Riconoscersi in ciò che si è - Questa è realizzazione?


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Giusto oggi scrivevo ad un’amica spiegandole: ”..lavoro per un mezzo sderenato che si chiama Paolo D’Arpini, lo conosci?”.

In verità identificarsi  con uno specifico nome forma non corrisponde assolutamente al vero ed inoltre se ci si identifica con la “persona” non si può fare a meno di assumerne i pregi ed i difetti, di accogliere le sue sfumature e macchie, ma siamo noi Arlecchino e Pulcinella? Per questo dicevo che “io” (in quanto coscienza) lavoro per quel personaggio Paolo D’Arpini, il quale solo attraverso la mia osservazione consapevole  può manifestarsi e compiere le nefandezze a cui è avvezzo. Allo stesso tempo gli voglio bene come voglio bene a chiunque mi si presenti davanti, che entra nella mia sfera cosciente. 

Questa è realizzazione?  

Ho scoperto, rileggendo diverse storie su questo sito, che sovente vengono descritti momenti di trascendenza e flash di realizzazione. 


L’esperienza dello stato ultimo, della coscienza libera da identificazione, è esposta in varie scuole spirituali come: Satori, Spirito Santo, Samadhi, Shaktipat, etc.

Di solito si intende che questa “esperienza” del Sé sia conseguente ad una particolare condizione di apertura in cui la “grazia” può manifestarsi ed impartire la conoscenza di quel che sempre siamo stati e sempre saremo.

Purtroppo dovuto all’accumulo di tendenze mentali  “vasana” non sempre l’esperienza vissuta si stabilizza in permanente realizzazione. Il risveglio quindi non corrisponde alla realizzazione (oppure solo in rari casi di piena maturità spirituale).  E qui ci troviamo di fronte ad un paradosso, da un lato c’è la consapevolezza inequivocabile dello stato ultimo che non può mai più essere cancellata, dall’altro un oscuramento parziale di tale verità in seguito all’attività residua delle vasana che continuano ad operare nella mente del cercatore…

A questo punto trovo necessario riportare una risposta  data da Ramana Maharshi su questo argomento.

D. “Può la conoscenza essere persa una volta che è stata ottenuta?”

R.  “La conoscenza una volta rivelata prende tempo per  stabilizzarsi. Il Sé è certamente  all’interno dell’esperienza diretta  di ognuno, ma non come uno può immaginare, è semplicemente quello che è. Questa “esperienza” è chiamata samadhi. Ma dovuto alla fluttuazione delle vasana, la conoscenza richiede pratica per stabilirsi perpetuamente. La conoscenza impermanente non può impedire la rinascita. Quindi il lavoro del cercatore consiste nell’annichilazione delle vasana.  E’ vero che in prossimità di un santo realizzato le vasana cessano di essere attive, la mente diventa quieta e  sopravviene il samadhi. In questo modo il cercatore ottiene una corretta esperienza alla presenza del maestro.  Per  mantenere stabilmente questa esperienza un ulteriore sforzo è necessario. Infine egli conoscerà la sua vera natura anche nel mezzo della vita di tutti i giorni. C’è uno stato che sta oltre il nostro sforzo o la mancanza di sforzo ma finché esso non viene realizzato lo sforzo è necessario.  Ma una volta assaggiata la “gioia del Sé”  il cercatore non potrà fare a meno di rivolgersi a questa ripetutamente cercando di riconquistarla. Una volta sperimentata la gioia della pace nessuno vorrà indirizzarsi verso qualche altra ricerca”  (Talks).

Paolo D’Arpini

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Stabilirsi alla sorgente dell'Essere: "Io sono"


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Questo senso di essere sia la tua casa!  Impregnati di questa certezza e poi torna ad occuparti delle tue attività necessarie per vivere,  ma lasciati prendere completamente da questa rivelazione,  da questo fatto. Questo fatto “IO SONO” sarà il tuo maestro. 
Finché ci sarà luce,  finché in te ci sarà questa scintilla, saprai di esserci,  saprai che tu “SEI”. Ma se tuttavia continui a desiderare di ottenere per questo qualche vantaggio, ecco cosa ti dico:  al di là di questa realizzazione “IO SONO” non esiste alcun Dio,  non esiste nulla. 
Tutto è qui, in questa presenza cosciente. Va avanti nella tua vita con questa ferma convinzione:  “IO SONO", non sono altro che questo”.
Non criticare, non combattere le altre religioni,  non disturbare la fede degli altri.  Se hanno una convinzione da cui traggono conforto, lasciali stare. Non parlare di queste cose,  a meno che non ti vengano poste delle domande. Finché si  vive in base all’idea del bene e male, giusto o ingiusto, continuerai a seguire una religione e a obbedire ad un cerimoniale. Quando te ne sarai reso conto, sorpasserai tutti questi concetti e soltanto allora ti stabilizzerai nell’essere.
Proprio prima di lasciare il suo corpo, il mio guru mi disse: “Abbi fede in me; tu stesso sei l’Assoluto, lo stato più alto. Non mettere in dubbio queste parole;  abbi fede in questa rivelazione, che esprime unicamente verità.  Agisci di conseguenza.”
Visitatore: “Allora tu che cosa hai fatto, in pratica?”
Non molto. Ho continuato a vivere la mia vita di tutti i giorni, compiendo il mio lavoro, ma in ogni momento libero, quando la mente era sgombra, avevo l’abitudine di ricordarmi in continuazione le parole del mio Maestro.  Nel mio caso questo è bastato.  Tutto è germogliato spontaneamente attraverso la mia comprensione, ottenendo così la conoscenza della Verità.
Sri Nisargadatta Maharaj

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Arunachala, la montagna sacra, emblema di Shiva


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Nella Suta Samhita è detto: la vera forma di Shiva è il Lingam, per cui il termine di Shivaligam. In seguito si realizzerà che il Supremo Essere rivelava se stesso come Linga di Fuoco.

Tutto viene svelato da Shiva che è la vera essenza della Consapevolezza e Conoscenza, ma nulla può manifestare Lui. Quindi il Linga è la sola Realtà Sé/splendente, Shiva è Consapevolezza Immanifesta, mentre lo Shivaliga è Consapevolezza Manifesta.
Ogni cosa si unisce in Brahman, ma il Supremo Brahman essendo la sola Realtà Eterna non si fonde in nessuna cosa. Tutto meno Shiva si unisce in Shiva.
Il Linga è inqualificato, oltre l’oscurità/ignoranza; è la sorgente delle sacre sillabe Pranava (OM). Esso non è un’entità né un non entità; non è ciò che pervade né il pervaso, non è né la conoscenza, né il conoscitore o il conosciuto; non è il manifesto né l’immanifesto; non è il reale e né l’irreale, è soltanto il Sé-Realizzato. Egli illumina tutto con la sua luce; non è in dissoluzione né in non dissoluzione; non è in movimento né in inerzia; non è l’aria vitale né la mente; né colui che vede né il visto; né l’immagine né il suo riflesso; né il visibile né il non visibile; egli è oltre la parola ed il pensiero; non è l’occhio, il cibo, l’odore, la terra, l’etere, l’aria vitale ed ogni altro oggetto dei sensi – realizzare il Sé, indagando in questo modo, è la vera venerazione -
Questo Linga, sebbene non sia l’etere non è diverso da esso, ma lo rivela; benché non sia la luce, ma la rivela; benché non sia l’aria, ma la fa muovere; benché non sia l’acqua, ma le dà la sua natura.

Questo Linga, si può vedere da una posizione illuminata nella casa dalle nove porte – mai installato lì da nessuno ma ha facce, mani, piedi, teste e si posiziona in tutte le direzioni. Egli è oltre l’oscurità; lì, nulla si vede. Dal Vedanta viene indicato come l’Essere Inqualificato. Da lui emerge la magnifica terra che si trasforma in esso. Le tre qualità chiamate: luminosità, attività ed oscurità (sattva, rajas and tamas) di cui è fatto l’universo, si manifestano da lui.
Le sue dimensioni non possono essere stimate per lui non è rilevante, egli rimane integro e unitario. Tutte le sfere del vasto universo si trovano in lui, non ha templi ma egli tutto contiene. E’ il più intimo centro di tutti gli esseri. Non è Isvara né il jiva ma il più Intimo Cosciente Sé, Beatitudine, Realtà Non-duale non relazionato a Brahma, Vishnu, Rudra, Indra ecc.; può essere realizzato soltanto con il Sé. Egli è il Sé; conosciuto se stesso egli dimora nel profondo della Suprema Beatitudine. Non c’è nulla al di fuori di lui ed è sempre venerato da tutti. Egli è libero dai tre stati di veglia, sonno e sogno profondo. Egli è drik, soggetto, – puro oltre la conoscenza. Né gli ignoranti, né gli individui sapienti o divinità ancora nel potere dell’ego o maya, possono vedere questo Linga.
Non tutti comprendono questo. Nella Sua spontanea infinita misericordia, Shiva è qui manifesto nella forma di Arunachala che tutti possono vedere ed onorare.

Sritha Lakshmi - Tratto da: ṂC. Subramanian – Ramana Asramam

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Il  Lingam  qui ritratto si trova al Ramanasramam al Tempio della Madre consacrato da Bhagavan Sri Ramana Maharshi. 

Osho: "Ribellione è liberazione"


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La mia nozione del ribelle e della ribellione è molto semplice: ribelle è colui che non vive come un robot condizionato dal passato.

Religione, società, cultura… tutto ciò che appartiene al passato non interferisce in alcun modo con la sua maniera di vivere, col suo stile di vita. 

Il ribelle vive come individuo – non come la rotella di un ingranaggio, bensì come un’unità organica. La sua vita non viene decisa da nient’altro se non dalla sua intelligenza. L’intrinseca fragranza della sua vita è quella della libertà – e non solo vive in libertà, ma lascia che ciascuno viva nella libertà. Non permette a nessuno di interferire nella sua vita, né interferisce nella vita di alcuno. Per lui la vita è così sacra – la libertà è il suo supremo valore – che può sacrificarle qualunque cosa: rispettabilità, stato sociale, e persino la vita stessa. 

La libertà è per lui ciò che dio era in passato per i cosiddetti religiosi. 

La libertà è il suo dio. 
 
Gli uomini hanno vissuto per secoli come pecore, elementi di una massa, seguendone le tradizioni, le convenzioni – seguendo vecchie scritture e vecchie discipline. Ma quel modo di vivere era contro l’individualità: se sei un cristiano non puoi essere un individuo; se sei un hindu non puoi essere un individuo. 
 
Il ribelle è uno che vive in totale armonia con la sua luce, ed è disposto a rischiare tutto a favore del supremo valore della libertà. 

Il ribelle è un individuo contemporaneo, le folle non lo sono. 
 
Gli hindu credono in scritture che risalgono a cinquemila, o anche diecimila anni fa. Lo stesso si verifica con le altre religioni, i morti dominano sui vivi. 
 
Il ribelle si ribella ai morti, e prende la vita nelle sue mani. Non ha paura di essere solo, al contrario, gioisce della sua solitudine come uno dei tesori più preziosi. La folla ti dà sicurezza, salvezza – al costo della tua anima. Ti rende schiavo. Ti dice come devi vivere: cosa fare, cosa non fare. 
In ogni parte del mondo, tutte le religioni vi hanno propinato qualcosa tipo i dieci comandamenti – e sono stati dati da persone che non avevano alcuna idea di come si sarebbe evoluto il futuro, di come si sarebbe evoluta la consapevolezza umana. È come se un bambino si mettesse a scrivere la storia della tua vita, senza sapere cos’è la gioventù, senza sapere cosa vuol dire diventare vecchi, senza sapere minimamente cos’è la morte. 
Tutte le religioni sono primitive, rozze, e sono queste che hanno dato forma alla tua vita. È naturale che il mondo intero sia pieno di infelicità: non ti è permesso essere te stesso. 
 
Ogni cultura vuole che tu sia soltanto una copia perfetta e mai il tuo volto originale.
 
Il ribelle è uno che vive in accordo con la sua luce interiore, e si muove in base alla propria intelligenza. Crea il suo sentiero man mano che lo percorre, non segue le masse sull’autostrada.

Vive una vita pericolosa – ma una vita che non è pericolosa, non è vita affatto. Egli accetta la sfida dell’ignoto, e non va verso l’ignoto che il futuro gli porta, basandosi sul passato. È questo che crea tutta l’angoscia dell’umanità: ti prepari in base al passato, ma il futuro non sarà mai uguale al passato. Il tuo ieri non sarà mai il tuo domani. 

Purtroppo questo è stato il modo in cui l’uomo ha vissuto fino a oggi: il tuo ieri ti ha preparato al domani. Questa stessa preparazione diventa un ostacolo. Non puoi respirare liberamente, non puoi amare liberamente, non puoi danzare liberamente, perché il passato ti ha menomato in ogni maniera possibile. 
 
Il fardello del passato è così pesante che ognuno si sente schiacciato.
 
Il ribelle dice semplicemente addio al passato. 
 
È un processo costante, perciò essere un ribelle vuol dire essere continuamente in ribellione – perché ogni istante è destinato a diventare passato, ogni giorno diventerà passato. Non è che il passato sia già nella tomba – si ricrea a ogni momento che passa. Pertanto il ribelle deve imparare una nuova arte: l’arte di morire a ogni istante, in modo da poter vivere libero nel nuovo attimo che arriva. 
Un ribelle è un processo continuo di ribellione, non è un fenomeno statico. E qui è dove io faccio distinzione tra rivoluzionario e ribelle. 

Il rivoluzionario è condizionato dal passato. Non sarà forse condizionato da Gesù Cristo o da Gautama il Buddha, ma è condizionato da Karl Marx o da Mao Tse-tung o da Stalin o da Adolf Hitler o da Mussolini… non importa da chi. Il rivoluzionario ha la sua sacra bibbia – Il Capitale, e la sua terra santa – l’Unione Sovietica, e la sua mecca – il Cremlino… e proprio come tutti gli altri individui religiosi non vive in accordo con la propria consapevolezza. Vive accordandosi ad una coscienza creata da altri e pertanto il rivoluzionario non è altro che un reazionario. Potrà essere contro un certo tipo di società, ma sarà sempre a favore di un altro tipo di società. Potrà essere contro una cultura, ma è subito disponibile per un’altra. Si sposta soltanto da una prigione a un’altra – dal cristianesimo al comunismo; da una religione a un’altra – dall’induismo al cristianesimo. Cambia le sue prigioni. 
 
Il ribelle abbandona semplicemente il passato e non si lascia dominare dal passato. È un processo costante e continuo. La vita del ribelle è un fuoco che arde. Egli è fresco, è giovane fino al suo ultimo respiro. Non risponderà a qualsivoglia situazione in accordo alla sua esperienza passata, bensì risponderà a ogni situazione in accordo con la sua consapevolezza presente. 

Essere un ribelle, per me, è il solo modo di essere religioso, e le cosiddette religioni non sono affatto delle religioni.
Anzi hanno distrutto completamente l’umanità, schiavizzato gli esseri umani, incatenato le loro anime, in questo modo in superficie sembri libero ma nel profondo del tuo essere queste religioni hanno creato un certo tipo di coscienza che continua a dominarti. 
 
Il grande scienziato Delgado ha scoperto che nel cervello umano ci sono settecento centri. Questi centri sono connessi con tutto il tuo corpo, tutto il tuo sistema. C’è un centro per la sessualità, un centro per l’intelligenza e per ogni cosa della tua vita. Se si inserisce un elettrodo nel cervello, in un centro particolare, accade uno strano fenomeno e Delgado l’ha dimostrato per la prima volta in Spagna. 
 
Ha messo un elettrodo nel cervello del toro più aggressivo – ma un telecomando era nella sua tasca –  è rimasto in piedi in un campo, ondeggiano una bandiera rossa e il toro si è precipitato follemente verso di lui. 
 
Era il toro più pericoloso di tutta la Spagna e migliaia di persone si erano raccolte per vedere. Guardavano lo strano fenomeno… il loro respiro si fermò – gli occhi erano sbarrati… Il toro si stava avvicinando sempre di più e avevano paura che Delgado sarebbe morto in pochi secondi. Ma aveva in tasca questo piccolo telecomando… Proprio quando il toro si trovò a trenta centimetri di distanza schiacciò un pulsante nella tasca – nessuno lo vide – e il toro si fermò come improvvisamente congelato, come una statua. 

Da allora Delgado ha fatto esperimenti su molti animali e anche sugli uomini; e la sua conclusione è che ciò che lui ha fatto con gli elettrodi le religioni lo hanno fatto con i condizionamenti. Sin dalla prima infanzia il bambino è condizionato; gli si ripete in continuazione una certa idea che va a fissarsi nel centro della sua intelligenza e continua a incitare il centro su cosa fare e cosa non fare. 
 
Gli esperimenti di Delgado si possono rivelare pericolosi per l’umanità. Possono essere usati dai politici. Appena il bambino nasce, in ospedale, basta mettere un piccolo elettrodo nella sua testa vicino al centro dell’intelligenza; un sistema di controllo centrale farà in modo che nessuno diventi un rivoluzionario, che nessuno diventi un ribelle. 
 
Sarai sorpreso di sapere che all’interno del tuo cranio non c’è sensibilità, in questo modo non saprai mai se ti hanno trapiantato qualcosa nel cervello oppure no. E un telecomando e terrà tutto sotto controllo… da Mosca tutta l’Unione Sovietica può essere controllata. Le religioni hanno sempre fatto la stessa cosa, ma in una maniera più grossolana. 
 
Il ribelle è uno che getta via tutto il passato, perché vuole vivere la vita in accordo con la propria natura, in armonia con i propri aneliti interiori, non con un Gautama il Buddha o un Gesù Cristo o un Mosè. 
 
Il ribelle è l’unica speranza per il futuro dell’umanità. Il ribelle distruggerà tutte le religioni, tutte le nazioni, tutte le razze, perchè sono tutte putride, cascami del passato, che intralciano il progresso dell'evoluzione umana senza permettere a nessuno di giungere a completa fioritura, non vogliono esseri umani su questa terra, ma solo pecore.
 
Gesù ripeteva continuamente: “Io sono il vostro pastore, e voi siete le mie pecorelle…” E mi sono sempre stupito che non una sola persona si sia levata in piedi e abbia detto: “Che razza di stupidaggini vai dicendo? Se noi siamo pecore, allora anche tu sei una pecora; e se tu sei un pastore, allora anche noi siamo pastori”. 
 
Non solo i suoi contemporanei… ma in 2000 anni, nessun cristiano ha fatto notare che si tratta di un grande insulto all’umanità, una grande umiliazione chiamare pecore degli esseri umani e definire se stessi il pastore, il salvatore. 
 
“Sono venuto a salvarvi”… e non riuscì nemmeno a salvare se stesso. Ancora adesso quasi la metà del genere umano vive nella speranza che Gesù ritornerà un giorno per salvarli. Non puoi salvarti da solo – hai bisogno di Gesù Cristo, il figlio unigenito di dio. E lo ha anche promesso: “Verrò molto presto, in questa vita”… e sono passati duemila anni, intere vite sono passate, e ancora non sembra esserci alcun segno, alcuna indicazione. 
 
Ma tutte le religioni hanno fatto lo stesso in modi diversi. Krishna dice nella Gita che tornerà ogni volta che ci sia bisogno di lui, se miseria e angoscia saranno di nuovo in questo mondo: “Tornerò ogni volta.” Sono passati cinquemila anni e non lo si è visto nemmeno una volta – altro che “ogni volta.” 
 
Queste persone, per quanto belle siano state le loro parole, non hanno mai rispettato l’umanità. Un ribelle ti rispetta, rispetta la vita e ha una profonda riverenza per tutto ciò che cresce, fiorisce, respira… Non si pone sopra di te, più santo di te, più in alto di te, è semplicemente uno come gli altri e può rivendicare solamente una cosa: che è più coraggioso di te. Non può salvarti – solo il tuo coraggio potrà salvarti. Non può guidarti – solo il tuo ardire potrà guidarti al compimento della tua vita. 
 
La ribellione è uno stile di vita. Per me è la sola autentica religione, perché se vivi seguendo la tua luce interiore potrai anche perderti molte volte e potrai cadere molte volte, ma ogni caduta, ogni smarrimento, ti renderanno più saggio, più intelligente, più comprensivo, più umano. Non c’è altro modo di imparare se non facendo errori. Semplicemente, non fare di nuovo lo stesso errore. 
 
Non c’è alcun dio, al di fuori della tua consapevolezza.
Non c’è alcun bisogno di alcun papa o di un ayatollah Khomeini, o di uno shankaracharya che faccia da mediatore tra te e dio. Questi sono i più grandi criminali del mondo, perché sfruttano la tua fragilità. 
 
Qualche giorno fa il papa ha dichiarato un nuovo peccato: che non ci si deve confessare direttamente a dio ma devi confessarti con il sacerdote. Confessarsi direttamente con dio, comunicare direttamente con dio è un nuovo peccato. Strano… puoi vedere chiaramente che questa non è religione ma un business – perché se la gente comincia a confessarsi direttamente con dio, chi andrà a confessarsi dal prete e a versare un’offerta? Il prete diventa inutile, il papa stesso è inutile. 
 
Tutti i preti fingono di essere i mediatori tra te e la suprema fonte della vita. Non sanno niente della suprema fonte della vita. Solo tu sei in grado di conoscere la tua fonte di vita. E la tua fonte di vita è anche la suprema fonte della vita stessa, perché non siamo separati. Nessun uomo è un’isola, siamo un immenso continente che tutto permea. In superficie magari puoi sembrare un’isola – e vi sono molte isole – ma nelle profondità dell’oceano vi incontrate tutti. Siete parte di un’unica terra, un solo continente. Lo stesso vale per la consapevolezza. 
 
Ma bisogna liberarsi dalle chiese, dalle moschee, dalle sinagoghe. Devi essere semplicemente te stesso e accettare la sfida della vita, ovunque ti porti. Tu sei la sola guida. 

Osho

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(The Rebellious Spirit)


Libertà di inumazione nel proprio terreno, di cremazione ecologica e di altri smaltimenti del cadavere

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Ricordo che anni addietro inviammo una petizione al Parlamento: 1. Sten. 579 s020 - Paolo D’Arpini, e numerosi altri cittadini, da Calcata (Viterbo), chiedono un provvedimento legislativo per la libertà di sepoltura e cremazione ecologica …
www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed579/s020.htm – 4k – Anche il quotidiano La Repubblica pubblicò la richiesta, il 5 dicembre 1995 (pag. 21), purtroppo non passò per la solita opposizione ecclesiastica, che vuole mantenere il primato e l'esclusiva sullo smaltimento dei cadaveri, nel modo religiosamente consentito. 

Oggi la chiesa ha accettato che la cremazione del cadavere  possa effettuarsi ma non accetta la dispersione delle ceneri. Comunque nella nostra proposta, oltre alla libertà di inumazione del defunto nella nuda terra nel proprio terreno o nel luogo prescelto (parchi, riserve, immersione in acque, esibizione su alture, etc.), facevamo specifica menzione alla possibilità di incenerimento con sistemi ecologici, in particolare con l'uso di specchi ustori o di pire funerarie, etc. Questo per evitare sprechi energetici ed inquinamento ambientale…


Questa battaglia rientra nelle libertà espressive della morte. Libertà, che implicando una scelta laica anche per il post.mortem, sono di attualità e di grande valore sociale, soprattutto per sottrarre il cadavere alle “lobbyes mortuarie” sia religiose che civili. In questa opera abbiamo anche collaborato con la So.Crem, l'associazione che promuove la cremazione, e con la Fondazione Bancale che edita la rivista laica "Non Credo". Purtroppo ancora non si vedono risultati concreti, anzi abbiamo riscontrato una ritrosia permanente a trattare questo tema. Ci rendiamo conto che gli interessi smossi dalla morte sono tanti ma questo voluto silenzio, su un argomento che tocca i sentimenti (e le saccocce) di buona parte della popolazione, appare una forma di evidente censura. 

Nella laicità dello Stato è necessaria una normativa più liberale e democratica sulla gestione mortuaria. Non è giusto che la gerenza del cadavere pesi quanto una esosa tassa di ’successione’ (anche in forma di ricatto sociale): pompe funebri, cerimonie religiose, bare, tombe e loculi a prezzi stratosferici, una vera e propria imposta sul decesso. In termini estremamente pratici il Circolo Vegetariano VV.TT. continua a portare avanti la battaglia della libertà di esprimere un commiato laico, della libertà di cremazione e dispersione delle ceneri e della libertà di astenersi dall’accanimento terapeutico. 

In tal senso, recentemente avevamo anche proposto che le salme potessero venire utilizzate allo scopo di recuperare sostanze utili, sia per la produzione energetica che per il riciclaggio organico, in modo da evitare lo spreco attuale, in cui i corpi vengo chiusi in cassette stagne e la natura non può avvantaggiarsi delle sosteanze residue... Come avviene ad esempio nel caso di recupero di carcasse animali per produzione energetica e di fertilizzanti.

Paolo D'Arpini

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Comitato per la Spiritualità Laica

La ricerca spirituale non è uno sport di gruppo....


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 “Quando i fiori sbocciano le api giungono senza essere invitate” (Neem Karoli Baba)

Il percorso di realizzazione è un passatempo che la mente richiede, poiché noi siamo già quello che vorremmo essere. Però è vero che restare centrati all'interno è indicativo di un ritorno a ciò che siamo, come pure lo stimolo alla lettura di testi spirituali. Ma  a volte succede che la comprensione intellettuale possa ingannarci, lasciandoci credere di aver “capito”. Quindi cosa posso consigliare agli amici che mi chiedono "istruzioni" per sintonizzarsi sul Sé? Forse la cosa migliore è osservarsi e seguire il proprio intuito che infallibilmente ci guida verso il risveglio.

La mia esperienza personale è che le cose, lungo il sentiero evolutivo,  avvengono spontaneamente, come una crescita fisiologica. Credere di poter ottenere vantaggi spirituali attraverso una qualsiasi pratica è come ritenere che la maturità sia condizionata da azioni  propedeutiche compiute a tal fine. Al massimo le azioni compiute sono un  "segnale" della maturazione in corso.

Per quanto riguarda il fatto "alimentare" una dieta "satvica" (equilibrata) è consigliata per evitare stati mentali alterati, tale dieta solitamente viene definita  "vegetariana" perché non c'è un altro termine adatto per qualificare una dieta "naturale", sia dal punto di vista genetico che ecologico ma anche psichico. Ad un certo momento divenni "vegetariano" senza intenzione specifica da parte mia, semplicemente accadde e riscontrai un vantaggio in ciò.  


La mia storia personale (destino) ha voluto che il "risveglio" spirituale avvenisse attraverso il contatto con il mio maestro Baba Muktananda, incontrato senza alcuna apparente volontà da parte mia nel 1973, e dal quale ricevetti la spontanea iniziazione "shaktipat" (ovvero risveglio simbiotico analogico). Continuai da allora a mantenermi in linea, con fasi più o meno intense in accordo con gli eventi. Contemporaneamente, col trascorrere del tempo, seguendo le mie propensioni intellettuali ed elettive, mi dedicai allo studio dell'advaita  vedanta, dello zen, del taoismo, etc,, ed incontrai diversi realizzati dai quali ricevetti "insegnamenti" simbolici, diretti e indiretti, mai formali.

Ritengo perciò che l'approccio "laico", ovvero non confessionale o fideistico, sia il più indicato. Lo affermo in seguito alla mia esperienza e per questa ragione "trasmetto" ciò che io stesso ho sperimentato, essendo comunque consapevole che altre esperienze, in forme diverse, possano condurre a risultati affini. Per questo tendo, nei limiti del possibile, a mantenere un approccio alquanto sincretico ed aperto, accettando cioè che ognuno possa maturare nel modo che più gli è consono.  Questo non mi impedisce di esprimere opinioni o critiche verso posizioni bigotte ed oscurantiste. 

Paolo D'Arpini

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Tra il Soratte e Vagone - L'incontro fra il dio Sorano e la dea Vacuna


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“Soratte l’isola dello spirito” si chiamava la manifestazione che diversi anni fa  proposi a Sant’Oreste, in vista di Vagone.

Vacuna è  la Madre, come Soratte è il padre. Infatti nel voler coniugare la pianura sabina  al monte Soratte  c’era anche la simbologia dell’unione fra il maschile ed il femminile, fra la luce e le tenebre, fra lo Yang e lo Yin.

Sul cucuzzolo del Soratte c'è il Tempio di Apollo Sorano, la divinità solare, e durante il solstizio invernale, nei tempi andati,  vi si compiva una cerimonia in onore di  Vacuna, la dea vuota. Il luogo ove si riteneva abitasse la Dea  ancora esiste e si chiama Vagone. L'adorazione simboleggiava il sole che ritornava a crescere per fecondare la terra... A Vagone non c'era un tempio ma solo un bosco...  Il maschile era rappresentato dal tempio (costruito come espressione di sacralità dall'uomo) mentre a Vagone c'era la semplice e spontanea natura... il femminile primordiale.... Quale migliore simbologia per una salvifica unione?"


Che la Sabina fosse la sede  dell’adorazione della Dea Vacuna, la Grande Madre,  in tutte le sue forme, non è una novità… resti di tale venerazione sono ancora presenti  nei luoghi a lei dedicati. Il prof. Gianfranco Trovato, studioso del posto, mi ha raccontato dei riti magici che venivano compiuti nella profondità delle  grotte consacrate alla Dea, questo sino ad anni recenti, e poi mi ha confermato dell'adorazione congiunta compiuta  tra Vacuna e Surya. 

Tracce dell’adorazione di Vacuna o delle forme femminili della Dea sono state trovate anche in varie ville romane di Poggio Mirteto.  “La villa detta dei Bagni di Lucilla fu oggetto di successivi scavi che portarono al rinvenimento di una statuetta di Diana Efesina. Controversa e misteriosa è l’attribuzione della provenienza da questa villa del mosaico riproducente Diana Efesina che  mostra la Dea, corrispondente ad Artemide della città di Efeso, incoronata  esibente  numerose e turgide  mammelle, eretta al centro di una ghirlanda di lauro e circondata da vegetali e volatili allegorici. (tratto dal libro di Gianfranco Trovato).  

Il culto del Sole, Surya in sanscrito, era invece molto vivo nella Tuscia, soprattutto nell’Agro Falisco, basti pensare al nome del Soratte stesso, ma anche Sutri, Sorano, etc. quindi è ragionevole ritenere che il tempio di Apollo, che insisteva sul cucuzzolo del Soratte, oggi occupato da un eremo cristiano,  fosse il simbolo solare “maschile” per antonomasia, data anche la luminosità del bianco del calcare e del suo  solitario ergersi nella valle.

Tra l’altro –una curiosità narratami da Franco Zozi- il tempio di Apollo funse da prima “banca” dell’antichità, infatti i devoti che andavano a visitarlo in religioso pellegrinaggio non solo vi offrivano in dono oro ed argento ma lasciavano anche depositi di tali metalli preziosi in custodia ai sacerdoti per un successivo uso personale. Una specie di cassetta di sicurezza antesignana protetta direttamente dal Dio  simbolo solare e quindi delle ricchezze.

Paolo D’Arpini

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Un chiarimento sul concetto di "spiritualità laica"


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Vorrei porre un chiarimento sull'abbinamento da me utilizzato dell'aggettivo "laica"  alla parola "spiritualità". 

La spiritualità di per se stessa non può  avere qualifiche di sorta, in quanto essa rappresenta la capacità percettiva, la coscienza-intelligenza, e quindi è assolutamente soggettiva (il noumeno). Il fatto  poi che  nel corso dei secoli  questa coscienza-intelligenza sia stata  indicata da varie religioni come una espressione delle  rispettive fedi, ha portato a qualificare lo "spirito" e la spiritualità  come  derivazione e componente di una qualsiasi religione. 
Ritengo quindi necessario restituire al termine "spiritualità" la sua totale indipendenza da ogni matrice religiosa. La spiritualità è  totalmente libera e naturale, una semplice e spontanea espressione della consapevole presenza.   In questo senso continuo ad  usare il termine spiritualità… non essendocene altri disponibili..  nel significato più profondo  del nome, quello  usato sin dall’antichità  per individuare la “presenza viva”. 

I pagani, che evidentemente avevano più dimestichezza con questa spiritualità naturale, riconoscevano tale presenza  non solo nell'uomo ma anche  nei luoghi, nei boschi, nei fiumi, negli animali, etc.  Ed anche oggi  non saprei che altro nome dare a quella “presenza”... e siccome il vero nome originario è “spirito” credo sia più che giusto recuperare la parola originaria piuttosto che cercarne una nuova. Il  cattivo uso del termine “spirito” (accreditabile alle religioni patriarcali: giudaismo, cristianesimo, islam), non è ragione sufficiente per rinunciarvi, anzi dobbiamo denunciare l’ipocrisia religiosa che addirittura definisce “laico” un credente che non è “ordinato” nel sacerdozio, mentre tutti sappiamo che il significato originario di “laico” è “al di fuori di ogni contesto e struttura politica e religiosa”. 

Per questo - per un chiarimento concettuale- continuo a definire "spiritualità laica"  quel senso di “presenza”, la stessa definita Es nella psicologia transpersonale. Una sorta di  “sottile essenza” della materia. Per cui come può esserci separazione fra la materia e lo spirito? Come può esserci separazione fra la rosa ed il suo profumo? Fra l’umidità e l’acqua? Tra il fuoco e la sua capacità di emettere luce e calore?

La spiritualità laica supera la distinzione  fra materia e spirito. 

Paolo D'Arpini

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Il paganesimo resiste ... ed insiste



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Noi ci siamo, siamo qui, esistiamo e resistiamo, e se dopo due millenni di persecuzioni ci siamo ancora, ormai dovrebbero aver preso ogni illusione di riuscire a sradicarci. Siamo noi pagani, invece, che stiamo assistendo al declino e con ogni probabilità domani assisteremo alla sparizione del cristianesimo.


Tutto questo lo sappiamo bene, ne siamo ben consapevoli, ma forse la nostra realtà risulta ancora poco visibile alla maggior parte della gente che ci circonda, che continua a praticare forme sempre più stereotipate e sempre meno sentite di cristianesimo formale, imbevuta di relativismo post – cristiano che esprime soprattutto la mancanza di convinzioni, scettica, new age, eccetera, eccetera.
Per questo, non può che sorprenderci (piacevolmente) il fatto di trovare su di un mensile ad ampia diffusione come "Focus" (n. 154, agosto 2005) un articolo che s’intitola I pagani sono ancora tra noi (pag. 42 a firma di Franco Capone, con la collaborazione di Giacinto Mezzarobba).

In realtà l’articolo si rivela meno eclatante e meno sorprendente di quel che ci si potrebbe aspettare, essendo dedicato soprattutto alle sopravvivenze pagane all’interno di tradizioni e riti "cristiani" o meglio superficialmente cristianizzati, che continuano a perpetuarsi soprattutto nelle nostre campagne.

Si tratta di un discorso che conosciamo già, così come sappiamo che il cristianesimo riuscì a farsi accettare "con il trucco" – quando ritenne di non dover ricorrere alla più spietata violenza che è stata nei secoli il suo principale strumento di diffusione - "battezzando" riti e cerimonie pagane, trasformando in santi gli idoli pagani, e carpendo la buona fede della gente facendo credere che nulla o ben poco era o sarebbe cambiato.


Ciò che invece sarebbe  ben più interessante mettere in luce, è che nella storia dell’Europa esiste, è esistita, ha continuato ad esistere, è giunta fino a noi che ne siamo gli eredi e i continuatori, un’insopprimibile tradizione di paganesimo consapevole, cosa che va ben al di là come importanza, della sopravvivenza di riti, tradizioni, cerimonie pagane all’interno di rituali che si dicono cristiani, e di cui però si è persa la consapevolezza della loro autentica origine e del loro vero significato. Si pensi per tutti all’Islanda dove il paganesimo norrenico non solo è sopravvissuto attraverso i secoli, ma recentemente è uscito allo scoperto ed ha ottenuto il riconoscimento di religione ufficiale assieme alla Chiesa evangelica luterana, e l’analogo movimento presente in Lituania.

Occorre poi dire che non si tratta soltanto di sopravvivenze culturali in ambienti marginali portate avanti da persone di estrazione socialmente e culturalmente non elevata (il termine "pagano", come è noto, fu inventato dai libellisti cristiani, ed era un termine di significato inizialmente dispregiativo, viene da "pagus", "villaggio" nel significato di "gente di campagna", quindi persone sempliciotte, superstiziose, ignoranti).

Al contrario, sono stati implicitamente o scopertamente pagani alcuni dei più importanti pensatori e dei più fini intellettuali che hanno fatto nel corso dei secoli la cultura europea, si pensi solo a tutto il movimento umanistico e poi rinascimentale con la sua riscoperta dell’antichità classica, riscoperta che ovviamente si presentava come artistica, letteraria o tutt’al più filosofica, e che tuttavia molto spesso dava l’impressione che il cristianesimo fosse ormai ridotto ad una sottile crosta esteriore pronta ad esplodere per liberare una realtà del tutto diversa. Si pensi a Leonardo Da Vinci, che Vasari definiva "platonico e pitagorico al punto da non essere cristiano", od a Niccolò Machiavelli, grande ammiratore delle religioni pagane che contribuivano a rafforzare il senso civico degli uomini invece di indebolirlo, che ha individuato nella Chiesa cattolica e nel suo potere temporale la piaga che impediva la riunificazione italiana, che ha osato affermare esplicitamente che "Il cristianesimo ha effeminato il mondo e l’ha dato in mano ai malvagi, perché ha reso gli uomini più pronti a sopportare le offese per guadagnarsi il Cielo, che a vendicarle". Una tradizione infine divenuta sfida aperta e coraggiosa all’ortodossia cattolica in Giordano Bruno.

L’età moderna ha conosciuto tra XVIII e XIX secolo due importanti rivoluzioni culturali che i libri di storia della letteratura ci hanno insegnato a percepire come antitetiche, ma che presentano anche forti elementi di continuità, l’illuminismo e il romanticismo, ed entrambe hanno contribuito ad infrangere il monopolio culturale cristiano che gravava sull’Europa, laddove la Riforma protestante aveva, si, indebolito l’autorità della Chiesa cattolica, ma semmai diffondendo una ventata di ulteriore intossicazione di fanatismo cristiano.

Fondamentale nell’illuminismo la rivendicazione del diritto dell’uomo a pensare liberamente con la propria testa a prescindere dall’autorità ecclesiastica e dai dogmi cristiani, e si veda con quale simpatia Voltaire tratta nel Dizionario filosofico la figura di Giuliano, "l’ultima possanza dell’impero", l’ultimo campione della romanità pagana, calunniato come "l’apostata", cioè "il rinnegato" dai rinnegati che portarono la dottrina del "discorso della montagna" a dominare ed a demolire l’impero romano, ed egli si chiede giustamente quale motivo si pretende che avesse di amare i cristiani un uomo che aveva visto da bambino i cristiani stessi trucidare i suoi genitori sotto i propri occhi.

Ancora più acuta, e verrebbe da dire magnifica, è l’analisi impietosa che fa Jean Jacques Rousseau della religione purtroppo divenuta maggioritaria in Europa negli ultimi due millenni, laddove mette il dito sulla piaga, di quello che sembra uno dei punti forti di questa religione, ma che a ben guardare ne è una delle debolezze maggiori, la morale, che viene sottratta a quello che ne dovrebbe essere l’ambito naturale, le relazioni fra gli uomini, per essere ridotta al compiacimento degli imperscrutabili desideri di una divinità, "Il cristianesimo separa l’uomo dal cittadino".

Contro l’illuminismo, il romanticismo viene spesso interpretato come movimento di ritorno allo spirito cristiano, movimento religioso, addirittura bigotto. Siamo proprio sicuri che le cose stiano in questo modo, o non siamo un po’ rimasti vittima della tendenza allo schematismo delle storie della letteratura?

Se andiamo a leggere il famoso discorso di madame De Stael, scopriamo che l’autrice ginevrina traccia una distinzione netta fra l’età antica, età dell’equilibrio, dell’armonia, della salute, del giusto rapporto fra la ragione e gli istinti, e l’età moderna, che comprende il Medio Evo ed inizia con il cristianesimo, età malata, età della contraddizione, della lacerazione, del conflitto interiore, del contrasto fra l’uomo ed i suoi istinti vitali, età della sofferenza di vivere. Basta che l’aspirazione al recupero della grande salute non sia più, appunto, solo un’ispirazione, un vago anelito, ma una precisa volontà ed un programma, e vedremo scaturire dai presupposti romantici la filosofia di Nietzsche.

Il primo ad osar dire apertamente l’indicibile, ciò che non era consentito dire e neppure pensare, è stato con ogni probabilità la massima espressione della cultura idealistico – romantica, il grande Hegel. La filosofia di Hegel è un mare magnum nel quale è possibile pescare tutto e il contrario di tutto. Quello che ci interessa sono le parti della Fenomenologia dello spirito relative allo spirito oggettivo ed allo spirito assoluto. La religione, afflato sentimentale che cerca di spiegare il mondo ed il destino ultimo senza fare ricorso al rigore della logica, è destinata ad essere superata dalla filosofia, il cristianesimo appartiene ad una fase storica che, così come è iniziata in un dato momento, ad un certo punto dovrà ben concludersi, ma più importante è forse la parte riguardante lo spirito oggettivo, con la distinzione delle tre aree del diritto, della morale, dell’eticità. Il diritto ha una sfera di azione pubblica, intersoggettiva, civile, laddove la morale – essenzialmente la morale cristiana – ha uno spazio interiore, soggettivo, che non può avere la presa di vincolare altri che chi ci crede, ed in tal modo si definisce uno spazio normativo laico nel quale le chiese non hanno alcun diritto d’intervenire. 


Tuttavia, esaminata in prospettiva questa concezione, se ne coglie immediatamente l’errore: Hegel legge il processo storico al contrario, noi assistiamo al passaggio dall’eticità antica, dalla sintesi di valori giuridici e morali, dalla piena integrazione e dalla coincidenza fra la religione e l’appartenenza ad una comunità, che è tipica di tutte le culture antiche, pagane, alla morale cristiana ed infine al diritto moderno, vuoto, esteriore, formalistico, non osservato altro che per convenienza; la storia, almeno i due millenni di storia cristiana dell’Europa, non rappresentano un progresso dello spirito, ma la sua decadenza.

Ben più chiaramente si sarebbero espressi Wagner e Nietzsche. Con sensibilità di artista, ma che trova piena conferma sul piano storico, il grande musicista ha compreso l’aspetto fondamentale della questione: il cristianesimo è un prodotto del mondo mediorientale – semitico che rimane sostanzialmente estraneo allo spirito europeo, e non c’è che un modo per superare la "moderna" lacerazione interiore, il conflitto dell’uomo europeo con se stesso di cui parlava madame De Stael, tornare allo spirito di Sigfrido per quanto riguarda la Germania, al paganesimo in genere per l’intera Europa: "Per quanto l’innesto sulle sue radici di una cultura che le è estranea possa aver prodotto frutti di altissima civiltà, esso è costato e continua a costare innumerevoli sofferenze all’anima dell’Europa".

Ancora più esplicito Friedrich Nietzsche, il cristianesimo è negazione degli istinti vitali, dunque perversione, malattia: occorre capovolgere i valori, superare i concetti cristiani di bene e di male, tornare ad essere – in una parola – pagani.
"Noi pochi o noi molti di fede pagana sappiamo oggi cos’è una fede pagana, raffigurarsi esseri superiori all’uomo ma al di là del bene e del male. 
Noi pochi o noi molti di fede pagana crediamo all’Olimpo e non al crocifisso".

All’Olimpo od al Walhalla, al pantheon celtico od a quello capitolino secondo le inclinazioni di ciascuno, non c’è alcun motivo di essere settari.
E’ stato Andrè Gide, mi pare, a dire che senza Nietzsche sarebbero occorsi ancora secoli per trovare il coraggio di bisbigliare quello che egli ha proclamato ad voce alta.

Se esaminiamo cosa ha da dirci a questo riguardo il XX secolo, forse uno dei fatti più significativi è stata la polemica che oppose Henry De Montherland e Simone Weil, il primo a proclamare la superiorità del paganesimo, la seconda nel ruolo di avvocato difensore della dottrina del Discorso della Montagna. La cosa forse più significativa è che campione del paganesimo sia stato l’intellettuale di estrazione aristocratica ed a difendere la fede nel "dio inchiodato" la scrittrice di origine ebraica.

I "marrani", gli ebrei convertiti, le persone di origine ebraica sono in definitiva i cristiani "migliori", perché sono gli unici che possono innestare il cristianesimo senza contraddizione sulle loro radici storiche, culturali e antropologiche. 

Papa Pio XII l’aveva affermato con chiarezza, "Con il cristianesimo siamo tutti diventati spiritualmente semiti". Non vi è motivo di metterlo in discussione, loro sono spiritualmente semiti, noi siamo e rimaniamo europei fino al midollo.
Eppure non è che questo "semitismo spirituale" non possa portare alle aberrazioni peggiori, compresa quella di ritorcersi in maniera drammatica contro il popolo ebraico (se non altro per il complesso d’inferiorità nei loro confronti che esso ispira). Un esempio eclatante è quello del filosofo Martin Heidegger, da alcuni considerato il più importante filosofo del XX secolo – forse, ma di certo il più prolisso ed incomprensibile – filosofo cattolico, educato dai francescani e rimasto legato ad ambienti cattolici per tutta la vita, e confluito nel nazismo. Perché stupirsene? Un pensiero oppressivo e totalitario confluisce in un altro pensiero oppressivo e totalitario.

La cosa più interessante di Heidegger dal nostro punto di vista è forse la Lettera sull’umanesimo nella quale il filosofo cristiano – nazista proclama, ma forse semplicemente constata, l’incompatibilità fra umanesimo fondato sulla centralità dell’uomo, sulla fiducia nella ragione, e pensiero cristiano che sottolinea l’inanità dell’uomo e si affida alla fede. Sono le stesse tematiche – si noti – recentemente riportate in auge dall’ultimo dei nouveux philosophes francesi, Emmanuel Levinas che, constatata l’incompatibilità dello spirito filosofico basato sulla ragione e sulla critica con l’atteggiamento fideistico del credente, propone in sostanza l’abbandono della filosofia per tornare alla fede dei padri (dei suoi, non dei nostri, anche perché è evidente fin dal nome che egli appartiene allo stesso gruppo etnico – culturale di Simone Weil).

Noi pagani, noi europei, figli della filosofia greca, di Roma, della cultura celtica e di quella germanica, dell’umanesimo e dell’illuminismo, su cosa scegliere fra una raccolta di testi redatta tre millenni or sono nei deserti mediorientali ed il libero esercizio della nostra intelligenza, non potremmo avere dubbi su cosa scegliere nemmeno per una frazione di secondo.

Non ci possiamo stupire nemmeno che oggi "strane" insofferenze verso il cristianesimo comincino a manifestarsi anche negli intellettuali dichiaratamente cristiani e cattolici.

Leggete queste righe: "Il Cristianesimo è stato dirompente rispetto ad ogni ethos" (...). Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (...). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell'Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L'ethos antico era una religione civile (...). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l'uomo".

Sembrerebbe di leggere Rousseau o Nietzsche, ed invece si tratta di un brano di un’intervista di Massimo Cacciari, filosofo cattolico, rilasciata a Maurizio Blondet, altro intellettuale cattolico.

Anche il filosofo europeista Denis De Rougemont sottolinea l’incompatibilità fra cristianesimo e spirito europeo: "Nessuna armonia prestabilita tra il profetismo ebraico e la misura greca (...) Il cristianesimo porta un terzo mondo di valori, poco compatibili con quelli della saggezza greca e totalmente contrari a quelli di Roma".

Non basta, naturalmente, che ci si renda conto di tutto ciò, occorre un passo più in là, cominciare a ridare forma al paganesimo, ed in questa direzione si sono mossi due dei maggiori intellettuali del XX secolo, Ernst Junger e Mircea Eliade che nel 1956 hanno dato vita a Bruxelles alla rivista "Antaios" che prende il nome dal gigante Anteo che riprendeva vita e forze dal contatto con la terra, che ha avuto l’onore di rappresentare l’Europa nel Congresso Mondiale delle Religioni Etniche. Alla guida della rivista a del gruppo di "Antaios" è oggi Christopher Gerard, di cui merita davvero riportare qualche stralcio di una sua memorabile conferenza tenuta nel 1997: "Se dovessi definire (molto) rapidamente il Paganesimo in quanto coerente visione del mondo, direi che esso è fedeltà alla stirpe - considerata nel quadro di una memoria millenaria (quella che ci "re-ligat" (religio, religione, è appunto l'atto del religare, collegare - n.d.t.), che ci unisce ai nostri antenati lontani) - radicamento in un territorio (termine da prendere lato sensu) e apertura all'infinito. Potrei ugualmente parlare di partecipazione attiva al mondo, d'equilibrio ricercato fra microcosmo e macrocosmo.

Il Paganesimo è la religione naturale, la religione della natura e dei suoi cicli, la più antica del mondo perché "nata" - ammesso e non concesso che il mondo sia mai nato - con lui (…).

I nostri Dei, le nostre Dee non sono morti, per la semplice ragione che non sono mai nati. Apollo e Dioniso, Cernunno ed Epona, Mithra e Perkunas sono eternamente presenti al nostro fianco. Citiamo Eraclito (framm. 30): «Il mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti - non lo fece nessuno degli Dei né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà, fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si estingue secondo misure». Questo breve frammento vecchio di venticinque secoli traduce le linee di fondo del pensiero pagano: eternità del mondo, ciclicità del tempo, comunità dei mortali e degli Immortali...

Il Paganesimo non è mai potuto morire: perché, a immagine e somiglianza delle innumerevoli divinità che popolano i suoi innumerevoli pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche (liturgie, templi...) hanno ceduto il passo ad altre che pure vi si sono largamente ispirate, tuttavia restano gli archetipi, che sono essi stessi eterni (...).

Il Paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo, insieme alle Dee e agli Dei, una parte integrante. Per meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo pagano, dobbiamo liberarci dal modello del "credente" delle religioni abramiche. Questo termine è realmente privo di senso per un Pagano: egli non crede, aderisce. 

Allo stesso modo, egli non si converte ad un'altra religione, che sarebbe l'unica vera (e che negherebbe ipso facto tutte le altre perché false, barbare o rozze). 

Semplicemente, il Pagano ridiviene quello che è sempre stato, perché l'anima è naturalmente pagana. Anima naturaliter pagana".

Sopravvivenze di rituali il cui senso è stato dimenticato? Figure marginali nella società moderna, "campagnoli" ignoranti e superstiziosi? Ma è di una parte considerevole della cultura europea degli ultimi cinque secoli che stiamo parlando!

L’articolo su "Focus" ha ad ogni modo degli aspetti apprezzabili, in primo luogo quello di parlare almeno delle persecuzioni di cui furono vittime i pagani a partire dall’editto di Tessalonica del 380 con il quale l’imperatore rinnegato Teodosio (il continuatore della sciagurata politica di Costantino) mise fuori legge l’antica religione, persecuzioni di cui non si parla quasi mai, mentre quelle subite dai cristiani prima del 313 sono per solito enormemente ingigantite, perché la pura e semplice verità sulla quale gli storici preferiscono sorvolare, è che il cristianesimo fu imposto prima all’impero romano, poi all’Europa quasi unicamente con la violenza. Il testo riferisce il giudizio di un autore pagano, Libanio, che parla degli "uomini vestiti di nero" (i preti) e li definisce "più voraci degli elefanti", tuttavia tutto ciò è ancora molto poco, e per rendersene conto, basta fare una visita sul sito dell’U.A.A.R. (Unione Atei, Agnostici, Razionalisti), i cui punti di vista possiamo non condividere, ma che hanno fatto un lavoro eccellente di documentazione sulle atrocità cristiane, e che ci permettono di scoprire che non soltanto la Chiesa cattolica antica fiancheggiata da quello spregevole rinnegato che fu l’imperatore Tedosio, ha distrutto templi, statue degli dei, luoghi di culto con una frenesia selvaggia, ma che ha fatto decine di migliaia di vittime, tantissimi leali cittadini dell’impero messi a morte perché colpevoli di continuare a seguire la religione dei padri, e leggendo l’elencazione della lunga fila di orrori, si stenta a capire dove sia (ammesso che ve ne sia una) la differenza tra cristianesimo e nazismo, nonché comunismo (ma non una cosa all’acqua di rose, quello di Stalin e di Pol Pot, per intenderci). 

Nella loro frenesia sanguinaria, gli inquisitori di Teodosio arrivarono al punto di massacrare bambini che si erano messi a giocare con i frammenti delle statue abbattute degli dei.

L’elencazione delle atrocità compiute potrebbe essere molto lunga, ed annoiare, come annoiano gli elenchi di cifre. Per comprendere di quale natura fosse il pugno di ferro cristiano che cristianamente strangolò la civiltà romana, forse è meglio citare un solo caso emblematico per tutti, quello di Ipazia. Ipazia era una donna che insegnava filosofia ad Alessandria d’Egitto, ed agli occhi dei cristiani aveva due imperdonabili colpe, quella di essere pagana e di essere una donna che osava occuparsi di una cosa tradizionalmente riservata agli uomini, come la filosofia. 


Il cristianesimo di allora non era meno maschilista e misogino di quello di oggi, o dell’islam. Nei testi di storia di filosofia ci si limita a raccontare che Ipazia fu linciata da una folla di cristiani, lasciando intendere una reazione magari brutale ma non premeditata da parte di una folla isterica. Le cose andarono in maniera un po’ diversa: mentre se ne andava per strada per i fatti suoi, fu sequestrata da una squadraccia cristiana e trascinata a forza nel duomo di Alessandria, dove alla presenza del vescovo che aveva organizzato tutta la faccenda, le fu intentato un processo farsa, quindi fu linciata dai fedeli presenti, il suo corpo fu fatto a pezzi, ed i suoi resti furono buttati in un immondezzaio. 

La lezione certamente servì, passarono parecchi secoli prima che le donne osassero ricominciare a pensare con la loro testa, ma se un giorno fosse possibile chiamare i cristiani a rispondere delle atrocità commesse nei secoli in nome del loro Dio, allora si che ne vedremmo delle belle.

Oggi le Chiese cristiane, a cominciare da quella cattolica, tendono a presentarsi come la quintessenza della mitezza e della bontà, si tratta di un atteggiamento falso, dettato dal fatto che il cristianesimo è in difficoltà, sta perdendo rapidamente credibilità e potere, e che fida sull’ignoranza della storia da parte della gente comune.

L’articolo cita in apertura un episodio storico poco noto, che rappresentò la sconfitta definitiva dello stato romano, del paganesimo, della civiltà classica da parte della coalizione (equazione) cristianesimo – barbarie, un episodio che fa capire molte cose, al punto che non c’è proprio da stupirsi del fatto che il più delle volte i testi di storia non ne facciano menzione. Nel 394 le truppe dell’imperatore d’oriente, l’ineffabile Teodosio, venute ad invadere l’Italia e ad imporre, come d’abitudine, il cristianesimo con la violenza al riluttante impero occidentale, si scontrarono sul fiume Frigido, oggi Vipacco nei pressi di Gorizia con quelle dell’impero d’occidente al comando dell’imperatore Eugenio, e disgraziatamente vinsero.

Le ragioni per sottacere quest’episodio da parte della pubblicistica cristiana sono molte: innanzi tutto, vediamo che ottant’anni dopo l’editto di Milano di Costantino, vi era ancora chi era disposto a prendere le armi in difesa dell’antica religione, che la restaurazione del paganesimo non era stata una "fissazione" del solo Giuliano, ma rispondeva al bisogno di riportare l’impero ad una situazione di normalità.

Una cosa che Costantino aveva capito benissimo e che Teodosio sapeva alla perfezione, era che non esisteva nessuna compatibilità possibile fra lo stato romano, i valori di Roma ed il cristianesimo. Nel momento stesso in cui si era impadronito dell’impero, Costantino aveva iniziato lo smantellamento dello stato romano a favore della costituzione di una tirannide sacrale basata sulla nuova religione, collocata in oriente e che si rifaceva allo stesso modello dispotico che si era sviluppato per secoli all’ombra delle piramidi e delle zigurrat, spostando il centro nevralgico dell’impero sul Bosforo dove iniziò l’edificazione della nuova capitale che da lui prese il nome, Costantinopoli.

In questa prospettiva l’occidente, l’Italia, le Gallie, l’Iberia, la Britannia non divenivano altro che una terra occupata, una preda bellica dalla quale saccheggiare più risorse possibili nel minor tempo possibile. Quello che Giuliano ed Eugenio cercarono di fare restaurando il paganesimo, in definitiva non era che salvare l’impero. Che il cristianesimo fosse portatore di valori (o di disvalori) totalmente contrari a quelli di Roma non lo dico io, ma un filosofo come De Rougemont. Ciò che la storia ci dimostra con chiarezza solare, era che se c’era un’utopia irrealizzabile era proprio quella di un impero romano cristiano, della conciliazione fra romanità e cristianesimo, infatti l’impero orientale era destinato a trasformarsi rapidamente in una realtà "bizantina" che di romano non conservava nulla, e l’impero d’occidente, privato del suo nerbo e della sua anima, a dissolversi rapidamente.

Un altro punto che ho appreso con estremo interesse e, sono sincero, con una punta di commozione, è che in difesa dell’Occidente si schierarono quel giorno sul Vipacco legionari reclutati in Italia ed in Gallia, mentre Teodosio schierava un’accozzaglia di mercenari barbari: Visigoti, Alani, Vandali, persino Unni. Da un lato le ultime vere legioni di Roma che, contrariamente a quanto ci è dato spesso ad intendere, non scomparvero nel nulla senza aver combattuto la loro ultima battaglia, dall’altro una torma di mercenari che sembra quasi la prefigurazione di quelle plebi "mondialiste" che oggi assediano l’Europa ed alle quali le Chiese cristiane vorrebbero che spalancassimo le porte e le braccia fino ad essere sommersi, fino alla completa sparizione dell’homo europeus, rivelando così che il fondo anti – europeo del cristianesimo è sempre vivo.

Nell’editoriale del direttore di "Focus" Sandro Boeri c’è un commento a quest’articolo. Vandali e Unni hanno ancora oggi una pessima fama, eppure furono loro a determinare la definitiva vittoria del cristianesimo. Dovremmo essergliene grati? Dovremmo essere loro grati di aver distrutto la maggiore civiltà del mondo antico e di aver assicurato all’Europa un millennio di barbarie e di oscurità sotto il segno opprimente della croce?

Un altro punto, che non si legge senza commozione, è che i legionari schierati quel giorno sul Vipacco in difesa della civiltà e del paganesimo contro i "crociati" cristiani e barbari, erano italici e gallici. Per un lungo lasso della storia antica, romanità e celtismo hanno vissuto di antagonismo reciproco, e la convivenza fra i due non è stata certo facile dopo la conquista romana delle Gallie, eppure eccoli lì, schierati insieme quel giorno, nell’ultima difesa della civiltà antica. Al disopra della contrapposizione fra l’uno e l’altra risalta la comune appartenenza al mondo pagano ed europeo.

I legionari romano – gallici si comportarono bene quel giorno, e senza un seguito di circostanze davvero sfortunate avrebbero inflitto all’accozzaglia barbarica l’ennesima sconfitta. Due circostanze davvero sfortunate volsero l’esito dello scontro a favore dei "crociati" barbari di Teodosio: un reparto dei difensori che avrebbe dovuto aggirare e prendere alle spalle le posizioni dei "crociati" tradì per denaro e passò al nemico, ma soprattutto si levò il vento, la micidiale bora, che ributtava loro addosso le frecce dei difensori e dava più slancio a quelle dei nemici.

Ammettere la sconfitta non è disonorevole, quando essa non è imputabile a mancanza di valore, nella storia vi sono alcune sconfitte nelle quali il valore sfortunato brilla più di quello premiato dal fato di tante vittorie, le Termopili, El Alamein, il quadrato della Vecchia Guardia che "muore ma non si arrende" a Waterloo.

Ciò che conta è saper trarre esempio da esse per maturare dentro di noi la determinazione che alla fine è destinata a vincere.


Fabio Calabrese

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(Noi pagani - commento su Focus numero 154)