Le vibrazioni dell'Oriente e quelle dell'Occidente

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L’India ha vibrazioni diverse, rispetto a qualsiasi altra terra: sono frutto di migliaia di anni di costante ricerca su se stessi. Nessun altro paese si è mai dedicato tanto a un progetto simile: è qualcosa di speciale e di unico.
La consapevolezza indiana non ha mai abbandonato questa ricerca, neppure per un istante, e non ne ha mai messo in dubbio la validità e la sostanza. Le ha sacrificato ogni cosa, addirittura la sua stessa vita: questo paese ha sofferto schiavitù, povertà, malattie e morte, ma non ha mai accettato la sconfitta in questa ricerca.
È una ricerca così antica che ha messo radici nel sangue, nelle ossa e nel midollo delle persone che hanno camminato su questa terra. Forse non ne sono consapevoli, ma di certo possiedono una vibrazione particolare che non è personale, ma appartiene alla loro eredità genetica. Nascendo, la portano con sé.
L’Occidente ha sviluppato una tradizione del tutto diversa: la motivazione fondamentale dell’azione, caratteristica dell’Occidente, è l’esplorazione degli oggetti, oggetti inanimati. E se per secoli esplori solo oggetti inanimati, è inevitabile che si insidi una sorta di morte anche nel tuo essere.
L’uomo è riconoscibile dalle compagnie che sceglie. La mente occidentale è circondata da oggetti. Studia persino le stelle più lontane e una sola cosa non suscita il suo interesse: il proprio essere.
Ciò che è ovvio è ignorato, mentre ciò che è distante diventa il punto focale di tutto l’interesse. Naturalmente, l’essere inizia a spostarsi sempre più lontano dal centro.
La mente occidentale vive alla periferia che per secoli è stata la preoccupazione fondamentale. Naturalmente, questo ha generato una cultura di tipo diverso rispetto alla cultura indiana. E ha generato un approccio particolare tra gli esseri umani: ha generato la psicologia dell’io.
Da Aristotele in poi, l’enfasi dell’educazione occidentale è sempre stata sul rafforzamento dell’io. È una conclusione ovvia, naturale: in un contesto del genere, in un mondo dove esistono centinaia di migliaia di persone, tutte in lotta per gli stessi oggetti, per raggiungere gli stessi obiettivi, devi competere. In un ambiente simile non puoi essere sincero, non puoi essere gentile e non puoi non essere violento. E non puoi preoccuparti troppo dei mezzi che usi, non puoi pensare che è possibile raggiungere un obiettivo usando dei buoni mezzi. E ti è difficile capire che se i mezzi non sono buoni il fine non potrà essere buono; anzi, sono i mezzi che, in ultima analisi, si trasformano nella meta, nel fine. È il sentiero che, alla fine, diventa la meta: un sentiero sbagliato non può portare alla meta giusta!
Ma quando il gioco si fonda sulla competizione, devi essere astuto, furbo, intrigante, perché tutti gli altri lo sono: devi esserlo più di loro, altrimenti sarai sconfitto.
Se vuoi essere ricco, devi lottare con le unghie e con i denti e non ti resta tempo per pensare ai mezzi e ai fini. Devi tenere gli occhi fissi sulla meta, sul tuo voler diventare più potente, più ricco, più rispettato e non ha alcuna importanza quali mezzi userai per raggiungere queste mete. E realizzare queste mete altro non è se non realizzare il tuo ego: “Sono superiore a chiunque altro, sono il migliore di tutti. Sono il primo, tutti gli altri sono sotto di me”. 
In un’atmosfera simile, inchinarsi ai piedi di un maestro è del tutto impossibile, contrasta con l’essenza stessa dell’io.
È evidente dalle piccole cose, come l’Oriente e l’Occidente si sono evoluti in maniere specifiche, hanno seguito percorsi diversi, pur partendo dallo stesso materiale umano, pur usando la stessa energia umana.
In Oriente, ci si saluta congiungendo le mani all’altezza del cuore, in Occidente ci si stringe la mano: vedi la differenza?
In Oriente è come se dicessi: “Mi inchino alla divinità che c’è in te”. Quando stringi la mano, in primo luogo ti accerti che non stringa un’arma: “Non sono tuo nemico”, questo è il massimo che un simile gesto di saluto può implicare.
Allo stesso modo, in Oriente, si è sviluppata la tradizione dell’inchinarsi e toccare i piedi di un maestro: è un gesto di incredibile beatitudine e, in quei momenti, metti il tuo ego completamente da parte. In quei momenti sei puro essere e ciò significa pura beatitudine.
Ma gli occidentali trovano estremamente difficile comprendere queste tradizioni: imparano a non arrendersi mai, che è meglio morire che arrendersi. Tutta l’educazione occidentale implica lo sviluppo dell’ego, in nome dell’individualità, anche se si tratta di un inganno assoluto, in quanto l’individualità è un fenomeno totalmente diverso che non ha nulla a che vedere con l’io. Anzi, più sei egoico e minore sarà la tua individualità. Se sei totalmente cristallizzato in quanto io, non avrai in te alcuno spazio per un’individualità.
L’ego ha paura di piegarsi, ma l’individualità non ha paura, perché a ogni occasione si sente arricchita: non perde mai nulla, guadagna sempre qualcosa. Inchinarsi riversa fiori di beatitudine su un individuo. Rinfresca, acquieta: discende un silenzio celestiale e dissolve ogni oscurità. Ma per l’io questa è una morte: solo per l’individualità un simile gesto implica sentirsi veramente vivi.
L’Occidente è stato ingannato dalle sue religioni, dai suoi educatori, dai suoi politici che hanno spinto a credere che “l’ego è la tua individualità, quindi devi rafforzare il tuo io”. Certamente è utile nel mondo degli affari: aiuta a lottare, a competere senza pietà. Genera una competizione sfrenata, dove non importa il mezzo che si sceglie: il tuo io deve essere realizzato, il tuo ego dev’essere appagato, allora ti senti bene.
L’India conosce un’altra dimensione: nella tradizione di questo paese si conosce una via di conquista, o meglio di realizzazione, che non ha nulla a che vedere col mondo esterno, con la sfera degli oggetti, con gli altri. Non si tratta di conquistare gli altri, ma se stessi; non si tratta di conquistare oggetti o mete esteriori, ma il proprio essere.
Si narra che quando Alessandro Magno conquistò l’India, sulla via del ritorno voleva portare con sé un sannyasin, un ricercatore. Glielo aveva chiesto Aristotele, il suo tutore, che ne aveva sentito parlare come di persone qualitativamente diverse. E sembrava che fossero loro a tenere l’intero Oriente a un livello esistenziale completamente diverso, o almeno così si diceva.
Alessandro era così impegnato a combattere che se ne dimenticò, ricordandosene solo sulla via del ritorno. Era oramai giunto al confine dell’India, ma qualcuno, in quell’ultimo villaggio, gli disse che un sannyasin viveva proprio nei pressi dell’accampamento, vicino al fiume.
Alessandro mandò i suoi soldati a catturarlo, ma quell’uomo non si fece minimamente spaventare dalle armi, anzi, rise e disse: “Andate a dire al vostro padrone che nessuno può portarmi da nessuna parte: un sannyasin si muove come una nuvola, nella più assoluta libertà. Potete anche tagliarmi la testa, ma io non vi seguirò!”.
Qualcosa nella sua presenza lo rendeva speciale e sprigionava qualcosa di luminoso. I soldati indietreggiarono, tornarono da Alessandro e gli dissero che, se voleva quell’uomo, doveva andare a prenderlo lui stesso: c’era qualcosa di sconosciuto nella sua presenza. Alessandro, che non era abituato a subire sconfitte,  si presentò a spada tratta e disse con orgoglio e voce altisonante: “Io sono Alessandro Magno, il conquistatore del mondo”.
A quelle parole il sannyasin rise e disse: “Non essere sciocco e rimetti quella spada nel fodero, qui è inutile. La tua lama non può colpire me, ma solo il mio corpo e io me lo sono lasciato alle spalle da tempo. Puoi tagliarmi la testa, ma quando cadrà, anch’io la vedrò rotolare sulla sabbia, perché non sono questo corpo, sono il testimone. Non essere infantile, rimetti la tua spada nel fodero! E ricorda, questo tuo definirti ‘Magno’ è solo segno della tua inferiorità. Nella vita non esistono differenze simili, piuttosto, rispondi a questa domanda: hai conquistato te stesso?”.
Alessandro non aveva mai pensato a una cosa del genere, era un pensiero del tutto alieno alla sua cultura, del tutto estraneo a lui: non gli era mai neppure passata per la mente l’idea che si dovesse conquistare se stessi!
A quel silenzio, il sannyasin disse: “Hai del coraggio! Senza aver conquistato te stesso, hai iniziato a conquistare il mondo intero: vergognati! Come prima cosa, conquista te stesso: questa è l’unica vera vittoria”. E le parole di quell’uomo erano accompagnate da una compostezza e una solennità tali da renderle indubitabili, inequivocabili.
Alessandro poté solo voltare le spalle e tornare sui suoi passi: quell’uomo semplice, nudo, armato solo del suo essere, lo aveva sconfitto! Per la prima volta seguì gli ordini di un altro: la semplice presenza di quell’uomo gli fece dimenticare la sua posizione. E quando tornò al campo disse: “È difficile uccidere un uomo che è pronto a morire, non ha senso. Puoi uccidere una persona che lotta, ma non un uomo che non ha paura della morte”.
È la paura che ti rende schiavo. E anzi è la paura che ti spinge a ridurre gli altri in schiavitù, prima che facciano di te uno schiavo... 

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Tratto da: Osho, I Maestri raccontanoOscar Mondadori

Cos'è il Nirvana...?

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Il Nirvana, di cui parla Buddha, è lo stadio finale della meditazione. Buddha così lo definisce “…un luogo ove non è acqua né terra, né luce né aria, né infinità spaziale né infinità razionale, in cui non c’è nessuna cosa di alcun genere e nemmeno il superamento simultaneo di rappresentazione e non rappresentazione… non è né un quaggiù né un lassù né un sito intermedio…” Potremmo dire, dunque, è un “non-luogo”.

Ma un “non-luogo” è una pura astrazione della mente, a cui non corrisponde nessuna realtà oggettiva.

Se, infatti, vi corrispondesse qualche realtà, sarebbe un luogo come gli altri e, quindi, non potrebbe avere le caratteristiche che il Buddha attribuisce al Nirvana: quelle di un “non-luogo”.
Ma il “non-luogo”, dunque, altro non è che un’astrazione concettuale, non-esistente nella realtà, una pura invenzione della mente.

La quale, quindi, non sfugge (né potrebbe sfuggire) a se stessa.

Come, invece, Buddha auspica che avvenga nello stato del Nirvana, cioè nello stadio supremo della meditazione.
Anche a questo stadio, dunque, la mente c’è.

Se non ci fosse (la mente), anche nello stato del Nirvana, Buddha non potrebbe nemmeno descriverlo e parlarcene. Per quanto in negativo, cioè per sottrazione di attributi concreti e materiali.
Il Nirvana, allora, è da intendersi piuttosto come uno stato dell’anima. Dell’anima pacificata, che ha superato (più che la mente e i concetti, che dalla mente sono inseparabili) il turbinio delle passioni e l’inquietudine che da queste derivano.

L’anima che non ha affatto “lasciato andare il desiderio” (come pure Buddha invita a fare nella seconda delle sue nobili verità), ma non se ne lascia neppure condurre o, peggio, trascinare.

E’ lo stato dell’anima che accoglie i desideri (e non potrebbe fare altrimenti, senza perseguire - se lo facesse - una pulsione di morte), ma li guida sapiente, con discernimento, come l’auriga esperta i suoi cavalli, anche i più selvaggi e riottosi.

Giovanni Lamagna

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Chi teme lo Zen?


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.... "La Via che lo porta a se stesso -avventurosa quanto pericolosa- si è rivelata difficile. Più vuole essere un "Io" più l'uomo giorno per giorno disimpara a rispettare tutto ciò che esiste semplicemente perché esiste, 

Si sente al centro dell'universo, ruota intorno a se stesso, la tematica della sua esistenza consiste di gioie e dolori personali, valore, potenza, onore.

Ha la presunzione di aver organizzato tutto, di aver tutto subordinato a se stesso, di dominare sempre più il campo d'azione dell'imprevedibile, del caotico. E questo lo chiama progresso, civiltà!

Quando sente freddo al cuore attribuisce il fenomeno a "cattivo umore" che la ragione può controllare. E nemmeno questo fa nascere in lui il sospetto che sta vivendo una vita sbagliata.

Affascinato da se stesso, vuol essere un Io autosufficiente. E vivere spavaldamente, avidamente dal proprio centro, essere centro egli stesso, lo chiama carattere, personalità.

Un centro che ieri era, oggi è, domani sarà ora qua ora là, e infine pretende di morire una morte propria, personalissima. 

Di fronte a questo limite e all'apice delle sue possibilità il suo atteggiamento si tramuta in vera e propria malvagità, il suo coraggio di vivere diventa alterigia, arroganza. 

Anche se lo volessero queste persone non riuscirebbero a capire sino a che punto sia distorta la loro concezione della vita. Questa è la ragione per cui il buddhismo Zen rinuncia a svegliarle, non predica modelli da seguire, non crede nella forza edificatrice della parola. Sono discorsi che sfiorano l'orecchio ma non penetrano nel cuore..."

Heugen Herrigel - La Via dello Zen

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"Il respiro di Dio" la nuova-antica teoria scientifica che supera il Big-Bang


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Per noi tutti sembrerebbe assodato che l'universo sia nato più o meno 14 miliardi di anni fa da un atomo "primevo" dopo un' imponente esplosione. Prima di quest'evento, secondo la teoria del big bang, non esisteva nulla neppure il tempo. Ora questa teoria è stata rivista e, in parte ridisegnata. 

Il Big Bang, per molti astrofisici, non fu l'evento primo, unico e irripetibile, ma solo uno dei tanti eventi che caratterizzano la vita degli universi (multiversi), compreso il nostro. Si è cominciato a pensare ad un origine diversa, postulando l’ipotesi che il nostro universo sia nato da altri universi, in particolare da un universo già presente ma in fase di implosione su se stesso, da cui, raggiunti miliardi di gradi di temperatura, sia potuta scoccare la "scintilla" capace di farlo nuovamente espandere. La teoria dell'inflazione, cioè della espansione uniforme dell'universo dopo un inizio non è stata comunque confutata dalle ultime ricerche, infatti grazie al telescopio orbitante Hubble si è visto che l'espansione è ancora in pieno svolgimento, al contrario di quanto si pensasse qualche decennio fa che la fuga delle galassie verso l'esterno dell'universo si fosse fermata. 

E' come se prendessimo un palloncino di gomma e iniziassimo a soffiare al suo interno, esso tenderà a gonfiarsi e ad estendersi in maniera uniforme, ma se continuassimo a soffiare esso scoppierà. Per molti scienziati questa è la visione attuale del nostro universo, molti di questi però teorizzano che non ci sarà una fine come il nostro palloncino, ma quando il calore latente iniziale che ha dato vita a questo universo si sarà del tutto esaurito (Big Freeze), esso inizierà a contrarsi (Big Grunch) fino a diventare una specie di infinitamente grande buco nero. Dopo di che la materia concentrata in esso eserciterà un calore di miliardi e miliardi di gradi tale da farla esplodere dando vita ad un nuovo Big Bang. E così via all'infinito. 

Questa teoria è stata battezzata dagli scienziati: "Il respiro di Dio". "Il respiro di Dio"? Dove l'ho sentito dire? …alla fine ho trovato dove e quando è stato detto e ciò mi ha fatto tornare quando avevo soggiornato, molti anni fa, ad Auroville in India, regione del Tamil Nadu, a sud di Madras. Auroville è un centro internazionale di studio e riflessione sul senso della vita in questa Terra e dove gente proveniente da tutto il mondo cerca le risposte… 

Noi occidentali eravamo soliti incontrarci il tardo pomeriggio ad Auroville, nella città di Sri Aurobindo e della Mere, all'anfiteatro del Matri Mandir (foto) con i maestri spirituali. In una delle quali occasioni si parlò dell'origine di tutte le cose, universo compreso. Il maestro Nata ( ingegnere fiorentino in India da decenni), citando antichi testi Veda (Upaniṣad; Mahabharata; Ramayana), tradusse per noi, direttamente dal sanscrito, una parte che ci avrebbe dato alcune risposte. In uno di questi testi c’era scritto che il tutto è sempre esistito e che l'universo si espande e si restringe perché non è altro che il respiro di Brahma. Parlando del nostro pianeta, secondo questi testi antichi, c’è stato comunque un inizio. 

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Nella Manu Smriti o Leggi di Manu, si afferma che Brahma, l’eterno, creò dall'universo già esistente il nostro mondo attraverso l'uovo cosmico. L'uovo cosmico per alcuni potrebbe essere la nube incandescente da cui nacque il nostro sistema solare e con esso la nostra Terra. Quindi migliaia di anni fa si sapeva che l'universo una volta si espande, poi si restringe e poi ancora si espande all'infinito, proprio come i nostri polmoni che si espandono e si restringono al ritmo del respiro. Giorni prima, sempre il maestro Nata, da un altro antico testo, ci aveva resi edotti sul fatto che i saggi Veda avevano, migliaia di anni fa, diviso il giorno in 24 ore, le ore in minuti, i minuti in secondi e i secondi in ulteriori frazioni. 

Queste ed altre meraviglie, da poco scoperte dalla scienza, sono riportate nei testi sacri Veda, antecedenti alla stessa Bibbia, si parla infatti che i primi testi furono scritti nel 4.500 a.C., ma oralmente erano trasmessi già da molto tempo prima. Anche la cosiddetta massa oscura, che la scienza ha scoperto da pochi decenni e che rappresenta il 92% del peso dell'universo, in cui nessun strumento è ancora riuscito a "fotografare", ma che esiste, i Veda già la conoscevano. Pensate: tutto quello che noi vediamo con gli occhi e con strumenti elettronici sofisticati è solo il 7,9% del tutto. Per l'induismo e il Buddismo invece la massa o forza oscura è sempre stata una realtà scontata, oggi conosciuta come Prana, ossia l'energia vitale invisibile che pervade ogni cosa dalle stelle ai corpi umani. 

Allora se i nostri saggi avi sapevano già tutto, perché la scienza attuale con un po’ di misurata umiltà non comincia a studiare seriamente questi testi? Si potrebbero ricevere delle “dritte” importanti per continuare sulla strada della verità, ossia del perché esistiamo e qual è il nostro scopo nel contesto degli 13 universi, in particolare nel nostro. Ci vorrà del tempo, forse qualche decennio, ma visto come la scienza sta camminando velocemente finalmente queste cose, qui appena accennate, potrebbero finalmente essere conosciute da tutti… e finalmente CONOSCERE la VERITA!  

Filippo Mariani - A.K. Informa N. 48

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Dio non è solo un'ipotesi...

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DOMANDAOsho, hai detto che dio non è né un’ipotesi né un’idea. Ma allora che cos’è? E qualcuno l’ha mai incontrato?
OSHO: Dio certamente non è un’ipotesi. Un’ipotesi può solo far parte di una scienza oggettiva in cui puoi sperimentarla, sezionarla, analizzarla.
Era ciò che argomentava Marx: “A meno che dio non sia provato in un laboratorio scientifico, non lo accetterò”. Ciò che Marx intendeva è che “posso accettare dio come ipotesi, ma un’ipotesi non è una verità. Deve ancora essere provata e la prova deve essere scientifica”.
Ma se dio fosse testato in laboratorio, in provetta, sezionato e analizzato fino a conoscerne tutti gli elementi, sarebbe ancora il dio che ha creato il mondo? E se un Marx qualsiasi può accettare dio solo a quel punto, significa che dio è oramai ridotto a un oggetto.
A quel punto chi ci impedisce di produrlo? Dopo aver analizzato tutti i suoi elementi costitutivi, tutte le sostanze chimiche, non è un problema. Deposita il brevetto e inizia a produrlo. Ma quel dio prodotto non sarà certo il dio di cui mi stai domandando.
Dio non è un’ipotesi, non può essere un’ipotesi, perché la parola ipotesi in se stessa gli toglie il terreno da sotto i piedi. Dio non deve essere provato. Se la scienza deve dimostrare dio, lo scienziato diventa più importante di dio. Il povero dio diventa un topo bianco da laboratorio. E puoi giocare, creare delle gabbie e spostare dio da una gabbia all’altra e scoprire quanto è intelligente.
Lo psicologo Delgado sarebbe molto felice di trovare dio in una trappola per topi, perché tutto ciò che gli psicologi hanno scoperto sull’uomo non riguarda l’uomo, ma i topi. Prima fanno esperimenti sui topi e poi li proiettano sugli esseri umani, perché sembra disumano vivisezionare un essere umano, torturarlo e fare esperimenti.
Ma è molto bizzarro che il topo fornisca indizi in grado di aiutare a comprendere la mente umana, la psicologia umana. Certamente l’uomo è più sviluppato. Dovrai espandere un po’, ma l’idea fondamentale la puoi ricavare da un topo.
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Dio, secondo le false religioni, è il creatore di tutta l’esistenza. Secondo loro, noi siamo una sua creazione. Ridurre dio a un’ipotesi significa che d’ora in poi dio è una nostra creazione. Stiamo cercando di invertire i ruoli, mettendo il creatore al posto della creatura e la creatura al posto del creatore. Le  false religioni non sarebbero d’accordo. Anche io non sono d’accordo, ma le ragioni del nostro disaccordo sono sostanzialmente diverse.
Le false religioni non possono essere d’accordo, perché per loro dio è al di sopra di tutto e nessuno può essere al di sopra di dio. Lo scienziato, per essere un osservatore, deve stare al di sopra, per guardare, e a quel punto dio diventa solo un giocattolo nelle sue mani. Può mettergli degli elettrodi nella mente e usare il telecomando: può farlo ridere e piangere, correre e stare fermo, a suo piacimento. 
Le  false religioni non possono essere d’accordo per questo motivo: dio non è una creatura, non è una cosa, è il creatore. Ti ha creato, non puoi essere al di sopra di lui, in nessun modo.
Io non sono d’accordo, perché per formulare un’ipotesi è necessaria almeno una certa probabilità. Non certezza, ma almeno una probabilità. Dio non è nemmeno probabile. 
Le mie ragioni sono totalmente diverse. Uno scienziato inizia con un’ipotesi, perché vede qualche probabilità in essa, delle possibilità, qualche potenzialità.
Dio è solo una parola senza alcuna sostanza; una parola vuota senza alcun significato.
Forse dobbiamo interpretare la Bibbia in modo leggermente diverso. Dice: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. In questo senso forse è vero che il principio di dio non è altro che una parola. Ma poi la parola inizia a raccogliere materia intorno a sé; col passare del tempo le persone continuano a darle sempre più significato. 
Il significato che danno alla parola è un loro bisogno. Dovreste sempre ricordarlo.
Dio è onnisciente, perché l’uomo ha percepito che la sua conoscenza è molto limitata in ogni direzione: solo una piccola luce, una candela che proietta un piccolo cerchio intorno a sé. Oltre quel cerchio c’è il buio e quel buio genera paura. Chissà cosa contiene? Ci vuole qualcuno che lo sappia e se non esiste, deve essere inventato.
Dio è l’invenzione di un bisogno psicologico dell’uomo.
È onnisciente. Tu non puoi esserlo; qualunque cosa tu sappia, per quanto tu sappia, non potrai mai essere onnisciente. L’esistenza è così vasta e l’uomo è così piccolo, così minuto, che concepire che il suo piccolo cervello possa essere in grado di conoscere tutto – passato, presente, futuro – sembra il delirio di un pazzo. Nemmeno un pazzo si sognerebbe una cosa del genere.
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Ma vivere in un mondo circondato ovunque dall’oscurità è difficile. Non puoi essere certo nemmeno di ciò che sai, perché l’ignoto è così vasto. Chissà, magari non appena conosci un po’ di più, il tuo “noto” sarà invalidato.
In effetti è successo proprio così. Più l’uomo sapeva, più si rendeva conto del fatto che la conoscenza ritenuta tale in un momento, il momento dopo diventava ignoranza. E la conoscenza di oggi? Forse domani anch’essa diventerà ignoranza.
Diventò un grande bisogno psicologico avere qualcuno che sapesse tutto.
I preti hanno fatto un ottimo lavoro, forse il più grande compito mai svolto, e lo hanno fatto perfettamente: hanno inventato dio.
È stato utile in molti modi. L’uomo è diventato più sicuro di se stesso, più stabile, meno pauroso, perché esiste un dio onnisciente, pervasivo, presente ovunque. 
Tutto ciò che devi sapere è come tenere dio dalla tua parte. E il segreto era nelle mani del prete, che era pronto a condividerlo.
Ogni religione ha fatto finta di possedere la chiave che apre tutte le porte, la chiave universale.
E se riesci ad avere la chiave universale, sei proprio come dio: onnisciente, onnipresente, onnipotente.
In queste tre parole, i tre bisogni dell’uomo!
La nostra conoscenza è molto limitata, molto scarsa. Cosa sappiamo veramente? Persino le piccole cose possono renderci consapevoli della nostra ignoranza...

Tratto da: Osho, From Ignorance To Innocence - Selezionato da Osho Times
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Il mistico è come l'equilibrista...


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Il percorso del mistico mi ricorda quello dell’equilibrista che attraversa una corda sospesa sul vuoto.

Sotto c’è il baratro, l’abisso. Sopra c’è (naturalmente) il cielo. L’equilibrista deve guardare sempre avanti, non può tornare indietro. Deve oscillare tra spinte contrapposte, equilibrandole tutte, per mantenere la “sua” traiettoria.

Solo questa gli eviterà di precipitare giù nel baratro sottostante.

L’acrobata equilibrista, ovviamente, cerca di non cadere giù sotto, ma non aspira manco a librarsi in volo, su in alto nel cielo: non è questo il suo obiettivo.

Egli, anzi, vuole mantenere saldamente i suoi piedi ancorati al filo su cui cammina.

Il suo fine, quindi, è camminare, non volare.
Attraversare la distanza che separa il punto di partenza dal punto di arrivo del suo percorso: fare un percorso orizzontale, non verticale.

Allo stesso modo il mistico, per me, (a differenza di quanto comunemente si intende) non è colui che aspira a staccarsi (per quanto metaforicamente) dalla terra e ascendere al cielo, in un mondo altro, in un mondo metafisico, soprannaturale.

Ma è colui che si propone di compiere (molto più modestamente e, però, realisticamente, concretamente, potrei dire addirittura materialisticamente) il cammino che lo separa dalla meta che, come uomo, come qualsiasi altro uomo, è stato chiamato a raggiungere.

Il mistico, insomma, non è un uomo diverso dagli altri, che vive in un mondo diverso dagli altri.

E’ semplicemente l’uomo, qualsiasi uomo, anche il più comune degli uomini, che prova (e, almeno in parte, ci riesce) a realizzare se stesso, la sua vocazione, unica e irripetibile, per quanto modesta essa possa essere agli occhi degli altri uomini.

Giovanni Lamagna

Le religioni vengono dalle stelle? Storia e fantastoria...


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C’è nel primo capitolo di tutte le religioni, dalle più semplici (animismo – totemismo) alle più complesse come quelle monoteiste, sempre la presenza di uno e più esseri sovrumani che danno all’uomo i primi rudimenti di una disciplina religiosa. Sono quindi questi esseri, definiti dei o Dio, che decidono di creare il tutto, compreso l’uomo. Le stesse grandi religioni monoteiste, tra cui in Cristianesimo, partono tutte dalla discesa dal cielo di un Creatore o “Educatore” dell’umanità.  

Con questo non intendo minimamente entrare nelle storie vere o false degli UFO, né di extraterrestri che decidono di crearci, tuttavia ho constatato, dopo aver per anni analizzato 68 culti religiosi planetari, dal Medioriente, all’India, dall’Oceania fino al continente americano, che tutti più o meno si rifanno alla presenza o all’arrivo di uno o più esseri evoluti che danno il via alle nostre civiltà e che spesso discendono dalle stelle. 

Mi chiedo a questo punto se questi miti rappresentino qualcosa di puramente fantasioso oppure vogliono dirci che forse nel lontano passato dell’umanità è avvenuto qualcosa di eccezionale che ha fatto nascere questi miti. L’indagine rigorosamente scientifica ci dice che nulla va a priori ignorato, ma va prima attentamente analizzato e poi successivamente scartato o accettato. Come elementi di analisi servono, ovviamente, fatti reali riproponibili in laboratorio. 

Ebbene, su ciò che regola l’ indagine scientifica, abbiamo di fronte a noi un esempio concreto (ne esistono altri), per cui possiamo, a cuor sereno, rivedere e studiare con più attenzione gli antichi miti. Cominciamo allora ad analizzare una storia vera e recente che dovrebbe in gran parte sostenere quanto fin qui detto: The cult of the cargo Quanti di noi sanno che cos'è il Cargo Cult? Forse pochi, anche perché questa è materia che interessa di più gli antropologi e gli etnologi, poco o niente i giornalisti anche se scientifici. Invece è un fenomeno che dovrebbe indurci a riflettere sul passato della civiltà umana. 

Già il grande filosofo e studioso delle religioni, Mircea Eliade, studiò un fenomeno analogo ma più antico, quello dell’arrivo delle prime navi degli esploratori europei nelle isole della Micronesia, e da ciò comprese come molti culti religiosi fossero nati da eventi eccezionali o traumatici, da realtà comunque fuori della comprensione degli indigeni. Il culto del cargo, tanto per tradurlo in italiano, dimostra che leggende e miti sono nati quasi sempre da eventi realmente accaduti. Se poi siano stati amplificati o rielaborati a secondo del linguaggio dell'epoca o anche per dare senso a qualche religione nuova, è un altra cosa. 

Veniamo ai fatti, nel caso nostro voliamo fino alla Micronesia in pieno Oceano Pacifico per scoprire qualcosa che ha dell’incredibile. Sull'enciclopedia Wikipedia, Cargo Cult è così definito: “ Il culto del cargo è un culto di tipo millenarista apparso in alcune società tribali venute in contatto con culture tecnologicamente più avanzate. Il culto è basato sulla richiesta di beni e merci (appunto i "cargo") delle culture avanzate attraverso rituali magici o pratiche religiose. I credenti del culto credono che la consegna dei beni sia disposta per loro da parte di un ente divino. Il culto del cargo si è sviluppato principalmente in alcuni angoli remoti della Nuova Guinea e in altre società tribali della Melanesia e della Micronesia in concomitanza con l'arrivo delle prime navi esploratrici occidentali del XIX secolo. 

Culti simili sono però apparsi anche in altre parti del mondo. Il culto del cargo ha avuto la sua maggiore diffusione in seguito alla Seconda guerra mondiale, quando le tribù indigene dei luoghi interessati ebbero modo di osservare le navi giapponesi e americane che trasportavano grandi quantità di merci. Alla fine della guerra le basi militari dell'Oceano Pacifico furono chiuse, e di conseguenza cessò il rifornimento di merci. Per attrarre nuovamente le navi e invocare nuove consegne di merci, i credenti del culto del cargo istituirono rituali e pratiche religiose, come la riproduzione grossolana di piste di atterraggio, aeroplani e radio e l'imitazione del comportamento osservato presso il personale militare che aveva operato sul luogo. 

E questo per sperare di farli ritornare”. In particolare erano adorati gli aeroplani perché durante il conflitto paracadutavano anche nei villaggi indigeni cibo, vestiario ed altri oggetti. Oggi il culto del cargo è diminuito fino a scomparire quasi del tutto. Sull'isola di Tanna, nella Repubblica di Vanuatu, sopravvive ancora il culto di Jon Frum, uno dei più conosciuti, che nacque prima della guerra e divenne in seguito un culto del cargo. Sulla stessa isola è vivo il Movimento del Principe Filippo, che ha come oggetto la figura di Filippo di Edimburgo, marito della Elisabetta II, regina del Regno Unito. 13 Immagini di indigeni della Nuova Guinea che ancora adorano l'aeroplano perché ritenuto veicolo sacro mandato dagli dei per portare loro cibo ed altri doni. 

E' un grossolano errore cercare di interpretare il pensiero degli uomini di migliaia e migliaia di anni fa come se possedessero le nostre conoscenze culturali, scientifiche e tecnologiche. Fenomeni come il Cargo Cult non potrebbero esistere ai giorni nostri, anche se scendesse da un'astronave un "marziano", sapremmo subito dare una spiegazione a tale evento e quell'astronauta non lo eleveremmo certamente a divinità. Gli uomini preistorici non avevano neppur lontanamente le nostre conoscenze scientifiche, tutto ciò che era incomprensibile per loro diventava una ierofania, ossia: una emanazione sacra e divina. 

Da qui può nascere il pensiero che le nostre grandi religioni siano sorte grazie ad incontri con civiltà più evolute tecnologicamente o semplicemente, dando per un attimo spazio alla fantascienza, con esseri provenienti da altri mondi in visita esplorativa sul nostro. Non dobbiamo dimenticarci che le scoperte scientifiche e tecnologiche di oggi già fanno supporre che in futuro l'umanità potrà cercare di raggiungere altri pianeti. Se pensiamo che solo nel 1903 abbiamo imparato a volare, grazie ai fratelli Wright, e che oggi, dopo poco più di un secolo, abbiamo astronavi capaci di andare sulla Luna e su Marte, dobbiamo prevedere in futuro ulteriori grandi conquiste scientifiche e tecnologiche di proporzioni inimmaginabili. 

Allora, se non ci saranno interruzioni violente nello sviluppo della nostra civiltà, cosa saremmo in grado di fare tra 1000 anni? Certamente avremo già colonizzato Marte, ma saremo anche andati oltre il nostro sistema solare per esplorare altri mondi.   

Filippo Mariani - A.K. N. 47   

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Spiritualità laica. Partendo dalla persona...

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Ho tenuto lo scritto che segue per un po' di tempo nel cassetto, come si dice, per farlo decantare e renderlo quindi più solido e comprensibile. Non che abbia cambiato qualche parola, no, è assolutamente lo stesso di quando l'ho lasciato lì a riposare ... ma credo che quella sosta nel limbo della memoria sia stata sufficiente per renderlo più intellegibile, soprattutto a me stesso. Dico così perché in verità non so bene nemmeno io quello che esce da questa tastiera, a volte i pensieri e le parole vengono trascritte ma mi sono sconosciute, le conosco solo nel momento in cui appaiono davanti sullo schermo.

Lo scopo dello scritto è quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa.

Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire alcuni aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono.

Conoscere le caratteristiche incarnate, saper individuare le pulsioni che contraddistinguono la nostra persona, è sicuramente utile per non farci imbrogliare dalla mente, per non cadere nella trappola della falsa identità. Infatti tutto ciò che può essere descritto non può essere “noi” ma solo la struttura funzionale del corpo/mente (nella quale ci riconosciamo). Questo apparato psico-fisico è il risultato della commistione di forze naturali (od elementi) e di qualità psichiche (che degli elementi sono espressione). Nella multiforme interconnessione di queste energie gli infiniti esseri prendono forma…. Anche se –in verità- non si tratta di “forze” né di “esseri” bensì di una singola forza e di un solo essere che assume vari aspetti durante il suo svolgersi nello spazio-tempo.

Ma qui occorre descrivere la “capacità separativa” (maya – yin e yang) che produce l’illusione della diversità. Essa è il primo concetto che si forma nella mente (in effetti è la mente stessa) contemporaneamente all’apparire del pensiero “io”. Attenzione non si tratta dell’Io Assoluto, l’Essere ed esserne coscienti aldilà di ogni identificazione, si tratta invece del primo riflesso cosciente (di tale Io) nella mente e che consente l’oggettivazione e la percezione dell’esteriorità attraverso i sensi. In tal modo si attua il meccanismo dissociativo di “io sono questo” e quel che viene osservato “è altro”. Così il dualismo assume una sembianza di realtà e viene corroborato dalla causalità consequenziale alle trasformazioni che si srotolano nello spazio/tempo. Il processo formativo duale è di facile individuazione da parte dell’accorto intelletto (nel senso di attento) ma questa considerazione è ancora all’interno del riflesso speculare della mente, per cui dal punto di vista della Conoscenza Assoluta anche questa spiegazione (o comprensione) è futile, forse innecessaria e magari addirittura fuorviante… (a causa della tendenza appropriativa del pensiero speculare) e qui ritorno alla necessità di conoscere la propria mente per non rimanere ingannati dalle sue elucubrazioni empiriche, tese cioè a dimostrare una realtà oggettiva.

Qualcuno potrebbe chiedersi a questo punto: “…Allora perché scrivere tutto ciò? Perché leggerlo?” – Ma la risposta è banale, talvolta prima di gettare l’immondizia sentiamo il bisogno di esaminarla in ogni particolare in modo da non aver poi rimpianti… Purtroppo in anni ed anni di volo basso abbiamo sviluppato un forte attaccamento alla zavorra…!

Paolo D’Arpini

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spiritolaico@gmail.com


Post Scriptum

La coscienza individuale è in costante movimento ed evoluzione, seguendo i diversi modi di sviluppo della società od i periodi storici nei quali si manifestano le vicende umane. Ogni transizione assomiglia al superamento di un livello d’apprendimento, un po’ come succede nella spirale del DNA. La coscienza, in questo caso meglio definirla mente, si muove dalle espressioni più semplici a quelle più complesse. Una sorta di testimonianza-memoria dei vari processi sofisticati della vita.

Fa più freddo perché fa più caldo... e l'estate di San Martino?

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Negli ultimi anni, a pelle,  gli inverni  mi sono sembrati sempre più freddi. Non è solo una mia impressione dovuta all’età. Tutti ricorderanno il rigore di questi ultimi inverni,  a cominciare dai primi di novembre sino alla primavera inoltrata. Eppure,  a sentire i meteorologi,  dal punto di vista delle temperature medie durante l’anno,  sembrerebbe che il caldo aumenti, dovuto al così detto “effetto serra".
Può sembrare strano ma, a detta di alcuni scienziati, gli inverni rigorosi che si succedono in Europa da 10 anni sono legati in gran parte al riscaldamento climatico. A un primo sguardo, il freddo glaciale che si è abbattuto sull’Europa negli ultimi  inverni sembrerebbe  poco compatibile con l’aumento medio delle temperature previsto da qui alla fine del secolo. Agli scettici in materia alcuni scienziati rispondono che le ondate di freddo corrispondono a un raffreddamento temporaneo in seno al riscaldamento globale, anche se un nuovo studio si spinge ancora più in là, dimostrando che l’aumento del termometro è proprio all’origine di questi inverni  particolarmente freddi.
Colpevole sarebbe lo scioglimento della calotta glaciale artica. Il riscaldamento, due o tre volte superiore alla media, ha portato alla sua costante riduzione  negli ultimi 30 anni e potrebbe anche portare alla sua totale scomparsa nei mesi estivi, da qui alla fine del secolo.

I raggi del sole, che non vengono più respinti dal ghiaccio, riscaldano un po’ di più la superficie terrestre in questa posizione. ”Facciamo conto che l’oceano sia a zero gradi ” spiega Stefan Rahmstorf, specialista del clima dell’istituto tedesco Potsdam. ”E’ così tanto più caldo rispetto all’aria in questa zona polare in inverno. C’è allora un importante flusso caldo che risale verso l’atmosfera, che non si verifica quando è tutto ricoperto di ghiaccio. E’ un cambiamento enorme”.

Il risultato è un sistema di alte pressioni che spinge l’aria polare, in senso antiorario, verso l’Europa. Queste anomalie potrebbero triplicare la probabilità di avere inverni estremi in Europa e nel nord dell’Asia.

Godiamoci perciò la  tregua che -si spera-  viene con l’Estate di San Martino ma  contiamo quanti maglioni abbiamo nell’armadio. Infatti il modo migliore per combattere il freddo è quello di vestirsi a “cipolla”.

Paolo D’Arpini

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«La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.»

Jorge Maria Bergoglio lancia il sinodo sulla sinodalità

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Si è appena concluso il Sinodo (A)massonico della dea Pacha mama, che Bergoglio ha già preannunciato per un futuro più o meno prossimo un altro Sinodo sulla sinodalità.

Sembra un gioco di parole, ma quando si muove Bergoglio c’è da tremare. Un tal Sinodo, infatti, fa subito pensare che sul termine sinodalità ci sia poca chiarezza e, dunque, un sinodo sulla sinodalità avrebbe come punto di partenza un fondamento assai debole, passibile di qualsiasi stravolgimento e rivolgimento.

Vieppiù questa supposta confusione sul termine sinodalità porterebbe a pensare ad un’approvazione e ad un rafforzamento dell’attuale versione del Sinodo, come passepartout per aprire e scardinare qualsiasi porta, facendosi latori di tutto ed il contrario di tutto. Il Sinodo (A) massonico ne è una prova inconfutabile.

La sinodalità, infatti, tanto conclamata e declamata a parole, è stata per l’occasione assai poco applicata. Il contestatissimo Instrumentum laboris è stato redatto, per esempio, da una manciata di perone appartenenti al REPAM, la rete ecclesiale panamazzonica, mentre le nomine dei padri sinodali sono state fatte a senso unico, quasi tutte di parte bergogliana, leggi: Spadaro ed il card. Marx.

Il tutto ovviamente condito col grano e con l’olio della solita stampa schierata, fatta di pennivendoli di regime, i cui commenti entusiasti hanno finito col tralasciare punti interrogativi e parecchie perplessità di una certa consistenza, sia sulle tematiche che sulla metodologia di intervento degli stessi padri sinodali, come se si trattasse di una pura e semplice assemblea parlamentare e non invece di un con-venire dei padri sinodali su temi essenziali, quali per esempio l’assoluta fedeltà alla dottrina e alla tradizione, senza le quali non può esserci sinodalità, dal momento che è Cristo stesso che sinodalizza i padri convocandoli e costituendoli in unità. Quisquiglie, direbbe Bergoglio! Anzi “cosetta”, come ama teologicamente esprimersi in punta di lingua “papa imbroglio”.

Una di quelle tante “cosette” che hanno consentito a Bergoglio, durante il precedente Sinodo sulla famiglia di scardinare, con una nota a piè di pagina dell’Esortazione post sinodale Amoris Laetitia, “la grandezza di due millenni”, ovvero quel comandamento divino secondo il quale “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito (Mt 19-6). Perfino quel giornalista pacato che è Vittorio Messori, si è dovuto alla fine sbilanciare affermando durante un’intervista che “l’impressione è che Bergoglio metta le mani su quello che invece un Papa dovrebbe difendere…”.

Ma tant’è.

Quisquiglie,  anzi “cosetta”. Cosette delle quali sarebbero prigionieri, a dire sempre di Bergoglio, quelle “elite” cattoliche che “non amano nessuno, credendo di amare Dio”. Eppure perfino all’interno del suo ben orientato Sinodo (A) massonico, non sono mancate quelle “elite” cattoliche, il cui voto contrario per poco non faceva naufragare il punto 111 del documento finale, ovvero l’ordinazione al sacerdozio dei cosiddetti viri probati: su 181 votanti, con un quorum fissato a 121 voti, i “placet” sono stati 128, i “non placet 41”, e gli astenuti 11. La cosetta ha stizzito non poco il povero Bergoglio, che ha dovuto suo malgrado ingoiare il rospo.

L’obiettivo primario, naturalmente, era quello di aprire all’ordinazione di “viri probati” in Amazzonia, per estendere poi la novità alla Chiesa universale: “Proponiamo di stabilire criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente, nel quadro della Lumen gentium par. 26, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente e fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana mediante la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica”.

Insomma un giro di parole, tortuoso e pieno zeppo di paletti e condizioni restrittive per ottenere una maggioranza appena risicata.

Non parliamo poi delle cosiddette rivoluzioni liturgiche che prima, durante e dopo il Sinodo (A) massonico hanno imperversato all’interno delle mura vaticane e di alcune chiese italiane. Una su tante, quella del Sacro Cuore – e sottolineo Sacro Cuore – di Verona, dove il parroco ad un certo punto della cosiddetta veglia del Bien Vivir, ha fatto leggere all’interno della Chiesa – e sottolineo all’interno della Chiesa – la preghiera idolatrica della Pacha mama, divinità Inca: “Pachamama di questi luoghi, bevi e mangia a volontà questa offerta, affinché sia fruttuosa questa terra. Pachamama buona madre, Sii propizia!! Sii Propizia!! Fa’ che i buoni camminino bene e non si stanchino. Fa’ che la semente spunti bene, che non succeda nulla di male, che il gelo non la distrugga, che produca buoni alimenti. A te lo chiediamo: donaci tutto. Sii propizia!! Sii propizia!!”.

Chiaro? Ma l’offerta suprema non è il Sacrificio eucaristico durante la Santa Messa? E la preghiera che Cristo ci ha insegnato non è il Padre Nostro? Dimenticavo: questa è “cosetta” da elite cattoliche. Dal vangelo secondo Bergoglio… Parola di Bergoglio. Peraltro, la tradizione della Chiesa è ricca di preghiere nei quattro tempora, rivolte a Dio creatore per rogare la sua benedizione sui frutti della terra.

E la differenza non è poca, sol che consideriamo come i martiri cristiani si siano sempre rifiutati anche a prezzo della propria vita di sacrificare agli idoli, come ad esempio offrire una scrofa gravida a Cerere/Demetra. Il prete della parrocchia veronese che ha rivendicato e fatto suo il gesto idolatrico, non ha fatto altro che obbedire pedissequamente alle disposizioni della Conferenza Episcopale Italiana che si occupa di missioni, presieduta dal Vescovo di Bergamo mons. Francesco Beschi.

Siamo arrivati all’abominio? Forse che sì, forse che no. Un fatto è certo. Per questo ed altro Bergoglio è stato eletto, per soddisfare le bramosie gesuitiche di una Massoneria pseudo spirituale che va molto a braccetto con il sincretismo New Age e la Teologia della liberazione ora camuffata da teologia indio.

Ce lo rammenta anche il noto vaticanista della Stampa, Marco Tosatti, che nel 2015 riprende una biografia sul card. Godfried Danneels scritta da Jurgen Mettepenningen e Karin Schelkens, secondo cui il cardinale belga avrebbe lavorato per anni per esautorare Benedetto XVI al fine di avviare una drastica riforma della Chiesa, la “mafia di San Gallo “, come ha narrato lo steso Danneels, una loggia super segreta di cui facevano parte Carlo Maria Martini, il vescovo olandese Van Luyn, i cardinali tedeschi Walter Kasper e Karl Lehman, l’italiano Achille Silvestrini e quello Britannico Basil Hume.

Il card. Martini, oltre che gesuita sarebbe stato iniziato alla massoneria, voce peraltro confermata anche dal Gran Maestro del Grande Oriente Democratico, Gioele Magaldi, nel volume: Massoni. Società a responsabilità limitata (Chiarelettere editore). Ma sul sig. Bergoglio, chiamato a traghettare la comunità dei fedeli lungo un cammino di “fratellanza, di amore, di fiducia tra noi” (parole di Bergoglio), non pesano solo le ombre del progressismo e della Massoneria, ma anche una sua collusione con la dittatura militare argentina. Un’accusa sconcertante lanciata dal giornalista e scrittore argentino Horacio Verbitsky, le cui prove sono raccolte nel volume “L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina”, pubblicato in Italia nel 2006 per i tipi della Casa editrice Fandango.

Sarà a causa di questa collaborazione con i militari argentini che Marcantonio Colonna (pseudonimo) ha vergato il volume “Il Papa dittatore”? Uno dei passaggi del libro che più hanno destato scalpore è quello in cui l’autore solleva il velo sul giudizio su Bergoglio scritto nel 1991 dal superiore generale della Compagnia di Gesù, l’olandese Peter Hans Konvelbach, morto nel 2016, nel corso delle consultazioni segrete pro o contro la nomina dello stesso Bergoglio a Vescovo ausiliare di Buenos Aires.

Scrive lo pseudo Marcantonio Colonna: “Il testo della relazione non è mai stato reso pubblico, ma il seguente resoconto è stato rilasciato da un sacerdote che ha avuto accesso ad essa prima che scomparisse dall’archivio dei gesuiti. Padre Konvelbach accusava Bergoglio di una serie di difetti, che vanno dall’uso abituale di un linguaggio volgare alla doppiezza, alla disobbedienza nascosta sotto una maschera di umiltà e alla mancanza di equilibrio psicologico. Nell’ottica di una sua idoneità come futuro vescovo, la relazione ha sottolineato che come provinciale era stata una persona che aveva portato divisione nel suo ordine”.

Così è se vi pare, direbbe ancora oggi Pirandello. E chi meglio di lui saprebbe riscrivere oggi in commedia la doppiezza del Bergoglio, uno nessuno centomila? Tutto prende sul serio e di tutto se la ride, proprio come lo scrittore e commediografo siciliano. Ma è un sorriso, per dirla con Machiavelli, che “drento non passa”.

E’ lo sberleffo di un narcisista ed egocentrico che finge di amare gli uomini, ma che in realtà svende al mondo.

Amen. Giuseppe Bracchi

I “semi” della vita giungono dallo spazio

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E’ ormai scientificamente appurato che i “semi” della vita giungono dallo spazio veicolati da meteore e comete. Ci sono voluti decenni, ma più esattamente due millenni e 5 secoli, per accettare la teoria di Anassagora che già nel 496 a.C. asseriva che la vita venisse dalle stelle. Sua infatti la teoria della pluralità dei mondi, ossia l'universo è pervaso da forme caotiche di spore e semi che se ben allineate e indirizzate possono formare pianeti e stelle e la vita. Il tutto grazie al NOUS un qualcosa che presiede la costruzione dell'universo e il suo sviluppo. Pensate che questo si diceva 2500 anni fa. 

Poi, però, giunse la grande censura delle religioni monoteiste che asseriscono ancora che l’uomo fu creato sulla Terra da un Dio supremo che manipolò un conglomerato di fango. Questa “storia” ce la siamo portata avanti fino a qualche decennio fa, poi la scienza, in particolare l’astronomia e la genetica, con stretto rigore scientifico, ci ha dimostrato tutta un'altra cosa e così la teoria della Panspermia Cosmica è stata riconsiderata. L’evento che riaprì la teoria di Anassagora fu la tremenda pandemia della febbre spagnola che solo nell’emisfero nord del pianeta causò in pochi anni più di 20 milioni di morti. Tutto iniziò dopo la prima guerra mondiale, negli anni 2019/20, dove alcuni scienziati ipotizzarono che i virus che causarono la grande pandemia della febbre spagnola fossero giunti dallo spazio a seguito di due passaggi cometari avvenuti precedentemente (1910). 

Questo convincimento degli scienziati di allora fu possibile perché questa pandemia colpì persone che da tempo vivevano isolate sulle montagne dei Pirenei e della Alpi e, quindi, senza contatti con altri individui. Questa ipotesi, comunque, fu subito contestata da gran parte del mondo scientifico ancora fortemente dipendente del dogmatismo della chiesa cristiana. Tuttavia la ricerca scientifica sul rapporto atmosfera terrestre e spazio profondo andò comunque avanti e nel 1960 la scienza ufficiale dichiarò la possibilità di interazione tra lo spazio e il nostro pianeta perché nel cosiddetto vuoto spaziale erano presenti Polimeri organici complessi. Più tardi, verso la fine del 1970, la scienza affermava che la Glicina, l'aminoacido più semplice, è presente nelle nubi interstellari. 

E questa scoperta riaprì definitivamente la questione della Panspermia cosmica, infatti sappiamo che gli Aminoacidi sono i mattoni della vita perché unendosi formano le Proteine (vedi nota alla fine dell’articolo). 10 Nel 1974 lo scienziato Chandra Wickramasinghe, dell’Università gallese di Cardiff e allievo di Fred Hoyle, pubblicò uno studio in cui dimostrava scientificamente che la polvere dello spazio e in particolare quella delle comete sarebbe di origine organica. 

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Tale teoria rivoluzionaria alla fine è stata accettata dal mondo scientifico. Secondo lo scienziato molte forme d’influenza virale non nascono sul nostro pianeta, “ma piovono dal cielo sotto forma di polvere che contiene spore di virus…” A partire dagli anni’90 finalmente la scienza cominciò a rivedere con serietà metodologica quanto 2.500 anni fa asseriva il filosofo greco Anassagora. 

Furono così resi noti i pensieri e gli sperimenti del passato e in particolare fatti conoscere gli scritti del 1845 del medico, fisico e filosofo tedesco Hermann von Helmholtz che dicevano: « Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un'origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all'altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile. » Le scoperte sia in laboratorio che fuori hanno continuato a fornire elementi di riflessione, come il ritrovamento di un meteorite trovato tra i ghiacci dell’Antartide, secondo il quale per gli scienziati proveniva da Marte e che al suo interno conteneva fossili unicellulari. 

Un altro punto a vantaggio della teoria che la vita viene dallo spazio arrivò grazie a due sonde spaziali che hanno raggiunto due corpi astrali vaganti all’interno del nostro sistema solare. La prima è stata la Sonda Rosetta dell’ESA che ha fatto atterrare nel 2014 il suo lander su 67/P Churyumov-Gerasimenko, nucleo di una cometa e l’ultima, ad agosto di quest’anno, una sonda giapponese sull’asteroide Ryugu. In tutti e due i casi dai primi esami dei dati inviati sulla Terra si sono rilevate forti presenze di molecole organiche. Un’altra importante dimostrazione che la vita viene dallo spazio fu vissuta direttamente da Accademia Kronos, perché nata in casa nostra ed esattamente all’Università della Tuscia di Viterbo. Alcuni anni fa, infatti, in collaborazione con la NASA furono spediti nello spazio muschi ed alghe in appositi alloggi per essere poi esposti all’esterno della stazione orbitante, per un periodo di 6 mesi. Lo scopo era di valutare se questi muschi e queste alghe microscopiche potessero resistere ai raggi gamma, al vento solare e ai forti sbalzi di temperature siderali dai – 190 ai + 100° C. 

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Al ritorno sulla Terra questi campioni, per grande meraviglia degli scienziati, avevano resistito e, dopo un po’, ripreso a svilupparsi. Lo scienziato italiano che aveva gestito tutto l’esperimento è l’attuale prof. Silvano Onofri, fisico e biochimico tra i più esperti al mondo nello studio dei batteri estremofili. I risultati di questo esperimento furono presentati 7 anni fa a Viterbo in un convegno organizzato  da Accademia Kronos. Bene a questo punto siamo ormai consapevoli che la vita non è sorta spontaneamente sul nostro pianeta, ma che è arrivata dallo spazio sotto forma di proteine o, forse, di batteri o, ancora, di esseri unicellulari più complessi. Elementi questi che trovando qui sulla Terra “terreno fertile” nei milioni e milioni di anni hanno creato la vita come oggi la conosciamo. 

Quindi lasciamo da parte le “favole” della creazione e guardiamo invece con occhi liberi da bende dogmatiche la realtà che ci circonda. Dobbiamo quindi dire all’astronomia, alla genetica e ad altre scienze, grazie perché finalmente ci hanno consentito di uscire fuori dall’oscurantismo di 2000 anni e, liberi da ogni preconcetto, poter finalmente incamminarci verso la strada che dovrebbe condurci verso la verità. Oggi questo lo possiamo fare e dire tranquillamente, forse al tempo di Giordano Bruno saremmo finiti al rogo. 
(ELM)

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NOTE DI APPROFONDIMENTO Le proteine sono macromolecole, grandi molecole, costituite da catene di molecole più semplici, gli amminoacidi, unite tra loro attraverso un legame chimico, il legame peptidico. Gli amminoacidi sono 20, tutti diversi tra loro, ed è possibile ottenere un infinito numero di proteine a seconda del tipo, del numero e dell'ordine di sequenza con cui vengono legati i diversi amminoacidi. Il nostro organismo riesce a sintetizzare alcuni degli amminoacidi necessari per costruire le proteine, ma non è capace di costruirne altri, che vengono perciò definiti essenziali e devono essere introdotti con gli alimenti. In chimica gli 11 amminoacidi sono molecole organiche che nella loro struttura recano sia il gruppo funzionale amminico (delle ammine) (-NH2) sia quello carbossilico (degli acidi carbossilici) (-COOH). Panspermia dal Greco: πανσπερμία da πᾶς, πᾶσα, πᾶν (pas, pasa, pan) "tutto" e σπέρμα (sperma) "seme" **  

(Fonte: A.K. Informa N. 44)