Corrispondenza caustica tra Osho e Madre Teresa

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Nel dicembre del 1980 Madre Teresa scrive a Osho in replica a un suo commento sul premio Nobel conferito. Ecco la risposta di Osho:
Proprio l'altro giorno ho ricevuto una lettera da Madre Teresa. Ciò che ha scritto nella lettera è sincero, ma è privo di senso. Madre Teresa non sa ciò che scrive, perché ragiona in modo meccanico, come un robot. Scrive: “Ho appena saputo del suo discorso. Mi dispiace molto per lei, per ciò che ha detto a proposito del premio Nobel che mi hanno dato e per gli aggettivi che ha usato sul mio conto. La perdono con grande amore”.
Ho apprezzato la lettera, ma lei non ha capito gli aggettivi che ho usato. Se li avesse capiti si sarebbe dispiaciuta per se stessa. Gli aggettivi che ho usato sono: “imbrogliona”, “ciarlatana” e “ipocrita”.
Il premio Nobel viene dato a chi funziona in questa società come un lubrificante, così che le ruote dello sfruttamento e dell’oppressione possano girare senza problemi.
La persona veramente spirituale è ribelle. La società la condanna, invece di premiarla. Gesù è stato condannato come un criminale e Madre Teresa è rispettata come una santa. I ciarlatani vengono sempre lodati dalla società perché sono utili a mantenere lo status quo.
Poco tempo fa c'è stato un disegno di legge al Parlamento indiano sulla libertà di religione. Questa legge avrebbe proibito la conversione a un'altra religione, nel caso non fosse frutto di una libera scelta. Madre Teresa è stata la prima ad opporsi. Ha scritto una lettera ai politici: “Il disegno di legge non deve passare perché va contro tutto il nostro lavoro. Siamo determinati a salvare la gente, e la gente può essere salvata solo se diventa cattolica”. La sua opposizione ha creato molto clamore in tutto il paese. Siccome i politici non volevano perdere i voti dei cristiani, il disegno di legge è stato abbandonato.

Personalmente, io non converto nessuno: sono le persone a venire da me. Io non impartisco catechismo o alcuna dottrina. Io aiuto gli altri a tacere. Il silenzio non è né cristiano né indù né musulmano. Il silenzio è silenzio. Io insegno ad amare, e l'amore non è né cristiano né indù né musulmano. Io insegno ad essere consapevoli, e la consapevolezza non appartiene a nessuno. Per me questa è la vera spiritualità.
Le persone come Madre Teresa sono ipocrite: dicono una cosa ma ne fanno un’altra. Per le cose che le ho detto lei “mi perdona con grande amore”. Per perdonare qualcuno prima devi essere arrabbiato. Si dice che il Buddha non perdonò mai nessuno per la semplice ragione che non si arrabbiò mai. Come si può perdonare senza rabbia? È impossibile. Per cui lei doveva essere arrabbiata. Questo è ciò che io chiamo incoscienza: lei non sa ciò che dice. Quale crimine avrei commesso per essere perdonato? Basta con questa idiozia che i cattolici continuano a perdonare. Non ho commesso alcun peccato, quindi perché mi perdoni? 
Ribadisco tutti gli aggettivi, e ne aggiungo un paio: è stolta e mediocre.
Se c’è qualcuno ha bisogno di essere perdonato è lei. Dice: io combatto il peccato dell’aborto. Se l'aborto è un peccato, i cattolici ne sono responsabili perché si oppongono ai metodi di controllo delle nascite. È questa la causa di tutti gli aborti, sono loro i responsabili. Per me sono dei grandi criminali. In questo mondo sovrappopolato, dove le persone sono affamate, opporsi ai contraccettivi è imperdonabile. I contraccettivi sono uno dei contributi più significativi della scienza moderna all'umanità, e potrebbero rendere questa terra un paradiso. I cattolici sono criminali, ma il loro crimine è tale che ci vuole grande intelligenza per capirlo.
Dice: “Possa la benedizione di Dio essere con lei e riempire il suo cuore con il suo amore.”  - Stupidaggini. Io non credo in nessun Dio come persona, quindi non c'è alcun Dio che mi può benedire. Dio è una realizzazione, non è qualcuno da incontrare. È la nostra coscienza purificata.
Lei scrive per mostrare quanto è religiosa, ma tutto ciò che vedo è una persona stolta e mediocre.
Osho

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Per essere ciò che si è non serve un "metodo" poiché il Sé è lo stato naturale di ognuno


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Ramana Maharshi

Le strofe che seguono sono tratte dal Supplemento ai 40 versi di Ramana Maharshi. Le tre strofe rilevate, a loro volta, fanno parte del Vasishta Saram, che tratta degli insegnamenti sulla realizzazione del Sé impartiti al giovinetto Rama (una delle 10 incarnazioni di Vishnu) dal suo Guru Rishi Vasishta.


Da notare come non viene indicato il metodo del raggiungimento, in quanto il “raggiungimento” secondo la filosofia Advaita sta solo nell’eliminazione dell’ignoranza che il  Sé è onnipresente.  

Nelle strofe (sloka) riprese da Ramana viene descritto lo “stato” interiore del realizzato. Ma questo “stato" libero dall’ignoranza non è il risultato di un ragionamento bensì è la diretta esperienza e la piena consapevolezza della propria natura, che non può avere riscontro oggettivo da parte dell’osservatore. 

Allo stesso tempo dalle strofe riportate dal Maharshi (e dalla spiegazione aggiunta del suo discepolo Mahadevam) se ne deduce una implicita descrizione della condizione interiore del Mukta, il liberato vivente.


Questa “condizione” (se così si  può chiamare) è il fine di ogni conoscenza spirituale, compresa –ovviamente- la Spiritualità Laica.



S. 26 – “Avendo investigato in tutti i vari stati (veglia, sogno, sonno profondo) e tenendo costantemente nel tuo Cuore quello che è lo Stato Supremo, libero dall’illusione, gioca la tua parte nel mondo, oh eroe! Tu hai realizzato nel Cuore quello che è il substrato di Realtà, al di là di ogni apparenza. Perciò, senza mai perdere questa consapevolezza, gioca nel mondo come ti piace, oh eroe!”


Commento – Qui l’istruzione del saggio Vasishta a Rama. Da cui si evince che la realizzazione subentra con l’investigazione sugli stati mentali, di cui il Sé è la sola realtà intrinseca o substrato permanente. Allorché la realizzazione diviene costante o stabile l’illusione della separazione viene cancellata e quindi il liberato vivente può giocare la propria parte nel mondo, senza esserne affetto. Ovviamente tale “persona” (presunta come tale da chi la osserva) non perde mai di vista la Realtà, che sta alla base di ogni apparenza ed è perfettamente consapevole della unitarietà del Sé.

S. 27 – “Con apparenti emozioni e piaceri, con apparenti agitazioni ed asti, e con sforzo apparente nello svolgere ogni attività, ma senza attaccamento, gioca nel mondo, oh eroe! Essendo libero da ogni sorta di schiavitù, avendo raggiunto l’equanimità in tutte le situazioni, compiendo azioni confacenti, secondo la tua parte, gioca nel mondo, oh eroe!”

Commento – Un Jnani (conoscitore della Verità) fa la sua parte nel mondo, come ogni altro. Ma le sue azioni e le sue emozioni che sono aldilà di esse, sono solo apparenti. Egli può esultare o sembrare depresso ma in realtà non è così, si ricordi qui la descrizione data del Cristo come Dio e come uomo allo stesso tempo. Egualmente il saggio sembra preparare e perseguire progetti, sembra fare tutto ciò che compie un uomo del mondo ma egli conosce l’irrealtà di tutto questo. Come in un gioco od in una commedia egli svolge meramente la sua parte e non viene toccato da quel che accade. Questo in conseguenza del suo stato di equanimità ed assenza di desideri.

S. 28 – “Colui che è stabile nella verità della conoscenza è il conoscitore del Sé (Jnani). Attraverso la conoscenza egli ha distrutto le impressioni dei sensi. Veramente egli è Agni (il fuoco sacro) che è il distruttore dell’ignoranza. Egli è Indra (il supremo Deva) che brandisce il Vraja (la saetta della conoscenza). Egli è il Tempo del tempo. Egli è l’eroe che ha sconfitto la morte!”

Commento – Qui il Maharshi include l’apologia del Conoscitore del Sé. Infatti Conoscenza equivale ad auto-realizzazione e per il Jivan-mukta (liberato vivente) le funzioni dei sensi e le loro impressioni non hanno appiglio alcuno. Per lui non ci sono organi di senso, né corpo, né mente, per lui non esiste il mondo della dualità. La sua conoscenza è paragonata ad Agni (il Fuoco Sacro), che brucia ogni rifiuto, ed alla saetta di Indra (il Signore degli Dei), con la quale fu ucciso il demonio. Colui che ha realizzato il Sé non è condizionato dal tempo, egli è la Morte della morte (Shiva stesso), è il vero eroe (dhira) che non ha paura di nulla, perché non c’è un “altro” che lui possa temere.


Conclusione.

Forse si potrebbe tentare ancora di aggiungere parole su parole alla gloria del Conoscitore del Sé, ma come disse un grande saggio cantando le lodi di Shiva “nemmeno se il monte Meru (la montagna centrale dell’Universo) fosse un pennino e l’oceano primordiale inchiostro potrei esaurire la  descrizione delle tue lodi, oh Signore…”



Paolo D'Arpini






“D: What is the path of inquiry for understanding the nature of the mind?
M: That which rises as 'I' in this body is the mind. If one inquires as to where in the body the thought 'I' rises first, one would discover that it rises in the heart. That is the place of the mind's origin. Even if one thinks constantly 'I' 'I', one will be led to that place. Of all the thoughts that arise in the mind, the 'I' thought is the first. It is only after the rise of this that the other thoughts arise. It is after the appearance of the first personal pronoun that the second and third personal pronouns appear; without the first personal pronoun there will not be the second and third.”

(Ramana Maharshi - Nan Yar Who am I?) 

Spirito e materia inseparabili - Alcune domande e una risposta


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Su questo blog leggo spesso articoli che riguardano  aspetti spirituali e materiali dell'esistenza. Vorrei porre una domanda. Questa domanda mi assilla da tempo e la tua risposta, qualsiasi essa sarà, sono sicuro che mi aiuterà per trovare la mia risposta.
Spirito e materia inseparabili - Alcune domande e una risposta
Ma prima vorrei fare una premessa  riguardo al mio sentire:
1) Io non sento il desiderio di dipendere da una religione e non sento il bisogno né credo alla esistenza di un Dio personale al quale ci possiamo rivolgere.
2) Non ho alcun dubbio che le religioni con i loro Dei sono state create dagli uomini nella speranza di essere aiutati a superate le terribili difficoltà della vita.
3) Sono convinto che alla morte del mio corpo, la sua energia che contiene, sia la mia memoria e sia l'evoluzione che sono riuscito a fare, essendo immortale, ritornerà a far parte dell'energia universale.
4) Considero l'uomo niente più che un mammifero abbastanza evoluto in questo nostro pianeta.
5) Perciò, per me, l'umanità fa parte, come tutto il resto, del movimento evolutivo di questo universo e noi dobbiamo sopratutto e probabilmente solo essere senza sosta infinitamente grati per essere vivi.
E queste sono  le mie domande:
Perché l'umanità si sta muovendo così lentamente verso una secolarizzazione, movimento che ho capito essere iniziato circa cento anni fa ma che a tutt'oggi è probabilmente solo intorno al 10% nelle popolazioni occidentali?
Perché l'umanità invece desidera questo ruolo impossibile e fonte di tanta sofferenza credendo di essere degli enti creati separatamente da tutto il resto e che sono simili a Dio ma solo nel lato spirituale. Non si rendono conto che vivono costantemente nel terrore del giudizio di Dio e nel rischio di finire in inferno?
Ed inoltre gli uomini si sono dedicati a  spaventosi massacri che da sempre sono avvenuti a causa delle religioni e che seguitano alla grande ancora oggi.
Come è possibile che non si rendano conto  delle dolorose conseguenze per la impossibilità per le minoranze religiose di poter essere integrate e così vivere felici con tutto il resto della popolazione?
Smetto ma ci sarebbe moltissimo ancora da dire. In fondo vorrei tanto avere le capacità e le possibilità di dimostrare come semplice e stupenda è la mia vita senza il desiderio di un ruolo superiore che è sicuramente fonte di tanta infelicità.
Roberto Anastagi      
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Risposta:
Trovo interessante e utile questo discorso, che non esito a definire "laico".
Mi sovviene di una discussione avuta con il bioregionalista Stefano Panzarasa sulla presunta separazione fra spirito e materia nella cosiddetta "spiritualità religiosa".
La mia obiezione è che nella spiritualità laica (o naturale) tale separazione non esiste, anzi spirito e materia sono inscindibili l'uno dall'altro essendo espressioni della stessa  energia vitale. La materia è sostanza formativa (in fase di aggregazione) e lo spirito è  la coscienza intelligenza che da essa emana. Come non c'è differenza fra la rosa ed il suo profumo, entrambi rappresentano la stessa realtà.
Ed ora una mia considerazione sugli interrogativi sollevati oggi. Con lo spaventoso aumento della popolazione mondiale e con la presenza sulla scena di milioni e milioni di anime (coscienze) "giovani", ovvero incarnazioni di animali che si avvicinano per la prima volta all'umanità, è inevitabile che il livello della consapevolezza generale sia massificato, anzi l'evoluzione stessa sembra arrestarsi. Ma questi gonfiamenti e sgonfiamenti sono necessari per una evoluzione globale. Per questa ragione anche nella filosofia antica si parla delle  quattro ere dell'uomo, una scala per dar modo alle giovani anime di evolversi. Ed in questa era il processo è massivo. Non dimentichiamo che fino a cinquemila anni fa, prima dello sviluppo tecnologico, del senso della proprietà, della sperequazione fra generi ecc, la coscienza di un tutto inscindibile era presente nel cuore di ognuno.
Oggi questa comprensione non è più così estensiva e per questa ragione l'umanità ha sentito il bisogno di religioni (e anche di ideologie politiche) che in qualche modo impartiscono una legge comportamentale  e pongono l'uomo in soggezione. Ma fortunatamente non tutte le "anime" sul pianeta manifestano vibrazioni basse... ci sono anche anime nobili, infatti nel Buddismo si afferma che esiste un Buddha anche nell'inferno. E così deve essere. La naturale crescita che spetta ad ogni essere vivente troverà quindi il modo di svilupparsi in ognuno a tempo debito. Non è perciò il caso di preoccuparsi eccessivamente del percorso altrui meglio sviluppare le possibilità di crescita personali. Questo è il senso del Dharma (retto comportamento).. e seguendolo forniamo un esempio per i nostri compagni di viaggio che saranno anch'essi incentivati a seguirlo....
In un "discorso" analitico e discriminativo  è bene comunque riconoscere e indicare il male ove si manifesta, che sia in politica od in religione od anche in economia o nella scienza, ma questo senza "farsi prendere la mano" e cadere vittime del "giudizio" separativo. Anche in noi stessi, in fondo, c'è un misto di bene e male, per questo dobbiamo esaminare costantemente e scorgere i punti dolenti in noi in modo da poterli superare, e così facendo il nostro dovere è compiuto. 
Paolo D'Arpini 

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Cicli ricorrenti e antiche civiltà misteriosamente scomparse

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…delle antiche civiltà scomparse me ne sto occupando da tempo. Da quando cioè andai ad abitare a Calcata a metà degli anni '70 del secolo scorso, infatti  fa sotto l’ascendente di sensazioni e messaggi dall’inconscio, percepii quello che realmente Calcata era stata ed il suo ruolo nelle trame primigenie della vita nella società umana. E’ come se gli antichi spiriti della valle del Treja, il genius loci, mi parlassero per confidarmi dei segreti rimasti per troppo tempo nascosti. A dire il vero la verità su Calcata e sull’antichità della civilizzazione falisca ad essa collegata mi era stata svelata già con il libro dell’archeologo Potter che negli anni ’60 fece una grande campagna di scavi su Narce, riscontrando le vetustà del sito. In un’altra occasione ricordo la visita di Marcello Creti, un sensitivo che viveva a Sutri, il quale mi raccontò di una antica civiltà Antalidea che aveva trovato rifugio qui a Calcata, attenzione non si tratta dei rifugiati di Atlantide bensì di un’altra mitica popolazione di “prima che nascessero gli dei”, secondo lui di origine extraterrestre. E con Marcello Creti andammo in giro nella Valle del Treja in cerca di reperti, egli credeva fermamente nell’esistenza di queste popolazioni misteriose, dotate di ampie conoscenze scientifiche, che poi per strani motivi scomparvero dalla faccia del pianeta. Ed in alcune occasioni trovammo grotte in cui sembrava che vi fossero delle tracce degli antichi abitanti pre-umani”
Paolo D’Arpini

Risultati immagini per Cicli ricorrenti e inferenze di una remota guerra nucleare…
Da alcune anomalie registrate in due siti archeologici indiani, Harappa e Mohenjo-Daro e dall’ultima scoperta a Jodhpur, nonché dagli scritti di antiche opere letterarie di diverse migliaia di anni fa, come il Mahābhārata, sembrerebbe proprio che NEL LONTANO PASSATO SULLA TERRA CI FU UNA GUERRA NUCLEARE (o qualcosa di simile ndr).
Entrando nel merito, le due antiche città della Valle dell’Indo: Harappa e Mohenjo-Daro (che si fanno risalire a una decina di migliaia di anni fa), scoperte accidentalmente appena lo scorso secolo, mostrarono subito agli archeologi aspetti particolari, differenti da altri siti archeologici indiani. I mattoni in terra cotta e i resti di vasellame mostravano segni di vetrificazione, fatto questo riscontrabile nei materiali esposti a temperature di migliaia di gradi Celsius. Non solo, ma in questi due siti si registra ancora una certa radioattività nel terreno. Per fortuna su queste aree archeologiche non ci sono centri abitati, quindi, il rischio di contaminazione è relativo. Questo invece non accade a 18 Km da Jodhpur, una popolosa città del Rajasthan, una regione vicina al Pakistan. Tutto nasce da un progetto per la costruzione di una vasta lottizzazione edilizia. Quando gli operari hanno iniziato a scavare le fondamenta delle case, a circa un metro di profondità, è apparso un consistente strato di ceneri pesanti; ceneri che hanno cominciato a creare problemi alla salute degli operai. Sono intervenute le autorità sanitarie e per loro grande stupore hanno registrato nella zona un tasso molto elevato di radioattività. Questa scoperta ha messo subito in rilievo l’alta incidenza di malattie, in particolare tumori, della zona. A quel punto il governo indiano ha bloccato gli scavi e isolata tutta l’area.
Gli archeologi nel frattempo hanno individuato i resti di un antichissimo insediamento umano, calcolato intorno a 9.000 anni prima di Cristo; insediamento che come Harappa e Mohenjo-Daro, presentava fenomeni di vetrificazione causati probabilmente da qualche evento che ha prodotto nel lontano passato temperature elevatissime, capaci di fondere anche la pietra. Questi archeologi, in una recente conferenza stampa, non hanno esitato a paragonare l’accaduto di quest’area con quanto avvenuto nel 1945 a Hiroshima e Nagasaki.
Gli studiosi degli antichi testi indù a questa scoperta hanno aggiunto le loro conclusioni e cioè che quanto scritto, soprattutto nel Mahabharata, non è frutto di “fantasie” dell’epoca.
Ma cosa dice questo antico testo indiano? Il Mahabharata, scritto nell’antica lingua sanscrita? Descrive un’esplosione catastrofica che sconvolse il continente. Si legge, infatti, “Un unico proiettile caricato di tutta la potenza dell’Universo … Una colonna incandescente di fumo e fiamme, brillanti come 10.000 soli, s’innalzò in tutto il suo splendore … era un’arma sconosciuta, un fulmine di ferro, un gigantesco messaggero di morte che ridusse in cenere un’intera razza. I cadaveri erano così bruciati da essere irriconoscibili. I capelli e le unghie caddero, il vasellame si ruppe senza alcuna causa apparente, e gli uccelli diventarono bianchi. Dopo poche ore, tutti i cibi erano infettati. Per uscire da quel fuoco, i guerrieri si gettarono nel fiume.”
Lo storico Kisari Mohan Ganguli asserisce che gli antichi scritti sacri indiani sono pieni di eventi catastrofici prodotti da armi sconosciute dotate di una potenza simile a quelle nucleari che noi oggi conosciamo. Nel Drona Parva, un capitolo del Mahabharata, si parla chiaramente di battaglie in cielo condotte da “carri volanti”, i Vimana, che si combattevano con “fulmini e tuoni”. Il capitolo dell’opera sacra si conclude descrivendo l’uso di armi dalla immane forza distruttiva che provocarono alla fine la totale distruzione di interi eserciti.
L’archeologo Francis Taylor aggiunge che le raffigurazioni in bassorilievo, in alcuni templi sempre nel Rajasthan, da lui interpretate, mostrano personaggi intenti a pregare al fine d’essere risparmiati dalla grande luce, che stava per portare rovina sulle loro città. -“E’ abbastanza incredibile”, afferma Taylor, “immaginare che qualche civiltà possedesse la tecnologia nucleare prima di noi. La cenere radioattiva trovata a Jodhpur aggiunge credibilità agli antichi scritti indiani che solo oggi comprendiamo parlano di un’antichissima guerra atomica”.
In conclusione, sulla base di queste scoperte e rivelazioni, dobbiamo cominciare a rivedere con più attenzione quanto descritto in tutti i testi antichi giunti fino a noi, come quelli indiani. Forse anche le due opere di Platone: il “Crizia e il ” Timeo”, che parlano della distruzione di Atlantide, forse non sono solo frutto di fantasie del filosofo greco, ma cronache di fatti realmente accaduti.
Sabatino Moscati, l’archeologo “illuminato”, morto alcuni anni fa, un giorno “oso” dire che la storia dell’umanità andava riscritta e retrodatata di molti migliaia di anni. Questa sua affermazione scandalizzò i grandi “dotti” della scienza e causò il suo allontanamento dalla casta degli archeologi baroni. Qualche anno dopo, però, si scoprì in Turchia Çatal Hüyük , una città già organizzata di 8.000 anni più vecchia di Cristo, più antica di Gerico. Questa scoperta ridisegnò i confini temporali sulla nascita delle prime civiltà dell’uomo, che prima di allora si attribuivano a 5.000 anni fa. Sabatino Moscati aveva avuto ragione. Ma la cosa non finì lì, nuove scoperte mandarono definitivamente in soffitta i vecchi testi di storia tanto cari ai “dotti” della scienza di allora. Il colpo finale ai dogmi di questi saccenti arrivò alcuni anni fa quando si scoprì che la mitica popolazione andina, conosciuta dai popoli incaici come i “guerriere delle nuvole”, presente nel nord del Perù già 2000 anni fa, era di origine europea. Sabatino Moscati aveva vinto la sua battaglia contro i baroni della scienza. Cadute le barriere della scienza conservatrice e grazie alle nuove tecnologie, ogni giorno scopriamo qualcosa di nuovo e più antico anche rispetto alle grandi civiltà Sumera ed Egizia. Ci si avvicina sempre di più verso la scoperta di presenze sul nostro pianeta di civiltà antichissime e tecnologicamente evolute, scomparse per motivi naturali o perché autodistruttesi; civiltà dimenticate che forse riusciranno a gettare una nuova luce sulla storia dell’uomo sulla Terra.

(Fonte notizie: Accademia Kronos)

Osho: "Superare femminismo e maschilismo"


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In un darshan con Osho, sono presenti una madre con la figlia di nove anni. La madre dice a Osho che in Occidente ha partecipato al gruppo la Liberazione della Donna...

Osho: Ti porterò fuori dal tuo femminismo e persino dal tuo maschilismo! Bisogna andare oltre entrambi, perché entrambi sono delle prigioni. Non si dovrebbe essere così attaccati alla biologia. Bisognerebbe iniziare a liberarsi dalla biologia, poi dalla psicologia e infine anche dalla spiritualità. Questo è l’obiettivo di Buddha. A quel punto emerge il "sunya"… Quando sei libero da tutte le identità, quando non sei né corpo né mente né anima.

La persona comune vive identificata con il corpo. È uomo, donna, nero, bianco, bello, brutto, giovane, vecchio. Quelle sono le sue definizioni del suo essere. Non sono false, contengono una certa verità, ma non sono nemmeno vere, perché contengono anche molta falsità. L’uomo è molto più del suo corpo. Il corpo è più o meno accidentale. È solo una coincidenza che tu sia in un corpo femminile e qualcun’altro in un corpo maschile. Sono solo vestiti.

Se una persona entra un po’ più in profondità nel suo essere, il corpo non è così importante. Ma poi la mente si impadronisce di lui: diventa un hindu, un musulmano, un cristiano, o un comunista... Ideologie e filosofie. Questo regno è un po’ più vasto del corpo, ma è ancora una sorta di prigione. Se vai un po’ più in profondità, diventi l’anima, il sé. Non sei più hindu, musulmano, o cristiano. Sei semplicemente coscienza, consapevolezza. 

Ma rimane ancora un limite: il centro dell’”io”. Quella è l’ultima barriera verso dio, anche questa deve essere abbandonata. E poi sei un puro nulla e non c’è più modo di identificare, o demarcare. Sei un vuoto, un nulla. E la purezza di quel vuoto è grande, perché solo il vuoto può essere puro. Qualsiasi cosa resti in esso è una forma di inquinamento. 

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Tratto da: Osho, Let Go! # 26

Numerologia, religione e filosofia


Il più illustre filosofo e pensatore che si dedicò all’approfondimento
dello studio dei numeri è Pitagora, che di quella “scienza psichica”
che comunemente è conosciuta con il nome di “numerologia” ne ha fatto
un vero e proprio strumento che è servito da faro a tutti gli studiosi
che lo hanno seguito sullo stesso sentiero di indagine, poiché i suoi
studi sono serviti da premessa per scienze quali la geometria e
l’astronomia. Padre dell’aritmetica, ai suoi studenti, che selezionava
in base alla capacità di associare un messaggio ad un simbolo, egli
soleva dire “tutto è numero”.

Formulò una teoria che lega la matematica alla natura e alla musica,
stabilendo un’assonanza con l’intero cosmo e con le Leggi che lo
governano. L’associazione dei numeri alla natura, secondo i
pitagorici, inclina ed agevola una meditazione profonda e consente
all’uomo di cogliere l’intima natura delle sfere celesti, creando un
ponte tra il visibile e l’invisibile, poiché c’è una stretta assonanza
tra numeri, forma e idee. Infatti, regolata dai numeri risulta
l’alternanza delle stagioni e delle diverse coltivazioni ad esse
corrispondenti. I numeri contengono, disciplinano e racchiudono il
Creato e ogni creatura, e consentono all’uomo di diffondere il
messaggio del quale è portatore sin dalla nascita, e inglobarlo al
messaggio più profondo, collettivo e primigenio, ovvero quello divino.
Le conoscenze che hanno permesso a Pitagora di elaborare le sue
teorie, sono frutto dei suoi lunghi viaggi in Oriente e in India.

Basti pensare che l’antico testo cinese che risale al 5000 a.C.
conosciuto in Occidente come “il grande Libro dei Mutamenti” (I King)
e che ha dato origine al taoismo e confucianesimo si basa
esclusivamente sui numeri ma è il popolo sumero il primo ad aver
realizzato un complesso quadro sessagesimale nel quale sono divise le
ore, i minuti e i secondi. Anche gli antichi Egizi si sono serviti dei
numeri per la costruzione delle Piramidi, la cui struttura è composta
da un triangolo (3) che poggia su un quadrato (4). Per loro, il 7 era
simbolo della vita e il testo matematico più complesso e composito è
il “Papiro di Rhind” nel quale si legge che esso contiene le “regole
per scrutare la natura e per conoscere tutto ciò che esiste, ogni
mistero, ogni segreto”. I numeri dunque attribuiscono un valore
numerico alle lettere permettendo al linguaggio di essere veicolo di
comunicazione tra la realtà tangibile e quella trascendentale. La
religione ebraica è la prima che introduce una fede in un unico Dio
“Creatore” rifiutando una visione politeistica contenuta in altre
credenze e religioni ma in tutta la raccolta di” libri” (in tutto 24)
costante resta la presenza dei numeri con la funzione di veicolare un
messaggio e permettere all’uomo di comprendere e quindi osservare la
volontà divina, in quanto per le tre religioni monoteiste, è Dio la
fonte primaria, è Dio che parla all’uomo.

Nel Libro che contiene” l’insegnamento”, diretta emanazione divina
della “Legge” che Dio diede a Mosè durante i 40 giorni spesi sul monte
Sinai, la Torah, (che corrisponde al Pentateuco della Bibbia
cristiana) c’è l’intera descrizione della Creazione, che per molti
autori e studiosi, antichi e moderni, delle Sacre Scritture, va
interpretata in senso allegorico.

Nella Genesi, Dio comincia il suo lavoro e ogni suo gesto è scandito
con ritmo regolare ed incessante, e completata la sua opera di
“costruzione del mondo”, si riposa nel settimo giorno: “ Allora Dio
nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò
nel settimo giorno ogni suo lavoro” (Genesi,1,2). Per essere più
precisi, smette di creare, ovvero di lavorare. Questo primo atto della
grande opera divina, ha dato una precisa indicazione che gli ebrei
hanno applicato e reso una delle festività religiose più importanti e
più osservate nella pratica della loro fede.

Lo Shabat, che, letteralmente significa smettere (ovvero cessare ogni
attività) è tradotto comunemente con la parola riposo. Dall’azione
divina a quella umana il passo è breve. L’uomo comprende che
anch’egli, creato da Dio, è dunque creatura, ed è tenuto a
considerarsi parte integrante di un progetto che va ben al di là della
sua immediatezza ma chiama in causa l’eternità, poiché come si legge
in Esodo( 3,14 ) Dio parlando a Mosè si definisce “Io Sono Colui che
Sono” ed è per questo che è inconcepibile l’idea che Dio abbia avuto
bisogno di riposo dopo aver completato la sua creazione. Aderente ad
una visione di un Dio onnipotente ed eterno, lo Shabat introduce anche
una rivoluzione poichè non esisteva un giorno specifico da dedicare al
riposo, e soprattutto tale riposo era riconosciuto a chiunque, schiavi
ed animali compresi, introducendo per la prima volta un concetto di
eguaglianza sociale assolutamente inesistente. Per l’ebreo praticante,
tale osservanza scandisce la settimana, diventando un orologio che
disciplina la vita quotidiana.

Cessando ogni attività, l’uomo ammette e riconosce di non essere lui
il vero creatore ma individua in Dio la fonte ultima di tutte le cose,
sé stesso compreso. La non dominanza dell’uomo sulla natura è un gesto
di umiltà e di riconoscenza al tempo stesso. Il riposo inoltre,
permette di concentrarsi sulla vita interiore, tralasciando quella
esteriore e materiale che inevitabilmente distrae e allontana dalla
preghiera e dal dialogo interiore con Dio. Ecco quindi che l’uomo si
libera della complessità e della caducità della materia per ritrovarsi
immerso nell’essenza divina che alberga in lui.

Ecco perché il numero 7 simboleggia la conclusione della creazione
divina, rappresenta la perfezione di Dio che consente all’essere umano
di elevarsi . “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perchè
in esso aveva cessato da ogni lavoro che Egli creando aveva fatto.
Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.”
(Genesi, 2,3) Solo così l’uomo può identificarsi in ciò che egli è e
non in ciò che ha. Sembra quindi che Dio, avendo benedetto il giorno
settimo, abbia firmato di suo pugno il riconoscimento a questo numero,
il 7, una valenza santa, e in base a ciò che si legge in Esodo (24,16)
“Mosè attese sei giorni sul monte e il settimo il Signore gli si
rivelò” ponendo ancora una volta l’accento sul significato profondo
del numero 7 come veicolo non solo della santità ma anche della
volontà divina che si esprime all’uomo in diverse forme.

Si legge nel Deuteronomio (15, 1,) “Alla fine di ogni 7 anni
celebrerete l’anno di remissione. “ L’anno sabbatico, che cade ogni 7
anni, prevede la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei debiti,
la cessazione dei lavori e il riposo dei campi da coltivazione.
Quest’ultimo precetto è riscontrabile in Esodo,23,10: “Sei anni
seminerai il tuo terreno e ne raccoglierai i prodotti; il settimo
invece lo lascerai incolto e l’abbandonerai perché ne mangino i poveri
che sono insieme a te e gli animali selvaggi si nutrano di quello che
essi lasciano”. Si può quindi notare un’ulteriore rivoluzione
introdotta proprio dalla religione ebraica e legata al numero 7;
questa usanza è oggi considerata ancora valida nel senso che è
riconosciuto socialmente un anno durante il quale è lecito prendere
una pausa dal proprio lavoro, come avviene per i docenti universitari
o i medici, scienziati e ricercatori che lavorano presso alcune
Istituzioni e/o università negli Stati Uniti. Un anno regolarmente
retribuito per approfondire una ricerca personale, aggiornare la
preparazione oppure per motivi personali. In Italia, la legge Turco
(n.53 del 2000) riconosce un congedo per motivi di maternità, gravi
malattie, motivi familiari e formazione professionale. Incredibile il
ruolo e l’influenza nella vita sociale e collettiva che il numero 7
svolge, diventando non solo un veicolo che permette un dialogo tra
l’uomo e Dio ma rappresentando una “giusta pausa” che richiama la
cessazione di ogni attività, momento nel quale si smette di creare. Ci
ricorda la fine di ogni cosa terrena, attribuendo un senso di eternità
solo a quel Dio creatore che compare a Mosè, come detto, il settimo
giorno e al quale detta le Leggi (o Comandamenti) che “il suo popolo”
è tenuto ad osservare.
Nella Torah, ci sono altri passi che fanno riferimento al 7 ed è
difficile se non quasi impossibile elencarli tutti; di volta in volta
esso compare a rimarcare la santità, anche quando è legato a riti di
purificazione e alla descrizione degli oggetti consentiti nel Tempio.
La Menorah, il candelabro ebraico utilizzato nell’antichità
all’interno del Tempio di Gerusalemme, è infatti composto da 7 bracci,
e rappresenta il rovo ardente tramite il quale Dio si manifestò a Mosè
e, in alternativa a questa interpretazione, ricorda i sei giorni della
creazione sottolineando il settimo, quindi ancora una volta esaltando
la sacralità di questo numero.

Il candelabro pare essere una stilizzazione dell’umanità,
rappresentata dal fusto che poggia a terra. La presenza divina è
garantita e racchiusa dalle 7 fiamme che illuminano ed è per questo
che in diversi passi dell’Esodo ci sono istruzioni ben precise
riguardanti la sua costruzione, i materiali da utilizzare e l’uso
proprio che se ne deve fare (37,17-24). Anche Zaccaria, nelle sue
profezie chiede a Dio di fargli comprendere il significato di ciò che
vedeva, ovvero “un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente
con 7 lucerne e 7 beccucci per le lucerne” (Zaccaria, 4,2), e solo
dopo la spiegazione dell’Angelo il profeta ne coglie il senso” Allora
l’Angelo mi spiegò: le 7 lucerne rappresentano gli occhi del Signore
che osservano tutta la terra”.
Dio è onnipotente e sempre presente. Impossibile nascondersi ai suoi
occhi e il numero 7 per questo è considerato un numero di santità e
perfezione e di tale status godono tutti gli oggetti, le azioni, i
riti e le preghiere che lo contengono.
Non stupisce dunque che questo sia il numero che compare di frequente
nei Testi Sacri dell’altra religione monoteista, il cristianesimo. La
Bibbia è composta dall’Antico Testamento, che coincide con alcuni
libri ebraici (seppur interpretati teologicamente in maniera
differente e/o divergente) e il Nuovo Testamento, che contempla la
vita e le opere del Cristo, considerato Redentore dell’intera umanità
nonché incarnazione umana di Dio. Nel Vangelo secondo Luca (1,46-55),
è presente uno dei più toccanti e traboccanti ringraziamenti a Dio,
ovvero il Magnificat che Maria, già in dolce attesa del Cristo,
pronuncia alla cugina Elisabetta alla quale aveva fatto visita. Salta
subito all’occhio, dopo un’attenta lettura, che 7 sono le azioni
divine (“ Ha spiegato, ha disperso, ha rovesciato, ha innalzato, ha
ricolmato, ha rimandato, ha soccorso) come dello stesso numero sono le
invocazioni nella preghiera principe di questa religione, ovvero il
Padre Nostro, come viene riportato da Matteo (6, 9-13) “ Sia
santificato il tuo Nome; venga il tuo Regno; sia fatta la tua Volontà;
dacci il nostro pane quotidiano; rimetti i nostri debiti; non ci
indurre in tentazione; liberaci dal male. L’abbondanza dei numeri
presenti sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, hanno spinto
studiosi e filosofi di questa religione, alcuni considerati i “Padri”
della Chiesa Cattolica, a fare alcune considerazioni. Di sicura
influenza greco-romana sono figlie le riflessioni che dei numeri ne fa
Sant’Agostino, nei quali rientra una influenza anche degli studi
pitagorici, dato che per questi ultimi il 7 rappresentava la santità.

“Nessuno è così stolto né incapace da voler sostenere che i numeri
presenti nei Libri Santi vi siano menzionati invano e senza ragioni
mistiche”. Si eleva così la dignità dello studio o della” scienza dei
numeri” e per il Santo tale scienza è investigata e trattata dagli
uomini spirituali perché diventino bravi esegeti della Bibbia.
Attribuisce al numero 7 una valenza possibilista ovvero da, all’uomo,
la possibilità di raggiungere Dio. Come fosse un ponte tra il cielo e
la terra, il 7 è secondo Agostino “perfezione mistica” essendo la
somma del numero 3, che rappresenta la perfezione e del 4, che
rappresenta il corpo; dunque la certezza, per l’uomo, di potersi
elevare al divino. Del resto il 7 è un numero proprio, ovvero non
generato da altri numeri ma da sé stesso, e perciò rappresenta la
verginità, ovvero la purezza. Inoltre, sempre secondo il pensiero di
sant’Agostino, il 7 simboleggia l’integrità della dottrina e la purità
dell’anima. “ Anche della perfezione del numero 7 si possono dire
molte cose…Si adopera spesso per indicare la totalità delle cose, come
quando si dice: il giusto cade 7 volte e 7 volte risorge; ossia cade
ma non perirà, le sue cadute non sono peccati ma imperfezioni che
conducono all’umiltà. E 7 volte ti loderò, espressione ripetuta
altrove in questi termini. Nella Sacra Scrittura si trovano molte
altre frasi simili nelle quali il numero 7 è usato per esprimere in
tutte le cose l’universalità. Molte volte poi con questo numero viene
indicato lo Spirito Santo, del quale il Signore ha detto: Egli vi
ammaestrerà in ogni verità”. E i doni che Esso fa sono proprio in
numero di 7: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà
e timore di Dio.

Nell’opera “La Città di Dio” Agostino rintraccia nei passi che
analizza, una simbologia legata strettamente alla figura del Cristo e
alla Chiesa, sua sposa mistica, e non dimentica di considerare la
valenza del numero 7. Riprende infatti le parole di ringraziamento
pronunciate da Anna, nell’Antico Testamento, madre sterile del profeta
Samuele.

Diverso nell’espressione ma non nel contenuto del Magnificat
pronunciato da Maria, Anna ringrazia e loda Dio per averle concesso,
seppur in età tardiva, un figlio. Nella sua lode, Anna dice “…Colei
che era sterile ha partorito 7 figli e la madre di numerosa prole è
sfiorita….Il Signore fa morire e fa vivere…” e in queste sue parole si
rintraccia, a parere del filosofo, una sorta di profezia uscita dalla
bocca di questa donna che, diventata madre, è profondamente grata per
la Grazia ricevuta da Dio.

Sarebbe la Chiesa di Cristo ad essere feconda e a creare molta prole,
intendendo dire che avrebbe avuto molti “figli” ovvero fedeli in tutto
il mondo. L’allegoria della madre feconda con la Chiesa di Cristo è
così chiara che invece di considerarlo il Cantico o Magnificat di
Anna, lo si può considerare il Cantico della Chiesa. “A questo punto,
tutto ciò che veniva previsto profeticamente si è rivelato a coloro
che conoscono il significato del numero 7 perché con esso è stata
simboleggiata la perfezione della Chiesa universale. Per questo anche
l’apostolo Giovanni si rivolge alle 7 Chiese, mostrando così di
rivolgersi alla interezza dell’unica Chiesa” (La Città di Dio, libro
XVII).

Nell’Apocalisse di Giovanni, testo di chiusa della Sacra Bibbia, il 7
non compare solo quando l’apostolo si rivolge alle Chiese ma in
diversi passi. “Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul
trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello
esterno, sigillato con 7 sigilli” (Ap 5) e la presenza, ancora una
volta del “numero mistico” per eccellenza, è spiegabile se si procede
con la lettura del brano. In alcuni passi successivi infatti
l’apostolo dice che pianse, perché “non si trovava nessuno degno di
aprire il libro e di leggerlo”, ovvero nessun essere umano può
comprendere il senso della Storia, sia quella universale sia quella
personale, come il perché si nasce o perché si muore o si soffre. Solo
il Cristo, ovvero l’Agnello immolato all’umanità può comprenderlo,
“…Egli aveva 7 corna e 7 occhi, simbolo dei 7 spiriti di Dio”. E
ancora “Tu sei degno di prendere il libro e di aprire i sigilli,
perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per
il nostro Dio un regno di Sacerdoti e regneranno sopra la terra”. Ecco
così completa la “Rivelazione” (significato della parola apocalisse)
che chiude con il trionfo del Cristo e dei suoi eletti tutta la Storia
dell’umanità, dalla sua Creazione alla sua totale e definitiva
redenzione.
L’interpretazione che se ne fa del numero 7 nella Bibbia non si
discosta poi molto da quella che ne fa nella Torah; in quest’ultima il
numero 7 rappresenta la santità di Dio, la sua onnipresenza e
onnipotenza, nonché la perfezione della creazione. Nella Bibbia,
questo concetto non solo viene rafforzato ma Dio è identificato in
Cristo, suo figlio, che con la sua morte redime i peccati dell’intera
umanità e ne garantisce la liberazione dalla schiavitù del peccato e
della morte per sempre. “

Ma Egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il
Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e
ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Questo è il senso
recondito delle 7 stelle che hai visto nella mia destra e dei 7
candelabri d’oro, eccolo: le 7 stelle sono gli angeli delle 7 Chiese e
le 7 lampade sono le 7 Chiese” (Ap, 9-20).

Simbolo di perfezione del Creato e presente in molti riti, il 7 è un
numero che compare in abbondanza anche nell’ultima delle religioni
monoteiste (o abramitiche) ovvero l’Islam. La prima sura del Corano è
composta da 7 versetti, e secondo la dottrina di questa religione, il
mondo è sostenuto da 7 colonne poggianti sulle spalle di un gigante.
Per i Musulmani, Allah ha creato 7 cieli, 7 mari e 7 terre così come
esistono 7 porte per accedere al paradiso ma altrettante per accedere
all’inferno. Lo stesso numero è la cifra degli attributi riconosciuti
ad Allah: vita, conoscenza, potenza, volontà, udito, vista e parola e
la professione di fede musulmana è composta da 7 parole. “Quelli che
con i loro beni sono generosi per la causa di Allah, sono come un seme
da cui nascono 7 spighe e in ogni spiga ci sono cento chicchi. Allah
moltiplica il merito di chi vuole Lui”.

Per quanto riguarda i passaggi più importanti della vita di un
musulmano, c’è già un rito legato alla nascita e al numero 7. Dopo una
settimana, infatti, il neonato riceve il suo nome. Gli vengono
tagliati i capelli e pesati; l’equivalente del peso in argento viene
donato ai poveri . Anche la morte prevede un rito che include il
numero 7, come i passi da compiersi all’indietro una volta sepolto il
cadavere anche perché si ritiene che l’anima del defunto resta 7
giorni accanto alla tomba, e per questo il cadavere viene sdraiato
sulla destra, avvolto da un semplice lenzuolo e con il viso rivolto
verso la Mecca.

Assoluto è il divieto di sepoltura di un fedele di questa religione
accanto ad un infedele, ovvero un non credente nell’Islam; è prevista
persino la possibilità di rimpatriare la salma, se non è presente
nella città in cui un musulmano muore, un appezzamento di terra a
parte. Molto sentito è il pellegrinaggio che, almeno una volta nella
vita, un musulmano è chiamato a fare alla Mecca, luogo considerato
santo, città nella quale c’è la Ka’Ba. Si tratta di un edificio
quadrato, costruito in pietra lavica, e ricoperto da un tappeto. Un
cerchio d’argento tiene uniti frammenti della Pietra Nera che si
considera essere un meteorite, quindi provenienti dal cielo. Secondo
la tradizione, Abramo stesso ha collocato il meteorite in quell’angolo
della Ka’Ba per fissare il punto di partenza delle processioni
rituali. Ecco che spunta il numero 7 con tutto il suo carico di
misticismo e santità. Il pellegrino-fedele, infatti, una volta giunto
alla Mecca, dopo essersi purificato ed adeguatamente abbigliato, è
tenuto a compiere 7 giri in senso anti-orario intorno alla Ka’Ba e 7
sono i giri da fare a piedi intorno alle colline circostanti.

Nel Corano, la sura 18 (la caverna) è narrata la leggenda dei 7
dormienti: “non ti pare che quelli della caverna (i 7 dormienti) e
l’iscrizione (le tavole sulle quali la loro storia è incisa) furono
tra i nostri segni (i segni inviati da Allah) un evento meraviglioso?”
Questa sura in molti paesi di fede islamica è spesso recitata nelle
moschee il venerdì, prima che cominci il rito pubblico. Rappresenta
per l’Islam la fiducia in Dio.

Probabile che Maometto abbia ascoltato tale leggenda che in vero è
stata narrata da Gregorio, Vescovo di Tours dal 573 al 594. Il titolo
completo della leggenda è “La passione dei 7 Santi Martiri dormienti
presso Efeso”, e narra la storia di 7 giovani cristiani. Durante le
persecuzioni dell’Imperatore romano Decio, i 7 cristiani si
rifugiarono dentro una grotta, nella città di Efeso (Turchia) ma
furono murati vivi e si addormentarono. La leggenda vuole che si
destarono dal sonno quasi due secoli dopo, ai tempi dell’imperatore
(cristiano) Teodosio II (408-450) che fece costruire una tomba, in
loro onore, di pietre d’oro. Secondo la sura 18, pare che un cane
abbia vegliato tutto il tempo il sonno dei 7 giovani, ed è dunque
l’unico cane ad avere accesso in paradiso:” E li avresti creduti
svegli, mentre invece dormivano, e li voltavamo sul lato destro e sul
sinistro, mentre il loro cane era accucciato con le zampe distese
sulla soglia…rimasero dunque nella loro caverna trecento anni, ai
quali ne aggiunsero nove…”

Il sufismo, una corrente del misticismo islamico, riconosce 7 piani
cosmici: l’essenza, l’unicità suprema, l’unità, l’unicità divina, lo
spirito, il corpo e l’uomo. Un autore del sufismo persiano del XII
Secolo, Attar, poeta e mistico, scrisse il “Verbo degli Uccelli” che
per la mistica islamica simboleggia il linguaggio angelico. Non sarà
dunque un caso se le valli della “via mistica” sono 7: la ricerca,
l’amore, la conoscenza, l’indipendenza, l’unità, la meraviglia e
infine il denudamento dell’anima, ovvero la morte mistica. E con tale
morte, il credente può fondersi con Dio, può abbracciare l’eternità e
farne parte. Il numero 7 ha confermato in tutte e tre le religioni
monoteiste il suo messaggio che è quello di santità e di assoluto
misticismo.

Angela Braghin