Questo teatro, che è la vita...



"La verità è immutabile, quel che muta è solo apparenza.... Ma se così non fosse come potrebbe l'Uno gioire della sua "illusione"?..." (P.D'A.)
Dietro le quinte
Prego signori entrate in questo “deposito”, osservate con occhio curioso e giocoso il retroscena della rappresentazione che andremo a presentare.
Passione, inganno, amore, odio, grandi tragedie, consapevolezza delle contraddizioni, timore del futuro, vizi umani, disperazione, solitudine degli eroi, affetti e valori costituiti e sovvertiti, sconvolgimento della natura, dove il più saggio è il folle, l'assurdità della vita umana percepita senza schermi.
La lucida consapevolezza che l'esistenza è "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla"; si rinuncia spesso a esplicitare il senso della vicenda, consci che un mondo vasto e oscuro come quello contemporaneo lo si può riflettere ma non circoscrivere.
Storie e racconti, scenografie di ricordi passati si stagliano sulle pareti, mentre inciampiamo tra oggetti e abiti sparsi qua e la dall’attore di turno.
Che gran confusione ordinata.
I tappeti son li, pronti per spiccare il volo come l’araba fenice: la finzione non può continuare, tornare in noi stessi, la soluzione mantenere la promessa: l’ultimo desiderio liberare il Genio dalla sua Lampada e lasciarlo partire per scoprire le bellezze del mondo.
No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
L'Aura
Adulti e Bambini al Teatro: la Rassegna Teatrale 2019/2020 al ...

Così parlò Nisargadatta... - Libertà e amore


Giocare all'aperto: scoprirsi e scoprire in libertà

La libertà da tutti i desideri di durare è l'eternità. Ogni attaccamento implica la paura, perché tutto è transitorio. E la paura rende schiavi. La libertà dall'attaccamento non viene con la pratica; s'instaura naturalmente quando si conosce il proprio essere. Quando vedi il dolore e la sofferenza, sii con essi. ... e metti a nudo le sue radici; aiutare a capire è il vero aiuto. Ovviamente, nutri l'affamato e vesti l'ignudo nel frattempo, se puoi.

L'amore dice: "Sono tutto". La saggezza dice: "Non sono niente" . Tra l'uno e l'altra la mia vita scorre. Quale che sia la situazione, se è accettata è piacevole; se no, è dolorosa. Non importa che cosa la rende accettabile: la causa può essere fisica, psicologica o di altra natura; ciò che conta e l'accettazione. 


Inversamente, la sofferenza deriva dalla non-accettazione. Il dolore è fisico; la sofferenza è mentale. Al di là della mente non c'è sofferenza. Il dolore è solo un segnale che il corpo è in pericolo e che ha bisogno di attenzione. Allo stesso modo la sofferenza ci ammonisce che la struttura delle memorie e delle abitudini che chiamiamo "persona" è minacciata da una perdita o da un cambiamento. 

Il dolore è essenziale per la sopravvivenza del corpo, ma nessuno obbliga a soffrire. La sofferenza è dovuta solo all'attaccamento e alla resistenza, mostra la nostra incapacità di andare avanti, di fluire con la vita... L'essenza della santità è l'accettazione totale del momento presente, l'armonia con le cose così come avvengono. Un santo non desidera che le cose siano diverse da quello che sono; egli sa che, considerando tutte le cose, esse sono inevitabili. Egli è amichevole con l'inevitabile e perciò non soffre. Può conoscere il dolore, ma esso non lo frantuma. Se può, fa quello che è necessario per ritrovare l'equilibrio perduto... oppure lascia fare alla vita. 

"Io sono" è esso stesso Dio. La ricerca è Dio. Cercando scopri che non sei né il corpo né la mente, ma l'amore del Sé in te e del Sé in tutto. Le due cose sono un tutto unico. La coscienza in te e la coscienza in me, appaiono distinte, ma sono un'unica cosa, cercano l'unità e questo è amore.

Nisargadatta Maharaj


FRIEDERICH ENGELS: IL MATERIALISMO DIALETTICO E LA DIALETTICA DELLA NATURA



Ideologia Tedesca – Karl Marx – Friedrich Engels (1846) | per ...

Sulla figura di Engels (1820-1895), come su quella di Marx,  sono stati scritti fiumi di inchiostro. Quindi cercheremo di limitarci ad accennare per sommi capi all’attitudine dell’amico e compagno di Marx, non solo all’azione politica nella prospettiva dell’instaurazione di una società socialista, ma anche ad inquadrare le questioni politiche e la storia umana nel più ampio alveo della storia naturale. Il suo tentativo è stato quello di fornire al movimento operaio una propria filosofia della storia e della natura (definita “Materialismo Dialettico”). Sono noti infatti gli interessi di Engels per le questioni dello sviluppo delle scienze naturali, oltre che per le questioni economico-politiche.

In un precedente  numero dedicato a Marx abbiamo sottolineato il contributo decisivo di Engels sia per quanto riguarda lo studio degli economisti classici britannici, sia per la celebre inchiesta condotta sulla “Condizione della classe operaia in Inghilterra” il paese più sviluppato dell’epoca. Engels potè usufruire di un punto di vista privilegiato in quanto lavorò negli anni ’40 come amministratore nella fabbrica di Manchester di proprietà del padre, dove conobbe anche la compagna della sua vita, la semplice operaia irlandese Mary Burns.

Dopo la stesura del famoso “Manifesto del Partito Comunista” a Bruxelles insieme a Marx (1848), e dopo il fallimento della rivoluzione del 1848, e le difficoltà riscontrate dalla Prima Internazionale (1864-1876) anche a causa dei contrasti interni tra comunisti ed anarchici, anche Engels si dedicò al lavoro teorico, senza però trascurare di intervenire nel dibattito interno alla Seconda Internazionale (nata nel 1889) ed alla Socialdemocrazia tedesca in cui prendevano sempre più piede istanze revisioniste e di compromesso politico. Decisivo è stato il suo apporto per la stesura finale e la pubblicazione della seconda e della terza parte del “Capitale” nel 1885 e nel 1994, dopo la morte di Marx.

In questa sede ci preme sottolineare l’apporto dato da Engels allo sviluppo della filosofia della scienza (uno dei suoi primari interessi) con due opere: “Anti-Dhuring” del 1878 in cui attacca le posizioni del filosofo Dhuring (1835-1921), sostenitore del fatto che pensiero e realtà sono antitetici e che entrambi derivano da una misteriosa realtà “più profonda”, e “Dialettica della Natura”, scritto tra il 1873 ed il 1883, ma tenuto per decenni in un cassetto dal socialista revisionista Bernstein e pubblicato un prima volta solo nel 1925 dopo un parere favorevole espresso dal grande Einstein cui lo scritto era stato sottoposto.

Engels ritiene che il pensiero sia un riflesso della realtà esterna e che pensiero e realtà debbano essere in sintonia, fatto possibile perché sono fatti della stessa natura materiale (affermazione che ricorda l’affermazione dell’antico filosofo Empedocle a proposito della conoscenza sensibile: vedi N. 5). “Il pensiero deve incontrarsi con l’essere” (cioè con la realtà obiettiva) scriverà nella sua ultima opera del 1886: “Feuerbach, punto d’arrivo della Filosofia Tedesca”.

La realtà esterna, cioè la “natura”, è in continua trasformazione ed ha una sua “storia”. Parallelamente anche la conoscenza scientifica si evolve, per cui – contrariamente a quanto affermato da Kant – le categorie fisiche (come spazio, tempo, causa) non restano “fisse”, ma si evolvono sulla base dell’esperienza e delle nuove scoperte. Engels – come Mach, di cui parleremo in un prossimo numero – rivendica la necessità di sottolineare il carattere “storico” delle categorie scientifiche e delle varie teorie. Ritiene la realtà “infinita” e quindi difficile da abbracciare nella sua totalità, ma ha fede nei progressi della scienza, che ci avvicina sempre più ad una visione completa del mondo attraverso nuove scoperte e l’evoluzione delle teorie (posizione che gli ha attirato accuse di “positivismo”). Respinge qualsiasi posizione agnostica, come quella espressa dallo scienziato contemporaneo Emil du Bois-Raymond, che ritiene che la natura ci riservi enigmi inconoscibili (atteggiamento comune anche a moderni fisici quantistici). Afferma la necessità per lo scienziato di essere sostenuto da una robusta filosofia della scienza che lo salvi dal pericolo di adottare banali pseudo-filosofie di moda. Critica, ad esempio, il ricorso ad un esasperato meccanicismo, soprattutto nel campo biologico, lodando la visione evoluzionista di Darwin.

La visione evoluzionistica della natura (e della stessa scienza che ne deriva, a causa delle nuove evidenze sperimentali) è definita dal nostro autore “dialettica”. Engels ritiene di poterne enunciare le regole, derivate direttamente dal filosofo idealista Hegel, di cui Marx ed Engels si ritenevano continuatori, salvo il dichiarato “rovesciamento” tra pensiero, idee e realtà:
-le variazioni di quantità si trasformano in variazioni di qualità,
-la natura si manifesta come principi opposti che si compenetrano;
-la negazione di un principio è soggetta ad una negazione della negazione da cui nasce un principio nuovo.

E’ questa la parte più discussa e discutibile del pensiero del grande esponente della cultura e della politica europea, le cui tesi (come del resto quelle di Marx) andrebbero sempre affrontate con spirito laico, anche da chi ne condivida le idee politiche. Lo stesso Ludovico Geymonat, grande sostenitore di Engels, avanza qualche perplessità per i pericoli di nascita di un nuovo dogmatismo, pericoli che si sono ad esempio manifestati anche nella parte più arretrata e dogmatica della cultura sovietica. Chi scrive ritiene che la visione “dialettica” di Engels – che ricorda la visione dialettica di molti antichi filosofi della natura, come Anassimandro, Eraclito, o Empedocle - trovi riscontri se applicata concretamente ad aspetti della natura ed alle scienze naturali (oltre che alle scienze umane e politiche) senza l’applicazione di regole un po' artificiose derivate da Hegel. Basti ricordare l’evoluzionismo darwiniano e l’interpretazione fisico-filosofica data da grandi scienziati come Boltzmann al Secondo Principio della Termodinamia attraverso la definizione del parametro “Entropia” che cresce irreversibilmente e continuamente nell’Universo che è in continua trasformazione (di questo ci interesseremo in prossimi numeri). Bisogna evitare i pericoli di dogmatismo idealistico derivati da Hegel (se pure “rovesciato”; ma non sempre il “rovesciamento” riesce).

Per concludere ricordiamo una delle più ispirate opere di Engels, scritta nel 1884, poco prima della morte: “L’Origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato”, in cui il filosofo tedesco, partendo dagli studi dell’etnologo statunitense Lewis Henry Morgan (1818-1881) sulle società primitive, ci parla: della nascita della società patriarcale “gentilizia” che pone termine alla società matriarcale ad al ruolo privilegiato della donna; della nascita “storica” della proprietà privata, della famiglia e dello Stato; del ruolo sempre repressivo dello Stato, espressione sempre degli interessi delle classi dominanti e la cui estinzione (auspicata dagli anarchici) sarà ; possibile solo quando cesseranno i conflitti di classe in una società più giusta ed armoniosa.

Vincenzo Brandi

  1. L. Geymonat, “Storia del Pensiero Fil. e Sc.”, op. cit. in bibl.
  2. F. Engels, “Dialettica della Natura”, edizioni Einaudi e GAMADI, op. cit. in bibl.
  3. F. Engels, “Anti-Dhuring”, op. cit. in bibl.
  4. Comitato Scientifico GAMADI, “Materialismo Dialettico e Conoscenza della Natura”, op. cit. in Bibl.
  5. F. Engels, “L’Origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato”, op. cit. in bibl.
  6. Marx K. – F. Engels, “Opere scelte”, op. cit. in bibl.
  7. Marx K. – F. Engels, “La Concezione materialista della Storia”, op. cit. in bibl.
Friedrich Engels, Manchester nel 1845 | Storiaestorie

Il carattere di una persona è il suo destino

Ethos Anthropoi Daimon - Il carattere di un uomo è il suo destino

Sicuramente il carattere di una persona è in grado di determinare il suo destino. Non v’è decisione, dalla dichiarazione di guerra alla scelta del pasto giornaliero, che non passi attraverso il carattere personale. Gandhi diceva Sii il rinnovamento che vorresti nel mondo, ma cambiare il carattere delle persone, rinnovare se stessi, è la cosa più difficile dell’universo perché richiede una costante e forte volontà di mettere in discussione i propri punti di vista, le proprie convinzioni.

Le nostre sicurezze, le ostinazioni sui nostri principi, la mancanza di umiltà, la volontà di doversi giustificare ad ogni costo ad ogni critica, ad ogni divergenza di vedute, sono il nostro peggior nemico. Anche la persona più importante con un carattere ostico e permaloso è destinata ad essere evitata, esclusa, o al limite sopportata. E a causa di un cattivo carattere spesso succede che per un’inezia si rovini un’amicizia, un affetto, una buona relazione, un amore.

Quando nel dialogo occorre esercitare la massima attenzione per non urtare le opinioni dell’altro significa che bisogna lavorare ancora su se stessi per liberarsi dalla prigionia dei propri limiti. Vi sono persone a cui è possibile rivolgere solo parole di apprezzamento: qualunque appunto o critica anche bonaria viene interpretata come un’offesa fino a far vacillare o a volte cancellare un affetto che magari dura da anni  disconoscendo il 99% che di buono e di positivo c’è stato in passato tra le parti. Ma coloro che occorre trattare con i “guanti bianchi” si accontentano della maschera dell’interlocutore e non sapranno ciò che realmente gli altri pensano di loro.

La nostra vera natura non è quella che si manifesta nelle circostanze di un contesto favorevole in cui c’è armonia di relazione e condivisione di idee: è nella prova, nella provocazione, nell’insulto, nell’offesa, nella critica ingiusta, nella mancanza di rispetto, magari nella derisione, nel tradimento della fiducia, nella privazione di un bene o di un diritto che si manifesta il nostro vero carattere. Ed è meglio non fare il bene se non si è disposti a sopportare l’ingratitudine.

La reale consistenza di un muro si può verificare solo nel momento in cui si cerca di abbatterlo. In ognuno di noi si nasconde un santo o un criminale, ma è la provocazione che fa emergere l’una o l’altra nostra vera natura, quello che realmente siamo.

Avere un bel carattere, disponibile al dialogo, capace di mettere in discussione la propria visione delle cose, le proprie certezze, essere aperti al dialogo e all’innovazione questo è il bene più prezioso di una persona per chi ha la fortuna di vivergli accanto; ma una persona permalosa, litigiosa, inflessibile è sicuramente motivo di tensione e discordia.

Credo che la vita ci dia ogni giorno la possibilità di migliorare  noi stessi e questo è possibile solo se, attraverso un giusto e salutare esame di introspezione, siamo disposti a mettere in discussione le nostre chiusure, i nostri personalismi.

Ognuno di noi è un universo diverso da ogni altro, più o meno in armonia con se stesso e con il contesto naturale; ma il metro di verifica è se il nostro modo di essere torna  o no a beneficio di se stessi e della comunità. Quindi la domanda da porsi è: se tutti avessero il mio carattere il mondo sarebbe migliore o peggiore? Credo che in noi vegetariani/vegan/universalisti alberga una coscienza più vasta, un’etica più profonda, un senso di giustizia più ampio del comune sentire, per questo abbiamo l’obbligo morale di essere di esempio, in ogni circostanza.

Franco Libero Manco


Libertà nella Spiritualità Laica



La spiritualità non appartiene ad alcuna religione; essa è la vera natura dell’uomo. Lo spirito è presente in tutto ciò che esiste, non può quindi essere raggiunto attraverso uno specifico sentiero, poiché esso è già lì anche nel tentativo di perseguirlo.

La laicità è la condizione di assoluta “libertà” da ogni forma pensiero costituita, sia essa ideologica o religiosa. “Laikos”, in greco, sta a significare colui che è al di fuori di ogni contesto sociale e religioso, ovvero non appartiene ad alcun ordinamento sociale o confessionale.

Quando si parla di ricerca spirituale non si intende il perseguire un sentiero codificato, una normativa fideistica, un’appartenenza ad un credo; il cercatore spirituale è semplicemente colui che guarda sé stesso, colui che riconosce il Tutto in sé stesso e sé stesso come il Tutto.

Da questo punto di vista la ricerca spirituale può essere considerata un fatto strettamente personale, quindi il vero cercatore spirituale è assolutamente laico, allo stesso tempo riconosce ciò che è in lui come presente in ogni altra cosa. Conciliare la propria via personale con quella di chiunque altro significa saper fluire senza ostruire, apprendere e trasmettere senza pretendere, insomma si tratta di fare la pace con noi stessi e con gli altri.

Questa assoluta libertà comprende anche assoluto amore e rispetto, non essendoci assunzioni di posizioni precostituite e riferimenti assolutistici ad uno specifico sentiero.

La Spiritualità Laica è una via in cui non possono esserci dogmi o indicazioni religiose. Questa è la via in cui non si segue nessuna via. Il percorso è completamente assente, nella spiritualità laica ciò che conta è la semplice presenza a se stessi e questo non può essere un percorso ma una semplice attenzione allo stato in cui si è.

La coscienza è consapevole della coscienza.

Ed è normale che sia così poiché la spiritualità laica non può essere nulla di nuovo ma solo un “modo descrittivo” di un qualcosa che c’è già, infatti se quel qualcosa non ci fosse già che senso avrebbe esserne “consapevoli”?
Perciò Spiritualità Laica e Consapevolezza sono la stessa identica cosa. Ma noi sappiamo che la pura consapevolezza di sé è purtroppo spesso macchiata da immagini sovrimposte, create dalla nostra mente, queste immagini sono ciò che noi abbiamo immaginato possa essere la spiritualità.

Accettare se stessi come qualcosa di completamente insondabile ed in conoscibile, non riferibile ad alcun assioma di derivazione ideologica o religiosa, significa restare sospesi nel vuoto essendo vuoto. Impossibile poter scorgere i confini del proprio essere.  Questa mancanza di identificazione in qualsiasi forma strutturale (di pensiero e non) è contemporaneamente anche la “forza” della laicità spirituale. 

Non vi sono porti sicuri di approdo, non vi è barca, non c’è un mare, nessuno e nulla da ricercare… solo la corrente della vita, della coscienza, solo il senso di essere presenti. In questa mancanza di condizioni è possibile sentire il nostro io arrendersi, la nostra mente sciogliersi, scoprendo così il "Centro" che in verità non è un centro perché è tutto ciò che è, senza centro né periferia.

Il sentire della spiritualità laica è equiparabile al sentire dell'ecologia profonda. Anzi entrambi condividono la piena consapevolezza di appartenere ad un "tutto inscindibile". L'ecologia profonda prende maggiormente in esame l'aspetto esterno di questo "tutto" mentre la spiritualità laica si occupa dell'aspetto interiore. Attraverso questa integrazione esterno-interno riempiamo una falla enorme nel pensiero e nell'azione.

Tutto quel che ci circonda e noi stessi siamo la stessa identica cosa, siamo immersi in noi stessi come acqua nell'acqua eppure continuiamo a comportarci come fossimo separati, disponendo di ciò che riteniamo "sia al di fuori di noi" come  fosse "altro" da noi. C'è una meraviglia più grande di questa?
Paolo D'Arpini  - paolo.darpini@alice.it

C'era una volta Pitagora...

Pitagora - 575/495 a. C. | universe-journal

Quel che sappiamo è che Pitagora arriva in Egitto attorno al VI secolo a.C.

Probabilmente legati da un sottile filo, che è Pitagora stesso, costruita quasi duemila anni dopo il tempio di Luxor e che, dopo quasi altri duemila anni di oblio e silenzio, casualmente, è tornata alla luce la basilica sotterranea di Porta Maggiore. Una basilica neo-pitagorica che si trova a roma, nel quartiere Prenestino-Labicano, vicino alla Porta Maggiore, di epoca Tiberiana o Claudia (tra il 14 ed il 54 d.c.). La sua scoperta avvenne casualmente il 23 aprile 1917, in seguito al cedimento di una volta della basilica, sulla quale si stava costruendo il viadotto ferroviario da e per la stazione Termini e, a livello stradale, la linea tramviaria che serve i quartieri situati lungo la via Prenestina. La Basilica di Porta Maggiore è considerata la più antica basilica pagana di tutto l'Occidente. 

Probabile opera di una setta mistico-esoterica, risulta ancora incerta la sua funzionalità: basilica funeraria, ninfeo o, più probabilmente, tempio neo-pitagorico. Uno dei monumenti più importanti e interessanti del mediterraneo antico, unica basilica neopitagorica esistente al mondo con i suoi simboli e i suoi segreti. L’unica per i culti misterici che sia sopravvissuta intatta fino a noi. Infatti l’insegnamento di Pitagora non essendo mai stato affidato a documenti scritti, è andato smarrito, con la scomparsa del filosofo. Come per altri culti misterici, durati per ben 1500 anni, nessuno ne svelo i segreti. Agli inizi del primo secolo, in questo luogo suggestivo ed emozionante, venivano celebrati i culti relativi alla reincarnazione, infatti i rilievi dell’abside, spazio riservato al sacerdote, mostrano immagini di purificazione e gli stucchi che ricoprono le volte delle navate ritraggono simboli misterici e mitologici. La basilica aveva un unica via di luce. un cerchio di luce scendeva dall’alto e illuminava le pareti dell’abside di azzurro lapislazzulo e bianco madreperla, con riflessi luminosi fluttuanti in una atmosfera eterea. La basilica è orientata da ovest verso est ed è stata costruita scavando direttamente nel tufo. Dagli affreschi e dai bellissimi stucchi, si desume che era adibita a un culto misterico, in cui si praticavano riti magici. Il luogo, quindi probabilmente, era un tempio neo-pitagorico, utilizzato dalla omonima setta, abbandonato pochi anni dopo la sua costruzione, come se le autorità imperiali avessero proibito il culto che vi si praticava. In realtà gli stucchi parlano di misteri pitagorici, di cui sono elementi chiari le nozze sacre e il banchetto sacro. L’esame della struttura la fanno datare entro i primi decenni del primo secolo d.c. importante documento nella conoscenza della tipologia basilicale a tre navate, già in quel periodo, stile che verrà adottato secoli dopo nelle basiliche cristiane. La basilica dimostra che se il culto che vi si celebrava era stato proibito, all’era del tempio, cinque secoli dopo la scomparsa di Pitagora, il pitagorismo era ancora demonizzato.  

Pitagora (VI a.c. circa). Del pitagorismo si conosce la fede nella trasmigrazione delle anime o metempsicosi, il silenzio degli iniziati che dovevano per tre anni ascoltare senza parlare e la reintegrazione dell’anima, mediante un procedimento che portasse l’anima alla riunificazione con l’assoluto. Nato nell’isola di Samo, Pitagora si trasferì nella Magna Grecia, a Crotone dove nel 530 a.c. fondò la sua scuola, riservata solo ai discepoli. Come già detto non lasciò nulla di scritto e si sa ciò che scrissero i suoi discepoli. Derivato in parte dall’Orfismo, nella dottrina di Pitagora vi è un aspetto religioso-esoterico, il quale sosteneva la trasmigrazione delle anime, che per una colpa originaria erano costrette, come espiazione a incarnarsi in corpi umani o bestiali, fino alla purificazione finale (catarsi). La novità del pensiero di Pitagora rispetto all’Orfismo, è rappresentata dalla considerazione della scienza come strumento di purificazione. L’ignoranza è una responsabilità da cui ci si libera con il sapere. La conoscenza matematica sembra servisse a una visione interiore di un macrocosmo coincidente col microcosmo uomo, dunque una matematica simbolica per una evoluzione interiore. Si sa che nella sua scuola vigeva una distinzione tra i discepoli: vi erano gli acusmatici, gli ascoltatori obbligati a seguire le lezioni in silenzio. Sembra vi fosse una gerarchia data dal tempo trascorso nel silenzio, chi dice tre anni, chi ben sette anni, o dai meriti, e i mathematici chepotevano interloquire con il maestro e ai quali era rivelata la scienza. 

L’insegnamento (mathema) pitagorico aveva un aspetto mistico- religioso con un insegnamento dogmatico-esoterico, secondo il noto motto della scuola ipse dixit, egli ha detto o lo ha detto lui, e un contenuto che riguardava i numeri, come simboli dell’universo, oltre che come scienza. Si deve a Pitagora l’aver indicato come sostanza primigenia (archè) l’armonia determinata dal rapporto tra i numeri e gli accordi musicali. Ed ecco l’importanza dei numerosi strumenti musicali rappresentati nella basilica. Si sa pure che usava il banchetto sacro, l’agape con i suoi discepoli, come Gesù nell’ultima cena, banchetto che è riprodotto negli stucchi.  

Scrive Giorgio de Santillana in fato antico fato moderno: cinque volte nel corso di otto anni avviene che la stella venere si levi al momento che precede il levar del sole (momento solenne in molte civiltà). Ora, i cinque punti cosi marcati, sull’arco delle costellazioni, secondo l’ordine del loro succedersi, si rivelano formare un pentagramma perfetto, cioè il disegno di una stella a cinque punte. Questo sembra proprio un dono degli dei agli uomini, un modo di rivelarsi. Onde i pitagorici dicevano: Afrodite si è rivelata nel segno del cinque. Il segno è diventato magico. E quale intensità di attenzione e di memoria ci volle per fermare in mente, nelle loro posizioni, i cinque lampeggiamenti, in otto anni, del pianeta che appare per poi perdersi subito nella luce del mattino, per ricostruire con l’intelletto il diagramma che essi suggerivano. Il coincidere col ritmo dell’universo era il segreto dell’armonia, “musica” pitagorica che ancora regola l’astronomia, come la poesia e l’etica. Silenzio, musica e matematica….  

Abbiamo dettagli sulla vita di Pitagora, che provengono da antiche biografie, le quali utilizzano fonti importanti e originali, che sono scritte da autori, i quali gli attribuiscono ancora poteri divini, e il cui scopo fu di presentarlo come un dio. In generale gli storici sono d'accordo sugli eventi principali della sua vita, molte date sono ancora oggetto di discussione tra studiosi. Alcuni storici ritengono queste informazioni semplicemente una leggenda, anche se essendo dei documenti talmente antichi, sono comunque di importanza storica. Due filosofi, che influenzarono Pitagora, e che lo introdussero nel mondo delle idee matematiche, furono Talete e il suo allievo Anassimandro, che vissero entrambi a Mileto. Si dice che Pitagora fece visita a Talete, a Mileto, quando aveva tra i diciotto e i venti anni. A quel tempo, Talete era un uomo già in età avanzata e, sebbene egli abbia suscitato un forte interesse in Pitagora, probabilmente non gli insegnò moltissimo. Comunque, egli contribuì ad aumentare l'interesse di Pitagora verso la matematica e l'astronomia, e gli consigliò di recarsi in Egitto, per imparare di più su queste discipline. L'allievo di Talete, Anassimandro, teneva delle lezioni a Mileto, e Pitagora frequentò queste lezioni. Anassimandro, sicuramente, era interessato alla geometria e alla cosmologia e molte delle sue idee potrebbero aver influenzato il punto di vista personale di Pitagora.

Circa nel 535 a.C., Pitagora andò in Egitto. Questo accadde alcuni anni dopo che il tiranno Policrate prese il controllo della città di Samo. Esistono alcune testimonianze che suggeriscono che Pitagora e Policrate diventarono amici e si dice che Pitagora andò in Egitto con una lettera di presentazione, scritta da Policrate stesso. Infatti, Policrate aveva stipulato un'alleanza con l'Egitto e c'erano perciò solidi collegamenti tra Samo e l'Egitto, a quel tempo. I racconti del periodo che Pitagora passò in Egitto suggeriscono che egli visitò molti templi e prese parte a molte discussioni con i sacerdoti. A Pitagora fu impedito di entrare in tutti i templi, eccetto quello a Diospolis, dove venne accettato nel clero, dopo aver completato i rituali necessari per l'inserimento.

Non è difficile menzionare molte delle credenze di Pitagora sui costumi che trovò in Egitto, credenze che egli avrebbe imposto successivamente nella scuola, che fondò in Italia. Per esempio, la discrezione dei preti egizi, il loro rifiuto di mangiare fave, il loro rifiuto di indossare addirittura vestiti, fatti con le pelli di animali, il loro sforzo di ottenere la purificazione, furono tutti modi di fare che Pitagora avrebbe adottato in seguito. Porfirio dice che Pitagora imparò la geometria dagli Egizi, è probabile che egli fosse stato già a conoscenza della geometria, sicuramente in seguito agli insegnamenti di Talete e Anassimandro.

La figura storica di Pitagora, menzionato da scrittori suoi contemporanei o di poco posteriori comesembra essere accertata anche se la sua fisionomia di filosofo risulta confusa, poiché si mescola alla leggenda narrata nelle numerose Vite di Pitagora, composte nel periodo del tardo neo-platonismo e del neo-pitagorismo, nelle quali il filosofo viene presentato come figlio del dio apollo. Secondo la leggenda, il nome risalirebbe etimologicamente ad una parola che significherebbe "annunciatore del Pizio", cioè del dio Apollo (Πυθαγόρας – Pythagòras), composto da Πύθιος ( Pýthios, un epiteto di Apollo) e agora (ἀγορά – "piazza"); altre fonti identificano il primo elemento con pèithō (πείθω – "persuadere"), quindi "colui che persuade la piazza", "colui che parla in piazza", "oratore della piazza". Si giunse a considerarlo profeta, guaritore, mago e ad attribuirgli veri e propri miracoli. Soprattutto in Giamblico e nei Neoplatonici viene costruita questa immagine soprannaturale del filosofo, quale mito della religiosità pagana, forse in opposizione al dilagante cristianesimo e alla figura del Cristo. È quasi impossibile distinguere, nell'insieme di dottrine e frammenti a noi pervenuti, non solo ciò che appartiene al pensiero di Pitagora e neppure, di separare il pensiero del primo pitagorismoda quello successivo. Anche Aristotele, che possiamo considerare il primo storico della filosofia, nella difficoltà evidente di identificare la dottrina del maestro, parla genericamente de «i cosiddetti pitagorici».

Essendo uno degli oggetti più luminosi nel cielo, il pianeta venere è conosciuto sin dall'antichità e ha avuto un significativo impatto sulla cultura. È descritto dai babilonesi in svariati documenti in scrittura cuneiforme. I Babilonesi chiamarono il pianeta Ishtar, la dea della mitologia babilonese, personificazione dell'amore e anche della battaglia. Gli egizi identificavano Venere con due pianeti diversi, e chiamavano la stella del mattino Tioumoutiri e la stella della sera Ouaiti. Allo stesso modo, i greci distinguevano tra la stella del mattino Φωσφόρος (Phosphoros) e la stella della sera Ἕσπερος ( Hesperos); tuttavia, nell'epoca Ellenistica si comprese che si trattava dello stesso pianeta. Hesperos fu tradotto in latino come vespero e Phosphoros come lucifero ("portatore di luce"), termine poetico in seguito utilizzato per l'angelo caduto allontanato dal cielo. Nell’astrologia occidentale, influenzata dalle connotazioni storiche legate alle divinità dell'amore, si ritiene che Venere influenzi questo aspetto della vita umana. Nell'astrologia indiana del veda, Venere è nota come Shukra, ovvero "chiara, pura" in lingua sanscrita.

La definizione del rapporto aureo viene fissata attorno al VI secolo a.C., per opera della scuola pitagorica (i discepoli e seguaci di Pitagora), nella Magna Grecia, dove secondo Giamblico fu scoperto da Ippaso di Metaponto, che associò a esso il concetto di incommensurabilità. La definizione di rapporto aureo viene ricondotta allo studio del pentagono regolare; il pentagono è un poligono a 5 lati nel cui numero i pitagorici scorsero l'unione del principio maschile e femminile (rispettivamente nella somma del 2 col 3), tanto da considerarlo il numero dell'amore e del matrimonio. L'aura magica che i pitagorici associavano al numero 5, e a tutto ciò che vi fosse legato, risultava legata anche a considerazioni di tipo astrologico, in particolare al pianeta venere, archetipo dell'amore e della vita, che nel suo percorso tra la Terra e il Sole disegna in effetti una stella a cinque punte. La sezione aurea risulta peraltro strettamente connessa con la geometria del pentagono: in particolare il rapporto aureo è pari al rapporto fra la diagonale, e in un'infinità di relazioni simili, se immaginiamo che nel pentagono centrale possiamo iscrivere una nuova stella a cinque punte (o pentagramma), la quale produrrà a sua volta un nuovo pentagono centrale, in cui ripetere l'iscrizione del pentagramma e così via, seguendo uno schema ricorsivo.  

Per concludere, dall’inizio: come l’antica conoscenza iniziatica egizia, abbia potuto rimanere in vita nei meandri del tempo, fino ad alcuni sacerdoti che vivevano alla corte di ramses II, accanto al giovane egiziano che sarebbe poi diventato mosè, questo non lo sappiamo. Quello che invece gli annali rivelano è che quando mosè assunse la missione chiara di condurre gli ebrei fuori dall’egitto, con il pieno consenso del faraone, alcuni sacerdoti egizi iniziati alle antiche terapie vibratorie partirono con lui. Gli annali della memoria akashica, dicono che anche lo stesso Mosè era impregnato del principio solare, unico ed unificante che aveva nutrito Akhenaton. Fu cosi che la tradizione terapeutica strutturatasi per volere di Akhenaton e di suo padre, venne trasmessa nascostamente al popolo ebreo o più precisamente ad alcuni suoi mistici. Quest’ultimi, nei secoli, si sarebbero raggruppati costituendo, a poco a poco, una società a parte, che avrebbe infine dato i natali alla confraternita Essena. Questa a sua volta subì una scissione, alcuni suoi membri optarono per una esistenza monastica, fortemente ascetica, il ramo di Qumran, gli altri per una vita piu libera, in piccole comunità, riunite in villaggi. Quanto al celebre monastero del Krmel, che era un antico tempio egizio costruito sotto Amenophis III, si situava a meta strada tra le due tendenze: le conoscenze mediche iniziatiche egizie, veicolate da Mosè, trovarono protezione fra le sue mura possenti e furono insegnate a giovani esseni scelti con cura. Jeshua, ancora bambino, per esempio studio al Krmel e quel soggiorno fu una prima preparazione al ruolo taumaturgico che avrebbe svolto in seguito, una volta compenetrato della coscienza del cristo: questa è un altra storia anche se introduce il tema del confronto delle similitudini e del sincretismo tra la figura di Pitagora e quella di cristo. Sicuramente dal quinto secolo a.c. fino al concilio di Nicea nel 325 d.c. la figura di Pitagora è stata preponderante nella cultura mediterranea, per essere soppiantata, in seguito, dalla figura del cristo, almeno fino a quella data, per quanto ci è dato sapere, del tutto sconosciuta. Da qui si potrebbe affrontare il tema delle influenze del neo pitagorismo o almeno parti del culto, riprese e canalizzate nel cristianesimo.  

Il pentagramma di Venere. La terra è posizionata al centro del diagramma e la curva rappresenta la posizione relativa di venere in funzione del tempo. il percorso effettuato da venere e osservato dalla terra ha una forma molto particolare dovuta alla risonanza orbitale che descrive una figura simile a un pentagramma in funzione di direzione e distanza pentagramma che si ripete ogni otto anni, ovvero 13 orbite complete di Venere.

Ferdinando Renzettiferdinandorenzetti@libero.it




Post Scriptum

Negli antichi insegnamenti di geometria sacra, la sacralità di tutte le cose nell’universo può essere descritta in termini di schemi geometrici provenienti dalla mano di dio. Sembra incredibile anche se si può illustrare con molti esempi come molte cose contengano inaspettatamente una geometria nascosta non ovvia a prima vista. Si crede ora che gli egiziani abbiano applicato la geometria sacra nella costruzione della grade piramide e di molti altri monumenti. 

Gli egiziani avevano due scuole misteriche: una era chiamata l’occhio sinistro di Horus, questa scuola insegnava i principi femminili della creazione, l’amore e la compassione. L’altra scuola era chiamata l’occhio destro di Horus e insegnava i principi maschili intelligenti della creazione, la geometria sacra era il soggetto principale. La geometria sacra ha anche lasciato tracce nell’architettura gotica delle chiese europee e nelle cattedrali, nel partendone di Atene, nei dipinti di Leonardo. Cosa c’è di cosi sacro nella geometria? Nelle scuole misteriche spirituali del passato, si insegnava che la geometria è stata usata da dio per creare l’universo. Ora sappiamo che la geometria sacra contiene molti elementi misteriosi che descrivono molti fenomeni, come la crescita delle piante, le proporzioni del corpo umano, l’orbita dei pianeti, la luce, la struttura dei cristalli, la musica. La scienza arcaica della geometria sacra risale fino alla civiltà egizia, e può essere una eredita della civiltà mitica di atlantide. Il pensiero classico ha voluto tramandarci dell’antico Egitto solo l’immagine di una civiltà superstiziosa, politeista, volta al culto di numerose divinità, dimenticandosi di uno dei periodi più affascinanti della storia, in particolare la XVIII dinastia dei faraoni Amenophis IIIe Amenophis IV, suo figlio, meglio conosciuto come Akhenaton. 

Amenophis III ordina di costruire il tempio di Luxor sulla riva orientale del Nilo, quel che la storia non rivela è la vera funzione di quel tempio, testimone del segreto distanziarsi di chi l’aveva progettato rispetto all antico culto di Ammon. Dietro le apparenze amenophis III aveva in realtà gettato le fondamenta della riforma religiosa mistica o per meglio dire iniziatica, che suo figlio Akhenaton si sarebbe affrettato ad attuare, appena ebbe accesso al trono. Il tempio di Luxor dall’architettura altamente simbolica, rappresentava il funzionamento energetico del corpo umano, conteneva oltre a molti altri edifici, un insieme di corridoi e sale sotterranee, oggi scomparsi o perche crollati o perche intenzionalmente ostruiti; questo insieme architettonico era all’epoca dedicato agli incontri e alle ricerche dei sacerdoti e i terapeuti che all’epoca avevano conseguito il massimo livello iniziatico. Il loro compito, per ordine del faraone, era raccogliere e strutturare nel modo più conciso e preciso, l’essenza della saggezza plurimillenaria del loro popolo. Creando cosi una solida base di informazioni, da trasmettere all’umanità. Ed è cosi che sono state raccolte informazioni sulle modalità operative principali delle terapie in quel tempo conosciute e che oggi sono dette energetiche. Si trattava di raccogliere e sintetizzare, in un insieme coerente, delle informazioni all’epoca sparse e poco chiare. Alla morte di Amenophis III, il compito non era ancora stato portato a compimento e venne concluso grazie al movimento della gigantesca riforma religiosa e filosofica, intrapresa dal figlio Akhenaton. Fu dunque nel centro della neonata città di Akhenaton che il giovane faraone, portando alla luce l’ideale solare, di cui suo padre aveva avuto l’intuizione, consenti che fossero raccolte e insegnate queste numerose informazioni sulle terapie. Il compito venne affidato a sacerdoti-terapeuti provenienti da tutto il mediterraneo, che all epoca era sotto il dominio egizio. 

Che cosa accadde al faraone Akhenaton ce lo racconta la storia, la sua riforma ebbe una breve fioritura e la sua città venne rasa al suolo. Le informazioni sulle terapie raccolte e organizzate da alcuni di questi sacerdoti, smisero allora di essere oggetto di insegnamento, se non in clandestinità e segretamente, giacche facevano costante riferimento all’unità di un principio, difficilmente compatibile con il culto riabilitato di Amon-Ra. I pochi trattati di medicina sottile consegnati ai rotoli di papiri, vennero dunque distrutti e la diffusione della conoscenza di natura solare che era stata propria dei terapeuti della cita di Akhenaton, si trasformo in una tradizione orale, tramandata unicamente da maestro discepolo. Come abbia potuto rimanere viva nel tempo non ha una risposta.


Rudolf Steiner: "Vaccini e spiriti delle tenebre..."


Vaccini contro l'evoluzione pirituale. La profezia di Rudolf ...
Ante scriptum:  Rudolf Steiner nel 1917 parlava dei vaccini come di un'arma contro l’evoluzione spirituale, contro lo sviluppo dell’onda di coscienza. Notare come la manipolazione mentale del sistema informativo mainstream sta ampliando la disinformazione generale e la paura riguardo presunte malattie, ormai debellate da moltissimi anni come se fossimo in uno stato di pandemia


LA PROFEZIA DI RUDOLF STEINER SUI VACCINI: UN ARMA CONTRO LO ...

“Ma gli Spiriti delle tenebre sono in mezzo a noi, sono qua.
Dobbiamo restare in guardia in modo da accorgerci quando li incontriamo, in modo da comprendere dove si trovano. Perché la cosa più pericolosa nel prossimo futuro sarà abbandonarsi inconsciamente a tali influssi, che realmente esistono intorno a noi. Infatti, che l’uomo li riconosca o meno, non fa alcuna differenza per la loro reale esistenza.

Ma soprattutto, per questi Spiriti delle tenebre sarà importante portare confusione, dare false direzioni in ciò che si sta ora diffondendo in tutto il mondo e per cui gli Spiriti della luce continueranno a operare nella direzione giusta. Ho già avuto occasione di mettere in guardia su una direzione sbagliata, che è davvero tra le più paradossali.

Vi ho indicato che i corpi umani si svilupperanno in modo tale che vi potrà trovar posto una certa spiritualità, ma che il pensiero materialista, la cui diffusione è sempre più alimentata dalle indicazioni degli Spiriti delle tenebre, opereranno in modo da opporvisi con mezzi materiali. Vi ho detto che gli Spiriti delle tenebre ispireranno le vittime di cui si nutrono, gli uomini che abiteranno, persino ad inventare un vaccino per deviare verso la fisicità, fin dalla primissima infanzia, la tendenza delle anime verso la spiritualità.

Come oggi si vaccinano i corpi contro questo e quello, così in futuro si vaccineranno i bambini con una sostanza preparata in modo che attraverso la vaccinazione, queste persone saranno immuni dalla sviluppare in sé la “follia” della vita spirituale, follia, ovviamente, dal punto di vista materialistico.

(…) Tutto questo tende in ultima analisi a trovare il metodo con cui si potranno vaccinare i loro corpi in modo che essi non potranno sviluppare inclinazioni verso idee spirituali , ma crederanno per tutta la loro esistenza solo alla materia fisica. Così, come dagli impulsi, che la medicina ha tratto dall’inclinazione all’inganno [qui Steiner fa finta di sbagliarsi facendo un gioco di parole tra Schwindelsucht, parola che vuol dire all’incirca disposizione all’inganno e Schwindsucht, che significa tubercolosi ndT] – pardon, scusate, – ha tratto dalla tubercolosi, oggi vaccina contro la tubercolosi, cosi domani si vaccinerà contro la disposizione verso la spiritualità.

Con ciò si intende solo dare un accenno a qualcosa di particolarmente paradossale tra le molte altre cose che accadranno in questo ambito in un futuro prossimo e anche più remoto, in modo di creare scompiglio in ciò che deve fluire sulla terra dai Mondi spirituali grazie alla vittoria degli Spiriti della luce.”

Rudolf Steiner, conferenza del 27 Ottobre 1917


Quanto conta la religione nella scelta di non vaccinarsi - Il Post

La mente crea l’abisso, il cuore lo valica...


Io sono Quello (dialogo 9) – Nisargadatta Maharaj | Meditare.net ...

Tu non presti attenzione a te stesso. La tua mente è sempre con gli oggetti, le persone e le idee, e mai con te stesso. Mettiti al centro dell’attenzione, diventa consapevole della tua esistenza. Guarda come funzioni, osserva le motivazioni e i risultati delle tue azioni. Esamina la prigione che hai costruito intorno a te, per inavvertenza. Conoscendo ciò che non sei, arrivi a conoscere te stesso.

Hai soltanto bisogno di sbarazzarti della tendenza a definire te stesso.


Per fluire con la vita intendo l’accettazione: accogliere ciò che viene e lasciar andare ciò che va. Il passato è nella memoria, il futuro nell’immaginazione.


Il desiderio è il ricordo del piacere e la paura è il ricordo del dolore. Tutti e due rendono irrequieta la mente. I momenti di piacere non sono altro che intervalli nel flusso del dolore. Come potrebbe essere felice la mente? La gioia è gioia solamente se contrapposta al dolore.

Per sua stessa natura, la mente divide e oppone. Può esserci un’altra mente che unisce e armonizza, che vede il tutto nel particolare e il particolare come interamente collegato al tutto? La puoi trovare andando oltre la mente che limita, divide e oppone.

La mente crea l’abisso, il cuore lo valica.

Come tutto ciò che è mentale, anche la cosiddetta legge di casualità si contraddice. Nessuna cosa esistente ha una casualità particolare; l’intero universo contribuisce persino all’esistenza delle cose più minuscole. Se la gente sapesse che niente può accadere se l’universo non lo fa accadere, otterrebbe molto di più con minor impiego di energie.

Tratto da: “Io sono Quello”, di Nisargadatta Maharaj


retebioregionale | Il Cannocchiale blog

Il cambiamento inaspettato...


Vivalascuola. Il 68 unì l'Italia, il post-68 l'ha divisa | La ...

Tratti di arco degli ultimi 60 anni. Tratti di cosa siamo stati capaci partendo dalle migliori intenzioni.

Tutto è partito nel  ’68, ’77,  da Berkley University, Beat generation, Movimento hippie, Pop Art,  Compromesso storico, Brigate Rosse, il qualunquismo.
L’interruzione concretizzata in quei comportamenti, in quelle scelte, tendenze, idee e aspirazioni aveva tutta la ragione storica e dignità di ciò che esiste. Aveva tutta la necessità di fiorire.
Ha avuto molti meriti civili, culturali, ambientali, e politici. Ha sfondato le porte serrate dietro le quali si nascondeva il potere ottuso del bigottismo filogovernativo, del suo indottrinamento tout court.
Come se esistesse una grande legge invisibile chiamata del ciclo dell’avanguardia, quelle buone intenzioni tutte dedicate all’uomo, tutte critiche nei confronti di un sistema imperniato sull’avere, su valori non più rispettabili, si fecero travolgere ed integrare dall’onda di ritorno di quanto avevano creduto d’avere scansato.
Tutto era proseguito poi in data Stragi di Stato, Corruzione, Milano da bere, Edonismo, Opulenza. Il processo avanzava facile: scivolava giù dalla china. Quella che prima, dal lato opposto, avevano scalato i padri. Sulla quale si erano ammazzati di fatica ed erano anche morti per dare ai figli il meglio di se stessi.
I figli dei fiori, posate le casacche frangiate, avevano indossato camicie a polsini per guidare banche e multinazionali. La normalità dell’uniformità era tornata. Con l’arma potenziata della tv ne avrebbe permesso ora un controllo maggiore. La sola stravaganza era l’individualismo. Cacio sui maccheroni.
Qualcuno, a volte, si chiede con che sentimenti possano i nostri nonni guardare dove il progresso li ha portati, ci ha portati. Anche loro saranno sorpresi di vedere tanto disastro nonostante l’impegno che ci avevano messo.
Il mostro della normalità si è così nutrito e ingrassato con i suoi stessi anomali foruncoli. E li ha digeriti.

La meraviglia del cambiamento | Immagini, Citazioni sul lupo ...
Le sue feci ci circondano ora in un orrifico e pestilenziale abbraccio dal quale, incredibile ma vero, verrebbe da dire, appare impossibile liberarsi: ci sono ancora quelli che l’ha detto il telegiornale; che diffondono a pieni polmoni il loro pensiero senza avvederne la corrispondenza con quello unico.
Il riassunto dell’epopea del crollo può stare in quella frase? Certamente no, per i fideisti che vedono complottismo in chi pronuncia qualche pensiero critico. Certamente sì, per chiunque sia in grado di compiere la medesima sintesi. Per chiunque abbia lo spazio per comporre la stessa collana di eventi storici. Per chiunque possa ripercorrere la filologia che dall’oro ci ha portati al piombo.
Sì, il 1964 era stata una data d’avvio di grandi progetti. Ai suoi autori non servivano pianificazioni, ma partecipazione creativa. Da quello spirito comune sarebbero emerse realtà complici, coniugabili e desiderabili. Tutte orientate a saltare al di là del crepaccio storico che avevano provocato.
Non è andata proprio così. Non siamo stati all’altezza di gestire una nuova cultura. Ma siamo stati capaci di distruggere il buono di quella vecchia, al quale non avevamo fatto caso. Valori che avevano retto le identità degli individui dai tempi andati e lontani, erano stati semplicemente dimenticati.
Così ora siamo qui senza comunità cui riferirsi, senza criterio con cui educare i figli. Siamo qui, sul punto di morire con una sola certezza.
Noi nati in quella data, daremo ai nostri figli qualcosa di peggio del Vietnam, del razzismo, della guerra fredda.
Gli lasceremo una terra stracciata e rabberciata a pezze di burocrazia, una società allo sbando ma definitivamente controllata, una dote piena di preoccupazioni e vuota di futuro, un’idea di democrazia che è ormai solo il succedaneo formale di una bella promessa, un’opera d’arte senza bellezza, incorniciata dalle feci della globalizzazione.
Avevamo l’oro evangelico dell’ingenuità, l’abbiamo trasformato in satanico piombo dell’avidità.


Lorenzo Merloforce@victoryproject.net


"La Via Anagogica" descritta da Ferdinando Renzetti


Foto di Giorgia Galanti

Secondo il documento di Diogene Laerzio la Via Anagogica, o via per l'alto, fatta risalire ai neoplatonici e a Plotino, sarebbe stata ispirata a Platone dal pensiero di Pitagora. Una emanazione diretta per il cristianesimo medievale dell'intelligenza del cosmo, la grazia divina, i raggi del sole, nel mondo pagano successione di idee e concetti per la comprensione e  della fondamentale unità del mondo e della sua rappresentazione. Mentre per il mondo cristiano era una esperienza mistica legata alla fisica dei sensi, per il mondo pagano l'esperienza era più concettuale metafisica e numerica. Questo per dire che l'influenza di Pitagora nel pensiero del mondo antico è più preponderante di quanto possa sembrare e apparire soprattutto alla luce dei personaggi come Platone e Aristotele che hanno sfruttato molti dei  suoi concetti a volte erroneamente riferiti a Socrate stesso. 

In verità Platone ha dedicato un intero dialogo a parte del pensiero pitagorico il timeo, almeno per quello diffuso e conosciuto perché il pensiero di Pitagora era trasmesso solo a memoria e oralmente a una cerchia ristretta di seguaci e i pochi che diffondevano le sue idee venivano espulsi dalla setta, in questo modo come si racconta si diffuse il teorema di Pitagora e il tetracordo, Pitagora, probabilmente nel suo soggiorno, in Egitto aveva appreso i segreti della geometria sacra trasmessi agli egizi stessi, secondo una antica leggenda dagli atlantidei. 

Gli insegnamenti di Pitagora sono stati mantenuti segreti di generazione in generazione  in circoli ristretti di sapere. Tanti anni, mentre viaggiavo fa su un treno in Calabria, in uno scompartimento ho incontrato un gruppo di uomini e donne che parlavano tra di loro solo per numeri...

Ferdinando Renzetti   

Terra cruda di Ferdinando Renzetti, ecologia sessuale, Gesù era ...



Anagogicus mos

Fondendo le dottrine di Plotino e più in particolare di Proclo, con le credenze e i principi del cristianesimo, lo Pseudo-Dionigi l’Aereopagita (la cui “teologia negativa” che definisce l’Uno superessenziale come eterna tenebra ed eterno silenzio e per questa via viene a far coincidere l’assoluta conoscenza con l’assoluta ignoranza) conciliava la concezione neoplatonica della fondamentale unità del mondo e della sua esistenza come luce con i dogmi cristiani di dio uno e trino, del peccato originale e della sua redenzione. Secondo lo Pseudo-Dionigi l’universo è creato, animato e unificato dall’autorealizzarsi di ciò che Plotino aveva chiamato “l’Uno”, la bibbia aveva chiamato “il Signore” e che egli chiama “ la Luce superessenziale” o anche “ il Sole invisibile”, mentre Dio Padre è designato come “il Padre della luce” e Cristo con riferimento a San Giovanni come la “prima luminosità” che ha rivelato il padre al mondo. Un immensa distanza separa la sfera d’esistenza più alta, puramente intellegibile, dalla più bassa, quasi esclusivamente materiale (quasi perché della pura materia senza forma non si può nemmeno dire che esista) tuttavia non c’è tra le due un abisso insormontabile. C’è gerarchia e non dicotomia. Infatti anche le più basse fra le cose create, partecipano in qualche modo all’essenza di Dio (detto in termini umani, delle qualità di verità bontà e bellezza). Perciò il processo per il quale le emanazioni della Luce Divina scendono fino quasi a spegnersi nella materia attenuandosi in quel che sembra un ammasso senza senso di grezzi corpi materiali, può sempre essere rovesciato come una ascesa dalla contaminazione e dalla molteplicità, alla purezza e all’unità e perciò l’uomo, anima immortalis corpore utens, non può vergognarsi di essere legato alla percezione sensibile e all’immaginazione controllata dai sensi. Invece di voltare le spalle al mondo sensibile, può sperare di trascenderlo assorbendolo. La nostra mente dice lo pseudo-Dionigi può elevarsi a ciò che non è materiale solo se condotta per mano da ciò che materiale è, questo è possibile perché tutte le cose visibili sono luci materiali che rispecchiano quelle intellegibili e alla fine la vera lux della divinità stessa. Cosi l’intero universo materiale diviene una grande luce composta da innumerevoli piccole luci, ogni cosa percepibile fatta dall’uomo o naturale. Diviene simbolo di ciò che non è percepibile, una pietra di appoggio sulla via del Cielo; la mente umana abbandonandosi all’armonia e alla luminosità che è il criterio della bellezza terrestre, si trova guidata in alto, verso la causa trascendente di quest’armonia e luminosità che è Di0. Questa ascesa dal mondo materiale all’immateriale è ciò che lo Pseudo-Dionigi e Giovanni Scoto Eriugena indicano, in contrasto con quello che era l’uso corrente del termine, come “appressamento anagogico “ (anagogicus mos letteralmente il metodo che porta in alto) e questo ci da una vivida rappresentazione dello stato quasi di trance che si può raggiungere fissando oggetti scintillanti come globi di cristalloo pietre preziose. Una esperienza non psicologica bensì religiosa con le parole di Giovanni Scoto. L’espressione anagogicus mos spiegata come transizione dal mondo “inferiore” al “ superiore” e la “ diversità delle sacre virtù che si rivela nelle diverse proprietà delle gemme, richiama tanto le virtù celesti che appaiono ai profeti in una qualche forma visibile che l’illuminazione spirituale che si può trarre da ogni oggetto fisico.

Diogene Laerzio  

Diogenes-Diogene Laerzio di Laerte, Cilicia (ca. 180-240 ca. d.C. ...

Vite dei filosofi

Nelle successioni dei filosofi, Alessandro dice di avere trovato anche questo nei documenti pitagorici. Principio di tutte le cose è l’unità; dall’unità nasce la dualità infinita, che soggiace all’unità come la materia alla causa; dall’unità e dalla dualità infinita vengono i numeri, e dai numeri i punti, e da questi le linee, e da queste le figure piane, e da queste le figure solide, e da queste i corpi percettibili ai sensi. i cui elementi sono quattro, fuoco acqua terra aria, che si muovono e si trasformano attraverso il tutto. da questi è composto il cosmo, che è animato, pensante e sferico… Il ragionamento è ancora più chiaro se lo si percorre a ritroso: i corpi sono sostanze estese, e sono incomprensibili senza la geometria solida; questa a sua volta presuppone le figure piane, le rate e i punti; i punti formanti le figure sono in una certa quantità, che presuppone i numeri; i numeri, a loro volta, nascono tutti dall’uno e dal due, essendo pari e dispari; infine il due è fatto di unità e presuppone l’uno. con molta acutezza Aristotele osservava, nel primo libro della metafisica, che con i pitagorici si passava dalla causa materiale a quella formale: la deduzione del principio delle cose non veniva fatta risalendo di fenomeno fisicoin fenomeno fisico, bensì di idea in idea; non per trasformazione meccanica di materie, bensì per deduzione logica di concetti. per la stessa via Platone arriverà a porre come inizio di tutto le idee, e Aristotele l’intelletto divino.

La natura della luce

La luce oltre a essere un fenomeno fisico di elevata importanza, è un ente altamente simbolico perché, come lo spazio e il tempo, determina il nostro esistere. Anzi, molto di più, essa rappresenta e si identifica con la Vita stessa. Sebbene meno fuggevole e astratta del tempo e dello spazio – la luce si può misurare e si può vedere – fin dall’antichità essa è stata associata al divino, proprio per le sue peculiari caratteristiche: la luce è ciò che garantisce la vita ed è ciò che illumina il cammino qui sulla Terra o verso la salvezza eterna, è la sintesi dei contrari in quanto contemporaneamente corporea e incorporea, materiale e spirituale. La luce è dunque il simbolo universale della divinità, è quell’elemento che dopo il caos delle tenebre originarie, attraversa il Tutto dando ordine all’universo e ricacciando entro i suoi confini l’oscurità. La luce è un principio fondamentale delle antiche religioni come quella egizia, persiana e babilonese.  

Nell’antica cultura egizia l’irradiarsi della luce accompagna la prima alba cosmica, segnata da una grande ninfea che esce dalle acque primordiali generando il sole.  

Nel cerchio del tempo

Giorno e Dio scendono da un’unica parola, dyaus che un tempo, prima di questi tempi, nel nord dell’India, significava cielo luminoso.

Dyaus Pitar | The Pagan Beanstalk


Bibliografia:
I presocratici a cura di Antonio Capizzi
La Nuova Italia
Il significato delle arti visive
Erwin Panofsky Einaudi
Il Giornaletto di Saul
Il Seminasogni