Buddismo e Jainismo a confronto


Risultati immagini per buddha e mahavira

Attorno al 500 a.C. in India si affermarono  due filosofie propagate dai rispettivi fondatori: il Buddismo, pensato dal Gautama Buddha ed il Giainismo propagato da Mahavira.

I due fondatori, se così possiamo chiamarli, furono coevi, e molti dei loro dettami  e conclusioni filosofiche hanno una matrice comune. Basti pensare all'idea da entrambi condivisa che "l'esistenza è dolore", per cui lo scopo della pratica spirituale è essenzialmente quello di sfuggire all'illusione di Maya o Mara, attraverso una stretta pratica acetica o attraverso l'autoconsapevolezza.


Si dice che sia il Buddha che Mahavira competessero per la nomina a 24° ed ultimo  Tirthankara di questo ciclo cosmico, la gara  fu infine vinta da Mahavira,  che condusse un'esistenza veramente penitente, con la conduzione di  pratiche mortificanti estreme con cui conquistò la palma di asceta per antonomasia. 

Il Buddha inizialmente  tentò anch'egli  il percorso  dell'ascetismo  ma allorché la nomina di ultimo Tirthankara fu conquistata da Mahavira   optò per "la via di mezzo" che comunque  ebbe più successo nei secoli a venire  e si propagò  in vari paesi dell'Asia giungendo sino in Grecia  e probabilmente influenzando il proto pensiero cristiano.

Vi sono molti aneddoti riguardo la competizione tra i due "profeti", non possiamo stabilire la loro veridicità ma alcune storielle sono pure divertenti... Tutte le religioni al mondo sono costrette ad affermare di sapere tutto ciò che è possibile sapere e conoscerlo esattamente per ciò che è – non possono fare altrimenti.

I giaina dicono che il tirthankara – il loro messia – è onnisciente. Sa tutto – passato, presente e futuro – quindi tutto ciò che dice è verità assoluta. Buddha prendeva in giro Mahavira, il messia giaina. Mahavira stava diventando vecchio, ma Buddha era ancora giovane e capace di ridere e scherzare. Era ancora giovane e vivo ma  non ancora ben affermato.

Mahavira aveva una religione affermata già da migliaia di anni, forse la più antica religione del mondo. Gli indù dicono, giustamente, di possedere il libro più antico del mondo, il Rig Veda. È stato ora scientificamente provato che il Rig Veda è la scrittura più antica mai sopravvissuta. Eppure nel Rig Veda viene menzionato il primo messia del giainismo, che è prova sufficiente del fatto che il messia del gianismo era precedente al Rig Veda. Il suo nome era Rishabhadeva.  Edoveva essere morto da almeno mille anni quindi il giainismo era una religione affermata già da molto tempo.

Osho, che nacque in una famiglia giaina, ha riportato diverse storielle sugli scherzi  e le derisioni del  Buddha nei confronti di Mahavira e sulla sua presunta onnipotenza, onniscienza e onnipresenza dicendo: "Ho visto Mahavira che mendicava davanti a una casa", perché Mahavira viveva nudo e mendicava. Buddha affermava: "L'ho visto fermarsi davanti a una casa vuota. In casa non c'era nessuno, eppure quest'uomo, dicono i giaina, conosce non solo il presente, ma anche il passato e il futuro".

Buddha continuava: "Ho visto Mahavira camminare proprio davanti a me, e pestare la coda a un cane. Era mattina presto, non era ancora chiaro. Solo quando il cane è saltato su abbaiando, Mahavira si è accorto che gli aveva pestato la coda. Quest'uomo è onnisciente, eppure non sa che un cane è sdraiato a dormire proprio sul suo cammino, e che lui sta per pestargli la coda".

Ma la stessa cosa è successa a Buddha quando si è affermato. Trecento anni più tardi, quando i suoi detti e le sue affermazioni vennero raccolti per la prima volta, i discepoli misero bene in chiaro che "tutto ciò che è scritto qui è assolutamente vero, e rimarrà vero per sempre".

Eppure tra quelle affermazioni ci sono tante cose stupide che possono essere state valide venticinque secoli fa, ma che ora non hanno più senso, perché tante cose sono accadute nel corso di questi secoli.

Ma vediamo ora nei particolari quali sono le caratteristiche peculiari, le somiglianze e le differenze,  delle due forme pensiero.

Nel V secolo a.C. ci fu una vera e propria esplosione  filosofica in tutto il mondo conosciuto, infatti Mahavira, oltre che  contemporaneo di Budda, lo fu anche di Senofane, Lao tzu, Talete, Eraclito, Zarathustra, Isaia, Geremia,  egli era  un membro dell’alta aristocrazia. 23 furono  i massimi maestri (chiamati Costruttori del ponte), che lo precedettero l’ultimo dei quali, il 24°,  fu appunto  Mahavir, che significa il grande coraggioso, colui che aveva vinto paura, lussuria, ira, ecc.

Si narra che Mahavira giunse all’illuminazione al termine di dodici anni di dura tapasya  e dedicò i rimanenti trent’anni della Sua vita all'insegnamento. Rifiutò tante  false dottrine e  superstizioni che popolavano l’India; si oppose ai sacrifici animali e umani, abolì la divisione in caste e il divieto allo studio per le donne e per le classi povere. Promosse il cammino della nonviolenza, del distacco,  dell’austerità, dell’equanimità.

L’Ahimsa nel giainismo è il fulcro della più antica dottrina della nonviolenza, sistema  sorto da una "mutazione" dell’antico induismo.

Dispute all’interno della chiesa giainista finirono col provocare nel 79 a.C. due correnti: quelli vestiti di bianco e quelli vestiti di spazio (cioè nudi), da cui ebbero nacquero altre varie sette.

Benché ridotta a circa un milione e mezzo di adepti e a sei milioni di aderenti, la comunità giainista conserva una notevole importanza economica in quanto i suoi membri praticano soprattutto attività commerciali e finanziarie, perché in base alla teoria dell’Ahimsa sono loro vietati mestieri manuali, infatti in questa loro caratteristica vengono considerati i "giudei" dell'oriente.  E  malgrado il numero esiguo, rispetto al totale della popolazione, in India i giainisti occupano posizioni importanti nel mondo degli affari e in quello della ricerca. Godono anche di una certa importanza nella cultura indiana, avendo contribuito in modo significativo allo sviluppo della filosofia, dell’arte, dell’architettura, della scienza e della politica dell’intero paese.

Il giainismo ha lo scopo di guidare l’anima verso la via della liberazione per il raggiungimento del Nirvana attraverso tre mezzi: la via diritta, la conoscenza diritta, la condotta diritta. Per il gianinismo l’anima e la materia sono sostanze identiche: l’una cosciente, l’altra incosciente. Esistono due categorie di anime: quelle libere o perfette (le anime dei profeti (l’ultimo dei quali è Mahavira), e le anime trasmigranti cui comprendono gli uomini, gli animali, i vegetali, i minerali.

Il giainismo è  stato  documentato come una "religione" a sé stante nell'universo induista, ma soprattutto è una filosofia in quanto non implica divinità definite.  Secondo la sua dottrina, la filosofia giainista diventa un modo di vivere nonviolento e un modo di comprendere e codificare le verità eterne e universali che in tempi diversi si erano manifestate all’umanità e che più tardi riemergono negli insegnamenti degli uomini che avevano raggiunto l’illuminazione.

Parliamo ora del Buddha, il fondatore del buddismo. Egli nacque 2500 anni fa nel nord dell'India. Figlio di un piccolo regnante ad un certo momento lasciò il lusso della reggia per cercare di alleviare la popolazione dalla "sofferenza del vivere". Il buddismo è fondamentalmente  una prassi di vita al fine di ridurre la sofferenza dovuta sostanzialmente all'attaccamento emotivo e intellettuale.

La realtà ultima non si può descrivere e un dio non è la realtà ultima. Tutti hanno dentro di sé la facoltà di raggiungere il risveglio. Si tratta quindi di diventare quello che già si è: "Guarda dentro di te: tu sei un Buddha.

Si dice che prima di Shakhiamuni ci sono stati molti Buddha e molti ce ne saranno ancora. Il buddismo non riconosce alcuna autorità per accertare il vero, tranne l'intuizione e l'esperienza diretta  del singolo.

Ognuno deve subire le conseguenze dei propri atti e trarne ammaestramento, mentre aiuta i propri simili a raggiungere la stessa liberazione.

I monaci buddisti sono maestri ed esempi, ma in nessun modo sono intermediari tra la realtà ultima e l'individuo.

E' praticata la massima tolleranza verso ogni altra religione e filosofia, perché nessuno ha il diritto di di intromettersi nel viaggio del suo prossimo verso la meta.

Il buddismo è un sistema di pensiero, una scienza spirituale e un'arte di vivere, ragionevole e pratica e onnicomprensiva.

Per più di duemila anni ha soddisfatto i bisogni spirituali di circa un terzo dell'umanità. Esercita un fascino per l'occidente perché non ha dogmi precisi, soddisfa al tempo stesso la ragione e il cuore, insiste sulla necessità di fare affidamento su se stessi e d'essere tolleranti verso le altrui opinioni, abbraccia scienza,  filosofia, psicologia, etica e arte, ritiene che l'uomo sia il creatore della propria vita attuale e l'artefice del proprio destino.

Il buddismo non è una religione in senso stretto, in quanto priva dell'idea di un dio-persona e quindi di una teologia.  In tal senso la evoluzione  chan o zen del buddismo  ne è dimostrazione lampante. 

La chiave è la  Presenza Consapevole. Quel continuo stato di essere presenti che viene chiamato autoconsapevolezza, autocoscienza, coscienza osservante, oppure, forse impropriamente, autopresenza.  Come indicò il maestro Tilopa: "Disincagliarsi dalla rete. Chi si aggrappa alla mente non vede la verità che sta oltre la mente. Chi si sforza di praticare il Dharma non trova la verità che è aldilà della pratica. Per conoscere ciò che è aldilà sia della mente che della pratica bisogna tagliare di netto la radice della mente e, nudi, guardare; bisogna abbandonare ogni distinzione e restare tranquilli."
Paolo D'Arpini


La Dea Madre e la danza della natura...

La danza della natura... Bioregionalismo e spiritualità

I popoli arcaici, che si ispiravano al Mito dell’Origine eternamente attuale, interpretavano la vita e la morte quali aspetti inseparabili di un movimento che si ripete ininterrotto, pur senza mai ritornare all’identico. Tale concezione ciclica dell’esistenza si inabissò con l’emergere di una visione lineare, evolutiva, della vita: dal meno al più. Tuttavia essa non è del tutto sparita, giacché continua a vivere nella coscienza degli uomini che, non lasciandosi ingannare dai miraggi di una sedicente civiltà in preda all’illusione di un progresso od evoluzione illimitati, non si allontanano dai valori immutabili della Terra e del Cielo. Tra il 200 e il 1200 d.C. Tiruvalluvar, poeta del Tamil Nadu, scrisse: “Per quanto faccia, il mondo finisce sempre col tornare all’aratro perché l’agricoltura, benché faticosa, è la cosa essenziale” (“Tirukkural”, 1031).
Presso la Tradizione del Sanatana-dharma, la Via degli Avi, uno tra i due percorsi post mortem, vien detta Pitriyana; essa può essere riassunta nel modo che segue: il jiva (l’anima individuata) che sulla Terra abbia ottemperato al proprio dharma personale sale alla sfera della Luna, da dove, dopo aver beneficiato dei meriti accumulati, ritorna a questo mondo come pianta, animale o uomo. Si tratta di una Via che non disperde il jiva nella nescienza, ma nemmeno lo conduce alla Liberazione, poiché lo trattiene nell’ambito di nuovi stati di manifestazione individuati.
Il mondo della Luna (Candraloka) segna la distinzione tra gli stati superiori dell’Essere (non individuati) e quelli inferiori (individuati). La sfera della Luna ineriva quelli che presso il mondo ellenico venivano considerati i Piccoli Misteri. I Grandi Misteri riguardavano la Via del Sole (Devayana). Di ciò ci parla Apuleio nella sua celebre opera “L’asino d’oro”, in cui compare tra l’altro un bellissimo Inno alla Dea.
Il mondo storico, succeduto a quello mitico, ha però frainteso e deformato tale sapienza tradizionale, interpretandola nel senso che la terra-natura-donna va rigettata e capillarmente sfruttata se ci si vuole aprire alle esigenze di una perfettibilità illimitata: dall’ameba, all’anfibio, alla scimmia, all’uomo, al titano... al niente.
Nulla di più falso: soltanto se la Natura viene abbracciata, amata e compresa in quanto realtà inseparabile da noi stessi, essa ci permetterà di accedere agli stati sovraformali dell’Essere o, addirittura, al Risveglio nell’Ineffabile, da cui non c’è ricaduta cieca nella ruota del samsara.
Se ne evince un’enorme disponibilità a confrontarsi con la complessità delle interpretazioni dottrinali e con l’indefinita varietà delle forme. E dire che noi occidentali siamo andati in giro per il mondo per centinaia d’anni – e ancora lo stiamo facendo – ad esportare una civiltà che, nella pretesa di essere unica o, quanto meno, a tutte superiore, ha puntualmente lasciato dietro di sé una scia di distruzione, desolazione e morte.
Se è vero l’insegnamento secondo cui bisogna valutare dai frutti, che cosa ne dobbiamo dedurre? Probabilmente che dobbiamo tornare ad imparare i principi elementari della saggezza: l’Essere che anima questo individuo o che ispira questa lingua è lo stesso che anima la foglia, l’insetto, la stella e che suscita tutte le altre lingue. A livello formale vige la diversità ed una relativa gerarchia, dal punto di vista dell’Essenza, invece, Tutto è Uno.
Subramanyam

Immagine del post: "Dance of Nature" tratta da www.paintstudio.co.in

Cristianesimo giudaico delle origini e redazione dei vangeli "canonici"


Risultati immagini per vangeli canonici


Epifanio, vescovo di Salamina in Cipro (IV sec.D.C.) , sostiene che i primi Cristiani erano chiamati Iessaei (da Iesse, padre di Re Davide,supposto antenato di Gesù) o Nazorei e produssero un "Evangelo secondo gli Ebrei" molto diverso dai Sinottici del Canone(1): il perduto Protomatteo o "Fonte Q". L´apologista Giustino Martire (circa 140-160 D.C.) scrisse il "Syntagma" (Compendio) contro le eresie, purtroppo scomparso. Dalle opere di Giustino che ci rimangono sembra che le Memorie Degli Apostoli cui fa riferimento non fossero identiche ai nostri quattro Vangeli canonici(1).

I Vangeli sono il frutto di un lungo lavoro redazionale , svolto più con un intento catetetico, in modo da venire incontro alle esigenze sociali e di culto delle prime comunità cristiane , che propriamente storico(2) e non possono essere considerati biografia nel senso moderno del termine (3). Il Vangelo di Giovanni pare sia stato composto ad Efeso dal maestro gnostico Cerinto, come ad esempio sostiene nel II secolo Gaio, presbitero di Roma (4).

Senz´altro  i Vangeli stavano assumendo la loro forma attuale proprio nel II secolo: si presume quindi che l´opera di Giustino sulle eresie facesse troppa luce su tutte le controversie che vi furono nelle comunità cristiane primitive in merito al Canone delle Sacre Scritture, perché se ne volesse ancora fare uso(1).

Un´altra delle designazioni dei Nazorei era quella di  EBIONITI (Ebìonìm) o "Poveri Uomini", dall´ebraico "Ebion" che significa appunto "Povero" (un titolo che tra l´altro si attribuivano anche gli Esseni ). Il termine "Ebion", secondo Renan, fu un sinonimo di "Santo" e "Amico di Dio"; il nome di Ebioniti fu per lungo tempo quello dei cristiani giudaizzanti della Batanea e dell´Horan (regioni ad est della Galilea), che restarono fedeli ai primitivi insegnamenti di Gesù, affermando di avere tra di loro i discendenti della Sua Famiglia (5).

Gli Ebioniti speravano in una specie di rivoluzione sociale che avrebbe innalzato il povero al disopra del ricco(1), sostenendo che "solo i poveri saranno salvati" (5). Consideravano Gesù un uomo perfetto, un grande Maestro, figlio carnale di Maria e Giuseppe, che divenne profeta e Cristo (Unto) al Suo Battesimo, quando in Lui discese lo Spirito (1). Gesù sarebbe ritornato come Messia e Re per instaurare sulla Terra un regno millenario di pace, giustizia e prosperità coadiuvato dagli Eletti di Israele(1).

Edoardo Schurè (1841-1924) sostiene che Gesù divenne Figlio di Dio all´atto del Battesimo, quando la colomba, simbolo del Femminino Celeste, o Spirito santo, si librò sul Suo capo e aggiunge che nel primitivo Vangelo Ebraico e nei primi Sinottici si leggeva in merito all´episodio: "Questi è il Mio Figlio prediletto.Oggi Io l´ho generato", cui più tardi si sostituì "in cui ho messo tutto il mio affetto" (6).

L´Ebionismo conservò la tradizione dei primi convertiti dall´insegnamento pubblico di Gesù , basandosi su una raccolta dei Suoi Detti; Egli era sì il Cristo, ma tali sarebbero stati tutti coloro che avessero, come Lui, adempiuto la Legge (la  Torah) e Paolo di Tarso si scontrò con esso nel suo sforzo di uscire dall´esclusivismo giudaico gentilizzando il Cristianesimo (1).

Gli Ebioniti, che evidentemente non avevano alcun concetto trinitario della Divinità, affermavano l´assoluta unità di Dio e l´umanità assoluta di Gesù, l´unità della Creazione, la totale priorità della Legge, in quanto espressione perfetta della volontà di Dio, aborrivano Paolo che consideravano un apostata per le sue posizioni rispetto all´osservanza della Legge da parte dei pagani convertiti (7) e  perché predicava una nuova dottrina, diversa da quella originaria, più adatta al mondo pagano. Prevalse poi la tesi paolina che considerava la Legge superata dalla Grazia e gli Ebioniti si separarono dal resto della comunità che si adeguò alle decisioni di Paolo e del suo cosmopolitismo; tra le loro guide rimasero Giacomo, il fratello del Signore (4) e Simon Pietro, che secondo antichi testi non andò mai a Roma (tesi portata avanti in funzione anti-Cattolica da Voltaire (8) e da frange pentecostali del protestantesimo americano) ma predicò solo in Oriente(1).

Gli Atti Degli Apostoli vennero compilati proprio per riconciliare il disaccordo tra Pietro e Paolo, selezionando e unendo insieme vari Atti più o meno leggendari (1) e per dimostrare una inesistente continuità di Paolo e della Chiesa con Cristo e gli Apostoli, rendendo le divergenze meno gravi di ciò che in realtà furono (4).

Alla fine del II secolo "gli Ebioniti",scrive Renan, "rimasti estranei alla vita delle altre chiese, sono dichiarati eretici e per spiegare il loro nome si inventa un preteso eresiarca di nome Ebion"(5).

Eusebio di Cesarea (ca. 265-ca. 340) riferisce nella sua "Storia Ecclesiastica" che i discendenti di Cristo ,o Desposyni (gente del Maestro), furono a capo di diverse chiese basandosi su una rigida successione dinastica; nel 318 otto loro capi incontrarono personalmente l´allora vescovo di Roma (papa Silvestro) nel Palazzo Laterano, per chiedergli di revocare le nomine dei vescovi di Gerusalemme, Antiochia, Efeso ed Alessandria per affidarle a membri del loro gruppo, nonché a considerare legittima Chiesa Madre quella di Gerusalemme. Le loro richieste furono naturalmente respinte con la motivazione che ormai la Chiesa Madre era a tutti gli effetti quella di Roma e solo essa aveva l´autorità di nominare i suoi vescovi(9).

Tra l´altro i Nazorei non conoscevano per niente il racconto dell´infanzia di Gesù a Nazareth, che venne elaborato più tardi(1): la cittadina infatti non è menzionata negli scritti degli storici e dei geografi prima del III secolo e il termine "Nazareno" deriva dall´ebraico "Nazir" ,che significa "puro", "consacrato a Dio" (nell´Antico Testamento è ben descritto il voto di Nazireato in Numeri 6,1-21 e in Giudici 13,1-7), perciò non si può escludere che il nome di Nazareth sia stato usato successivamente per giustificare un appellativo non più compreso dopo il distacco del Cristianesimo dal Giudaismo (10), o si trattò di un trucco per dissociare il Messia paolino da quello nazoreo(4). Secondo Marcello Craveri "Nazareno" potrebbe anche derivare da "Natzar" (segreto,nascosto) o da "Nèzer" (ramo,rampollo - della Casa di Davide?) o da Nasayà^ (protetto da Dio), ma non certo da Nazareth "che pare non esistesse nemmeno ai tempi di Gesù"(11).

Gli Ebioniti, la cui dottrina riuscì ad estendersi fino alla Persia e ad essere nonostante tutto molto influente in Palestina e Siria, soppravvissero fino al IV secolo assimilando concezioni gnostiche(1).

Molti insegnamenti nazareni furono recepiti dai Nestoriani , dalla Chiesa Celtica e da varie sette mediorientali (9).

 
Ricerca di Alberto Sordi




 

Bibliografia:

(1) G.R.S. Mead   "Gnosticismo e Cristianesimo delle origini"   (Melita)

(2) Enciclopedia Della Letteratura   ,vol.8, voce "Vangeli"  (De Agostini)

(3) Hegel   "Vita di Gesù",introduzione del prof. Paolo Miccoli   (Newton)

(4) David Donnini   "Nuove Ipotesi su Gesù"   (MacroEdizioni)

(5) Ernest Renan   "Vita di Gesù"   (Newton)

(6) Edoardo Schurè   "Il Sogno Della Mia Vita"   (Laterza)

(7) Umberto Delle Donne   "La Torre DiArgilla"   (Filadelfia Editrice)

(8) Voltaire   "Dizionario Filosofico"   (Newton)

(9) M.Baigent/R.Leigh/H.Lincoln   "L´eredità messianica"   (Marco Tropea Editore)

(10) Enciclopedia Nuovissima, vol.III, voce   "Gesù Cristo"

                "                 "        ,  vol.IV, voce  "Nazareth"   (Il Calendario Del Popolo)

(11) "I Vangeli Apocrifi",  a cura di 

Torre Maina - Memoria dell'Equinozio d'Autunno del 2010




"Tanto ti dimentichi sempre tutto".... ed allora per aiutarmi a ricordare almeno un po', ritiro fuori la memoria di un evento di più di 8 anni fa, settembre 2010, equinozio d'autunno e mio 51esimo compleanno. Fu un evento speciale, che suggellava il mio amore con Paolo, era si il mio compleanno, ma per me fu quasi una festa di matrimonio. Eh si, lui erano le prime volte che veniva in Emilia, qualche tempo prima avevamo celebrato il solstizio estivo a casa di Marco, a Ospitaletto. Lui aveva, ha, bisogno di questi eventi, che scandiscono il tempo (anche se facciamo la "Notte senza Tempo") e danno senso alla vita. Ormai questi eventi, negli anni, si confondono un po' nella mia mente, per fortuna che ci sono le foto e i resoconti, che però mai o quasi rileggo, ma nel caso... 

Questo evento però no, non è confondibile con altri, la durata (due giorni), la location (il Luoghetto di Nicola C. che non ho mai ringraziato abbastanza) e tanti tanti amici, venuti da vicino e da lontano:  Lucilla e la sua amica pastora col suo libro fresco di stampa, ma anche Simon Smeraldo e la sua chitarra, e tanti bolognesi, Lucia, Chester, Chicchi, Marisa, Nicola e il suo violoncello, Adriana, Antonella B. oltre a Sabine, David il veterinario, Maurizio T. e le sue galline (solo in foto), Francesca C. e i suoi meravigliosi acquarelli e il gruppo completo di allora di Aria di Stelle, che forse non si chiamava neanche così e un fotografo professionista, Mauro Terzi, con la cugina e mia grande amica Mara, che purtroppo ci fu solo nella seconda giornata ed infatti ci sono foto solo di quella. 

Mi perdonino quelli che non sono nominati. La festa fu anche occasione di disagi e veri e propri scazzi, che forse si potevano evitare, ma forse ci volevano, perché ognuno ha diritto di esprimersi per quel che sente.


Comunque furono due bellissime giornate, almeno per me, piene di amicizia, affetto, interventi interessanti e/o piacevoli, arricchenti. Meritano di essere ricordate. Paolo era pieno di energia e non stava fermo un attimo, per fare tutto il possibile per la buona riuscita dell'evento.

Caterina Regazzi





Link del programma completo della manifestazione:

Nuova speranza per un nuovo anno... secondo Omraam Mikhaël Aïvanhov

Risultati immagini per Follie d'un vecchio anno

"Generalmente il Capodanno vede la gente nelle sale da ballo e nei ritrovi notturni; tutti sono felici di salutare così l’anno nuovo, ed è per questo che lo iniziano fra i divertimenti, i piaceri e le follie. Purtroppo la maggioranza degli uomini non pensa che ci sia qualcosa da studiare, da approfondire, da trasformare; si va incontro all’anno nuovo con la salda speranza che finalmente quell’anno porterà ciò che si desidera: la vincita del primo premio alla lotteria nazionale, il matrimonio con un principe, l’eredità favolosa di una nonna o di uno zio d’America. Si cerca sempre di vivere nell’illusione, e ci si dice: “l’anno nuovo mi porterà questa o quella cosa”, e intanto si spera. 

Ma anche quell’anno passerà come gli altri, e qualche volta perfino peggio. Non si è seminato nulla e ci si attende che qualcosa germogli! Se avete piantato qualcosa avete il diritto di attendervi dei frutti, altrimenti non c’è nulla da sperare. Avete lavorato, avete coltivato la terra (la vostra terra) avete seminato e piantato qualcosa in voi stessi? Se sì, potete sperare che l’anno nuovo apporti gioia, felicità e pace, e se anche non ve le attendete, vi arriveranno. Ma se non avete mai piantato nulla e vivete nella speranza ...che speranza disperata, ve lo assicuro! Perché non è basata su nessuna legge naturale.

L’anno nuovo sembra vergine e fresco come un bimbo... ma non è assolutamente separato da quello vecchio... Di un bambino appena nato si dice che è senza macchia, innocente. Si, ma soltanto in apparenza, poiché quel bimbo, che ha già un legame con i suoi genitori, con i suoi nonni, con i bisnonni, con la società, con lo spirito del secolo, porta in sé le impronte delle vite passate, e un giorno, in una forma o nell’altra, ciò riaffiorerà. L’anno nuovo è vergine, puro e innocente, rivestito di un tessuto di un candore immacolato, ma nel momento in cui entra in contatto con l’uomo, immediatamente si colora: come l’acqua pura che scende dal cielo e che prende il colore del terreno sul quale è obbligata a scorrere.

L’anno che chiamiamo nuovo è quindi già vecchio dal principio, poiché incontra un uomo già vecchio nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti, nelle sue abitudini... che non ha provveduto a pulire i recipienti, le pentole o le brocche con le quali va a raccogliere l’acqua pura dell’anno nuovo. In ogni cucina si apprende che quando si deve versare dell’acqua pulita in un recipiente, si ha cura che questo sia pulito; se non è pulito lo si deve lavare, e a volte perfino raschiare per evitare che l’acqua si sporchi. Perfino i bambini lo sanno. Ma quando si tratta di versare dell’acqua pura nella propria anima, nella propria mente, nel proprio cuore, l’uomo non pensa a pulirsi. 

Non ha afferrato la lezione che applica giornalmente nella sua cucina; non ha compreso che anche nel mondo interiore deve seguire le medesime regole: rifiutare ciò che è sporco e conservare ciò che è puro.

Ora bisogna comprendere meglio l’anno nuovo, bisogna riceverlo con la convinzione profonda che si tratta di un essere vivente e ricco, apportatore di grandi doni, bisogna preparare ampi spazi in se stessi, accuratamente ripuliti, allo scopo di eliminare tutto il vecchiume accumulato nel proprio cuore e nella propria mente. Prima ancora che arrivi, bisogna già fare in sé posto per l’anno nuovo.

La Kabbala ci insegna che ogni giorno è un essere vivente, un essere sensibile che registra ogni nostra attività fisica e psichica. Si può dire quindi che i 365 giorni dell'anno sono come un nastro magnetico sul quale si registra giorno per giorno ciò che è buono o cattivo, ciò che è lieto o triste. Questo nastro magnetico rappresenta tutta la nostra vita durante l'anno. Ora bisogna fare due cose. La prima è tendere verso una méta sublime: realizzare il “Regno del Cielo” sulla terra, consacrando tutte le vostre forze e le vostre capacità alla realizzazione di quella méta. La seconda è essere sempre vigile e coscienti, al fine di osservare se vi avvicinate a quell’ideale oppure se ve ne allontanate. 

L’intelletto, il cuore e la volontà saranno quindi impegnati nella medesima direzione: l’intelletto è sempre perspicace, illuminato, attento, vigile e lucido; il cuore alimenta quell’alto ideale, lo desidera, lo ama ed è costantemente in comunicazione con esso; la volontà si mette al lavoro per servire il cuore e l'intelletto. In tali condizioni, qualunque siano gli ostacoli e le difficoltà, lo spirito dell’uomo trionfa sempre. Se alcuni non riescono a raggiungere realizzazioni interiori, e nemmeno esteriori, ciò vuol dire che le tre potenze Intelletto, cuore e volontà sono disunite. E’ esattamente come in una famiglia: quando il padre parte in una direzione, la madre in un’altra e i figli in un’altra ancora, cosa succede? Quella famiglia si sgretola. Ebbene le stesse leggi esistono nella famiglia interiore: il padre, l'intelletto, la pensa a suo modo; la madre, il cuore, pure ma in maniera del tutto differente e la volontà, cioè i bambini, privi di direzione, commettono sciocchezze. Fate una prova: rimettete ordine in voi stessi, nel vostro intelletto, nel vostro cuore, nella vostra volontà; unite questi tre fattori e dirigeteli verso una medesima méta: compiere la volontà di Dio. Vedrete come cambierà la vostra vita. Ciò non vuol dire che non sarete più scossi da uragani e da terremoti; no, fintanto che si vivrà sulla terra si riceveranno delle scosse, ma quelle passeranno velocemente e non lasceranno più tracce come in passato. La casa resisterà perché sarà fatta con materiali resistenti. 

Prima invece, alla minima scossa, tutto crollava. I tre fattori sono di origine divina, ognuno di essi contiene dei tesori immensi, ed una volta uniti e collegati al Cielo, rimangono in comunicazione costante col Cielo. Indicando loro la stessa méta, le grandi realizzazioni saranno possibili. Quando l’intelletto mette le sue radici nel terreno del Cielo, la luce aumenta ed egli riceve in continuità delle ispirazioni e delle rivelazioni. Quando il cuore è in unione col Cielo dove ha la sua origine, esso beve l’elisir della vita immortale, beve l’amore ed è sempre in uno stato di meraviglia e di rapimento; così diviene vasto come l’universo. E la volontà pure, che viene costantemente sollecitata, unita al Cielo diventa talmente potente da abbattere tutti gli ostacoli."

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Immagine correlata

Antologia per un nuovo anno


"Finestra aperta spazio-temporale.."

Caro Paolo, per "chiudere" l'anno in bellezza, ho pensato di raccogliere alcune tue "citazioni" da me conservate nel corso di questi anni in cui abbiamo mantenuto un solido e vivace scambio epistolare! La ricchezza di ogni giorno si manifesta anche in tutti quei pensieri e parole che siamo in grado di offrire a tutti coloro con i quali condividiamo il momento presente, quell'attimo tangibile sussurrato dalla dimensione umana, tra Cielo e Terra! 
Auguri a te e a tutti i lettori del Giornaletto di Saul.

Antonella Pedicelli

………

L'importanza del nome

"Mia cara, hai perfettamente ragione sul nome ma anche quello fa parte del destino che ci portiamo appresso. Pensa che da ragazzo rifiutavo il mio nome Paolo perché pensavo che significasse "piccolo" ci ho
messo 30 anni a capire il vero! Tutto passa attraverso il nome è per questo che il mantra ha una così grande forza, quando si ripete OM NAMAH SHIVAYA si evoca il nome più intimo, il nome del Sé."
(13/09/2008)


Raccolta di cicche a Calcata

"Carissima Antonella, ti ricordi un altro giro di giostra di Terzani? Sembra di andare avanti così giorno per giorno con le cose che succedono senza sapere né perché né come... Un passo dopo l'altro, giornate che finiscono appena cominciate, pensieri arruffati ed allo stesso tempo indifferenza, distacco. Stasera mi sono fermato in piazza con il nipotino Sava ci siamo messi a giocare alla raccolta delle cicche per terra, con le scope e la paletta, lui spingeva ed io impalettavo. Così abbiamo recuperato un centinaio di cicche forse più. Mi sembrava di recuperare pezzi di coscienza "artefatta", cicche incastrate nei buchi delle scale della chiesa per non farle vedere all'occhio, eppure malgrado la vergogna del mostrare le cicche erano lì belle stipate, quindi il senso di colpa non aveva impedito l'occultamento del senso di colpa. Insomma abbiamo fatto un'opera di recupero della coscienza e la cosa più bella è stata il non aver intenzioni, non pensare che stavamo pulendo dove altri avevano sporcato, anzi la caccia alla cicca ci ha allertati i sensi e resi vigili e desiderosi di trovare tutte le cicche nascoste."
(23/09/2008)

Un giorno come un altro

"Ecco, di ritorno al paese vecchio di Calcata, vado a governare la maiala  (che noto un po' dimagrita), recupero un vecchio tronchetto che stava marcendo, è di un nocciolo secco che era legato ad un cancelletto nel recinto dove c'era la somara Fantina (anche Fantina è morta… da tanto tempo), con il legno sotto al braccio passo nella piazza, oggi è sabato ma l'afflusso turistico è quasi assente, un piccolo capannello all'angolo, la macchina di servizio dei carabinieri, i soliti cani randagi che stazionano sull'asfalto, gli eterni lavori di restauro e rifacimento dell'impiantito che mai finiscono…. Per fortuna i miei due gatti sembrano ignorare tutto questo turbinio di pensieri, per loro è un giorno come un altro, quando arrivo mi accolgono stiracchiandosi al sole… è arrivato il momento della colazione… finalmente!"
(25/02/2009)

Autoconoscenza...

"Lo scopo dello scritto era quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa. Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire alcuni aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono."
26/04/2009

(Citazioni di Paolo D’Arpini, da varia corrispondenza intercorsa con Antonella Pedicelli negli anni 2008 e 2009)

La moneta "impura" e la "mitezza" di Cristo nella Spelunca Latronum


"Ogni tanto dalle "sacre" scritture traspare uno spiraglio di luce.." (G.V.)



Risultati immagini per Spelunca Latronum

Qual era la moneta con la quale venivano riscosse le decime e versate le offerte nel Gran Tempio di Gerusalemme all’epoca di Cristo?

Secondo quanto stabilito dai sommi sacerdoti, in osservanza delle norme religiose giudaiche, queste non potevano essere pagate mediante le varie monete coniate dai popoli non-ebrei, in quanto considerate appunto, impure.

Per ovviare al problema, naturalmente, e con il consenso (o su iniziativa?) delle autorità religiose medesime, si era ben pensato di offrire ai fedeli-pellegrini, un appropriato servizio di cambiavalute nell’area antistante il Tempio, previa, va da sé, appropriata percentuale sul cambio –più o meno adeguato- delle monete stesse.

Si era sempre alle solite: CAMBI DELLA MONETA E MURO DEL PIANTO, PIANTO SUL MURO, MURO DI PIANTO, PIANTO DI MURI, PIANGO SEMPRE DI PIU’ COSI’ CREDERAI A TUTTO QUELLO CHE TI METTO DA VEDERE… ECC.

Per MITEZZA o mansuetudine, non deve ritenersi un atteggiamento remissivo verso ogni provocazione, bensì il TERMINE MEDIO (non matematico) fra due opposte reazioni ad essa, in conformità alla sua definizione e circoscrizione come stabilita una volta per tutte da ARISTOTELE, (Ut ait Philosophus).

Essere miti non equivale a dover sopportare ogni cosa, compreso l’insopportabile, perché si cadrebbe nel vizio deleterio dell’indolenza, mentre lasciarsi prendere dall’ira per ogni sciocchezza, è ugualmente riprorevole, rappresentando l’eccesso opposto.

La virtù della MITEZZA consiste quindi nella capacità di assegnare il giusto valore a quei fatti che devono suscitare in noi una dovuta reazione di sdegno e di conseguenza un’ira che sarebbe disonorevole non provare.

Essere mite, corrisponde quindi all’avere il retto senso di adirarsi nelle situazioni che lo richiedono, e con i veri responsabili dei fatti che in quelle situazioni si determinano.

Alla luce di queste doverose premesse, andiamo ora ad analizzare l’episodio evangelico della CACCIATA DEI MERCANTI DAL TEMPIO OVVERO LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO, come riportato in Mc 11, 15-19; Mt 21, 12-17; Lc 19, 45-48; Gv 2, 12-25; nella versione più specifica nei dettagli che ne dà la mistica Maria Valtorta, nella sua complessa opera (Il Poema dell’Uomo-Dio), da considerare con attenzione e senza pregiudizi, fosse anche solamente per le osservazioni di carattere geografico e geologico del Medio Oriente antico nonché i riscontri storici ed archeologici in essa riportate, con una dovizia tale di particolari riscontrabili, da non poter certo essere attribuiti alle fantasie di una mente esaltata dal fanatismo.

Coloro i quali vorranno avere la bontà e la pazienza di leggere il brano fino in fondo, noteranno come l’autrice descriva lucidamente UNA BORSA NERA, OPERAZIONI DI STROZZINAGGIO, INTERESSI, USURA E USURAI, TRUFFA, INGANNO, VIOLENZA (E RAZZISMO INTER-RAZZIALE CONTRO I NON-GIUDEI i.e. CONTRO I GALILEI, tanto per rammentare i loro VIZI ORIGINALI a tutti quelli della loro razza che esercitano l’arte del FRIGNAMENTO ANTIRAZZISTA per mestiere da… sempre)

53. La cacciata dei mercanti dal Tempio. Gv 2, 12-25

Vedo Gesù che entra con Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo, Filippo e Bartolomeo, nel recinto del Tempio. Vi è grandissima folla entro e fuori di esso. Pellegrini che giungono a frotte da ogni parte della città.

Dall'alto del colle, su cui il Tempio è costruito, si vedono le vie cittadine, strette e contorte, formicolare di gente. Pare che fra il bianco crudo delle case si sia steso un nastro semovente dai mille colori. Si, la città ha l'aspetto di un bizzarro giocattolo, fatto di nastri variopinti fra due fili bianchi e tutti convergenti al punto dove splendono le cupole della Casa del Signore. Nell'interno poi è... una vera fiera. Ogni raccoglimento di luogo sacro è annullato. Chi corre e chi chiama, chi contratta gli agnelli e urla e maledice per il prezzo esoso, chi spinge le povere bestie belanti nei recinti (sono rudimentali divisioni di corde o di pioli, al cui ingresso sta il mercante, o proprietario che sia, in attesa dei compratori). Legnate, belati, bestemmie, richiami, insulti ai garzoni non solleciti nelle operazioni di adunata e di cernita delle bestie e ai compratori che lesinano sul prezzo o che se ne vanno, maggiori insulti a quelli che, previdenti, hanno portato, di loro, l'agnello.

Intorno ai banchi dei cambiavalute, altro vocio. Si capisce che, non so se in ogni momento o in questo pasquale, si capisce che il Tempio funzionava da... Borsa, e borsa nera. Il valore delle monete non era fisso.

Vi era quello legale, di certo vi sarà stato, ma i cambiavalute ne imponevano un altro, appropriandosi di un tanto, messo a capriccio, per il cambio delle monete. E le assicuro che non scherzavano nelle operazioni di strozzinaggio!... Più uno era povero e veniva da lontano, e più era pelato. I vecchi più dei giovani, quelli provenienti da oltre Palestina più dei vecchi.

Dei poveri vecchierelli guardavano e riguardavano il loro peculio, messo da parte con chissà che fatica in tutta l'annata, se lo levavano e se lo rimettevano in seno cento volte, girando dall'uno all'altro cambiavalute, e finivano magari per tornare dal primo, che si vendicava della loro iniziale diserzione aumentando l'aggio del

cambio... e le grosse monete lasciavano, tra dei sospiri, le mani del proprietario e passavano fra le grinfie dell'usuraio e venivano mutate in monete più spicciole. Poi altra tragedia di scelte, di conti e di sospiri davanti ai venditori di agnelli, i quali, ai vecchietti mezzi ciechi, appioppavano gli agnelli più grami.

Vedo tornare due vecchietti, lui e lei, spingendo un povero agnelletto che deve esser stato trovato difettoso dai sacrificatori. Pianti, suppliche, mali garbi, parolacce si incrociano senza che il venditore si commuova.

«Per quello che volete spendere, galilei, è fin troppo bello quanto vi ho dato. Andatevene! O aggiungete altri cinque denari per averne uno più bello».

«In nome di Dio! Siamo poveri e vecchi! Vuoi impedirci di fare la Pasqua, che è l'ultima forse? Non ti basta quello che hai voluto per una piccola bestia?».

«Fate largo, lerciosi.» Viene a me Giuseppe l'Anziano. Mi onora della sua preferenza. «Dio sia con te! Vieni, scegli!»

Entra nel recinto, e prende un magnifico agnello, quello che è chiamato Giuseppe l'Anziano, ossia il d'Arimatea. Passa pomposo nelle vesti e superbo, senza guardare i poverelli gementi alla porta, anzi all'apertura del recinto. Li urta quasi, specie quando esce coll'agnello grasso e belante. Ma anche Gesù è ormai vicino. Anche Lui ha fatto il suo acquisto, e Pietro, che probabilmente ha contrattato per Lui, si tira dietro un agnello discreto. Pietro vorrebbe andare subito verso il luogo dove si sacrifica. Ma Gesù piega a destra, verso i due vecchietti sgomenti, piangenti, ndecisi, che la folla urta e il venditore insulta.

Gesù, tanto alto da avere il capo dei due nonnetti all'altezza del cuore, pone una mano sulla spalla della donna e chiede:

«Perché piangi, donna?».

La vecchietta si volge e vede questo giovane alto, solenne nel suo bell'abito bianco e nel mantello pure di neve, tutto nuovo e mondo. Lo deve scambiare per un dottore sia per la veste che per l'aspetto e, stupita perché dottori e sacerdoti non fanno caso alla gente né tutelano i poveri contro l'esosità dei mercanti, dice le ragioni del loro pianto. Gesù si rivolge all'uomo degli agnelli:

«Cambia questo anello a questi fedeli. Non è degno dell'altare, come non è degno che tu ti approfitti di due vecchierelli perché deboli e indifesi».

«E Tu chi sei?».

«Un giusto».

«La tua parlata e quella dei compagni ti dicono galileo. Può esser mai in Galilea un giusto?».

«Fa' quello che ti dico e sii giusto tu».

«Udite! Udite il galileo difensore dei suoi pari! Egli vuole insegnare a noi del Tempio!». L'uomo ride e beffeggia, contraffacendo la cadenza galilea, che è più cantante e più ricca di dolcezza della giudiaca, almeno così mi pare.

Della gente si fa intorno, e altri mercanti e cambiavalute prendono le difese del consocio contro Gesù. Fra i presenti vi sono due o tre rabbini ironici. Uno di questi chiede:

«Sei Tu dottore?» in un modo tale da far perdere la pazienza a Giobbe.

«Lo hai detto».

«Che insegni?».

«Questo insegno: a rendere la Casa di Dio casa di orazione e non un posto d'usura e di mercato. Questo insegno».

Gesù è terribile. Pare l'arcangelo posto sulla soglia del Paradiso perduto. Non ha spada fiammeggiante fra le mani, ma ha i raggi negli occhi, e fulmina derisori e sacrileghi. In mano non ha nulla. Solo la sua santa ira. E con questa, camminando veloce e imponente fra banco e banco, sparpaglia le monete così meticolosamente

allineate per qualità, ribalta tavoli e tavolini, e tutto cade con fracasso al suolo fra un gran rumore di metalli rimbalzanti e di legni percossi e grida di ira, di sgomento e di approvazione. Poi, strappate di mano, a dei garzoni dei bestiai, delle funi con cui essi tenevano a posto bovi, pecore e agnelli, ne fa una sferza ben dura,

in cui i nodi per formare i lacci scorsoi divengono flagelli, e l'alza e la rotea e l'abbassa, senza pietà. Sì, le assicuro: senza pietà.

La impensata grandine percuote teste e schiene. I fedeli si scansano ammirando la scena; i colpevoli, inseguiti fino alla cinta esterna, se la dànno a gambe lasciando per terra denaro e indietro bestie e bestiole in un grande arruffio di gambe, di corna, di ali; chi corre, chi vola via; e muggiti, belati, scruccolii di colombe e

tortore, insieme a risate e urla di fedeli dietro agli strozzini in fuga, soverchiano persino il lamentoso coro degli agnelli, sgozzati in un altro cortile di certo.

Accorrono sacerdoti insieme a rabbini e farisei. Gesù è ancora in mezzo al cortile, di ritorno dal suo inseguimento. La sferza è ancora nella sua mano.

«Chi sei? Come ti permetti fare questo, turbando le cerimonie prescritte? Da quale scuola provieni? Noi non ti conosciamo, né sappiamo chi sei».

«Io sono Colui che posso. Tutto Io posso. Disfate pure questo Tempio vero ed Io lo risorgerò per dar lode a Dio. Non Io turbo la santità della Casa di Dio e delle cerimonie, ma voi la turbate permettendo che la sua dimora divenga sede agli usurai e ai mercanti. La mia scuola è la scuola di Dio. La stessa che ebbe tutto Israele per bocca dell'Eterno parlante a Mosè. Non mi conoscete? Mi conoscerete. Non sapete da dove Io vengo? Lo saprete».

E, volgendosi al popolo senza più curarsi dei sacerdoti, alto nell'abito bianco, col mantello aperto e fluente dietro le spalle, a braccia aperte come un oratore nel più vivo della sua orazione, dice:

«Udite, voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: (Deuteronomio 16, 18-20; 18, 1-2; 23, 20-21) "Tu costituirai dei giudici e dei magistrati a tutte le porte... ed essi giudicheranno il popolo con giustizia, senza propendere da nessuna parte. Tu non avrai riguardi personali, non accetterai donativi, perché i donativi accecano gli occhi dei savi ed alterano le parole dei giusti. Con giustizia seguirai ciò che è giusto per vivere e possedere la terra che il Signore Iddio tuo ti avrà data". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: "I sacerdoti e i leviti e tutti quelli della tribù di Levi non avranno parte né eredità col resto di Israele, perché devono vivere coi sacrifizi del Signore e colle offerte che a Lui sono fatte; nulla avranno tra i possessi dei loro fratelli, perché il Signore è la loro eredità". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: " Non presterai ad interesse al tuo fratello né denaro, né grano, né qualsiasi altra cosa. Potrai prestare ad interesse allo straniero; al tuo fratello, invece, presterai senza interesse quello che gli bisogna".

Questo ha detto il Signore.

Ora voi vedete che senza giustizia verso il povero si siede in Israele. Non nel giusto, ma nel forte si propende, ed esser povero, esser popolo, vuol dire esser oppresso. Come può il popolo dire: "Chi ci giudica è giusto" se vede che solo i potenti sono ispettati e ascoltati, mentre il povero non ha chi lo ascolti? Come può il popolo rispettare il Signore, se vede che non lo rispettano coloro che più dovrebbero farlo? È rispetto al

Signore la violazione del suo comando? E perché allora i sacerdoti in Israele hanno possessi e accettano donativi da pubblicani e peccatori, i quali così fanno per aver benigni i sacerdoti, così come questi fanno per aver ricco scrigno?

Dio è l'eredità dei suoi sacerdoti. Per essi, Egli, il Padre di Israele, è più che mai Padre e provvede al cibo come è giusto. Ma non più di quanto sia giusto. Non ha promesso ai suoi servi del Santuario borsa e possessi. Nell'eternità avranno il Cielo per la loro giustizia, come lo avranno Mosè e Elia e Giacobbe e Abramo, ma su

questa terra non devono avere che veste di lino e diadema di incorruttibile oro: purezza e carità; e che il corpo sia servo allo spirito che è servo del Dio vero, e non sia il corpo colui che è signore sullo spirito e contro Dio.

M'è stato chiesto con quale autorità Io faccio questo. Ed essi con quale autorità profanano il comando di Dio e all'ombra delle sacre mura permettono usura contro i fratelli di Israele, venuti per ubbidire al comando divino? M'è stato chiesto da quale scuola Io provengo, ed ho risposto: " Dalla scuola di Dio ". Si, Israele. Io vengo e ti riporto a questa scuola santa e immutabile.

Chi vuol conoscere la Luce, la Verità, la Vita, chi vuole risentire la Voce di Dio parlante al suo popolo, a Me venga. Avete seguito Mosè attraverso i deserti, o voi di Israele. Seguitemi, ché Io vi porto, attraverso a ben più tristo deserto, incontro alla vera Terra beata. Per mare aperto al comando di Dio, ad essa vi traggo.

Alzando il mio Segno, da ogni male vi guarisco. L'ora della Grazia è venuta. L'hanno attesa i Patriarchi e sono morti nell'attenderla. L'hanno predetta i Profeti e sono morti con questa speranza. L'hanno sognata i giusti e sono morti confortati da questo sogno. Ora è sorta. Venite. "

Il Signore sta per giudicare il suo popolo e per fare misericordia ai suoi servi ", come ha promesso per bocca di Mosè».

La gente, assiepata intorno a Gesù, è rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo. Poi commenta le parole del nuovo Rabbi e interroga i suoi compagni.

Gesù si avvia verso un altro cortile, separato da questo da un porticato. Gli amici lo seguono e la visione ha fine.

G. Bonconte Montefeltro - montefeltro@hotmail.it 

Storia degli schiavi bianchi in Africa

Risultati immagini per schiavi bianchi in Africa

Gli storici  hanno studiato tutti gli aspetti della schiavitù degli africani ad opera dei bianchi, ma hanno ampiamente ignorato la schiavitù dei bianchi da parte dei nord africani. Quella degli schiavi cristiani con padroni musulmani è una storia accuratamente documentata e scritta chiaramente di ciò che il prof Davis chiama «l’altra schiavitù», sviluppatasi all’incirca nello stesso periodo del commercio transatlantico, e che ha devastato centinaia di comunità costiere europee. Nel pensiero dei bianchi di oggi, la schiavitù non ha minimamente il ruolo centrale che ha tra neri, ma non perché sia stato un problema di breve durata o di scarsa importanza. La storia della schiavitù mediterranea è, infatti, altrettanto fosca delle più tendenziose descrizioni della schiavitù americana.

Nel XVI secolo, gli schiavi bianchi razziati dai musulmani furano più numerosi degli africani deportati nelle Americhe.

Un commercio all’ingrosso

La Costa dei Barbari, che si estende dal Marocco fino all’attuale
Libia, fu sede di una fiorente industria del rapimento di esseri umani
dal 1500 fino al 1800 circa. Le grandi capitali del traffico di
schiavi furono Salé in Marocco, Tunisi, Algeri e Tripoli, e durante la
maggior parte di questo periodo le marine europee erano troppo deboli
per opporre più che una resistenza simbolica.

Il traffico transatlantico dei neri era puramente commerciale, ma per
gli arabi, i ricordi delle crociate e la rabbia per essere stati
espulsi dalla Spagna nel 1492 sembrano aver determinato una campagna
di rapimenti dei cristiani, quasi simile ad una Jihad.

«È stato forse questo pungolo della vendetta, contrapposto alle
amichevoli contrattazioni della piazza del mercato, che ha reso gli
schiavisti islamici tanto più aggressivi e inizialmente (potremmo
dire) più prosperi nel loro lavoro rispetto ai loro omologhi
cristiani», scrive il professor Davis.

Durante i secoli XVI e XVII furono condotti più schiavi verso sud
attraverso il Mediterraneo che verso ovest attraverso l’Atlantico.
Alcuni furono restituiti alle loro famiglie in cambio di un riscatto,
alcuni furono utilizzati per lavoro forzato in Africa del Nord e i
meno fortunati morirono di fatica come schiavi nelle galere.
Ciò che più colpisce circa le razzie barbaresche è la loro ampiezza e
la loro portata. I pirati rapivano la maggior parte dei loro schiavi
intercettando imbarcazioni, ma organizzavano anche enormi assalti
anfibi che praticamente spopolavano parti della costa italiana.
L’Italia è il bersaglio più apprezzato, in parte perché la Sicilia è
solo a 200 km da Tunisi, ma anche perché non aveva un governo centrale
forte che potesse resistere all’invasione.

Grandi incursioni spesso non incontrarono alcuna resistenza

Quando i pirati hanno saccheggiato Vieste nell’Italia meridionale nel
1554, ad esempio, rapirono uno stupefacente totale di 6.000
prigionieri. Gli algerini presero7.000 schiavi nel Golfo di Napoli nel
1544, un raid che fece crollare il prezzo degli schiavi a tal punto
che si diceva che si poteva «scambiare un cristiano per una cipolla».
Anche la Spagna subì attacchi su larga scala. Dopo un raid su Grenada
nel 1556, che fruttò 4.000 uomini, donne e bambini, si diceva che
«piovevano cristiani su Algeri». Si può calcolare che per ognuno di
questi grandi raid ce ne siano stati dozzine di minori.

La comparsa di una grande flotta poteva far fuggire l’intera
popolazione nell’entroterra, svuotando le regioni costiere.

Nel 1566, un gruppo di 6.000 turchi e corsari attraversarono il mare
Adriatico e sbarcarono a Francavilla. Le autorità non erano in grado
di fare nulla e raccomandarono l’evacuazione completa, lasciando ai
turchi il controllo di più di 1300 chilometri quadrati di villaggi
abbandonati fino a Serracapriola.

Quando apparivano i pirati, la gente spesso fuggiva dalla costa per
andare alla città più vicina, ma il Professor Davis spiega che questa
non era sempre una buona strategia: «più di una città di medie
dimensioni, affollata di profughi, si trovò nell’impossibilità di
sostenere un assalto frontale di molte centinaia di corsari e reis
[capitano dei corsari] che altrimenti avrebbero dovuto cercare schiavi
a poche dozzine per volta lungo le spiagge e sulle colline, potevano
trovare un migliaio o più di prigionieri comodamente raccolti in un
unico luogo per essere presi.»

I pirati tornavano continuamente a saccheggiare lo stesso territorio.
Oltre a un numero molto maggiore di piccole incursioni, la costa
calabra subì le seguenti depredazioni, sempre più gravi in meno di
dieci anni: 700 persone catturate in un singolo raid nel 1636, un
migliaio nel 1639 e 4.000 nel 1644.

Durante il XVI e XVII secolo, i pirati installarono basi
semi-permanenti sulle isole di Ischia e Procida, quasi all’imboccatura
del Golfo di Napoli, da cui organizzavano il loro traffico
commerciale.

Quando sbarcavano sulla riva, i corsari musulmani non mancavano di
profanare le chiese. Spesso rubavano le campane, non solo perché il
metallo aveva valore, ma anche per ridurre al silenzio la voce
inconfondibile del cristianesimo.

Nelle più frequenti piccole incursioni, un piccolo numero di barche
operavano furtivamente, piombando sugli insediamenti costieri nel
cuore della notte per catturare gli uomini «tranquilli e ancora nudi
nel loro letto». Questa pratica diede origine alla moderna espressione
siciliana, pigliato dai turchi, [in italiano nel testo], che significa
essere colto di sorpresa, addormentato o sconvolto.

La predazione costante provocava un terribile numero di vittime

Le donne erano più facili da catturare degli uomini, e le regioni
costiere potevano perdere rapidamente tutte le loro donne in età
fertile. I pescatori avevano paura di uscire, e si prendeva il mare
solo in convogli. Infine, gli italiani abbandonarono gran parte delle
loro coste. Come ha spiegato il Professor Davis, alla fine del XVII
secolo «la penisola italiana era preda dei corsari di Barberia da più
di due secoli, e le popolazioni costiere si erano ritirate in gran
parte nei villaggi fortificati sulle colline o in città più grandi
come Rimini, abbandonando chilometri di coste, una volta popolate, a
vagabondi e filibustieri.

È solo verso il 1700 che gli italiani riuscirono a impedire le
imponenti incursioni di terra, anche se la pirateria sui mari continuò
senza ostacoli.

La pirateria indusse la Spagna e soprattutto l’Italia ad allontanarsi
dal mare e perdere la loro tradizione di commercio e di navigazione,
con effetti devastanti: «Almeno per l’Iberia e l’Italia, il XVII
secolo ha rappresentato un periodo oscuro in cui le società spagnola e
italiana non erano più che l’ombra di quello che erano state durante
le epoche d’oro precedenti».

Alcuni pirati arabi erano abili navigatori d’alto mare e
terrorizzavano i cristiani fino ad una distanza di 1600 km. Uno
spettacolare raid in Islanda nel 1627 fruttò quasi400 prigionieri.
L’Inghilterra era stata una formidabile potenza di mare dal tempo di
Francis Drake, ma per tutto il XVII secolo, i pirati arabi operarono
liberamente nelle acque britanniche, entrando persino nell’estuario
del Tamigi a fare catture e incursioni sulle città costiere. In soli
tre anni, dal 1606 al 1609, la Marina britannica ha riconosciuto di
aver perso non meno di 466 navi mercantili inglesi e scozzesi a causa
dei corsari algerini. Nel metà del Seicento, gli inglesi erano
impegnati in un attivo traffico trans-atlantico dei neri, ma molti
equipaggi inglesi divennero proprietà dei pirati arabi.

Vita sotto la frusta

Gli attacchi di terra potevano essere molto fruttuosi, ma erano più
rischiosi delle catture in mare. Le navi erano quindi la principale
fonte di schiavi bianchi. A differenza delle loro vittime, le navi dei
corsari avevano due mezzi di propulsione: gli schiavi delle galee
oltre alle vele. Ciò  significava che potevano avanzare a remi verso
un’imbarcazione ferma per la bonaccia e attaccarla quando volevano.
Avevano molte bandiere diverse, così quando navigavano potevano issare
quella che meglio poteva ingannare le prede.

Una nave mercantile di buone dimensioni poteva trasportare circa 20
marinai abbastanza sani da poter sopportare qualche anno nelle galere,
e i passeggeri erano generalmente buoni per ottenere un riscatto. I
nobili e i ricchi mercanti erano prede allettanti, così come gli
ebrei, che potevano generalmente fornire un forte riscatto da parte
dei loro correligionari. Anche alti dignitari del clero erano preziosi
perché il Vaticano era solito pagare qualsiasi prezzo per sottrarli
alle mani degli infedeli.

All’arrivo di pirati, spesso i passeggeri si toglievano i vestiti
belli e tentavano di vestirsi il più poveramente possibile, nella
speranza che loro rapitori li restituissero alla loro famiglia per un
riscatto modesto. Lo sforzo era inutile se i pirati torturavano il
capitano per avere informazioni sui passeggeri. Era inoltre
consuetudine far spogliare gli uomini, sia per cercare oggetti di
valore cuciti nei vestiti, sia per verificare che non ci fossero ebrei
circoncisi travestiti da cristiani.

Se i pirati erano a corto di schiavi per le galee, potevano mettere
immediatamente al lavoro alcuni dei loro prigionieri, ma i prigionieri
erano solitamente messi nella stiva per il viaggio di ritorno. Erano
ammassati, potevano a malapena muoversi in mezzo a sporcizia, fetore e
parassiti, e molti morivano prima di raggiungere il porto.
All’arrivo in Nord Africa, era d’uso far sfilare per le strade i
cristiani appena catturati, affinché la gente potesse schernirli e i
bambini coprirli di immondizia.

Al mercato degli schiavi, gli uomini erano costretti a saltellare per
dimostrare che non erano zoppi, e gli acquirenti spesso li volevano
far mettere nudi per vedere se erano in buona salute. Ciò permetteva
anche di valutare il valore sessuale di uomini e donne; le concubine
bianche avevano grande valore, e tutte le capitali dello schiavismo
avevano una fiorente rete omosessuale. Gli acquirenti che speravano di
fare rapidi guadagni con un forte riscatto, esaminavano lobi delle
orecchie per trovare segni di piercing, che era un’indicazione della
ricchezza. Inoltre si usava guardare i denti per vedere se fossero in
grado di sopportare un duro regime di schiavo.
Il Pasha,  cioè il governatore della regione, riceveva una certa
percentuale di schiavi come una forma di imposta sul reddito. Questi
erano quasi sempre uomini e diventavano proprietà del governo,
piuttosto che proprietà privata. A differenza degli schiavi privati
che solitamente si imbarcavano con il loro padrone, questi vivevano
nei «bagni», come erano chiamati i negozi di schiavi del Pascià. Agli
schiavi pubblici venivano solitamente rase la testa e la barba come
ulteriore umiliazione, in un tempo in cui la capigliatura e la barba
erano una parte importante dell’identità maschile.

La maggior parte di questi schiavi pubblici trascorrevano il resto
della propria vita come schiavi sulle galee, ed è difficile immaginare
un’esistenza più miserabile. Gli uomini erano incatenati tre, quattro
o cinque ad ogni remo, e anche le loro caviglie erano incatenate
insieme. I rematori non lasciavano mai il loro remo, e quando veniva
loro concesso di dormire, dormivano sul loro banco. Gli schiavi
avrebbero potuto spingersi a vicenda per defecare in un’apertura dello
scafo, ma spesso erano troppo esausti o scoraggiati per muoversi e si
liberavano sul posto. Non avevano alcuna protezione contro il sole
cocente del Mediterraneo, e il loro padrone sfregiava le schiene già
provate con lo strumento di incoraggiamento preferito del padrone di
schiavi: un pene di bue allungato o “nerbo di bue”. Non c’era quasi
nessuna speranza di fuga o di aiuto; il compito dello schiavo era
quello di ammazzarsi di fatica – principalmente in incursioni per
catturare altri disgraziati come lui – e suo padrone lo gettava in
mare al primo segno di malattia grave.

Quando la flotta pirata era in porto, gli schiavi vivevano nel “bagno”
e facevano tutti i lavori sporchi, pericolosi o estenuanti che il
Pasha ordinava. Lavori consueti erano tagliare e trascinare pietre,
dragare il porto, o lavori dolorosi. Gli schiavi che si trovavano
nella flotta del sultano turco non avevano nemmeno quella scelta.
Erano spesso in mare per mesi di fila e restavano incatenati a loro
remi anche al porto. Le loro barche erano prigioni a vita.
Altri schiavi sulla Costa dei Barbari avevano i lavori più vari.
Spesso svolgevano lavori domestici o agricoli del genere che noi
associamo alla schiavitù in America, ma quelli che avevano qualche
competenza venivano spesso affittati dai loro proprietari. Alcuni
proprietari mandavano in giro i loro schiavi durante il giorno con
l’ordine di tornare la sera con una certa quantità di soldi, sotto
pena di essere duramente picchiati. I padroni sembravano aspettarsi un
profitto di circa il 20% sul prezzo di acquisto. Qualunque cosa
facessero, a Tunisi e Tripoli, gli schiavi dovevano tenere un anello
di ferro attorno a una caviglia e una catena di 11 o 14 kg di peso.
Alcuni proprietari mettevano i loro schiavi bianchi a lavorare in
fattorie lontane verso l’interno, dove correvano un altro rischio: la
cattura e una nuova schiavitù dalle incursioni berbere. Questi
infelici probabilmente non avrebbero mai più visto un altro europeo
per il resto della loro breve vita.

Il Professor Davis osserva che non c’era nessun ostacolo alla
crudeltà: «Non c’era alcuna forza equivalente per proteggere lo
schiavo dalla violenza del suo padrone: nessuna legge locale  contro
la crudeltà, nessuna opinione pubblica benevola e raramente pressioni
efficaci da parte di stati stranieri».

Gli schiavi bianchi non erano solo merci, erano infedeli e meritavano
tutte le sofferenze che il padrone infliggeva loro.

Il Professor Davis osserva che «tutti gli schiavi vissuti nei “bagni”
e sopravvissuti per scrivere le loro esperienze, hanno sottolineato la
crudeltà e la violenza endemica che vi venivano praticate». La
punizione preferita era fustigazione, in cui un uomo veniva messo
sulla schiena con le caviglie legate per essere battuto a lungo sulle
piante dei piedi.

Uno schiavo poteva ricevere fino a 150 o 200 colpi, che potevano
lasciarlo storpiato. La violenza sistematica trasformava molti uomini
in automi.

Gli schiavi cristiani erano spesso così numerosi e così a buon mercato
che non c’era alcun interesse ad occuparsene; molti proprietari li
facevano lavorare fino alla morte e poi li rimpiazzavano.
Gli schiavi pubblici contribuivano anche ad un fondo per mantenere i
sacerdoti del bagno. Era un’epoca molto religiosa e anche nelle
condizioni più terribili gli uomini volevano avere la possibilità di
confessarsi e, soprattutto, di ricevere l’estrema unzione. C’era quasi
sempre un sacerdote prigioniero o due nel bagno, ma perché fosse
disponibile per i suoi compiti religiosi, gli altri schiavi dovevano
contribuire e riscattare il suo tempo al pasha. Alcuni schiavi di
galee dunque non avevano più niente per comprare cibo o vestiti,
sebbene in certi periodi degli europei liberi che vivevano nelle città
della Costa dei Barbari contribuissero al mantenimento dei sacerdoti.
Per alcuni la schiavitù diventava più che sopportabile. Alcuni
mestieri, in particolare quello del costruttore di navi, erano così
ricercati che un proprietario poteva premiare il suo schiavo con una
villa privata e delle amanti. Anche alcuni residenti del bagno
riuscivano a sfruttare l’ipocrisia della società islamica e a
migliorare la propria condizione. La legge vietava rigorosamente ai
musulmani il commercio di alcol, ma era più indulgente con i musulmani
che si limitavano a consumarlo. Schiavi intraprendenti organizzarono
delle taverne nei bagni e alcuni facevano la bella vita servendo i
bevitori musulmani.

Un modo per alleggerire il peso della schiavitù era «prendere il
turbante» e convertirsi all’islam. Questo esentava dal servizio nelle
galere, dai lavori faticosi e qualche altra vessazione indegna di un
figlio del Profeta, ma non faceva cessare la condizione di schiavo.
Uno dei compiti dei sacerdoti dei bagni era quello di impedire agli
uomini disperati di convertirsi, ma la maggior parte degli schiavi non
sembrano aver bisogno di consiglio religioso. I cristiani pensavano
che la conversione avrebbe messo in pericolo la loro anima, e
significava anche lo sgradevole rituale della circoncisione in età
adulta. Molti schiavi sembravano sopportare gli orrori della schiavitù
considerandoli come una punizione per i loro peccati e come una prova
per la loro fede. I padroni scoraggiavano le conversioni perché
limitavano il ricorso ai maltrattamenti e abbassavano il valore di
rivendita di uno schiavo.

Riscatto e redenzione degli schiavi bianchi

Per gli schiavi, la fuga era impossibile. Erano troppo lontani da
casa, spesso erano incatenati ed erano immediatamente identificabili
dai loro tratti europei. L’unica speranza era il riscatto.
A volte la salvezza arrivava in fretta. Se un gruppo di pirati aveva
già catturato tanti uomini che non c’era più abbastanza spazio sotto
il ponte, poteva fare un’incursione in una città e poi tornare qualche
giorno più tardi per rivendere i prigionieri alle loro famiglie. Era
di solito ad un prezzo notevolmente inferiore a quello del riscatto di
chi si trovava nell’Africa del Nord, ma era molto di più di quanto i
contadini potessero permettersi. Gli agricoltori normalmente non
avevano denaro in contanti e non avevano altri beni che la casa e la
terra. Un mercante era generalmente disposto ad acquistarlo a modico
prezzo, ma ciò significava che un prigioniero tornava in una famiglia
completamente rovinata.

La maggior parte degli schiavi potevano prospettarsi il ritorno solo
dopo essere passati attraverso il calvario del passaggio in un paese
del Nordafrica e la vendita a uno speculatore. I prigionieri ricchi
generalmente potevano trovare un riscatto sufficiente, ma la maggior
parte dei schiavi non potevano. I contadini analfabeti non potevano
scrivere a casa e anche se lo avessero fatto, non c’erano soldi per un
riscatto.

La maggior parte degli schiavi dipendeva dall’opera caritatevole dei
Trinitari (fondata in Italia nel 1193) e dei Mercedari (fondata in
Spagna nel 1203). Questi gli ordini religiosi erano stati fondati per
liberare i crociati detenuti dai musulmani, ma ben presto passarono a
dedicarsi all’opera di riscatto degli schiavi detenuti dai
barbareschi, raccogliendo denaro appositamente per questo scopo.
Spesso mettevano davanti alle chiese delle cassette con la scritta
«per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani
ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. I due ordini
divennero abili negoziatori e riuscivano a riscattare gli schiavi a
prezzi migliori di quelli ottenuti da liberatori inesperti. Tuttavia
non c’era mai abbastanza denaro per liberare molti prigionieri, e il
Professor Davis ha stimato che in un anno venivano riscattati non più
del 3 o 4% degli schiavi. Questo significa che la maggior parte hanno
lasciato le loro ossa nelle tombe cristiane senza un contrassegno
fuori dalle mura delle città.

Gli ordini religiosi tenevano conti precisi dei risultati conseguiti.
I Trinitari spagnoli, per esempio, hanno effettuato 72 spedizioni di
riscatto nel Seicento, con una media di 220 liberazioni ciascuna. Era
consuetudine portare gli schiavi liberati nelle loro case e farli
passare per le strade delle città in grandi celebrazioni. Queste
parate divennero uno degli spettacoli urbani più caratteristici del
tempo e avevano un forte orientamento religioso. A volte gli schiavi
camminavano con i loro vecchi stracci di schiavi per evidenziare i
tormenti che avevano sofferto; talvolta indossavano speciali costumi
bianchi per simboleggiare la rinascita. Secondo i registri del tempo,
molti schiavi liberati non si ristabilirono mai completamente dopo il
loro calvario, soprattutto se essi aveva trascorso molti anni in
cattività.

Quanti schiavi?

Il Professor Davis nota che sono state fatte enormi ricerche per
calcolare il più precisamente possibile il numero di neri trasportati
attraverso l’Atlantico, ma che non c’è stato uno sforzo analogo per
conoscere l’estensione della schiavitù nel Mediterraneo. Non è facile
ottenere dati affidabili, anche gli arabi generalmente non
conservavano archivi. Ma nel corso di oltre dieci anni di ricerca il
Professor Davis ha sviluppato un metodo di calcolo.

Ad esempio, gli archivi suggeriscono che dal 1580 al 1680 c’è stata
una media di circa 35.000 schiavi nei paesi di Barberia. C’era una
perdita costante per morti e riscatti, così se la popolazione rimaneva
costante, il tasso di cattura di nuovi schiavi da parte dei pirati
doveva essere tale da pareggiare le perdite. C’è una buona base per
stimare il numero dei decessi. Per esempio, sappiamo che dei quasi 400
islandesi catturati nel 1627, solo 70 erano ancora vivi otto anni più
tardi. Oltre alla malnutrizione, al sovraffollamento, all’eccesso di
lavoro e alle punizioni brutali, gli schiavi subivano delle epidemie
di peste, che eliminavano solitamente il 20 o 30% degli schiavi
bianchi.

In base a un certo numero di fonti, il Professor Davis calcola
pertanto che il tasso di mortalità era circa il 20% all’anno. Gli
schiavi non avevano accesso alle donne, quindi la sostituzione
avveniva esclusivamente per mezzo delle catture.

La sua conclusione: Tra il 1530 e il 1780, quasi certamente 1 milione
e probabilmente fino a 1 milione e un quarto di cristiani europei
bianchi sono stati ridotti in schiavitù dai musulmani della Costa dei
Barbari.

Questo supera notevolmente la cifra generalmente accettata di 800.000
africani trasportati nelle colonie del Nord America e successivamente
negli Stati Uniti.

Le potenze europee non furono in grado di porre fine a questo traffico.
Il Professor Davis spiega che alla fine del Settecento controllavano
meglio questo commercio, ma ci fu una ripresa della schiavitù dei
bianchi durante il caos delle guerre napoleoniche.

Neppure la navigazione americana si salvava dalla predazione. Fu solo
nel 1815, dopo due guerre contro di loro, che i marinai americani
riuscirono a liberarsi dei pirati barbareschi. Queste guerre furono
operazioni importanti per la giovane Repubblica; una campagna è
ricordata dalle parole «verso le coste di Tripoli» nell’inno della
marina.

Quando i francesi presero Algeri nel 1830, c’erano ancora 120 schiavi
bianchi nel bagno.

Perché c’è così poco interesse per la schiavitù nel Mediterraneo a
fronte di un’infinità di studi e riflessioni sulla schiavitù dei neri?
Come spiega il Professor Davis, schiavi bianchi con padroni non
bianchi non si inquadrano nella «narrativa dominante dell’imperialismo
europeo». Gli schemi di vittimizzazione tanto cari agli intellettuali
richiedono malvagità bianca, non sofferenze bianche.

Il Professor Davis osserva anche che l’esperienza europea della
schiavitù su larga scala rende evidente la falsità di un altro tema
favorito della sinistra: che la schiavitù dei neri sarebbe stata un
passo fondamentale nella creazione di concetti europei di razza e
gerarchia razziale.

Non è il vero; per secoli, gli stessi europei sono vissuti nella paura
della frusta, e molti hanno partecipato alle parate della redenzione
degli schiavi liberati, che erano tutti bianchi. La schiavitù era un
destino più facilmente immaginabile per se stessi che per i remoti
africani.

Con un piccolo sforzo, è possibile immaginare gli europei preoccupati
per schiavitù tanto quanto i neri. Se per gli schiavi delle galere gli
europei avessero nutrito lo stesso risentimento dei neri per i
lavoratori nei campi, la politica europea sarebbe stata sicuramente
diversa. Non ci sarebbe la continua richiesta di scuse per le
crociate, l’immigrazione musulmana in Europa sarebbe più modesta, non
spunterebbero minareti per tutta l’Europa e la Turchia non sognerebbe
di entrare nell’Unione europea. Il passato non può essere cambiato e
può essere esagerato coltivare rimpianti, ma chi dimentica si ritrova
a pagare un prezzo elevato.

Fonti librarie: Robert C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters-
White Slavery in the Mediterranean, The Barbary Coast, and Italy,
1500-1800(Palgrave Macmillan 2003).

Risultati immagini per schiavi bianchi in Africa

Fonte: http://www.pvr-zone.ca/esclave_blanc.htm