Ogni soluzione è "provvisoria"


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Solo raramente si poteva avere da Mataji una risposta precisa a un dato problema, così mi sono chiesto a che serviva annotare le sue parole. Mi sono rivolto allora a Mataji. (Solan, 12 settembre 1948)

Risposta di Mataji: 

"Hai compreso almeno che vi è uno stato in cui i problemi non si risolvono in un modo ben definito. Nel corso della tua vita, dopo attenta riflessione, sei giunto a una conclusione su molte questioni, non è così? Adesso devi capire che nessuna soluzione è definitiva; in altre parole, devi andare oltre il livello di certezza e incertezza. La soluzione di un problema che si ottiene con la mente dev’essere per forza di cose da un particolare punto di vista; di conseguenza ci sarà possibilità di contraddizione, poiché la tua soluzione rappresenta solo un aspetto. Allora, di fatto, cosa hai risolto? Troverai la soluzione completa e finale di ogni singola questione nel suo stesso modo di mostrarsi; e vedrai che c’è un posto in cui tutti i problemi (reali e possibili) hanno una sola soluzione universale, in cui non vi è alcuna possibilità di contraddizione. Allora non sorgerà più la questione tra soluzione e non soluzione: che uno dica ‘sì’ o ‘no’ – ogni cosa è QUELLO.

Anandamay Ma


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Tra due sponde. Seguendo un filone di "spiritualità laica", nel solco del bene comune...


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Seguendo un filone di "spiritualità laica", possiamo definire lo  Spirito come una sintesi fra coscienza ed intelligenza, non è un pensiero., anche se, in termini descrittivi  analitici, non possiamo fare a meno di utilizzare i pensieri nel tentativo (per altro futile) di evocarne la natura. Questo perché  il processo descrittivo  rende lo "spirito" un oggetto della mente. Anche chiamandolo  “spirito” resta un concetto, una immagine. 
E sappiamo che l'immagine mai può sostituire o realmente rappresentare e convenire quel che è la "sostanza".  Tutto ciò che è all’interno della coscienza è un oggetto della Coscienza. Forse è meglio precisare che il termine Coscienza, pur che rappresenta quanto voglio significare, venga qui sostituito da “Consapevolezza” poiché noi occidentali e soprattutto “cristiani” tendiamo a considerare la coscienza come una qualità morale. 
Si dice “fare l’analisi di coscienza” come se questa coscienza fosse un aspetto dell’anima. Lasciamo anche da parte la considerazione materialista per cui la coscienza è il risultato di processi cerebrali, che è una spiegazione “scientifica” assunta in quanto si ritiene che la nostra capacità di analisi (intelligenza) sia susseguente al processo chimico delle cellule che si comunicano dati. Tutto ciò è la conseguenza del nostro ritenerci il corpo quindi questa considerazione non ci consente di andare “oltre” per percepire lo spirito, in quanto substrato e matrice. Anche qui il termine "percepire" non è propriamente corretto, poiché chi è che percepisce e cosa viene percepito? 
E’ evidente che tutto si svolge all’interno della Coscienza, la coscienza osserva se stessa e comprende se stessa. Intelligenza e coscienza sono la stessa cosa e in verità sono la nostra vera natura.  In qualsiasi modo  consideriamo  noi stessi, una anima un corpo, una mente… non siamo quello poiché  l'Io non puoi essere un oggetto della conoscenza.  
L'Io  è la conoscenza stessa che  nel processo conoscitivo assume  la forma di soggetto oggetto e conoscenza. Fermiamoci comunque al “sentire” interno, quel sentire definito “io”  e che è in verità pura coscienza. Prima di pensare “io sono questo o quello” se ci si ferma al nudo Io..  ci si rende conto che  questa identità assoluta  è priva di qualsiasi attributo...  E’ semplice consapevolezza.
Qualsiasi opinione o descrizione di tale "entità", appartiene all’ego, inizialmente può essere accettata come base  di confronto sulle idee, ma se osserviamo con gli occhi dello “spirito”, che tutti ci accomuna, scopriamo che l’opinione è solo un attaccamento, un riflesso condizionato,  di cui potremmo anche liberarci se vogliamo avanzare in consapevolezza. L’opinione  è una proiezione mentale,  un meccanismo  proiettivo del proprio identificarsi in un set di pensieri e credenze. 
Dal punto di vista dello "spiritualità laica" non ha importanza sforzarsi per sancire la supremazia della propria opinione. Si esprime l’opinione come un gesto, come una naturale e spontanea affermazione della persona che noi “incarniamo”. Quella persona è un personaggio nella commedia della vita, è giusto che si esprima ma non è necessario che prevalga. Quando si comprende la complementarietà di ogni aspetto e forma dell’esistente ci si limita a svolgere la propria funzione, nel modo più accurato, senza sentirsi né responsabili né portatori di un messaggio superiore.  
Si porta avanti “l’opinione” come se fosse un lavoro da svolgere ma senza sentire che i risultati di tale lavoro ci appartengono. Insomma si compie un “dovere” con distacco…. Secondo i grandi saggi l’opinione è  un  automatismo della percezione individuale. Insomma l’opinione è sempre e comunque parziale ed incapace di riferire un’interezza. Ma se almeno fossimo in grado di interpretare ogni opinione come un tassello del pensiero universale, cercando di integrarla nell’insieme del conosciuto, forse così stiamo mettendo in pratica quel “sincretismo spirituale” auspicabile per il superamento delle ideologie e delle religioni precostituite.  Unica discriminante dovrebbe essere la qualità della sincerità e del distacco egoico in cui l’opinione viene espressa.
Ed in fondo perché attaccarsi o  farsi condizionare da qualsiasi opinione? Una volta capito che tutte le opinioni sono solo aspetti esteriori del nostro sentire, della nostra educazione, del nostro bagaglio genetico, etc. etc. Come si può ritenere che una qualsiasi opinione, pur ben espressa o motivata, possa influire sui nostri comportamenti o convincimenti, in antitesi con noi stessi? Se noi ci riconosciamo nell’opinione espressa da qualcun altro vuol dire semplicemente che quella cosa stava già dentro di noi, l’abbiamo riscoperta. Se invece non ci tocca.. lasciamola andare come l’abbiamo incontrata. 
Una piccola similitudine: quando  ero un adolescente, forse all’età di 13 anni, confessai al prete della mia parrocchia che non riuscivo ad accettare il fatto che esistessero inferno, paradiso, limbo.. che vengono considerati “eterni” contemporaneamente alla realtà eterna del dio stesso. Se dio è eterno ed infinito come possono coesistere più eternità separate e contrapposte? Il prete mi disse che dovevo credere a quanto affermavano le scritture perché quella è la parola di dio ed è un “mistero della fede”. Ovvio che non gli diedi retta e continuai a meditare e riflettere sulle cose secondo il mio criterio di ricerca e non basandomi sull’opinione del prete o sui dettami delle scritture. 
Infatti se un dogma religioso è solo “strumentale” allora non vale nemmeno la pena di considerarlo, esso non è nemmeno etichettabile come “opinione” (che già di per se stesso è un termine “riduttivo”) ma possiamo definirlo “imbroglio speculativo” teso alla  propagazione e giustificazione di un "credo". Ciò avviene quando si mente sapendo di mentire e quando si ragiona in termini di affermazione del proprio pensiero, come spesso avviene nelle "prediche" religiose (di qualsiasi religione)!
Ed anche  l'insegnamento morale ed etico  non ha senso  finché non si è centrati nello Spirito, ovvero in se stessi. Allorché si riconosce la "spiritualità" (ovvero Coscienza ed Intelligenza), come la propria natura, non c’è pericolo di compiere il male, poiché se stessi e il tutto che ci circonda e ci compenetra coincidono. Gli altri non sono realmente "altro" da noi, sono solo forme diverse della stessa sostanza,  e  quindi come potremmo nuocer loro? 
Nella Coscienza - Intelligenza ogni nostra azione è compiuta al fine del bene comune. Ciò avviene anche se all’osservatore esterno può apparire che ci sia una intenzionalità personale nell’azione del saggio laico. Ma tale  "pensiero" (positivo o negativo)  non influisce sull'onestà, sincerità e perseveranza nel praticare il bene comune, che è la caratteristica della “spiritualità  laica”, che   deve comprendere anche il lasciare agli altri la libertà di pensare a modo loro. Infatti   non possiamo usare la laicità per continuamente controbattere su punti che a noi sembrano ledere tale principio… Insomma dovremmo essere laici persino nei confronti della laicità. 
Ed in sintonia con questo predicato ognuno di noi dovrebbe occuparsi della propria  auto-conoscenza e lasciare agli altri esseri (umani o non umani) di fare la parte che ad ognuno compete! Tutti tendiamo alla perfezione,  seguendo le nostre  propensioni e tendenze innate, in un apparentemente lunghissimo  iter, che non ha inizio né fine. Nell'osservazione empirica questo processo si manifesta come singoli fotogrammi che noi dichiariamo separati, perché osservati nel contesto dello spazio tempo e con il senso di alterità e consequenzialità. Ma il film è lo stesso, contemporaneo, e ci siamo tutti dentro…  
Come dicono alcuni filosofi possiamo chiamarlo sogno o gioco (lila) che si svolge tutto nella Coscienza. Il sognatore diventa tutti i personaggi e gli eventi del sogno. Avviene così, senza scopo e nella gioia. Allo stesso tempo questo sogno è irreale perché è solo un processo nel divenire. Diventa però reale appena siamo “consapevoli” che noi siamo "quello" in ogni suo aspetto immanente e che siamo anche aldilà di "quello" in quanto pura Consapevolezza trascendente.

Paolo D'Arpini 
bene comune

Sion: "Muoia Sansone con tutti i filistei..." - La legge del karma non perdona...


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Con i tempi che corrono, pieni di disastri, cattiverie, guerre, oppressioni, miserie... molta gente continua a chiedersi "...ci sarà mai giustizia in questo mondo? Perché i malvagi imperano ed i buoni sono sempre vittime?" e simili dubbi. 

Il fatto è che anche i cosiddetti buoni molto spesso sono oppressori, magari non di altri uomini ma nei confronti della natura, degli animali, di se stessi. Questi atteggiamenti poi richiedono una compensazione karmica. Questo almeno è il dettame della legge di Causa ed Effetto. La cosa va avanti con slanci pendolari fra alti e bassi, fra bene e male, finché il movimento non si affievolisce e si trova una moderazione, una via di mezzo, come la chiamano i buddisti. 

Son convinto che in questo momento storico, visto anche l'enorme aumento della popolazione umana, si sono reincarnati sul pianeta milioni e milioni di animali. Si vede anche dal basso livello di coscienza che contraddistingue la nostra epoca. E si vede soprattutto dalle sperequazioni sociali e dalla violenza interspecista e fra i sessi. Molti perseguitati del passato sono diventati persecutori. Molte azioni cercano una compensazione. In tal modo il male, ovvero la febbre del desiderio di vendetta, prevale sul perdono e sull'amore per il prossimo e per la vita. La vita stessa sembra una punizione. Insomma il destino ci impartisce una lezione spirituale ed etica e finché non l'abbiamo appresa siamo costretti a ripetere la prova... 

Spesso, durante la mia permanenza in India, diverse persone ponevano domande ai vari maestri presso i quali andavo a soggiornare in merito al destino dei popoli, alla crudeltà di Hitler, alla persecuzione millenaria degli ebrei, alla distruzione delle civiltà meso-americane, alle guerre civili e simili argomenti apocalittici. La riposta dei saggi era sempre più o meno la stessa: "Come esiste un destino individuale esiste anche un destino per le nazioni e per i popoli". 

Insomma par di capire che la summa di atti e coinvolgimenti che videro diverse anime convergere in un particolare momento storico non è altro che un riaggiustamento karmico. Questo non significa che coloro che furono perseguitati come ebrei, ad esempio, sono nati sempre in quella religione o razza, anzi parrebbe essere proprio il contrario, e cioè che l'entrata in un particolare karma collettivo sia necessario per un riequilibrio degli opposti. Ad esempio se diversi individui furono perseguitati durante la strage degli Ugonotti pareggiano il conto perseguitando a loro volta, in un'altra condizione gli zaristi durante la rivoluzione bolscevica. Oppure se le anime dei Maya cercano rivalsa si incarnano in Spagna e scatenano la guerra civile.  Quindi perseguitati e persecutori si scambiano le parti a seconda delle circostanze sino al compimento finale ed alla comprensione che son la stessa identica cosa, sono lo stesso sognatore che prende varie forme. 

Lasciando da parte questa analisi generale voglio solo soffermarmi un attimo sulla tendenza karmica che contraddistingue il popolo ebraico. 

La chiave della comprensione del destino di questo popolo sta nel senso del dominio, della trasgressione e della punizione. "Occhio per occhio, dente per dente". E quando ci si trova alle strette si preferisce la morte onorevole, come avvenne ai rivoluzionari di Masada che preferirono il suicidio collettivo piuttosto che cadere in mano ai Romani. Ma l'esempio più significativo di questa filosofia di vita sionista è il famoso detto: "Muoia Sansone con tutti i Filistei" . Che siano tutti morti è meglio che qualcuno salvato, soprattutto se quel qualcuno è un "altro". 

Questo mi fa pensare a cosa succederà delle testate nucleari conservate da Israele. Finché si tratta di spedire queste bombe verso la lontana Persia non ci sono problemi ma se si tratta di usarle contro i nemici vicini, come la Siria, i rischi di ricadute per i cittadini israeliani sono maggiori. Ma se dovessero infine essere usate contro la Palestina chi si salverebbe? Il muoia Sansone con tutti i Filistei è ancora un mito ricorrente.

Paolo D'Arpini 

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Chiromanzia... e le arti del destino


Un certo Adolphe Desbarrolles vissuto ormai due secoli fa parlava di un fluido astrale che le terminazioni nervose captano dall'ambiente terrestre e non, visto che le mani (ma anche i piedi) sono le parti del corpo dove si trovano più terminazioni nervose, gli sembrò logico pensare che questo fluido astrale, che per millenni è scorso attraverso queste terminazioni nervose andasse a formare quelle linee che conosciamo come della vita, testa, cuore, epatica, del destino ecc. Si dice appunto che il destino è nelle mani dell'uomo, non solo per indicare la facoltà di creare il proprio cammino, ma anche più velatamente per suggerire cosa è scritto nelle nostre mani.... 

Tra i tanti libri che ho letto su quest'argomento non erano molti quelli che insegnavano a considerare prima la forma delle mani, delle dita, le proporzioni, il dorso della mano, i monti, i piani ed i fiumi, che sono le cosiddette linee, oltre ad una ricchissima simbologia di segni e di posizioni che indicano progressi o penitenze. Quindi questo fluido astrale altro non è che comunicazione col tutto percepita dalle nostre terminazioni nervose e attraverso l'intuizione , elaborate dal nostro cervello e ritrasmesse cioè trasformate in azioni, parole o anche solo pensieri.... e siccome nel fluido astrale sono già presenti i semi di ciò che faremo o che saremo da questo diventa possibile in base alle caratteristiche delle mani, predire ciò che accadrà ed anche ciò che si sente di essere. Sarà mai che i piedi, che contengono anch'essi molte terminazioni nervose, non possano indicare il "cammino " dell'essere umano.... ? Con essi percorriamo le vie del mondo create da ciò che abbiamo nelle mani quindi deduciamo che i piedi ci parlano più di cose concrete, di ciò che riguarda il corpo... le espressioni tipo cammino in salita o cammino lieto indicano che attraverso i piedi percepiamo sensazioni.... Non si discostano molto dalla realtà proprio perché sono le nostre radici terrene e ci tengono ancorati alla materia. 

E per concludere volevo sottolineare il fatto che mani e piedi sono estremità del corpo e allora tutto ciò che sta tra loro non potrà essere interpretato? La testa è come le mani un'estremità ed infatti ha un'arte tutta sua per essere interpretata, quest'arte è chiamata fisiognomica la quale deduce i caratteri psicologici delle persone, nel viso come nelle altre estremità vi sono dei punti direttamente collegati con certi organi e non è raro, che il colorito del viso ci parli della salute, come un'espressione preoccupata si nota dalla fronte corrugata o le mascelle molto sviluppate possano indicare l'attitudine a mangiare molto ed al possesso.... 

Da tutto quanto detto si capisce che il corpo è una mappa con delle rotte precise che indicano la direzione del conducente, e le arti che servono a dedurla sono mezzi dei quali l'uomo può servirsi per procedere nel suo percorso. Quanto ho esposto è solo un accenno a ciò che queste arti contengono, le chiamo arti e non scienze per non urtare la sensibilità di qualcuno. Spero di aver reso un buon servizio a chi è interessato.

Giuseppe Finamore

Swami Muktananda: “Shaktipat, il risveglio della coscienza...”

Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l’ha ricevuta?
Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la necessaria qualificazione. Dopo tutto cos’è Shaktipat? Per molta gente questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.
Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente, spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo Shaktipat.
Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.
Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono al tuo interno. Osservandoti puoi capire da te che sei stata benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti possono essere fisici o mentali, esterni od interni.
Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo…
Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l’energia (Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue spontaneamente.
Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso, l’inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo (stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva dentro di sé.
Swami Muktananda – Satsang with Baba – 30 giugno 1972
(Traduzione di Paolo D’Arpini)

………………
Commento di Caterina: “… Hai fatto una buona cosa, per me e per gli altri e te ne sono grata. Potresti continuare per esempio con cadenza settimanale o mensile, a pubblicare gli scritti del tuo Guru, pur che sono dialoghi su cose specifiche, pratiche come hai detto tu…”
Mia rispostina: “Sono cose pratiche sicuramente… Ad esempio per gente come me che non sapeva nulla di risveglio della Coscienza. A volte credevo di impazzire o che che ci fosse lsd nel cibo, per il tipo di esperienze che avevo giornalmente.. Era importante sapere cosa stava succedendo dentro di me….”
Replica di Caterina: “Bellissimo avere un risveglio della coscienza senza sapere nulla del risveglio della coscienza! Se fosse sempre così! Ora con tutto questo parlarne (a volte leggo con un misto di divertimento, curiosità e scetticismo su FB botta e risposta su risveglio, risvegliati e autocompiacimento del proprio stato di “consapevolezza avanzata”), secondo me e per me faccio fatica a togliermi dalla mente il condizionamento alla ricerca, all’esame del percorso, mentre il percorso si dovrebbe srotolare come una matassa ben arrotolata e non come una matassa ingarbugliata, e poi c’è chi alza la propria bandiera e dice: “questo percorso è meglio di questo, è più serio, è più profondo, ecc. ecc.” L’attenzione, l’auto-osservazione rischiano di essere sviate, condizionate da questa pletora di situazioni, parole…”
…………………..
Commento di Nazzarena Marchegiani: “Complimenti Paolo! bell’articolo, belle riflessioni, ma, soprattutto bella conquista… la ‘Grazia’… un istante di consapevolezza del ’senso’ di…Tutto. Ma mantenere lo ’stato di Grazia’ è possibile?”
Risposta: ‎”La divina energia (Shakti) una volta risvegliata lavora incessantemente e permanentemente nel discepolo. Questa è l’Energia che sempre cresce, che sempre più manifesta la sua gloria. Energia divina è solo un altro nome per Volontà divina. Così meravigliosa è questa Energia che è perfetta in ogni sua parte come nella sua interezza. Una volta che la Coscienza è stata risvegliata gli effetti della Grazia si manifestano sino al compimento finale della totale liberazione.” (Swami Muktananda in risposta alla domanda: l’effetto di Shaktipat è temporaneo o permanente?)

"Nessuno nasce, nessuno muore" di Ramesh Balsekar - Recensione




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Sto leggendo un libro scritto da un discepolo di Nisargadatta Maharaj, Ramesh Balkesar. Si intitola : "Nessuno nasce, nessuno muore". E' composto da brevi capitoli in cui sono riferite situazioni e dialoghi tra Nisargadatta e i devoti che lo andavano a visitare. Trovo alcuni (quasi tutti) questi capitoli delle vere perle da assaporare e riassaporare con la mente il più possibile sgombra, cosa non facile. 

Ad esempio, riporto una parte di un discorso fatto da un ragazzo cieco, in risposta ad una domanda di N. che gli aveva chiesto cosa avesse capito del discorso che lui aveva appena fatto.

"....1. Mi hai chiesto di ricordare ciò che ero prima che avessi questa conoscenza "Io sono" insieme con il corpo, cioè, prima che fossi "nato"; 

2. Mi hai detto che questo corpo dotato di coscienza era venuto a me senza la mia conoscenza o la mia partecipazione, perciò "io" non ero mai "nato"; 3. Questo corpo dotato di coscienza che è "nato" è limitato nel tempo e quando scomparirà, alla fine del periodo designato, io ritornerò al mio stato originale che è sempre presente, ma non in manifestazione; 
4. Perciò io non sono la coscienza e certamente non il costrutto fisico in cui dimora questa coscienza; 
5.  Per finire, comprendo che c'è soltanto "Io"- né "me", né "mio", né "tu"- soltanto quello che è . Non c'è schiavitù al di fuori del concetto di un "me" e un "mio" separato in questa totalità di manifestazione e di funzionamento."

Caterina Regazzi

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Buddismo - Disincagliarsi dalla rete dell'illusione


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Affrontare un discorso sul  Buddismo  non è come raccontare una storia basata su avvenimenti miracoli e ingiunzioni morali, in realtà il Buddismo  è una teoria disgregativa di ogni forma pensiero strutturata e finalizzata all'ottenimento di uno scopo spirituale o religioso che sia. Buddha nasce per scardinare il materialismo spirituale che  ai suoi tempi aveva raggiunto in India  picchi eguagliati in occidente solo diverse centinaia di anni dopo, con l'avvento del cattolicesimo.  Perciò è veramente arduo descrivere lo svolgimento di un pensiero che  si prefigge di andare oltre ogni pensiero, dire quello che è o quello che non è  il buddismo è perciò in ogni caso fuorviante...

Ma cominciamo da alcuni dati storici. Buddha è nato circa 2500 anni fa nel nord dell'India, figlio di un piccolo regnante, egli ad un certo momento lasciò il lusso della reggia per cercare di alleviare la sua  e dei suoi consimili   "sofferenza del vivere".  


Il buddismo fondamentalmente è una prassi di vita che si prefigge di ridurre la sofferenza dovuta  all'attaccamento emotivo e intellettuale. Secondo l'idea buddista la realtà ultima non si può descrivere e un dio non è la realtà ultima.  Tutti hanno dentro di sé la facoltà di raggiungere il risveglio. Si tratta quindi di diventare quello che già si è: "Guarda dentro di te: tu sei un Buddha."

Ci sono stati molti Buddha e molti ce ne saranno ancora. Il buddismo non riconosce alcuna autorità per accertare il vero, tranne l'intuizione del singolo. Allo stesso tempo ognuno deve subire le conseguenze dei propri atti e trarne ammaestramento, mentre aiuta i propri simili a raggiungere la stessa liberazione.

I saggi buddisti  fungono da esempio ma in nessun modo sono intermediari tra la realtà ultima e l'individuo.  E' praticata la massima tolleranza verso ogni religione e filosofia, perché nessuno ha il diritto di intromettersi nel viaggio del suo prossimo verso la meta.

Il buddismo è  una scienza spirituale e un'arte di vivere, ragionevole e pratica e onnicomprensiva.  Esso esercita un fascino per l'occidente perché non ha dogmi, soddisfa al tempo stesso la ragione e il cuore, insiste sulla necessità di fare affidamento su se stessi e d'essere tolleranti verso le altrui opinioni, abbraccia scienza, filosofia, psicologia, etica e arte.  La tradizione buddista comprende varie nozioni che non hanno analogo nell’eredità filosofica dell’Occidente. La fisica moderna (quantica) è forse il luogo dove questo incontro è più visibile, filosofi della scienza e fisici hanno trovato gli scambi concettuali ed epistemologici con il buddismo potenzialmente preziosi, questa linea di mutua esplorazione  può offrire alla scienza moderna motivi di crescita.

Il buddismo non è una religione in senso stretto, in quanto priva dell'idea di un dio-persona e quindi di una teologia.
Il buddismo si fonda sulla convinzione che la sofferenza e il mal-di-esistere derivano  dall'attaccamento alla vita e dall'illusione individuale e collettiva. Desiderio e sofferenza sono intrinsecamente connessi e il buddismo tende all'estinzione dell'individualità, allo smascheramento della natura illusoria.

"Spezzato il circolo vizioso, conquistata la libertà dal desiderio, la fiumana, prosciugata, non fluisce più; la ruota, infranta, più non rivolve. Questa, solo questa, è la fine del dolore."  (Buddha Sakyamuni, in Udana, VII, 2)
Questa è davvero la massima più ostica per gli occidentali. Però, se ci si pensa bene, quanta verità  racchiude e sempre più evidente.

Un continuo trapassare da un oggetto all’altro, anzi ormai da un sostituto spettrale a uno successivo, senza tregua, “individui” soggetti all’oggetto come a una chimera, consumati e annullati nel mulinello delirante. Il “pieno appagamento” non può esistere, perché niente e nessuno lo può pagare-comprare. E, d’altra parte, è inconcepibile dentro la macchina-vortice, che gira e vive solo in base all’insoddisfazione sempre rinnovata, inesausta. 

Secondo la tradizione il Budda  prima di morire si rivolse ai suoi fedeli dicendo: "Ricordate o fratelli queste mie parole: tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi! Attuate quindi con diligenza la vostra propria salvezza!"

I monaci che intendono praticare questa disciplina, per raggiungere la salvezza, devono attenersi alle seguenti norme morali: la retta parola, la retta azione, il retto comportamento. Queste azioni possono essere estese anche ai laici che intendono porre, a motivi fondamentali della loro vita, la tolleranza e l’amore. Ma dopo aver appreso le tre verità con costanza e devozione, la quarta verità indica al discepolo la via da seguire per  raggiungere la salvezza, il Nirvana, anche attraverso le indicazioni contenute nel "Nobile ottuplice sentiero" (vedi in calce).

"Chi si aggrappa alla mente non vede la verità che sta oltre la mente. Chi si sforza di praticare il Dharma non trova la verità che è aldilà della pratica. Per conoscere ciò che è aldilà sia della mente che della pratica bisogna tagliare di netto la radice della mente e, nudi, guardare; bisogna abbandonare ogni distinzione e restare tranquilli." (Tilopa)


Paolo D'Arpini





Nota in calce:

"Nobile Ottuplice Sentiero"

I Retta visione
II Retta intenzione
III Retta parola
IV Retta azione
V Retta sussistenza
VI Retto sforzo
VII Retta presenza mentale
VIII Retta concentrazione

Ramana Maharshi. Vita e Insegnamenti - Recensione

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La prima biografia di uno dei più grandi saggi dell’India contemporanea, un’opera di riferimento scritta mentre il Maharshi era in vita da Sri Narasimha Swami, uno dei primi e più vicini discepoli del Saggio di Arunachala, che si unì a lui negli anni Venti, nel periodo di Skandashram.

All’epoca Ramana Maharshi viveva in una grotta e aveva vicino a sé non più di quattro o cinque discepoli permanenti. I fatti salienti della sua vita, i dialoghi e i monologhi (quando evoca alcuni eventi) provengono dalla bocca stessa del Maharshi, fedelmente riportati da Narasimha Swami. Prima di essere pubblicata, questa biografia fu preliminarmente letta e corretta dal Maharshi stesso.

Narasimha Swami convinse il Saggio a evocare con molti dettagli la sua infanzia, l’esperienza di morte a Madura, la partenza dalla dimora di famiglia, gli anni di ascesi nel tempio di Tiruvannamalai e altrove, poi nelle grotte della montagna sacra di Arunachala, i rapporti con alcuni sadhu malevoli, gli incontri…

Vi si troveranno anche dei satsang inediti con i primissimi discepoli occidentali – il maggiore Humphreys e Paul Brunton – oltre che con i suoi fratelli spirituali indiani. Una narrazione particolarmente vivida che illustra anche con grande realismo l’India rurale, tradizionale e religiosa del XX secolo.


Fiori Gialli - info@fiorigialli.it

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(Fonte: Il Libraio delle Stelle)

8 agosto – Ricorrenza del Mahasamadi di Bagawan Nityananda



Tempio – tomba di  Bagawan Nityananda in Ganeshpuri

L’8 agosto 1961  mio “nonno” spirituale, Bagawan Nityananda, Guru del mio Guru Muktananda, lasciò il corpo (mahasamadi).  Qui di seguito riporto una mia esperienza vissuta tanti anni fa  fa visitando il Tempio di Ganeshpuri in cui le spoglie di Nityananda sono conservate.
Nel 1973 mi ritrovai per la prima volta in vita mia a dovermi confrontare con me stesso, aldilà del giudizio altrui ed essendo pulitamente in sintonia con la mia natura. Avvenne allorché incontrai il mio Guru Muktananda a Ganeshpuri. Con il contatto diretto con la sua limpidezza, spontaneamente, si risvegliò dentro di me la discriminazione e fui perciò “obbligato”, tramite una spinta interiore alla chiara visione, a rivedere tutti i parametri di spiritualità e religione che sino ad allora erano stati accumulati nella mia mente. Un giorno sentii che una prova grande mi attendeva, riguardava la comprensione della verità interiore.
Così osservandomi mi ritrovai a camminare lungo la strada asfaltata che univa l’ashram di Muktananda al tempio/tomba di Nityananda, il famoso Guru del mio maestro. Durante il percorso sentivo di dover tenere una via mediana, non considerando gli estremi ma il mezzo della vita. Con questi pensieri giunsi al tempio, molti di voi sapranno che in India si entra nei luoghi sacri senza scarpe, ed infatti presso ogni tempio c’è un custode che riceve le calzature dei viandanti e le custodisce per la durata della visita, ma dentro di me pensai “che differenza c’è fra il dentro ed il fuori del tempio? Anche le mie scarpe sono sacre visto che mi hanno portato sin qui”.
E seguendo la spinta interiore invece di depositare le mie ciabatte all’esterno le presi in mano e mi avvicinai devotamente all’altare di Nityananda, dove il prete di servizio riceveva le offerte rituali, ed a lui offrii le mie vecchie scarpe. Ovviamente il prete restò allibito ma forse comprese che qualcosa stava accadendo in me ed infine accettò che io depositassi lì nel sancta sanctorum le mie sporche e sgangherate espadrillas.
Dopo essermi inchinato e soffermato per qualche tempo in meditazione ripresi la via del ritorno, a piedi nudi…. Ed ancora prove solenni mi aspettavano… chi conosce il caldo dell’India saprà che l’asfalto in estate diventa molle dal calore, i miei piedi erano bruciacchiati ma la voce interiore mi diceva che dovevo restare nella via di mezzo, perciò non potevo spostarmi ai bordi della strada ma camminare al centro.
Il momento difficile fu quando sopraggiunse una corriera carica di pellegrini che vedendomi in mezzo alla strada (appena sufficiente a contenere la corriera stessa per quanto era stretta) prese a strombazzare rumorosamente per avvertirmi e farmi spostare… Macché, la voce discriminante che mi stava mettendo alla prova era più forte di ogni ragionamento, restai caparbiamente in mezzo alla strada… il conducente si fermò a pochi metri da me e mi invitò in tutti i modi, circondato da alcuni passeggeri, affinché mi togliessi di mezzo, ma non mi spostai di un centimetro restando in assoluto silenzio… Alla fine il conducente risalì sull’autobus e con grande fatica riuscì allargandosi lateralmente a scansarmi e procedere nel percorso.
Allora anch’io mi mossi e proseguii, sempre al centro della strada, con l’asfalto sempre più bollente. Ecco che di lì a poco un’altra corriera sopraggiunse a gran velocità, stavolta capii che l’autista non aveva alcuna intenzione di fermarsi, infatti l’autobus giunse quasi a toccarmi e si arrestò di botto con un sussulto dell’ultimo momento… L’autista ed alcuni passeggeri uscirono infuriati e presero ad insultarmi con foga, ma siccome non mi muovevo e guardavo mesto per terra con i piedi in fiamme, alla fine incerimoniosamente mi spinsero fuori dalla carreggiata e quasi caddi nella mota che stava sui bordi….
Oh che piacere quella terra… non mi sentivo per nulla offeso… finalmente la mia via di mezzo aveva trovato una piacevolezza, stavo con i piedi per terra e non sull’asfalto infuocato….. Mentre i pellegrini infuriati mi abbandonavano al mio destino di folle dello spirito, mi ritrovai tutto contento a capire che la via di mezzo significa accettare sia la gloria che l’infamia, sia il successo che l’insuccesso, sia il riconoscimento che l’offesa. Pian piano con la mente serena me ne tornai all’ashram di Muktananda, stranamente sollevato e felice, i miei piedi rinfrescati dal fango e la mia mente rischiarata. Ad attendermi un compagno ashramita che per la prima volta da quando stavo lì mi sorrise fraternamente e mi offrì un infuso caldo di erbe, com’era buono!
Paolo D’Arpini

Bagawan Nityananda a Ganeshpuri

Pseudopodi psichici e processi vitali


Nel libro Riciclaggio della Memoria*, ho raccontato di come nella nostra società, nell’anima della specie chiamata anche “aura psichica”, si manifestino diverse forze cinetiche che spingono l’intelligenza  in un continuo altalenante processo elaborativo. La psiche collettiva ha varie sfaccettature ognuna delle quali rappresenta un modo di pensare in ognuno dei campi d’interesse umano: economia, tecnica, arte, scienza, religione e spiritualità. Come avviene ad esempio nell’ameba, animale unicellulare, c’è un corpo massa che è perlopiù statico, rappresentato dalla grandissima parte degli umani che vivono in un tran-tran consuetudinario, nei credo, da questa massa vengono emessi pseudopodi mentali che spostano l’intelligenza in un processo vitale.
I processi vitali  vengono sollecitati attraverso il movimento di due tendenze  di cui una attaccata ai modelli  dell’ego, dell’interesse privato, della tradizione basata sul settarismo ed un’altra  protesa verso la sinergia, il superamento delle divisioni ideologiche, verso l’accrescimento di coscienza, verso l’integrazione con il tutto e la liberazione dagli schemi. In un certo senso il legante che mantiene il corpo massa unificato deve necessariamente essere un misto  di bene e di male, di verità e di finzione, di illusione e di conoscenza.
Questi due pseudopodi psichici si  attivano  attraverso l’azione di  una minima parte di umanità, mentre nel corpo massa si stabilisce la stragrande maggioranza degli uomini. 
Per una legge di equilibrio dinamico universale se, ad esempio, nella psiche collettiva  lo pseudopodo regressivo è  animato da un numero ristretto di persone che governano politicamente ed economicamente il mondo con l’attuale sistema di sfruttamento e dominio, anche nello pseudopodo evolutivo il numero di persone che emanano amore  e solidarietà mutualistica  è limitato. Mentre nel corpo massa imperano i grandi numeri, le grandi religioni, le classi popolari,  le folle tifose di questo o quello ed i seguaci di varie mode o culture…
Alla luce di questa consapevolezza non mi meraviglia che se, nella parte regressiva, i veri detentori dei poteri sociali, economici e religiosi nel mondo sono -ad esempio- una trentina di persone (operatori occulti, coscienze ipocrite e votate all’illusione), altrettanto pochi saranno nella parte evolutiva (santi e coscienze libere dai vincoli dell’illusione).
Di tanto in tanto c’è un apparente  prevalere di un “indirizzo” sull’altro ma infine, com’è postulato nel Taoismo, si torna sempre ad una stabilità, tra alti e bassi,  nel corso del tempo…
Paolo D’Arpini

Zodiaco cinese ed etologia - Un percorso di auto-conoscenza

"Buongiorno caro Paolo, è da un po di tempo che ho scritto una risposta ad una tua email che mi ha "ferito" in modo inconsapevole da parte tua. Già ti ho perdonato perché non c'era niente da perdonare, solo un po di permalosità da parte mia, tipica femminile sensibilità. Avrei relazionato molto di più sui libri che sto leggendo, merito tuo, ma alcuni accadimenti recenti e grande stanchezza hanno invaso la mia anima e le mie capacità scrittorie... Ecco di seguito  ciò che ho scritto come dimostrazione di affetto oltre che di stima infinita..." (P.T.)

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Tu mi dicesti in una email:  "...beh,  cara Paola, dal punto di vista dei dati  non mi sembra ci siano errori, la valutazione è tua e non voglio intromettermi sempre e ad ogni costo. Buon lavoro,  Paolo D'Arpini)

Caro Paolo, questa email mi ha fatto riflettere, come tutte le altre da te mandate naturalmente, ma questa un po’ mi ha colpita e non so perché mi sono risentita parecchio. “Ma come? Prima mi inviti ad apprendere un oroscopo e un mondo nuovo di pensieri e relazioni, poi mi scarichi così ???”

E quando mai ti ho fatto così non va ……o.. approfondisci questo o quello ,perché sono ancora una” studentessa ”e lo sarò ancora per altri tempi…studentessa delle vie della vita , dell’esoterico e degli archetipi, dell’amore incondizionato e del libero pensiero. Mi sento una spugna che sta letteralmente assorbendo dentro di sé informazioni e che sta cercando un ordine e un senso a tutto ciò che apprende (ricorda che io sono GALLO DI FUOCO). Tu mi parli con orgoglio del tuo disordine, negli appunti , nelle carte, e che da esso trovi le risposte attraverso l’intuito. Io ancora questa capacità non ce l’ho, oppure qualche volta sì, mi lascio andare e oplà, la visione c’è !!! 

Ma sto ancora imparando quello che tu hai appreso e interiorizzato in una vita, mi sto impegnando veramente, ma la mia mente ha ancora bisogno di sistemare tutti i pezzi come in un puzzle…….poi potrò scaraventare tutto nell’aria delle intuizioni. Ho riletto la tua l’email in questione dopo qualche giorno e non mi sembrava poi così terribile, forse ho esagerato e forse tu hai da fare ad organizzare cose impegnative. Fatto stà che ti devo ringraziare per un mondo che mi si è spalancato davanti, che avevo lì davanti agli occhi, ma velato e relegato in un cantuccio. Ora stò rivivendo ricordi , immagini vivide di quando ero bambina: la mia giornata si apriva la mattina nel verde dei prati e dell’argine del fiume dove papà andava a pescare; nell’aia le galline e il gallo e i conigli nelle gabbie dietro casa; il gatto rosso golosone di pesci e l’agnellino Vispo allevato da mia mamma con il biberon perché non morisse; i cani da caccia da penna e da lepre e…… amici di giochi con me ed i miei fratelli. Non pensavo che la lettura di un libro di etologia potesse piacermi tanto e tanto farmi capire come gli animali sono protagonisti nella mia vita: da bambina e ancora oggi. 

E tanto anche mi vergogno della mia ignoranza sulla vita degli animali e sulle loro esigenze e peculiarità. la loro è un’ intima appartenenza al genere “umano” per la…condivisione di eventi , guerre ,massacri ,abitudini, usi e costumi ,feste,….vita accanto all’uomo, accanto a noi, accanto a me, in parallelo e non sotto!!!!In parallelo e non in un angolo. Il libro in questione e preso in biblioteca insieme ad altri da te consigliati si intitola “La mente animale” di Enrico Alleva. E’ scritto in maniera semplice e linguaggio simpatico, scorrevole ,abbordabile e invoglia la lettura. L’etologo di origini romane attraverso storie racconta episodi sugli animali rivelandone le peculiarità, le abitudini, il modo di interazione con i propri simili e con gli umani. Ho appreso di come si possa essere noi stessi addomesticati dalle esigenze alimentari di una pavona femmina, dai colori mimetici grigio-marrone apparsa in un giardino romano e di come possa nascere una intesa affettiva con una persona, in questo caso la proprietaria del giardino di nome Titti. Gli etologi chiamano questa capacità che alcune specie animali hanno di comprendere lo stato d’animo umano ”Reciprocal mindreaming” . 

Ho appreso che essere poi belli e maschi non è quel gran vantaggio o privilegio che si pensa perché con il piumaggio colorato e appariscente (vedi gallo, pavone, fagiano) o con le grandi e ingombranti corna( dell’alce , del cervo, di renne o stambecchi) non si attirano solo le femmine, ma anche predatori e… aimé….. cacciatori. Si diventa bersagli visibili e il desiderio di riprodursi può portare alla morte e per questo si deve migliorare la scaltrezza e la rapidità nei movimenti . Questa è la teoria nota come “principio dell’handicap”: più sei adornato e appariscente più la sopravvivenza è difficile. Questa teoria riguarda gli animali maschi. Può forse riguardare anche il genere umano ?? 

Ho appreso che il mondo dei roditori è vasto ,praticamente ovunque, e che esiste differenza tra topo topolino topoletto di campagna , e ratto nero( di origine europea) e ratto norvegico o delle fogne; tutti convivono con le nostre immondizie, ma solo l’ultimo occupa copioso le nostre fogne .Ringrazio enormemente questo animale, mai gradito nelle abitazioni, per il contributo dato alla ricerca scientifica come ratti da laboratorio. Ne esistono razze geneticamente modificate proprio per servire gli esseri umani nei vari ambiti di ricerca medica e scientifica….E che dire delle nostre galline, considerate stupide dall’immaginario popolare, ma che operano una scelta diretta del partner con cui accoppiarsi e che se l’eiaculato di un maschio si mescolasse con quello di un altro pretendente che è riuscito a copulare(magari con metodi coercitivi)sanno scegliere quello migliore, rimuovendo attivamente lo sperma “abusivo”.  

La certezza della paternita’ è data dunque dalla scelta della femmina ! Alla famiglia dei GALLUS-GALLUS appartengo anche io come archetipo dominante nel mio oroscopo cinese. Devo ammettere che all’inizio mi sarebbe piaciuto di piu’ essere rappresentata dal CANE, simpatico, fedele, giocherellone , amico dell’uomo fin dai tempi antichi, socievole e abile allo stesso tempo; o dalla magnifica TIGRE, protettrice indefessa della sua prole e privacy, ma il GALLO mi rappresenta meglio e mi sta bene come un vestito nuovo!!! Un vestito che ho imparato da poco a conoscere e ad esprimere nelle sue potenzialità e istintive peculiarità…..alla fin fine mi sto conoscendo ed evolvendo attraverso studi , letture e considerazioni che non avrei mai approcciato se non invogliata da PAOLO e supportata.  GRAZIE

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PAOLA TURRINI

GALLO GRATO E UN PO PERMALOSO MA PUNTIGLIOSO E ONESTO

"So di non sapere...!" - La "non-affermazione" della spiritualità laica


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Una chiarificazione sulla terminologia relativa alla “Divinità”,   chiamarla Dea, Energia vitale, Assoluto, Coscienza o Dio... non modifica la sua natura. I nomi rientrano nella scelta basata sulle “credenze” ma la “sostanza”  è la stessa. Infatti nel Nondualismo, massima espressione della spiritualità laica, si dice che il Sé (l'Assoluto Nonduale che tutto compenetra) è aldilà di nome e forma. 

Solitamente quando scrivo in termini di spiritualità laica mi esprimo liberamente e mantengo una posizione chiara. Sono più sincretico invece svolgendo la funzione di redattore pluralista, come avviene per Il Giornaletto Di Saul (http://saul-arpino.blogspot.com/), ad esempio, in cui vengono trattati  temi diversi: ecologia, vegetarismo, politica, economia alternativa, ricerca scientifica, religioni, socialità umana.... etc. etc. in tutte le varie sfaccettature. Allo stesso tempo non faccio confusione tra le mie idee personali e quelle collettive, nemmeno cercando di avvalorare le une rispetto alle altre (a parte i miei commentini che fungono da intercalare). 

Nel Giornaletto di Saul lascio spazio a varie posizioni, che siano comunque rappresentative di un percorso umano "non involutivo", e c'è spazio  per  chiunque voglia esprimere le proprie  idee in forma organica e compiuta. Lasciando poi ai lettori la possibilità di essere o meno d'accordo con il  pensiero espresso.  Qualsiasi pensiero, anche il più elaborato,  non è mai  l'unico pensiero giusto e vero.  Altrimenti sarebbe come ritenersi profeta di un nuovo "credo" al quale gli altri debbano sottomettersi per la sua presunta superiorità ideologica.

Affermava Nisargadatta Maharaj:  "Earlier I was sure of so many things, now I am sure of nothing. ... My not knowing is in itself knowledge of the fact that all knowledge is ignorance, that ‘I do not know’ is the only true statement the mind can make." 

E lo disse anche  un filosofo della nostra cultura laica occidentale, Socrate: "So di non sapere..."

Paolo D'Arpini



Storia antica d'israele e l'invenzione della "bibbia"

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Mario Liverani, che insegna Storia del Vicino Oriente Antico all’università La Sapienza di Roma, è autore del volume Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, sostiene che non possono essere considerati storici i racconti più celebri del Vecchio Testamento, come le vicende di Abramo e dei Patriarchi, la schiavitù in Egitto, l’Esodo e la peregrinazione nel deserto, la conquista della terra promessa, la magnificenza del regno di Salomone.

“Gli ebrei, come del resto tanti altri popoli, si sono dati un mito delle origini nel momento in cui ne avevano più bisogno”, dice Liverani. “Oggi, con evidente anacronismo, ma con qualche ragione, si potrebbero accostare quelle pagine del Vecchio Testamento a un documento di propaganda politica”. Occorreva dare un passato nobile ad un popolo che rischiava di perdere la propria identità.

L’esilio imposto agli Ebrei dai Babilonesi nel 587 a.C. rafforzò la loro fede in unico dio. La scrittura e la rielaborazione dei testi biblici principali è durata più o meno un secolo, all’incirca dal 622 al 516 avanti Cristo: un secolo segnato da un evento che avrebbe potuto cancellare l’identità del popolo ebraico e la sua fede in un unico dio.

“Gli Ebrei avevano un loro piccolo Stato, il regno di Giuda, che attorno a Gerusalemme si estendeva su una superficie paragonabile a quella dell’Umbria: come altri staterelli dell’area, era assoggettato alla potenza egemone dell’epoca, l’impero babilonese. Si ribellò, ma gli andò male: i Babilonesi assediarono per anni Gerusalemme, la espugnarono e la distrussero. Il Tempio di Yahweh, il dio unico, fu abbattuto e il sommo sacerdote giustiziato assieme a una sessantina di notabili. La popolazione cittadina fu deportata in Mesopotamia. I contadini sparsi nelle campagne vennero invece lasciati sul posto: non rappresentavano un problema per l’impero”.

Lo scopo delle deportazioni fatte dai Babilonesi (e prima di loro dagli Assiri) era quello di cancellare l’identità dei popoli vinti, inducendoli ad adottare la lingua e ad adorare gli dei del vincitore.

Secondo le idee del tempo, i deportati non avevano motivo di credere ancora nel loro vecchio dio, che era stato sconfitto in guerra e non era stato capace di proteggerli. E invece, nei 70 anni che durò la “cattività babilonese”, i leader religiosi e politici ebrei, scampati al massacro, respinsero l’idea che Yahweh fosse stato sconfitto e adottarono una posizione religiosa radicalmente nuova, questa: il dio di Israele era l’unico dio di tutto l’universo. E non solo non era stato sconfitto, ma si era servito dei Babilonesi per punire il suo popolo, colpevole di gravissimi peccati.

I Babilonesi, dunque, erano stati solo uno strumento della divinità. Gli Ebrei, anziché perderla, rafforzarono la propria identità nell’esilio, convinti che, una volta espiata la colpa, forti di una religione rigorosa e purificata, sarebbero tornati in patria: dove avrebbero ricostruito Gerusalemme e il celebre Tempio.

L’occasione si presenta nel 539 avanti Cristo: Ciro, re dei Persiani, conquista Babilonia e consente agli Ebrei di rientrare in patria come sudditi del suo nuovo impero. Figli e nipoti dei deportati tornano a scaglioni a Gerusalemme, animati da un rinnovato spirito di rigore religioso.

Trovano però scarsa comprensione in quella parte della popolazione ebraica che non era stata deportata: peggio ancora, spazi che considerano loro sono stati occupati da immigrati di altra fede provenienti dalle regioni confinanti. I reduci hanno allora bisogno di un documento che dica in sostanza: “Abbiamo il diritto di riprenderci quello che è nostro da sempre: la Terra di Canaan, che ci è stata promessa da Yahweh e che Giosuè ha conquistato per noi.

Dice Liverani: “La riscrittura delle origini del popolo ebraico era già iniziata a Gerusalemme prima della deportazione, quando il re di Giuda, Giosia (regnò dal 640 al 609 avanti Cristo) progettava di espandere il suo piccolo Stato verso i confini di un mitico regno che nel remoto passato avrebbe unito sotto uno solo scettro tutti gli Ebrei. L’elaborazione del mito continuò durante l’esilio e proseguì negli anni successivi al ritorno da Babilonia.”

L’area di Gerusalemme è oggetto di scavi archeologici da un secolo e mezzo: del periodo che, secondo il racconto biblico, avrebbe visto la fioritura del “regno unificato” degli Ebrei (siamo nel X secolo avanti Cristo) non è stato trovato nulla, se non pochi cocci di terracotta. Non una traccia di scrittura, neanche minima: fatto inconcepibile per un regno di qualche importanza. Non si conosce, dai documenti contemporanei dei popoli vicini, neanche il nome di questo preteso regno. “In realtà”, dice Finkelstein, “quella Gerusalemme doveva essere un centro abitato piuttosto insignificante, un villaggio tipico della regione montuosa. Secondo calcoli demografici impiegati per questa epoca, il “regno” non doveva contare più di 5000 abitanti sparsi fra la capitale, Hebron e la Giudea, più qualche gruppo sparso di seminomadi.”

Secondo le osservazioni di Liverani nei documenti egizi dell’età del Tardo Bronzo non c’è traccia della permanenza di un popolo straniero nella valle del Nilo, né della presenza di Mosè alla corte del Faraone.

L’unico accostamento possibile è la prassi con la quale il Faraone accordava ai pastori nomadi il permesso di soggiornare nel Delta in tempo di siccità per abbeverare il bestiame. D’altra parte, l’idea di un impero che tiene prigioniero un popolo in terra straniera non poteva nascere prima dell’esperienza delle deportazioni assiro-babilonesi, avvenute però nel millennio successivo.

Analoghe osservazioni valgono per l’Esodo e la peregrinazione nel deserto. Usciti dall’Egitto grazie all’intervento divino, che terrorizza il Faraone oppressore con le terribili “sette piaghe”, il popolo ebraico avrebbe peregrinato per 40 anni nel deserto. Ma quello descritto è un deserto immaginato attraverso le paure e i pregiudizi di un cittadino di Gerusalemme o di Babilonia, che vi vede serpenti e scorpioni dappertutto ed è convinto di morirvi di sete e di fame, a meno di interventi della divinità. Un popolo di tradizione pastorale avrebbe avrebbe percorso le piste della transumanza e trovato acqua e pascoli nei posti giusti.

Di questa sapienza antica non c’è traccia nel racconto biblico, che appare poco più di una cornice per esporre questioni giuridiche e religiose.

Le Tavole della Legge, come del resto altre parti della narrazione biblica, contengono senza dubbio precetti antichissimi, che erano stati trasmessi per molto tempo soltanto dalla tradizione orale. Ma il primo dei comandamenti, quello che impone di adorare un solo dio, non è più antico del regno del di Giosia (640-609 a.C.).

L’onomastica rivela che gli Ebrei in origine adoravano altri dèi oltre a quello che sarebbe diventato il loro unico dio e che in ebraico era chiamato Yahweh. Alcune iscrizioni parlano di Yahweh e della sua compagna, una dea cananea di nome Asherah.

Poi adottarono la monolatria, cioè la fede in un unico dio per tutta la nazione, senza escludere che gli altri dei di altri popoli fossero a loro volta veri. Infine, ma solo negli anni dell’esilio babilonese, passarono al monoteismo puro, cioè al riconoscimento di Yahweh come dio unico di tutto l’universo. Anche il quarto comandamento, quello che impone l’obbligo di onorare il padre e la madre, si ritrova in scritti siriani mesopotamici, anche in forme più esplicite tipo “Mantieni il padre e la madre se vuoi avere diritto all’eredità.”

Lo studio delle culture del Vicino Oriente Antico ha permesso di stabilire che molte narrazioni bibliche non sono originali, ma si sono ispirate a fonti più remote. Il racconto del Diluvio Universale, per esempio, si trova già nel poema epico di Gilgamesh, eroe sumero-babilonese del 2000 a.C., come testimoniato dalle tavolette con scrittura cuneiforme trovate a Ninive.

Incredibile è la somiglianza fra il codice di Hammurabi, re babilonese del XVIII secolo a.C. che fece redigere la più antica raccolta di leggi e i Dieci Comandamenti, come “Non frodare”, “Non adorare altre divinità al di fuori del Signore”, “Non concupire”, “Non desiderare roba d’altri”.

L’episodio riguardante Eva e la mela è tratto da una leggenda sumera che faceva dipendere l’origine dei mali dalla prima donna che, indotta da un serpente a disobbedire al dio creatore, convinse il suo compagno a mangiare il frutto dell’albero proibito. La favola sumera viene raccontata in un documento chiamato “Cilindro della Tentazione” che è conservato presso il British Museum di Londra. Questo documento, scritto nell’anno 2500, esisteva già venti secoli prima che venisse redatta la Bibbia.

La Torre di Babele altro non era che la ziggurat che il re di Ur, Nimrod, fece costruire a Babilonia nel 2100 a.C. in onore del dio Nanna.

Per gli storici, la folgorante campagna militare di Giosuè per la conquista della Palestina (la terra che la Bibbia dice promessa da dio ad Abramo, progenitore mitico degli Ebrei) è del tutto inverosimile: chi ne ha scritto il racconto ignorava che all’epoca la Palestina era occupata dagli egiziani, che di sicuro non se ne sarebbero rimasti con le mani in mano. Inoltre, nessun documento contemporaneo ne reca traccia.

L’archeologia ha dimostrato che, fra le città che la Bibbia dice espugnate da Giosuè, Gerico era già in rovina e abbandonata da quattro o cinque secoli e Ai addirittura da un buon millennio.

E i popoli che sarebbero stati sterminati fino all’ultimo uomo, donna e bambino per ordine di Yahweh? Con qualche sollievo gli storici hanno accertato che il loro elenco nella Bibbia è inventato. Salvo i Cananei, che si trovavano davvero in Palestina, ma che di certo non vennero sterminati, e gli Ittiti, autentici anche loro, ma che in Palestina non avevano mai messo piede, gli altri, Amorrei e Perizziti, Hiwiti e Girgashiti, “giganti” e Gebusei sono popoli semplicemente immaginari.

Figlio di David e Betsabea, Salomone segna, nella narrazione biblica, il momento di massimo successo politico degli Ebrei. Succeduto al padre su un trono comprendente tutte le 12 tribù di Israele, Salomone avrebbe allargato i confini del regno fino a farne una potenza regionale. Ma la pretesa che si estendesse dall’Eufrate al “torrente d’Egitto” (oggi Wadi Arish) rivela l’anacronismo: questi sono i confini della satrapia persiana della Transeufratene, istituita però secoli dopo.

La descrizione biblica del grande tempio edificato da Salomone non è credibile: nella Gerusalemme del tempo, una città piccolissima, non ci sarebbe stato neanche lo spazio per erigerlo. Ha poi tutta l’apparenza di una favola il viaggio della regina di Saba che parte dal regno dei Sabei (un territorio dell’odierno Yemen) per far visita a Salomone accompagnata dai suoi cortigiani con doni preziosi per saggiare la sapienza e l’intelligenza del grande re Israelita.

Salomone è forse una figura storica, ma del suo nome non c’è traccia in nessun documento al di fuori della Bibbia.


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Tecniche di meditazione per l’inquietudine e l'oppressione, secondo Osho


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Una sannyasin spiega a Osho di provare una certa inquietudine che avverte principalmente nelle braccia. La sensazione è che abbiano sempre bisogno di fare qualcosa di energico...

Osho: Ogni sera siedi comodamente su una sedia e rivolgi la testa all’indietro, come fai dal dentista. Puoi usare un cuscino. Quindi rilassa la mascella inferiore. Rilassala in modo che la bocca si apra leggermente e inizia a respirare dalla bocca, non dal naso. Non cambiare la respirazione, lascia che sia naturale. I primi respiri saranno un po’ frenetici. A poco a poco il respiro si calmerà e diventerà molto leggero. Entrerà e uscirà con delicatezza. Tieni la bocca aperta, gli occhi chiusi e riposa.

Poi inizia a sentire che le gambe si stanno allentando, come se ti fossero strappate via, staccate dalle articolazioni. Quindi inizia a pensare di essere solo la parte superiore del corpo: le gambe sono sparite.

Poi le mani: pensa che entrambe le mani si stiano allentando e che siano portate via da te. Non sei più le tue mani, sono morte, sparite.
Quindi inizia a pensare alla testa: che te la tolgono, che sei decapitata. Lasciala andare: ovunque ti giri, a destra, a sinistra, non puoi fare nulla. Lasciala andare, è stata portata via. Hai solo il busto. Senti che sei solo il petto, la pancia e basta!
Fallo per almeno 20 minuti, prima di andare a dormire. E fallo per almeno 3 settimane.

L’inquietudine si calmerà. È solo che il tuo corpo non è allineato, l’energia non è distribuita proporzionalmente. Prendendo queste parti come separate, rimarrà solo l’essenziale, tutta la tua energia si sposterà nella parte essenziale.

Quella parte essenziale si rilasserà e l’energia ritornerà a fluire nelle gambe, nelle mani, nella testa in modo più proporzionato.
È necessaria una nuova distribuzione delle energie. Se l’energia è più in una parte e meno in un’altra ti farà sentire sbilanciata. Probabilmente le tue braccia hanno più energia delle altre parti. E si arrabbiano quando non possono fare nulla…

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Tecnica di meditazione per alleggerire la pressione

Domanda: Osho, ultimamente ho attraversato una crisi finanziaria e da allora ho difficoltà a meditare, a causa delle pressioni esterne.

Osho: Quando c’è pressione dall’esterno – e ci sarà molte volte nella vita – l’ingresso diretto nella meditazione diventa difficile. Quindi prima della meditazione, per 15 minuti, devi fare qualcosa per annullare la pressione. Poi potrai entrare in meditazione, altrimenti no.
Quindi, per prima cosa, per 15 minuti, siediti semplicemente in silenzio e pensa che tutto il mondo sia un sogno! Ed è proprio così! Pensa al mondo intero come a un sogno che non contiene nulla di importante.
La seconda cosa: ricorda che prima o poi tutto sparirà, anche tu. Non ci sei sempre stato, non rimarrai per sempre. Niente è permanente.
E in terzo luogo: ricorda che sei solo un testimone. Questo è un sogno che passerà, un film. 
Ricorda queste tre cose: che tutto questo mondo è un sogno e tutto passerà, anche tu. La morte si avvicina e l’unica realtà che esiste è l’essere testimone, quindi sii solo un testimone. Rilassa il corpo e sii un testimone per 15 minuti. Poi medita. Sarai in grado di entrarci, non ci saranno problemi.
Ma ogni volta che senti che questa meditazione è diventata semplice, smetti, altrimenti diventerà un’abitudine. Devi usarla solo in condizioni specifiche, quando ti risulta difficile entrare in meditazione. Se la fai ogni giorno perderà il suo effetto e non funzionerà più. Quindi usala come una medicina. Quando le cose vanno male, falla per ripulire il cammino e sarai in grado di rilassarti.

Brani di Osho, tratti da vari Darshan Dairy, registrazioni fedeli di colloqui a tu per tu coi discepoli.
 
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