la stessa per ognuno (materia-spirito in continua trasformazione), egli “conosce” che la coscienza e l’esistenza sono inscindibili nell’assoluta unità  (uno senza  due)  e resta in silenzio.   Ma la sua esperienza  -che  è la comune natura di tutti-  può essere  riconosciuta e percepita  per spontanea simpatia  dallo spirito maturo.
In questo processo a quattro fasi, fra dualismo e non-dualismo, si manifesta tutto il gioco della vita e della coscienza.
Paolo D’Arpini
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Comitato per la Spiritualità Laica -  spiritolaico@gmail.com

Gli extraterrestri ci sono... in "un'altra storia" di Syusy Blady


Nel documentario indago quella che mi piace definire “Un’altra storia”. A partire dagli studi di Zecharia Sitchin, che teorizza l’ipotesi che il nostro pianeta sia stato visitato in periodi lontanissimi da antichi astronauti che non solo hanno dato all'uomo la civiltà ma lo hanno anche creato come lavoratore primitivo al loro servizio. Una storia fra la fantascienza e la mitologia, che offre una spiegazione plausibile a tanti fatti storico e archeologici che non riusciamo a spiegare diversamente.

La prima e più importante rivelazione che vado a verificare in questo documentario è quella che riguarda la nostra origine: la Genesi o meglio l’altra Genesi. Che l’homo sapiens sia apparso in Africa e più precisamente in Sudafrica si sa, ma che proprio lì ci siano le miniere d’oro più antiche del mondo con la presenza di attività umana, costituisce un mistero. Mistero che s’infittisce con la scoperta attraverso Google Earth di migliaia di costruzioni di cerchi di pietra che ci fanno pensare a una presenza quanto meno intelligente, se non proprio tecnologica. 


Così sono andata in Sudafrica, per incontrare Michael Tellinger, studioso di queste strutture che, viste dall'alto, fanno pensare al mito sumero chiamato Absu, il luogo della ricerca dell’oro e della creazione dell’uomo. Si tratta di un territorio finora praticamente non indagato, dove invece Michael Tellinger ha cercato le tracce di un passato molto remoto. Mito, archeologia e storia dell’uomo s’incrociano qui e ci svelano qualcosa che può cambiare la storia così come la conosciamo in tutta un’altra storia!

Il viaggio prosegue a Baalbek, il luogo in cui Gilgameš, nella sua epica, va a cercare l’immortalità e poi in Ecuador dove trovo l’Agua de Oro, elisir di lunga vita. Oltre ai contributi di Tellinger e di Zecharia Sitichin (con stralci della prima intervista che gli feci vent'anni fa a New York), ci sono interviste inedite a Mauro Biglino, che reinterpreta la Genesi Biblica, ad Alessandro Demontis, che interpreta i miti sumeri e babilonesi di creazione, a Pietro Buffa, che analizza le diverse fasi dell’evoluzione umana dal punto di vista della genetica, e agli amici del gruppo Tesla.

Fatemi sapere cosa ne pensate,

Syusy Blady - 
redazione@nomadizziamoci.it

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P.S. Il documentario "Tutta un’altra storia" prodotto anche con la vostra partecipazione tramite Eppela è pronto, disponibile in streaming a noleggio su Vimeo on Demand!

Sheik Nasruddin, erede musulmano dello zen...?


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Sheik Nasruddin (o Nasreddin Hodja)  era  un selgiucide (ma altre etnie se ne disputano l'appartenenza), nato nel villaggio di  Hortu  in Sivrihisar, provincia di  Eskisehir,  che si trova nell'odierna Turchia, egli morì nel 13 ° secolo in Akşehir , nei pressi di Konya , una capitale del Sultanato Seljuk di Rum.  Un festival internazionale sul Mullah viene celebrato ogni anno tra il 5 e il 10 luglio nella sua città natale.   

Nasruddin  è considerato un filosofo populista e un uomo saggio, appartenente alla congrega dei sufi,  ricordato per le sue storie  e aneddoti  a volte spiritose, a volte sagge, ma spesso anche un po' pazze o  prese per il  culo. Comunque ogni storia di Nasruddin  cela  un sottile umorismo ed ha una funzione pedagogica nascosta. 

Ma parlare dell'esistenza fisica e delle avventure  del Mullah  Nasruddin,  personaggio mitico, è un po' come ipotizzare la permanenza  di Gesù in India. A volte la leggenda  assume forme quasi comprovabili, con riferimenti e testimonianze. In Kashmir, ad esempio,  esiste una tomba in cui si afferma sia stato sepolto Gesù dopo la finta morte della crocifissione e la sua seconda e definitiva fuga in India (la prima avvenne negli anni della sua giovinezza  dopo la  presentazione al Tempio sino alla sua ricomparsa in Palestina all'età di trent'anni in cui iniziò la sua predicazione). 

Al personaggio Nasruddin invece si da un luogo di nascita e di permanenza stabile, anche se diversi gruppi e  luoghi se ne disputano l'ascendenza.  In un villaggio della  Khirghisia, ad esempio,  c'è tanto di statua commemorativa di lui sul suo famoso asino. Anche questa similitudine di Gesù e di Nasruddin sull'asino   fa un po' riflettere, che ci sia un significato recondito?

Il fatto è che Nasruddin, nei detti a lui ascritti e tramandati per secoli in tutto l'oriente, lascia trapelare  una filosofia del "buon senso" che però in certi casi appare illogica e priva di significato concreto. A dire il vero la stessa cosa avviene negli insegnamenti zen, in cui l'assurdo prende il posto del ragionamento, questo per spingere la mente a superare i suoi  limiti e confini. Lo stesso tipo di approccio lo ritroviamo anche in Georges Ivanovič Gurdjieff, un maestro vicino anche geograficamente a Nasruddin, che  sovente  ne ha menzionato i detti, quasi in forma di barzellette. 

La pazzia sufi a cui Nasruddin  attinge la ritroviamo anche nelle poesie di Hafiz e di Rumi, una pazzia controllata quanto basta per non fare la fine di Mansur Mastana, altro sufi che per l'eccesso delle sue dichiarazioni nondualistiche fu giustiziato per blasfemia dalla gerarchia sunnita.  Insomma Nasruddin  si pone  quasi come  un giullare che può permettersi di esprimere delle verità passandole per scherzi o giochi di parole. 

Su Mullah Nasruddin esiste una nutrita bibliografia e chi volesse conoscerne meglio le avventure e i detti troverà ampio materiale pubblicato in vari libri, anche in italiano.

Paolo D'Arpini


Reincarnazione e processo evolutivo - Alcuni pareri



“Argomentone complicato quello della reincarnazione e del processo evolutivo.  A dire la verità mi pare che le pulsioni psichiche migrino anche durante questa nostra esistenza. Il che è alla base anche delle teorie psicanalitiche. Alla fine tutto ci attraversa e migra . Eppure c’è qualcosa che è attraversato da questo continuo flusso. Pure il nostro corpo è in continuo divenire. Dove e come collocare una propria identità anche solo terrena allora diventa davvero difficile. Eppure c’è un indefinibile qualcosa che è attraversato dalle molte manifestazioni dell’esistenza con cui io mi identifico. Che sia il famigerato e tanto demonizzato ego? Non so. Certo che a me l’indistinto tutto con annullamento di ogni singolarità mi pare contenga il rischio di renderci anche più manipolabili socialmente e politicamente. Pure il concetto che tutto sta già avvenendo adesso può indurre in una rassegnata passività.” (M.L.B.)

Mia rispostina: “…occorre agire secondo natura, in chiave evolutiva, nella consapevolezza del bene comune, poiché noi siamo in ogni forma! Anche l’io individuale ha la sua importanza nel processo evolutivo globale della coscienza. Insomma dobbiamo partire da noi stessi. La specie umana è in continua evoluzione e così dovremmo poter prendere coscienza che il nostro vivere si svolge in un contesto inscindibile. Di fatto è così… solo che dobbiamo capirlo e viverlo consapevolmente, prima a livello personale e poi a livello di comunità…”

Altro commento di G.B.: “…molto interessante, solo che io ho ricordi precisi delle passate esistenze, come si spiega?”

Mia rispostina:  “L’agglomerato psichico che manifesta una nuova forma chiaramente parte da una “memoria”, l’appropriazione da parte dell’io individuale di quella memoria fa parte del meccanismo identificativo con il nome-forma”

Altro commento di M.F.: “C’è molta confusione intorno alla parola ego… quello per così dire, demonizzato, non è certo il sentiero univoco assoluto originale che è frutto del segmento che ci definisce nella vita…ma quello che ci separa dal resto delle cose a cui apparteniamo, giudicando il mondo esclusivamente dai nostri parametri che dominati dalla paura la risolvono (in realtà amplificano) facendo assurgere l’ IOS a vela dominante e unica stella polare della nostra navigazione. Ovvio che poi la morte spaventi e si necessitano paradisi o reincarnazioni per calmierarne la paura… “

Mia rispostina: “A proposito della funzione e natura dell’io individuale… 
http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2013/08/libero-arbitrio-o-destino-nella.html …”

Altro commento di S.P. : “Concordo sul fatto che la Coscienza sia una e le sue manifestazioni innumerevoli ma vivono percorsi separati, pur condividendo la medesima natura. E ognuna è dotata di una propria individualità e “libertà”, che rispettano reciprocamente, da cui deriverebbe il diverso grado di evoluzione che le singole Anime hanno. Questo perlomeno quello che raccontano sotto ipnosi”

Mia rispostina: “l’ipnosi, come la psicoanalisi, si ferma al livello del subconscio (sogno), ma anche se arrivasse all’inconscio (sonno profondo) resterebbe ancora al livello della manifestazione esteriore. Infatti nello yoga si parla di quarto stato (turya) come la dimensione del testimone e di Turyatita come l’assoluta presenza del Sé, tra l’essere ed il non essere. Di solito si intende che la coscienza individuale si forma karmicamente nel “causale” (equivalente al sonno profondo) ma a quel livello prevale già la “nescienza”, ovvero l’inconsapevolezza del Sé.”

Paolo D’Arpini


Articolo collegato: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2015/11/incarnazione-e-altra-cosa-di.html

"Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?"

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A Sound of Thunder. (Traduzione di Stefano Negrini, Editori Riuniti, 1985)
 
Alan Turing in un saggio del 1950, Macchine calcolatrici e
intelligenza, anticipava questo concetto: Lo spostamento di un singolo
elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato,
potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi,
come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la
sua salvezza.
 
Per esemplificare con un'idea concreta e quotidiana questo concetto,
si parla solitamente delle cosiddette "porte scorrevoli'' (in inglese
sliding doors): una persona deve assolutamente prendere il treno, ma
ritarda di giusto due secondi e lo perde.
 
Perdendolo, entra in scena una sequenza di avvenimenti che la porta,
ipotizziamo, a ritornare a casa deluso ed imbattersi casualmente nella
donna della propria vita svoltando distrattamente l'angolo. Se invece
la persona fosse riuscita a prendere il treno, si sarebbe trovata da
tutt'altra parte e non avrebbe conosciuto la propria anima gemella.
 
A conti fatti perciò una singola azione può determinare
imprevedibilmente il futuro. Nella metafora della farfalla, quindi, si
immagina che un semplice movimento di molecole d'aria generato dal
battito d'ali di una farfalla possa causare una catena di movimenti di
altre molecole fino all'uragano menzionato. Così un semplice ritardo
di due secondi può incidere sulla vita personale di un individuo.
Ovviamente qualsiasi evoluzione degli eventi nei due casi è
ipotizzabile e plausibile: e se magari fermando la propria anima
gemella le avesse impedito di essere investita da un camion pochi
metri dopo? E se prendendo il treno invece avesse per sbaglio preso al
capolinea una valigia, uguale alla propria, di un'altra persona
contenente esplosivo a tempo, sventando così un attentato a prezzo
della propria vita?
 
Edward Lorenz fu il primo ad analizzare l'effetto farfalla in uno
scritto del 1963 preparato per la New York Academy of Sciences.
 
Secondo tale documento, "Un meteorologo fece notare che se le teorie
erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato
sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.''
 
In discorsi e scritti successivi, Lorenz usò la più poetica farfalla,
forse ispirato dal diagramma generato dagli attrattori di Lorenz, che
somigliano proprio a tale insetto, o forse influenzato dai precedenti
letterari (anche se mancano prove a supporto).
 
"Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado
in Texas?'' fu il titolo di una conferenza tenuta da Lorenz nel 1979.
 
Fonte: www.bplab.bs.unicatt.it

Kabbalah. I misteriosi sentieri del "ritorno" accessibili solo a pochissimi "eletti"


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Ante scriptum. Caterina mi ha raccontato, tutta stranita, di aver assistito (da Ting a Spilamberto)  la sera del 7 novembre 2018 alla conferenza di un noto ginecologo "un gran bell'uomo, infatti c'erano quasi tutte donne", che parlava dei misteri della Kabbalah. Misteri evidentemente indecifrabili ai più, tant'è che sia lei che le altre ascoltatrici per la maggior parte si sono interrogate: "...e che vol' dì?". 

Il mistero piace, attira la mente con i suoi labirinti che non portano a niente, in cui si entra e non si esce. Lo disse anche Ramana Maharshi: "La gente non ascolta la verità sul Sé, che è semplice e diretta ed alla portata di ognuno, preferisce seguire le tortuosità elucubrative della mente ed il mistero...".

Anni fa me ne accorsi anch'io allorché -su richiesta della redazione di AAM Terra Nuova- iniziai una rubrica mensile in cui brevemente descrivevo i vari metodi divinatori, zodiacali e e dell'auto-conoscenza. Quando mi toccò affrontare il tema della Kabbalah dovetti concentrami come se avessi dovuto risolvere dei logaritmi ed io non ho affatto un cervello matematico. Una vera sofferenza e tra l'altro non mi tornavano nemmeno i conti con tutto quell'intersecarsi si sefiroth. Avevo sbagliato un calcolo e non mi riusciva di trovare l'errore, per fortuna il grafico di Terra Nuova mi fece notare  che avevo ripetuto una sefiroth per due volte... e quindi l'albero non  risultava corretto. Improvvisamente, senza ragionarci sopra, trovai la sefiroth mancante ed emisi un sospiro di sollievo. Compresi comunque che la Kabbalah non fa per me...

Però per facilitare il compito interpretativo a Caterina, che vuole risolvere il mistero dei misteri, riporto la mia schematica e sintetica analisi sulla Kabbalah. Eccola qui: 

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L’Uno è il mistero dei misteri, l’En Sof (il senza limite), Egli può manifestarsi attraverso i suoi attributi che sono poi le qualità descritte nella Kabbalah. Lo schema proiettato si chiama Albero delle Sefiroth, con dieci rami, è un simbolo di come le qualità divine siano scese dall’alto verso il basso, segnando la strada spirituale che l’anima deve compiere per il ritorno. 


Il cammino si compie attraverso 7 Hekaloth (piani spirituali) in cui l’anima procede dal basso verso l’alto sino alla rivelazione. Nella Kabbalah i rami si intersecano in 22 sentieri conduttivi a varie qualità e questa cifra corrisponde alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico. 

Vediamo ora quali sono i nomi ed i significati arcani dei vari sentieri. 
1 dalla Intelligenza alla Corona, l’nizio; 
2 dalla Bellezza alla Corona, conoscenza occulta; 
3 dalla Intelligenza alla Saggezza, conoscenza profana; 
4 dalla Bellezza alla Saggezza, creazione; 
5 dalla Misericordia alla Saggezza, saggezza; 
6 dalla Bellezza all’Intelligenza, fede; 
7 dalla Severità all’Intelligenza, moto; 
8 dalla Severità alla Misericordia, risoluzione; 
9 dalla Bellezza alla Misericordia, meditazione; 
10 dal Trionfo alla Misericordia, evoluzione; 
11 dalla Bellezza alla Severità, moderazione; 
12 dalla Splendore alla Severità, rinuncia; 
13 dalla Trionfo alla Bellezza, trasformazione; 
14 dal Fondamento alla Bellezza, moderazione; 
15 dallo Splendore alla Bellezza, soggezione; 
16 dallo Splendore al Trionfo, distruzione; 
17 dal Fondamento al Trionfo, realizzazione; 
18 dal Regno al Trionfo, mutevolezza; 
19 dal Fondamento allo Splendore, appagamento; 
20 dal Regno allo Splendore, giudizio; 
21 dal Fondamento al Regno, completezza; 
22 (fuori concorso) dalla Saggezza alla Corona, l’En Sof, il divino paradosso.


“Il Silenzio ha in sé abissi dentro abissi, ma esiste un Silenzio ultimo, un punto estremo da non essere nulla eppure da cui tutto sgorga, questa è l’Essenza”. 

Paolo D'Arpini 


Baul. Canti e danze come meditazione


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I metodi dei Baul sono molto semplici. I Baul sostengono che se riesci a ballare, molti blocchi spariranno dal tuo essere, perché quando una persona balla e si addentra davvero nella danza e diventa movimento, diventa… liquida. 
Non l’hai mai notato? Se hai visto qualcuno perso nella danza, non ti sei accorto che non è più solido? Fluisce. La solidità è sparita, è diventato liquido. Questa liquidità scioglie i blocchi. 
Danzare è lo Yoga dei Baul. Un Baul danza per ore. Quando la Luna è in cielo, di notte, i Baul ballano tutta la notte, perché per loro la Luna è un simbolo del loro Amato, Krishna. Chiamano Krishna “la Luna”. Quando c’è la Luna danzano follemente. E questa danza non è una performance. Non è da esibire davanti a qualcuno. Se qualcuno la guarda è un’altra cosa. Il Baul danza per se stesso, per il suo piacere personale.
Il canto è un altro dei loro metodi: hanno scelto metodi molto estetici, non metodi duri, ma molto morbidi, femminili, taoisti. Cantano e si perdono completamente nel loro canto, il canto è come un mantra per loro, il canto è preghiera. Cantano del loro Amato, del loro Signore, del loro Dio. 
Se ti perdi nel canto, sei perso in nadabrahma, sei perso nel “suono senza suono”. 
Ma il loro canto e la loro danza non sono ritualizzati. Non c’è rituale. Ogni Baul è individuale. Non troverai due Baul che cantano la stessa canzone o che cantano allo stesso modo, e non troverai due Baul che ballano la stessa danza o ballano allo stesso modo. Non seguono alcun rituale.
Questo deve essere compreso, perché è molto, molto fondamentale per loro, e vorrei che tu ricordassi che se qualcosa diventa un rituale, lasciala perdere, ora è inutile, perché rituale significa ripetizione.
I Baul cantano le loro canzoni in modo spontaneo, sono spontanei, si rilassano nel momento: lasciano che la danza avvenga, lasciano che il canto accada.

 Osho   

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