Gli extraterrestri ci sono... in "un'altra storia" di Syusy Blady


Nel documentario indago quella che mi piace definire “Un’altra storia”. A partire dagli studi di Zecharia Sitchin, che teorizza l’ipotesi che il nostro pianeta sia stato visitato in periodi lontanissimi da antichi astronauti che non solo hanno dato all'uomo la civiltà ma lo hanno anche creato come lavoratore primitivo al loro servizio. Una storia fra la fantascienza e la mitologia, che offre una spiegazione plausibile a tanti fatti storico e archeologici che non riusciamo a spiegare diversamente.

La prima e più importante rivelazione che vado a verificare in questo documentario è quella che riguarda la nostra origine: la Genesi o meglio l’altra Genesi. Che l’homo sapiens sia apparso in Africa e più precisamente in Sudafrica si sa, ma che proprio lì ci siano le miniere d’oro più antiche del mondo con la presenza di attività umana, costituisce un mistero. Mistero che s’infittisce con la scoperta attraverso Google Earth di migliaia di costruzioni di cerchi di pietra che ci fanno pensare a una presenza quanto meno intelligente, se non proprio tecnologica. 


Così sono andata in Sudafrica, per incontrare Michael Tellinger, studioso di queste strutture che, viste dall'alto, fanno pensare al mito sumero chiamato Absu, il luogo della ricerca dell’oro e della creazione dell’uomo. Si tratta di un territorio finora praticamente non indagato, dove invece Michael Tellinger ha cercato le tracce di un passato molto remoto. Mito, archeologia e storia dell’uomo s’incrociano qui e ci svelano qualcosa che può cambiare la storia così come la conosciamo in tutta un’altra storia!

Il viaggio prosegue a Baalbek, il luogo in cui Gilgameš, nella sua epica, va a cercare l’immortalità e poi in Ecuador dove trovo l’Agua de Oro, elisir di lunga vita. Oltre ai contributi di Tellinger e di Zecharia Sitichin (con stralci della prima intervista che gli feci vent'anni fa a New York), ci sono interviste inedite a Mauro Biglino, che reinterpreta la Genesi Biblica, ad Alessandro Demontis, che interpreta i miti sumeri e babilonesi di creazione, a Pietro Buffa, che analizza le diverse fasi dell’evoluzione umana dal punto di vista della genetica, e agli amici del gruppo Tesla.

Fatemi sapere cosa ne pensate,

Syusy Blady - 
redazione@nomadizziamoci.it

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P.S. Il documentario "Tutta un’altra storia" prodotto anche con la vostra partecipazione tramite Eppela è pronto, disponibile in streaming a noleggio su Vimeo on Demand!

Sheik Nasruddin, erede musulmano dello zen...?


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Sheik Nasruddin (o Nasreddin Hodja)  era  un selgiucide (ma altre etnie se ne disputano l'appartenenza), nato nel villaggio di  Hortu  in Sivrihisar, provincia di  Eskisehir,  che si trova nell'odierna Turchia, egli morì nel 13 ° secolo in Akşehir , nei pressi di Konya , una capitale del Sultanato Seljuk di Rum.  Un festival internazionale sul Mullah viene celebrato ogni anno tra il 5 e il 10 luglio nella sua città natale.   

Nasruddin  è considerato un filosofo populista e un uomo saggio, appartenente alla congrega dei sufi,  ricordato per le sue storie  e aneddoti  a volte spiritose, a volte sagge, ma spesso anche un po' pazze o  prese per il  culo. Comunque ogni storia di Nasruddin  cela  un sottile umorismo ed ha una funzione pedagogica nascosta. 

Ma parlare dell'esistenza fisica e delle avventure  del Mullah  Nasruddin,  personaggio mitico, è un po' come ipotizzare la permanenza  di Gesù in India. A volte la leggenda  assume forme quasi comprovabili, con riferimenti e testimonianze. In Kashmir, ad esempio,  esiste una tomba in cui si afferma sia stato sepolto Gesù dopo la finta morte della crocifissione e la sua seconda e definitiva fuga in India (la prima avvenne negli anni della sua giovinezza  dopo la  presentazione al Tempio sino alla sua ricomparsa in Palestina all'età di trent'anni in cui iniziò la sua predicazione). 

Al personaggio Nasruddin invece si da un luogo di nascita e di permanenza stabile, anche se diversi gruppi e  luoghi se ne disputano l'ascendenza.  In un villaggio della  Khirghisia, ad esempio,  c'è tanto di statua commemorativa di lui sul suo famoso asino. Anche questa similitudine di Gesù e di Nasruddin sull'asino   fa un po' riflettere, che ci sia un significato recondito?

Il fatto è che Nasruddin, nei detti a lui ascritti e tramandati per secoli in tutto l'oriente, lascia trapelare  una filosofia del "buon senso" che però in certi casi appare illogica e priva di significato concreto. A dire il vero la stessa cosa avviene negli insegnamenti zen, in cui l'assurdo prende il posto del ragionamento, questo per spingere la mente a superare i suoi  limiti e confini. Lo stesso tipo di approccio lo ritroviamo anche in Georges Ivanovič Gurdjieff, un maestro vicino anche geograficamente a Nasruddin, che  sovente  ne ha menzionato i detti, quasi in forma di barzellette. 

La pazzia sufi a cui Nasruddin  attinge la ritroviamo anche nelle poesie di Hafiz e di Rumi, una pazzia controllata quanto basta per non fare la fine di Mansur Mastana, altro sufi che per l'eccesso delle sue dichiarazioni nondualistiche fu giustiziato per blasfemia dalla gerarchia sunnita.  Insomma Nasruddin  si pone  quasi come  un giullare che può permettersi di esprimere delle verità passandole per scherzi o giochi di parole. 

Su Mullah Nasruddin esiste una nutrita bibliografia e chi volesse conoscerne meglio le avventure e i detti troverà ampio materiale pubblicato in vari libri, anche in italiano.

Paolo D'Arpini


Reincarnazione e processo evolutivo - Alcuni pareri



“Argomentone complicato quello della reincarnazione e del processo evolutivo.  A dire la verità mi pare che le pulsioni psichiche migrino anche durante questa nostra esistenza. Il che è alla base anche delle teorie psicanalitiche. Alla fine tutto ci attraversa e migra . Eppure c’è qualcosa che è attraversato da questo continuo flusso. Pure il nostro corpo è in continuo divenire. Dove e come collocare una propria identità anche solo terrena allora diventa davvero difficile. Eppure c’è un indefinibile qualcosa che è attraversato dalle molte manifestazioni dell’esistenza con cui io mi identifico. Che sia il famigerato e tanto demonizzato ego? Non so. Certo che a me l’indistinto tutto con annullamento di ogni singolarità mi pare contenga il rischio di renderci anche più manipolabili socialmente e politicamente. Pure il concetto che tutto sta già avvenendo adesso può indurre in una rassegnata passività.” (M.L.B.)

Mia rispostina: “…occorre agire secondo natura, in chiave evolutiva, nella consapevolezza del bene comune, poiché noi siamo in ogni forma! Anche l’io individuale ha la sua importanza nel processo evolutivo globale della coscienza. Insomma dobbiamo partire da noi stessi. La specie umana è in continua evoluzione e così dovremmo poter prendere coscienza che il nostro vivere si svolge in un contesto inscindibile. Di fatto è così… solo che dobbiamo capirlo e viverlo consapevolmente, prima a livello personale e poi a livello di comunità…”

Altro commento di G.B.: “…molto interessante, solo che io ho ricordi precisi delle passate esistenze, come si spiega?”

Mia rispostina:  “L’agglomerato psichico che manifesta una nuova forma chiaramente parte da una “memoria”, l’appropriazione da parte dell’io individuale di quella memoria fa parte del meccanismo identificativo con il nome-forma”

Altro commento di M.F.: “C’è molta confusione intorno alla parola ego… quello per così dire, demonizzato, non è certo il sentiero univoco assoluto originale che è frutto del segmento che ci definisce nella vita…ma quello che ci separa dal resto delle cose a cui apparteniamo, giudicando il mondo esclusivamente dai nostri parametri che dominati dalla paura la risolvono (in realtà amplificano) facendo assurgere l’ IOS a vela dominante e unica stella polare della nostra navigazione. Ovvio che poi la morte spaventi e si necessitano paradisi o reincarnazioni per calmierarne la paura… “

Mia rispostina: “A proposito della funzione e natura dell’io individuale… 
http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2013/08/libero-arbitrio-o-destino-nella.html …”

Altro commento di S.P. : “Concordo sul fatto che la Coscienza sia una e le sue manifestazioni innumerevoli ma vivono percorsi separati, pur condividendo la medesima natura. E ognuna è dotata di una propria individualità e “libertà”, che rispettano reciprocamente, da cui deriverebbe il diverso grado di evoluzione che le singole Anime hanno. Questo perlomeno quello che raccontano sotto ipnosi”

Mia rispostina: “l’ipnosi, come la psicoanalisi, si ferma al livello del subconscio (sogno), ma anche se arrivasse all’inconscio (sonno profondo) resterebbe ancora al livello della manifestazione esteriore. Infatti nello yoga si parla di quarto stato (turya) come la dimensione del testimone e di Turyatita come l’assoluta presenza del Sé, tra l’essere ed il non essere. Di solito si intende che la coscienza individuale si forma karmicamente nel “causale” (equivalente al sonno profondo) ma a quel livello prevale già la “nescienza”, ovvero l’inconsapevolezza del Sé.”

Paolo D’Arpini


Articolo collegato: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2015/11/incarnazione-e-altra-cosa-di.html

"Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?"

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A Sound of Thunder. (Traduzione di Stefano Negrini, Editori Riuniti, 1985)
 
Alan Turing in un saggio del 1950, Macchine calcolatrici e
intelligenza, anticipava questo concetto: Lo spostamento di un singolo
elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato,
potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi,
come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la
sua salvezza.
 
Per esemplificare con un'idea concreta e quotidiana questo concetto,
si parla solitamente delle cosiddette "porte scorrevoli'' (in inglese
sliding doors): una persona deve assolutamente prendere il treno, ma
ritarda di giusto due secondi e lo perde.
 
Perdendolo, entra in scena una sequenza di avvenimenti che la porta,
ipotizziamo, a ritornare a casa deluso ed imbattersi casualmente nella
donna della propria vita svoltando distrattamente l'angolo. Se invece
la persona fosse riuscita a prendere il treno, si sarebbe trovata da
tutt'altra parte e non avrebbe conosciuto la propria anima gemella.
 
A conti fatti perciò una singola azione può determinare
imprevedibilmente il futuro. Nella metafora della farfalla, quindi, si
immagina che un semplice movimento di molecole d'aria generato dal
battito d'ali di una farfalla possa causare una catena di movimenti di
altre molecole fino all'uragano menzionato. Così un semplice ritardo
di due secondi può incidere sulla vita personale di un individuo.
Ovviamente qualsiasi evoluzione degli eventi nei due casi è
ipotizzabile e plausibile: e se magari fermando la propria anima
gemella le avesse impedito di essere investita da un camion pochi
metri dopo? E se prendendo il treno invece avesse per sbaglio preso al
capolinea una valigia, uguale alla propria, di un'altra persona
contenente esplosivo a tempo, sventando così un attentato a prezzo
della propria vita?
 
Edward Lorenz fu il primo ad analizzare l'effetto farfalla in uno
scritto del 1963 preparato per la New York Academy of Sciences.
 
Secondo tale documento, "Un meteorologo fece notare che se le teorie
erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato
sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.''
 
In discorsi e scritti successivi, Lorenz usò la più poetica farfalla,
forse ispirato dal diagramma generato dagli attrattori di Lorenz, che
somigliano proprio a tale insetto, o forse influenzato dai precedenti
letterari (anche se mancano prove a supporto).
 
"Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado
in Texas?'' fu il titolo di una conferenza tenuta da Lorenz nel 1979.
 
Fonte: www.bplab.bs.unicatt.it

Kabbalah. I misteriosi sentieri del "ritorno" accessibili solo a pochissimi "eletti"


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Ante scriptum. Caterina mi ha raccontato, tutta stranita, di aver assistito (da Ting a Spilamberto)  la sera del 7 novembre 2018 alla conferenza di un noto ginecologo "un gran bell'uomo, infatti c'erano quasi tutte donne", che parlava dei misteri della Kabbalah. Misteri evidentemente indecifrabili ai più, tant'è che sia lei che le altre ascoltatrici per la maggior parte si sono interrogate: "...e che vol' dì?". 

Il mistero piace, attira la mente con i suoi labirinti che non portano a niente, in cui si entra e non si esce. Lo disse anche Ramana Maharshi: "La gente non ascolta la verità sul Sé, che è semplice e diretta ed alla portata di ognuno, preferisce seguire le tortuosità elucubrative della mente ed il mistero...".

Anni fa me ne accorsi anch'io allorché -su richiesta della redazione di AAM Terra Nuova- iniziai una rubrica mensile in cui brevemente descrivevo i vari metodi divinatori, zodiacali e e dell'auto-conoscenza. Quando mi toccò affrontare il tema della Kabbalah dovetti concentrami come se avessi dovuto risolvere dei logaritmi ed io non ho affatto un cervello matematico. Una vera sofferenza e tra l'altro non mi tornavano nemmeno i conti con tutto quell'intersecarsi si sefiroth. Avevo sbagliato un calcolo e non mi riusciva di trovare l'errore, per fortuna il grafico di Terra Nuova mi fece notare  che avevo ripetuto una sefiroth per due volte... e quindi l'albero non  risultava corretto. Improvvisamente, senza ragionarci sopra, trovai la sefiroth mancante ed emisi un sospiro di sollievo. Compresi comunque che la Kabbalah non fa per me...

Però per facilitare il compito interpretativo a Caterina, che vuole risolvere il mistero dei misteri, riporto la mia schematica e sintetica analisi sulla Kabbalah. Eccola qui: 

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L’Uno è il mistero dei misteri, l’En Sof (il senza limite), Egli può manifestarsi attraverso i suoi attributi che sono poi le qualità descritte nella Kabbalah. Lo schema proiettato si chiama Albero delle Sefiroth, con dieci rami, è un simbolo di come le qualità divine siano scese dall’alto verso il basso, segnando la strada spirituale che l’anima deve compiere per il ritorno. 


Il cammino si compie attraverso 7 Hekaloth (piani spirituali) in cui l’anima procede dal basso verso l’alto sino alla rivelazione. Nella Kabbalah i rami si intersecano in 22 sentieri conduttivi a varie qualità e questa cifra corrisponde alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico. 

Vediamo ora quali sono i nomi ed i significati arcani dei vari sentieri. 
1 dalla Intelligenza alla Corona, l’nizio; 
2 dalla Bellezza alla Corona, conoscenza occulta; 
3 dalla Intelligenza alla Saggezza, conoscenza profana; 
4 dalla Bellezza alla Saggezza, creazione; 
5 dalla Misericordia alla Saggezza, saggezza; 
6 dalla Bellezza all’Intelligenza, fede; 
7 dalla Severità all’Intelligenza, moto; 
8 dalla Severità alla Misericordia, risoluzione; 
9 dalla Bellezza alla Misericordia, meditazione; 
10 dal Trionfo alla Misericordia, evoluzione; 
11 dalla Bellezza alla Severità, moderazione; 
12 dalla Splendore alla Severità, rinuncia; 
13 dalla Trionfo alla Bellezza, trasformazione; 
14 dal Fondamento alla Bellezza, moderazione; 
15 dallo Splendore alla Bellezza, soggezione; 
16 dallo Splendore al Trionfo, distruzione; 
17 dal Fondamento al Trionfo, realizzazione; 
18 dal Regno al Trionfo, mutevolezza; 
19 dal Fondamento allo Splendore, appagamento; 
20 dal Regno allo Splendore, giudizio; 
21 dal Fondamento al Regno, completezza; 
22 (fuori concorso) dalla Saggezza alla Corona, l’En Sof, il divino paradosso.


“Il Silenzio ha in sé abissi dentro abissi, ma esiste un Silenzio ultimo, un punto estremo da non essere nulla eppure da cui tutto sgorga, questa è l’Essenza”. 

Paolo D'Arpini 


Baul. Canti e danze come meditazione


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I metodi dei Baul sono molto semplici. I Baul sostengono che se riesci a ballare, molti blocchi spariranno dal tuo essere, perché quando una persona balla e si addentra davvero nella danza e diventa movimento, diventa… liquida. 
Non l’hai mai notato? Se hai visto qualcuno perso nella danza, non ti sei accorto che non è più solido? Fluisce. La solidità è sparita, è diventato liquido. Questa liquidità scioglie i blocchi. 
Danzare è lo Yoga dei Baul. Un Baul danza per ore. Quando la Luna è in cielo, di notte, i Baul ballano tutta la notte, perché per loro la Luna è un simbolo del loro Amato, Krishna. Chiamano Krishna “la Luna”. Quando c’è la Luna danzano follemente. E questa danza non è una performance. Non è da esibire davanti a qualcuno. Se qualcuno la guarda è un’altra cosa. Il Baul danza per se stesso, per il suo piacere personale.
Il canto è un altro dei loro metodi: hanno scelto metodi molto estetici, non metodi duri, ma molto morbidi, femminili, taoisti. Cantano e si perdono completamente nel loro canto, il canto è come un mantra per loro, il canto è preghiera. Cantano del loro Amato, del loro Signore, del loro Dio. 
Se ti perdi nel canto, sei perso in nadabrahma, sei perso nel “suono senza suono”. 
Ma il loro canto e la loro danza non sono ritualizzati. Non c’è rituale. Ogni Baul è individuale. Non troverai due Baul che cantano la stessa canzone o che cantano allo stesso modo, e non troverai due Baul che ballano la stessa danza o ballano allo stesso modo. Non seguono alcun rituale.
Questo deve essere compreso, perché è molto, molto fondamentale per loro, e vorrei che tu ricordassi che se qualcosa diventa un rituale, lasciala perdere, ora è inutile, perché rituale significa ripetizione.
I Baul cantano le loro canzoni in modo spontaneo, sono spontanei, si rilassano nel momento: lasciano che la danza avvenga, lasciano che il canto accada.

 Osho   

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La Terra è un pianeta scuola... per apprendere l'evoluzione


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È un pianeta-scuola in quanto tutte le anime non sono altro che frammenti di Dio che si incarnano qui per sperimentare l’autocoscienza – la sensazione di esserci – e sviluppare qualità sempre nuove. Detto in altre parole, l’anima usa il corpo materiale – una macchina biologica – per attirare intorno a sé persone e circostanze che le permettano di sviluppare sempre più amore, fino a quando un giorno non si sentirà “Uno con tutte le cose”.
Ma questo pianeta è anche una trappola, in quanto ognuno di noi, una volta incarnato sul piano materiale, smette di essere l’Uno onnicomprensivo e si identifica totalmente con una particolare macchina biologica, dimentica il suo scopo evolutivo e, soprattutto, comincia a credere che esista un mondo “là fuori” sul quale non ha alcun controllo e del quale è succube.
Credere che il mondo sia qualcosa di separato da noi e non esclusivamente una nostra proiezione, è la causa prima di tutte le paure che ci affliggono. Le nostre paure originano infatti dalla superstiziosa credenza che possa esistere un mondo esterno a noi, separato da noi, il quale può agire su di noi indipendentemente dal nostro volere. Questo criterio totalmente fasullo di rapportarsi alla realtà è stato inventato, divulgato e viene tuttora alimentato da una élite di uomini che governa il mondo nell’ombra.
Ognuno di noi crea, spesso inconsciamente, le situazioni e le persone che gli sono più utili per compiere il passo successivo sul suo cammino evolutivo. Le persone e le cose non sono fuori di noi, bensì dentro di noi. L’anima – la coscienza – letteralmente materializza dentro di sé solo ciò di cui ha bisogno. Nella misura in cui noi siamo identificati – addormentati – nel corpo, non siamo coscienti di stare creando il mondo e quindi subiamo le decisioni della nostra stessa anima come se non fossero nostre.
Solo il fatto di essere ancora troppo lontani dalla nostra essenza, ci fa apparire improvvisi e inaspettati gli eventi della vita. Mentre nella misura in cui sentiamo di essere anima, diveniamo anche coscienti di stare materializzando tutto ciò che ci accade, momento dopo momento. La conseguenza di questo nuovo atteggiamento è che svanisce ogni paura e diveniamo finalmente liberi.
L’élite che governa il mondo è costituita da individui estremamente intelligenti, raffinati conoscitori della psiche umana. Essi sanno bene che alimentando fra la popolazione la stupida superstizione che ci sia un mondo esterno alla coscienza capace di influenzare l’essere umano, questo rimarrà per sempre uno schiavo pieno di paura. Infatti non è un caso che la scienza, la religione, l’educazione, la politica, l’economia… siano tutte basate su questo paradigma conoscitivo: io e il mondo siamo due cose separate.
Così  il mondo diventa un idolo da adorare e temere. Questo è il paradigma della paura, della povertà, dell’insicurezza. Questo è il peccato dei peccati, che ha costretto l’uomo ad abbandonare il Paradiso Terrestre. Crediamo che nel mondo possano nascondersi sorprese e pericoli inaspettati, quando invece nel mondo incontriamo sempre e solo noi stessi. Tutto appare inaspettato agli occhi di chi non si conosce.
Nani psicologici prigionieri della loro stessa atterrita natura animale. Ecco in cosa si sono trasformati gli esseri umani. Come insetti strisciano sulla superficie del globo, attendendo il momento in cui un piede li schiaccerà mettendo fine alle loro sofferenze. Quanto in basso siamo scesi noi guerrieri divini e immortali?!
Facciamo un esempio. Un giorno dall’ufficio del personale della nostra azienda ci comunicano che siamo stati licenziati. Cosa proviamo?
Ognuno di noi reagisce con una manifestazione emotiva differente. Ognuno di noi reagisce secondo ciò che è. Qualcuno diventa aggressivo, un altro comincia a piangere, un altro è contento perché non vedeva l’ora di andarsene, un altro si sente perduto e tenta il suicidio… e così via.
Un atteggiamento unico però li accomuna tutti: tutti credono che il mondo si sia abbattuto su di loro dall’esterno. Chi di loro avrà il coraggio di pensare: “Io mi sono licenziato. Ho usato il mondo per licenziarmi. Affinché emergessero proprio le emozioni che mi stanno attraversando in questo momento”. Vi ho appena dato una chiave magica, usatela in ogni circostanza e presto aprirete la Porta, non serve altro.
Sono le nostre emozioni a plasmare il mondo, e non viceversa. La realtà è fatta di luce, lo hanno scoperto anche in fisica, e questa luce è facilmente malleabile da parte della nostra coscienza, proprio perché è dentro la nostra coscienza. Siamo guerrieri, Portatori della Fiamma, signori incontrastati della nostra realtà… e invece deleghiamo al mondo esterno il potere di decidere quando ci è concesso essere felici e quando no. Abbiamo eletto il mondo esterno a nostro Dio, lo adoriamo, lo temiamo e ci prostriamo ai suoi piedi, infognati nella superstizione e ormai privi di ogni dignità dell’Essere.
Credere alla materia è solo superstizione, perché il mondo è costituito solo di immagini. Le persone non esistono di per se stesse: i figli, i colleghi di lavoro, i partner… sono solo immagini che ci rimandano parti di noi che non vogliamo conoscere, non vogliamo affrontare, non vogliamo superare lo specchio.
Lamentarsi, accusare gli altri, gli eventi, del nostro star male, è come accusare la nostra immagine allo specchio… e arrabbiarsi con quella… e aver paura di essa. Abbiamo il terrore di venire licenziati, di restare senza denaro, di subire un’aggressione per strada, di venire derubati, di ammalarci, di essere abbandonati dal partner.  Siamo ipnotizzati da un fantomatico “mondo di fuori”. Crediamo che le disgrazie possano colpire “a caso”… non riusciamo a concepire un’Intelligenza Nascosta – la nostra – che crea gli eventi intorno a noi secondo le nostre necessità evolutive… e allora ci preoccupiamo di cosa potrebbe riservarci il mondo, quasi fosse una creatura divina onnipotente.
La nostra idolatria e la nostra superstizione vengono abilmente usate da chi governa il pianeta, per tenerci in uno stato di apprensione: crisi economica, immigrazione, terrorismo, pedofilia… Ma il mondo è solo uno stupido schermo privo di vita sul quale ognuno di noi proietta immagini di se stesso. In noi è la vita, e noi siamo i registi del film.
Questo è un Appello. Per gli anni che verranno servono guerrieri impavidi, uomini e donne, Portatori della Fiamma. La tromba del Giudizio è già squillata: uscite allo scoperto e radunatevi. Non sentite ardere la Fiamma nel petto mentre leggete queste parole? Il guerriero ha il vero potere, perché sa che il mondo non può fargli nulla di male, il guerriero sa che vivrà solo le crisi e le sfide che gli serviranno… che lui stesso andrà creando per autoiniziarsi. Pertanto non ha più paura del mondo, e un essere senza paura sfugge a ogni gabbia psicologica… diventa imprevedibile… pericoloso.
Salvatore Brizzi
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L'oroscopo Maya, il sistema divinatorio Atzeco e le "visioni" di José Argüelles


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L’oroscopo maya è una "invenzione" di José Argüelles. Infatti i Maya  si erano già belli che estinti da parecchi anni prima della conquista  spagnola e quando Arguelles si dedicò allo studio del loro calendario  astrologico i reperti ai quali egli fece riferimento erano tutt’al più  riesumazioni avvenute durante la successiva cultura atzeca. 

Quella degli Atzechi erano la civiltà presente in Messico allorché  arrivarono i conquistadores ed il loro sistema zodiacale può essere  considerato affidabile e controllabile… 


Sembrerebbe invece che i maya avessero un loro sistema numerico e di 
calcolo da lungo tempo caduto in disuso. Generalmente, molti autori 
che se ne occuparono in passato lo trattarono con estrema sufficienza, 
qualificando i maya come una sorta di popolazione quasi preistorica, 
probabilmente perché non svilupparono una particolare metallurgia, e 
nemmeno la ruota. 

Certo, riguardo l’uso della numerazione, si può constatare che il 
calendario maya (lo tzolkin), od almeno il calendario che a loro viene 
attribuito, è estremamente razionale. L’anno solare è diviso in 13 
mesi lunari di 28 giorni + un giorno “senza tempo” (è detto così). 28 
x 13 + 1 = 365, e la scansione della rivoluzione terrestre intorno al 
sole è scansionata attraverso quella della luna, in modo più logico 
della suddivisione arbitraria in 12 mesi, alcuni di 30, altri di 31 ed 
uno persino di 28, ma una volta su quattro 29, giorni. chiunque può 
apprezzare il fatto che il ciclo lunare, oltre ad essere un orologio 
naturale, ha relazioni con l’agricoltura, i cicli mestruali femminili, 
e con alcuni cicli solari. 

Però da qui a fondare un mito sulle loro conoscenze astrologiche e 
divinatorie ce ne passa…. Ma per alcuni studiosi la capacità 
proiettiva dei maya, utilizzando i parametri menzionati, si estendeva 
sino a fornire tabelle di previsioni astronomiche su tempi 
eccezionalmente lunghi, fino alle decine di migliaia di anni. 
conteggiavano cicli di coordinazioni celesti fino a periodi di 40.000 
e 50.000 anni, prevedendo la comparsa di comete o congiunzioni 
particolari (vedi per esempio Michael Coe, i maya, thames and hudson, 
Londra, ed it newton compton). 

Beh, anche nella cultura vedica indiana c’era il vezzo di calcolare il 
tempo in eoni millenari.. ma evidentemente il gioco della matematica è 
una cosa mentre la conoscenza degli eventi futuri è un’altra. 

Insomma il calendario maya sembrerebbe una teoria inventata da un 
teorico New Age, cittadino statunitense, José Argüelles, a partire 
dagli anni 1970. Ma la sua materia di ricerca era storia dell’arte, 
non l’archeologia o la cultura Maya. Inoltre egli ha francamente 
dichiarato che molte sue teorie derivano da “visioni” che avrebbe 
avuto sotto l’influsso dell’LSD. Neppure un solo specialista 
accademico dei Maya ha mai preso sul serio Argüelles. 

Ma del sistema zodiacale azteco possiamo tranquillamente parlare, esso 
è ben documentato. 

Prima vediamo chi fossero questi Atzechi (o Mexica). Essi dominavano 
nel più grande splendore dal Messico al Nicaragua nel 1519 quando vi 
penetrarono i conquistatori spagnoli. Questo popolo originario di 
Atzlan ( forse l’attuale Utah) successe alle precedenti civiltà 
centro-americane: Olmeca, Maya e Tolteca . 

Sulla cultura Atzeca abbiamo notizie storiche affidabili, essendo la 
loro cultura pienamente viva sino a cinquecento anni fa. Tonalamatl 
era il libro della divinazione che contiene i misteri dell’oroscopo 
Atzeco, il calcolo dell’appartenenza ai vari segni era basato sul 
ripresentarsi ciclico di gruppi di sei anni distanziati da 13 anni 
ciascuno. I “segni” di appartenenza venivano calcolati nella 
suddivisione dell’anno in settori che comprendevano da 1 a 12 giorni 
ciascuno ripartiti fra i 20 archetipi originari. 

Detto così non sembra facile calcolare le caratteristiche di nascita 
ed infatti pare che questi elaborati calendari fossero accessibili a 
pochi eletti. Per accertare gli ascendenti, ad esempio, c’era un 
calendario composto di 18 mesi di 20 giorni, questa suddivisione 
consentiva di interpretare le caratteristiche del mese correttamente. 

I loro nomi sono molto evocativi: mese dell’Acqua (predisposizione 
alla magia), della Primavera (fascino), dei Fiori (generosità), dei 
Campi (ottimismo), della Siccità (ossessività), degli Alimenti 
(concretezza), del Sale (acutezza), del Mais (ambivalenza espressiva), 
delle Feste (generosità), del Fuoco (ambizione), della Madre Terra 
(tranquillità), del Ritorno degli Dei (capacità di osservazione), 
della Montagna (amore ed amicizia), della Caccia (passionalità), delle 
Piume (determinazione), della Pioggia (dispersione), degli Astri 
(concentrazione) ed infine della Crescita (ingegnosità). Ma ora 
torniamo ai 20 archetipi originari, essi sono: Vento (sincerità), 
Coccodrillo (simpatia), Aquila (esuberanza), Ocelot (ambizione), 
Coniglio (diplomazia), Capriolo (emotività), Fiore (istintività), 
Canna (contraddittorietà), Morte (fortuna), Pioggia (allegria), Erba 
(estroversione), Serpente (drammatizzazione), Pietra Focaia 
(indipendenza), Scimmia (idealizzazione), Lucertola (naturalità), 
Movimento (attività), Avvoltoio (metodicità), Acqua (volubilità), Cane 
(scrupolosità), Casa (vulnerabilità). 

Nella cultura Atzeca la teologia e gli aspetti caratteriali erano 
collegati, lo percepiamo ad esempio nell’inno dedicato alla Festa 
Venusiana. “Il fiore del mio cuore si è aperto, ecco la signora di 
mezzanotte, lei è venuta – nostra madre – lei è venuta, lei la dea 
Tamoanchan…”


Paolo D’Arpini


Catechesi religiosa ed etica laica a confronto


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Un'idea morale ed un'etica utopica esercitano sovente un grande appeal attrattivo su molti intellettuali. Come tutte le idee aldilà della portata attuativa rischia però di diventare un’altra forma di “ismo”, una ideologia  che si prefigge attraverso i suoi propagatori di elevare la coscienza con il solo risultato di contribuire a ulteriormente dividere la società umana in “credenti” e “infedeli”, buoni e cattivi. Insomma una religione che inneggia alla morale ed all'etica manca spesso  di capacità attuativa e come tutte le finalità religiose resta un ideale alla portata di pochi “eletti” disgiunti dal contesto umano.

Ritengo personalmente che per andare verso una consapevolezza della comune appartenenza e della pari dignità e complementarietà delle forme vitali e delle reciproche relazioni fra specie, sia importante che vengano innanzitutto riconosciute le differenze per poter allo stesso tempo riconoscere l’eticità naturale nel loro rapporto,  senza forzare la natura.

L’astrazione del pensiero trasformato in “morale” non aiuta la manifestazione di una spontanea “compassione” che sorge in un interspecismo maturo. Tutti gli esseri viventi attingono e si originano dalla comune matrice che differenziandosi ha assunto le innumerevoli forme, ognuna complementare e relata alle altre, ognuna con alcuni aspetti evolutivi utili al mantenimento della vita ed alla ulteriore propagazione e fioritura di nuove specie. L’uomo non è l’ultima parola in natura e questo deve essere sempre presente nella considerazione di chi si pone il “problema” del bene collettivo.

“L’uomo che non voglia far parte della massa non ha che da smettere di essere accomodante con se stesso; segua piuttosto la propria coscienza che gli grida: ’sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora’. Ogni giovane anima sente giorno e notte questo appello e ne trema; infatti presagisce, rivolgendo il pensiero alla sua reale liberazione, la misura di felicità destinata dall’eternità; felicità che non riuscirà mai a raggiungere se incatenata dalle opinioni e dalla paura. E quanto assurda e desolata può divenire l’esistenza senza questa liberazione! Nella natura non c’è creatura più vuota e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio e ora volge di soppiatto lo sguardo a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Un tale uomo alla fine non lo si può neppure attaccare: è solo esteriorità senza nucleo, un marcio costume, pitturato e rigonfio, un fantasma agghindato che non può ispirare paura e tanto meno compassione.” (Friedrich Nietzsche)

C'è poi una differenza sostanziale tra la morale e l'etica, che derivano da una catechesi religiosa, ed un giusto comportamento naturalistico. Tanto per cominciare osserviamo che i dettami religiosi, apparentemente utili alla convivenza sociale ed al rispetto per la natura e per i propri simili, hanno una origine chiaramente antropocentrica, non rivolta al miglioramento generale della qualità della vita, in senso fisiologico, bensì all'ottenimento di meriti o demeriti i cui risultati saranno usufruibili in un “post mortem”. Qui soprattutto stiamo parlando degli insegnamenti delle religioni monolatriche di origine giudaica poiché altre “religioni” -soprattutto orientali ma anche quelle di carattere matristico  dell'Antica Europa- nelle loro espressioni non  riconoscono l'esistenza di un “Dio” personale creatore e giudicante le sue creature,  bensì di un evolversi spontaneo dell'esistenza che sempre tende alla crescita coscienziale. Le religioni monolatriche, ebraismo, cristianesimo ed islam, esprimono dettami che soddisfano la presunta volontà del demiurgo adorato, quindi il premio od il castigo sono condizionati dall'aderenza alle norme scritte (per altro da altri uomini autodefinitisi profeti o messia) attraverso le quali ottenere il passaporto per l'aldilà. Prova ne sia che – a parte alcune indicazioni alimentari, essenzialmente dovute a ragioni climatiche- tutti i comandamenti insegnati nella catechesi religiosa hanno una funzione moralistica  di controllo sociale.

La convivenza pacifica, la solidarietà fra umani ed animali, il rispetto della natura, non interessano queste religioni, tant'è che leggendo il corano, il vangelo e la bibbia troviamo numerose citazioni che incitano alla “guerra” ed alla distruzione degli “infedeli”. E' detto che “Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza” forse sarebbe più corretto dire che tali uomini crearono un Dio a loro sembianza e piacimento. E qui parliamo specificatamente di “uomini” nel senso di maschi, maschilisti e dominatori, poiché le donne -come abbiamo visto in altre pubblicazioni- sono considerate esseri inferiori, quasi al livello degli animali. La morale religiosa è misogina e contro natura e se un obbligo viene stabilito ha sempre un risvolto utilitaristico che non tiene conto dell'etica universale.

Faccio un esempio concreto nell'uso prevaricatorio consentito verso i nemici, gli animali e le forme di vita in generale. Il nemico sconfitto diventa succube e schiavo, gli animali sono oggetto di sfruttamento senza limiti, la natura viene considerata serva passiva delle necessità umane –o presunte tali- senza tener conto delle conseguenze. In realtà l'etica “religiosa” non esiste affatto è solo una parvenza poiché non tiene conto del contesto in cui si manifesta, delle diverse situazioni o della universalità nella sua attuazione. Per la bibbia Dio è al disopra di noi e l’uomo è un peccatore senza alcun potere, quindi egli non può evolversi e redimersi se non attraverso l'ubbidienza ai dettami impartiti dai suoi ministri. Da ciò ne consegue che ci sono nella società umana figli e figliastri, o addirittura esseri sub-umani esclusi dal conteggio. Il beneficio della “misericordia” è estensibile -ad esempio- solo a quelli che fanno parte del “popolo eletto”, ai membri della stessa parrocchietta, e non a tutti indistintamente  (basterebbe in tal senso leggersi le ingiunzioni della Torah).

Purtroppo questo atteggiamento fariseo è stato in parte ripreso anche dalla scienza in cui si tiene conto del “bene” e dell'utilità di ogni scoperta tesa allo specifica vantaggio dell'uomo, in quanto specie dominante. O peggio ancora dell'uomo in quanto società dominante. Basti vedere la continua ricerca di armi di distruzione di massa portata avanti dalle elites al potere, per questioni di dominio, senza considerare le conseguenze nell'uso di tali “invenzioni”. Vorrei anche portare l'esempio del sistema medico farmaceutico basato sulla vivisezione, introdotta prima negli USA e poi adottata nel resto della società “civilizzata”. La fisiologia di un topo o di un cane è totalmente diversa da quella di un essere umano ma si è fatto obbligo -prima di dichiarare un medicinale adatto all'uso umano- che ne venga testata la validità sugli animali. Ovvero gli animali vengono fatti soffrire volontariamente con il fine “etico” di salvaguardare la salute umana, per altro cosa che la sperimentazione su animali non potrà mai dimostrare poiché basata sugli esperimenti su specie diverse dall'uomo. Volendo restare in  questo  filone "etico-utilitaristico" possiamo notare che lo sfruttamento del mondo animale per fini voluttuari ha raggiunto livelli assolutamente privi di ogni eticità, forse perché nella bibbia è detto che gli animali possono essere usati a piacimento dell'uomo, questa è la concessione che il demiurgo fece nell'alleanza stipulata con Noè dopo il diluvio universale.

Allora dove può risiedere il vero senso dell'etica? É ovvio che va ricercato in se stessi, nella propria esperienza di vita, nella capacità empatica che sviluppiamo attraverso l'osservazione delle cause ed interazioni  del bene e del male e che riconosciamo anche  in noi stessi, vedendoli rispecchiati  negli altri. Il ruolo della persona etica  è proprio quello di saper vivere senza nuocere. Questo  riferimento preciso al valore della persona “in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva” rientra nell’ambito della Spiritualità Laica e non ha nulla a che vedere con la religione. Se si vuole ottenere chiarezza nella vita, non serve studiare gli insegnamenti religiosi ma approfondire solo una ricerca. Quale? La ricerca di se stessi in se stessi. Perché dentro ognuno di noi ci sono tutte le risposte.

Scrive il celebre pensatore Henry Corbin: “Mancando la persona, assente ciò che ne rende possibile la preminenza, ci troviamo di fronte al nichilismo agnostico: non c’è più nessuno; l’uomo è scomparso”.

Quindi la vera fonte dell'etica universalista risiede nell'esperienza e nel riconoscimento della comune appartenenza e del pari valore che ogni fenomeno o ogni altro essere condivide con noi, attraverso il nostro rapporto  empatico. La libera crescita della coscienza non è descrivibile od etichettabile, come potrebbe esserlo la mente od il corpo, è il risultato di un approfondimento evolutivo nella conoscenza di sé e del nostro prossimo. Ne deriva una capacità di guardare ai diversi  modi espressivi della vita con comprensione ed accettazione. Infatti, l'adesione ad una specifica credenza, ad una scuola, ecc., non ha valore quale supporto legittimo per diventare fonte di danno per sé e per gli altri. Notiamo che il senso etico prevalente nel mondo in cui viviamo è il risultato di un simile errore perpetrato soprattutto dalle tre principali religioni monoteistiche.

Ovviamente nella ricerca del proprio Sé non possiamo fermarci alla conoscenza della “persona”. La persona ci consente di apprendere i vari modi espressivi della mente, comuni a tutti, e quindi di poter rispettare gli altri come noi stessi, ma il passo successivo di un'etica matura deve indirizzarsi verso il “transpersonale”, da qui sorge un distacco, una consapevolezza del significato dei miti, riconoscendoli simbolicamente, ed è a questo punto che irrompono gli archetipi primordiali ed il vuoto al limite della mente. Questo stato viene descritto da Gurdjeff come “negatività purgatoriale” una condizione preliminare alla perdita della fissità individuale e foriera  dell’assorbimento nel Sé. Questa consapevolezza-testimonianza, chiamatela se volete “essenza sottile”, è come un aroma che emana dalla materia, dal che se ne deduce che non  può esserci separazione fra la materia e lo spirito. Nemmeno può esserci vantaggio personale a scapito altrui, poiché siamo in un unicum.

Non si pensi però che lo  stato di totale empatia possa essere raggiunto attraverso uno studio od una comprensione intellettuale poiché l’intento è un aspetto della mente, mentre la consapevolezza – che è pura coscienza – consente il manifestarsi di tutti i processi che appaiono nella mente ma non ne è toccata. In verità questo stato di assoluta libertà è già presente e connaturato in noi, ma è stato oscurato da una mole di credenze e false nozioni su noi stessi e sul mondo percepito come separato da noi. Questa separazione è fonte di angoscia ed è proprio per questa ragione che le filosofie orientali, in particolare il buddismo, si sono indirizzate verso il superamento della sofferenza. Per ottenere ciò dobbiamo compiere una rivoluzione a 180 gradi. Per essere in armonia con noi stessi e con tutto ciò che ci circonda occorre ribaltare il concetto egoico antropocentrico che ha generato negli ultimi millenni carneficine inimmaginabili, desertificazioni immense, saccheggi di luoghi incontaminati e indifesi. Jean-Paul Sartre diceva che dal mancato incontro con l'altro derivano le sofferenze e il dolore che gli uomini si infliggono l'un l'altro.

Nel non credere alle norme precostituite, alle abitudini del mondo,  c'è la chiave per la liberazione. “Non credere in quello che dico. Non prendere dogmi o libri come infallibili. Non credere agli altri e non credete nemmeno ai maestri. Non credere a nessuno e questo è il mio unico vero insegnamento che ti darò. Non credere mai!” (Buddha)

Nelle forme più raffinate del buddismo, come ad esempio nella sistema Zen, molta importanza si da all'empatia che si sviluppa attraverso i rapporti interpersonali. Godendo e soffrendo assieme agli altri. Il vero altruismo è però un'arte che occorre sviluppare, poiché se è facile condividere la gioia risulta più difficile condividere la sofferenza. In tal senso l'adepto zen “assisterà” il sofferente invitandolo a superare il dolore nel modo giusto. Gli suggerirà di non aspettarsi consolazioni o che sia il tempo a portare la guarigione, gli farà capire che potrà vincere il suo dolore solo accettandolo come parte del suo destino. Chi è capace di tanto riesce a sopportare la propria sofferenza e se ne libera. Questa liberazione porta alla guarigione tanto più sicuramente quanto più sinceramente si partecipa al dolore altrui, cioè quanto più sensibili si diventa verso il dolore di chiunque. Il sofferente, reso cosciente da questa radiografia del suo stato d'animo, percepisce direttamente che a liberarlo dal dolore non è il rifiuto dello stesso né la fuga dall'esistenza. Questa è una genuina forma di etica altruistica.

Ma ora vediamo più in dettaglio come viene affrontato il concetto di “etica” in altre filosofie orientali. Questo concetto, ad esempio, non è contemplato nel taoismo, poiché l’etica appartiene al ragionamento e quindi al cervello logico. Ovvero è una costruzione mentale speculativa e preordinata. Una sorta di condizionamento che subentra in seguito all'accettazione di regole comportamentali. Nel taoismo non vi sono regole codificate, tutto l'agire avviene nella spontaneità e nell'idoneità di rispondere alla situazione corrente. L'etica viene considerata una sorta di calmieratore per regolamentare i rapporti interpersonali nella società, ciò comporta il predominio della coscienza razionalista, la parte giudicativa della mente prende così il sopravvento nel funzionamento e da qui l'insorgere delle religioni, del sistema gerarchico e della arroganza dell’uso nei confronti delle altre creature e della natura. Da una parte si opprime considerandolo un proprio diritto e dall’altra si difende in considerazione della propria “superiorità” ideologica (etica).

Nel Hua Hu Ching è detto: “Agli altri esseri comuni spesso si richiede tolleranza. Per gli esseri integrali non esiste una cosa come la tolleranza, perché non esiste nessuna cosa come le altre. Essi hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L’attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere. Pertanto l’essere integrale non è attaccato a nulla e può relazionarsi a tutti con una attitudine non strutturata.”

Nel taoismo, che propriamente è una forma di naturalismo vissuto senza enfasi, si indica l’astenersi dagli eccessi, sia in positivo che in negativo, come un naturale atteggiamento di vita. Si comprende il bene ed il male ma non si predilige né l’uno né l’altro. Il bene (Yang) ed il male (Yin) sono i due aspetti del manifestarsi della esistenza su questa terra. Ed è per questa ragione che i taoisti irridevano il buon Confucio che da razionalista convinto spingeva per un’etica sociale e politica, mentre essi si limitavano a permanere nella propria natura originale. Rispettando le propensioni naturali, non governandole quindi per convenienza utilitaristica. Occorre superare il  distacco che ha portato quasi a radicalizzare il conflitto tra spontaneità e retorica, e ciò senza voler efficientemente promuovere ed affermare e ri-pensare la verità della propria natura originaria in quanto risultato di una  concezione “etica”.

In definitiva secondo il taoismo etica e morale son due pensieri cangianti e relativi, due qualità utili semplicemente alla convenienza sociale, due forme ipocrite di asservimento alle consuetudini. Infatti la morale e l’etica sono state usate da tutte le religioni come bandierine simboliche per giustificare il “bene” programmato a sistema.

Paolo D'Arpini - spiritolaico@gmail.com





“Discard all traditional standards. Leave them to the hypocrites. Only what liberates you from desire and fear and wrong ideas is good. As long as you worry about sin and virtue you will have no peace.” (Nisargadatta Maharaj)