Numerologia, religione e filosofia


Il più illustre filosofo e pensatore che si dedicò all’approfondimento
dello studio dei numeri è Pitagora, che di quella “scienza psichica”
che comunemente è conosciuta con il nome di “numerologia” ne ha fatto
un vero e proprio strumento che è servito da faro a tutti gli studiosi
che lo hanno seguito sullo stesso sentiero di indagine, poiché i suoi
studi sono serviti da premessa per scienze quali la geometria e
l’astronomia. Padre dell’aritmetica, ai suoi studenti, che selezionava
in base alla capacità di associare un messaggio ad un simbolo, egli
soleva dire “tutto è numero”.

Formulò una teoria che lega la matematica alla natura e alla musica,
stabilendo un’assonanza con l’intero cosmo e con le Leggi che lo
governano. L’associazione dei numeri alla natura, secondo i
pitagorici, inclina ed agevola una meditazione profonda e consente
all’uomo di cogliere l’intima natura delle sfere celesti, creando un
ponte tra il visibile e l’invisibile, poiché c’è una stretta assonanza
tra numeri, forma e idee. Infatti, regolata dai numeri risulta
l’alternanza delle stagioni e delle diverse coltivazioni ad esse
corrispondenti. I numeri contengono, disciplinano e racchiudono il
Creato e ogni creatura, e consentono all’uomo di diffondere il
messaggio del quale è portatore sin dalla nascita, e inglobarlo al
messaggio più profondo, collettivo e primigenio, ovvero quello divino.
Le conoscenze che hanno permesso a Pitagora di elaborare le sue
teorie, sono frutto dei suoi lunghi viaggi in Oriente e in India.

Basti pensare che l’antico testo cinese che risale al 5000 a.C.
conosciuto in Occidente come “il grande Libro dei Mutamenti” (I King)
e che ha dato origine al taoismo e confucianesimo si basa
esclusivamente sui numeri ma è il popolo sumero il primo ad aver
realizzato un complesso quadro sessagesimale nel quale sono divise le
ore, i minuti e i secondi. Anche gli antichi Egizi si sono serviti dei
numeri per la costruzione delle Piramidi, la cui struttura è composta
da un triangolo (3) che poggia su un quadrato (4). Per loro, il 7 era
simbolo della vita e il testo matematico più complesso e composito è
il “Papiro di Rhind” nel quale si legge che esso contiene le “regole
per scrutare la natura e per conoscere tutto ciò che esiste, ogni
mistero, ogni segreto”. I numeri dunque attribuiscono un valore
numerico alle lettere permettendo al linguaggio di essere veicolo di
comunicazione tra la realtà tangibile e quella trascendentale. La
religione ebraica è la prima che introduce una fede in un unico Dio
“Creatore” rifiutando una visione politeistica contenuta in altre
credenze e religioni ma in tutta la raccolta di” libri” (in tutto 24)
costante resta la presenza dei numeri con la funzione di veicolare un
messaggio e permettere all’uomo di comprendere e quindi osservare la
volontà divina, in quanto per le tre religioni monoteiste, è Dio la
fonte primaria, è Dio che parla all’uomo.

Nel Libro che contiene” l’insegnamento”, diretta emanazione divina
della “Legge” che Dio diede a Mosè durante i 40 giorni spesi sul monte
Sinai, la Torah, (che corrisponde al Pentateuco della Bibbia
cristiana) c’è l’intera descrizione della Creazione, che per molti
autori e studiosi, antichi e moderni, delle Sacre Scritture, va
interpretata in senso allegorico.

Nella Genesi, Dio comincia il suo lavoro e ogni suo gesto è scandito
con ritmo regolare ed incessante, e completata la sua opera di
“costruzione del mondo”, si riposa nel settimo giorno: “ Allora Dio
nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò
nel settimo giorno ogni suo lavoro” (Genesi,1,2). Per essere più
precisi, smette di creare, ovvero di lavorare. Questo primo atto della
grande opera divina, ha dato una precisa indicazione che gli ebrei
hanno applicato e reso una delle festività religiose più importanti e
più osservate nella pratica della loro fede.

Lo Shabat, che, letteralmente significa smettere (ovvero cessare ogni
attività) è tradotto comunemente con la parola riposo. Dall’azione
divina a quella umana il passo è breve. L’uomo comprende che
anch’egli, creato da Dio, è dunque creatura, ed è tenuto a
considerarsi parte integrante di un progetto che va ben al di là della
sua immediatezza ma chiama in causa l’eternità, poiché come si legge
in Esodo( 3,14 ) Dio parlando a Mosè si definisce “Io Sono Colui che
Sono” ed è per questo che è inconcepibile l’idea che Dio abbia avuto
bisogno di riposo dopo aver completato la sua creazione. Aderente ad
una visione di un Dio onnipotente ed eterno, lo Shabat introduce anche
una rivoluzione poichè non esisteva un giorno specifico da dedicare al
riposo, e soprattutto tale riposo era riconosciuto a chiunque, schiavi
ed animali compresi, introducendo per la prima volta un concetto di
eguaglianza sociale assolutamente inesistente. Per l’ebreo praticante,
tale osservanza scandisce la settimana, diventando un orologio che
disciplina la vita quotidiana.

Cessando ogni attività, l’uomo ammette e riconosce di non essere lui
il vero creatore ma individua in Dio la fonte ultima di tutte le cose,
sé stesso compreso. La non dominanza dell’uomo sulla natura è un gesto
di umiltà e di riconoscenza al tempo stesso. Il riposo inoltre,
permette di concentrarsi sulla vita interiore, tralasciando quella
esteriore e materiale che inevitabilmente distrae e allontana dalla
preghiera e dal dialogo interiore con Dio. Ecco quindi che l’uomo si
libera della complessità e della caducità della materia per ritrovarsi
immerso nell’essenza divina che alberga in lui.

Ecco perché il numero 7 simboleggia la conclusione della creazione
divina, rappresenta la perfezione di Dio che consente all’essere umano
di elevarsi . “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perchè
in esso aveva cessato da ogni lavoro che Egli creando aveva fatto.
Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.”
(Genesi, 2,3) Solo così l’uomo può identificarsi in ciò che egli è e
non in ciò che ha. Sembra quindi che Dio, avendo benedetto il giorno
settimo, abbia firmato di suo pugno il riconoscimento a questo numero,
il 7, una valenza santa, e in base a ciò che si legge in Esodo (24,16)
“Mosè attese sei giorni sul monte e il settimo il Signore gli si
rivelò” ponendo ancora una volta l’accento sul significato profondo
del numero 7 come veicolo non solo della santità ma anche della
volontà divina che si esprime all’uomo in diverse forme.

Si legge nel Deuteronomio (15, 1,) “Alla fine di ogni 7 anni
celebrerete l’anno di remissione. “ L’anno sabbatico, che cade ogni 7
anni, prevede la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei debiti,
la cessazione dei lavori e il riposo dei campi da coltivazione.
Quest’ultimo precetto è riscontrabile in Esodo,23,10: “Sei anni
seminerai il tuo terreno e ne raccoglierai i prodotti; il settimo
invece lo lascerai incolto e l’abbandonerai perché ne mangino i poveri
che sono insieme a te e gli animali selvaggi si nutrano di quello che
essi lasciano”. Si può quindi notare un’ulteriore rivoluzione
introdotta proprio dalla religione ebraica e legata al numero 7;
questa usanza è oggi considerata ancora valida nel senso che è
riconosciuto socialmente un anno durante il quale è lecito prendere
una pausa dal proprio lavoro, come avviene per i docenti universitari
o i medici, scienziati e ricercatori che lavorano presso alcune
Istituzioni e/o università negli Stati Uniti. Un anno regolarmente
retribuito per approfondire una ricerca personale, aggiornare la
preparazione oppure per motivi personali. In Italia, la legge Turco
(n.53 del 2000) riconosce un congedo per motivi di maternità, gravi
malattie, motivi familiari e formazione professionale. Incredibile il
ruolo e l’influenza nella vita sociale e collettiva che il numero 7
svolge, diventando non solo un veicolo che permette un dialogo tra
l’uomo e Dio ma rappresentando una “giusta pausa” che richiama la
cessazione di ogni attività, momento nel quale si smette di creare. Ci
ricorda la fine di ogni cosa terrena, attribuendo un senso di eternità
solo a quel Dio creatore che compare a Mosè, come detto, il settimo
giorno e al quale detta le Leggi (o Comandamenti) che “il suo popolo”
è tenuto ad osservare.
Nella Torah, ci sono altri passi che fanno riferimento al 7 ed è
difficile se non quasi impossibile elencarli tutti; di volta in volta
esso compare a rimarcare la santità, anche quando è legato a riti di
purificazione e alla descrizione degli oggetti consentiti nel Tempio.
La Menorah, il candelabro ebraico utilizzato nell’antichità
all’interno del Tempio di Gerusalemme, è infatti composto da 7 bracci,
e rappresenta il rovo ardente tramite il quale Dio si manifestò a Mosè
e, in alternativa a questa interpretazione, ricorda i sei giorni della
creazione sottolineando il settimo, quindi ancora una volta esaltando
la sacralità di questo numero.

Il candelabro pare essere una stilizzazione dell’umanità,
rappresentata dal fusto che poggia a terra. La presenza divina è
garantita e racchiusa dalle 7 fiamme che illuminano ed è per questo
che in diversi passi dell’Esodo ci sono istruzioni ben precise
riguardanti la sua costruzione, i materiali da utilizzare e l’uso
proprio che se ne deve fare (37,17-24). Anche Zaccaria, nelle sue
profezie chiede a Dio di fargli comprendere il significato di ciò che
vedeva, ovvero “un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente
con 7 lucerne e 7 beccucci per le lucerne” (Zaccaria, 4,2), e solo
dopo la spiegazione dell’Angelo il profeta ne coglie il senso” Allora
l’Angelo mi spiegò: le 7 lucerne rappresentano gli occhi del Signore
che osservano tutta la terra”.
Dio è onnipotente e sempre presente. Impossibile nascondersi ai suoi
occhi e il numero 7 per questo è considerato un numero di santità e
perfezione e di tale status godono tutti gli oggetti, le azioni, i
riti e le preghiere che lo contengono.
Non stupisce dunque che questo sia il numero che compare di frequente
nei Testi Sacri dell’altra religione monoteista, il cristianesimo. La
Bibbia è composta dall’Antico Testamento, che coincide con alcuni
libri ebraici (seppur interpretati teologicamente in maniera
differente e/o divergente) e il Nuovo Testamento, che contempla la
vita e le opere del Cristo, considerato Redentore dell’intera umanità
nonché incarnazione umana di Dio. Nel Vangelo secondo Luca (1,46-55),
è presente uno dei più toccanti e traboccanti ringraziamenti a Dio,
ovvero il Magnificat che Maria, già in dolce attesa del Cristo,
pronuncia alla cugina Elisabetta alla quale aveva fatto visita. Salta
subito all’occhio, dopo un’attenta lettura, che 7 sono le azioni
divine (“ Ha spiegato, ha disperso, ha rovesciato, ha innalzato, ha
ricolmato, ha rimandato, ha soccorso) come dello stesso numero sono le
invocazioni nella preghiera principe di questa religione, ovvero il
Padre Nostro, come viene riportato da Matteo (6, 9-13) “ Sia
santificato il tuo Nome; venga il tuo Regno; sia fatta la tua Volontà;
dacci il nostro pane quotidiano; rimetti i nostri debiti; non ci
indurre in tentazione; liberaci dal male. L’abbondanza dei numeri
presenti sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, hanno spinto
studiosi e filosofi di questa religione, alcuni considerati i “Padri”
della Chiesa Cattolica, a fare alcune considerazioni. Di sicura
influenza greco-romana sono figlie le riflessioni che dei numeri ne fa
Sant’Agostino, nei quali rientra una influenza anche degli studi
pitagorici, dato che per questi ultimi il 7 rappresentava la santità.

“Nessuno è così stolto né incapace da voler sostenere che i numeri
presenti nei Libri Santi vi siano menzionati invano e senza ragioni
mistiche”. Si eleva così la dignità dello studio o della” scienza dei
numeri” e per il Santo tale scienza è investigata e trattata dagli
uomini spirituali perché diventino bravi esegeti della Bibbia.
Attribuisce al numero 7 una valenza possibilista ovvero da, all’uomo,
la possibilità di raggiungere Dio. Come fosse un ponte tra il cielo e
la terra, il 7 è secondo Agostino “perfezione mistica” essendo la
somma del numero 3, che rappresenta la perfezione e del 4, che
rappresenta il corpo; dunque la certezza, per l’uomo, di potersi
elevare al divino. Del resto il 7 è un numero proprio, ovvero non
generato da altri numeri ma da sé stesso, e perciò rappresenta la
verginità, ovvero la purezza. Inoltre, sempre secondo il pensiero di
sant’Agostino, il 7 simboleggia l’integrità della dottrina e la purità
dell’anima. “ Anche della perfezione del numero 7 si possono dire
molte cose…Si adopera spesso per indicare la totalità delle cose, come
quando si dice: il giusto cade 7 volte e 7 volte risorge; ossia cade
ma non perirà, le sue cadute non sono peccati ma imperfezioni che
conducono all’umiltà. E 7 volte ti loderò, espressione ripetuta
altrove in questi termini. Nella Sacra Scrittura si trovano molte
altre frasi simili nelle quali il numero 7 è usato per esprimere in
tutte le cose l’universalità. Molte volte poi con questo numero viene
indicato lo Spirito Santo, del quale il Signore ha detto: Egli vi
ammaestrerà in ogni verità”. E i doni che Esso fa sono proprio in
numero di 7: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà
e timore di Dio.

Nell’opera “La Città di Dio” Agostino rintraccia nei passi che
analizza, una simbologia legata strettamente alla figura del Cristo e
alla Chiesa, sua sposa mistica, e non dimentica di considerare la
valenza del numero 7. Riprende infatti le parole di ringraziamento
pronunciate da Anna, nell’Antico Testamento, madre sterile del profeta
Samuele.

Diverso nell’espressione ma non nel contenuto del Magnificat
pronunciato da Maria, Anna ringrazia e loda Dio per averle concesso,
seppur in età tardiva, un figlio. Nella sua lode, Anna dice “…Colei
che era sterile ha partorito 7 figli e la madre di numerosa prole è
sfiorita….Il Signore fa morire e fa vivere…” e in queste sue parole si
rintraccia, a parere del filosofo, una sorta di profezia uscita dalla
bocca di questa donna che, diventata madre, è profondamente grata per
la Grazia ricevuta da Dio.

Sarebbe la Chiesa di Cristo ad essere feconda e a creare molta prole,
intendendo dire che avrebbe avuto molti “figli” ovvero fedeli in tutto
il mondo. L’allegoria della madre feconda con la Chiesa di Cristo è
così chiara che invece di considerarlo il Cantico o Magnificat di
Anna, lo si può considerare il Cantico della Chiesa. “A questo punto,
tutto ciò che veniva previsto profeticamente si è rivelato a coloro
che conoscono il significato del numero 7 perché con esso è stata
simboleggiata la perfezione della Chiesa universale. Per questo anche
l’apostolo Giovanni si rivolge alle 7 Chiese, mostrando così di
rivolgersi alla interezza dell’unica Chiesa” (La Città di Dio, libro
XVII).

Nell’Apocalisse di Giovanni, testo di chiusa della Sacra Bibbia, il 7
non compare solo quando l’apostolo si rivolge alle Chiese ma in
diversi passi. “Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul
trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello
esterno, sigillato con 7 sigilli” (Ap 5) e la presenza, ancora una
volta del “numero mistico” per eccellenza, è spiegabile se si procede
con la lettura del brano. In alcuni passi successivi infatti
l’apostolo dice che pianse, perché “non si trovava nessuno degno di
aprire il libro e di leggerlo”, ovvero nessun essere umano può
comprendere il senso della Storia, sia quella universale sia quella
personale, come il perché si nasce o perché si muore o si soffre. Solo
il Cristo, ovvero l’Agnello immolato all’umanità può comprenderlo,
“…Egli aveva 7 corna e 7 occhi, simbolo dei 7 spiriti di Dio”. E
ancora “Tu sei degno di prendere il libro e di aprire i sigilli,
perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per
il nostro Dio un regno di Sacerdoti e regneranno sopra la terra”. Ecco
così completa la “Rivelazione” (significato della parola apocalisse)
che chiude con il trionfo del Cristo e dei suoi eletti tutta la Storia
dell’umanità, dalla sua Creazione alla sua totale e definitiva
redenzione.
L’interpretazione che se ne fa del numero 7 nella Bibbia non si
discosta poi molto da quella che ne fa nella Torah; in quest’ultima il
numero 7 rappresenta la santità di Dio, la sua onnipresenza e
onnipotenza, nonché la perfezione della creazione. Nella Bibbia,
questo concetto non solo viene rafforzato ma Dio è identificato in
Cristo, suo figlio, che con la sua morte redime i peccati dell’intera
umanità e ne garantisce la liberazione dalla schiavitù del peccato e
della morte per sempre. “

Ma Egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il
Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e
ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Questo è il senso
recondito delle 7 stelle che hai visto nella mia destra e dei 7
candelabri d’oro, eccolo: le 7 stelle sono gli angeli delle 7 Chiese e
le 7 lampade sono le 7 Chiese” (Ap, 9-20).

Simbolo di perfezione del Creato e presente in molti riti, il 7 è un
numero che compare in abbondanza anche nell’ultima delle religioni
monoteiste (o abramitiche) ovvero l’Islam. La prima sura del Corano è
composta da 7 versetti, e secondo la dottrina di questa religione, il
mondo è sostenuto da 7 colonne poggianti sulle spalle di un gigante.
Per i Musulmani, Allah ha creato 7 cieli, 7 mari e 7 terre così come
esistono 7 porte per accedere al paradiso ma altrettante per accedere
all’inferno. Lo stesso numero è la cifra degli attributi riconosciuti
ad Allah: vita, conoscenza, potenza, volontà, udito, vista e parola e
la professione di fede musulmana è composta da 7 parole. “Quelli che
con i loro beni sono generosi per la causa di Allah, sono come un seme
da cui nascono 7 spighe e in ogni spiga ci sono cento chicchi. Allah
moltiplica il merito di chi vuole Lui”.

Per quanto riguarda i passaggi più importanti della vita di un
musulmano, c’è già un rito legato alla nascita e al numero 7. Dopo una
settimana, infatti, il neonato riceve il suo nome. Gli vengono
tagliati i capelli e pesati; l’equivalente del peso in argento viene
donato ai poveri . Anche la morte prevede un rito che include il
numero 7, come i passi da compiersi all’indietro una volta sepolto il
cadavere anche perché si ritiene che l’anima del defunto resta 7
giorni accanto alla tomba, e per questo il cadavere viene sdraiato
sulla destra, avvolto da un semplice lenzuolo e con il viso rivolto
verso la Mecca.

Assoluto è il divieto di sepoltura di un fedele di questa religione
accanto ad un infedele, ovvero un non credente nell’Islam; è prevista
persino la possibilità di rimpatriare la salma, se non è presente
nella città in cui un musulmano muore, un appezzamento di terra a
parte. Molto sentito è il pellegrinaggio che, almeno una volta nella
vita, un musulmano è chiamato a fare alla Mecca, luogo considerato
santo, città nella quale c’è la Ka’Ba. Si tratta di un edificio
quadrato, costruito in pietra lavica, e ricoperto da un tappeto. Un
cerchio d’argento tiene uniti frammenti della Pietra Nera che si
considera essere un meteorite, quindi provenienti dal cielo. Secondo
la tradizione, Abramo stesso ha collocato il meteorite in quell’angolo
della Ka’Ba per fissare il punto di partenza delle processioni
rituali. Ecco che spunta il numero 7 con tutto il suo carico di
misticismo e santità. Il pellegrino-fedele, infatti, una volta giunto
alla Mecca, dopo essersi purificato ed adeguatamente abbigliato, è
tenuto a compiere 7 giri in senso anti-orario intorno alla Ka’Ba e 7
sono i giri da fare a piedi intorno alle colline circostanti.

Nel Corano, la sura 18 (la caverna) è narrata la leggenda dei 7
dormienti: “non ti pare che quelli della caverna (i 7 dormienti) e
l’iscrizione (le tavole sulle quali la loro storia è incisa) furono
tra i nostri segni (i segni inviati da Allah) un evento meraviglioso?”
Questa sura in molti paesi di fede islamica è spesso recitata nelle
moschee il venerdì, prima che cominci il rito pubblico. Rappresenta
per l’Islam la fiducia in Dio.

Probabile che Maometto abbia ascoltato tale leggenda che in vero è
stata narrata da Gregorio, Vescovo di Tours dal 573 al 594. Il titolo
completo della leggenda è “La passione dei 7 Santi Martiri dormienti
presso Efeso”, e narra la storia di 7 giovani cristiani. Durante le
persecuzioni dell’Imperatore romano Decio, i 7 cristiani si
rifugiarono dentro una grotta, nella città di Efeso (Turchia) ma
furono murati vivi e si addormentarono. La leggenda vuole che si
destarono dal sonno quasi due secoli dopo, ai tempi dell’imperatore
(cristiano) Teodosio II (408-450) che fece costruire una tomba, in
loro onore, di pietre d’oro. Secondo la sura 18, pare che un cane
abbia vegliato tutto il tempo il sonno dei 7 giovani, ed è dunque
l’unico cane ad avere accesso in paradiso:” E li avresti creduti
svegli, mentre invece dormivano, e li voltavamo sul lato destro e sul
sinistro, mentre il loro cane era accucciato con le zampe distese
sulla soglia…rimasero dunque nella loro caverna trecento anni, ai
quali ne aggiunsero nove…”

Il sufismo, una corrente del misticismo islamico, riconosce 7 piani
cosmici: l’essenza, l’unicità suprema, l’unità, l’unicità divina, lo
spirito, il corpo e l’uomo. Un autore del sufismo persiano del XII
Secolo, Attar, poeta e mistico, scrisse il “Verbo degli Uccelli” che
per la mistica islamica simboleggia il linguaggio angelico. Non sarà
dunque un caso se le valli della “via mistica” sono 7: la ricerca,
l’amore, la conoscenza, l’indipendenza, l’unità, la meraviglia e
infine il denudamento dell’anima, ovvero la morte mistica. E con tale
morte, il credente può fondersi con Dio, può abbracciare l’eternità e
farne parte. Il numero 7 ha confermato in tutte e tre le religioni
monoteiste il suo messaggio che è quello di santità e di assoluto
misticismo.

Angela Braghin

Ogni soluzione è "provvisoria"


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Solo raramente si poteva avere da Mataji una risposta precisa a un dato problema, così mi sono chiesto a che serviva annotare le sue parole. Mi sono rivolto allora a Mataji. (Solan, 12 settembre 1948)

Risposta di Mataji: 

"Hai compreso almeno che vi è uno stato in cui i problemi non si risolvono in un modo ben definito. Nel corso della tua vita, dopo attenta riflessione, sei giunto a una conclusione su molte questioni, non è così? Adesso devi capire che nessuna soluzione è definitiva; in altre parole, devi andare oltre il livello di certezza e incertezza. La soluzione di un problema che si ottiene con la mente dev’essere per forza di cose da un particolare punto di vista; di conseguenza ci sarà possibilità di contraddizione, poiché la tua soluzione rappresenta solo un aspetto. Allora, di fatto, cosa hai risolto? Troverai la soluzione completa e finale di ogni singola questione nel suo stesso modo di mostrarsi; e vedrai che c’è un posto in cui tutti i problemi (reali e possibili) hanno una sola soluzione universale, in cui non vi è alcuna possibilità di contraddizione. Allora non sorgerà più la questione tra soluzione e non soluzione: che uno dica ‘sì’ o ‘no’ – ogni cosa è QUELLO.

Anandamay Ma


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Tra due sponde. Seguendo un filone di "spiritualità laica", nel solco del bene comune...


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Seguendo un filone di "spiritualità laica", possiamo definire lo  Spirito come una sintesi fra coscienza ed intelligenza, non è un pensiero., anche se, in termini descrittivi  analitici, non possiamo fare a meno di utilizzare i pensieri nel tentativo (per altro futile) di evocarne la natura. Questo perché  il processo descrittivo  rende lo "spirito" un oggetto della mente. Anche chiamandolo  “spirito” resta un concetto, una immagine. 
E sappiamo che l'immagine mai può sostituire o realmente rappresentare e convenire quel che è la "sostanza".  Tutto ciò che è all’interno della coscienza è un oggetto della Coscienza. Forse è meglio precisare che il termine Coscienza, pur che rappresenta quanto voglio significare, venga qui sostituito da “Consapevolezza” poiché noi occidentali e soprattutto “cristiani” tendiamo a considerare la coscienza come una qualità morale. 
Si dice “fare l’analisi di coscienza” come se questa coscienza fosse un aspetto dell’anima. Lasciamo anche da parte la considerazione materialista per cui la coscienza è il risultato di processi cerebrali, che è una spiegazione “scientifica” assunta in quanto si ritiene che la nostra capacità di analisi (intelligenza) sia susseguente al processo chimico delle cellule che si comunicano dati. Tutto ciò è la conseguenza del nostro ritenerci il corpo quindi questa considerazione non ci consente di andare “oltre” per percepire lo spirito, in quanto substrato e matrice. Anche qui il termine "percepire" non è propriamente corretto, poiché chi è che percepisce e cosa viene percepito? 
E’ evidente che tutto si svolge all’interno della Coscienza, la coscienza osserva se stessa e comprende se stessa. Intelligenza e coscienza sono la stessa cosa e in verità sono la nostra vera natura.  In qualsiasi modo  consideriamo  noi stessi, una anima un corpo, una mente… non siamo quello poiché  l'Io non puoi essere un oggetto della conoscenza.  
L'Io  è la conoscenza stessa che  nel processo conoscitivo assume  la forma di soggetto oggetto e conoscenza. Fermiamoci comunque al “sentire” interno, quel sentire definito “io”  e che è in verità pura coscienza. Prima di pensare “io sono questo o quello” se ci si ferma al nudo Io..  ci si rende conto che  questa identità assoluta  è priva di qualsiasi attributo...  E’ semplice consapevolezza.
Qualsiasi opinione o descrizione di tale "entità", appartiene all’ego, inizialmente può essere accettata come base  di confronto sulle idee, ma se osserviamo con gli occhi dello “spirito”, che tutti ci accomuna, scopriamo che l’opinione è solo un attaccamento, un riflesso condizionato,  di cui potremmo anche liberarci se vogliamo avanzare in consapevolezza. L’opinione  è una proiezione mentale,  un meccanismo  proiettivo del proprio identificarsi in un set di pensieri e credenze. 
Dal punto di vista dello "spiritualità laica" non ha importanza sforzarsi per sancire la supremazia della propria opinione. Si esprime l’opinione come un gesto, come una naturale e spontanea affermazione della persona che noi “incarniamo”. Quella persona è un personaggio nella commedia della vita, è giusto che si esprima ma non è necessario che prevalga. Quando si comprende la complementarietà di ogni aspetto e forma dell’esistente ci si limita a svolgere la propria funzione, nel modo più accurato, senza sentirsi né responsabili né portatori di un messaggio superiore.  
Si porta avanti “l’opinione” come se fosse un lavoro da svolgere ma senza sentire che i risultati di tale lavoro ci appartengono. Insomma si compie un “dovere” con distacco…. Secondo i grandi saggi l’opinione è  un  automatismo della percezione individuale. Insomma l’opinione è sempre e comunque parziale ed incapace di riferire un’interezza. Ma se almeno fossimo in grado di interpretare ogni opinione come un tassello del pensiero universale, cercando di integrarla nell’insieme del conosciuto, forse così stiamo mettendo in pratica quel “sincretismo spirituale” auspicabile per il superamento delle ideologie e delle religioni precostituite.  Unica discriminante dovrebbe essere la qualità della sincerità e del distacco egoico in cui l’opinione viene espressa.
Ed in fondo perché attaccarsi o  farsi condizionare da qualsiasi opinione? Una volta capito che tutte le opinioni sono solo aspetti esteriori del nostro sentire, della nostra educazione, del nostro bagaglio genetico, etc. etc. Come si può ritenere che una qualsiasi opinione, pur ben espressa o motivata, possa influire sui nostri comportamenti o convincimenti, in antitesi con noi stessi? Se noi ci riconosciamo nell’opinione espressa da qualcun altro vuol dire semplicemente che quella cosa stava già dentro di noi, l’abbiamo riscoperta. Se invece non ci tocca.. lasciamola andare come l’abbiamo incontrata. 
Una piccola similitudine: quando  ero un adolescente, forse all’età di 13 anni, confessai al prete della mia parrocchia che non riuscivo ad accettare il fatto che esistessero inferno, paradiso, limbo.. che vengono considerati “eterni” contemporaneamente alla realtà eterna del dio stesso. Se dio è eterno ed infinito come possono coesistere più eternità separate e contrapposte? Il prete mi disse che dovevo credere a quanto affermavano le scritture perché quella è la parola di dio ed è un “mistero della fede”. Ovvio che non gli diedi retta e continuai a meditare e riflettere sulle cose secondo il mio criterio di ricerca e non basandomi sull’opinione del prete o sui dettami delle scritture. 
Infatti se un dogma religioso è solo “strumentale” allora non vale nemmeno la pena di considerarlo, esso non è nemmeno etichettabile come “opinione” (che già di per se stesso è un termine “riduttivo”) ma possiamo definirlo “imbroglio speculativo” teso alla  propagazione e giustificazione di un "credo". Ciò avviene quando si mente sapendo di mentire e quando si ragiona in termini di affermazione del proprio pensiero, come spesso avviene nelle "prediche" religiose (di qualsiasi religione)!
Ed anche  l'insegnamento morale ed etico  non ha senso  finché non si è centrati nello Spirito, ovvero in se stessi. Allorché si riconosce la "spiritualità" (ovvero Coscienza ed Intelligenza), come la propria natura, non c’è pericolo di compiere il male, poiché se stessi e il tutto che ci circonda e ci compenetra coincidono. Gli altri non sono realmente "altro" da noi, sono solo forme diverse della stessa sostanza,  e  quindi come potremmo nuocer loro? 
Nella Coscienza - Intelligenza ogni nostra azione è compiuta al fine del bene comune. Ciò avviene anche se all’osservatore esterno può apparire che ci sia una intenzionalità personale nell’azione del saggio laico. Ma tale  "pensiero" (positivo o negativo)  non influisce sull'onestà, sincerità e perseveranza nel praticare il bene comune, che è la caratteristica della “spiritualità  laica”, che   deve comprendere anche il lasciare agli altri la libertà di pensare a modo loro. Infatti   non possiamo usare la laicità per continuamente controbattere su punti che a noi sembrano ledere tale principio… Insomma dovremmo essere laici persino nei confronti della laicità. 
Ed in sintonia con questo predicato ognuno di noi dovrebbe occuparsi della propria  auto-conoscenza e lasciare agli altri esseri (umani o non umani) di fare la parte che ad ognuno compete! Tutti tendiamo alla perfezione,  seguendo le nostre  propensioni e tendenze innate, in un apparentemente lunghissimo  iter, che non ha inizio né fine. Nell'osservazione empirica questo processo si manifesta come singoli fotogrammi che noi dichiariamo separati, perché osservati nel contesto dello spazio tempo e con il senso di alterità e consequenzialità. Ma il film è lo stesso, contemporaneo, e ci siamo tutti dentro…  
Come dicono alcuni filosofi possiamo chiamarlo sogno o gioco (lila) che si svolge tutto nella Coscienza. Il sognatore diventa tutti i personaggi e gli eventi del sogno. Avviene così, senza scopo e nella gioia. Allo stesso tempo questo sogno è irreale perché è solo un processo nel divenire. Diventa però reale appena siamo “consapevoli” che noi siamo "quello" in ogni suo aspetto immanente e che siamo anche aldilà di "quello" in quanto pura Consapevolezza trascendente.

Paolo D'Arpini 
bene comune

Sion: "Muoia Sansone con tutti i filistei..." - La legge del karma non perdona...


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Con i tempi che corrono, pieni di disastri, cattiverie, guerre, oppressioni, miserie... molta gente continua a chiedersi "...ci sarà mai giustizia in questo mondo? Perché i malvagi imperano ed i buoni sono sempre vittime?" e simili dubbi. 

Il fatto è che anche i cosiddetti buoni molto spesso sono oppressori, magari non di altri uomini ma nei confronti della natura, degli animali, di se stessi. Questi atteggiamenti poi richiedono una compensazione karmica. Questo almeno è il dettame della legge di Causa ed Effetto. La cosa va avanti con slanci pendolari fra alti e bassi, fra bene e male, finché il movimento non si affievolisce e si trova una moderazione, una via di mezzo, come la chiamano i buddisti. 

Son convinto che in questo momento storico, visto anche l'enorme aumento della popolazione umana, si sono reincarnati sul pianeta milioni e milioni di animali. Si vede anche dal basso livello di coscienza che contraddistingue la nostra epoca. E si vede soprattutto dalle sperequazioni sociali e dalla violenza interspecista e fra i sessi. Molti perseguitati del passato sono diventati persecutori. Molte azioni cercano una compensazione. In tal modo il male, ovvero la febbre del desiderio di vendetta, prevale sul perdono e sull'amore per il prossimo e per la vita. La vita stessa sembra una punizione. Insomma il destino ci impartisce una lezione spirituale ed etica e finché non l'abbiamo appresa siamo costretti a ripetere la prova... 

Spesso, durante la mia permanenza in India, diverse persone ponevano domande ai vari maestri presso i quali andavo a soggiornare in merito al destino dei popoli, alla crudeltà di Hitler, alla persecuzione millenaria degli ebrei, alla distruzione delle civiltà meso-americane, alle guerre civili e simili argomenti apocalittici. La riposta dei saggi era sempre più o meno la stessa: "Come esiste un destino individuale esiste anche un destino per le nazioni e per i popoli". 

Insomma par di capire che la summa di atti e coinvolgimenti che videro diverse anime convergere in un particolare momento storico non è altro che un riaggiustamento karmico. Questo non significa che coloro che furono perseguitati come ebrei, ad esempio, sono nati sempre in quella religione o razza, anzi parrebbe essere proprio il contrario, e cioè che l'entrata in un particolare karma collettivo sia necessario per un riequilibrio degli opposti. Ad esempio se diversi individui furono perseguitati durante la strage degli Ugonotti pareggiano il conto perseguitando a loro volta, in un'altra condizione gli zaristi durante la rivoluzione bolscevica. Oppure se le anime dei Maya cercano rivalsa si incarnano in Spagna e scatenano la guerra civile.  Quindi perseguitati e persecutori si scambiano le parti a seconda delle circostanze sino al compimento finale ed alla comprensione che son la stessa identica cosa, sono lo stesso sognatore che prende varie forme. 

Lasciando da parte questa analisi generale voglio solo soffermarmi un attimo sulla tendenza karmica che contraddistingue il popolo ebraico. 

La chiave della comprensione del destino di questo popolo sta nel senso del dominio, della trasgressione e della punizione. "Occhio per occhio, dente per dente". E quando ci si trova alle strette si preferisce la morte onorevole, come avvenne ai rivoluzionari di Masada che preferirono il suicidio collettivo piuttosto che cadere in mano ai Romani. Ma l'esempio più significativo di questa filosofia di vita sionista è il famoso detto: "Muoia Sansone con tutti i Filistei" . Che siano tutti morti è meglio che qualcuno salvato, soprattutto se quel qualcuno è un "altro". 

Questo mi fa pensare a cosa succederà delle testate nucleari conservate da Israele. Finché si tratta di spedire queste bombe verso la lontana Persia non ci sono problemi ma se si tratta di usarle contro i nemici vicini, come la Siria, i rischi di ricadute per i cittadini israeliani sono maggiori. Ma se dovessero infine essere usate contro la Palestina chi si salverebbe? Il muoia Sansone con tutti i Filistei è ancora un mito ricorrente.

Paolo D'Arpini 

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Chiromanzia... e le arti del destino


Un certo Adolphe Desbarrolles vissuto ormai due secoli fa parlava di un fluido astrale che le terminazioni nervose captano dall'ambiente terrestre e non, visto che le mani (ma anche i piedi) sono le parti del corpo dove si trovano più terminazioni nervose, gli sembrò logico pensare che questo fluido astrale, che per millenni è scorso attraverso queste terminazioni nervose andasse a formare quelle linee che conosciamo come della vita, testa, cuore, epatica, del destino ecc. Si dice appunto che il destino è nelle mani dell'uomo, non solo per indicare la facoltà di creare il proprio cammino, ma anche più velatamente per suggerire cosa è scritto nelle nostre mani.... 

Tra i tanti libri che ho letto su quest'argomento non erano molti quelli che insegnavano a considerare prima la forma delle mani, delle dita, le proporzioni, il dorso della mano, i monti, i piani ed i fiumi, che sono le cosiddette linee, oltre ad una ricchissima simbologia di segni e di posizioni che indicano progressi o penitenze. Quindi questo fluido astrale altro non è che comunicazione col tutto percepita dalle nostre terminazioni nervose e attraverso l'intuizione , elaborate dal nostro cervello e ritrasmesse cioè trasformate in azioni, parole o anche solo pensieri.... e siccome nel fluido astrale sono già presenti i semi di ciò che faremo o che saremo da questo diventa possibile in base alle caratteristiche delle mani, predire ciò che accadrà ed anche ciò che si sente di essere. Sarà mai che i piedi, che contengono anch'essi molte terminazioni nervose, non possano indicare il "cammino " dell'essere umano.... ? Con essi percorriamo le vie del mondo create da ciò che abbiamo nelle mani quindi deduciamo che i piedi ci parlano più di cose concrete, di ciò che riguarda il corpo... le espressioni tipo cammino in salita o cammino lieto indicano che attraverso i piedi percepiamo sensazioni.... Non si discostano molto dalla realtà proprio perché sono le nostre radici terrene e ci tengono ancorati alla materia. 

E per concludere volevo sottolineare il fatto che mani e piedi sono estremità del corpo e allora tutto ciò che sta tra loro non potrà essere interpretato? La testa è come le mani un'estremità ed infatti ha un'arte tutta sua per essere interpretata, quest'arte è chiamata fisiognomica la quale deduce i caratteri psicologici delle persone, nel viso come nelle altre estremità vi sono dei punti direttamente collegati con certi organi e non è raro, che il colorito del viso ci parli della salute, come un'espressione preoccupata si nota dalla fronte corrugata o le mascelle molto sviluppate possano indicare l'attitudine a mangiare molto ed al possesso.... 

Da tutto quanto detto si capisce che il corpo è una mappa con delle rotte precise che indicano la direzione del conducente, e le arti che servono a dedurla sono mezzi dei quali l'uomo può servirsi per procedere nel suo percorso. Quanto ho esposto è solo un accenno a ciò che queste arti contengono, le chiamo arti e non scienze per non urtare la sensibilità di qualcuno. Spero di aver reso un buon servizio a chi è interessato.

Giuseppe Finamore

Swami Muktananda: “Shaktipat, il risveglio della coscienza...”

Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l’ha ricevuta?
Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la necessaria qualificazione. Dopo tutto cos’è Shaktipat? Per molta gente questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.
Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente, spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo Shaktipat.
Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.
Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono al tuo interno. Osservandoti puoi capire da te che sei stata benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti possono essere fisici o mentali, esterni od interni.
Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo…
Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l’energia (Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue spontaneamente.
Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso, l’inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo (stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva dentro di sé.
Swami Muktananda – Satsang with Baba – 30 giugno 1972
(Traduzione di Paolo D’Arpini)

………………
Commento di Caterina: “… Hai fatto una buona cosa, per me e per gli altri e te ne sono grata. Potresti continuare per esempio con cadenza settimanale o mensile, a pubblicare gli scritti del tuo Guru, pur che sono dialoghi su cose specifiche, pratiche come hai detto tu…”
Mia rispostina: “Sono cose pratiche sicuramente… Ad esempio per gente come me che non sapeva nulla di risveglio della Coscienza. A volte credevo di impazzire o che che ci fosse lsd nel cibo, per il tipo di esperienze che avevo giornalmente.. Era importante sapere cosa stava succedendo dentro di me….”
Replica di Caterina: “Bellissimo avere un risveglio della coscienza senza sapere nulla del risveglio della coscienza! Se fosse sempre così! Ora con tutto questo parlarne (a volte leggo con un misto di divertimento, curiosità e scetticismo su FB botta e risposta su risveglio, risvegliati e autocompiacimento del proprio stato di “consapevolezza avanzata”), secondo me e per me faccio fatica a togliermi dalla mente il condizionamento alla ricerca, all’esame del percorso, mentre il percorso si dovrebbe srotolare come una matassa ben arrotolata e non come una matassa ingarbugliata, e poi c’è chi alza la propria bandiera e dice: “questo percorso è meglio di questo, è più serio, è più profondo, ecc. ecc.” L’attenzione, l’auto-osservazione rischiano di essere sviate, condizionate da questa pletora di situazioni, parole…”
…………………..
Commento di Nazzarena Marchegiani: “Complimenti Paolo! bell’articolo, belle riflessioni, ma, soprattutto bella conquista… la ‘Grazia’… un istante di consapevolezza del ’senso’ di…Tutto. Ma mantenere lo ’stato di Grazia’ è possibile?”
Risposta: ‎”La divina energia (Shakti) una volta risvegliata lavora incessantemente e permanentemente nel discepolo. Questa è l’Energia che sempre cresce, che sempre più manifesta la sua gloria. Energia divina è solo un altro nome per Volontà divina. Così meravigliosa è questa Energia che è perfetta in ogni sua parte come nella sua interezza. Una volta che la Coscienza è stata risvegliata gli effetti della Grazia si manifestano sino al compimento finale della totale liberazione.” (Swami Muktananda in risposta alla domanda: l’effetto di Shaktipat è temporaneo o permanente?)

"Nessuno nasce, nessuno muore" di Ramesh Balsekar - Recensione




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Sto leggendo un libro scritto da un discepolo di Nisargadatta Maharaj, Ramesh Balkesar. Si intitola : "Nessuno nasce, nessuno muore". E' composto da brevi capitoli in cui sono riferite situazioni e dialoghi tra Nisargadatta e i devoti che lo andavano a visitare. Trovo alcuni (quasi tutti) questi capitoli delle vere perle da assaporare e riassaporare con la mente il più possibile sgombra, cosa non facile. 

Ad esempio, riporto una parte di un discorso fatto da un ragazzo cieco, in risposta ad una domanda di N. che gli aveva chiesto cosa avesse capito del discorso che lui aveva appena fatto.

"....1. Mi hai chiesto di ricordare ciò che ero prima che avessi questa conoscenza "Io sono" insieme con il corpo, cioè, prima che fossi "nato"; 

2. Mi hai detto che questo corpo dotato di coscienza era venuto a me senza la mia conoscenza o la mia partecipazione, perciò "io" non ero mai "nato"; 3. Questo corpo dotato di coscienza che è "nato" è limitato nel tempo e quando scomparirà, alla fine del periodo designato, io ritornerò al mio stato originale che è sempre presente, ma non in manifestazione; 
4. Perciò io non sono la coscienza e certamente non il costrutto fisico in cui dimora questa coscienza; 
5.  Per finire, comprendo che c'è soltanto "Io"- né "me", né "mio", né "tu"- soltanto quello che è . Non c'è schiavitù al di fuori del concetto di un "me" e un "mio" separato in questa totalità di manifestazione e di funzionamento."

Caterina Regazzi

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Buddismo - Disincagliarsi dalla rete dell'illusione


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Affrontare un discorso sul  Buddismo  non è come raccontare una storia basata su avvenimenti miracoli e ingiunzioni morali, in realtà il Buddismo  è una teoria disgregativa di ogni forma pensiero strutturata e finalizzata all'ottenimento di uno scopo spirituale o religioso che sia. Buddha nasce per scardinare il materialismo spirituale che  ai suoi tempi aveva raggiunto in India  picchi eguagliati in occidente solo diverse centinaia di anni dopo, con l'avvento del cattolicesimo.  Perciò è veramente arduo descrivere lo svolgimento di un pensiero che  si prefigge di andare oltre ogni pensiero, dire quello che è o quello che non è  il buddismo è perciò in ogni caso fuorviante...

Ma cominciamo da alcuni dati storici. Buddha è nato circa 2500 anni fa nel nord dell'India, figlio di un piccolo regnante, egli ad un certo momento lasciò il lusso della reggia per cercare di alleviare la sua  e dei suoi consimili   "sofferenza del vivere".  


Il buddismo fondamentalmente è una prassi di vita che si prefigge di ridurre la sofferenza dovuta  all'attaccamento emotivo e intellettuale. Secondo l'idea buddista la realtà ultima non si può descrivere e un dio non è la realtà ultima.  Tutti hanno dentro di sé la facoltà di raggiungere il risveglio. Si tratta quindi di diventare quello che già si è: "Guarda dentro di te: tu sei un Buddha."

Ci sono stati molti Buddha e molti ce ne saranno ancora. Il buddismo non riconosce alcuna autorità per accertare il vero, tranne l'intuizione del singolo. Allo stesso tempo ognuno deve subire le conseguenze dei propri atti e trarne ammaestramento, mentre aiuta i propri simili a raggiungere la stessa liberazione.

I saggi buddisti  fungono da esempio ma in nessun modo sono intermediari tra la realtà ultima e l'individuo.  E' praticata la massima tolleranza verso ogni religione e filosofia, perché nessuno ha il diritto di intromettersi nel viaggio del suo prossimo verso la meta.

Il buddismo è  una scienza spirituale e un'arte di vivere, ragionevole e pratica e onnicomprensiva.  Esso esercita un fascino per l'occidente perché non ha dogmi, soddisfa al tempo stesso la ragione e il cuore, insiste sulla necessità di fare affidamento su se stessi e d'essere tolleranti verso le altrui opinioni, abbraccia scienza, filosofia, psicologia, etica e arte.  La tradizione buddista comprende varie nozioni che non hanno analogo nell’eredità filosofica dell’Occidente. La fisica moderna (quantica) è forse il luogo dove questo incontro è più visibile, filosofi della scienza e fisici hanno trovato gli scambi concettuali ed epistemologici con il buddismo potenzialmente preziosi, questa linea di mutua esplorazione  può offrire alla scienza moderna motivi di crescita.

Il buddismo non è una religione in senso stretto, in quanto priva dell'idea di un dio-persona e quindi di una teologia.
Il buddismo si fonda sulla convinzione che la sofferenza e il mal-di-esistere derivano  dall'attaccamento alla vita e dall'illusione individuale e collettiva. Desiderio e sofferenza sono intrinsecamente connessi e il buddismo tende all'estinzione dell'individualità, allo smascheramento della natura illusoria.

"Spezzato il circolo vizioso, conquistata la libertà dal desiderio, la fiumana, prosciugata, non fluisce più; la ruota, infranta, più non rivolve. Questa, solo questa, è la fine del dolore."  (Buddha Sakyamuni, in Udana, VII, 2)
Questa è davvero la massima più ostica per gli occidentali. Però, se ci si pensa bene, quanta verità  racchiude e sempre più evidente.

Un continuo trapassare da un oggetto all’altro, anzi ormai da un sostituto spettrale a uno successivo, senza tregua, “individui” soggetti all’oggetto come a una chimera, consumati e annullati nel mulinello delirante. Il “pieno appagamento” non può esistere, perché niente e nessuno lo può pagare-comprare. E, d’altra parte, è inconcepibile dentro la macchina-vortice, che gira e vive solo in base all’insoddisfazione sempre rinnovata, inesausta. 

Secondo la tradizione il Budda  prima di morire si rivolse ai suoi fedeli dicendo: "Ricordate o fratelli queste mie parole: tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi! Attuate quindi con diligenza la vostra propria salvezza!"

I monaci che intendono praticare questa disciplina, per raggiungere la salvezza, devono attenersi alle seguenti norme morali: la retta parola, la retta azione, il retto comportamento. Queste azioni possono essere estese anche ai laici che intendono porre, a motivi fondamentali della loro vita, la tolleranza e l’amore. Ma dopo aver appreso le tre verità con costanza e devozione, la quarta verità indica al discepolo la via da seguire per  raggiungere la salvezza, il Nirvana, anche attraverso le indicazioni contenute nel "Nobile ottuplice sentiero" (vedi in calce).

"Chi si aggrappa alla mente non vede la verità che sta oltre la mente. Chi si sforza di praticare il Dharma non trova la verità che è aldilà della pratica. Per conoscere ciò che è aldilà sia della mente che della pratica bisogna tagliare di netto la radice della mente e, nudi, guardare; bisogna abbandonare ogni distinzione e restare tranquilli." (Tilopa)


Paolo D'Arpini





Nota in calce:

"Nobile Ottuplice Sentiero"

I Retta visione
II Retta intenzione
III Retta parola
IV Retta azione
V Retta sussistenza
VI Retto sforzo
VII Retta presenza mentale
VIII Retta concentrazione

Ramana Maharshi. Vita e Insegnamenti - Recensione

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La prima biografia di uno dei più grandi saggi dell’India contemporanea, un’opera di riferimento scritta mentre il Maharshi era in vita da Sri Narasimha Swami, uno dei primi e più vicini discepoli del Saggio di Arunachala, che si unì a lui negli anni Venti, nel periodo di Skandashram.

All’epoca Ramana Maharshi viveva in una grotta e aveva vicino a sé non più di quattro o cinque discepoli permanenti. I fatti salienti della sua vita, i dialoghi e i monologhi (quando evoca alcuni eventi) provengono dalla bocca stessa del Maharshi, fedelmente riportati da Narasimha Swami. Prima di essere pubblicata, questa biografia fu preliminarmente letta e corretta dal Maharshi stesso.

Narasimha Swami convinse il Saggio a evocare con molti dettagli la sua infanzia, l’esperienza di morte a Madura, la partenza dalla dimora di famiglia, gli anni di ascesi nel tempio di Tiruvannamalai e altrove, poi nelle grotte della montagna sacra di Arunachala, i rapporti con alcuni sadhu malevoli, gli incontri…

Vi si troveranno anche dei satsang inediti con i primissimi discepoli occidentali – il maggiore Humphreys e Paul Brunton – oltre che con i suoi fratelli spirituali indiani. Una narrazione particolarmente vivida che illustra anche con grande realismo l’India rurale, tradizionale e religiosa del XX secolo.


Fiori Gialli - info@fiorigialli.it

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(Fonte: Il Libraio delle Stelle)

8 agosto – Ricorrenza del Mahasamadi di Bagawan Nityananda



Tempio – tomba di  Bagawan Nityananda in Ganeshpuri

L’8 agosto 1961  mio “nonno” spirituale, Bagawan Nityananda, Guru del mio Guru Muktananda, lasciò il corpo (mahasamadi).  Qui di seguito riporto una mia esperienza vissuta tanti anni fa  fa visitando il Tempio di Ganeshpuri in cui le spoglie di Nityananda sono conservate.
Nel 1973 mi ritrovai per la prima volta in vita mia a dovermi confrontare con me stesso, aldilà del giudizio altrui ed essendo pulitamente in sintonia con la mia natura. Avvenne allorché incontrai il mio Guru Muktananda a Ganeshpuri. Con il contatto diretto con la sua limpidezza, spontaneamente, si risvegliò dentro di me la discriminazione e fui perciò “obbligato”, tramite una spinta interiore alla chiara visione, a rivedere tutti i parametri di spiritualità e religione che sino ad allora erano stati accumulati nella mia mente. Un giorno sentii che una prova grande mi attendeva, riguardava la comprensione della verità interiore.
Così osservandomi mi ritrovai a camminare lungo la strada asfaltata che univa l’ashram di Muktananda al tempio/tomba di Nityananda, il famoso Guru del mio maestro. Durante il percorso sentivo di dover tenere una via mediana, non considerando gli estremi ma il mezzo della vita. Con questi pensieri giunsi al tempio, molti di voi sapranno che in India si entra nei luoghi sacri senza scarpe, ed infatti presso ogni tempio c’è un custode che riceve le calzature dei viandanti e le custodisce per la durata della visita, ma dentro di me pensai “che differenza c’è fra il dentro ed il fuori del tempio? Anche le mie scarpe sono sacre visto che mi hanno portato sin qui”.
E seguendo la spinta interiore invece di depositare le mie ciabatte all’esterno le presi in mano e mi avvicinai devotamente all’altare di Nityananda, dove il prete di servizio riceveva le offerte rituali, ed a lui offrii le mie vecchie scarpe. Ovviamente il prete restò allibito ma forse comprese che qualcosa stava accadendo in me ed infine accettò che io depositassi lì nel sancta sanctorum le mie sporche e sgangherate espadrillas.
Dopo essermi inchinato e soffermato per qualche tempo in meditazione ripresi la via del ritorno, a piedi nudi…. Ed ancora prove solenni mi aspettavano… chi conosce il caldo dell’India saprà che l’asfalto in estate diventa molle dal calore, i miei piedi erano bruciacchiati ma la voce interiore mi diceva che dovevo restare nella via di mezzo, perciò non potevo spostarmi ai bordi della strada ma camminare al centro.
Il momento difficile fu quando sopraggiunse una corriera carica di pellegrini che vedendomi in mezzo alla strada (appena sufficiente a contenere la corriera stessa per quanto era stretta) prese a strombazzare rumorosamente per avvertirmi e farmi spostare… Macché, la voce discriminante che mi stava mettendo alla prova era più forte di ogni ragionamento, restai caparbiamente in mezzo alla strada… il conducente si fermò a pochi metri da me e mi invitò in tutti i modi, circondato da alcuni passeggeri, affinché mi togliessi di mezzo, ma non mi spostai di un centimetro restando in assoluto silenzio… Alla fine il conducente risalì sull’autobus e con grande fatica riuscì allargandosi lateralmente a scansarmi e procedere nel percorso.
Allora anch’io mi mossi e proseguii, sempre al centro della strada, con l’asfalto sempre più bollente. Ecco che di lì a poco un’altra corriera sopraggiunse a gran velocità, stavolta capii che l’autista non aveva alcuna intenzione di fermarsi, infatti l’autobus giunse quasi a toccarmi e si arrestò di botto con un sussulto dell’ultimo momento… L’autista ed alcuni passeggeri uscirono infuriati e presero ad insultarmi con foga, ma siccome non mi muovevo e guardavo mesto per terra con i piedi in fiamme, alla fine incerimoniosamente mi spinsero fuori dalla carreggiata e quasi caddi nella mota che stava sui bordi….
Oh che piacere quella terra… non mi sentivo per nulla offeso… finalmente la mia via di mezzo aveva trovato una piacevolezza, stavo con i piedi per terra e non sull’asfalto infuocato….. Mentre i pellegrini infuriati mi abbandonavano al mio destino di folle dello spirito, mi ritrovai tutto contento a capire che la via di mezzo significa accettare sia la gloria che l’infamia, sia il successo che l’insuccesso, sia il riconoscimento che l’offesa. Pian piano con la mente serena me ne tornai all’ashram di Muktananda, stranamente sollevato e felice, i miei piedi rinfrescati dal fango e la mia mente rischiarata. Ad attendermi un compagno ashramita che per la prima volta da quando stavo lì mi sorrise fraternamente e mi offrì un infuso caldo di erbe, com’era buono!
Paolo D’Arpini

Bagawan Nityananda a Ganeshpuri