Kali, la nera... amante, creatrice, distruttrice, tenebra fonda e luce abbagliante...


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Nel Bengala, dove  si trova la città di Calcutta sulle rive del Gange, c’è un’antica tradizione devozionale sotto forma di inni dedicati alla Dea. La Madre è descritta come luce e tenebra, illusione e conoscenza, amore odio, bene male, nobiltà ed ignominia, insomma tutte le categorie degli opposti. Kali è maya, la grande incantatrice, ed è kundalini, colei che ci risveglia dal grande sonno. Tutto è nelle sue mani e nulla può manifestarsi all’infuori di lei. Kali viene raffigurata mentre danza, estatica e nuda, sul corpo dormiente di Shiva.

Solo lei è la Terribile e la Benefica.

L’adorazione di Kali assume tutte le forme del possibile rapporto con il femminile, ella è madre, sorella, figlia, amica ed amante. Solitamente i devoti preferiscono rivolgersi a lei come Madre Universale, ma esistono culti che la venerano con amore filiale, in forma di giovinetta vergine, e vi sono inoltre gli approcci devozionali tantrici che la vedono come amante divina.

Kali... la Dea Nera, la danzatrice primordiale che crea il mondo... La sua danza è ovunque ed eterna! Ma la sua eternità è nel contesto dello spazio tempo, mentre la sua vera essenza è fuori del tempo, quindi anch'essa, come forma Kali, è illusoria e relativa.. e destinata a scomparire nell'oceano senza forma dell'Assoluto!
Kali, nella tua immensità vorrei immergermi e perdermi... come quella statua di sale che voleva misurare la profondità del mare ed in esso si sciolse... 


Kali. Tu sei me, io sono Te!

Paolo D’Arpini


Qui raccolgo alcuni inni sacri che la dipingono nei suoi diversi aspetti.

Dal Devi Mahatmya.

Quell’energia
che in tutti gli esseri è detto Coscienza
sia riverita, riverita, riverita.
Quell’energia
che in tutti gli esseri è noto come Ragione
sia riverita, riverita, riverita.
Quell’energia
che esiste in tutti gli esseri come Quiete
sia riverita, riverita, riverita.
Quell’energia
che esiste in tutti gli esseri come Compassione
sia riverita, riverita, ricevuta.
Quell’energia
che si manifesta in tutti gli esseri come Illusione
sia riverita, riverita, riverita.

Dal Mahanirvana Tanta

Misericordiosa,
vaso di misericordia,
la cui compassione è senza limiti,
che sei raggiungibile solo per la Tua compassione.
Tu che sei fuoco,
bronzea,
nera di colorito.
Notte oscura.
Tu sei nera come un cumulo di nubi,
tu che ti compiaci della devozione delle vergini
e sei il rifugio dei devoti delle vergini.
Tu che ti compiaci della celebrazione delle vergini
ed assumi la forma della vergine.
Oh Bella, oh strisciante,
che ispiri tutti i desideri
eppure liberatrice dalle catene del desiderio.
Oh gioiosa,
sollievo dalle sofferenze,
a te m’inchino….

Dal Karpuradi Storta

Oh Madre,
tu partorisci il mondo e lo proteggi
ed al momento della dissoluzione
riassorbi in te la terra ed ogni cosa.
Possa Devi, la Madre,
che appare nella forma di tutte le cose
apportare benefici
a tutti coloro che cantano le sue lodi.

Ed ora alcune poesie di Ramprasad, santo poeta nato a Calcutta nel 1718.

Tara, mi ricordi ancora?
In un qualsiasi altro posto
Non avrei potuto implorarti.
Ma ora, Madre, mi hai dato speranza,
hai reciso le mie catene
Madre, Madre mia,
tutto ciò che è mio è finito.
Ho offerto il mio dono!

Nella piazza del mercato di questo mondo,
la Madre sta seduta e fa volare i suoi aquiloni.
Su centomila, di uno o due taglia la fune.
E quando l’aquilone s’innalza nell’infinito
oh! come ride e batte le mani.

Oggi o fra cento secoli,
non sai quando avverrà la confisca dei beni.
In mano hai solo il momento presente.
Mente, oh mente mia,
affrettati a produrre il raccolto!
Spargi ora il seme che i tuoi maestri ti hanno dato
ed innaffialo con l’acqua dell’amore.

Dalla terra in cui mai fa notte,
lei è venuta a me.
Ed il giorno e la notte non sono più nulla per me.
Dite quel che volete, io sono sveglio.
Sttt… ho restituito il sonno a colei cui apparteneva.
Ho mandato il sonno a dormire per sempre.

Amo l’oscura bellezza di Syama,
il battito del cuore, i capelli arruffati, l’amo e l’adoro!

Ora una poesia che la rimprovera della sua “crudeltà”, scritta da un portoghese, Ferenghee, sposato ad una vedova indiana, che visse in Bengala verso la fine dell’800.

Oh Kali mia, vuoi esser buona ora con me?
Ma quando mai
hai manifestato il tuo favore a qualcuno?
Tu, Syama, con Shiva sei stata tanto crudele
da scacciarlo dalla dorata Kasi
ed indurlo a rifugiarsi in un crematorio
e vivere da mendicante.

Un brano del magico poema di Avadhut, dedicato al grande crematorio di Calcutta, il Kaligath.

..e qui presso l’antico crematorio si può udire l’eterno pianto:
oscuro, muto, grigio, orribile, incolore,
soffocato, inudibile, incomprensibile,
lo si sente nel cuore.
Non è come un pianto di tristezza.
Non ha alcuna sfumatura di dispiacere
né alcuno spasimo…
Nel mezzo di quel pianto sconosciuto s’innalza il canto di Kali!
Amo quell’Oscura Bellezza,
con i capelli arruffati, che seduce il mondo,
così io l’amo…
Quella nera amata risiede nel mio cuore!

Ecco la prima strofa d’una poesia di Swami Vivekananda, il famoso discepolo di Sri Ramakrishna, nato e morto a Calcutta.

Vieni, Madre, vieni!
Le stelle sono coperte,
nubi sopra nubi,
l’oscurità è vibrante, sonante.
Il ruggente turbine del vento
è abitato dalle anime di un milione di pazzi
fuggiti dal manicomio,
che sradicano gli alberi,
spazzano via i pellegrini dal cammino.
Il mare si è unito alla furia
e onde alte come montagne s’innalzano
verso un cielo di pece.
Un lampo di fosca luce
rivela mille e mille ombre della morte,
sudicia e nera,
che diffonde piaghe e dolori,
ballando ebbra di gioia.
Vieni, Madre, vieni!


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Osho: "...la sorgente della consapevolezza"


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La consapevolezza è la sorgente di tutto. La consapevolezza è ciò di cui è fatta l’esistenza. Ma non esiste nessuna sorgente della consapevolezza. Consapevolezza è un altro nome di dio, un nome migliore, più scientifico, meno mitologico.

Non avrebbe senso chiedersi qual è la sorgente di dio. Sapresti che una tale domanda porterebbe solo a un regresso infinito. Dio è la sorgente dell’esistenza, ma non avrebbe senso chiedere qual è la sorgente di dio. Chi l’ha chiesto è stato considerato ateo e condannato: “Stai facendo una domanda assurda”. Non sta facendo una domanda assurda. Sta semplicemente dimostrando che dio è un’assurdità.

Le religioni affermano da sempre che l’esistenza presuppone un creatore. Nulla può esistere senza un creatore: per secoli questa è stata l’argomentazione di tutte le religioni. E a quel punto, a qualsiasi mente intelligente sorge spontanea la questione: se tutto presuppone un creatore, allora anche dio deve essere stato creato!
E a quel punto non c’è fine. Il dio numero uno è stato creato dal dio numero due. Il dio numero due è stato creato dal dio numero tre... Dove fermarsi? Non c’è fine. Il treno continua ad andare avanti e ci si ritrova esausti.

Persone come Gautama il Buddha – che aveva una chiarezza impareggiabile – affermano che mettere in mezzo dio è assurdo in sé. L’esistenza c’è sempre stata. Nessuno l’ha creata e nessuno può distruggerla. Ma questo non significa che Gautama il Buddha sia ateo. Significa semplicemente che ha un approccio più scientifico e meno mitologico. Dice che l’esistenza è consapevolezza. L’esistenza stessa è fatta di consapevolezza. E la consapevolezza c’è sempre stata, c’è, ci sarà. Può essere addormentata, può essere sveglia, ma è comunque consapevolezza. Quando è addormentata ti muovi alla cieca, inconsciamente. Quando si risveglia ti illumini. Ma non esiste alcuna sorgente della consapevolezza.
La consapevolezza stessa è il fondamento di tutta l’esistenza, non c’è niente di più profondo. Non puoi andare oltre la consapevolezza.

Una coppia inglese voleva due gemelli e voleva anche che fossero due gentiluomini, cortesi e ben educati. Quindi prenotarono una visita dallo specialista che riprogrammò due spermatozoi del marito e li impiantò in un ovulo della madre. La coppia, molto soddisfatta, tornò a casa. Dopo nove mesi, la donna era pronta a partorire, ma non successe nulla. Dopo dieci mesi, ancora niente. E dopo un anno, era ancora incinta. La cosa andò avanti per anni.
Dopo cinquant’anni il marito morì e lei non aveva ancora partorito. Dopo settanta anni sentì che presto avrebbe potuto morire anche lei e quindi andò in ospedale e chiese la rimozione chirurgica dei bambini.

La donna fu sistemata sul tavolo operatorio e il chirurgo le aprì la pancia. Con grande sorpresa di tutti i presenti, all’interno c’erano due vecchi gentiluomini inglesi che si dicevano a vicenda: “Dopo di lei, insisto”. “No, no. Insisto io: dopo di lei”.

Ricorda una cosa: non aspettare che questo genere di questioni intellettuali trovino una soluzione. Non succederà mai. Ma se vuoi fare esperienza della sorgente di ogni cosa, vai più in profondità nella meditazione, e ti accorgerai che non c’è nulla di più profondo della meditazione. Scoprirai che tutto proviene dalla consapevolezza. Anche la materia è consapevolezza condensata, in un sonno profondo, forse in coma. Ci sono diversi gradi di consapevolezza. L’uomo è l’unico essere la cui inconsapevolezza ha permesso a un po’ di consapevolezza di crescere e di risvegliarsi. 

Ora, questo piccolo frammento, questo piccolo strato di consapevolezza è sufficiente, se lo usi correttamente, a portare sempre più l’inconsapevolezza a uno stato di consapevolezza.
In questo momento è un decimo di tutta la tua consapevolezza. Il giorno in cui dentro di te diventerà tutta consapevolezza e nessuna inconsapevolezza, una pura consapevolezza dalla A alla Zeta, dall’inizio alla fine, scoprirai che tutte le domande scompaiono, poiché ti trovi in uno stato di conoscenza senza interrogativi. Sei la consapevolezza stessa e sai che è la sorgente di tutto e che non ha bisogno di alcuna sorgente per sé.

Mentre interrogava un sospetto, il detective di polizia sfogliava il suo fascicolo. “Vedo qui,” disse, “che hai una serie di precedenti. Uno per rapina a mano armata, uno per violazione di domicilio, e un altro per violenza sessuale”. “Sì, signore” rispose il sospetto con una certa modestia “mi ci è voluto un po’ di tempo per scoprire che cosa so fare meglio”.

Persino un criminale, il peggiore dei criminali, ha un po’ di consapevolezza. Ma non le permette di crescere. Al contrario, permette alla sua inconsapevolezza di usare la sua consapevolezza.
L’inconsapevolezza rimane il padrone e la consapevolezza è usata come un servo.

Il giorno in cui entri nel sannyas, fai un balzo quantico: “Da questo momento in poi la consapevolezza sarà il padrone e l’inconsapevolezza sarà il servo. Non permetterò all’inconsapevolezza di infiltrarsi nella mia consapevolezza. Per piccola che sia la mia consapevolezza, devo semplicemente operare consapevolmente in modo che piano piano diventi più forte, più cristallizzata, e in grado di riunire le parti inconsce di me al suo servizio”.

L’inconsapevolezza collabora con la consapevolezza solo quando la consapevolezza è il padrone. Chi mai sarebbe in grado di collaborare coi propri servi? Ma davanti a un padrone certamente l’inconsapevolezza si inchinerà, riconoscendo di essere un servo.

Una testa calda del movimento di liberazione delle donne fu invitata a parlare a un convegno di camionisti. Rivolgendosi al pubblico tutto al maschile, dichiarò che le donne erano le fondamenta della repubblica americana. “Può darsi,” brontolò una voce dal fondo della sala, “ma ricorda chi ha gettato le fondamenta!”

Le persone usano la consapevolezza di tanto in tanto, ma non è parte attiva del loro essere ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un sannyasin deve essere consapevole ventiquattr’ore su ventiquattro. Almeno deve sforzarsi di esserlo. Piano piano la consapevolezza continuerà a infiltrarsi negli strati inconsci dell’essere. E non è solo una filosofia o un’idea immaginaria, perché migliaia di persone sono diventate totalmente consapevoli. Coloro che sono diventati totalmente consapevoli rappresentano la nostra massima fioritura. La prova della nostra evoluzione risiede in loro.

Le persone che sono diventate pienamente consapevoli concordano tutte sul fatto che la consapevolezza è l’elemento costitutivo dell’universo: in forme diverse, a stadi diversi, ma è consapevolezza.

“Qual è la sorgente della consapevolezza?” è semplicemente una domanda intellettuale. Non è esistenziale. Se vuoi porre la domanda da un punto di vista esistenziale, diventa pienamente consapevole e a quel punto poi non la porrai mai. La domanda scomparirà. La domanda ti apparirà assurda.
 
Osho, The New Dawn #28

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"Religione dell'Olocausto e negazionismo... due facce della stessa medaglia...."


Gentili Redattori di Christus Rex, debbo premettere che non sono un praticante o credente cattolico, pur che fui battezzato, ma leggendo l'articolo apparso sulla vostra rivista con la presa di posizione di Marcello Veneziani in merito alla Legge contro il "negazionismo" mi son trovato con lui d'accordo, come - a suo tempo- apprezzai l'articolo dell'Osservatore Romano dello scorso ottobre (vedi sotto) sullo stesso argomento. 

Ebbene è trascorsa da poco la ricorrenza del 27 gennaio, in memoria dello sfondamento dei cancelli di Aushwitz, ed il ministro Alfano già preme per la calendarizzazione di un testo di legge sulla shoah e contro il negazionismo. 
Riporto qui alcuni stralci, su questo argomento, dall'intervento sull’Osservatore Romano (articolo del 19 ottobre 2010): 

(Vedi nel blog http://paolodarpini.blogspot.com/2010/10/losservatore-romano-si-dice-contrario.html

In cui tra l’altro é detto. «Negare l’Olocausto è un fatto gravissimo e vergognoso» afferma il giornale vaticano e continua «La storia non è vera per legge. Ma punire per legge chi sostiene questa tesi, e quindi di fatto stabilire ciò che è storicamente vero attraverso una norma giuridica, non è la strada giusta. Anzi, rischia di essere controproducente: in democrazia la censura non è un mezzo corretto, e si finisce per far diventare martire chi vi incappa.»

Va poi aggiunto che la maggior parte degli storici, non certo in odore di negazionismo, siano comunque contrari ad una legge di questo genere, per la quale i Presidenti di Camera e Senato hanno già annunciato la loro posizione favorevole a un veloce iter di approvazione. 

Nell'articolo menzionato sopra l’Osservatore Romano non dimentica di citare David Bidussa, opinionista di “Moked”, il portale dell’ebraismo italiano, che ha scritto: «Una legge contro il negazionismo non sarebbe né una scelta intelligente, né una scelta lungimirante. Non aiuta né a farsi un’opinione, né a far maturare una coscienza civile. L’Italia ha bisogno di una pedagogia, di una didattica della storia, di un modo serio e argomentato di discutere e di riflettere sui fatti della storia. Non servono leggi che hanno il solo effetto di incrementare la categoria dei martiri».

Anch’io sento il dovere, come membro di una famiglia originariamente ebrea, e che si é salvata dalla deportazione con la “conversione” al cristianesimo (durante il periodo fascista) di esprimere un mio parere su questo controverso tema.

Innanzi tutto é vero che la storia e la verità storica e perciò la politica conseguente all’ultimo conflitto è stata definita dai vincitori… e non solo per la questione ebraica ma per ogni altro aspetto. Ma se si vuole riaffermare “l’umano e l’universale” che sta oltre le opinioni avverse occorre equanimità e la capacità obiettiva di considerare i semplici fatti e le situazioni in cui questi sono avvenuti. Nel “legalismo giuridico” -che non è più giustizia- vincono al contrario i “cavilli” e ciò è significativo di un percorso funzionale a “costruire” la verità (che è poi quella di comodo di una o dell’altra parte).

Ed ancora... lasciando da parte ogni speculazione sul passato, secondo me, bisognerebbe evidenziare anche come sia stata utilizzata per fini economici ed ideologici la tragedia dell’olocausto, i soldi raccolti a nome dei deportati, le pressioni politiche per far approvare leggi liberticide in Europa, la creazione di una nuova “religione” dell’olocausto, etc. Allo stesso tempo è controproducente abbracciare la causa della libertà di pensiero partendo dalla difesa o giustificazione del negazionismo. 


Mentre possiamo evidenziare come sia andata strutturandosi nel tempo una verità “basata” sul senso di colpa e sulla convenienza politico economica dei governi che hanno preferito cedere alle pressioni dell’industria dell’olocausto piuttosto che venir tacciati di collaborazionismo revanscista con i passati regimi fascisti. Questo ovviamente soprattutto in Germania e Austria (e forse prossimamente anche in Italia..) dove la “verità dell’olocausto” ha assunto connotati quasi religiosi e “stabiliti per legge”.

In questo momento ritengo sia importante poter indagare sulla veridicità dei fatti, stabilendo la verità sull’olocausto come dato di fatto storico, comprovandolo solidamente (se si vuole anche in senso etico), senza cavillare sulla negazione o sull’affermazione forzosa ma scoprendo “come” sia avvenuto e “perché”, evidenziando allo stesso tempo l’incongruenza di comportamenti speculativi politico-religiosi conseguenti ad esso. Allora forse si potrà smuovere l’opinione pubblica e pian piano anche inserire altre verità sul modo in cui l’olocausto è avvenuto, soprattutto di come in quel periodo il razzismo avesse colpito in ogni campo, contro l’uomo in generale, e non solo in Germania ma anche in Russia, e anche in America dov’era stata aperta la caccia alle streghe comuniste e la persecuzioni di migliaia di cittadini colpevoli di pensarla diversamente dal potere in carica. La persecuzione è stata a livello mondiale e contro l’uomo e la sua libertà espressiva in generale. 
Ho qui accennato alla necessità di cambiare impostazione se si vuole superare la contrapposizione ideologica, fra fautori della “verità olocaustale” e suoi negatori, per poter “scientificamente” affrontare il problema della “verità storica” e questo processo non può essere ottenuto “per legge” che altrimenti la ricerca risulterà tarpata e viziata….


Paolo D’Arpini
29 gennaio 2011

Ebraicità perduta, sheol, olocausto e campo psichico...



Di seguito  ampi stralci del fondamentale saggio di Gilad Atzmon, «Purim special - from Esther to AIPAC», apparso su Counterpunch il 3-4 marzo 2007. Atzmon, israeliano di nascita dove ha combattuto militarmente per Israele, ha scelto oggi di vivere a Londra, da europeo e non da ebreo. E’ un noto sassofonista jazz. Il suo ultimo CD, «Exile», che riecheggia i motivi polemici di questo suo scritto, è stato definito dalla BBC il miglior disco jazz dell’anno.


L’ebraicità è un concetto assai vasto.
Si riferisce a una cultura con molte facce, tanti gruppi distinti, diverse credenze, campi politici opposti, etnie differenti.
Ma questa gente così diversa si identifica come «ebreo», e ciò sorprende. […]
Cercherò di identificare il legame collettivo, intellettuale, spirituale e mitico, che rende l’ebraicità una identità così potente.
[…] La ebraicità si autodetermina come razziale, ma il popolo ebraico non forma un gruppo etnico omogeneo.
Alcuni la intendono come la continuazione del giudaismo, inteso come religione. […]
Ma molti sono atei, e anche oppositori del giudaismo e di ogni fede, e tuttavia mantengono l’identità ebraica, anzi  ne sono estremamente orgogliosi.
Che cosa costituisce l’ebraicità?
E’ una forma di religione,  un’ideologia o uno «stato della mente»?
E se la giudaità è una religione, bisogna chiedersi: in che cosa credono i suoi seguaci?
In che cosa si differenzia dal cristianesimo, dall’Islam e dal giudaismo?
Se l’ebraismo è un’ideologia, allora c’è da chiedersi: per che cosa si batte quest’ideologia?
E’ monolitica? Promuove un nuovo ordine mondiale? Reca un messaggio universale per l’umanità  intera, o è una manifestazione di precetti tribali?
Se poi l’ebraicità è uno stato mentale, bisogna chiedersi se è una mentalità razionale o irrazionale.
E se sta nel rango delle cose inesprimibili, o si può esprimere.
Io suggerisco di considerare la remota possibilità che l’ebraismo sia uno strano ibrido, di religione, di ideologia e di mentalità insieme.


La religione olocaustica
Yeshayahu Leibowitz, il filosofo che era anche un ebreo osservante, disse una volta ad Uri Avneri (figura storica del pacifismo israeliano, ndr): «La religione ebraica è morta due secoli fa. Oggi nulla unisce gli ebrei nel mondo, a parte l’olocausto».
Il filosofo Leibowitz , nato in Germania, è stato il primo a vedere che l’olocausto è diventato la religione degli ebrei.
L’olocausto è ben più che una narrazione storica, contiene anzi molti elementi di una religione.
Ha i suoi grandi sacerdoti (Elie Wiesel, Simon Wiesenthal, ecc.), i suoi profeti (Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e tutti quelli che «profetizzano» l’imminente giudeocidio da parte dell’Iran). Ha i suoi comandamenti e dogmi («Mai più», «Sei milioni» e così via).
Ha i suoi rituali (Giorno della Memoria, pellegrinaggi ad Auschwitz).
Ha i suoi santuari e templi, Yad Vashem, il museo dell’olocausto e oggi l’ONU.
Come non bastasse, la religione dell’olocausto è mantenuta viva da una potente rete economica e da infrastrutture finanziare globali («l’industria dell’olocausto» di cui parla Norman Finkelstein).
Fatto altamente significativo, è tanto coerente da imporre l’identità del nuovo «anticristo» (i «negazionisti»), e tanto potente da perseguirli per legge (norme contro il negazionismo).
I dotti obietteranno che l’olocausto non è una religione perché non contempla l’esistenza di un Dio da adorare e da amare.
Io mi permetto di obiettare: l’olocausto è precisamente la religione che incorpora la visione del mondo laico e progressista  d’oggi.
Ha trasformato l’amore di sé in una convinzione dogmatica, in cui il fedele osservante adora sé stesso.
In questa religione, gli ebrei adorano «l’Ebreo».
E’ l’adorazione esclusiva dell’ego mio, in quanto soggetto di sofferenza infinita che avanza verso la propria auto-redenzione. […]
Marc Ellis, il teologo ebraico, coglie nel segno; «La teologia dell’olocausto», dice, «comporta tre temi che sussistono in tensione dialettica: sofferenza e liberazione, innocenza e riscatto, unicità e normalizzazione».
Tale religione pone l’Ebreo nel ruolo centrale dentro il suo proprio universo ego-centrico.
Il «sofferente» e l’«innocente» marcia verso il «riscatto» e la sua «liberazione».


E’ ovvio che Dio resti fuori dal gioco: è stato licenziato perché ha fallito la sua missione storica, non era lì a salvare gli ebrei.
Nella nuova religione, l’Ebreo diventa il nuovo dio degli ebrei, tutto si gioca sull’ebreo che riscatta sé stesso. […]
Nello stesso tempo, l’olocausto funziona come interfaccia ideologica.
Fornisce al seguace un logos, un discorso.
A livello cosciente fornisce una visione del passato e del presente che sembra storica e fattuale, ma non si ferma qui: definisce anche la lotta futura.
Dà la visione del futuro ebraico.
Contemporaneamente, nell’inconscio, riempie il soggetto ebraico dell’angoscia più definitiva: la paura della distruzione dell’Io.
Un’ottima ricetta per una religione vincente. […]
E’ interessante notare che la religione dell’olocausto si estende molto al di là della comunità ebraica.
Essa è missionaria; eleva santuari in terre lontane.
Anzi vediamo che questa religione emergente sta già diventando il nuovo ordine mondiale: è l’olocausto che oggi viene usato come alibi per incenerire l’Iran con bombe atomiche.
Chiaramente l’olocausto serve al discorso politico israeliano , ma fa appello anche ai goym, specie a quelli che sono impegnati a massacrare spietatamente «nel nome della libertà».
Siamo tutti soggetti a questa religione: solo che alcuni sono i suoi credenti, gli altri semplicemente soggetti al suo potere.
I negatori dell’olocausto sono soggetti alla persecuzione da parte dei gran sacerdoti della religione. La religione dell’olocausto costituisce oggi «il Reale» per l’Occidente.
Non siamo autorizzati a toccarlo, a guardarci dentro.
Proprio come gli israeliti, che sono obbligati ad adorare il loro YHWH, ma non autorizzati  a porgli domande. […]


Io sostengo che la religione dell’olocausto esisteva già molto tempo prima delle «soluzione finale» (1942), ben prima della Kristalnacht (1938), prima delle leggi razziali di Norimberga (1936) e ben prima che l’American Jewish Congress dichiarasse una guerra economica contro la Germania nazista (1933); anzi, prima che Hitler fosse nato (1889).
La religione dell’olocausto è antica quanto gli ebrei.
In un articolo recente ho parlato del «Disordine da Stress Pre-traumatico» come tipica sindrome ebraica.
In questo stato clinico, lo stress è il risultato di un evento fantasmatico-immaginario che può avvenire nel futuro, che non è mai avvenuto.
Al contrario del «Disordine da Stress Post-traumatico», che è una reazione ad un evento traumatico che ha avuto luogo nel passato [è il PSTD, che colpisce i soldati traumatizzati dalla guerra] nello «Stress Pre-Traumatico» lo stress deriva da un evento potenziale «immaginario».
Qui, la fantasia di un terrore futuro dà forma alla realtà presente.
La dialettica della paura domina l’esistenza e la mente ebraica molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Questa paura è sfruttata politicamente dai capi ebraici fin dai giorni dell’emancipazione; ma è molto più antica della storia ebraica moderna.
Di fatto, è l’eredità del Tanach (la Bibbia ebraica) che ha posto gli ebrei nello stato pre-traumatico. E’ la Bibbia ebraica che ha posto la vita ebraica nel binario dell’innocenza-sofferenza e della persecuzione-riscatto.
Più specificamente, la paura del giudeocidio è intessuta nello spirito, nella cultura e nella letteratura ebraiche.
In questo senso, io affermo che è la religione dell’olocausto che ha trasformato gli antichi israeliti in ebrei.


Sono sempre più numerosi gli studiosi biblici che mettono in discussione la storicità della Bibbia.
Niels Lechme, nel suo saggio «I Cananei e la loro terra», dice che la Bibbia è  stata per la maggior parte «scritta dopo l’esilio babilonese (circa 300 avanti Cristo) e che questi testi rielaborano, e in gran parte inventano, la precedente storia israelita in modo da riflettere e legittimare le esperienze di coloro che sono tornati dall’esilio babilonese».
In altri termini, essendo scritta da profughi tornati a casa, la Bibbia incorpora una dura ideologia dell’esilio in una narrativa storica.
Analogamente all’ideologia sionista primitiva che considerava l’assimilazione come una minaccia mortale (1), «le comunità raccolte sotto il comando dei sacerdoti di YHVH (al tempo dell’esilio babilonese) vedevanol’assimilazione come un’apostasia; non solo come una morte sociale per se stessi in quanto giudei, ma come un tentato deicidio. Essi decisero di persistere in un impegno assoluto ed esclusivo a YHVH, sicuri che Egli li avrebbe fatti tornare alla terra da cui erano stati cacciati. La prescritta purezza di sangue fu il mezzo di salvaguardare i confini della nazione, il divieto dei matrimoni misti il mezzo per mantenerla. I sacerdoti crearono anche una serie di precetti esclusivizzanti che separavano il popolo dai suoi vicini: oltre ad un surrogato del culto del Tempio, anche un calendario religioso distinto, che li rendeva capaci di vivere ritualmente in un ritmo temporale diverso dai gruppi umani con cui condividevano lo spazio. Questo serviva a mantenere la differenza, senza impedire loro di commerciare, e dunque di arricchire, tra i babilonesi».
Ecco perché l’ebraicità fiorisce in esilio, ma perde la sua forza  quando diventa un fatto domestico. Essendo incentrata su un’ideologia di sopravvivenza collettiva da emigrati, l’ebraicità è al suo meglio nell’esilio; ma allo stesso tempo, ciò che mantiene l’identità collettiva ebraica è la paura. Come nell’odierna religione dell’olocausto, l’ebraicità impianta la paura del giudeocidio al centro della psiche ebraica, e offre i mezzi spirituali, ideologici e pratici per convivere con questa paura.


Il Libro di Ester
Il Libro di Ester è la storia biblica alla base della festa di Purim, probabilmente la celebrazione ebraica più gioiosa.
Il libro narra la storia di un tentato giudeocidio e di come gli ebrei riuscirono a cambiare il loro fato. Gli ebrei riescono, nel libro, non solo a salvarsi, ma anche a vendicarsi.
La storia ha luogo nel terzo anno di regno di Assuero, che è identificato di solito con il re persiano Serse.
E’ una storia di palazzo, di complotti e di una bella regina ebrea, Ester, che sventa il giudeocidio all’ultimo istante.
Nel racconto, re Assuero ripudia la sua sposa Vashti, perché essa ha rifiutato di «visitarlo» durante una festa.
Tra le candidate ad essere la nuova moglie di Assuero c’è Ester.
Nel frattempo, il primo ministro di Assuero, Haman, complotta per ottenere dal re un editto che ordini di ammazzare tutti gli ebrei, senza sospettare che Ester è ebrea.
Ester, con suo cugino Mordechai, salva il popolo.
A rischio della vita, la donna avverte Assuero del complotto omicida di Haman.
Haman e i suoi figli vengono impiccati  sulla forca alta cinquanta cubiti che Haman aveva preparato per il cugino Mordechai.
Mordechai prende il posto di Haman, diventa lui primo ministro.
Poiché Assuero non può annullare il suo proprio decreto che sanziona lo sterminio degli ebrei, il re emana un altro editto che consente agli ebrei di prendere le armi per uccidere i loro nemici, ciò che essi fanno.
La morale della storia è chiara: per sopravvivere, gli ebrei devono infiltrarsi nei corridoi del potere. Quando si ha nella testa Ester e Purim, il concetto di «lobby ebraica» e l’AIPAC (American-Israeli Political Committee) appaiono come radicati in una profonda ideologia biblica e culturale.


Ma questo racconto, ancorchè presentato come fatto storico, è contestato dagli studiosi biblici. La mancanza di riscontri nella storia persiana, quale è conosciuta dalle fonti classiche, ha indotto gli studiosi a concludere che essa è per lo più, o anche totalmente, inventata.
Ossia: la morale è chiara, ma il tentato genocidio è finto.
Il Libro di Ester mette i suoi seguaci nello stato di «Stress Pre-Traumatico»: trasforma una fantasia di distruzione in una ideologia di sopravvivenza.
E’ l’allegoria degli ebrei perfettamente «assimilati» che scoprono di essere vittime di «antisemitismo», ma sono in posizione buona per salvare se stessi e i loro connazionali giudei.
Si noti: il Libro di Ester nella versione ebraica è uno dei soli due libri biblici dove non si fa menzione di Dio (l’altro è il Cantico dei Cantici).
Nel Libro di Ester sono gli ebrei che credono in se stessi, nel loro potere, nella loro unicità, nella loro astuzia, nella loro abilità nel complotto, nella loro capacità di soverchiare interi regni e salvare se stessi.
In un articolo intitolato: «La lezione di Purim: fare lobby contro il genocidio, allora ed oggi», Rafael Medoff  scrive: «La festa di Purim celebra gli sforzi di ebrei influenti nel Campidoglio dell’antica Persia per sventare il genocidio del popolo ebraico… Ciò che non è a tutti noto è che un uguale lavoro di lobby ebbe luogo nei tempi moderni, a Washington, nel culmine dell’olocausto».
Medoff lumeggia le analogie tra l’azione di lobby di Ester in Persia e i suoi moderni correligionari nel governo di Franklin Delano Roosevelt al culmine della seconda guerra mondiale.
«La Ester degli anni ’40 a Washington fu Henry Morgenthau jr., un ricco ebreo di origine tedesca, assimilato al punto da voler essere considerato ’un americano al cento per cento’. Grazie al fatto che non mise in rilievo la sua ebraicità, divenne amico, consigliere e poi ministro del Tesoro di Roosevelt».
Medoff identifica anche un Mordechai moderno: «Un giovane sionista di Gerusalemme, Peter  Bergson (vero nome Hillel Kook) che organizzò una serie di campagne di protesta per trascinare gli Stati Uniti a salvare gli ebrei da Hitler. Le inserzioni suo giornali e le manifestazioni di piazza del gruppo di Bergson resero l’opinione pubblica consapevole dell’olocausto, specie quando riuscì a portare 400 rabbini a marciare davanti alla Casa Bianca la vigilia di Yom Kippur 1943».


L’assimilato Morgenthau, come Ester l’assimilata, e l’osservante uniscono le forze con chiari ed esclusivi interessi giudeo-centrici in mente.
«Le pressioni di Mordechai convinsero Ester a parlare al re», scrive Medoff: «Le pressioni di Bergson convinsero Morgenthau ad andare dal presidente con un rovente rapporto di 18 pagine intitolato ’Rapporto al Ministro sull’inazione di questo governo riguardo allo sterminio degli ebrei’».
E «come il lobbying di Ester ebbe successo, anche l’azione di lobby di Morgenthau ebbe fortuna. Una risoluzione del Congresso, scritta da Bergson,  che chiedeva un’azione di soccorso da parte degli USA,  fu approvata dalla Commissione Esteri del Senato. Il che rese possibile a Morgenthau di dire a Roosevelt: ’Deve attivarsi molto rapidamente, altrimenti lo farà il Congresso’».
Mancavano dieci mesi alle elezioni: l’ultima cosa che Roosevelt voleva era un pubblico scandalo sulla questione dei rifugiati.
In pochi giorni il presidente fece quel che il Congresso chiedeva, creando con decreto il War Refugee Board, agenzia di «Stato americana per salvare gli ebrei da Hitler». […]
Su ciò che gli ebrei devono fare per salvare il loro popolo, gli ebrei hanno idee diverse.
I neocon credono che sia bene trascinare l’America e l’Occidente in una guerra senza fine contro l’Islam.
Emmanuel Levinas invece crede che gli ebrei devono porsi all’avanguardia della lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia…
[In ogni caso] è un atteggiamento pericoloso.
Lo è specialmente quando l’American Jewish Congress si impegna in una vastissima operazione di lobby per la guerra contro l’Iran.
Quando si analizza l’opera e l’influenza della lobby ebraica, AIPAC e altri gruppi di pressione, sulla politica americana, bisogna tenere in mente il Libro di Ester.
L’AIPAC non è una lobby fra le altre: è  il moderno Mordechai, in linea con l’ideologia biblica.
Ma i Mordechai almeno si identificano facilmente; sono le Ester, quelli che lavorano per Israele dietro le quinte, che è più difficile identificare…
Ahmadinejad è l’attuale figura di Haman-Hitler.
L’AIPAC è Mordechai.
Bush è ovviamente Assuero.
Ma Ester può essere chiunque, dall’ultimo neocon a Cheney e oltre.


L’olocausto è dunque l’essenza del disordine pre-traumatico collettivo ebraico, ed esso è molto anteriore alla Shoah.
Essere ebreo è infatti guardare «l’altro» come un nemico, non un fratello.
Essere ebreo significa essere costantemente in allarme.
Essere ebreo significa introiettare il Libro di Ester: dunque, significa puntare agli snodi più decisivi del potere capaci di influenzare l’egemone.
Essere ebreo significa collaborare col potere egemonico del momento.
Lo storico marxista americano Lenni Brenner ha illuminato la collaborazione tra i sionisti e il nazismo.
Nel suo libro «Zionism in the age of dictators», fornisce un sunto del libro del rabbino Joachim Prinz, pubblicato nel 1937, dopo che Prinz ebbe lasciato la Germania per l’America.
[Nel libro] sono riportati brani di un memorandum che la centrale sionista tedesca ZVfD spedì al Partito Nazionalsocialista il 21 giugno 1933: «Noi sionisti non ci facciamo alcuna illusione sulla difficoltà della condizione ebraica, che consiste essenzialmente in attività lavorative anormali e nella mancanza di radici nella propria tradizione… Con la fondazione del nuovo Stato, che è basato sul principio di razza, noi vogliamo adeguare la nostra comunità nella struttura totalitaria in modo che anche per noi, nella sfera a noi assegnata, sia possibile un’attività fruttuosa per la Patria. […] Anche noi siamo contro i matrimoni misti. Anche noi vogliamo mantenere la purezza del gruppo giudaico. Perciò crediamo nella possibilità di una onesta relazione di lealtà tra un ebraismo cosciente della sua specificità come gruppo e lo Stato tedesco».
Brenner si indigna di questa lettera di rabbi Prinz: «Questo documento», scrive, «è il tradimento degli ebrei di Germania scritto nei tipici clichè sionisti: attività occupazionali anormali, intellettuali sradicati bisognosi di rigenerazione e così via. Con esso i sionisti tedeschi offrivano una calcolata collaborazione tra sionismo e nazismo, giustificata dal fine di uno Stato ebraico: non daremo battaglia a te, ma a quelli che ti resistono».


Ma Brenner non riesce a vedere l’ovvio: rabbi Prinz e il ZVfD non erano traditori, ma ebrei della più bell’acqua.
Essi seguivano alla lettera il codice culturale ebraico, il Libro di Ester.
Essi  assunsero il ruolo di Mordechai: cercarono di collaborare con quello che avevano identificato, sena sbagliare, come il vero potere emergente.
[…] Prinz resta un autentico genuino ebreo, che incorpora la filosofia da emigrato dell’ebreo: in Germania sii tedesco, in America sii americano.
Sii flessibile, adattati e adotta un relativismo etico.
Prinz, devoto seguace di Mordechai, capiva che ciò che è buono per gli ebrei è, semplicemente, buono.
Dal suo punto di vista, collaborare con Hitler era la cosa giusta da fare, in attesa di una Ester da trovare.
Per questo è del tutto naturale che rabbi Prinz sia stato nominato poi presidente del Jewish American Congress.
Il fatto di aver «collaborato con Hitler» non gli è stato di alcun ostacolo nel divenire un grosso leader della comunità americana, per l’ovvia ragione che, dal punto di vista ebraico, egli fece la cosa giusta.
Quando impariamo a guardare all’ebraicità come una coltura di esiliati, possiamo comprenderla come una continuità collettiva basata su una fantasia di orrore.
Questo e solo questo è la religione dell’olocausto, ed è antica quanto gli ebrei.
Prinz prevedeva un giudeocidio, e perciò agi nel modo appropriato dal punto di vista ebraico.
Il fatto è che il sionismo prometteva di trasformare gli ebrei in «israeliti», ossia di fare dei giudei un popolo come gli altri popoli.


Per questo il sionismo denunciava e combatteva  la mentalità tipica degli ebrei della diaspora.
E il sionismo ha fallito, com’era predestinato.
La ragione è  evidente: all’interno di una cultura che è incentrata metafisicamente sull’ideologia dell’esiliato, il suo vittimismo, le sue paure e fantasie di annientamento, un sereno ritorno a casa è l’ultima cosa da aspettarsi.
Il sionismo avrebbe dovuto liberarsi dalla religione dell’olocausto.


E questo è precisamente quello che non può fare.
Essendo «esilico» fino al midollo, il sionismo, per mantenere il feticcio dell’identità ebraica, ha dovuto antagonizzare i palestinesi nati sul posto. […]


Gilad Atzmon





Nota
1) Qui Gilad Atzmon tocca il paradosso insolubile che gli ebrei pongono al resto del mondo. Se il popolo tra il quale vivono li accetta cordialmente, «siate nostri concittadini con pienezza di diritti e doveri uguali ai nostri», il popolo ebraico denuncia un losco tentativo di assimilazione, che vive come un giudeocidio, in quanto porta ai matrimoni misti e alla graduale sparizione dell’identità giudaica. Ma se quel popolo li tratta com’essi vogliono, ossia come un’entità «separata» e a parte, essi gridano alla «discriminazione», all’antisemitismo, e pretendono uguali diritti; anzi più che uguali, in quanto sono «vittime» di «oppressione». Chiedono il ghetto, e poi se ne lamentano ferocemente. Non c’è modo di accontentare gli ebrei: comunque si agisca, essi vedono nelle azioni dei goym la prova di un odio celato o aperto contro di loro, la volontà di annientarli. Come ha documentato in modo insuperabile Solgenitsyn («Due secoli insieme», Edizioni Controcorrente) questa pretesa impossibile da soddisfare ha finito per distruggere il regime zarista. Persino gli ebrei rivoluzionari che entrarono nel partito social-rivoluzionario marxista - portatore di un’ideologia per eccellenza «cosmopolita» e antinazionale - vi entrarono in quanto Bund, organizzazione socialista riservata ai soli ebrei. «Accettavano di essere membri del partito russo, ma a condizione che quest’ultimo non interferisse per nulla nei loro affari». E tuttavia, ottenuta questa autonomia, gli ebrei del Bund pretesero di più: nel 1902 vollero aderire al Partito «in forma federale, godendo di piena indipendenza persino nelle questioni di programma», con la motivazione - incredibile, detto da socialisti rivoluzionari - che «il proletariato ebreo è una parte del popolo ebreo, il quale occupa un posto a parte tra le nazioni». A questo punto, anche Lenin vide rosso (pagina 298). Infatti questo atteggiamento è la radice, ben nota agli psichiatri, delle più comuni psico-patologie: tipicamente la madre che colpevolizza il figlio piccolo («Mi fai soffrire», «Non mi ami abbastanza») e nello stesso tempo manda il messaggio contrastante («Non mi stare appiccicato», «Sii indipendente»), rende «pazzo» quel figlio.
Così gli ebrei rendono «pazzi» i popoli fra cui vivono: ieri i russi (pogrom) e i tedeschi, oggi i palestinesi. Ma essi stessi, gli ebrei, danno segno di fondamentale «pazzia». Come ben documenta Atzmon, l’ebraismo è in fondo una psicopatologia da emigrato perpetuo, che proietta sugli altri il proprio problema psichico insolubile.
(Fonte: http://whitewolfrevolution.blogspot.it/2014/06/il-dio-del-male-jahvehe-la-

creazione.html"


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Commento ricevuto: 


Sia che si creda agli Dei o che si creda ad un campo di energia psichica il mondo moderno è rinchiuso in una prigione kantiana in cui il pensiero è accordato sul dominio dell'eggregoro JAHVEH'.

Ma per convincerci ad adorarlo gli ebrei non ci hanno chiamati a convertirci alla loro religione ,cosa che li avrebbe obbligati a spartire il potere. Bensì ci hanno inclusi ad un piano inferiore.
Quello dello SHEOL, il loro inferno.
Ad adorare i loro morti,a condividere la loro sofferenza narrata.
Il mito olocaustico è una chiamata ad entrare nel regno dei LORO inferi, a nutrire l'eggregoro del loro dio trasformato in un'entità fissata su orrori, sofferenza, odio e vendetta.

Da popolo eletto gli ebrei sono diventati, nel loro delirio di dominio, la porta degli inferi.
(Luigi  - luleonin@libero.it)"



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