La lebbrosa di Bapatla - Una lezione di vita appresa attraverso Anasuya Devi

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Ognuno ha i propri segreti, esperienze che si tengono celate per non offuscare l’immagine di sé, oppure per evitare che ci siano dei fraintendimenti inopportuni. Ad esempio oggi mentre mi trovavo nella grotticella, dedicata ad Amma, la mia madre spirituale, ed al Dio Ganesh, mi è capitato di rileggere la storia di Mansur Mastana un santo sufi che avendo ottenuto l’esperienza del Sé, lo dichiarò pubblicamente affermando “Ana’l-ahqq” che significa “Io sono Dio”. 
Ovvio che in una religione dualistica come quella musulmana tale affermazione fu presa per eresia e Mansur fu condannato a morte. Ma anche sul patibolo egli rideva e continuava ad affermare “la verità” della sua esperienza ma gli altri non potevano capire e semplicemente pensarono che fosse impazzito e comunque meritevole di morte. In seguito i sufi s’intesero fra di loro che in futuro sarebbe stato meglio non affermare pubblicamente tale verità, che anche quando fosse stata raggiunta era meglio uniformarsi alle convenienze essoteriche, lasciando le verità esoteriche nel cerchio ristretto degli iniziati.
Questa premessa per dirvi che a volte ci possono essere esperienze spirituali che non è bene divulgare, poiché potrebbero essere fraintese o creare confusione nella mente degli ascoltatori. Per questa ragione in tutte le scuole iniziatiche si proibisce esplicitamente di farsi belli con i miracoli, le visioni, gli insegnamenti ricevuti e quant’altro. Però, però… stavolta vorrei trasgredire la regola. Ormai la lezione ricevuta è stata da me metabolizzata e credo che –sia pur nel rischio di una malinterpretazione- sia per me giunto il momento di raccontarla. In effetti non è un’esperienza di cui andare orgogliosi, dimostra solo la “piccolezza” dell’io, ma questo aspetto è importate per significare che non occorre uniformarsi ad un “modello” di santità idealistica, che ci fa apparire santi a tutti i costi, ma che è sufficiente poter sorridere e passar sopra alle proprie deblacles considerandole normali avvenimenti sul cammino, in cui talvolta si inciampa per rialzarsi e proseguire.
Dovete sapere, forse già lo sapete, che questo personaggio Paolo D’Arpini è nato l’anno della Scimmia ed è perciò profondamente convinto di essere il meglio in ogni campo o per lo meno si atteggia ad esserlo. Ma siccome ha il Legno (amore, empatia) come elemento principale, manifesta questa sicumera attraverso i sentimenti. Poi c’è il Metallo che rende codesto scimmiotto alquanto giusto ed il Fuoco che gli fa vedere le cose per quel che sono, anche se lo rende un po’ troppo “intelligente” (diciamo pure astuto). Il risultato? Quando da giovane scrivevo poesie lo facevo con impegno amoroso, magari cercando di conquistare con quelle dolci parole le ragazze che altrimenti non mi avrebbero filato (visto che non sono un granché). Siccome poi non mi piace la competizione violenta mi ero specializzato nel poker in modo da dimostrare la mia superiorità con il gioco d’azzardo (questo mi ricorda un po’ il tragitto di Siddharta). Inoltre, per quanto riguarda la giustizia, chi mi conosce sa quanto sia un Don Chisciotte contro i mulini a vento, e per l’intelligenza la riprova sta in questa capacità (messa in pratica ora) di raccontare storie ed aneddoti che sanno pure affascinare….
Insomma in tutti gli aspetti della vita, le caratteristiche psichiche e gli aspetti elementali si manifestano secondo la loro natura e non c’è nulla da fare in ciò, succede e basta! Ovviamente questo vale anche nella dimostrazione della mia “santità”, quando si tratta cioè di fare quella parte, debbo in qualche modo dimostrare un’eccellenza od unicità.
Ad esempio il mio voler dare uno specifico ed esclusivo nome all’esperienza interiore, da me definita “spiritualità laica” è uno dei miei vezzi ormai riconosciuti.
La comprensione del significato “spiritualità” appartiene in verità all’intelletto mentre il “cuore” non darebbe alcun nome, al massimo sarebbe una “meraviglia di sé” (gli inglesi dicono bene con la parola “awe”). Dare una definizione ed un significato all’esperienza è già separatezza, dualismo, ma il “cuore” accetta solo l’unione, semplice fioritura, e non comprende la “descrizione” di tale fioritura. Eppure è sotto gli occhi di chiunque che io continuo a parlare di “spiritualità laica” come un giusto modo di esprimere l’integrazione e la realizzazione, avendolo reso persino un “filone”…. Scusatemi per questo imbroglio scimmiesco!
Oggi sono in vena di confessioni e mi pare giunto il momento di raccontare un fatto vissuto tanti anni fa, quando stavo a Jillellamudi con Amma, la mia madre spirituale Anasuya. Dovete sapere che Anasuya è l’incarnazione della verità (come quel Mansur Mastana di cui sopra), ma lei era molto modesta diceva “non c’è differenza fra voi e me” “io sono voi e voi siete me” “i miei attaccamenti mondani sono molto superiori ai vostri voi siete attaccati agli amici, ad una famiglia, io sono attaccata a tutti voi”… Il significato di Anasuya è “una che è aldilà dell’invidia e della gelosia” ed infatti come poteva essere invidiosa o gelosa quando riconosceva se stessa in tutti ed in tutto ciò che esiste? Cosa significa per Anasuya essere più belli, più brutti, più bravi o più furbi? 
E perciò Anasuya non manifestava alcuna qualità diversa da quelle che le erano proprie, che facevano parte delle caratteristiche innate con le quali era nata. In ogni caso erano le qualità di una “incarnazione” della verità, come d’altronde ognuno di noi…. E le sue lezioni erano dolci e sublimi, crudeli, a volte, ma piene di nettare.
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Vi racconto una di tali lezioni “materne” da me allora vissuta.
Avevo preso l’abitudine da alcuni giorni di recarmi sulla costa, da cui Jillellamudi dista una ventina di miglia, per restarmene in meditazione solitaria di fronte all’oceano. Un giorno mi trovavo in bicicletta pedalando per andare alla spiaggia. Chi di voi conosce le vecchie bici indiane sa che sono macchinari impossibili, altissime e con grandi ruote, una volta salito in sella e partito non è facile fermarsi o compiere acrobazie. Per cui procedevo spedito sgattaiolando senza mai fermarsi fra altri velocipedi, risciò e pedoni.
“Chi si ferma è perduto” dice un vecchio adagio ed infatti cercavo di non fermarmi mai lungo il periglioso percorso. Già un paio di volte alla periferia di Bapatla, la cittadina che dovevo attraversare prima per raggiungere il mare, avevo notato una capannuccia minuscola dalla quale usciva un filino di fumo, davanti alla quale stazionava una vecchietta male in arnese, forse aspettava qualcuno o chiedeva l’elemosina, non so. Nel frattempo dopo alcuni passaggi di andata e ritorno avevo appurato che la vecchietta era in realtà una lebbrosa, con le mani mangiate dalla malattia ed anche alcune parti del volto. Non mi ero mai fermato sia per la mia difficoltà nel pilotare il velocipede ed –ovviamente- anche per la reticenza ad affrontare una situazione alquanto “anomala” per me. Non avevo però potuto ignorare quella presenza, e ricordarmi delle storie di Gesù, di San Francesco, di Madre Teresa di Calcutta e di tutti gli altri santi che curavano e benedicevano i lebbrosi e gli appestati. Insomma la mia “santità” veniva solleticata ed anche la tentazione di dimostrare a me stesso (e di conseguenza al mondo) che non ero inferiore agli altri santi, mi spinse una bella mattina ad arrestare il biciclone (quasi perdendo l’equilibrio) davanti a quella vecchia signora.
Avevo in tasca alcune rupie e ne diedi una alla donna, poi mi ricordai di un’altra banconota da due rupie decrepita e forse anche falsa che mi era stata appioppata da qualcuno e mi dissi “tanto io non potrei mai spendere queste rupie, perché nessuno dei negozianti le prenderebbe, tanto vale darle a questa donna, magari lei riesce a spenderle…” e così feci. La vecchietta mi ringraziò con le mani giunte, anch’io la salutai compito (a distanza di sicurezza) e rimontai in sella partendo a sbalzelloni.
L’immagine di me, che mi ero costruito, era comunque “bellissima” già mi vedevo raccontare l’avventura agli amici di Calcata, con tanto di descrizioni del marciume della carne della povera vecchia, del mio sprezzo del pericolo, etc. Trascorsero alcuni giorni in cui non passai più di là, finché una bella mattina eccomi di nuovo su quella strada e davanti alla capanna c’era la lebbrosa a sbracciarsi, mi si piazzò quasi di fronte alla bici, facendomi perdere l’equilibrio e costringendomi ad una brusca frenata.
Pensai un po’ scocciato “ma che vuole ancora questa? Non le è bastata l’elemosina dell’altra volta?”. La donna mi costrinse ad entrare nella sua capannuccia dove non si stava quasi in piedi e dove lo spazio era appena sufficiente per due persone affiancate e per un giaciglio che stava lì dappresso. Io mi sentivo molto a disagio e debbo dire che provai anche timore non sapendo come muovermi o comportarmi. La donna estrasse da una sua sacchetta, con lentezza che trovai estrema, un qualcosa di arrotolato, e me lo porse… era la banconota da due rupie… Compresi allora che neanche lei era riuscita a “spenderle” e quindi me le restituiva…. Non ebbi il coraggio di riprendermi quel pezzetto di carta che oltre che falso ora mi sembrava anche “infetto”… Altro che sublimazione ed imitazione di Gesù, San Francesco, etc. etc. mi ritrovavo lì, scimmiotto furbetto, ad essere ripagato con la mia stessa moneta…
Offrii alla lebbrosa un’altra banconota da due rupie, in buone condizioni, mi scusai a gesti con lei e scappai il più velocemente possibile dalla scena e per un bel po’ smisi di andarmene a “meditare” sulla spiaggia, in bicicletta.
Vi è piaciuta questa storia?

Paolo D’Arpini
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Jillellamudi - Paolo con Anasuya Devi

La espiritualidad natural del hombre…. sin religion


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Nuestra verdadera naturaleza espiritual, si escuchada con respecto, está más allá del dualismo.

Lamentablemente el esquema mental de las religiones, puesto encima de la espontanea revelación de lo humano en nosotros, sigue ofuscando la sencilla conciencia de existir, de pertenecer a un todo indivisible del que somos parte integrante.

Antes de ser cristianos, mahometanos o budistas somos conciencia, pero esta conciencia está totalmente asombrada que nuestras calidades intrínsecas vienen sumergidas por una plétora de ideas, limitaciones y estructuras pre-construidas de diversas creencias religiosas. Una valla que impide la libertad de expresión en términos de la espiritualidad natural del hombre.

Basta ver el mal uso que se hace del término “laico” por la religión católica, dejando por entendido que se trate de una persona que no pertenece a la clase sacerdotal, pero miembro de la religión. Absurdo desde el punto de vista etimológico y lingüístico, en cuanto laico (del griego Laikós) significa afuera de cualquier contexto político y religioso (una especie de paria).

Pero el mal uso Católico del término “laico” se sigue haciendo descaradamente en las menciones hechas por el Vaticano con referencia a los llamados creyentes “laicos” (es decir, la gente común, los jefes de familias u otros no ordenados en el sacerdocio, pero que igualmente pertenecen a la religión). Este truco lexical ayuda a mistificar y diferenciar lo que es absolutamente indivisible: el espíritu.


Paolo D’Arpini

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(Traduzione in spagnolo di Silvia Marchegiani)

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Taoismo, sessualità e rigenerazione energetica


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La differenza fondamentale tra la natura sessuale dell’uomo e della donna è nella diversa natura dell’orgasmo. Quando l’uomo emette il seme (eiacula) perde gran parte della sua forza costituzionale; mentre per la donna è completamente diverso.

L’orgasmo per la donna è una forma di rigenerazione a tutti i livelli: fisico, energetico, mentale e spirituale. Ecco perché nel Taoismo si dice: “la donna comanda nella stanza da letto”. E’ la regina su molti livelli.


L’uomo occidentale perde il suo seme ad ogni rapporto e così facendo diventa sempre più debole: si ammala più facilmente e invecchia velocemente. La donna invece si rafforza sempre di più; infatti vediamo che la donna è normalmente più longeva dell’uomo.

Non bisogna pensare che l’uomo deve negarsi il piacere dell’orgasmo, ma egli deve imparare ad avere un’altra forma di orgasmo. Con questa tecnica non perde il seme e può vivere la sessualità come una profonda pratica spirituale e di guarigione. Si dice, ‘‘La natura dell’uomo è yang e quindi facilmente eccitabile’. Si eccita facilmente ma con la stessa velocità si spegne. La natura della donna è yin, si eccita lentamente e ci mette molto per trovare piacere”.

Insomma sono due mondi opposti e complementari che devono o possono trovare dei modi per comunicare ed imparare insieme. Nel Tao dell’amore i praticanti si nutrono a vicenda. L’uomo raccoglie il massimo dello yin dalla donna e la donna il massimo dello yang dall’uomo.

Si inizia con delle pratiche respiratorie molto semplici, poi si continua mettendo in contatto le zone dei rispettivi Tan-Tien (il punto due dita sotto l’ombelico) e in questo tocco si respira insieme. In realtà inizia già uno scambio profondo dello yin e dello yang.
E principalmente si gioca,si sdrammatizza l’atto sessuale e ci si incontra su un piano diverso. Di crescita e di alta spiritualità; il corpo e le sue innumerevoli energie vengono usati per crescere e comprendere di più la nostra relazione con l’universo.
Quando arriva il momento dell’orgasmo e qui siamo sempre nella prima fase(gioco – piacere – istinto), la ritenzione del seme da parte del maschio lo rafforza e nutre il suo cervello (mare del Qi del midollo) e anche i reni.

La donna non è privilegiata per il fatto che non trattiene il seme ma possiamo dire che lei è assolutamente la dominatrice della stanza da letto. Nel Tao dell’amore, l’obiettivo non è la longevità o il piacere dei sensi. Il fine è la conoscenza di sè stessi, e di conseguenza della vita.
 
La lontananza dell’uomo dalla donna e viceversa è sempre negativa. Insieme possono coltivare l’elisir di lunga vita e raggiungere livelli altissimi di realizzazioni spirituali. Quando la pratica è corretta possono avere in una notte anche più di 10 rapporti.

Chi dei due conosce tutti i passi della pratica non deve rivelare tutti i segreti subito, perché l’ingenuità e il fatto di consegnarsi a cuore aperto, favorisce il movimento del prana (Qi).
 
Gli spiriti comunicano tramite i corpi e in qualche modo si raccontano i segreti della vita universale; questo è meraviglioso. Nell’arte dell’alcova tutto è armonioso: ogni gesto è dolce e carico di pace. Si osservano i colori del compagno e lentamente si pratica in modo naturale;ma la naturalezza e la pace sono obbligatori.
La donna stimola e provoca l’energia dell’uomo, ma per dirigere il Qi dell’uomo in modo corretto il cuore della donna deve essere puro e il suo spirito calmo. Per nutrire l’energia dell’uomo la donna deve aspettare che l’uomo si stabilizzi nel più alto piacere fisico; che poi viene trasformato in energia spirituale.
 
Il punto nella pratica non è ne il piacere fisico ne il raccogliere per entrambi il fluido vitale, ma solo avere quell’atteggiamento fisico, mentale, spirituale che in qualche modo richiama gli spiriti (Shen) nelle coscienze dei praticanti.

Quando gli Shen sono a casa,allora inizia la vera pratica, perché l’uomo e la donna sono guidati da queste intelligenze superiori. Si dice che quando lo yang nutre lo yin non esiste malanno che non venga allontanato. Così la donna cerca lo yang dell’uomo e l’uomo cerca lo yin della donna. E’ una forma di alchimia meravigliosa che genera la vita a tutti i livelli:dal livello animale a quello spirituale.
Prima di qualsiasi rapporto l’uomo dovrebbe eccitare moltissimo la donna. I segni sulla donna sono molto chiari; i segni che ci fanno capire che è pronta per la penetrazione.

Occhi lucidi; labbra umide o bagnate;contrazioni spontanee; come una sensazione di stordimento. Qualche volta anche palpitazioni.
Le penetrazioni sono lente ma forti; poi si aspetta. Normalmente ci sono 3 penetrazioni profonde e una superficiale. Possiamo parlare di una figura mitica che trova nel Tao dell’amore una posizione centrale: è la regina madre d’occidente, si dice che essa sia diventata immortale assorbendo il liquido seminale dei giovanetti inesperti.
 
La donna per la tradizione medica cinese difetta di sangue,ma può sostituirlo con lo sperma dell’uomo. C’è quindi anche l’ipotesi dove è la donna che alimenta la propria vitalità grazie all’uomo. In realtà se la tecnica è praticata in modo corretto, tutti e due incrementano la loro vitalità. Nella coppia ci vuole una calma profonda; i cuori e le menti devono essere completamente in pace;il compagno si comporta come un innamorato al primo incontro: aspetta con calma che l’altra raggiunga il massimo godimento; solo così si può poi accedere a livelli di consapevolezza molti più alti.
E’ lo yin che nutre lo yang e viceversa.
 
Nel Tantra Taoista ci sono 3 stanze (o passaggi) da superare per arrivare allo yoga (unione con il Tao). La prima stanza (la più difficile ) è la stanza di carne,qui bisogna liberarsi di tutti i pregiudizi,le paure,la finta moralità che abbiamo sul sesso.

Quindi si va a toccare le nostre radici e il nostro lato animale; liberiamo così le forze più oscure e potenti dell’energia sessuale e del desiderio. Andiamo praticamente a toccare tutto quello che per noi è sempre stato vietato. Il fine qui è il godimento dei sensi al massimo livello. Questo passaggio è per noi molto difficile;primo perché non siamo tutti così disinibiti, poi la nostra cultura (cristiana-cattolica) ci vieta un po’ questo modo di vivere la sessualità.
 
La seconda stanza è quella dei fiori dove i praticanti imparano a gestire,guidare e manipolare l’energia sessuale (Yuan Qi) a scopo terapeutico. Qui la sessualità viene impiegata per curare i disturbi fisici,psicologici ed energetici dei praticanti.
 
Si utilizza l’orgasmo come strumento di cura. I corpi si muovono come in una danza dove i canali dell’energia vengono stimolati a fini terapeutici.
 
La terza ed ultima stanza è quella della luce: i praticanti fanno congiungere nel loro amplesso tutte le loro energie sulle sommità del capo e realizzano i 2 yoga (unioni). Prima la loro stessa energia (si uniscono nel gesto sessuale) e poi la più importante: fondono le loro energie con quella cosmica (yoga).
 
Dragonero
 
(Fonte: Centro Nirvana)

...di quella volta che incontrai Raphael a Roma


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Semi al vento

Vi  ho già  raccontato degli incontri con  vari yogi e maestri da me fatti nei primi anni ’70 in quel di Roma

In quegli anni gloriosi ero tornato a vivere  nella città in cui ero nato, la madre patria mi aveva richiamato al dovere della presenza, ed io zitto zitto me ne stavo in trincea, nella vecchia casa di uno zio da poco defunto, in Via Emanuele Filiberto 29.  Da lì imparai a conoscere bene Roma,  percorrendo le sue strade giornalmente a piedi e visitando ogni possibile angolo in cui si manifestasse qualche forma di “spiritualità”, dalla vicinissima Porta Alchemica di Piazza Vittorio, alla basilica di Santa Maria Maggiore, al Museo per il Medio ed Estremo Oriente, alle grotte del Colle Oppio,  ai vicoli e vicoletti, chiese e chiesuole del Borgo. 

Nella mia ricerca sincretica non trascuravo i vari centri di yoga che, come funghi autunnali, erano sorti un po’ ovunque.  Un  incontro abbastanza significativo avvenne allorché  visitai  Raffaele Lacquaniti (Raphael), credo che allora abitasse a  San Lorenzo oppure sulla Prenestina, sapete come sono smemorato per le cose concrete….   

Accadde che durante i miei lunghi ritiri  nella casa di Via Filiberto,  mi capitò di leggere il Viveka Cuda Mani edito da Ashram Vidya, l’avevo acquistato nella libreria Rotondi di Via Merulana, consigliatomi da Rotondi stesso. Quel testo di Shankaracharia lo trovai sublime e perfettamente in sintonia con il mio sentire. Infatti Shankara è un grande Maestro Advaita (non-duale). 

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Per quanto ne capivo la traduzione mi sembrò ottima e –come spesso  avviene per queste cose- presi il relatore per il messaggio e quindi mi misi a cercare chi fosse questo traduttore Raphael, che si diceva egli stesso illuminato. Dopo accurata indagine presso la casa editrice e dietro mia insistenza finalmente ottenni il suo indirizzo, egli abitava a Roma e ritenni che sarebbe stata una fortuna per me  poterlo vedere, così gli scrissi o telefonai  e avendo ottenuta da lui una riposta ed un appuntamento mi recai senza indugio a casa sua. 

Come dicevo il quartiere popolare in cui viveva non aveva particolare fascino ma questo che importava? L’abitazione stessa in un palazzo qualsiasi di periferia era delle più comuni, unica particolarità un soffuso profumo d’incenso  che  si respirava nell’aria. Raffaele  si presentò a me con semplicità, non c’erano altre persone  in casa, a dire il vero questo mi mise un po’ in imbarazzo ma accettai di sedermi in un salottino modesto davanti a lui. Il discorso ovviamente andò sulla sua traduzione, sulla sua esperienza della verità e su cosa si potesse fare per ottenere l’illuminazione. 

Io gli dissi francamente che ero  alla ricerca della "verità"  e chiesi altrettanto sinceramente se lui l’avesse raggiunta. Raffaele fece un gesto come a confermare che sì, aveva raggiunto la conoscenza, ed allora non mi restò che chiedere la sua benedizione per  godere anch’io della sua “esperienza”. A quel punto egli pose le mani sulla mia testa e cominciò a tremare come in trance, emettendo suoni gutturali e forse anche sputacchiando e strabuzzando gli occhi. Quello fu  per me veramente troppo… la mia laicità spirituale (naturale) prese il sopravvento e quasi mi misi a ridere  mentre non sapevo come fare a svincolarmi da quella strana situazione. 

Per fortuna, non avendo aderito alla “sceneggiata mistica” e dando segni di volermene andare,  lui  si riprese un po’ ed io ne approfittai per salutarlo e sveltamente guadagnare l’uscita… 


Ed anche questa era fatta!


Paolo D'Arpini

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Alimentazione e vivere bioregionale - "Non letigate per un tozzo di pane, ce n'è per tutti...."



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...il bioregionalismo si è diffuso in molti ambiti: Decrescita (persino
Latouche ha aderito alla visione bioregionale e profonda... ed è stato
lapidato dalla decroissance francese), Permacultura, Transizione,
persino da esponenti del movimento dolciniano, poi da Massimo Fini,
dai progetti di Comune partecipativo ...ecc. La Rete no! Anche perché
non esiste come movimento (e non potrebbe esistere) ma solo come
insieme di persone che hanno, tra le proprie e differenti radici
culturali e spirituali "anche" il Bioregionalismo. Ma non c'è, a mio
personale e modesto parere, un modo di vivere bioregionale... esistono
degli stili di vita che si ispirano alla semplicità volontaria, alla
decrescita, all'agricoltura naturale, al bioregionalismo e
all'ecologia profonda, questo in differenti misure e profondità.
Ciascuno di noi, con le proprie specificità ha diffuso la visione
bioregionale, es. 2 anni fa se digitavi bioregionalismo, trovavi il
sito di Ecologia Sociale, pagine dei Giovani Padani, Massimo Fini ecc.
... adesso troviamo il Blog, il sito di Albero Sacro, Piccolo Popolo
(che viaggia a una media di 100-120 visite al giorno) il blog del
Circolo Vegetariano VV.TT., Selvatici...


Il punto proposto: "Come è presente la rete bioregionale nel proprio
territorio, la nostra presenza incide, fa una differenza?" ci obbliga
alla domanda"perchè non si è riusciti a dare vita a presenze
collettive come Rete? Oppure a modificarla "Come è presente il
movimento bioregionalista nel nostro territorio..."

Il divario digitale tra chi ha accesso alla rete internet e chi no,
comincia a farsi sentire. Faccio un'altro esempio: ho distribuito
tramite sito e blog gli ultimi numeri del CIR una media di 700 copie
per numero mentre non riusciamo a stamparlo in cartaceo per mancanza
di fondi. L'intervista fatta a Mario Cecchi sull'ultimo numero di Lato
Selvatico non so da quante persone sia stata letta.  
L'ultimo numero di Quaderni di Vita Bioregionale  che ho messo su internet è stato scaricato e letto 163 volte. 

Capisco che la scelta vegetariana e vegana rappresentino uno spartiacque di sensibilità difficilmente colmabile ... Paolo  vegetariano e Etain e Martino che tirano il collo a quei bellissimi piccioni bianchi... Quindi mi auguro che nella visione bioregionale ci sia posto per le differenze.... Buon cammino.

Renato Pontiroli - Selvatici

28 novembre 2009


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Lo spirito è una sintesi tra intelligenza e coscienza


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Tanto per cominciare debbo dire che "spirito" per me significa "sintesi fra intelligenza e coscienza" inoltre confermo di non essere "credente" in alcuna forma, quel che affermo è sulla base della mia diretta esperienza di esistere e di averne coscienza. Non è necessario che alcuno me ne dia conferma e ciò vale, ovviamente, per tutti.


Non serve “credere” per dire “io sono”, lo sappiamo senza ombra di dubbio da noi stessi. Mentre per sentenziare l’assunzione di una fede o la mancanza di una fede non possiamo fare a meno di usare il termine “credo” oppure “non credo”.

Se ne deduce che l’essere ed esserne contemporaneamente coscienti è naturale ed inequivocabilmente vero, mentre sostenere qualcosa che ha il suo fondamento nel pensiero, cioè nella speculazione mentale, è solo un processo, un concettualizzare.

Questa è vera spiritualità laica.

Poiché la spiritualità non appartiene ad alcuna religione o ideologia; essa è la vera natura dell’uomo. Lo spirito è presente in tutto ciò che esiste, non può quindi essere raggiunto attraverso uno specifico sentiero, poiché esso è già lì anche nel tentativo di perseguirlo.

La laicità è la condizione di assoluta “libertà” da ogni forma pensiero costituita, sia essa ideologica o religiosa. “Laikos”, in greco, sta a significare colui che è al di fuori di ogni contesto sociale e religioso, ovvero non appartiene ad alcun ordinamento sociale o confessionale.

Da questo punto di vista la ricerca spirituale può essere considerata un fatto strettamente personale, quindi il vero cercatore spirituale è assolutamente laico, allo stesso tempo riconosce ciò che è in lui come presente in ogni altra cosa. Conciliare la propria via personale con quella di chiunque altro significa saper fluire senza ostruire, apprendere e trasmettere senza pretendere, insomma si tratta di fare la pace con noi stessi e con gli altri.

Questa assoluta libertà comprende anche assoluto amore e rispetto, non essendoci assunzioni di posizioni precostituite e riferimenti assolutistici ad uno specifico sentiero.

La Spiritualità Laica è una via in cui non possono esserci dogmi o indicazioni religiose. Questa è la via in cui non si segue nessuna via. Il percorso è completamente assente, nella spiritualità laica ciò che conta è la semplice presenza a se stessi e questo non può essere un percorso ma una semplice attenzione allo stato in cui si è.

La coscienza è consapevole della coscienza.

Ed è normale che sia così poiché la spiritualità laica non può essere nulla di nuovo ma solo un “modo descrittivo” di un qualcosa che c’è già, infatti se quel qualcosa non ci fosse già che senso avrebbe esserne “consapevoli”? Perciò Spiritualità Laica e Consapevolezza sono la stessa identica cosa. Ma noi sappiamo che la pura consapevolezza di sé è purtroppo spesso macchiata da immagini sovrimposte, create dalla nostra mente, queste immagini sono ciò che noi abbiamo immaginato possa essere la spiritualità.

Il sentire della spiritualità laica è equiparabile al sentire dell'ecologia profonda. Anzi entrambi condividono la piena consapevolezza di appartenere ad un "tutto inscindibile". L'ecologia profonda prende maggiormente in esame l'aspetto esterno di questo "tutto" mentre la spiritualità laica si occupa dell'aspetto interiore. Attraverso questa integrazione esterno-interno riempiamo una falla enorme nel pensiero e nell'azione.

Tutto quel che ci circonda e noi stessi siamo la stessa identica cosa, siamo immersi in noi stessi come acqua nell'acqua eppure continuiamo a comportarci come fossimo separati, disponendo di ciò che riteniamo "sia al di fuori di noi" come  fosse "altro" da noi. C'è una meraviglia più grande di questa?

Non tutti i Krishnamurti si immergono nell'Oceano...


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Nel lontano 1966 (?... forse, ma le date non sono il mio forte) quando ancora abitavo a Verona decisi di scendere a Roma dove si aspettava la venuta di Jiddu Krishnamurti,  il maestro universale dei teosofi, che poi invece li rinnegò e si mise in proprio.

L’incontro sarebbe dovuto avvenire in un teatro di Via Nazionale (al solito, non ricordo il nome anche se è un teatro famoso). Aspetta ed aspetta, ogni tanto appariva un "discepolo" dicendo “Krishnamurti è atteso da un momento all’altro”,  ma l’attesa risultò vana…  Tra l’altro  lo stesso Krishnamurti  diceva che “non aveva nulla da insegnare”  e coerentemente non si presentò e ci diede buca.

Constatai però che alcuni dei bidonati  erano persino entusiasti di ciò: “Hai visto che grande maestro? Non vuole fare la parte del maestro ed allora non è nemmeno venuto qui dove tutti  avevano l’aspettativa di incontrare un maestro?”, il discorso chiaramente è alquanto contorto…. insomma per farla breve credo che quella sia stata la prima ed unica volta in vita mia  in cui sono andato a cercare un “maestro”. Quelli che ho incontrato ed incontro giornalmente mi capitano davanti per “grazia divina” o per caso…

Questa appena narrata è la mia esperienza personale "non vissuta" con Jiddu Krishnamurti ma ora passiamo alla sua storia "ufficiale".

Krishnamurti,  figlio di un vedovo con due figli giovanissimi, che sbarcava  a malapena il lunario, fu "adottato" e addestrato dal movimento teosofico per rappresentare la figura del jagadguru, l'insegnante universale. Questo titolo, tipicamente indiano, era anticamente esibito dai maestri che, come i sofisti dell'antica Grecia, riuscivano a vincere, in una tenzone dialettica tutti gli altri concorrenti, a qualsiasi credo essi aderissero. La teosofia nacque come  un tentativo di sintesi di tutte le religioni esistenti, non solo quelle orientali ma anche quelle occidentali. Centinaia di studiosi guidati dai fondatori, Leadbeater e Besant, crearono la nuova religione a tavolino scegliendo le parti più significative di ogni fede. Trattasi insomma  di una filosofia "razionale" universale, una sorta di esperanto religioso. Ma questo processo accorpativo, ovviamente, assomiglia alla costruzione di un Frankenstein sprovvisto di una reale anima. 


Ciò nonostante, avendo il prodotto finale affascinato la mente speculativa di migliaia di pensatori, il movimento teosofico decise - come era avvenuto per le altre religioni (cristianesimo, islamismo, buddismo, jainismo, ecc.) - di produrre un fondatore, rappresentativo del nuovo "credo". 

Furono così selezionati un certo numero di ragazzi che presentavano caratteristiche eccezionali di grande intelligenza e sensibilità, per istruirli compulsivamente su tutti gli aspetti della teosofia, caricandoli inoltre delle incombenze e delle pratiche necessarie a sviluppare specifiche qualità. Non tutti resistettero alla pressione esercitata, Nityananda, fratello maggiore di Jiddu Krishnamurti, che sembrava il più promettente, morì a 22 anni per lo sforzo patito. Altri prescelti  indiani furono richiamati dai loro genitori timorosi che potessero fare la stessa fine.  Uno dei selezionati, che era un tedesco, allorché si avvide che la scelta finale dei teosofi si stava indirizzando verso Jiddu Krishnamurti abbandonò il gruppo e, tornato in Germania, fondò un movimento alternativo, chiamato Antroposofia. Nel frattempo anche il padre di Jiddu tentò di riavere il figlio superstite e intentò una causa contro il movimento teosofico, presieduto da Annie Besant. Ma la donna era troppo potente e celebre a livello internazionale ed allorché la causa fu giunta al livello della corte suprema indiana  la Besant decise di appellarsi alla corte della corona di Inghilterra e portò con sé Jiddu, facendogli anche ottenere la cittadinanza inglese, in modo che non fosse più soggetto alla legge indiana. 

A questo punto  di lì a poco, nel 1925, venne indetta una conferenza mondiale della società teosofica, durante la quale Krishnamurti avrebbe dovuto dichiararsi "maestro universale". Ma evidentemente le cose non dovevano andare così, poiché il martoriato Jiddu, che sino a quel punto si era dimostrato remissivo alla volontà dei teosofi, si vendicò in modo eclatante e durante la conferenza che avrebbe dovuto incoronarlo jagadguru, dichiarò invece di non essere  maestro di nessuno e sciolse la congregazione denominata "La stella d'Oriente", costruita dal movimento teosofico come fulcro  per lo spargimento del suo messaggio, restituendo castelli, denari e tutti i possedimenti ai donatori dicendo: "Ho chiuso con tutto questo!". 

Le "torture mentali" dei teosofi nei confronti del giovane indiano, non ebbero quindi successo. In lui restò sempre un rancore profondo  verso i suoi  imbonitori. Malgrado tutto Krishnamurti, ormai famoso, assunse la figura di anti-guru e -comunque- svolse, di fatto, la funzione del guru, poiché non si astenne dal dare istruzioni, scrivere libri e tenere conferenze sulla sua "non gurità". Il suo motto era: "Non esiste alcun guru".

Questo non significa che il suo messaggio fosse vuoto di significati profondi. Anche se dal punto di vista spirituale Jiddu non può essere definito un "realizzato" egli comunque fu in grado, a livello intellettuale, di trasmettere molte utili conoscenze sul percorso della realizzazione. Un altro Krishnamurti, Uppaluri Gopala, da me incontrato a Roma nel 1974, e che lo conobbe personalmente e lo seguì per un certo periodo, disse di lui: "Jiddu era arrivato alle sponde dell'Oceano  ma lì si è fermato...".

Paolo D'Arpini

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Un pensiero di Jiddu Krishnamurti:

"Il cervello ha una capacità infinita, è davvero infinito. Questa capacità viene ora usata in ambito tecnologico. Essa è stata impiegata per la raccolta delle informazioni, per l’immagazzinamento della conoscenza scientifica, politica, sociale e religiosa. Il cervello è stato occupato in queste cose, ed è esattamente di questa funzione (di questa capacità tecnologica) che la macchina prenderà possesso. Quando questa sostituzione da parte della macchina avrà luogo, il cervello e la sua capacità si atrofizzeranno, così come farebbero le braccia se smettessimo di usarle. La domanda è: se il cervello non è attivo, se non funziona, se non pensa, cosa gli succederà? Si tufferà nel divertimento – e le religioni, i riti e le puja sono divertimento – oppure si volgerà alla indagine interiore. Questa indagine è un movimento infinito. Questa indagine è religione."


Nota: 

Jiddu Krishnamurti (in lingua telugu: జిడ్డు కృష్ణమూర్త; Madanapalle, 12 maggio 1895 – Ojai, 18 febbraio 1986) è stato un filosofo "apolide". Di origine indiana, non volle appartenere a nessuna organizzazione o religione. Non va confuso con Uppaluri Gopala Krishnamurti, anch'egli filosofo indiano.

Laicità significa Libertà


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Tanto per cominciare debbo dire che "spirito" per me significa "sintesi fra intelligenza e coscienza" inoltre confermo di non essere "credente" in alcuna forma, quel che affermo è sulla base della mia diretta esperienza di esistere e di averne coscienza. Non è necessario che alcuno me ne dia conferma e ciò vale, ovviamente, per tutti.

Non serve “credere” per dire “io sono”, lo sappiamo senza ombra di dubbio da noi stessi. Mentre per sentenziare l’assunzione di una fede o la mancanza di una fede non possiamo fare a meno di usare il termine “credo” oppure “non credo”.

Se ne deduce che l’essere ed esserne contemporaneamente coscienti è naturale ed inequivocabilmente vero, mentre sostenere qualcosa che ha il suo fondamento nel pensiero, cioè nella speculazione mentale, è solo un processo, un concettualizzare.

Non voglio fare il difficile ma è ovvio che nessuno dirà mai “credo di esistere e di essere consapevole” mentre per qualsiasi altra affermazione (o forma pensiero astratta o concreta) dovrà sempre usare il termine “credo nella religione o credo nell’ateismo” od in qualsiasi altra cosa a cui si presta fede….. “Io sono” è quindi la verità pura e semplice ed è qui vano spiegare le possibili ragioni di tale “essere” giacché questo procedimento esplicativo (o interpretazione) rientra solo nella speculazione ed è quindi opinabile.

Affermare che la coscienza è il risultato della scintilla divina o il percorso casuale della materia che si trasforma in vita lasciamolo dire ai sofisti. Mentre “Io sono” è l’unico fatto incontrovertibile che non abbisogna di prova o discussione alcuna. Ed è su questa base che voglio restare. Non ha senso quindi mettersi a discutere sui “modi”…..o sulle “ipotesi”. Dico ciò per tacitare ed evitare qualsiasi contrapposizione sulla realtà del fatto contingente da me espresso (e tutti a mente serena possono esserne consapevoli).

Questa è laicità dello spirito.

La spiritualità non appartiene ad alcuna religione; essa è la vera natura dell’uomo. Lo spirito è presente in tutto ciò che esiste, non può quindi essere raggiunto attraverso uno specifico sentiero, poiché esso è già lì anche nel tentativo di perseguirlo.

La laicità è la condizione di assoluta “libertà” da ogni forma pensiero costituita, sia essa ideologica o religiosa. “Laikos”, in greco, sta a significare colui che è al di fuori di ogni contesto sociale e religioso, ovvero non appartiene ad alcun ordinamento sociale o confessionale.

Quando si parla di ricerca spirituale non si intende il perseguire un sentiero codificato, una normativa fideistica, un’appartenenza ad un credo; il cercatore spirituale è semplicemente colui che guarda sé stesso, colui che riconosce il Tutto in sé stesso e sé stesso come il Tutto.

Da questo punto di vista la ricerca spirituale può essere considerata un fatto strettamente personale, quindi il vero cercatore spirituale è assolutamente laico, allo stesso tempo riconosce ciò che è in lui come presente in ogni altra cosa. Conciliare la propria via personale con quella di chiunque altro significa saper fluire senza ostruire, apprendere e trasmettere senza pretendere, insomma si tratta di fare la pace con noi stessi e con gli altri.

Questa assoluta libertà comprende anche assoluto amore e rispetto, non essendoci assunzioni di posizioni precostituite e riferimenti assolutistici ad uno specifico sentiero.

La Spiritualità Laica è una via in cui non possono esserci dogmi o indicazioni religiose. Questa è la via in cui non si segue nessuna via. Il percorso è completamente assente, nella spiritualità laica ciò che conta è la semplice presenza a se stessi e questo non può essere un percorso ma una semplice attenzione allo stato in cui si è.

La coscienza è consapevole della coscienza.

Ed è normale che sia così poiché la spiritualità laica non può essere nulla di nuovo ma solo un “modo descrittivo” di un qualcosa che c’è già, infatti se quel qualcosa non ci fosse già che senso avrebbe esserne “consapevoli”?

Perciò Spiritualità Laica e Consapevolezza sono la stessa identica cosa. Ma noi sappiamo che la pura consapevolezza di sé è purtroppo spesso macchiata da immagini sovrimposte, create dalla nostra mente, queste immagini sono ciò che noi abbiamo immaginato possa essere la spiritualità.

Accettare se stessi come qualcosa di completamente insondabile ed in conoscibile, non riferibile ad alcun assioma di derivazione ideologica o religiosa, significa restare sospesi nel vuoto essendo vuoto. Impossibile poter scorgere i confini del proprio essere.  Questa mancanza di identificazione in qualsiasi forma strutturale (di pensiero e non) è contemporaneamente anche la “forza” della laicità spirituale. Non vi sono porti sicuri di approdo, non vi è barca, non c’è un mare, nessuno e nulla da ricercare… solo la corrente della vita, della coscienza, solo il senso di essere presenti. In questa mancanza di condizioni è possibile sentire il nostro io arrendersi, la nostra mente sciogliersi, scoprendo così il "Centro" che in verità non è un centro perché è tutto ciò che è, senza centro né periferia

Il sentire della spiritualità laica è equiparabile al sentire dell'ecologia profonda. Anzi entrambi condividono la piena consapevolezza di appartenere ad un "tutto inscindibile". L'ecologia profonda prende maggiormente in esame l'aspetto esterno di questo "tutto" mentre la spiritualità laica si occupa dell'aspetto interiore. Attraverso questa integrazione esterno-interno riempiamo una falla enorme nel pensiero e nell'azione.

Tutto quel che ci circonda e noi stessi siamo la stessa identica cosa, siamo immersi in noi stessi come acqua nell'acqua eppure continuiamo a comportarci come fossimo separati, disponendo di ciò che riteniamo "sia al di fuori di noi" come  fosse "altro" da noi. C'è una meraviglia più grande di questa?


E per  questa ragione ho voluto raccogliere in un libro, chiamato "Riciclaggio della Memoria",  una serie di documenti, articoli e racconti di vita, sia miei personali che di amici di percorso, che descrivono la presa di coscienza ecologica profonda e di riscoperta della naturale spiritualità dell'uomo.

Paolo D'Arpini

Cristianesimo rivisitato e la favola delle persecuzioni patite dai cristiani


La religione 'catto-cristiana' (e non semplicemente 'cristiana'!) venne fondata a 'tavolino' nell'arco temporale che va dal 140 al 150: in pratica, contestualmente all'arrivo a Roma di Marcione (138-140). Lo sponsor ufficiale per tale 'progetto' fu il potere secolare del tempo, vale a dire quello imperiale e quello aristocratico-senatoriale, per una volta tanto in perfetta armonia! 

Obiettivo degli sponsor, che contribuirono con un 'budget' di 200.000 sesterzi, era quello di fondare un culto da affiancare ai culti pre-esistenti, e NON per sostituirli! Un culto diretto a quella parte della società imperiale più ignorante e più sprovveduta del tempo, potenzialmente però la più pericolosa per quanto concerneva la stabilità dell'impero, dal momento che spesso dava origine a rivolte di protesta per le condizioni di estremo disagio economico in cui era costretta a vivere, soprattutto l'immensa platea degli schiavi, alla totale mercé dei suoi padroni. 

Fu solo dopo la morte di Costantino I che i suoi eredi caddero nelle mani 'artigliate' del clero plagiatore, che spinse tali governanti ad assecondare le immonde mire egemoniche del protervo clero cattolico (il quale, a causa di ciò, un secolo prima aveva scatenato la reazione furibonda dell'imperatore Decio) nel trasformare l'antica religione dell'impero (un DEMOCRATICO politeismo 'pagano') in uno dei più intolleranti monoteismi della storia umana: quello catto-cristiano! 

Che i cristiani venissero perseguitati nei primi secoli è una fola che i clerico-falsari hanno fatto credere per tanto tempo! 

La realtà fu che i VERI martiri del II secolo furono gli 'gnostico-gesuani', i quali si opponevano a tutte le menzogne (come ad esempio la falsa crocifissione e la falsa resurrezione di Gesù) fabbricate dai padri falsari per dar vita alla religione catto-cristiana. I più attivi tra questi gnostici gesuani furono gli 'eracleoniani'. Ad esempio da alcuni passaggi della letteratura patristica, apprendiamo che Eracleone si salvò a stento dalla persecuzione mortale dei fanatici cristiani guidati dal vescovo di Siracusa, fuggendo di notte dalla città. Non ci vuole molto ad intuire che se i cristiani fossero stati realmente perseguitati dall'impero, come avrebbero fatto a loro volta a perseguitare altri fedeli cristiani "eretici"? 

La verità sulla falsa persecuzione contro i cristiani dei primi secoli viene confermata in un libro dalla studiosa e scrittrice cattolica Candita Moss, la quale riconosce che nel secondo secolo non vi furono persecuzioni verso i cristiani.

Giannino Sorgi

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Induismo - La scuola Dvaita Vedanta e la setta Hare Krishna


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Il Dvaita Vedanta  (Vedanta dualistico) appartiene al sentiero della Bhakti (devozione) della tradizione induista e dal punto di vista delle credenze è quello che ha una maggiore affinità con le religioni di origine semitica:  ebraismo, cristianesimo e islam. Cioè i fedeli credono in un Dio personale denominato Vishnu e di cui Krishna è la  principale incarnazione e messia. Nell'ebraismo questa funzione è rivestita in parte da Mosè, nel cristianesimo da Gesù e nell'islamismo dal profeta Maometto. Nella mitologia dualistica vishnuita, come nelle religioni semite, le anime restano sempre separate dal loro creatore ed il massimo bene possibile è l'ascesa ad un "paradiso" in cui godere permanentemente  della presenza divina. 

Chiaro che  tale  paradiso, quasi un luogo spazio-temporale,  occorre guadagnarselo, con opere di fede, di speranza e di carità, ed il visto  (nel caso del vishnuismo) viene rilasciato da Krishna, da qui la necessità di essere a lui devoti per ingraziarsene i favori. Non tutta la filosofia vishnuita è totalmente dualistica (esiste anche il Vishishtadvaita, ovvero il non dualismo differenziato) ma quella più specificatamente correlata alla devozione verso Krishna lo è in modo particolare.  Il dualismo nasce proprio dalla formulazione di un Dio personale, più semplice da interpretare da parte delle masse di persone che non conoscevano le alte speculazioni filosofiche upanishadiche, ma sentivano l'esigenza di un dialogo con il mondo divino. Ecco perché il dualismo si contrappone alla filosofia Advaita Vedanta.

La teologia della scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il divino è differente dai jiva e dalla prakriti (natura). I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro. La metafisica dvaita formula due categorie, alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio, alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto.  Vishnu è sì interpretato come un Dio personale, ma nell'accezione più alta non ha una forma fisica, un'immagine antropomorfica, ma si manifesta attraverso i suoi avatar, fra cui Rama e Krishna sono i suoi principali impersonificatori.

Alla scuola dualistica vishnuita, più precisamente alla scuola  gauḍīya (che fa riferimento al santo bengalese Caitanya, una presunta reincarnazione di Krishna) apparteneva, in tempi recenti,  un monaco chiamato Swami Bhaktivedanta (al secolo Abhay Charan De), nato a Calcutta il 1 settembre 1896 e deceduto a Vṛndāvana il 14 novembre 1977, egli fu il maggior propagatore della dottrina Dvaita Vedanta in Occidente ed il fondatore del movimento Hare Krishna (formalmente "Associazione internazionale per la coscienza di Krishna"). Nel 1965, all'età di 69 anni, grazie ad un passaggio gratuito su una nave mercantile, riesce ad arrivare negli Stati Uniti, fermamente convinto di dover proseguire oltre oceano la sua missione di propagatore religioso, e qui con estreme difficoltà riesce comunque pian piano ad attirare attorno a sé un certo numero di anime, forse attratte dalla speranza di una redenzione, forse affascinate da quel mondo variopinto pieno di profumi e scosso da singhiozzi di emozione e da canti estatici. Sicuramente  quelle conversioni, avvenute principalmente tra le fila dei disperati che vivevano ai margini della società americana (un po' come accadde ai primordi del cristianesimo) alimentò una speranza ed allontanò tanti giovani dalle droghe e dalle perversioni. Bhaktivedanta ottenne tutto ciò principalmente attraverso i canti devozionali ed in particolare per mezzo del mantra:  "Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare - Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare". In verità questo mantra, nella originale  edizione induista, inizia enunciando  prima il nome di Rama, un avatar di Vishnu  antecedente a Krishna, ma Bhaktivedanta cambiò la posizione dei nomi, sia per una sua particolare predilezione nei confronti di Krishna sia perché i vishnuiti ortodossi gli proibirono, prima della sua partenza verso l'America, di utilizzare quell'antico mantra (definito Maha Mantra - Grande Mantra) che apparteneva specificatamente al Sanatana Dharma (Legge primordiale) e che secondo loro non poteva essere impartito ai "mleccha"  (ovvero a chi non appartiene alla tradizione induista). 

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In India infatti in tutti i templi e negli ashram tradizionali si continua a cantare  "Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare - Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare".

In un certo senso si può dire che la setta fondata da Bhaktivedanta  è una sorta di "eresia", propagata in occidente, un po' come lo fu il cristianesimo di San Paolo rispetto all'ebraismo originale. Ed ora -di ritorno- come spesso accade, anche in India ha preso piede questa "eresia", infatti a 
Vṛndāvana, la città  sacra a Krishna, esiste un tempio dell'IKSON  (la setta fondata da Bhaktivedanta) in cui si recita esclusivamente il mantra invertito, 24 ore su 24, tutti i giorni dell'anno.

Ma lascio da parte queste considerazioni per raccontare ai lettori l'esperienza personale che ebbi incontrando Swami Bhaktivedanta. 

Dovete sapere che nel 1974, da poco reduce  dal mio primo viaggio in India,  ebbi diversi incontri con discepoli e maestri di diverse scuole. Avvenne in quel di Roma. In quel tempo glorioso infatti ero  tornato a vivere nella città in cui ero nato,   la madrepatria mi aveva richiamato al dovere della presenza, ed io zitto zitto me ne stavo in trincea, da solo,  nella vecchia casa di Via Emanuele Filiberto 29. 

Nella mia ricerca sincretica non trascuravo i numerosi centri di yoga che, come funghi autunnali, erano sorti un po’ ovunque. Il più caratteristico, indianeggiante al 100%, era sicuramente il Tempio degli Hare Krishna. Ricordo i canti con accompagnamento musicale, l’atmosfera festosa, le vesti sgargianti delle ragazze, i musi lunghi dei ragazzi sempre attenti a non cadere in tentazione. Visitavo spesso quel  gruppo seguendolo nei vari spostamenti che subì in varie zone di Roma. Purtroppo non potevo fermarmi molto a lungo con loro, solo visite mordi e fuggi,  poiché altrimenti venivo preso d’assalto dai “missionari” sempre pronti a convertire nuovi adepti ed io –come sapete- non sono convertibile a nessuna religione. Però gli Hare Krishna mi stavano simpatici e li trovavo persino divertenti, così quando venni a sapere che il loro maestro Swami Baktivedanta  Prabhupada  sarebbe venuto in città non rifiutai l’invito ad incontrarlo. 




La riunione coloratissima avvenne  all’Hotel de La Ville (vicino al Giardino Zoologico) e praticamente c’era tutto il popolo esotico di Roma. Nella grande hall l’aspettativa era immensa, le persone eccitatissime come alla venuta di una grande star,  finalmente sul palco apparve il maestro…. In quel momento sentii l’impatto fisico di migliaia di cuori concentrati su di lui, un grande “upsurge” devozionale,  tant’è che sentii anch’io l’impulso di unire le mani in gesto di saluto inchinando il capo.  Ero consapevole però che tutta quella concentrazione amorosa dipendeva dalla devozione provata da tutti i suoi seguaci innamorati. Swami Baktivedanta  in se stesso pareva alquanto legnoso e distaccato, un po’ come  tutti gli altri maschi Hare Krishna, timorosi di Dio (e della donna tentatrice). 

Beh, il prasad cucinato dalle loro donne era comunque celestiale e ne mangiai a piene mani… Stranamente però da quella volta non sentii più l’impulso di visitare il Tempio, anche se di tanto in tanto incontravo i "devoti" e addirittura organizzai degli eventi assieme a loro pure quando andai ad abitare a Calcata, essendoci un loro ashram proprio lì nelle vicinanze. In fondo continuavano a piacermi e poi mi ricordavano quell'India magica  che ormai non c'è più... 

Paolo D'Arpini

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I due generi maschile e femminile e la pansessualità


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Nella filosofia cinese dello yin e dello yang si afferma che quando il maschile ha raggiunto l'espansione massima tende a invertirsi ed altrettanto avviene al femminile. Cosa significa? Lo yang maturo si rivolge verso se stesso e quindi sorge l'omosessualità.  Altrettanto avviene per l'eccesso di  Yin che si trasforma in lesbismo. La teoria della pansessualità, elaborata da Peter Boom, nella sua espressione più "pulita"  cerca di spiegare  questa direzione o tendenza.

La Teoria della Pansessualità (comprendente tutte le tendenze sessuali
dell’uomo, siano esse occasionali o permanenti) è basata
sull’osservazione dei fenomeni naturali ed è un argomento di ricerca
riconosciuto dalla sessuologia mondiale.

La Teoria si propone di far superare i correnti “pregiudizi” spesso
causa di disordine, emarginazione ed esclusione nella società
contemporanea.

Chiunque può esser nato con specifiche tendenze sessuali o può
svilupparle successivamente e, se non dannose socialmente, non
dovrebbe reprimerle.

La nostra sessualità, come i nostri sentimenti, può risvegliarsi in
una scala di intensità e modi verso persone di qualsiasi sesso, età ed
aspetto, vive, morte o immaginarie, verso animali, cose e verso noi
stessi.

Laddove il sesso viene considerato “peccaminoso” possono crearsi
conflitti interni, esterni e fobie.

Considerato che tutti gli stimoli vengono dalla natura, ed essendo noi
parte di essa, non siamo in grado di eluderli. Se una certa tendenza
sessuale emerge, sicuramente le risultanti necessità e risposte sono
anch’esse naturali e parte di un processo subconscio.

La storia e l’antropologia raccontano l’infinita variabilità del
comportamento sessuale: la libertà di vivere il pansessualismo può
certamente sciogliere alcune nevrosi, inutili sensi di colpa e di
vergogna. Sarebbe sufficiente accettare la nostra ed altrui sessualità
con maggiore apertura mentale per placare l’ansia causata dal credere
di aver commesso un “peccato”.

In effetti la Teoria della Pansessualità aiuta a comprendere le
numerose vie sessuali presenti o latenti in noi per accettarle e
viverle con intelligenza, responsabilità e gioiosa naturalezza.

Paolo D'Arpini