Differenza di vedute e di posizioni tra cattolicesimo e buddismo


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La parola "cattolicesimo" dovrebbe indicare una sorta di "universalismo", in senso religioso, in realtà non c'è una fede più settaria e chiusa  di questa. Non sto parlando del "cristianesimo" in senso stretto ma della sua forma deviata  gestita dal vaticano e dal suo papa. Il cristianesimo potrebbe ancora avere una sua dignità, in considerazione della dottrina gnostica  e dei vangeli apocrifi, mentre la cupola  papalina è un semplice  apparato di potere che nei secoli ha dimostrato le sue vere intenzioni: il dominio del mondo.

Infine tutti i nodi vengono al pettine e la congrega vaticana ha sommato migliaia di nodi.  Non mi riferisco solo agli scandali recenti, come ad esempio la pedofilia o le speculazioni economiche, ma  alle innumerevoli colpe accumulate nei secoli: le finzioni dottrinali, la vendita delle indulgenze, la sperequazione fra maschi e femmine, la persecuzione di eretici e streghe, la prevaricazione e l’intimidazione delle masse succubi ed impaurite, l’oscurantismo, le guerre sante,   le falsità storiche su innumerevoli fatti e persone... Vedasi ad esempio la favola del "lascito di Costantino", sulla presunta donazione di terre alla chiesa di Roma.

La Donazione di Costantino (Constitutum Constantini) fu utilizzata dalla Chiesa per legalizzare presunti diritti su possedimenti territoriali e soltanto nel 1440 il Valla dimostrò che tale documento era un falso, anche se bisognerà aspettare il 1517 perché le sue conclusioni vengano pubblicate; ma solo da ambienti non cattolici , essendo state inserite dalla Chiesa – guarda caso – dal 1559 nell’indice dei libri proibiti. Un falso, dunque, oggi universalmente riconosciuto come tale, ma durato circa 500 anni. Quanto precede per dimostrare che un falso, se ben architettato e difeso ad oltranza da chi sa come manipolare la credulità popolare, può resistere a lungo.

Del resto è sotto gli occhi di tutti il reiterato martellamento mediatico grazie al quale molte “verità” imposte dalla propaganda vengono condivise acriticamente dalla maggioranza della popolazione, cui non arriva neanche l’eco di tesi contrarie, spesso sprovviste di adeguati mezzi di diffusione, quando non addirittura criminalizzate dai sacerdoti delle “verità ufficiali”.

Altro esempio di falsificazione è la manipolazione  sull'esistenza fisica di Gesù, per lo meno quello descritto nei vangeli canonici.  Certo, ognuno è  libero di pensare quel che crede, ma per quanto attiene alla “favola di Cristo” mi trovo d’accordo con il ricercatore   Luigi Cascioli (https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cascioli)  il quale ha portato prove evidenti sulla figura storicamente dubbia accettata però  dalla chiesa. Questo  per molteplici motivi.

Tra la mitologia cattolica e quella di altre numerose religioni, precedenti o contemporanee, si nota l'assoluta assenza di riferimenti a Cristo nelle opere di autori coevi (i Vangeli canonici  furono scritti  e approvati secoli  dopo la presunta nascita e morte di Gesù) e si rilevano  palesi assurdità – di tipo logico, linguistico e geografico – nei Vangeli stessi; tentativi di falsificazione operati dalla Chiesa introducendo riferimenti alla figura di Cristo, coll’evidente scopo di documentarne l’esistenza. Nell'opera storica  “Le guerre giudaiche” di Flavio Giuseppe l'autore   non aveva ritenuto opportuno citarlo, pur essendo minuzioso cronista di eventi di gran lunga meno interessanti.

Gli unici abbinamenti che potrebbero essere fatti con un ipotetico  "messia giudaico"  -identificabile almeno in parte  con il Gesù cattolico-, sono quelli riferentesi ad un maestro descritto nei Rotoli esseni  di Qumran (https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dei_manoscritti_di_Qumran),  il cui valore è però negato  dalla chiesa, malgrado ciò  tali documenti  siano ritenuti storicamente validi e genuini da ricercatori laici di tutto rispetto.

Scriveva  Fedor Dostoevskij:  "L’ateismo si limita a predicare il nulla; il Cattolicesimo va oltre, e predica un Cristo travisato, un Cristo calunniato e oltraggiato, un Cristo che è l’antitesi del Figlio di Dio. Il Cattolicesimo predica l’Anticristo, ve lo assicuro, ve lo giuro! Questa è la mia opinione personale e io so quanto ho sofferto nel rendermene conto! Il Cattolicesimo romano crede e proclama che, senza un potere temporale capace di abbracciare tutta la terra, la Chiesa non possa sussistere… Non possumus! No, il Cattolicesimo romano non è una religione, è la continuazione dell’Impero Romano d’Occidente. Nel Cattolicesimo, infatti, tutto è subordinato a questa idea. Il Papa si è impadronito della terra, ha occupato un trono terrestre, ha impugnato la spada e si è circondato di un seguito composto da menzogne, intrighi, imposture, fanatismi, superstizioni e scelleratezze. Nelle mani della Chiesa di Roma, i più sacri, i più ingenui e i più giusti sentimenti popolari sono diventati delle armi. Il vaticano ha fatto tutto questo per denaro, con il solo scopo di consolidare il suo dominio terreno. E che cos’é questa se non la dottrina dell’Anticristo?"

Dopo tante bugie smascherate  dalla scienza e dalla storia   sembrerebbe che la religione cattolica non abbia scampo e sia destinata semplicemente a scomparire in una nuvola fumosa di vergogna. Eppure i milioni di abbindolati dalla "fede", o per paura delle pene infernali promesse dal papa ai non credenti, continuano a seguire i dettami cattolici, i comandamenti imposti in forma di minaccia legale.

Ma qui dovremmo considerare che l'etica imposta non porta ad alcun miglioramento del livello di coscienza individuale e collettiva. La norma ecclesiastica che concede  solo ai sacerdoti ed ai prelati la gestione religiosa, rendendoli "giudici" e confessori dei peccati del popolo, hanno reso il secolarismo, la laicità, una sorta di categoria inferiore della società umana. La laicità è peccato, dice il papa, soprattutto se è la vera laicità, non quella accettata dalla chiesa che indicherebbe la posizione di un appartenente alla religione ma non ordinato nella gerarchia ecclesiastica.    
Le devianze cattoliche  sono iniziate mascherando  e negando la  matrice  della religione cristiana e sono pure continuate dopo di essa. I rabbini erano obbligati al matrimonio e così sarà stato per la figura di Gesù. Nei primi secoli dopo Cristo i sacerdoti si coniugavano regolarmente poi subentrò l'obbligo del celibato al solo scopo del mantenimento delle ricchezze accumulate dalla chiesa, che altrimenti sarebbero andate disperse agli eredi carnali. Da qui la tendenza dei preti cattolici a soddisfare le proprie voglie con  i  giovani confratelli.

Conseguenza di questa regola “innaturale” del celibato sacerdotale   è quel che oggi osserviamo in forma di pedofilia ed omofilia interna alla chiesa. I prelati mantengono una facciata di castità provvedendo a soddisfare le esigenze sessuali  con gli stessi componenti della chiesa (ed ogni giorno ne leggiamo le cronache su tutti i media).

Ma la causa di tutto ciò, ovvero la  necessità di "conservare le ricchezze interne alla chiesa" iniziò nel momento in cui  l’impero romano, per motivi squisitamente politici, stabilì l’unità religiosa sotto l’egida del cristianesimo,  e la regola di celibato al clero era un  modo per non disperdere le  proprietà che il papato andava ammassando. Il papato romano tra l’altro è anch’esso un’istituzione tardiva rispetto alla formazione del cristianesimo. All'inizio il vescovo di Roma veniva eletto da tutti i fedeli, in forma democratica,  e non era riconosciuto a capo di tutta la cristianità. Successivamente divenne una carica "regale"  sancita dagli alti prelati, o principi della chiesa.

In verità il papa di Roma sostituì l’imperatore di Roma e per garantire la continuità non dovevano esserci diatribe familiari interne, il papa veniva eletto in un contesto di celibi.  Questo sistema, ottimo dal punto di vista del mantenimento dell’Ente, è assolutamente deleterio invece per la conservazione dei valori spirituali,  basando la sua dottrina sul semplice concetto di "peccato".

A questo proposito  disse Osho: "Il pensiero religioso è la chiave del fallimento umano…  I predicatori religiosi hanno convinto il mondo intero: “Voi siete peccatori!”. E ciò va bene per loro, poiché se non ne foste convinti i loro affari non potrebbero prosperare. Dovete essere peccatori, solo così continueranno ad esistere chiese. Il vostro permanere nel senso del peccato è la loro buona “stagione”, la vostra colpa è il fondamento delle chiese più potenti, più vi sentite in colpa e più le chiese continueranno a consolidarsi. Esse sono costruite sule vostre colpe, sul vostro peccato, sul vostro complesso di inferiorità. Così hanno creato un’umanità inferiore".

Ma lasciamo da parte queste considerazioni, che potrebbero continuare all'infinito, poiché è ormai evidente che il cattolicesimo non rappresenta assolutamente valori spirituali o di amore universale. La vera spiritualità nel cattolicesimo è osteggiata e spesso negata, vedasi  ad esempio le persecuzioni contro innovatori come Giordano Bruno o Tommaso Campanella.

Per il papa la spiritualità laica  è una eresia da combattere con anatemi e denunce di deviazionismo, comportandosi  come la levatrice  maliziosa che getta il neonato assieme alla placenta ed all'acqua calda.

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Nel buddismo, al contrario,  non esistono indicazioni dottrinali paragonabili ai nostri comandamenti, la cosa più importante è invece quella di salvare il "bambino", cioè l'essere umano dall'ignoranza e dalla sofferenza.  Nel buddismo l’unica concessione che viene fatta all’esistenza di un “dio” è nella forma di un potere di compensazione insito nella legge di causa-effetto. Egli viene perciò descritto come il neutrale dispensatore della retribuzione karmica.   La  credenza in un "dio creatore e signore" propagata dalle religioni monolatriche, come il cattolicesimo,  è sia una consolazione alla propria ipotetica inferiorità (rispetto al nostro percepirci come particelle presenti nel mondo) sia un pensiero speculativo funzionale all’illusione separativa. In verità  il "Sunya" o Assoluto  è un tutto inscindibile e come in un ologramma ogni singola particella contiene quel Tutto in modo integrale. Questo è vero anche in senso logico poiché il Tutto non può essere mai scisso, pur manifestandosi nelle differenze apparenti.

Invero anche quando riteniamo di essere una parte e separati dal Tutto non possiamo fare a meno di affermarlo attraverso la coscienza che è la radice del nostro sentire e l’unica prova del nostro esistere. Tale coscienza è caratteristica comune di ogni forma vivente ed è connaturata nella natura stessa. In fieri, o in latenza, nella materia cosiddetta inorganica ed in evidenza nelle forme organiche, che della materia sono una trasformazione biochimica. Ed è appunto in questa Coscienza -meglio definirla Consapevolezza-  che la manifestazione prende forma e quindi diventa esperienza sensoriale. E tale Coscienza, in quanto naturale espressione dell’Assoluto, è unica ed indivisibile, essa rappresenta la vera realtà di ogni essere. Sia esso un ipotetico "dio" od un’ameba od un germe od una pietra…

Buddha può essere definito quindi un vero "laico", egli  si sposò ed ebbe anche un figlio. E sia la madre ed il padre del Buddha che la  moglie ed il figlio seguirono le sue orme dimostrando così che il celibato non serve, quel che serve è la sincerità e l'onestà nel perseguimento spirituale. Amore non significa annullamento delle relazioni umane ma elevazione delle stesse.

Lo scopo del buddismo è quello di aiutare le persone a superare la   "sofferenza".  Il buddismo è fondamentalmente  una prassi di vita con il fine di ridurre ed infine cancellare la sofferenza dovuta all'attaccamento emotivo e intellettuale. Ma la realtà ultima non si può descrivere e un "dio" non è la realtà ultima. Per questo nel buddismo non si parla di credere o adorare un "dio", ma si danno indicazioni di come ritrovare la propria vera natura spirituale,  fondendosi nella coscienza universale.

Tutti hanno dentro di sé la facoltà di raggiungere il risveglio. Si tratta quindi di diventare quello che già si è: "Guarda dentro di te: tu sei un Buddha".

"La felicità senza desideri. La mente è la fonte di tutte le felicità, la creatrice di tutti i buoni propositi, oppure, se mal usata, la generatrice di tutte le disgrazie. Nell'ottica buddhista, il giudizio non è la somma facoltà, e la mente che lo produce non è il ‘principio ultimo’. Dietro alla mente esiste uno sguardo neutrale, privo di giudizio, che osserva l'incessante movimento del pensiero. La pratica spirituale consiste nel cercare di mettere a fuoco la realtà dal punto di vista di quello sguardo neutro..." (Dalai Lama)

Ci sono stati molti Buddha, il Dalai Lama -ad esempio-  è considerato  una manifestazione del Buddha,  e molti ce ne saranno ancora. Il buddismo non riconosce alcuna autorità per accertare il vero, tranne l'intuizione del singolo. Ognuno deve subire le conseguenze dei propri atti e trarne ammaestramento, mentre aiuta i propri simili a raggiungere la stessa liberazione. Gli adepti  buddisti sono maestri, non nel senso classico, essi fungono da esempio  ma in nessun modo sono intermediari tra la realtà ultima e la persona.

E' praticata la massima tolleranza verso ogni altra religione e filosofia, perché nessuno ha il diritto  di intromettersi nel viaggio del suo prossimo verso la meta. Il buddismo è un sistema di pensiero, una scienza spirituale e un'arte di vivere, ragionevole e pratica e onnicomprensiva. Per duemila e cinquecento  anni ha soddisfatto i bisogni spirituali di circa un terzo dell'umanità. Esercita un fascino per l'occidente perché non ha dogmi, soddisfa al tempo stesso la ragione e il cuore, insiste sulla necessità di fare affidamento su se stessi e d'essere tolleranti verso le altrui opinioni, abbraccia scienza,  filosofia, psicologia, etica e arte, ritiene che l'uomo sia il creatore della propria vita attuale e l'artefice del proprio destino.

Perciò il buddismo non  può essere considerato alla stregua di  una religione in senso stretto, in quanto privo dell'idea di un "dio-persona" e quindi di una teologia. I suoi assunti fondamentali sono simili a quelli di molte altre vie spirituali laiche e "mistiche" sviluppatisi in ogni parte del mondo ed in ogni epoca storica.

Buddha aveva fondato la sua comunità da circa due secoli  al momento dell'arrivo delle Falangi macedoni nella valle dell'Indo, mentre la memoria dei "Veda" i libri sacri dell'induismo era già millenaria, ed in verità l'insegnamento buddista non si discosta affatto dalle Mahavakya (grandi dichiarazioni)  nondualistiche delle Upanishad.

Il buddismo si fonda sulla convinzione che la sofferenza e il mal-di-esistere derivano proprio dalla falsa nozione dualistica  e  dall'attaccamento all'illusione di una identità  individuale e collettiva.

Desiderio e sofferenza sono intrinsecamente connessi e il buddismo tende all'estinzione dell'individualità, allo smascheramento della natura illusoria.

"Chi si aggrappa alla mente non vede la verità che sta oltre la mente. Chi si sforza di praticare il Dharma non trova la verità che è aldilà della pratica. Per conoscere ciò che è aldilà sia della mente che della pratica bisogna tagliare di netto la radice della mente e, nudi, guardare; bisogna abbandonare ogni distinzione e restare tranquilli." (Tilopa)

Paolo D'Arpini



"Ramana Maharshi - Meditazione Olistica" di A. R. Natarajan - Recensione


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Il libro "Ramana Maharshi - Meditazione Olistica" di A. R. Natarajan (OM Edizioni) si pone alcune domande fondamentali, che vanno alla radice della propria vita.
L’insegnamento di Ramana Maharshi si può riassumenre in una frase: “Conoscenza del cuore” (Dahara-Vidya).
Nella meditazione olistica, basata sulla conoscenza del vero soggetto l’obiettivo della meditazione è di stare in contatto continuo con la corrente divina nel proprio cuore. Questa via è stata denominata da Ramana Maharshi percorso diretto.
Il Cuore, nella visione di Ramana Maharshi, non rappresenta un punto fisico ma la percezione dell’Io sono, che riflettendosi nella mente individuale sembra assumere una “ubicazione”: non si tratta del centro fisiologico, che oggi chiameremmo “psicosomatico”, ma di una sottile fonte energetica da cui emerge la coscienza dell’Io, il punto d’incontro fra essere e non essere.
Il Sé, ovvero il Cuore, non ha inizio né fine, non è situato né in superficie né al centro, poiché egli è il Tutto omnipervadente. In questo libro si enunciano delle tappe e si forniscono consigli per compiere un viaggio dal sé al Sé. Tenendo però conto, come sovente affermò lo stesso Ramana, che non possono sussistere due Sé.
L’Atman è l’assoluta ed unica verità, mentre l’identificazione con un io separato e ristretto ad un nome ed una forma, non è altro che un semplice gioco di specchi della e nella Coscienza, quindi non è vero. Pur non essendo vero questo specchiarsi è reale, finché perdura l’illusione. Pertanto lo scopo dell’insegnamento empirico è quello di spingere la coscienza a distogliere lo sguardo dallo specchio dirigendolo su colui che osserva.

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Recensione  tratta da "Il Giardino dei Libri"


11 febbraio 2019: Ramana Ashram's Library a Tiruvannamalai - Caterina Regazzi ed Upahar Anand consegnano  una copia del libro con lettera di accompagnamento di Giuseppe Moscatello

Dall'ecosofia alla spiritualità laica...


"Come le api producono il miele raccogliendo le essenze delle piante riducendone il succo in una sola qualità, così che le piante non avvertono più la distinzione: io sono il succo di questa pianta o di quella; così tutte queste creature viventi, immergendosi nell'Essere, non hanno la consapevolezza: siamo immerse nell'Essere: Qualunque sia la loro forma, di tigre, di lupo, di verme o di zanzara, quella forma tornano ad essere. Ciò che è infinitamente sottile: ha Quello (l'Essere) come essenza, Quello è la Realtà, l'atman e 'Tu sei Quello' ..." (Chandogya Upanisad VI, 9)


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Il concetto di  spiritualità è una attribuzione di carattere umano. Si dice che solo l’uomo sia in grado di sperimentare coscienza di sé ed intelligenza discriminativa e razionale. Questa capacità possiamo anche definirla “spirito” … Allo stesso tempo siccome non esiste cosa su questa terra e nell’universo, che possa dirsi separata -in quanto il tutto si manifesta nella totalità del “tutto”- e la vita stessa è inscindibile nelle sue varie manifestazioni, manifestando radici comuni in tutte le sue forme, di qualsiasi genere e natura, si può intuire che la caratteristica della “coscienza-intelligenza” sia presente in ogni elemento vivo, che dimostra nascita, crescita e morte, sia pur in diversi gradienti.

Facciamo l’esempio della crescita in “intelligenza e coscienza” come avviene nell’uomo. Cominciando dalla sua formazione in quanto unione di spermatozoo ed ovulo, passando per la sua fase embrionale, alla formazione completa degli organi, alla fuoriuscita dal grembo, all’inizio della sua capacità di apprendimento e discernimento… attraverso vari momenti evolutivi che -pur apparentemente differenti in qualità- rappresentano comunque una crescita del medesimo soggetto.

Se ciò avviene nell’uomo perché non ipotizzare che possa avvenire in ogni altra forma vitale, pur in una scala differenziata e di diversa qualità? Se accettiamo questa premessa come un presupposto di condivisione della stessa  “coscienza ed intelligenza”, ecco che improvvisamente possiamo riconoscere in tutto ciò che è vivo la qualità “spirituale”…

Ma ben inteso non in senso religioso… quella è un’assunzione che non compete noi laici. No, riconosciamo lo “spirito” in quanto capacità della vita di esprimere se stessa in forme energetiche dotate di coscienza.. e qui possiamo fermarci.

Poi, dal punto di vista poetico ed emozionale, perché non descrivere la vita di un albero come espressione spirituale della natura? Cosa c’è di male?

Innegabilmente anche  un albero è vivo e si esprime attraverso le sue funzioni biologiche e manifesta desideri e repulsioni, come noi umani.

Partendo da questo assioma arriviamo al concetto di "Ecosofia", una forma di pensiero para-spirituale-ecologico elaborata dal filosofo norvegese Arne Naess.

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"Arne Dekke Eide Næss (Oslo, 27 gennaio 1912 – Oslo, 14 gennaio 2009) è stato un filosofo norvegese. Ha studiato filosofia, matematica ed astronomia all'università di Oslo, alla Sorbona e a Vienna dove frequentò il locale Circolo. Docente di filosofia a Oslo fino al 1969, si è interessato di: storia della filosofia, filosofia della scienza, etica; nutrì particolare interesse per il pensiero di Spinoza e Gandhi. Ha fondato la rivista internazionale di filosofia Inquiry che ha diretto fino al 1975.  È stato il primo ad utilizzare il termine ecosofia (od ecologia profonda) il cui concetto è stato ampiamente sviluppato da filosofi come Raimon Panikkar e Félix Guattari." (Wikipedia)

I concetti   da Naess propugnati possono facilmente essere ricollegati al pensiero naturalistico, sia in termini prettamente materialistici che spirituali. In passato questa visione olistica è stata anche definita "panteismo".  Naess ha approfondito questo concetto, sostenendo l'unitarietà della vita e del substrato sottile che la compenetra, da qui anche l'uso  della parola "ecologia profonda" da lui  usata per significare lo studio della vita  e dell'ambiente sino alle sue più profonde origini e radici.

Il  filone dell'ecosofia ha poi trovato sinergie e collegamenti con altre filosofie, o meglio pratiche di vita,  naturalistiche e spirituali, come ad esempio  la "spiritualità  naturale o laica", che assieme all'ecosofia formano una sorta di "unità".

La meraviglia con cui i primi uomini hanno osservato e adorato gli aspetti molteplici della natura, degli animali, degli alberi e dell'habitat, a cui venivano dati nomi, qualità e sembianze divine, il riconoscersi parte integrante di questo insieme, il sapere che nulla può essere separato e che ogni cosa compartecipa ad ogni altra cosa in un afflato panteista, tutto ciò può essere definito ecologia profonda o ecosofia, neologismi  inventati da Arne Naesse per descrivere qualcosa che era già, che faceva parte del nostro sentire ancestrale. E' la meraviglia di sé, la coscienza di esistere e di essere consapevoli di esistere, la capacità di comprendere, di sentire emozioni profonde, di riconoscersi in tutto ciò che è, l'intuizione di essere presenti senza ombra di dubbio e di percepire la pienezza del proprio essere in tutto ciò che si manifesta, questo il sentire  della spiritualità naturale o laica.

Insomma parlando di ecologia profonda e di spiritualità laica si parla di corpo e di spirito, senza separazione alcuna fra l'uno e l'altro, due aspetti della stessa incredibile magia. Siccome il conosciuto ha bisogno di essere ricordato, conservato e riproposto, tempo dopo tempo, in forme sottili come avviene per la conoscenza filosofica o per le religioni, ed in forme materiali come avviene con il Dna e con il tramando delle arti e della capacità tecniche, ricorriamo alla simbologia archetipale come deposito di memoria e conoscenza.

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Diceva il grande saggio non-dualista nostro contemporaneo,  Nisargadatta Maharaj: «Noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati».  In ciò si coglie una similitudine con la Panarchia che pur essendo un pensiero comparso quasi due secoli prima, è stato dimenticato dalla storia.

Forse non abbiamo nemmeno bisogno di ricorrere alla storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è la memoria collettiva. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle "anime" presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta la condizione più avanzata della tecnologia. 


Questo gioco della natura ci consente un'osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che cosa fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro.
La natura (o la vita) di per se stessa è "non-duale"  e quali sono in estrema sintesi  i  legami tra la spiritualità laica e l'ecologia profonda di Naess?

Nel significato originale della parola ecologia, rispetto alla sua consimile ambientalismo, è già delineata una differenza d'intendimento e pure che l'esatta traduzione di ecologia è studio dell'ambiente. Mentre in ambientalismo si presume il criterio della semplice conservazione. Aggiungendo al termine ecologia l'aggettivo profonda, ecco che si tende ad ampliarne il significato originario, integrandovi il concetto di ulteriore ricerca all'interno della struttura ambientale. Insomma si va a scoprire il substrato e non si osserva solo la superficie, la pelle dell'ambiente.

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Lo stesso dicasi per la parola spiritualità e la sua qualificazione laica. In questo caso si cerca di dare una connotazione libera alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l'intelligenza coscienza che pervade la vita, è il suo profumo. Non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare e a nascondere questa naturale spiritualità presente in tutte le cose.

Da un punto di vista delle espressioni archetipali, la spiritualità laica e l’ecologia profonda affondano il loro esistere nella coscienza. L’uomo si è interrogato sulle forze della natura e sulla vita e questo interrogarsi ha prodotto la spiritualità, l’ecologia profonda è una forma di approfondimento in senso materiale di questa ricerca.
Entrambi gli approcci partono dall’esistente, dal modo di percepire noi stessi e la realtà che ci circonda, il primo è un approccio in senso metafisico mentre il secondo prende in esame il fisico ma non v’è differenza fra i due aspetti, se non nel modo descrittivo. Nell’ecologia profonda come nella spiritualità naturale si sottintende un quid che impregna le trame della vita. Tale quid è stato descritto come sorgente di tutte le cose, indipendentemente dal chiamarlo spirito o forza vitale. In realtà lo spirito, in quanto coscienza intelligenza, è il modo espressivo, il profumo esistenziale, di ciò che dal punto di vista dell'osservazione empirica dell'ecologia definiamo materia  o habitat.

Paolo D’Arpini



Comitato per La Spiritualità Laica

Sufismo - L'eresia islamica

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Personalmente non sono seguace di alcuna religione per cui l'idea di favorire l'islam mi è completamente estranea. Non posso per altro ignorare l'aspetto specifico dell'influenza islamica che sta aumentando qui in Italia dovuta a vari fattori e sono consapevole dell'ottusità insita anche nell'islam... Ma il sufismo merita tutto il nostro rispetto prova ne sia che è considerato "eretico" all'interno dell'islamismo sunnita e sopportato a malapena in quello sciita. 

La tradizione sufista ha collegato Ermete a Enoch, che è presente nel Corano sotto i tratti del profeta esoterico Idrîs. Idrîs, con l'appellativo di Khidr (il Verde) è l'iniziatore segreto dei grandi maestri sufi. Altro iniziatore alchemico è nel Corano il profeta Salomone. Da Pitagora invece i sufi trassero la scienza dei numeri (abjad) e la "sezione aurea" che applicarono egregiamente nelle loro costruzioni (ne sono esempio in Turchia le costruzioni selciukidi dall' XI° al XIII° secolo). Dirò per inciso che i testi greci di scienza e di esoterismo furono conosciuti in Europa non dagli originali greci ma dalle traduzioni in arabo che ne fecero i sufi. 

Il Sufismo è costituito in Ordini, o Confraternite. Confraternite ben organizzate sin dal X secolo. Un Maestro venerabile, due luci, un copritore esterno, e gli adepti, che si distinguono in apprendisti (murid), compagni (arîf: iniziato) e maestri (shaykh). Si riuniscono in una tekké, o zawiyya, o dergah: una Loggia, insomma; per solito il lunedì sera per le discussioni in comune e l'insegnamento evolutivo, spesso sulla lettura di tavole lasciate da grande Maestri del passato; il giovedì sera per il rituale del dhikr: la Rammemorazione di Dio.

Il sufismo è la corrente islamica che più si avvicina alle forme trascendenti di spiritualità laica non duale. Si può giungere al Non-dualismo attraverso varie vie, la vetta è uguale per tutti. Dipende dalle simpatie personali e dalle propensioni. Fra gli islamici chi segue questa via ha evidentemente una tendenza all'ascetismo mistico. Pur che anche nel sufismo sono stati espressi concetti "gnostici" e non-dualistici molto avanzati (vedi i detti di  Rabia) e -tra l'altro- la lettura dei poemi di Rumi ce ne fornisce un valido esempio.

Il fatto che si possa giungere all'Uno seguendo una qualsiasi religione pone però la necessità di abbandonare il credo religioso il momento che si vuole penetrare ed essere compenetrati dall'Uno, sostituendo il "credere" con la diretta esperienza  La strada è utile per giungere al Tempio ma bisogna lasciarla per entrarci.

Dal punto di vista della "spiritualità sociale" (religiosa), al fine di una convivenza pacifica,  -comunque-  il sincretismo è vantaggioso come pure lo è l'abbandono di ogni dogmatismo. Ciò non esclude la continuità di partecipazione alla "forma esteriore" (spirituale) più consona ad ognuno di noi. E ciò vale anche per i seguaci delle religioni monoteiste, che hanno visto sorgere al loro interno "santi" e "saggi"  totalmente liberi da senso separativo.

Per cui anche l'approccio del sufismo è sicuramente valido, per chi lo sente affine alle proprie tendenze o tradizioni, mantenendosi integri nella fiducia e nella sincerità e nella onestà di "percorso".

In altro contesto qualcuno ha affermato: "ognuno per sé... e Dio per tutti". Ove per Dio si intende il Tutto che in tutti è presente.

Paolo D'Arpini

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P.S. In aggiunta a quanto sopra espresso ....porto l'esempio di Mansur Mastana un santo sufi che avendo ottenuto l’esperienza del Sé, lo dichiarò pubblicamente affermando "Ana’l-ahqq" che significa "Io sono la Verità". Ovvio che in una religione dualistica come quella musulmana tale affermazione fu presa per eresia e Mansur fu condannato a morte. Ma anche sul patibolo egli rideva e continuava ad affermare "la verità" della sua esperienza ma gli altri non potevano capire e semplicemente pensarono che fosse impazzito e comunque meritevole di morte. In seguito i sufi s’intesero fra di loro che in futuro sarebbe stato meglio non affermare pubblicamente tale verità, che anche quando fosse stata raggiunta era meglio uniformarsi alle convenienze essoteriche, lasciando le verità esoteriche nel cerchio ristretto degli iniziati.”

Zodiaco cinese. Anno del Maiale (o Cinghiale) di Terra, dal 5 febbraio 2019 al 24 gennaio 2020


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Il Capodanno cinese 2019 cade martedì 5 febbraio. Questa festa  non ha una data fissa, ricorre tra il 21 gennaio e il 19 febbraio,  perché segue il calendario lunare tradizionale.  Secondo lo zodiaco cinese ad ogni anno lunare corrisponde un segno zodiacale: il 2019 è l'anno del Maiale di Terra.   Simbolo della stabilità e della bontà. Possiede onestà, semplicità e forza d’animo. Ha un comportamento  molto naturale. La credibilità e la sincerità sono le sue migliori doti. 

Il precedente anno del Maiale di Terra è stato il 1959, quindi i nativi compiranno quest'anno i 60 anni. Questo evento nella cultura tradizionale cinese, giapponese, tibetana, etc.  è considerato estremamente  importante. E' come una "rinascita" poiché il soggetto ha completato un giro  di tutti gli elementi: 12 archetipi x 5 elementi = 60.

Solo poche parole per  spiegare che lo zodiaco cinese è formato da 12 archetipi  animali (vedere l'articolo su La Rucola: https://www.larucola.org/2017/12/29/il-libro-dei-mutamenti-i-ching-di-paolo-darpini-numero-0/)  che già indicativamente descrivono le caratteristiche dei nati in ogni  segno,  . 

L’anno di nascita rappresenta  l'archetipo principale, quello che da il senso di identità. Poi va considerata l'ora di nascita, che rappresenta l'intelletto, e il mese di nascita, che indica la memoria psicosomatica dell'individuo. Oltre a ciò va considerato il luogo di nascita e la valenza Yin e Yang di ognuno e dei vari aspetti connessi con i cinque elementi. 

Il  Maiale o Cinghiale.  in cinese: Zhu, è l'ultimo dei dodici segni, corrisponde per alcune somiglianze  con l'oroscopo occidentale al segno dello Scorpione. Il suo elemento fisso è l'acqua, la sua stagione l'autunno e il mese Novembre.

Colui che nasce nell'anno del Cinghiale  o che ha un aspetto nel Cinghiale (nati nelle ore tra le ore 21 e le 23 o nel periodo dal 23 ottobre al 21 novembre) è semplice e dotato di una grande forza d'animo. Ha una personalità onesta e semplice ma al tempo stesso sa essere premuroso, solido e coraggioso. Assapora la vita sotto ogni aspetto: amante delle passioni di qualsiasi genere, è incapace di resistere alle tentazioni. In particolare, ama la famiglia e il proprio lavoro, nel quale si impegna con costanza e pazienza. Tra i suoi difetti principali spiccano l'ostinazione e l'eccessiva ingenuità, che lo porta a rasentare l'infantilismo e un forte senso di possesso. Idealista e romantico, si preoccupa anche degli aspetti più materiali dell'esistenza, risultando contraddittorio agli occhi di chi non ne conosce a fondo la personalità. Può essere infatti generoso fino a farsi carico dei fardelli altrui, ma al tempo stesso peccare di egocentrismo. Poco gli si addicono professioni in cui è richiesta diplomazia e arte oratoria, la sua natura non gli consente di perdersi in chiacchiere!

Ma queste caratteristiche sono più comprensibili, ad esempio, se si analizza il significato dell'Esagramma dell'I Ching connesso alla stagione del Cinghiale. Questo esagramma è il n. 23 Po (La Frantumazione), esso simboleggia il tempo in cui scende la brina ed inizia l'inverno. Più che il freddo è l'umidità a farsi avanti con le sue nebbie... e tutto sembra corrodersi in un lento discioglimento.

Commento alla decisione: "Non è propizio andare in alcun luogo: gli ignobili crescono. Il nobile considera l'alternarsi di diminuzione ed aumento, pieno e vuoto; poiché questo è il corso del Cielo."

Commento: Il tenero altera il forte con la sua opera graduale ed inavvertibile. Le linee Yin sono in procinto di divenire assolute. Dai trigrammi se ne deduce l'atteggiamento che il nobile deve assumere in tempi simili. Egli è devoto secondo le qualità del trigramma Kun e quieto secondo la qualità del trigramma Ken. Ciò significa che egli non imprende nulla perché questo non è un momento opportuno. (*)

Osservando le qualità dell'esagramma Po e dell'archetipo del Maiale, sin qui descritti, è facile per analogia capire le valenze  psichiche che troveranno espressione durante il 2019. Lascio a voi interpretare in modo intuitivo cosa ci attende durante l'anno...

Paolo D'Arpini

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Calcata. La maiala ospitata al Circolo Vegetariano VV.TT.


(*) - I commenti alla decisione ed il commento aggiunto sono relativi ad alcune linee dell'esagramma Po. Un invito a non apportare grandi cambiamenti nella propria vita perché questo è un tempo di decadenza e quindi è preferibile restare quieti nel proprio luogo, senza mettersi in mostra "conservando la propria virtù". Per ulteriori spiegazioni  consiglio di leggere al completo l'esagramma in questione, comprese le singole linee che rappresentano momenti e situazioni  a cui si potrebbe andare incontro nel corso dell'anno.


Articoli di approfondimento:

Chi ha scoperto il "Nuovo Mondo"?


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E’ ancora oggi un luogo comune affermare che l’America è stata scoperta da Cristoforo Colombo, semmai l’affermazione va corretta in: “ Cristoforo Colombo, sbarcando nel nuovo continente, aprì le porte ai barbari europei che compirono nell’America del Sud stragi e distruzione di intere civiltà, seguiti qualche secolo dopo nel Nord America dai genocidi dei bianchi nei confronti dei pellerossa.” In realtà i primi a scoprire e colonizzare l’America del Nord furono circa 12.000 anni fa, nell’ultima fase dell’era glaciale, popoli provenienti dalla Siberia che attraverso lo stretto di Bering che, grazie al mare allora più basso di circa 60 metri ed a “ponti” ghiacciati, poterono passare dall’Asia (Siberia) all’Alaska.

Recentemente alcuni archeologi e antropologi hanno formulato la tesi che l’America del sud invece sia stata colonizzata da popolazioni provenienti dalla Cina utilizzando grandi imbarcazioni.  Di certo oggi sappiamo che L’America del Nord fu raggiunta dai vichinghi intorno all’anno 1000. Furono, secondo gli studiosi, i figli del mitico Erik il Rosso a salpare dalla Groenlandia per giungere nell’attuale Canada, approdando a Terranova (Una grande isola prospicente al Canada), dove realizzarono anche insediamenti stabili. Fino agli anni ’60 si pensava che la storia dei Vichinghi in America, in cui si parlava di una terra lontana chiamata Vinland, fosse frutto di storie fantasiose contenute nelle varie saghe dei popoli del Nord. Poi nel 1970 furono trovate in Canada alcune pietre runiche, caratteristiche della cultura vichinga, tra le quali la famosa Pietra runica di Kensingon. A quel punto la questione fu chiusa...

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Prima di Cristoforo Colombo erano arrivati i Vichinghi. 

Fin qui abbiamo parlato di fatti concreti, convalidati dalla stessa archeologia, tuttavia ci sono questioni ancora aperte circa il contatto ancor prima dei Vichinghi con altri popoli, vedi, ad esempio, i Fenici, i Cartaginesi e gli Egiziani. Ovviamente stiamo nella fase ipotetica, ma alcuni indizi ci lasciano un po’ perplessi; indizi che cercheremo di affrontare in questo breve servizio. Nelle Azzorre si sono trovate, a partire dal 1947, monete fenice e particolari manufatti antecedenti alla nascita di Cristo. Ultimamente la scoperta di pitture rupestri trovate in una grotta dell’isola di Terceira, nelle Azzorre, datata ad oltre 2000 anni, non dà più dubbi: i fenici conoscevano bene queste isole nel mezzo dell’Atlantico. L'arcipelago delle Azzorre si trova a circa 1.500 km ad ovest della costa del Portogallo continentale e a circa 1.900 km a sud-est di Terranova in Canada. 

A questo punto viene spontanea una domanda: “ma se fenici e cartaginesi riuscivano a partire dalle “Colonne d’Ercole” (Gibilterra) e a percorrere con le loro navi ben 1500 km, cosa gli impediva poi di proseguire per altri 1.900 km verso le Americhe?” C’è da considerare che in quei tempi lontani lo spirito d’avventura era profondamente radicato negli uomini di mare e, cosa da non sottovalutare, la paura della morte non era come l’abbiamo noi oggi, in quei tempi il rischio di perdersi nell’immensità dell’oceano e alla fine soccombere, faceva parte del gioco della vita. Quindi decine e decine di spedizioni verso l’ignoto sono state fatte e gran parte di queste sono finite tragicamente, ma chi riusciva a superare tutte le insidie del mare e far ritorno, apriva nuovi canali di contatto con altre lontane civiltà. C’è poi la questione sorta alcuni anni fa quando attraverso l’introduzione del mineralogramma (esame dei metalli assorbiti dai capelli): si scoprì che alcuni capelli dei faraoni conservavano tracce di coca. Pianta spontanea presente esclusivamente in centro e sud America. E’ allora? Ancora prima di questa scoperta l’archeologo ed esploratore norvegese Thor Heyerdahl ( la cui figlia è socia di AK ) volle dimostrare che gli antichi popoli erano soliti dedicarsi alla ricerca di terre nuove da conquistare o semplicemente esplorare e, quindi, a programmare viaggi impensabili con i mezzi di allora. 

Thor Heyerdahl iniziò la sua avventura con un’imbarcazione costruita in Perù con i giunchi d’acqua, il Kon Tiki, dimostrando alla fine che per le popolazioni Nasca del Perù era stato possibile la navigazione nel Pacifico fino a raggiungere i pressi dell’isola di Pasqua ( naufragò prima dell’isola ). Qualche anno più tardi con un'altra imbarcazione fatta con il papiro: “RA II”, dimostrò che grazie agli alisei costanti che dall’Atlantico orientale spiravano in certi periodi dell’anno in maniera costante verso occidente, all’epoca dei faraoni si potevano raggiungere le coste dell’America centro sud. Nel 1970, Heyerdahl partì dal Nord Africa, con un'imbarcazione costruita da amerindi Aymara del lago Titicaca, percorse in 57 giorni 3.270 miglia, raggiungendo l'isola di Barbados, nelle Piccole Antille, difronte al Venezuela. Con questa impresa dimostrò la fattibilità tecnica, già nell'antichità, di viaggi dal vecchio verso il nuovo mondo, suggerendo che la somiglianza culturale tra i popoli precolombiani e le popolazioni assiro-babilonesi, potrebbe non essere dovuta al caso.  

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L’imbarcazione “RA II” in navigazione verso il continente americano 

Dalla lettura di antichi papiri si evince che i faraoni per viaggi in mare impegnativi si avvalevano della grande esperienza dei navigatori fenici. Da ciò le varie similitudini tra la cultura dei maia e quella egizia nelle costruzioni delle piramidi e soprattutto nel culto verso la cintura di Orione. Gli egizi realizzarono le tre grandi piramidi allineandole sulle tre principali stelle di Orione, i Maya fecero la stessa cosa. 

Gli antichi Egizi credevano che da Sirio e da Orione provenissero degli esseri con fattezze umane e che Osiride ed Iside avessero dato inizio alla razza umana. Sirio ed Orione, in particolare, rappresentavano Iside ed Osiride. Per gli antichi Egizi Osiride era Orione. Per gli antichi Egizi Orione era chiaramente collegata alla creazione, soprattutto a quella magica. Morale della favola a Cristoforo Colombo gli va riconosciuto il fatto di essere stato l’ultimo navigatore a scoprire le Americhe. Ci fermiamo qui, altrimenti non basterebbero le pagine di questo notiziario per parlare ancora dei contatti con le grandi civiltà di allora, c’è anche uno studioso che ha scritto un libro sugli antichi Romani che avevano intrapreso nel 100 d.C. una spedizione verso il Nuovo Mondo, ma di questo avremo motivo di parlarne…

Filippo Mariani - Accademia Kronos  

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Come leggere il "Libro dei Mutamenti" (I Ching)


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Il Libro dei Mutamenti (I Ching) è un libro di conoscenza e andrebbe letto come un “romanzo” in cui i personaggi sono costituiti dagli esagrammi stessi. Lasciarsi pervadere dalle immagini evocate senza tentare un'analisi è il modo migliore per avvicinarsi ad esso; il testo va compreso sia per mezzo della razionalità che per mezzo dell'intuizione, usando cioè la mente con la sua parte sia logica che analogica ovvero Yang e Yin. Il nostro studio ci porta ad analizzare tutti i modi espressivi della mente fino ad arrivare a comprendere che colui che osserva non è diverso da quello che è osservato (e questo viene corroborato persino dalle recenti scoperte della fisica quantica).

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Alcune considerazioni filosofiche


Possiamo dire che la perfezione nella forma è una convenzione e come tale “perfettibile”; la perfezione per i Cinesi e gli Indiani risiede piuttosto nell'assoluto, nella coscienza interiore, nella fase che precede ogni attributo. Da qui il concetto di verità indefinibile ed ineffabile che può essere solo evocata e vissuta nello scioglimento del soggetto individuale nel soggetto universale. 


L'esistenza è espressione dell'assoluto che non si comprende né si descrive, ma all'interno del dualismo appare in forma di conoscenza empirica di un soggetto che conosce l'oggetto.

La nostra ricerca presente è basata sulla conoscenza degli aspetti pratici di questa manifestazione duale, salvo il negarlo di tanto in tanto per ricordarci che non è la verità ultima, questo percorso non è di apprendimento per conoscere quello che intimamente siamo, Coscienza Assoluta, ma ci serve soprattutto per “disintossicarci” dalla tendenza esternalizzante e da tutto ciò che essa produce (il senso di identificazione con la forma ed il nome) perché vogliamo dare meno valore a questo aspetto specifico. In realtà analizziamo l'esterno (ovvero gli aspetti riconoscibili della mente) solo allo scopo di poterne riconoscere la non-sostanzialità.


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Reincarnazione e Buddismo


La reincarnazione secondo il concetto buddista non è di tipo personale. L'incontro dello Yin con lo Yang porta alla manifestazione fisica e psichica senza che questo percorso formativo sia legato all'esistenza di un io individuale; si tratta piuttosto di un modo espressivo della coscienza che assume una determinata sembianza ed identità sulla base delle caratteristiche psicofisiche in cui si imbatte.

In altre parole l'io individuale è solo una tendenza mentale, un pensiero, una capacità identificativa, che non ha sostanza ed è solo un riflesso che si forma nella coscienza. Perciò secondo il criterio buddista non c'è alcun io individuale che si reincarna ma solo una sequenza di pensieri e tendenze mentali in una sorta di prosieguo evolutivo.

Per questa ragione si indica la realizzazione di Sé come un “ritrovare” ciò che si è sempre stati e non il raggiungimento di un qualcosa che si ottiene ex novo, questa “conoscenza di sé e allo stesso tempo imponderabile ed indefinibile ed onnicomprensivo. L'insieme di tutto ciò che è.


Paolo D'Arpini


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Pensatori ed economisti del 700-800 ed il processo induttivo



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In Gran Bretagna già nel ‘600 con William Petty (1623-1687) e nel ‘700 con il grande economista illuminista Adam Smith (1723-1790) fu  impostata su basi razionali la nuova scienza economica moderna (o “Economia Politica”).  Petty e Smith avevano avanzato per primi la tesi che il valore dei prodotti sia dato dal lavoro in essi contenuto (Teoria del Valore-Lavoro, che sarà ripresa anche da Marx ed Engels). 

Essi hanno parlato anche dell’utilità della divisione del lavoro per aumentarne la produttività e anticiparono anche Marx nella distinzione tra Valore d’Uso di un oggetto (legato all’utilità che ha per noi) ed il Valore di Scambio dello stesso oggetto considerato come merce. Smith - che fu un fautore dell’istruzione pubblica come fattore di progresso - è stato spesso criticato per la sua chiara scelta a favore del capitalismo e del mercato, ed in particolare per l’affermazione che esista una “mano nascosta” che fa in modo che il mercato si autoregoli attraverso la concorrenza e la legge della domanda e dell’offerta (se l’offerta supera la domanda, il prezzo diminuisce e quindi diminuisce anche l’offerta) , evitando le crisi(1); ma sarebbe ingiusto considerare solo questo punto come il punto centrale del suo pensiero. Il grande pensatore scozzese si può considerare come il fondatore di una corrente economica razionale che ha preso il nome di “Economia Classica”.

Anche l’altro grande economista “classico” di inizio ‘800, l’inglese David Ricardo (1772-1823), che continuò l’opera di Smith soprattutto con la sua massima opera del 1817 – “Principi di Economia Politica e dell’Imposta” - fu un sostenitore del capitalismo britannico che guidava l’impetuosa rivoluzione industriale che avveniva in quel periodo, anche sulla spinta delle innovazioni tecniche e scientifiche (come l’invenzione delle macchine termiche a vapore) di cui più volte abbiamo scritto. Egli fu un sostenitore del libero commercio internazionale basato sul “Vantaggio Comparato” del commercio per le varie nazioni (se l’Inghilterra può produrre stoffe più convenientemente, ed il Portogallo il vino, è bene che si specializzino in queste produzioni e si scambino i prodotti senza barriere protezionistiche). 

Fu avversario dei grandi proprietari terrieri che vivevano sulla rendita agraria imponendo una politica protezionista sul grano britannico con le “Corn Laws” (Leggi del Grano), facendo così aumentare i prezzi dei generi di sussistenza (egli è convinto che la scarsità fa aumentare i prezzi, come poi diranno gli economisti “neo-classici). Di conseguenza, anche i salari operai (intesi come salari di pura sussistenza) aumenteranno, diminuendo i profitti capitalistici . Non si schierò nemmeno con le rivendicazioni operaie intendendo appunto il salario come qualcosa che permettesse solo i consumi indispensabili al mantenimento della Forza-Lavoro operaia (intesa anch’essa come una merce con un prezzo, concetto ripreso anche da Marx) secondo una presunta “Legge Ferrea del Salario”. Ma la sua trattazione della teoria del Valore-Lavoro, del conflitto tra profitti e rendite, e tra profitti e salari, dell’uso delle macchine, dell’aumento della produttività dovuta alla divisione del lavoro industriale, è particolarmente precisa e razionale. Egli ad esempio considera il capitale costituito dalle macchine come “Lavoro Accumulato” (cioè quello degli operai che le hanno costruite) e quindi computabile come Valore del Lavoro precedente. 

Riconosce che il profitto fa parte della stessa partita economica del salario e che quindi è in conflitto con esso (se vogliamo tener alti i profitti, non solo le rendite, ma anche i salari devono essere tenuti bassi; inoltre una parte del valore-lavoro è trattenuto dal capitalista come profitto, come già detto da Smith e sarà ripreso ed ampliato da Marx ed Engels). Riconosce anche che l’introduzione troppo veloce di macchine può portare all’aumento della disoccupazione (si era nel pieno delle rivolte dei “Luddisti” che rompevano le macchine per difendere il diritto al lavoro, movimento appoggiato anche da intellettuali dissidenti come Lord Byron). Ritiene però che a lungo andare la disoccupazione sarà riassorbita perché sarà necessario più lavoro per costruire le macchine. In definitiva Ricardo fu sostenitore del progresso capitalistico e fu “monetarista” da un punto di vista finanziario (era contrario alla stampa eccessiva di banconote per il pericolo di inflazione). Le banconote avrebbero dovuto essere sempre convertibili in oro, regime già attuato da Newton (vedi N. 50), ma poi sospeso a causa delle guerre napoleoniche. Il suo pensiero economico rigoroso fornisce però ampi spunti per diverse interpretazioni.

Negli stessi anni in cui operò Ricardo destò molto scalpore ed interesse un trattatello publicato nel 1798 – “Saggio sul Principio della Popolazione”- da un semplice parroco provinciale, Thomas Robert Malthus, che mise in guardia contro i facili ottimismi dei sostenitori del capitalismo industrialista e degli utopisti sociali, come l’anarchico repubblicano William Godwin (1756-1836), sostenitore della Rivoluzione Francese, marito della proto-femminista Mary Wollstonecraft e padre della scrittrice Mary Shelley (creatrice di Frankestein). Egli sosteneva che, se le risorse alimentari crescono, ancor più velocemente cresce la popolazione con gravissimi pericoli di future crisi. Malthus era politicamente un conservatore, sostenitore della rendita terriera; riteneva, che fosse necessaria la castità per contenere le nascite ed il lusso delle classi alte per tenere alta la produzione. Divenuto professore, si confrontò anche con Ricardo (cui lo legava una reciproca stima) con la successiva più complessa opera “Principi di Economia Politica” del 1821, in cui mette in guardia nei confronti di crisi di sottoccupazione dovute ad eccesso di risparmio, anticipando il pensiero di Keynes. E’ stato molto criticato sia dai liberali che da socialisti e comunisti, ma il suo pensiero – come sottolineato anche dall’ambientalista Giorgio Nebbia nella prefazione all’edizione italiana di un’opera a lui dedicata(2) – contiene elementi che quasi due secoli dopo saranno indirettamente ripresi da moderni ambientalisti, come quelli facenti parte del noto Club di Roma(1) preoccupati dalla limitatezza delle risorse non rinnovabili, e dai governi di grandi paesi come l’India e la Cina consapevoli della necessità di un controllo delle nascite. Ne riparleremo nelle conclusioni.

Contemporanei di Ricardo furono il filosofo Geremy Bentham (1748-1832) - politico radicale simpatizzante della Rivoluzione Francese, sostenitore dei diritti delle donne, degli omosessuali e degli animali – ed il suo allievo, lo scozzese James Mill (1773-1836), amico dello stesso Ricardo(3). Essi furono sostenitori di una morale laica, basata sulla realtà, ed “utilitarista”, secondo cui l’utilità individuale deve armonizzarsi con la più vasta utilità sociale, in modo da assicurare il massimo grado di benessere e felicità al massimo numero di persone. Il figlio di James, John Stuart Mill (1806-1873) fu uno dei maggiori filosofi inglesi dell’800, continuatore della grande tradizione empirista britannica di Bacone, Locke ed Hume. Egli è sostenitore di una coerente logica “induttiva” antimetafisica ed antidealistica: le proposizioni universali sono somme di singole osservazioni di fatti particolari, ovvero generalizzazioni dell’esperienza. Anche la logica (ad esempio il principio di non contraddizione) è frutto di esperienza. 

Il processo induttivo è l’unico che ci assicuri una conoscenza nuova rispetto a quanto contenuto nelle singole premesse (anche se forse – si potrebbe osservare - non assolutamente certa) , mentre la conclusione del classico sillogismo aristotelico è esatta, ma non ci dice nulla di nuovo perché tutto è già contenuto nella sua premessa generale. Stuart Mill considera fondamentale il concetto di causa, e pensa che la causa di un fenomeno sia individuabile con una serie di criteri logico-empirici: ad esempio, quando vari fenomeni si presentano in caso di una circostanza comune (criterio di concordanza), o un certo fenomeno si presenti in presenza di una certa circostanza, ma non in presenza di altre diverse circostanze (criterio per differenza, che è il più importante), e simili. La premessa generale sul comportamento uniforme della Natura è anch’essa di origine induttiva ed è il fondamento migliore per una legge generale della causalità che quindi assume un valore universale.

Varie critiche sono state fatte a Mill per il fatto di non usare un criterio oggettivo non dipendente dall’esperienza, ma – a parere di chi scrive – la coerenza di Mill nell’uso di criteri empiristi induttivi costituisce la sua forza.

In definitiva il pensiero economico e filosofico di questi pensatori ed economisti britannici, di cui per ragioni di spazio è stato possibile dare solo pochi cenni, è stato funzionale al tipico capitalismo liberista e liberale britannico dell’inizio ‘800, ma fornisce ad una platea molto più vasta utili spunti di riflessione sia in campo economico e politico che in quello epistemologico, cioè della ricerca scientifica.

Vincenzo Brandi

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  1. Vedi Paciello, op. citata in bibliografia
  2. Vedi Poursin e Dupuy, “Malthus”, op. cit. in bibl.
  3. Geymonat, “Storia del Pensiero Fil. e Sc.”, op. cit. in bibl.