Conoscenza del mondo. Dalla fantasia religiosa all'empirismo laico


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"Ti interessa sapere cos'è la Matrix, Neo? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. E' quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. Lo avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse.E' il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi, per nasconderti la verità"

"Quale verità?"

"Che tu sei uno schiavo: come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore; una prigione per la tua mente". (dal film Matrix)

Ecco che ancora una volta insegnamenti antichi e verità moderna si incontrano e combaciano nonostante l'abissale distanza temporale e di condizioni culturali, delineando chiaramente una realtà che alcuni saggi avevano intuito sin da tempi immemorabili: che la Terra è un immenso campo di prigionia, un lager globale, una colonia penale.

Gnosi è un termine derivato dal greco che significa "conoscenza".

Ma conoscenza di che? Della lista di tutti i presidenti degli Stati Uniti? Della tecnica di frantumazione delle particelle elementari?Delle strategie di accoppiamento dei lamantini?

Come dal dialogo fra Morpheus e Neo citato sopra, la gnosi è la conoscenza trascendentale che al di fuori di questa ingannevole realtà esiste un "luogo" -non luogo da cui proveniamo veramente, che è la nostra origine: che dunque non apparteniamo a questo mondo e vi soggiorniamo brevemente. 

La corrente spirituale dello gnosticismo, che nei primi due secoli della nostra era si è fatta interprete, per l'appunto della Gnosi, ci chiarisce (ma anche altre correnti spirituali lo avevano fatto in precedenza, segnatamente l'induismo vedico) che il mondo che conosciamo è come avvolto da quella che alcuni mistici definirono la "Nube della non conoscenza"; che il mondo è stato strutturato in questo modo da una sorta di creatore detto il "Demiurgo" (che in greco significa "artefice, operaio del popolo") il quale si è proclamato Unico Dio (sì, avete indovinato, è il Jahvè biblico, il sanguinario despota che l'Antico testamento definisce "Dio" e che oggi sarebbe deferito al tribunale dell'Aja per genocidio).

Dunque per attraversare questo pesante velo psichico che ci oscura la visuale e ci mantiene in questo stato pietoso (di cui è testimone la cruenta ed insensata storia umana, infinita ripetizione dell'idiozia delle guerre) bisogna essere forniti delle ali che solo la consapevolezza di non appartenere a questo mondo può dare, una consapevolezza innescata dalla conoscenza, o ri-conoscimento, della nostra condizione: la Gnosi, oggi più che mai attuale.

Riconoscerci per ciò che siamo veramente libera la mente dall'illusione, e ci proietta in quella dimensione a-spaziale e a-temporale a cui si riferiva un antico saggio quando affermava: "Voi siete nel mondo ma non siete di questo mondo"

Simon Smeraldo

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Guinness della santità - In gara: Satya Sai Baba ed Osho Rajneesh

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Osho Rajneesh  e Satya Sai Baba ….  A volte li definisco  “due saggi opposti”. Osho Rajneesh rappresenta la trasgressione in senso intellettuale e sociologico mentre Satya Sai Baba incarna il modello devozionale indiano classico. Il primo fece di tutto per creare scalpore e rompere ogni schema, parlando male di tutti e persino di se stesso. Era famoso per i suoi scherzi crudeli come quello –ad esempio- in cui annunciò che alcuni dei suoi “discepoli” si erano realizzati per poi osservare le loro reazioni e svergognarli adeguatamente  per la finzione da loro dimostrata negli atteggiamenti esteriori. Osho era nato nell'anno della Capra perciò vi potete immaginare il tipo. 

Tutti i discepoli di Osho erano una macchietta con i loro panni indaco vistosi, pieni di collane e di rosari, si dicevano “sannyasin” (rinuncianti) ma si comportavano da grandi epicurei (in tutti i sensi). L’ashram di Poona era famoso per le libertà espressive manifestate in ogni campo… Allo stesso tempo Osho era  capace di tenere a bada quella mandria di scalmanati e li condusse –almeno alcuni di essi- pian piano all’annullamento del senso dell’io ed alla comprensione della vanità  dell’ottenimento mondano. In qualche modo restarono tutti “fregati” dalle sue trappole diaboliche ma i più saggi non se la presero ed andarono oltre….. Questo metodo di Osho  potrei definirlo  “psicologia transpersonale pura”.

 Praticamente da quando frequento ambiti spiritualisti ho costantemente incontrato e fatto  amicizia con discepoli di Osho, con loro mi sono divertito un mondo, ho amoreggiato con alcune e  litigato con alcuni.  Malgrado non avessi mai voluto incontrare e conoscere personalmente Rajneesh si vede che fosse mio destino incontrarlo attraverso i suoi seguaci in cui mi sono imbattuto e mi imbatto ovunque io vada.  Siccome non l’ho mai  incontrato di persona lo  conobbi  “indirettamente”. Pensate,   malgrado ciò il destino volle che dovessi scrivere  il suo necrologio, accadde quando Majid Valcarenghi (un suo  rappresentante in Italia) mi chiese di scrivere un commento su “Operazione Socrate” un libro denuncia in cui si alludeva all’ipotesi di avvelenamento di cui Osho pare fosse stato vittima negli Stati Uniti (mentre stava in galera per contravvenzione alle leggi d’immigrazione). Chiamai quel testo “Ad Memoriam” e credo  sia  stato pubblicato da qualche parte, forse su un numero di Liberation Times.

Mi sono dilungato su Osho perché ho per lui una simpatia antipatia innata, ci avrei litigato di sicuro ma siccome non l’ho mai voluto né potuto incontrare mi resta affettuosamente vicino e apprezzo i suoi tricks furibondi.  


In qualche modo la stessa cosa  accadde con Satya Sai Baba. Pensate che per anni ed anni sono andato e  risiedei per parecchio  tempo in Andra Pradesh , lo stato indiano in cui si trova Puttaparti,  dove c’è il suo ashram.  Abitavo a pochi kilometri da lui ma (come avvenne per Poona  che si trova a poche miglia da Ganeshpuri) non mi passò mai per la capa di andarlo a visitare, ma  anche così non potei fare a meno di essere continuamente e costantemente frequentato dai suoi devoti. Ancora oggi succede ed infatti ho rapporti epistolari e di amicizia con tanti “beneficiati” di Satya Sai.

Voglio però qui raccontare come  accadde che da una iniziale diffidenza nei  confronti degli avvenimenti miracolistici del Baba appresi a considerarli come un gioco utile all’avvicinamento verso la “coscienza”.  Tanti anni fa, forse nel 1980, stavo a Jillelamudi,  lì viveva anche un certo Siam, un ragazzo inglese originario di Malta, il quale non si dichiarava particolarmente interessato alle pratiche spirituali, mi diceva “non so dove andare e siccome qui mi danno da mangiare e da vestire ci resto finché posso”,  ma non dovete meravigliarvi della cosa perché questa era l’atmosfera dell’accoglienza totale ricevuta nella Casa di Tutti di Anasuya Devi. Un giorno  chiesi a Siam se avesse mai conosciuto Satya Sai Baba e lui mi rispose che aveva vissuto a Puttaparti a lungo. Per curiosità gli domandai ancora se avesse avuto qualche esperienza miracolistica con il santo, a questo punto Siam mi guardò più seriamente e mi  narrò una sua esperienza. “Stavo lì già da parecchio tempo senza mai aver avuto un particolare rapporto con Sai Baba, poi accadde che  mi beccassi la rogna, una malattia epidermica  che spesso si attacca dal contatto diretto con  i cani,  vedi anche qui a Jillellamudi succede perché i bambini della scuola per il freddo dormono con i cani randagi al fianco e  si beccano la rogna,  insomma mi ero preso l’infezione e le mie mani erano piene di piaghe, una situazione dolorosa e pareva che non vi fossero cure adeguate a guarire dal male. Una notte sognai che Sai Baba stava passando in rassegna tutti noi e quando si trovò davanti a me mi guardò e mi chiese come  stavo,  io gli mostrai le  mani piagate e dissi –non posso più nemmeno mangiare per il dolore che provo- (in India si mangia con le mani ed il contatto con le spezie piccanti  procura bruciore)…  al che Satya Sai Baba, sempre nel sogno, mi disse di non preoccuparmi e mi prese le mani fra le sue… l’indomani mattina ero guarito…”.  

Dopo che Siam mi ebbe raccontato questa storia compresi come mai si stava dando tanta pena  a curare dei bambini che avevano preso la rogna  e smisi di pensare che “certe esibizioni miracolistiche di alcuni santi del sud” non erano affatto conduttive alla spiritualità. Insomma accettai  i miracoli di Satya Sai Baba come un possibile  aiuto spirituale….   


Ed allora eccomi al termine della “comparazione” fra Osho e Satya e traggo una conclusione: Le vie del karma sono imperscrutabili! ed andare avanti con il paraocchi non conduce alla pienezza… .  

 Paolo D’Arpini - 
spiritolaico@gmail.com


Il mio guru Baba Muktananda abbraccia Satya Sai Baba


L'indescrivibile "leggerezza" dell'ecologia profonda e della spiritualità laica...


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La capacità,  sia pur nella limitazione del linguaggio, di poter descrivere la realtà, quella percettibile e quella del pensiero, in modo consequenziale e logico, è un grande vantaggio allorché si voglia estrinsecare un percorso "lineare" e consequenziale nello spazio tempo. Il suo uso invece è di poca utilità dovendo affrontare un discorso “olistico” - come è appunto quello dell'ecologia profonda e della spiritualità naturale (o laica).
Certo possiamo avvicinarci, attraverso un'accorta cernita di “parole e significati”, di concetti ed immagini. Per questo trovo che il messaggio dei pittogrammi – ideogrammi cinesi sia molto più vicino alla semantica figurativa del linguaggio. C'è un tentativo di trasmettere anche la “visione” anche l'immagine, oltre al pensiero....
Restando a noi... se analizziamo i particolari del percorso vitale dobbiamo necessariamente suddividerli in segmenti e studiarli e descriverli nel loro funzionamento tipico, al di fuori del contesto generale, in quanto compresi nello specifico modo dell'osservatore... Questo è il dettame della logica e questo è il modo operativo del nostro linguaggio, composto di suoni e allocuzioni, che della logica è espressione. Infatti il linguaggio è un ingranaggio matematico utile, sino ad un certo punto, per descrivere i procedimenti sia della percezione sensoriale che della “fantasia”emozionale. Ma ciò che viene così trasmesso, purtroppo, manca della freschezza e dell'immediatezza dell'esperienza, quella che viene definita giustamente “presenza”.
Infatti il linguaggio attinge solo alla memoria, non può raccontare e convenire l'ineffabile momento vissuto... in quanto “presenza”!
Per fortuna nostra, attraverso la capacità analogica della mente, siamo anche in grado di intuire e lanciare piccoli segnali inerenti la sensibilità “spirituale” che non risiede e non può essere descritta con i meccanismi della mente duale.
L'Uno, od Olis, sfugge infatti ad ogni descrizione logica, empirica, e se una descrizione viene tentata è sicuramente parziale e limitata alle forme proprie del linguaggio e del pensiero duale.
Per capire un pesce devi essere pesce, per sentire un albero devi essere un albero.. etc. Questo è verissimo ed è facilmente accettabile anche dalla mente umana. Il fatto poi che se ci si sente un pesce si è limitati al sentire del pesce, come pure se ci si sente uomo si è limitati al sentire dell'uomo dimostra ulteriormente l'impossibilità di condividere “il concetto” spirituale fra viventi di diversa specie.
D'altronde, cosa s'intende nell'ecologia profonda e spiritualità naturale? Che spogliandosi dal rivestimento identificativo in un particolare “sentire”, ovvero obliterando la propria identità egoica, la quale non è altro che la cristallizzazione di un riconoscersi in pensieri, desideri, azioni, compiuti dall'”oggetto-soggetto” che funge da osservatore (il nome forma specifico e la mente individuale), immediatamente -liberi da presupposti identificativi- siamo in grado di pienamente condividere, sentendola come propria, l'esperienza del pesce o dell'albero.
Che questa capacità sia non solo possibile ma persino attuabile è comprovato dagli stati altri raggiunti durante la meditazione profonda o - talvolta - per mezzo di forti manipolazione psichiche (trance, deliquio, droga, etc).
Ovviamente la sporadicità e intermittenza dell'esperienza non duale è solo un “assaggio” della condizione naturale in cui l'uomo ed ogni altro essere condivide pienamente - e perciò manifesta - il Tutto, l'UNO.
Lo scopo della spiritualità naturale, o auto-consapevolezza profonda, è quello di conseguire, per mezzo di una ripetuta e continua attenzione al percepente, quello stato di unitarietà che trascende totalmente l'io individuale e consente l'esperienza "spirituale" propria e definitiva della vita nella sua interezza.
Allorché, con termini filosofici empirici, gli ecologisti profondi descrivono l'unitarietà della vita, e l'interconnessione di ogni suo aspetto, in ogni sua relazione, essi non fanno altro che evocare quello stato di coscienza, quella Consapevolezza intima e profonda, che contraddistingue ogni ente psichico ed ogni elemento materico (in forma latente). E che a me piace chiamare “spirito” (intelligenza e coscienza).
Paolo D'Arpini


Spiritualità Laica - Passato, futuro... e l'eterno presente


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Tempo e spazio? Dal punto di vista della “verità ultima” la  Teoria della relatività di Einstein è  come la scoperta dell’acqua calda, infatti è nell’esperienza di ogni essere vivente che la coscienza è fissata nel presente. Il passato è nella memoria ed il futuro nell’immaginazione. Il senso di presenza è costante nell’immediatezza del momento vissuto. Questa la prova sostanziale che il tempo e lo spazio sono solo “concetti”. 

E questa “verità” fu affermata millenni addietro da alcuni saggi indiani che nel mantra della “perfezione” affermarono: “Questo è tutto, quello è tutto se dal tutto togli il tutto solo il tutto rimane”. E cosa significa? Significa che nulla può essere astratto da ciò che è, quindi la ipotetica divisione in nome e forma, spazio e tempo, etc. è solo un’ipotesi, una convenzione. Infatti, come affermava il saggio Ramana Maharshi: “Il passato ed il futuro esistono solo in relazione al presente. Anch’essi sono presente mentre si protraggono. Cercare di voler conoscere il passato ed il futuro, senza conoscere la verità del presente è come voler contare senza l’unità, uno”.

Nella descrizione convenzionale del tempo abbiamo la triade passato, presente, futuro. Ma analizzando meglio scopriamo che queste divisioni sono in realtà prive di significato. La parte di tempo di cui siamo immediatamente consapevoli è il presente, ma tale presente non è un “punto” bensì uno scorrere continuo. In esso si sciolgono sia il passato che il futuro e non è possibile stabilire ove termini l’uno ed inizi l’altro. Evidentemente passato, presente e futuro sono distinzioni temporali ma di fatto esse non possono venir distinte nell’esperienza. Poiché l’esperienza o consapevolezza è sempre presente. Essa è l’eternità del momento presente, laddove il passato ed il futuro sono solo concetti sovrimposti. Ed nel superamento di tali concetti si scopre la realtà eterna. 

E allora dove sono questo tempo e questo spazio separati da noi, che siamo coscienza? L’essere è sostanza mentre il tempo e lo spazio sono immagini.

E’ proprio così, spazio e tempo vanno assieme come due compari imbroglioni, gatto e volpe che cercano di ingannare il credulo Pinocchio: “semina in noi i tuoi desideri e diverrai ricco…”. Ma essi, non sono reali, sono prodotti dalla mente empirica che abbisogna di un intreccio per gestire le sue creazioni. Essi non hanno uno stato indipendente separato dalla consapevolezza del presente.

Avanti ed indietro, sopra e sotto, vicino e lontano non hanno valore se considerati fuori dal qui ed ora. E se noi indaghiamo sulla natura del qui ed ora scopriamo che è inintelligibile, indivisibile, indecifrabile… è solo presente, è solo esperienza costante e continua. E questa esperienza è comune a tutti, è il sottofondo di ogni coscienza individuale, quindi è la matrice che tutti ci accomuna.

Ma vediamo che la separazione ipotetica di spazio e tempo è necessaria nella considerazione determinista dell’analisi empirica, in relazione ai nomi ed alle forme che noi riconosciamo nel mondo. 

Le posizioni spaziali sopra e sotto, destra e sinistra, etc. sono accettate in riferimento ad un dato punto ed a un dato istante, come pure passato, presente, futuro sono mutamenti di distinzione nel flusso mentale. Perciò quello che viene implicato nel concetto di spazio e tempo è solo il “punto” identificativo al quale ci riferiamo, dicasi il corpo o la mente. Quindi il corpo o la mente possono cangiare mentre lo stato di consapevolezza non muta mai.. è nell’essere eternamente presente nel qui ed ora.

“Io sono, tempo e spazio non sono!”

Forse ci sentiamo un po’ snarriti in questo viaggio senza inizio né meta? Ecco che giunge in nostro aiuto, per sedare i dubbi che la mente ci pone, una bella lezione del saggio Nisargadatta Maharaj: “.…cosa rende il presente così pieno? Ovviamente la mia presenza, io sono reale perché sono sempre ora, nel presente, e ogni cosa che esperimento condivide la mia realtà. L’evento corrente, ha una peculiarità che non può avere quello ricordato o quello immaginato. Una cosa centrata nell’ora e nel qui è totalmente con me, è la mia stessa realtà che impartisce realtà all’esperienza vissuta”

Scopriamo così che la cosiddetta “casuazione” è riposta nella mente, una sorta di riflesso o processo indotto dallo svolgimento osservato degli eventi nello spazio tempo, che non esiste…

E la teoria del Big Bang, della creazione, etc.? Beh, la mente ha pur bisogno di credere in qualcosa di solido per mantenere la sua integrità fittizia...

Paolo D’Arpini - 
spiritolaico@gmail.com




Comitato per la Spiritualità Laica - Via Mazzini, 27 - Treia (Mc) - Tel. 0733/216293

Memoria trucida. Agli Atzechi conveniva mangiarsi i prigionieri piuttosto che tenerli schiavi....



Per non dimenticare quanto "cattivi" fossero i popoli precolombiani poi civilizzati dai "buoni" europei


Parte prima: sacrifici umani

Quando, nel 1519, la spedizione di Hernando Cortés entrò in contatto con gli Aztechi, si scoprì che questo popolo praticava una forma ‘statalistica’ di sacrificio umano e di cannibalismo su scala mai eguagliata né prima né dopo. Le stime del numero delle vittime messe a morte e mangiate annualmente si aggirano tra un minimo di 15.000 e un massimo di 250.000. La maggior parte di questi erano nemici catturati in battaglia, ma non mancavano schiavi e prigionieri di sesso femminile e addirittura bambini e neonati delle famiglie del popolo.

I sacrifici rituali venivano effettuati di giorno, in piazze monumentali e templi, alla presenza di folle straboccanti. Le vittime venivano portate in cima alle scale delle piramidi che sorgevano nel centro della capitale Tenochtitlàn (sita nell’area in cui oggi sorge Città del Messico).

Davanti alle statue di pietra delle principali divinità, quattro sacerdoti-macellai afferravano saldamente la vittima, ciascuno tenendola per un arto, e la adagiavano su una pietra bassa e spianata. Un quinto sacerdote, allora, gli apriva la cassa toracica, strappandone via il cuore ancora pulsante, e lo comprimeva contro una statua, mentre gli inservienti facevano lentamente scivolare il corpo della vittima giù per la scalinata della piramide.

Quando questo arrivava ai piedi della stessa, altri inservienti ne staccavano il capo e consegnavano il resto al seguito del ‘proprietario’, cioè del capitano o dell’aristocratico i cui soldati avevano catturato il defunto.

Il giorno seguente, il corpo veniva tagliato a pezzi, e gli arti cucinati e mangiati nel corso di un banchetto cui partecipavano il proprietario e i suoi ospiti: la ricetta preferita era lo stufato insaporito con pepe, pomodori e gigli triturati.

Il tronco e il cuore venivano (probabilmente) gettati agli animali dello zoo reale, mentre la testa veniva conficcata su una lancia di legno e disposta in bella mostra su una ‘rastrelliera dei teschi’ assieme alle teste delle precedenti vittime. La più ampia di tali rastrelliere era collocata nella piazza principale di Tenochtitlàn, e poteva contenere fino a 60.000 teschi.

I sacrifici umani erano ritualizzati ed avevano lo scopo di commemorare gli avvenimenti più importanti sul piano storico, quali vittorie militari o costruzioni e ampliamenti di piramidi e templi. In occasione dell’ultima riconsacrazione della piramide di Tenochtitlàn, avvenuta nel 1487, si calcola che nel corso di quattro giorni e quattro notti siano stati sacrificati dai 15.000 ai 70.000 prigionieri i quali, contrariamente a quanto si vuol far credere, non collaboravano assolutamente al loro sacrificio...

Parte seconda: cannibalismo

La società Azteca è l’unica tra le grandi società di tipo statale a praticare il cannibalismo, dove per cannibalismo è da intendersi il consumo socialmente accettato di carne umana stante la disponibilità di altri cibi.
Ma cosa li spingeva a tale pratica?

Bisogna innanzitutto mettere in chiaro che il cannibalismo è un sottoprodotto della guerra guerreggiata: altrimenti detto, non si va in guerra per procurarsi carne umana, ma si mangiano i prigionieri.

Ciò significa che i costi sostenuti vengono accollati per intero ai costi della guerra.
Ma come spiegare che lo Stato Azteco fu l’unico a non reprimere il cannibalismo guerresco? Valeva la pena di mangiarsi i prigionieri, distruggendo così un potenziale di ricchezza qual è la forza lavoro umana? La scelta dell’élite Azteca di mangiarsi la gallina dalle uova d’ora è in buona parte probabilmente da ascriversi alla scarsa disponibilità di buone fonti di cibo animale, tanto che alcuni antropologi hanno messo in luce il legame tra la pratica del cannibalismo e l’assenza, presso gli stessi Aztechi, di erbivori addomesticati: e proprio la carenza di fonti di cibo di origine animale aumentava il valore del nemico in quanto carne e ne diminuiva il valore quale servo, schiavo e contribuente.

È forse opportuno sottolineare che il grado di generale povertà e fame non costituiva una differenza di fondo tra il sistema di sussistenza degli Aztechi e il sistema di sussistenza di tutte le altre società di tipo statale che repressero con vantaggio il cannibalismo.

È probabile che i contadini indiani o cinesi non vivessero molto meglio dei contadini Aztechi. Le ristrettezze non si facevano sentire solo a livello di massa, ma anche a livello di élite militari e religiose e relativi seguaci. Reprimendo il cannibalismo guerresco, le élite del Mondo Antico registrarono significativi incrementi sia dal punto di vista della ricchezza che da quello del potere. Salvando la vita ai loro prigionieri, avevano la possibilità di intensificare la produzione di beni di lusso e di cibo animale destinato al loro consumo personale e alla ridistribuzione nell’ambito dei loro seguaci. Forse anche la gente comune ne trasse un certo qual beneficio, ma non era questo il punto importante. Presso gli Aztechi, invece, la pratica del cannibalismo guerresco non comportò molti miglioramenti nelle condizioni di vita del contadiname. Ma continuò perché continuava a procurare benefici alla élite, e reprimerla avrebbe significato una diminuzione, e non un incremento, delle loro ricchezze e del loro potere.


Trascendenza, spiritualità... e l'amore salvifico della donna...



Con la verità e soprattutto con la sicurezza la donna rende possibile … la voglia di stare con gli altri e di stare insieme (tanto pensa lei a risolvere i problemi). In questo modo, l’opera del “potere femminile” sviluppa quello che possiamo chiamare “altruità cognitiva” che sta alla base della nascita di: la socievolezza, l’altruismo, la asimmetricità affettiva, la sussidiarietà, le pari opportunità ed anche di quei sentimenti ecologici che portano alla difesa dell’altro, della natura, degli esseri viventi, … di se stesso in una logica di “difesa delle opportunità e della ricerca della convenienza.

Trascendenza e spiritualità

L’elaborazione di questi principi di coesistenza e di sviluppo di ordine superiore porta a mettere a fuoco quelle valenze che stanno alla base della concettualizzazione del Hubermensch, cioè di quello che Nietzsche chiama “l’uomo completo” o “l’uomo della consapevolezza” (come vuole Osho Rajneesh).

La trascendenza e la spiritualità, caratteristiche del quarto livello dello sviluppo psico-mentale (anche se nei tarocchi fanno riferimento a qualcosa che sembra arrivare all’uomo dal di fuori o da una dimensione superiore e, nella teoria gravitazionale, da un equilibrio universale) hanno si sé un significato “vibrazionale”, riferito ad una dinamica interiore che è sinonimo di equilibrio risonanza. Parliamo di un “flusso” che deriva più dall’interno che dall’esterno, che spesso è anche attivato da una “integrazione di massa”, cioè da una “partecipazione universale” nella quale ogni soggetto partecipa con le proprie facoltà personali, con le proprie integrazioni familiari, sociali e politiche, con i propri “… programmi di sviluppo” (espressioni dello sviluppo teleonòmico).

In questa logica trascendente e spirituale, ogni persona (soggetto) attiva dinamiche salvifico-sanatrici, insegnamenti reciproci, deduzioni profonde ed inconsce, desideri creativi di rinascita e di evoluzione, familiari, affettivi ed intimi.

Questo ambito di complessità vibrazionale ha in sé anche polarità complementari che, nell’interazione con gli altri, acquistano valori singolari che sempre riguardano i valori della saggezza, della potenzialità (forza) e della bellezza, oltre a quelli che fanno riferimento alla via, alla verità ed alla vita.

In tutto questo, c’è anche una sorta di mimetismo, di mascheramento, che il soggetto utilizza per coinvolgere l’altro ad un dialogo, ad una scoperta, ad una partecipazione che Lèvinas ha descritto come “… necessità dello sguardo dell’altro” che scioglie l’invisibilità nella partecipazione, nella sussidiarietà, nella logica esistenziale che Eraclito ha definito come “…senso dell’amore”.

Romeo Lucioni   (lerreomero@gmail.com) 



La Grande Sintesi della Tradizione Esoterica di Pietro Ubaldi




Pietro Ubaldi, nasce a Foligno il 18 agosto 1886; filosofoscrittoreinsegnante di italiano, candidato al premio Nobel nel 1939, che poi fu assegnato a Jean-Paul Sartre.  Indaga sull’evoluzione dell'universo partendo dalle leggi dell'evoluzione umana. Il suo testo La grande sintesi (messo all'indice nel 1939, poi riammesso da papa Giovanni XXIII), fu giudicato da Enrico Fermi "Un quadro di filosofia scientifica e antropologica etica, che oltrepassa di molto i consimili tentativi dell'ultimo secolo”. Studiò pianoforte, apprese l'inglese, il francese e il tedesco, viaggiò negli Stati Uniti; nel 1912 sposò Maria Antonietta Solfanelli, dalla quale ebbe due figli. Divenne professore di lingua e letteratura inglese, insegnando nelle scuole medie inferiori e superiori, prima a Modica, in Sicilia, e poi a Gubbio.

Nel 1927 fece voto di povertà e gli sarebbe apparso Gusù Cristo. L'apparizione si sarebbe ripetuta nel 1931, insieme a san Francesco di Assisi. Il giorno di Natale dello stesso anno avrebbe ricevuto il primo di numerosi "messaggi". Quando si trasferì definitivamente  a São Vicente, nello stato di São Paulo, scrisse altri quattordici volumi, dichiarando conclusa la sua opera nel giorno di Natale del 1971, esattamente quarant'anni dopo il primo "messaggio" ricevuto.

Nei suoi 24 volumi ed in un notevole numero di articoli e libretti, Pietro Ubaldi con sistema d’indagine intuitivo  e un linguaggio chiaro, pulito e logico, parla della nuova Scienza dello Spirito, della Reale Essenza dell’Uomo e dell’Universo, della vera sostanza di tutte le cose come di un’essenza profondamente Spirituale,  e rivela il “Metodo” per penetrare il mistero e accedere all’Imponderabile.

Secondo Ubaldi è tempo che si superino le chiusure delle religioni istituzionalizzate, cristallizzate in dogmi e cerimonie, è tempo di amare lo Sposo dell’anima: DIO! Il mondo fenomenico viene decifrato secondo la ferrea Legge di causa e di effetto, ove la Sapienza Divina regna Sovrana.

In un processo di unificazione tra scienza e fedePietro Ubaldi chiarisce il rapporto esistente tra involuzione ed evoluzione tra le tre dimensioni della materia, dell'energia e dello spirito. Spiega il senso della vita, la funzione del dolore e la presenza del male. Inoltre ritiene che esiste un'unica "Sostanza", la cui essenza sarebbe il movimento e che si manifesterebbe come "materia" (statica), "energia" (dinamica) e "spirito" (vita). L'essere umano è chiamato ad evolversi ampliando la percezione della sua coscienza, che da individuale deve farsi collettiva, per farsi poi coscienza cosmica. Viene delineato il futuro dell'umanità, permeato da una nuova etica internazionale, come consapevolezza razionale e non emotiva o pacifista, dove l’essere umano attua la sua evoluzione tramite la reincarnazione.

In ogni situazione invita a cercare ciò che unifica. Per questo fare il male significa voler andare contro la corrente del Sistema, perpetuando la separazione, che genera sopraffazione e violenza, sino all'autodistruzione. Fare il bene, invece, vuol dire cercare di armonizzarsi con tutto e con tutti,  in un processo di unificazione che è rappresentato dall'ordine e della giustizia divina. Il segreto della felicità consiste nell'inquadrarsi nell'ordine cosmico e la preghiera autentica come  docile accettazione della Legge.
Il fine dell'esistenza è rappresentato dall'evoluzione etica, iscritta nell'evoluzione dell'universo  inteso come un'inestinguibile volontà di amare, di creare, in lotta col principio dell'inerzia, dell'odio e della distruzione. L'etica viene concepita come realtà ascendente a seconda le dimensioni dell'essere lungo la scala evolutiva. Fondamentali sono gli ideali come funzione di orientamento e di guida aventi il compito di proiettare l’essere umano verso la realtà della spiritualizzazione enunciati storicamente delle grandi religioni e dalle leggi morali, in un continuo cammino ascensionale, nella comprensione reciproca e nella fratellanza universale.
Nella legge dell’evoluzione collettiva  si tende a sempre più ampie convergenze: dalla coppia alla famiglia, dalle nazioni alle unioni di popoli, sino all'unione di tutti gli esseri viventi del pianeta, pur mantenendo il valore delle diversità. Per questo, la via è quella del superamento di ogni separazione: la separazione da sé stessi, dagli altri, dal mondo.
L'evoluzionismo di Ubaldi, ben diverso da quello di Darwin, guarda all'avvenire come tensione spirituale verso il superuomo che è presente in ognuno di noi, diverso dal superuomo enunciato da Nietzsche caratterizzato daldesiderio di espandere solo le potenzialità dell'io.
Attraverso il metodo intuitivo la coscienza riesce a penetrare l'intima essenza dei fenomeni, diversamente dalmetodo obiettivo, anche se giunge a conclusioni più universali perché basato sulla distinzione tra l'io e il non io, tra il soggetto e l'oggetto, tra la coscienza e il mondo esteriore.
I suoi scritti sarebbero passati da una forma ispirata di contatto telepatico con le correnti di pensiero a livello "supercosciente", al controllo razionale dell'ispirazione che consente di esaminare sia la "materia" che lo "spirito" nella loro armonia, unificando scienza e fede, considerate due aspetti della stessa verità.

Franco Libero Manco 


Consiglio tutti di leggere questo straordinario quanto rivoluzionario testo “La grande sintesi” di Pietro Ubaldi


Magia: "la scienza dei magi"



Nell'antica Persia i Magi erano sacerdoti, saggi, dotti: custodi della
tradizione spirituale che però erano al tempo stesso maghi, nel senso
che la loro conoscenza dei misteri iniziatici li metteva in grado di
comunicare con diversi piani di realtà ordinariamente preclusi alla
percezione comune, e di operare a partire da essi.

Si trattava perciò di una scienza vera e propria, la "scienza dei magi"
di cui è stato tramandato da molti autori; essi conoscevano i
funzionamenti e le dinamiche sottese alla realtà visibile e sapevano
intervenire su di esse per ottenere i risultati desiderati sul nostro
piano di realtà. Ma non stiamo parlando di far apparire conigli
bianchi da un cilindro, bensì di operare sul reale in maniera ficcante
e determinante partendo dalle dinamiche che ne stanno a monte.
L'effetto finale di questa operazione è impostare tutta una serie di
cose o di eventi in base al loro archetipo, ossia un modello
preesistente ad un altro livello di realtà.

Il mago ne "guida" l'attuazione mediante una trasformazione
energetica, una riduzione vibratoria che convoglia l'archetipo sul
piano terreno rendendolo "reale" concretamente, con effetti
riscontrabili.

Dunque la nostra attuale parola "mago" è estremamente fuorviante,
perché ce ne si è fatti un'idea che corrisponde in realtà agli
illusionisti, o maghi da spettacolo o da burla che tristemente
conosciamo e che hanno contribuito a svilire la reputazione di quella
che è un'operazione potenzialmente nobile (anche se può essere usata
malamente) attuabile anche da chiunque si sia familiarizzato con le
dinamiche sottili, mediante l'immaginazione creativa (e tanto lavoro su
di sé)..

Simon Smeraldo

La "Grande Madre" ritorna...




Il risorgere delle tradizioni mistico-esoteriche della “Grande madre”, legate alle figure di Iside, Astarte, ecc., si lega alla storia di Tolomeo I Sotere (367.282 a.C.), luogotenente di Filippo II di macedonia e poi di Alessandro il Grande, che resta in Egitto come satrapo (governatore di una provincia).

Nel 305, assunse il titolo di Re d’Egitto sposando Berenice, figlia di Mugas, che accompagnò sempre Tolomeo nelle sue attività socio-politiche e anche nella assunzione del ruolo di Faraone. Berenice, nelle Olimpiadi del 284, vinse una gara di carri, dimostrando, come da tradizione, l’impegno della “donna-regina”, nelle attività sociali, politiche, rappresentative e creative della “sposa”.

Tolomeo I fu un grande organizzatore dimostrando le sue capacità nella costruzione del faro di Alessandria e, soprattutto, nella creazione della Biblioteca Alessandrina (inaugurata sotto il regno di Tolomeo II Filadelfo) che supportò lo sviluppo delle scienze, della filosofia, delle scienze naturali e sociali, fin quando fu distrutta (nel 642 d.C.) a causa delle follie fondamentaliste ed anti-eretiche dei vescovi cristiani.

In tutto il periodo tolemaico, fu forte l’impegno mistico-filosofico guidato dalla propensione a dare valore alla figura della donna ed al femminino-sacro. Proprio a queste posizioni ideologico-filosofiche si deve il risorgere dei fondamenti delle antiche propensioni monoteistiche (verso il dio Aton) del faraone Akhenaton che, anche se emarginate dopo solo 17 anni di regno, rimasero vive nelle ceneri del sapere popolare.

Con Tolomeo, l’influenza culturale dell’Egitto si espanse in tutta la zona medio-orinetale fino alla Palestina ed anche alla zona mesopotamica di Babilonia.

Possiamo ricostruire questi saperi e le influenze politiche, ricordando i fondamenti che hanno retto per secoli influenze strutturali nell’ambito civile e religioso: il monoteismo di Akhenaton.


Prima di tutto, una grande libertà di scelte religiose che possiamo riferire ad un sincretismo culturale guidato tuttavia dalla concezione, sostenuta da Akhenaton, di un Dio, il Sole, che si offre come “… amore verso tutte le persone che ne abbiano bisogno”. I favori di Dio non sono legati alla partecipazione ad una particolare setta religiosa, ma al solo fatto che ogni uomo/donna è figlio di Dio e quindi posto nell’influenza della sua grazia.

Il potere della “Grande-Madre” (Signora del Cielo – Signora del potere del Cobra) ha in sé la forza del sapere sciamanico salvifico e divinatorio, espresso anche dalla “Sibille” e da tutte le ancelle-rappresentanti della Dea. Questo potere suscitava reazioni distruttive e disruptive nelle Gerarchie del monoteismo mosaico, paternalista e maschilista, che, proprio per paura di perdere i loro privilegi, diventano estremamente pericolose e una continua minaccia per la stabilità sociale e politica.

Il “popolo di Dio” non è chiamato alla assoluta osservanza della legge (legge mosaica) che, prima di tutto, mira a diffondere il proprio potere teologico-politico, attraverso l’imposizione di una “etica del potere” che è assolutamente perniciosa per la libertà, per la verità, per la giustizia, per il dispetto dei diritti del singolo, la creatività e la spinta vitale per la crescita e per il divenire civile

Non sono necessarie né una gerarchia, né la struttura di una rigida forma legislativa, che creano solo un feroce senso del peccato (… creato per sottomettere), proprio perché il potere di Dio è un potere salvifico, fondato sul perdono e non sulla creazione di un capo espiatorio.

Ogni persona, ogni soggetto, è chiamato a percepire l’Amore di Dio e non un suo feroce senso di condanna e di sete di riparazione della colpa: è Dio, con il suo amore incondizionato verso il suo popolo, a cancellare sempre e con magnanimità ogni colpa ed ogni riparazione.

Dio non ha bisogno di “servi” dominati dall’obbedienza e dalla paura del castigo, ma di “figli”che cercano l’amore e la grazia del Padre. Dio non chiede offerte, riti, sacrifici, preghiere perché nel suo “rapporto d’amore” è pura comprensione, pura generosità, pura tenerezza, pura …..

Dio è un “amore generoso” che dice “… andate e moltiplicatevi in amore ed in creatività, in sapere ed in partecipazione sussidiaria e generosa: è peccato solamente danneggiare un’altra persona, fare del male ad un bambino o ad una donna che sono “… la vera semente dell’amore di Dio”.

La “vera conversione” (cambiamento di prospettiva) riguarda la “capacità di giudizio”, inteso come pienezza di vita, piena realizzazione di sé nell’integrazione con l’Altro.

Il perdono di Dio si misura concretamente con la scelta di perdono fatta da ognuno in favore del vicino, del aprente, del viandante … di ogni altro reso sacro dal perdono stesso ricevuto da Dio.

Il peccato del mondo non è peccato verso Dio (che sempre perdona), ma è rifiuto della pienezza della vita che si misura solo nel rispetto dell’altro, del riconoscere il valore dell’altro e, soprattutto, della singolarità creativa e salvifica dello spirito del femminino sacro.

Nel popolo di Dio non c’è posto per le potenti istituzioni religiose e per gerarchie oppressive e dogmatiche, proprio perché ognuno può rivolgersi direttamente a Dio che, con il suo amore, è sempre disposto ad ascoltare e ad aiutare i suoi figli, indipendentemente dai loro errori e dalle loro colpe.

Dio non ama i figli e le persone per i loro meriti (che sono meriti del potere terreno e materiale), ma per la loro disposizione di amore, per la loro ricerca incessante di collaborazione, di sussidiarietà e di accettazione.

Dio non giudica, non crea leggi, non cerca sottomissioni o colpevolezze: dio è “sevizio”, comprensione e generosità.

Imperdonabili, per Dio, sono solo i comportamenti distruttivi e disruptivi che mirano a sottomettere e a creare dolore e sofferenza.

Dio è orientato verso il bene e la felicità degli uomini, verso la loro esistenza serena nell’amore della famiglia, del rapporto d’amore tra genitori e figli e non tiene conto dei peccati, che, per lui, sono sempre cancellati.

Inciampare e cadere non sono mai motivi per creare peccato e castigo, ma esperienze che portano a continue rinascite nell’amore di Dio.

Se la vita è orientata verso il bene degli altri, Dio gioisce per aver creato giustizia, benessere, felicità, crescita e una moltiplicazione del suo stesso amore: il perdono di Dio precede sempre la richiesta di perdono da parte dei suoi figli.

In questo si comprende come Dio sia luce che si espande. “Io sono la luce del mondo” – luce che è saggezza, consapevolezza, benedizione, sincero amore verso l’altro che è “… segno dell’accoglimento del suo Amore”.

La legge di Dio non ha bisogno di essere scritta, non è un codice di dottrine e precetti, bensì il dono interiore. La legge scritta è una legge umana che perciò è destinata a perire. La legge di Dio è impressa nel cuore dell’uomo, nel suo spirito e, proprio per questo, è eterna e rende eterno l’uomo “… racchiuso nello scrigno dell’amore di Dio”.

Dio non ha bisogno di suoi rappresentanti in terra con il compito di tradurre le sue volontà, perché queste Dio le trascrive nel cuore di ognuno dei suoi figli, nella “… verità della procreazione e della educazione dei figli nella verità”.