La poligamia e la poliandria sono naturali ? Il parere di Osho Rajneesh


Risultati immagini per poliandria
Immagine correlata
DomandaOsho, quando mi innamoro di un uomo, per gli anni in cui dura, non provo attrazione per nessun altro. Ma per l’uomo non è lo stesso. Anche se è felice e soddisfatto e vuole stare con me, di tanto in tanto ha le sue storie con altre donne. Comprendo la natura diversa dell’uomo e della donna. Comprendo anche che ogni relazione d’amore ha i suoi picchi e le sue valli. Tuttavia, a tratti continuo a provare tristezza. Lascio all’uomo una certa libertà di movimento. I miei amici dicono che mi rendo così disponibile che l’uomo mi dà per scontata e io perdo il rispetto per me stessa.  Osho, è vero? Non è chiaro per me. Posso dire che non mi aspetto nulla da un uomo, ma tu mi conosci meglio. Puoi per favore commentare?
 
Osho: Neelam, ci sono molti elementi nella tua domanda. Innanzitutto, un malinteso sulla natura dell’uomo. Pensi, come molte persone al mondo, che l’uomo sia poligamo e che la donna sia monogama. Pensi che la donna voglia vivere con un uomo, amare un uomo, dedicarsi ed essere totalmente devota a un uomo, ma che l’uomo abbia una natura diversa, che voglia anche amare altre donne, di tanto in tanto.
La realtà è che entrambi sono poligami. La donna è stata condizionata dall’uomo per migliaia di anni a pensare di essere monogama. E l’uomo è molto astuto, ha sfruttato la donna in molti modi. Uno dei modi è stato dirle che l’uomo è, per natura, poligamo. Tutti gli psicologi e tutti i sociologi sono d’accordo sul fatto che l’uomo sia poligamo e nessuno di loro dice la stessa cosa della donna.
La mia comprensione è che entrambi sono poligami. Se una donna non si comporta in modo poligamo, è per educazione, non per natura. È stata così totalmente condizionata e da così tanto tempo che il condizionamento le è entrato nel sangue, nelle ossa, nel midollo. Perché lo dico? Perché in tutta l’esistenza, tutti gli animali sono poligami.
Sarebbe davvero sorprendente se l’intera esistenza fosse poligama e solo la donna avesse una natura eccezionale. Nell’esistenza non ci sono eccezioni. Ma dal momento che la donna ha dovuto dipendere dall’uomo finanziariamente, l’uomo l’ha mutilata in molti modi: le ha tagliato le ali, le ha tolto la libertà e la capacità di contare su se stessa. Ha preso la responsabilità sulle sue spalle, mostrando grande amore, dicendo: “Non devi preoccuparti, mi prenderò io cura di te”. Ma, nel nome dell’amore, ha preso la libertà della donna. 
Per secoli non ha permesso alle donne di essere istruite, di essere qualificate in alcun modo, in alcun mestiere, in alcuna abilità: la donna deve essere finanziariamente dipendente dall’uomo. Le ha portato via anche la libertà di movimento: non può spostarsi liberamente come fa l’uomo, è confinata in casa. La casa è quasi la sua prigione.
In passato era costantemente incinta, perché su dieci bambini, nove morivano. Per avere due, tre figli, una donna doveva essere continuamente incinta per tutto il tempo in cui era in grado di riprodursi. Una donna incinta diventa ancora più dipendente economicamente: l’uomo diventa il suo custode. 
L’uomo è colto, ben informato, mentre la donna non sa nulla. È stata tenuta all’oscuro, perché la conoscenza è potere: ecco perché la donna è stata privata della conoscenza.
E visto che è un mondo di uomini, sono tutti d’accordo nel mantenere la donna in schiavitù.
Lo hanno realizzato con un’intelligenza molto sofisticata. Le hanno detto che essere monogama è la sua natura. Non esiste una psicoanalista, o una sociologa donna che possa confutare questa teoria: se l’uomo è poligamo, perché la donna dovrebbe essere monogama? 
L’uomo ha aperto la strada alla sua poligamia: ha istituito le prostitute. Era un fatto accettato in passato: nessuna moglie avrebbe mai obiettato al fatto che suo marito, di tanto in tanto, frequentasse una prostituta. Si pensava che fosse naturale per l’uomo.
Ma io vi dico che entrambi sono poligami. Tutta l’esistenza è poligama. Deve esserlo: la monogamia è una noia! Per quanto bella possa essere una donna, per quanto bella possa essere una persona, dopo un po’ ti stanca: la stessa geografia, la stessa topografia. Per quanto tempo devi vedere la stessa faccia? Succede così che passano gli anni e il marito non guarda più sua moglie con interesse nemmeno per un solo istante.
Il mio approccio è naturale e semplice. Non voglio matrimoni nel mondo dell’Uomo Nuovo. Il matrimonio è un fenomeno così brutto e marcio, così distruttivo, così inumano. Da una parte rende schiava la donna e dall’altra crea l’orribile istituzione delle prostitute. Le prostitute servono a salvare il matrimonio, altrimenti, l’uomo inizierebbe a scherzare con le mogli degli altri. È un dispositivo sociale, in modo che l’uomo non si vada a impegolare con la moglie di un altro: ci sono altre belle donne disponibili...

Tratto da: Osho, The Golden Future, Cap. 32 

"Oriente vs Occidente" - Percorsi spirituali a confronto


Risultati immagini per "Oriente vs Occidente" - Percorsi  spirituali a confronto
L'articolo che segue è il primo di una  rubrica dal titolo "Oriente vs Occidente"  che apparirà nei prossimi numeri della rivista laica "Non Credo" diretta da Paolo Bancale.  
Inizio con alcune considerazioni generali, ammettendo inoltre  che già dal titolo stiamo  determinando un'affermazione "impropria". La specie umana non può essere suddivisa in razze e ciò vale anche dal punto di vista culturale e spirituale. Se l'uomo si è fisicamente differenziato, nel colore epidermico e nelle fattezze somatiche, ciò è dovuto semplicemente all'adattamento al luogo, alla latitudine in cui si è insediato. Che egli  appartenga ad un'unica specie lo dimostra inequivocabilmente la sua capacità di fertilizzarsi e riprodursi unendosi a qualsiasi altro essere umano di qualsiasi etnia.    
Prima della grande diaspora  l'uomo ha sviluppato comuni modi espressivi, anche dal punto di vista del pensiero, e come esistette una lingua originaria, il così detto "nostratico", parimenti  si sviluppò un sentire emozionale condiviso, che possiamo definire spiritualità naturale. I modi espressivi di questa spiritualità mutarono attraverso i millenni in base alle differenziazioni sociali ed ambientali, oltre che genetiche,  che vennero a crearsi nei diversi gruppi stanziatisi nel cosiddetto Oriente ed Occidente. 
Ma oriente rispetto a cosa? Occidente rispetto a cosa? Il pianeta è una palla che gira ed il trovarsi in oriente o in occidente è solo una considerazione utilitaristica.  Ogni religione è stata “creata” per confondere, mentre per fare chiarezza occorre distinguere, rinunciando a posizioni ideologiche precostituite. 
“Solve et coagula” – “Per orientarti nell’infinito, distinguer devi e poscia unire” (Goethe). Ma attenzione un conto è il giudizio ed un altro la discriminazione…
Malgrado  la ammissione di incongruenza descrittiva tra quella cultura che noi definiamo occidentale (meglio chiamarla mediterranea con sue diramazioni in America ed in Australia ed in parte anche in Africa) e quella che si è sviluppata  ed affermata in Asia (soprattutto in Cina, India, Giappone, Mongolia,  etc.) di fatto   si è venuta a creare nei secoli una radicale differenziazione.
La differenza sostanziale sta nel fatto che in oriente  si contempla  l’esistenza di un “Dio” assoluto ed onnipervadente, trascendente e immanente  che, essendo la sola presenza reale, comprende in sé ogni aspetto del manifesto e dell’immanifesto. Tutto esiste nell'Uno "non essendovi altro all'infuori di Quello". 
Mentre il Dio, meglio definito “arconte”, delle religioni monolatriche che prevalgono in occidente (giudaismo, cristianesimo ed islam) è frutto di una  assunzione e proiezione mentale dualistica. Un Dio diverso dalle sue creature e dalla sua creazione  di cui egli  è giudice ed osservatore esterno.  
La “religione” occidentale  dovrebbe in effetti essere definita "separazione"  e questo suo  dividere ha l'evidente funzione di sostenere i suoi  sacerdoti, papi, rabbini e mullah che utilizzano per fini speculativi il moto naturale, presente in ogni essere umano, del “ritorno” all'Uno! Essi hanno compiuto il più grande imbroglio, verso se stessi ed il loro prossimo, essi hanno  svolto la funzione ingannatrice separando ciò che è inseparabile per poi pretendere di volerlo”ri-unire” attraverso il perseguimento di un dettame religioso e la promessa di una “salvezza” riservata ai “credenti”.
In verità non v’è alcun obbligo a restare impantanati in un “credo” (il momento che ne abbiamo capito le conseguenze). Solo colui che insiste nel voler credere è compartecipe e succube di quel credo. Come chi vuole dividere l'umanità in razze elette e razze inferiori non è in grado di comprendere od accettare l'unitarietà della specie.
Eppure, non è il credere un semplice pensiero, una opinione? Quindi perché restare avvinghiati ad un qualcosa che è mera illusione, un emblema della separazione? Ed in questo caso viene persino oscurata quella naturale spiritualità di cui parlavamo all'inizio,  sostituendo  lo “spirito universale”  con la caparbietà e l’illusione egoica  di ritenersi separati.
Durante i vari appuntamenti che seguiranno  in questa rubrica cercherò comunque  di non entrare nel merito della  veridicità o falsità  delle religioni. Dal punto di vista della laicità di pensiero il credere è una libera scelta personale, quindi: “de gustibus non est disputandum!”. Cercherò comunque di aprire una fessura discriminativa, analizzando i vari modi espressivi delle religioni o delle filosofie che si sono affermate e conservate in Oriente ed in Occidente.  
La prima differenza sostanziale verte nel metodo di ricerca spirituale.  In occidente si predilige il credere, mentre in oriente prevale l’esperimentare. Il credere è statico ed è il risultato della memoria e dell’accettazione cieca, l’esperimentare è  dinamico ed è il risultato di una azione e di una discriminazione selettiva.
L’unica verità incontrovertibile è quella corroborata dalla propria esperienza… ma a meno che non si abbia una rivelazione diretta interiore affermare di credere in una religione è un esercizio mentale di volontà ed è privo di ogni sostanzialità. Cosa diversa nel caso di esperienza diretta o “realizzazione”. Siccome la “realizzazione” avviene nel Sé, e non è conseguenza di una ipotetica "salvazione" esterna,  possiamo tranquillamente affermare che  la “verità intrinseca” è l’unica reale verità, tutto il resto essendo semplice proiezione mentale.
Taluni, i  professionisti della religione, che prevalgono nelle fedi monolatriche,  ritengono che la pratica spirituale sia una sorta di “occupazione” come quella di uno studente o di un lavoratore che deve espletare specifici compiti per “ottenere” la salvazione. Questo atteggiamento “volontaristico” crea spesso aspettative e dal punto di vista spirituale addirittura allontana dalla vera conoscenza, poiché ci si fissa sul mezzo senza guardare il soggetto che vuole raggiungere la conoscenza.
Il vero  soggetto è il nostro stesso Sé ma noi lo ignoriamo e lo rendiamo un “oggetto” da perseguire. E  questo è il gioco dell'ego che si traveste da poliziotto per cercare il ladro che egli stesso è.
A proposito di questo “gioco” ricordo la frase pronunciata dal re Janaka di Videha *)  che, dopo aver ascoltato e compreso l’insegnamento nondualistico impartitogli dal suo guru Vasishta, esclamò: “Ora ho compreso chi è il ladro e lo sistemerò immediatamente” (riferendosi alla tendenza a identificarsi con il corpo-mente che ritiene di compiere l’azione).
Insomma la foga nello svolgere il cosiddetto “dovere” religioso e la compulsione a praticare per ottenere risultati attraverso la volontà e la penitenza, può procurare forme di dipendenza e di illusione “spirituale” ed è una devianza rispetto alla sincera ricerca interiore.
Questo avviene quando ci si lega ad una setta, quando si aderisce ad una specifica religione e ci si affida alle indicazioni di un ipotetico “salvatore” o pontefice. Sembra che alcune persone abbiano bisogno di sentirsi “radicate” e affratellate in un gruppo compatto (spesso succede con i cristiani ed i maomettani, e simili fedi), soprattutto se stanno vivendo momenti di vuoto affettivo o di altro genere (preoccupazioni mondane, senso di mancanza o inadeguatezza, etc.).
Però mettersi contro apertamente o denigrare le scelte compiute da tali persone non le aiuta a comprendere la causa del loro bisogno di riempire un buco, che risiede nella loro incapacità di accettare se stessi per quel che sono senza pensare di voler forzatamente modificare lo stato di cose o la propria natura in funzione di un ipotetico ottenimento “altro”.
L’accettarsi soltanto può interrompere il meccanismo del desiderio e della paura, perché accettando si comprende la situazione vissuta nella sua interezza e la risposta confacente sorge spontanea. Ma l’accettazione talvolta è anche dolorosa. Questo riguarda ognuno di noi che vive nel mondo. Ma vivendo consapevolmente nel mondo si può comprendere la natura del mondo e della coscienza.
Comunque non si può definire od impartire una “cura” universale per le diverse anomalie di interpretazione della propria realtà, dicendo “fai questo o fai quello”. A volte abbiamo anche bisogno di perderci per poi ritrovarci. Ognuno deve poter crescere a modo suo.
Per sviluppare la chiarezza interiore ci vuole discriminazione e distacco. L’auto-indagine è la via più diretta per individuare il “ladro” che ci deruba della Consapevolezza (trascinandoci nel mondo della dissociazione e della speculazione).
L'auto-indagine non richiede altri aiuti se non la rimembranza e l’attenzione rivolta al Sé. in questo abbandono ed in questo arrendersi al proprio Sé sorge l’amore, e la comprensione di ciò che realmente noi siamo, aldilà della forma e del pensiero.
E di questo parleremo in seguito...
Paolo D’Arpini  
Risultati immagini per paolo d'arpini
spiritolaico@gmail.com

Brevi cenni biografici sull'autore: Paolo D'Arpini,  nato a Roma il 23 giugno del 1944, ha vissuto  in  momenti diversi  sia nella sua città natale che in Verona, poi a Calcata per 33 anni. Il suo percorso discriminativo lo portò ben presto ad abbandonare ogni studio nozionistico dedicandosi a sviluppare forme di ricerca diretta, prima in campo culturale e successivamente in quello spirituale (in chiave laica).  Ha compiuto in passato avventurosi viaggi in Africa  ed in Asia, soggiornando lungamente in India, dove incontrò il suo maestro spirituale Muktananda e altri saggi. Approfondì la conoscenza spirituale, in primis con l'esperienza diretta,  ed anche  attraverso  lo studio comparato di varie discipline e filosofie, sia dell'estremo oriente che dell'occidente.  E' autore di diversi libri ed articoli che trattano questi temi e collabora stabilmente  con il bimestrale Non Credo. Dal 2010 si è trasferito a Treia, nella casa della sua amata compagna Caterina Regazzi.

Nota: *) il Re Janaka fu un regnante illuminato vissuto circa 5000 anni prima di Cristo, all’epoca in cui è ambientato il Ramayana. Janaka era il re dell’attuale Janakpur e il padre di Sita che divenne la moglie di  Sri Rama (Avatar  di Vishnu).

Risultati immagini per non credo rivista

Shivaismo e Vishnuismo. Nondualismo e dualismo nella filosofia induista

Risultati immagini per Shivaismo e Vishnuismo

I due filoni più significativi dell'induismo classico sono lo Shivaismo ed il Vishnuismo, che prendono il nome dai loro capostipiti ovvero Vishnu  il Conservatore e Shiva  il Distruttore.  A dire il vero nella Trimurti indiana c'è anche una terza divinità, Brahma che è il Creatore,  il quale  non ha però nessuna scuola al suo seguito.  Spesso alcuni amici spiritualisti mi chiedono come mai nella filosofia indiana non vengano dedicati templi a Brahma, ossia all'aspetto creativo della Divinità?

Tanto per cominciare occorre spiegare che la Trimurti letteralmente significa «colui che è dotato di tre aspetti». Con tale termine si allude ad un Ente che aduna in sé, come un’unica divinità, tre aspetti di tre divinità differenti. I tre importanti Deva archetipi: Brahma, Vishnu e Shiva  sono riconducibili allo stesso e unico Dio detto anche Īśvara o Saguna Brahman.   Ma questo ancora non spiega la scomparsa di Brahma dal culto ufficiale.

Esistono miti e leggende  che tendono a comprovare la supremazia di Vishnu sugli altri dèi della trimurti e per spiegare il motivo per cui il dio Brahma non è oggetto di culto in India. Esistono ovviamente miti e tradizioni shivaite che sostengono esattamente il contrario e cioè che Shiva è il più grande tra gli dèi, che è l’Assoluto, il principio di tutte le cose. Insomma lo Skanda Purana, Il Lingam Purana o il Vayu Purana narrano  questa  storia:

All’origine dei tempi, quando niente era stato creato o, più precisamente, nel periodo che intercorreva tra la distruzione/assorbimento dell’Universo e la creazione di un nuovo universo, Vishnu stava sdraiato sul serpente Ananta convinto di essere il più potente dio. All'improvviso apparve però   Brahma, attaccato con un cordone ombelicale a Vishnu, il nuovo nato dichiarò di essere il creatore dell’universo, colui dal quale tutte le cose sarebbero state create. Tra i due dèi nacque una disputa.  Ma mentre la discussione  andava avanti, nell’immensità degli spazi si sentì un rombo assordante, un fragore accompagnato da un fascio di luce, e comparve improvvisamente una colonna rifulgente che dagli inferi arrivò fino agli spazi superni trafiggendo gli oceani e la terra. Era un lingam infinito e splendente, fiammeggiante e possente che lasciò stupefatti e terrificati i due dèi.


“Ma cos’è?” si domandarono attoniti Vishnu e Brahma. Per capirlo  Vishnu si trasformò in cinghiale e si gettò nell’oceano, Brahma si trasformò in oca selvatica e volò negli spazi celesti. Il loro viaggio durò più di mille anni, ma per quanto si sforzassero, non riuscirono a raggiungere le estremità della colonna di fuoco che continuava a crescere.
Ritornati in superficie i due si guardarono, Vishnu ammise di non essere riuscito a trovare l’inizio del lingam, Brahma invece, che voleva vincere la sfida, mentì dicendo di essere arrivato in vetta al lingam fiammeggiante.  In quel momento però nella colonna di fuoco si aprì una fenditura dalla quale uscì Shiva, il signore del lingam,  che si auto manifestò e proclamò la propria supremazia come Assoluto, come creatore, preservatore e distruttore dell’universo e di tutto ciò che esiste inclusi i due dèi che a quel punto, prostrati al cospetto del grande dio, lo adorarono riconoscendone la supremazia.

Ma non finì qui. Shiva infatti lanciò un'anatema contro Brahma che aveva mentito sostenendo falsamente di aver raggiunto la vetta del lingam di fuoco. Nessun culto sarebbe più esistito in suo onore. E così fu.

Facendo un'analisi più approfondita sulla tradizione del Sanatana Dharma scopriamo però che sia Vishnu che Shiva sono in realtà due divinità antecedenti alla cultura vedica brahmanica, portata in India dall'invasione ariana di popolazioni pastorali e guerriere provenienti dal Caucaso, le stesse che in epoca tardo neolitica invasero l'Europa cancellando la cultura matristica preesistente sostituendola con la loro cultura patriarcale e con le loro divinità maschili. 

Infatti nella tradizione vedica indiana scopriamo la presenza di  Indra, il dio della folgore (equivalente a Giove) come capo degli dei, Varuna, il dio degli espansi  (equivalente a Poseidone), Agni il dio del fuoco (equivalente a Vulcano), etc. Vishnu e Shiva (quest'ultimo con il nome di Rudra) furono inseriti successivamente nel Pantheon vedico. Dal che si presume che queste fossero divinità autoctone assorbite solo più tardi nel Gotha. In particolare va fatta la considerazione che  Rudra (un aspetto di Shiva) era considerato un dio terribile, evidentemente mal visto dai primi brahmani. Della presenza molto antica in India di questa divinità ne abbiamo le prove in seguito agli scavi compiuti a Mohenjo Dharo ed Harappa nella valle dell'Indo (ora Pakistan) ove furono rinvenute sue immagini  in cui esibisce lunghe corna e indossa pelli di animali, egli era infatti considerato il Signore degli animali (Pasupata).  

Stranamente la cultura Vedica che in un primo tempo tentò di colonizzare l'India a mano a mano che i secoli passavano dovette reintegrare le antiche divinità autoctone finché addirittura queste  non assunsero la predominanza  su tutti gli altri dei importati.  Così forte fu il cambiamento  dal che  si può  intuire come mai il creatore Brahma non fu più oggetto di adorazione, egli restò solo come appellativo appiccicato alla casta dei sacerdoti, detti appunto brahmani, che in verità divennero officianti dei culti  di Vishnu e Shiva.

La storia di Vishnu si perde anch'essa nella notte dei tempi, sue incarnazioni principali, tra le  numerose altre,  furono Rama e Krishna, due personaggi divini, comparabili al nostro Cristo, vissuti diverse migliaia di anni prima dell'era cristiana. Ad essi vennero dedicati le due principali epiche indiane il Ramayana ed il Mahabharata che assieme ai Veda vengono considerate le scritture indiane sacre per eccellenza.  Anche a Shiva sono dedicate parecchie sacre scritture, come gli Shiva Purana ed altri  testi più recenti scritti dal saggio  Shankaracharya che viene considerato una sua  emanazione.

Se dovessimo in poche parole esaminare e descrivere  gli aspetti che contraddistinguono questi due filoni di pensiero induisti possiamo dire che Vishnu rappresenta la devozione all'ideale, il dovere del compiere il bene, l'amore verso il prossimo, l'aderenza all'etica, etc. Shiva invece rappresenta il Maestro, il Guru primordiale, che impartisce la conoscenza del Sé, ed indirizza gli adepti verso la realizzazione dell'Assoluto non-duale.

Sia ben chiaro che in entrambe le tradizioni vi sono stati santi e realizzati, poiché come è detto in vari contesti e scritture la devozione e la conoscenza sono come due ali che aiutano l'uomo a sollevarsi dall'ignoranza e dalla animalità.

L'approccio vishnuita comunque parte dall'adorazione dualistica, definita  Dvaita Vedanta (Vedanta dualistico)  che appartiene al sentiero della Bhakti (devozione).  Dal punto di vista delle credenze questo  è il sentiero  che ha una maggiore affinità con le religioni di origine semitica:  ebraismo, cristianesimo e islam. Cioè i fedeli credono in un Dio personale denominato Vishnu (o le sue incarnazioni Rama e Krishna). Nell'ebraismo questa funzione è rivestita in parte da Mosè, nel cristianesimo da Gesù e nell'islamismo dal profeta Maometto. 

Nella mitologia dualistica vishnuita, come nelle religioni semite, le anime restano sempre separate dal loro creatore ed il massimo bene possibile è l'ascesa ad un "paradiso" in cui godere permanentemente  della presenza divina.

Chiaro però che  tale  paradiso, quasi un luogo spazio-temporale,  occorre guadagnarselo, con opere di fede, di speranza e di carità, ed il visto d'accesso  viene rilasciato dalle incarnazioni  divine, gli Avatar, da qui la necessità di essere a loro devoti per ingraziarsene i favori. Non tutta la filosofia vishnuita è totalmente dualistica esiste anche il Vishishtadvaita, ovvero il non dualismo differenziato. Comunque il  Vishnuismo   è legato alla formulazione di un Dio personale, una forma religiosa  semplice da accettare da parte di persone che non comprendono od ignorano le alte speculazioni filosofiche upanishadiche, ma sentono l'esigenza di un dialogo con il mondo divino. Ecco perché il Vishnuismo dualista si contrappone alla filosofia Advaita Vedanta (Vedanta non-dualistico),  affine allo Shivaismo.

La teologia della scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il divino è differente dai jiva e dalla prakriti (natura). I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro. La metafisica dvaita formula due categorie, alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio, alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto.  Vishnu è sì interpretato come un Dio personale, ma nell'accezione più alta non ha una forma fisica, un'immagine antropomorfica, ma si manifesta attraverso i suoi avatar, fra cui Rama e Krishna sono i suoi principali impersonificatori.

Per fortuna in India tutte le scuole sono considerate valide al fine di una evoluzione personale,  ogni scuola conduce i suoi allievi sino al punto in cui la loro mente è in grado di accettare una verità, quindi tutte sono utili all'evoluzione. Un po' come avviene nella cultura scolastica in sui si va avanti dalla scuola d'infanzia sino all'università seguendo una trafila d'insegnamento che non esclude i diversi aspetti educativi, dalle  asticciole alle elucubrazioni scientifiche più profonde.  Ma alla fine la "laurea", ovvero la realizzazione di Sé, non viene raggiunta per l'accumulo di conoscenze bensì per il sorgere di  una esperienza  mistica trascendentale che si fa strada nel cuore del ricercatore sino al punto di superare ogni concettualizzazione.

Nello Shivaismo, in effetti,  esiste lo stesso un approccio devozionale, ma viene indirizzato verso lo Shiva interiore, il Sé, ovvero l'essere-coscienza che noi tutti siamo,  come ben descritto nel mantra impartito da Shankaracharya:  "Shivo-ham", Io sono Shiva. Ma questa, esposta da Shankaracharya, può essere intesa come la forma più pura dello Shivaismo,  non intesa  ovviamente come un  sistema monastico  o sacerdotale  nella tipica struttura religiosa induista. 

Comunque, dal punto di vista della ricerca interiore, non vedo sostanziali differenze tra la via della spiritualità laica di cui spesso faccio menzione e lo Shivaismo, soprattutto nella sua forma kashmiri.  La definizione stessa di   “spiritualità laica” serve a  stabilire la sua assoluta e totale indipendenza da ogni credo (ateismo compreso). In verità diverse forme di spiritualità laica sono riconoscibili nello shivaismo del Kashmir e nell’adavaita vedanta che di tale spiritualità  sono  le espressioni più antiche...

Shankaracharya, dicevamo, è una delle manifestazioni di Shiva. Shiva dal punto di vista tradizionale viene considerato l’aspetto della Trinità preposto alla distruzione. Ma tale distruzione è indirizzata soprattutto verso l’ego, ovvero quell’identità separata che impedisce all’uomo di riconoscersi Uno con l’Assoluto. Perciò Shankara, che uno degli appellativi di Shiva, sta a significare “favorevole, propizio” . Egli è l’Assoluto stesso, l’amore indicibile che sorge dal principio “Io” privo di ogni identificazione, la pura consapevolezza di Sé (in sanscrito Atman). Shiva viene anche definito: “Satyam-Shivam-Sundaram” cioè Vero, Auspicioso e Incantevole.

Non si può affermare che il Nondualismo possa venir perfezionato, ma per quanto concerne il modo descrittivo possiamo dire che questa affermazione è appropriata nel caso degli insegnamenti  di Ramana Maharshi, il saggio che visse ai piedi di Arunachala, la montagna sacra emanazione di Shiva (che si dice essere il residuo della colonna di fuoco descritta all'inizio di questo articolo), ove egli restò in ritiro permanente nella prima metà del secolo scorso. Ramana è universalmente riconosciuto come il moderno divulgatore dello Shivaismo nondualista oltre i confini dell’India. Egli, nella strofa X del suo ‘Quaranta Versi sull’Esistenza’ così afferma: “Non vi è conoscenza separata dall’ignoranza, non vi è ignoranza separata dalla conoscenza. Di chi sono questa conoscenza e quest’ignoranza? Vera Conoscenza è quella che conosce la coscienza che conosce, che è il principio base”.  

Paolo D'Arpini - spiritolaico@gmail.com

Immagine correlata

Gadadhar Chattopadhyay, conosciuto come Sri Ramakrishna Paramahamsa, nelle vesti di Shiva

Immagine correlata

Era la notte del "Maha Shivaratri" dedicata a Shiva (l'Assoluto), e il piccolo Ramakrishna adorava Dio nella forma di Shiva, in onore di quella festività.
 
La stessa sera, a Karmarkupur, nei pressi di Calcutta, cʼera uno spettacolo in cui dei bambini recitavano davanti al pubblico le storie di Shiva. Purtroppo, il bambino che doveva recitare il ruolo di Shiva non poteva più venire, così cercarono un attore che potesse giocare il suo ruolo e qualcuno  consigliò il piccolo Ramakrishna.
 
I bimbi allora andarono dal piccolo Ramakrishna, impegnato ad adorare Shiva
e a cantare inni sacri, e gli dissero: “Gadadai (nome con cui veniva
chiamato Ramakrishna da bambino), lʼattore che doveva recitare il ruolo di
Shiva non cʼè a causa di un contrattempo. Sei stato scelto tu come attore.”
 
Il piccolo Ramakrishna rispose: “Ma oggi è la notte di Shiva. Se vengo a
recitare, come posso meditare su Shiva? Significherebbe interrompere la mia
meditazione.”
 
I bimbi risposero: “Non ti preoccupare. Se impersoni il ruolo di Shiva,
manterrai la mente su di Lui per tutto il tempo. E questo è identico alla
meditazione.”
 
Il piccolo Ramakrishna quindi accettò.
 
Si vestì come Shiva, con i capelli uguali, con gli abiti e le collane
identiche, e così entrò in scena.
 
Quando il pubblico vide il piccolo Ramakrishna entrare in scena con
lʼaspetto di Shiva, ebbe una sensazione luminosa che lo fece rabbrividire;
e sembrava che fosse realmente Shiva, al punto che tutti gridarono: “Om
Namah Shivaya!” (Onoro il Nome di Shiva).
 
Ma accadde qualcosa di strano: Ramakrishna andò subito in estasi e la sua
coscienza lasciò il piano terra, sollevandosi fino al Divino. Quindi,
entrato in scena, rimase in trance, felice e beato, senza riuscire a
recitare la scena.
 
Dopo qualche tempo discese da quelle altezze divine della coscienza per
ritornare nella normale coscienza corporea, ma lo spettacolo era ormai
finito.
 
Ramakrishna non era in effetti una persona ordinaria: era un Avatar, cioè
unʼIncarnazione Divina pari a Cristo, Buddha, Krishna.
 
Questo episodio fa comprendere che si può chiamare “meditazione” anche il
mettere in pratica la piena convinzione di essere Shiva (Dio) che recita
nello spettacolo del mondo, e realizzarLo in questo modo.
 
“Io sono Shiva”, “Io sono Dio”, “Io sono Amore”, “Io sono Divino”, “Io sono
Brahman”, “Io sono un perfetto strumento attraverso cui fluisce la
Divinità”. Questo è il metodo.
 

Immagine correlata

(Testo inviato da Anna Dossena)

Advaita Vedanta. Il nondualismo da Shankaracharya a Ramana Maharshi…


Risultati immagini per Advaita Vedanta. Il nondualismo da Shankaracharya a Ramana Maharshi…

Il Nondualismo (in Sanscrito: Advaita) è l'espressione più sottile e "scientifica" del pensiero umano. Agli effetti pratici non può essere definita una filosofia, in quanto si pone "prima" ed "aldilà" del pensiero, quindi non potrà mai divenire un argomento di studio o di dibattito. Il Non-dualismo è stato intelligentemente rappresentato da uno dei suoi più recenti fautori,  Sri Poonja di Lucknow (detto Papaji), con queste parole: "Immagina l'Uno non seguito dal due e poi abbandona il concetto stesso di Uno".  Non è possibile alcuna speculazione mentale su quanto viene significato con questa netta e assoluta indicazione della realtà.

La concezione Nonduale si affaccia sulla scena del pensiero umano già cinquemila anni fa, nelle ultime porzioni dei Veda (Vedanta) dette Upanishad, in cui si afferma: "Dall'Uno sorge l'Uno, se dall'Uno togli l'Uno solo l'Uno rimane". Nel VI° secolo a.C. la civilizzazione Indiana è preda di depressioni empiriche e matematiche,  in quel periodo vennero accantonate  le sottigliezze vedantiche e sostituite da formalismi rituali, teismi e sofismi di vario genere, per questo motivo la venuta del Buddha segnò un rifiorire dell’autentico spirito nel tentativo di superare il materialismo spirituale.

      Avvenne così che la dottrina buddhista della "sunyata" (vacuità o vuoto), in cui si nega la sostanza ed il valore alle forme e alle manifestazioni del mondo, riportasse l'attenzione al percipiente. La descrizione dell'esistenza empirica come origine e fonte della sofferenza restituì stamina ed impeto alla realizzazione del puro spirito, ma già nel V° secolo d.C. le  diatribe interne ai vari sistemi buddhisti andavano deteriorando la pulizia dell'insegnamento originario del Buddha.

     Ed è proprio in quel contesto storico che apparve sulla scena il grande saggio Adi Shankaracharya, che fin da giovanissimo iniziò a riportare la società induista verso la comprensione dell'Uno senza un Due. Lo fece indicando la pratica spirituale quotidiana della rinunzia alle forme pensiero dualistiche: "Neti…Neti" (non questo... non questo). Il grande movimento che ne nacque è ancora vivo e vegeto ed ha quindi prodotto innumerevoli saggi che si riferiscono a questa linea.

     Non si può affermare che il Non-dualismo possa venir perfezionato, ma per quanto concerne il modo descrittivo possiamo dire che questa affermazione è appropriata nel caso di Ramana Maharshi, il saggio di Arunachala, la solitaria montagna sacra del Tamil Nadu, ove egli visse in ritiro permanente nella prima metà del secolo scorso. Ramana è universalmente riconosciuto come il divulgatore dell’Advaita Non-dualista oltre i confini dell'India. Egli, nella strofa X del suo ‘Quaranta Versi sull'Esistenza’ così afferma: "Non vi è conoscenza separata dall'ignoranza, non vi è ignoranza separata dalla conoscenza. Di chi sono questa conoscenza e quest'ignoranza? Vera Conoscenza è quella che conosce la coscienza che conosce, che è il principio base".

     Secondo l'esperienza di Ramana, non vi è alcuna separazione, e tutto perciò viene ricondotto al Sé. Questa sublime espressione della Coscienza che conosce se stessa è stata susseguentemente spiegata, in modo raffinato e culturalmente accettabile per la nostra mente speculativa, dal saggio indiano Nisargadatta Maharaj, il quale nella sua estrema semplicità descrittiva si limitò ad affermare: "Io sono Quello". Nella diretta realizzazione del Sé non esistono descrizioni che possano adeguatamente trasmettere questa ineffabile esperienza, ed è per questo che il diniego o rifiuto di ogni assunzione e proposizione spirituale fu la caratteristica di un ultimo campione della linea, e cioè U.G. Krishnamurti - il santo che negava ogni santità che fosse altra dallo stato puro della consapevolezza - esclamando: "le mie parole sono come il raglio di un asino... esiste solo la vita che meravigliosamente compie il lavoro". Con ciò segnalando il punto finale di "non ritorno" al dualismo empirico.

Paolo D'Arpini


Risultati immagini per Advaita Vedanta. Il nondualismo da Shankaracharya a Ramana Maharshi…
spiritolaico@gmail.com

                                                                         

I campi elettromagnetici e le quattro equazioni di J.C. Maxwell



Risultati immagini per Campi elettromagnetici e le  quattro equazioni di  J.C.Maxwell

La teoria dei campi elettromagnetici – comportanti linee di forza che si espandono nello spazio – sia stata mirabilmente sviluppata da Faraday, che però non ne dette un’interpretazione matematica. La teoria dei campi di Faraday servì di base per una brillante sintesi fisico-matematica di tutti i fenomeni elettromagnetici operata dal fisico scozzese James Clerk Maxwell (1831-1879). Egli utilizzò i risultati delle ricerche di elettrostatica e sul magnetismo di Gauss, quelli di Ampere sugli effetti magnetici delle correnti elettriche, e quelli dello stesso Faraday sull’induzione elettromagnetica, dandone una visione unitaria dinamica in cui le interazioni elettromagnetiche si trasmettevano non istantaneamente, ma nel tempo mediante flussi continui di onde agenti lungo le linee di forza alla velocità della luce. Secondo Einstein ed altri autori le quattro equazioni di Maxwell, che dettero il via ad una serie di intense discussioni e profonde riflessioni in tutto il campo scientifico, assunsero nell’800 la stessa importanza per i fenomeni elettromagnetici assunta delle equazioni di Newton nel ‘600 per i fenomeni meccanici e gravitazionali(1)(2)(3).

Maxwell fu professore ad Edimburgo e poi anche di fisica sperimentale a Cambridge (benché fosse essenzialmente un fisico teorico) dove fondò l’Istituto Cavendish da cui uscirono ben 29 premi Nobel. Nelle sue prime opere: “Sulle linee di Forza di Faraday” (1856) e “Sulle Linee fisiche di Forza” (1861-62), costruì modelli ancora meccanici per spiegare la presenza dei campi. Nelle opere successive: “Una Teoria dinamica del Campo Magnetico” (1865) e “Trattato di Elettricità e Magnetismo”, (1873), considerata il suo capolavoro, il fisico scozzese – dopo aver rinunciato anche alla teoria dell’etere (un fluido leggerissimo che supporterebbe i campi) – usò sempre più metodi matematici privi di espliciti modelli fisici. La sua matematica, molto sofisticata e formale (che suscitò qualche perplessità tra i ricercatori dell’epoca, anche da parte dello stesso grande sperimentatore Faraday), si servì di metodi molto avanzati, derivati da precedenti studi di Lagrange, Gauss, ed altri, e come quello vettoriale derivato da W. Rowan Hamilton (N. 72).

Le quattro equazioni di Maxwell sono delle equazioni differenziali a derivate parziali in funzione delle coordinate spaziali e del tempo. Hanno quindi un valore localistico, cioè relative ad un singolo punto in un dato istante, ma possono essere anche matematicamente “integrate” acquistando un valore “globale” che si riferisce ad una superficie estesa che racchiude un dato volume, o ad un circuito elettrico chiuso. La prima equazione descrive il campo elettrostatico dovuto ad una carica elettrica prendendo spunto dagli studi di Gauss. La seconda (derivata anch’essa dagli studi di Gauss) indica che un magnete è sempre costituito da due poli inseparabili e che i flussi e le linee magnetiche formano sempre dei circuiti chiusi. La terza descrive il fenomeno dell’induzione magnetica, cioè la creazione di correnti elettriche dovute ad un campo magnetico variabile, prendendo spunto dalle ricerche di Faraday. La quarta tiene conto delle ricerche di Ampere sulla creazione di campi magnetici mediante correnti elettriche, con un integrazione decisiva di Maxwell relativa ai campi elettrici variabili che crea una simmetria tra campi elettrici e magnetici, dimostrando che sono due aspetti di una realtà unica. Le equazioni valgono nel vuoto le cui caratteristiche elettromagnetiche sono espresse da due costanti, la Permettività elettrica e la Permeabilità magnetica il cui prodotto è in stretta relazione con la velocità della luce “c” secondo una semplice equazione: permettività x Permeabilità = 1/c2.

Questa circostanza indusse Maxwell a mettere in relazione le interazioni elettromagnetiche con le onde luminose, soprattutto dopo che nel 1856 due valenti ricercatori tedeschi, Wilhelm Weber (1804-1891) e Rudolf Kohlrausch (1809-1858) scoprirono che il rapporto tra unità di misura elettrostatiche ed unità elettromagnetiche era pari alla velocità della luce. Il fatto che in realtà tutti i tipi di onda (comprese quelle luminose) siano elettromagnetici fu poi provato da Rudolf Hertz, come vedremo alla fine di questo articolo. Maxwell dette inoltre una versione generalizzata delle sue equazioni che valesse anche per mezzi diversi dal vuoto.

Le equazioni di Maxwell furono viste come un superamento del tipico “meccanicismo” seicentesco di Newton, Galilei e Cartesio, ripreso da Laplace, Helmotz, Kelvin e molti altri fisici e chimici moderni. Esse infatti hanno la caratteristica di riferirsi ad una fisica del “continuo”, e non di “azione a distanza” come nella teoria gravitazionale di Newton o nelle forze di attrazione elettrica di Coulomb (NN. 50 e 59). Le grandezze elettromagnetiche (campi elettrico e magnetico) hanno un valore locale e variano anche per minime variazioni nello spazio e nel tempo. Mentre le equazioni di Newton e Galilei non variano per due osservatori che si muovano l’uno rispetto all’altro a velocità costante (cioè per due sistemi cosiddetti “inerziali” le cui rispettive coordinate sono ricavabili con le semplici “trasformazioni galileiane” messe a punto dal grande fisico pisano), le equazioni di Maxwell non godono di questa proprietà e non si accordano con le concezioni di spazio e tempo di ispirazione newtoniana. Questa è la prima breccia nella fisica tradizionale attraverso cui si farà strada la “Teoria della Relatività”, come vedremo in prossimi numeri. Molti autori (per esempio lo storico della fisica Duhem e in parte lo stesso Geymonat) tuttavia dubitano che Maxwell si sia effettivamente posto al di fuori del meccanicismo. Né si deve dimenticare che la presunta crisi del meccanicismo tradizionale (sottolineata da Mach e dallo stesso Engels) vedrà mezzo secolo dopo una rivincita della fisica del discontinuo con la prova dell’esistenza di atomi, molecole ed elettroni ad opera di J.J. Thomson, Einstein, Perrin, e altri, e nella scoperta dei “Quanti” ad opera di Planck.

D’altra parte Maxwell si interessò anche di argomenti tipicamente meccanicisti. Dopo essersi interessato della resistenza dei materiali duttili (argomento poi ripreso da Von Mises) e dopo aver pubblicato un saggio nel 1859 “Sulla Stabilità degli Anelli di Saturno”, il suo secondo campo di indagine per importanza riguardò la Teoria Cinetica dei Gas, già anticipata nel ‘700 da Daniel Bernoulli (N. 58) e ripresa da Clausius (N. 78). Questa teoria ipotizza che l’azione macroscopica di un gas (ad esempio la sua pressione) sia dovuta ad una miriade di piccoli urti dovuti al moto caotico delle molecole del gas. Anche il calore sarebbe un effetto di questi moti caotici. Maxwell scrisse su questi argomenti il saggio del 1860 “Delucidazioni sulla Teoria Dinamica dei Gas”; e successivamente: “Sulla Teoria Dinamica dei Gas” (1866), “La Teoria del Calore” (1871-77), e “Materia e Movimento” (1876). Egli introdusse l’importante ipotesi che la distribuzione statistica della velocità delle molecole sia una curva a campana, come quella degli errori sviluppata da Gauss (N. 72). Anche il fatto che Maxwell abbia introdotto una distribuzione di tipo statistico e probabilistico (aspetto su cui poi Boltzmann costruirà una serie di importanti sviluppi, come vedremo nel numero a lui dedicato) viene interpretato da vari autori come il superamento della tipica fisica deterministica tradizionale (da Leucippo e Democrito, fino a Galilei, Newton e Laplace).

In realtà altri autori, come ad esempio lo stesso Laplace (di cui chi scrive condivide sostanzialmente l’impostazione) ritengono che il ricorso a leggi di tipo statistico-probabilistico sia dovuto solo al fatto che non è possibile seguire l’andamento di ogni singolo micro-fenomeno e di ogni particella elementare. Torneremo sull’argomento a proposito della fisica quantistica. Una caratteristica che contraddistingue la fisica di Maxwell è invece indubbiamente l’uso della matematica (equazioni differenziali a derivate parziali con uso di operatori vettoriali) senza il supporto di un esplicito modello fisico, come già fatto da Fourier e Rowan Hamilton (NN. 67 e 72), e come sarà fatto da molti fisici teorici contemporanei.

Per chiudere l’argomento bisogna ricordare l’importante opera del fisico tedesco Rudolf Hertz (1857-1894), intelligente allievo di Helmotz, morto purtroppo a soli 37 anni. Con abili esperimenti realizzati con apparecchiature da lui stesso messe a punto, Hertz dimostrò che le onde radio, i raggi infrarossi, le onde luminose, i raggi ultravioletti, ed altri tipi di radiazioni che saranno scoperte in seguito (raggi X e “Gamma”), sono tutte onde elettromagnetiche, come intuito da Maxwell, ed ancor prima da Faraday. Ancora oggi la frequenza delle radiazioni è indicata col nome di Hertz, che fu anche brillante teorico nel campo della filosofia della scienza. Respingendo ogni suggestione di tipo idealistico, ed attenendosi ad una filosofia realista, affermò che le grandezze inventate dai fisici (come spazio, tempo, massa) corrispondono a fenomeni ed oggetti reali nel mondo reale, e che le grandezze che derivano dalle equazioni messe a punto dagli scienziati hanno anch’esse una corrispondenza in fenomeni ed oggetti reali.

Vincenzo Brandi

Risultati immagini per Campi elettromagnetici e le  quattro equazioni di  J.C.Maxwell
  1. L. Geymonat, “Storia del Pensiero Fil. e Sc.”, opera citata in bibl.
  2. C. Singer, “Breve Storia del Pensiero Sc.”, op. cit. in bibl.
  3. RBA, “Le Grandi Idee della Sc. – Kelvin”, op. cit. in bibl.


Iconografia ed uso del corpo nelle religioni

Risultati immagini per Iconografia ed uso del corpo nelle religioni

Il rispetto per il corpo e per la fisicità in generale, in quanto mezzi materiali per l'espressione spirituale. non può trasformarsi in un tripudio escatologico in cui lo "spirito", meglio definito "Intelligenza e Coscienza", viene ridotto ad una iconografia materialista. Purtroppo quasi tutte le religioni, soprattutto quelle occidentali, indulgono nelle simbologie fisiologiche nel rozzo tentativo di esaltare il loro credo.

Diceva bene Gustavo Rol  nel suo elogio alla modestia ed alla semplicità:  "Più una cosa è semplice più è veritiera". Al contrario  il sistema politico-religioso resta avvinghiato a forme immaginarie ed alla loro frammentarietà,  con una  sterile avversione  a ciò che  è naturale.  Il risveglio di un nuovo essere umano globale deve emergere dalla modestia anche nell'immagine e nella descrizione, solo così l'uomo  può salire alla consapevolezza  che la sua natura custodisce da sempre.

La radice delle religioni monoteiste mediorientali è giudea, essa  si  basa essenzialmente  su miti e leggende, scelte e stabilite dai  fondatori  con lo scopo di dare un cemento ideologico unitario alle loro sparse tribù seminomadi che  erano state precedentemente politeiste. Idem dicasi per "la Verità Rivelata che si fa carne".  Ciò che ai "cristiani" sembra autoevidente ad altri può apparire come delirio. Quest'ultimo in altri tempi sarebbe stato imposto con la tortura e il rogo. Oggi, perlomeno, questa mostruosità non è più possibile. Rispetto ad ogni questione  la verità è solo una - mentre molte possono essere le menzogne. Si tratta, appunto, di vedere con coraggio e mente libera cosa sia vero e cosa sia falso sia nella storiografia che nell'iconografia di tali  religioni. 


Dal punto di vista ideologico, delle tre fedi di origine semitica, la più povera in quanto a "pensiero sottile" è l'Islam, molto vicina nella sua narrazione a tante fiabe da "mille ed una notte". Ma a differenza delle consorelle almeno l'Islam si limita a descrivere situazioni paradisiache con vergini, vino e miele a disposizione dei beati,  altrettanto fa con la vita "sessuale" del profeta, ma proibisce espressamente ogni rappresentazione del divino in quanto definita  blasfema.

Risultati immagini per Iconografia di maometto

Per quanto riguarda le punizioni corporali contro infedeli e peccatori  l'Islam  viene definito barbaro, poiché praticava,  e tutt'ora lo fa, la decapitazione o la lapidazione (quest'ultima praticata anche nel giudaismo e nel proto cristianesimo) ma come possiamo giudicare le azioni  nefande compiute in nome di Cristo della chiesa cosiddetta cattolica?  In realtà questa non può essere  la chiesa di Cristo,  in quanto messaggero d'amore universale. Oggi   i sacerdoti,  gli alti prelati ed il papa stesso   cercano di giustificare o nascondere il passato oscurantista della Chiesa, in cui regnavano (e tutt'ora regnano) sovrani vizi, privilegi, sete di potere e di ricchezza, intrighi, sesso sfrenato, congiure, omicidi, torture.

Come ha potuto un’istituzione che ha messo in atto i più crudeli e sofisticati mezzi di supplizio avere l’ardire di definirsi cristiana? Con il falso pretesto che la punizione corporea serviva a salvare l’anima del peccatore, milioni di persone innocenti sono state  squartate, arse vive, impalate... I mezzi di tortura più diffusi dai sicari della santa Inquisizione erano: lo stiramento delle membra del condannato, la storpiatura e rottura delle ossa, il rogo, lo strappo della lingua ecc. Spesso il condannato veniva tagliato a metà con una comune sega da boscaiolo; oppure rinchiuso in una gabbia di ferro o legno appesa alle mura della città dove restava esposto fino al disfacimento delle ossa. Inoltre veniva fatto largo uso della cosiddetta “vergine di Norimberga,” una specie di sarcofago di ferro a due ante con aculei interni destinati a penetrare nel corpo del condannato; poi vi era il metodo della garrota con il suo tipico collare di ferro che uccideva la vittima per strangolamento o per la penetrazione di un aculeo di ferro nelle vertebre cervicali; il supplizio della ruota in cui gli arti umani venivano fatti passare attraverso i raggi come fossero di gomma.

Queste forme trucide  di punizione  religiosa,  finalizzate però al mantenimento del potere temporale, non appartengono solo alla storia scritta ma fanno parte della iconografia, dove spesso di osservano l'ipotetico  martirio dei santi, dei convertiti, delle donne purificate dal connubio demoniaco,  di madonne che scacciano demoni, di angeli che  puniscono i peccatori, etc..   e perché no anche nelle immagini della Via Crucis ed affini. 

Risultati immagini per Iconografia della sofferenza cristiana

Insomma l'immaginario cristiano è quasi tutto una cacofonia dell'orrore e della sofferenza. Si parla di amore in chiesa ma fuori della chiesa si pratica l'odio. Molti cristiani hanno cominciato a chiedersi se la via del dolore abbia veramente un cuore. A questo proposito un cristiano pentito, Carlos Castaneda, faceva una riflessione: "Qualsiasi via è solo una via, e non c'è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nell'abbandonarla, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare... Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione. Provala tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, ed a te stesso soltanto, una domanda... questa via ha un cuore? Se lo ha,  la via è buona. Se non lo ha, non serve a niente." 

Abbiamo più o meno visto come si presenta l'immaginario delle religioni definite "monoteiste" (meglio sarebbe chiamarle monolatriche),  qual'è invece l'immaginario delle fedi orientali? In India si fa largo uso di figure di carattere sessuale, vi sono templi in cui si celebra la sessualità in tutte le sue espressioni, tutte le divinità da quelle inferiori a quelle della Trimurti, Creatore, Conservatore e Distruttore, sono descritte come dedite ad amplessi decisamente erotici. Non ci si vergogna degli stimoli naturali che vengono anzi interpretati come forme devozionali e spirituali. Questo avviene anche nel tantrismo buddhista in Tibet, Nepal ed in tutto l'estremo oriente, dove spesso  i vari Buddha sono affiancati da Dakini o addirittura  impegnati in copule mistiche. Persino nel taoismo  cinese non si disdegnano le forme  di approccio sessuale, tra l'altro si può dire che il taoismo non è altro che una forma di adorazione della Natura, della naturalezza e della spontaneità.   
In altri articoli abbiamo già trattato i vari modi  del  rapporto interpersonale psichico e fisico  tra maschi e femmine delle vie spirituali d'oriente, inutile qui ripeterle. 

Immagine correlata

L'apparente liberalità nelle immagini religiose dell'oriente deriva dal fatto che quella spiritualità  non è nemica o separata dalla vita, anzi è proprio attraverso l'integrazione dei due aspetti materialità e spiritualità che si manifesta la pienezza, l'integrazione dell'essere umano, da separato ed incompleto a "pieno" e portatore di un messaggio unitario. Si fa una analogia  con l’organismo vivente che è in stretta correlazione con tutto ciò che lo circonda. Ad alcune cose è affine ad altre è in antagonismo. Saper far fronte a situazioni estreme mantenendo un equilibrio di mente e di corpo, deriva dalla capacità dell’organismo di integrare e aggiustare al suo funzionamento le diverse energie vitali. L’acqua, il cibo, il freddo, il caldo, il moto, la quiete, il sonno la veglia, la pulizia e l’influenza spirituale…. la somma di tutti questi fattori, vissuti correttamente, è santità, anche nel senso di salute.

Diceva Anasuya Devi, una grande santa vissuta in Andra Pradesh,  una donna normale, sposata con prole e perfettamente integrata nella società e nella cultura indiana: "Giorno e notte sono ovviamente entrambi necessari. In assenza della relatività non potrebbe affatto esserci  creazione. Tutte le qualità che noi incarniamo sono già lì... tutte derivano da quel  Potere Originario. Non potrebbero esistere in noi se non esistessero già in Quello. Come succede per un commediografo che crea diversi personaggi dotando ognuno delle caratteristiche necessarie...”

L'iconografia  religiosa  dovrebbe mostrare queste immagini, di semplice e pura aderenza alla vita!

Paolo D'Arpini

Risultati immagini per Iconografia paolo d'arpini