L'essere testimone durante la meditazione


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Quello della meditazione è un lungo pellegrinaggio. Quando dico che ‘la meditazione è essere testimoni’, si tratta dell’inizio della meditazione. E quando dico che ‘la meditazione è non-mente’, si tratta del compimento del viaggio. L’essere testimoni è l’inizio e la non-mente è il compimento. L’essere testimoni è il metodo per raggiungere la non-mente. È naturale che tu senta che l’essere un testimone è più facile, è più vicino a te.

Ma l’essere un testimone è proprio come un seme, occorre un lungo periodo d’attesa. E non solo di attesa, ma di fiducia che questo seme germoglierà, diventerà una pianta; un giorno arriverà la primavera e la pianta fiorirà. La non-mente è l’ultimo stadio della fioritura. Piantare il seme è ovviamente più facile: dipende da te. Ma la fioritura è al di là di te...


Osho

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Il paraocchi della "non conoscenza"



Calcio, politica e gossip-attualità (e non menziono la religione perché ognuno di questi tre elementi di volta in volta la sostituisce) qui da noi rivestono un ruolo molto importante: sostenendo il mondo dell'illusione convogliano un'enorme quantità di energie emotive e mentali nel buco nero che un autore medievale definiva "la nube della non conoscenza", ai fini di sostenere e perpetuare lo status quo che mantiene il mondo nella condizione di un campo di concentramento globale, in cui si è prigionieri della contingenza, dell'effimero. 

Ci si sente così costretti ad inscenare di volta in volta euforia, disappunto, rabbia, amarezza, tutti stati d'animo che non ci appartengono in realtà nello specifico, per cose di nessun conto e di nessuna conseguenza ai fini della nostra vera natura e sviluppo interiore; ma che ci svuotano di preziosa energia psichica, che sarebbe meglio impegnata in altre direzioni. Si è, come si suol dire, "agiti", poiché l'azione non parte da noi, non è una spontanea e naturale esigenza, e vi ci si adegua: si dà la disponibilità della nostra anima a partecipare a un gioco (di altri, o meglio di altre forze) che è un vicolo cieco,una messinscena.

Ma come diceva saggiamente il re Salomone nei Proverbi, "non si può prendere fuoco in seno senza esserne bruciati".

Simon Smeraldo


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18 luglio 2009 e 3 settembre 2009 - L'antipapa Paolo D'Arpini ha visitato Viterbo - Scomunicato Stampa

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Felicemente portata a termine la prima visita antipapale di Paolo D'Arpini, il quale è giunto a Viterbo Bagnaia nella mattinata del 18 luglio 2009 ed ha potuto incontrare tre amici al bar, raggiungendo in tal modo il totale di quattro, numero perfetto per una riunione laica "altra" (si ascolti la canzone "eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo..").

Sono state così gettate le basi per una società veramente laica nella città dei papi (e degli antipapi).

"Andiamo oltre la religione e l'ideologia!" Ha affermato il D'Arpini, confortato e coadiuvato nell'intento dall'avvocato Vittorio Marinelli di European Consumers e dagli altri due amici presenti all'incontro semiclandestino in un baretto di Bagnaia, davanti ad una birretta, due caffè ed un cappuccino bollente.

Nel mentre fuori, nella piazza, un nutrito numero di agenti in borghese controllava che non venissero infrante norme dello stato o della chiesa. E non essendo state rilevate infrazioni, né prove di sedizione religiosa o politica (a parte le opinioni personali espresse dal gruppetto), nessuno dei partecipanti alla "rimpatriata laica" è stato incriminato o arrestato.

"Già un risultato positivo lo abbiamo ottenuto!" Ha commentato il D'Arpini, in veste d'antipapa (vedi foto allegata). Comunque chiedendosi: "Che fine avrà fatto l'ultimo antipapa Benedetto XVI, non questo Ratzinger ma quello del 15 secolo che infine si sottomise ad Alessandro VI...?!". "Inoltre, chissà se la precedente esistenza di un Benedetto XVI non dovrebbe far sì che Ratzinger avesse il numero XVII..? O forse no, poiché il XVII è considerato infausto?".

Ma il dubbio atroce del D'Arpini è stato prontamente fugato dai presenti che all'unisono hanno dichiarato che questi discorsi non hanno né capo né coda e che a loro non gliene fregava niente di questi numeri!

Il sedicente antipapa, Paolo D'Arpini, ha infine ringraziato la popolazione viterbese per la calda accoglienza (c'erano almeno 30 gradi all'ombra), le forze dell'ordine (per aver mantenuto una ragionevole calma) e gli organi d'informazione per aver ignorato l'evento.

La prossima visita dell'antipapa a Viterbo, forse a dorso d'asino, è prevista per il 3 settembre 2009 in occasione del trasporto della macchina di Santa Rosa.

Ufficio Stampa Antipapale
Viterbo Bagnaia - 18 luglio 2009
spiritolaico@gmail.com
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Seconda parte:
3 settembre 2009: Paolo D'Arpini ri-visita Viterbo - qui il Palazzo Papale dalla Valle di Faul.


Se qualcuno sperava che Paolo D'Arpini si fosse dimenticato dell'appuntamento del 3 o 4 settembre a Viterbo, per la ricorrenza di Santa Rosa, rimarrà deluso...

Il rompighiaggio” morale e culturale irrompe nella Città dei Papi per l'ennesima provocazione goliardica”.
 
In questi giorni, con il dovuto anticipo organizzativo, il Team Vaticano, la Protezione Civile e le Forze dell’Ordine (e della disciplina) controllano e testano la sicurezza dei vari luoghi che saranno toccati dalla visita papalina prevista il 6 settembre 2009 nella Tuscia.

Controlli a tappeto vengono effettuati sulla nuova spianata appositamente creata dal Comune di Viterbo a Valle Faul e sul campo di calcio di Civita di Bagnoregio ove si prevede l’atterraggio del papa-elicottero.

Vengono effettuate prove cronometriche e di sicurezza sui percorsi alternativi e sul tragitto preferenziale da far seguire alla papa-mobile per giungere nella Città dei Papi (uno più uno meno…).
 
Visto l’assembramento presagito in occasione della salita del Papa Ratzinger in terra viterbese viene perciò anticipata la prevista visita di Paolo D’Arpini,  al 3 o 4 settembre 2009.
 

“Domenica 4 settembre è luna piena, quindi il momento è particolarmente auspicioso per la scappata laica di Paolo D’Arpini a Viterbo” comunica l’Ufficio Relazioni con il Pubblico del Circolo.

“Scopo della visita è l’annuncio della prossima manifestazione laica prevista a Viterbo in occasione del solstizio invernale”.

Il fatto che contemporaneamente alla visitazione del D’Arpini la notte del 3 settembre 2009 sia programmata a Viterbo la Processione di Santa Rosa ed il 4 ci sarà ancora movimento non deve preoccupare per l’eventuale ressa, infatti il Presidente Vegetariano incontrerà solo quattro amici al bar e non vi sono perciò rischi di intasamento indesiderato.


“Considerando che Paolo D’Arpini si muove di rado e con mezzi di fortuna, si stanno studiando le distanze ed i tragitti.

Una possibilità di cammino sarebbe il raggiungimento da Calcata con l’autostop sino a Settevene e da lì risalire con la corriera che passa sulla Cassia Bis e arriva a Viterbo.

Altrimenti D’Arpini potrebbe arrivare a Civita Castellana (forse in bicicletta o con altro trasporto alternativo) e quindi montare sul trenino del COTRAL che in appena due ore giunge nel capoluogo della Tuscia.


Gli aspetti logistici sono tenuti in attenta considerazione, ivi compresa l’offerta di un amico di Faleria che ha proposto il suo asino per la risalita a Viterbo, la cosa potrebbe anche andare (per il risparmio evidente sui costi di viaggio) l’unico problema è la durata: almeno due giorni di cavalcata ininterrotta”.
 
Altra alternativa possibile sarebbe quella di posticipare la visita del D’Arpini al 6 settembre 2009 e chiedere a quel punto un passaggio alla Carovana Vaticana in transito.

Ma questa chance pare esclusa, vista l’incompatibilità delle due motivazioni, quella papale e quella laica.
 
Ufficio Stampa antipapale  e Relazioni con il Pubblico

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Metafisica dello Zen, secondo Julius Evola


Lo Zen, per l'Occidente in crisi, presenta qualcosa di «esistenzialistico» e di surrealistico. Anche la concezione Zen di una realizzazione spirituale libera da qualsiasi fede e da qualsiasi vincolo e, in più, il miraggio di una «rottura di livello» istantanea e, in un certo modo, gratuita, tale, tuttavia, da risolvere ogni angoscia dell'esistenza, non ha potuto certo non esercitare su molti una attrazione particolare.


Però tutto questo riguarda, in buona misura, soltanto le apparenze: la «filosofia della crisi» in Occidente, che è la conseguenza di tutto uno sviluppo materialistico e nichilistico, e lo Zen, che per antecedente ha sempre la spiritualità della tradizione buddhista, presentano dimensioni spirituali ben distinte, per cui ogni autentico incontro presuppone, in un Occidentale, o una predisposizione eccezionale, ovvero la capacità di quella metànoia, di quel rivolgimento interno, che riguarda meno «atteggiamenti» intellettuali che non ciò che in ogni tempo e luogo è stato concepito come qualcosa di assai più profondo.


Lo Zen vale come la dottrina segreta trasmessa, al di fuori delle scritture, dallo stesso Buddha al suo discepolo Mahâkâçyapa, introdotta in Cina verso il VI° secolo da Bodhidharma e poi continuatasi attraverso una successione di Maestri e di «Patriarchi» sia in Cina che in Giappone, ove è ancor vivo ed ha i suoi rappresentanti e i suoi Zendo (le «Sale di Meditazione»). Quanto a spirito, lo Zen può venir considerato come una ripresa dello stesso Buddhismo delle origini. Il Buddhismo nacque come una energica reazione contro lo speculare teologizzante e il vuoto ritualismo in cui era finita l'antica casta sacerdotale indù, già detentrice di una sapienza sacra e viva. Il Buddha fece tabula rasa di tutto questo; pose invece il problema pratico del superamento di ciò che nelle esposizioni popolari viene presentato come «il dolore dell'esistenza» ma che nell'insegnamento interno appare essere, più in genere, lo stato di caducità, di agitazione, di «sete» e di oblio degli esseri comuni. Avendola lui stesso percorsa senza l'aiuto di nessuno, egli indicò a chi ne sentiva la vocazione la via del risveglio, della immortalità. Buddha, come si sa, non è un nome, ma un attributo, un titolo; significa il «Risvegliato», «Colui che ha conseguito il risveglio» o l'«illuminazione».


Quanto al contenuto della sua esperienza il Buddha restò in silenzio, ad impedire che, di nuovo, invece di agire, ci si desse a speculare e a filosofare. Così egli non parlò, come i suoi predecessori, del Brahman (l'Assoluto), nè dell'Atmâ (l'Io trascendentale) ma usò il solo termine negativo di nirvâna, anche a rischio di fornire appigli a coloro che, nella loro incomprensione, nel nirvâna vollero vedere il «nulla», una ineffabile e evanescente trascendenza, quasi al limite dell'inconscio e di un cieco non-essere.

Orbene, nel successivo sviluppo del Buddhismo, mutatis mutandis, si ripeté proprio la situazione contro cui il Buddha aveva reagito; il Buddhismo divenne una religione coi suoi dogmi, coi suoi rituali, con la sua scolastica, con la sua mitologia. Esso inoltre si differenziò in due scuole, l'una - il Mâhâyâna - più ricca di metafisica e compiacentesi di un astruso simbolismo, l'altra - l'Hinayâna - maggiormente severa e nuda nei suoi insegnamenti, ma troppo preoccupata della semplice disciplina morale, portata su di una linea più o meno monastica. Il nucleo essenziale e originario, ossia la dottrina esoterica dell'illuminazione, andò quasi perduto.


Ed ecco che qui interviene lo Zen, a far daccapo tabula rasa, a dichiarare l'inutilità di tutti quei sottoprodotti, a proclamare la dottrina del satori. Il satori è un fondamentale avvenimento interiore, una brusca rottura di livello esistenziale, corrispondente in essenza a ciò che abbiamo chiamato il «Risveglio». Però la formulazione fu nuova, originale, vicina ad una specie di capovolgimento. Lo stato del nirvâna - il presunto ‘nulla’, l'estinzione, già lontano termine finale di uno sforzo di liberazione che secondo alcuni richiederebbe ben più di una unica esistenza - viene ora indicato come lo stato normale dell'uomo. Ogni uomo ha la natura di Buddha.


Ogni uomo è già un «liberato», superiore a nascita e a morte. Si tratta solamente di accorgersene, di realizzarlo, di «vedere nella propria natura», formula fondamentale dello Zen. Come uno spalancamento senza tempo - questo è il satori. Per un lato, il satori è qualcosa di improvviso e di radicalmente diverso da tutti gli stati a cui sono abituati gli uomini, è come un trauma catastrofico della coscienza ordinaria; ma nel contempo è ciò che riconduce appunto a quel qualcosa che, in un senso superiore, va considerato come normale e naturale; quindi è il contrario di una estasi, o di unatrance. È il ritrovamento e la presa di possesso della propria natura: illuminazione, o luce, che trae fuori dall'ignoranza o dalla subcoscienza la realtà profonda di ciò che, da sempre, è stato e che mai cesserà di essere, qualunque sia la propria condizione.


La conseguenza del satori sarebbe una visione completamente nuova del mondo e della vita. Per chi lo ha avuto, ogni cosa è lo stesso tutto - le cose, gli altri esseri, sè medesimo, «il cielo, i fiumi e la vasta terra» - eppure tutto è fondamentalmente diverso: come se una dimensione nuova si fosse aggiunta alla realtà e ne avesse trasformato completamente il significato e il valore. Secondo quanto dicono i maestri dello Zen, il tratto essenziale della nuova esperienza è il superamento di ogni dualismo: dualismo fra dentro e fuori, fra Io e non-Io, fra finito e infinito, fra essere e non essere, fra apparenza e realtà, fra «vuoto» e «pieno», fra sostanza e accidenti - e altresì indiscernibilità di ogni valore posto dualisticamente dalla coscienza offuscata e finita del singolo, sino a dei limiti paradossali: sono una stessa cosa il liberato e il non-liberato, l'illuminato e il non-illuminato, questo mondo e l'altro mondo, colpa e virtù.


Lo Zen riprende effettivamente l'equazione paradossale del Buddhismo Mâhâyâna: “nirvâna = samsâra” e quella del Taoismo: «l'infinitamente lontano è il ritorno a casa». È come dire: la liberazione non è da cercarsi in un aldilà; questo stesso mondo è l'aldilà, è la liberazione, nulla ha bisogno di essere liberato. Il punto di vista del satori, della illuminazione perfetta, della «sapienza trascendente» (prajñâpâramitâ), è questo.

In essenza, si tratta di uno spostamento del centro di sé. In qualsiasi situazione e in qualsiasi avvenimento della vita ordinaria, anche nei più banali, il posto del senso comune, dualizzante e intellettualistico di sé viene preso da quello di un essere che non conosce più un ‘Io’ contrapposto ad un ‘non-Io’, che trascende e riprende i termini di ogni antitesi, tanto da godere di una perfetta libertà e incoercibilità: come quella del vento, che soffia dove vuole, ed anche dell'essere nudo che, proprio perchè «ha lasciato la presa», (altra espressione tecnica), proprio perchè ha abbandonato tutto («povertà»), è tutto e possiede tutto.


Lo Zen - almeno la corrente predominante dello Zen - insiste sul carattere discontinuo, improvviso, imprevedibile della dischiusura del satori. Con riferimento a ciò, Suzuki era andato oltre il segno nel polemizzare contro le tecniche in uso nelle scuole indù, nel Shâmkhya e nello Yoga, ma contemplate anche in alcuni dei testi originari del Buddhismo. La similitudine è quella dell'acqua che ad un dato momento si tramuta in ghiaccio. Viene anche data l'immagine di una suoneria che ad un dato punto, per una qualche scossa, scatta. Non vi sarebbero sforzi, discipline o tecniche che di per sè possano condurre al satori. Si dice, anzi, che talvolta esso interviene ad un tratto, quando abbiamo esaurito tutte le risorse del nostro essere, soprattutto del nostro intelletto e della nostra capacità logica di comprensione. Altre volte sensazioni violente, perfino un dolore fisico, possono propiziarlo. Ma la causa può essere anche la semplice percezione di un oggetto, un fatto qualunque dell'esistenza ordinaria, data una certa disposizione latente dell'animo.


A tal riguardo, possono però nascere degli equivoci. Succede che, come riconobbe lo stesso Suzuki, «in genere non sono state date indicazioni sul lavoro interiore che precede il satori». Egli, comunque, parla della necessità di passare, prima, per un «vero battesimo del fuoco». Del resto, la stessa istituzione delle cosidette «Sale di Meditazione», dove coloro che vogliono raggiungere il satori si assoggettano ad un regime di vita in parte analogo a quello di alcuni Ordini Cattolici, indica la necessità di una preparazione preliminare, la quale anzi può richiedere un periodo di molti anni. L'essenziale sembrerebbe consistere in un processo di maturazione, identico a quello dell'avvicinarsi ad uno stato di estrema instabilità esistenziale, dato il quale basta un minimo urto per produrre il cambiamento di stato, la rottura di livello, l'apertura che conduce alla «visione folgorante della propria natura».


I Maestri conoscono il momento in cui la mente del discepolo è matura e l'apertura è sul punto di prodursi; allora essi danno, eventualmente, la spinta decisiva. Talvolta può essere un semplice gesto, un’esclamazione, qualcosa di apparentemente irrile-vante, perfino di illogico, di assurdo. Ciò basta a produrre il crollo di tutta la falsa individualità e, col satori, subentra lo «stato reale», e così si assume il «proprio volto originario», «quello che si aveva prima della creazione». Non si è più dei «cacciatori di echi» e degli «inseguitori di ombre». Viene da pensare, in alcuni casi, ad un’analogia del motivo esistenzialista del «fallimento» o «naufragio» (das Scheitern - Kierkegaard, Jaspers). Infatti, come si è accennato, spesso l'apertura avviene appunto quando si sono esaurite tutte le risorse del proprio essere e, per così dire, si è messi con le spalle al muro. Lo si può vedere in relazione ad alcuni metodi pratici di insegnamento dello Zen. Gli strumenti più usati sul piano intellettuale sono i kôan e i mondo; il discepolo viene messo dinanzi a dei detti o a delle risposte di un genere paradossale, assurdo, talvolta grottesco o «surrealistico». 


Si deve logorare la mente, se necessario per anni interi, fino al limite estremo di ogni facoltà normale di comprensione. Se, allora, si osa poi fare ancora un altro passo avanti, può prodursi la catastrofe, il capovolgimento, la metànoia. Si ha così il satori.


In pari tempo, la norma dello Zen è quella di una assoluta autonomia. Niente dèi, niente culti, niente idoli. Svuotarsi di tutto, perfino di Dio. «Se sulla tua via incontri il Buddha, uccidilo» - disse un Maestro. Occorre abbandonare tutto, non appoggiarsi a nulla, andare avanti, con la sola essenza, fino al punto della crisi. Dire qualcosa di più sul satori e fare un confronto fra esso e le varie forme di esperienza mistica e iniziatica d'Oriente e d'Occidente, è molto difficile. Avendo accennato ai monasteri Zen, vale rilevare che in essi vi si trascorre solo il periodo della preparazione. Chi ha conseguito il satori, lascia il convento e la «Sala della Meditazione», torna al mondo scegliendosi la via che più gli conviene. Si potrebbe pensare che il satori sia una specie di trascendenza che allora si porta nell'immanenza, come stato naturale, in ogni forma della vita.


Dalla nuova dimensione che, come si è detto, in seguito al satori si aggiunge alla realtà, procede un comportamento per il quale potrebbe valere la massima di Lao-tze: «Essere interi nel frammentato». In relazione a ciò, è stata rilevata l'influenza che lo Zen ha esercitato sulla vita estremo-orientale. Fra l'altro, lo Zen è stato chiamato «la filosofia del Samuraj» e si è potuto affermare che «la via dello Zen è identica alla via dell'arco» o «della spada». Si vuol significare che ogni attività della vita può essere compenetrata di Zen e così elevata ad un significato superiore, ad un'«interezza» e ad una «impersonalità attiva». Un senso di irrilevanza dell'individuo che non paralizza, ma assicura una calma e un distacco che permette una assunzione assoluta e «pura» della vita, in determinati casi sino a forme estreme e tipiche di eroismo e di sacrificio, che per la maggioranza degli Occidentali sono quasi inconcepibili (vedi il caso dei Kamikazé nell'ultima guerra mondiale).


E' uno scherzo ciò che dice Jung, ossia che, più di qualsiasi corrente occidentale, è la psicanalisi che potrebbe capire lo Zen, perchè, secondo lui, l'effetto del satori sarebbe la stessa interezza priva di complessi e di scissioni a cui presume di giungere il trattamento psicanalitico quando rimuove le ostruzioni dell'intelletto e le sue pretese di supremazia, e ricongiunge la parte cosciente dell'anima con l'inconscio e con la «Vita». Ma Jung non si è accorto che, nello Zen, sia il metodo che tutti i presupposti stanno all'opposto dei suoi: non esiste «inconscio» come una entità a sé stante, a cui debba aprirsi il conscio, ma si tratta di una visione supercosciente (l'illuminazione, la bodhi o «risveglio») che porta in atto la luminosa «natura originaria» e, con ciò, distrugge l'inconscio. Tuttavia ci si può tenere al sentimento di una «totalità» e libertà dell'essere che va a manifestarsi in ogni atto dell'esistenza. Un punto particolare è però di precisare il livello a cui ci si riferisce.


In effetti, specie nella sua esportazione fra noi in Occidente, si sono avute delle tendenze ad «addomesticare» o moralizzare lo Zen velandone, anche sul piano della semplice condotta di vita, le possibili conseguenze radicaliste e «antinomistiche» (= di antitesi alle norme vigenti), insistendo invece sugli obbligatori ingredienti di tutti gli «spiritualisti», cioè sull'amore e sul servizio al prossimo, sia pure purificati in una forma impersonale e a-sentimentale. In genere, sulla «praticabilità» dello Zen, non possono non nascere dei dubbi, in relazione al fatto che la «dottrina del risveglio» ha un carattere essenzialmente iniziatico. Così essa non potrà mai riguardare che una minoranza, in opposto al più tardo Buddhismo che prese la forma di una religione più aperta a tutti, oppure di un codice di semplice moralità.


Come ristabilimento dello spirito del Buddhismo originario, lo Zen avrebbe dovuto attenersi ad un esoterismo. In parte, lo ha fatto: basta riandare alla leggenda delle sue origini. Tuttavia vediamo che lo stesso Suzuki è stato incline a presentare in modo diverso le cose e ha valorizzato quegli aspetti del Mahâyâna che «democratizzano» il Buddhismo (del resto. la denominazione «Mahâyâna» è stata interpretata come il «Grande Veicolo» anche nel senso che sarebbe adatto per ampie cerchia, e non per pochi). 


Se si dovesse seguirlo, nascerebbero delle perplessità sulla natura e sulla portata dello stesso satori; sarebbe cioè da chiedersi se una tale esperienza riguardi semplicemente il dominio psicologico, morale o mentale o se investa quello ontologico, come è il caso per ogni iniziazione autentica, della quale però può esser questione solo per un assai piccolo numero di partecipanti.


Julius Evola



Tutte le ricchezze del vaticano - I costi della chiesa e la lotta all'ultimo doblone


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Il primo evasore fiscale assoluto in Italia è la Chiesa cattolica (seguita dalle banche). Il Vaticano detiene il 30% del patrimonio immobiliare sul suolo nazionale e non paga IMU, non solo per le chiese, i conventi, etc. ma nemmeno per le ex chiese ed ex conventi e siti di pellegrinaggio che sono diventati alberghi di lusso o supermarket (con vendita diretta esentasse dei loro prodotti). Inoltre il Vaticano non paga imposte per i servizi ricevuti, anzi viene foraggiato dallo Stato italiano con contribuzioni salatissime (conseguenza dei tristi Patti Lateranensi). Le ricchezze dalla chiesa cattolica, sia quelle immobiliari che azionarie, in opere d'arte, in preziosi ed un valuta estera, sono presso che incalcolabili, sono sparse su tutto il globo terraqueo e la ragione di questo accumulo sta nei duemila anni di storia e di monopolio religioso e politico che hanno portato il vaticano ad essere lo stato più potente del mondo. Certo non è una potenza "militare" come gli USA ma è in grado di influenzare la politica di parecchi stati sui quali esercita un'egemonia "spirituale". L'Italia è uno di questi, anzi possiamo definire lo stato italiano una semplice succursale vaticana  controllata  inoltre dall'apparato militare e politico degli stati uniti d'America (e dai suoi tentacoli cultural-finanziari).

A gestire il "patrimonio" cattolico ci pensano la CEI e lo IOR  amministrati con intelligenza manageriale, ferrea volontà e capacità organizzative dai suoi capi. Una chiave per leggere la recentissima parabola ascendente dell'accumulo patrimoniale -oltre a lasciti ed elemosine- si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che fluisce nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, e sfocia ormai in un mare di miliardi di euro all'anno. Tolte le spese automatiche  è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.  

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Di tanto in tanto qualche coraggioso tenta di far luce sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che politicamente "scomodo", tant'è che malgrado gli inviti della CEE in Italia non si riescono a tamponare le estorsioni (per paura dell'inferno), le evasioni fiscali  ed il flusso di denaro devozionale, diretto ed indiretto, che gonfia le casse papali. A ciò si aggiungono le spese di acqua, luce, gas e servizi vari a carico dello stato italiano. 

Bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa severità d'indagine rivolta ai piccoli evasori ed alle istituzioni locali in generale. Così facendo si arriverebbe a scovare cifre faraoniche in nero. Con una certa prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale.

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Ma quel che non fa lo stato italiano lo mette in atto la finanza apolide, il potere bancario (Goldman Sachs, Rothschild, Rockefeller, etc.) e i Mordecai vari che cercano di contrastare e controllare l'influenza del vaticano sulla società globale servendosi delle sue stesse armi: la menzogna, il ricatto e la lotta "all'ultimo doblone".  Queste "forze" conducono con tenacia la battaglia per eliminare la concorrenza dello IOR. Ovvero l'ultima banca, dopo che quelle svizzere hanno dichiarato forfait, a conservare il "segreto bancario" ed a gestire buona parte delle transizioni "in nero". L’unico potentato economico ancora "autonomo" rispetto alla grande finanza è lo IOR vaticano, che gestisce buona parte dei traffici illeciti e il riciclaggio di denaro sporco (mazzette, tangenti, etc), oltre alla gestione delle già menzionate ricchezze in immobili e di oro e metalli preziosi, conservati sia nei sotterranei vaticani che in tutte le chiese del mondo. Una ricchezza che secondo i “fratelli maggiori” deve cambiar padrone, utilizzando la consolidata tattica del “divide et impera”… Questa è la soluzione finale, all’ultimo sangue, per scardinare il potere finanziario vaticano, condotta dai “fratelli maggiori” (gli stessi che controllano la finanza mondiale, le risorse fossili, la produzione di cibo  e quasi tutte le banche centrali del mondo).

Ritengo che con le dimissioni di Paparatzy e l'ascesa al soglio di Papafrancy il vaticano abbia già iniziato a calarsi le braghe, il suo potere temporale e "spirituale"  si sta frantumando e le sue ricchezze passeranno nelle rapaci mani di chi sappiamo. Una volta effettuata la rapina e screditata la capacità di convincimento "religioso"  della chiesa cattolica (che ancora ha un certo peso) il  NWO e la nuova religione pseudo-sincretica piramidale  saranno cosa fatta…

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A dire il vero era mia intenzione parlare dell'accumulo di ricchezze nelle varie chiese, oltre quella cattolica anche nelle altre monolatriche (giudaismo, islam e cristianesimo in generale) e quelle di altre fedi e culture (buddismo, induismo, taoismo, paganesimo, etc.). Purtroppo mi rendo ora conto che trattare compiutamente l'argomento richiederà ulteriori interventi... 

Paolo D'Arpini

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Nella spiritualità laica non vi sono "strade", come nel cielo!


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Il gioco della Spiritualità Laica…

Ma insomma cos'è questa spiritualità laica? Serve a qualcosa continuare a parlarne come fosse un percorso, una via per andare da qualche parte per giungere a delle conclusioni di vita?

Nel cielo non vi sono strade c'è solo vuoto spazio.

Nello spirito, nella coscienza, così come nel cielo, non c'è percorso e quindi anche parlare di spiritualità laica sottintendendo che ci sia un modo di impostare la ricerca interiore attenendosi a delle norme o respingendone altre è pura vanità, è finzione.


Tutto avviene per conto suo, sulla base di una spinta evolutiva interiore, credere in una via e pensare di essere nel giusto è la prerogativa di ogni percorso. Ma non serve nemmeno indicare le incongruenze di questa o quella religione, di questo o quel credo. Finché c'è qualcuno che crede in una religione non si può far a meno di riconoscere che per lui la verità del "né è un miraggio. Credere in questo o credere in quello è solo credere.

Ma possiamo affermare di "credere" nell'esistenza, di "credere" nella nostra coscienza?
Noi esistiamo e siamo coscienti, non ‘crediamo’ di esserlo.

L'io è un segno, ognuno di sé dice "io sono", questo segno è comune a tutti, il resto è solo pensiero aggiunto. L'io è lo stesso per tutti. Essendo questa la verità, a che serve legare l'io ad una specifica forma pensiero, ad un concetto? Tutto è nell'io. La forma individualizzata dell'io è come la coscienza di una cellula nel corpo. Ovviamente nella consapevolezza di sé, come organismo unitario, quella cellula è solo un aspetto, una base esperienziale dell'io. Ed allora dov'è la differenza fra l'individuo ed il tutto?

Quell'io da cui ogni pensiero emerge e che è in grado di riconoscere ogni pensiero è lo stesso io in cui tutto si scioglie.

Quando dormiamo percepiamo nel sogno molti personaggi, li vediamo separati da noi, consideriamo noi stessi e gli altri come separati, ma è così realmente? Possiamo ragionevolmente affermare di essere separati dai personaggi del nostro sogno?

Infatti ignorare che tutto è Uno è come sognare.

Risvegliarsi alla conoscenza di sé è chiamare questo fatto "spiritualità-laica" è solo un modo di dire, dal punto di vista dell'esperienza non può essere dato un nome, quindi spiritualità laica è solo una descrizione dell'indescrivibile.

Diceva un maestro zen "il dito che indica la luna non è la luna".

Ecco qui sotto una poesia che amo molto:

 “… Ci sono così tante luci abbaglianti

 nel negozio di lampade del cervello morente;

dimenticati di loro.

Concentrati nell'essenza,

concentrati nella luce.

La luce fluisce verso di te da tutte le cose,

tutte le persone, tutte le possibili combinazioni

del bene e del male,

tutti i pensieri e tutte le passioni.

Le lampade sono diverse ma la luce è la stessa.

Una sostanza, un'energia, una luce, una mente-luce,

che emette tutte le cose, senza fine.

Un diamante rotante e bruciante,

uno, uno, uno.

Spogliati davanti al silenzio avvolgente ed amorevole.

Resta lì, finché non vedi

la luce con i suoi stessi occhi eterni.


(Jallaluddin Mohammad Rumi, poeta persiano del XIII secolo)


Paolo D'Arpini 

                                        
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COMMENTO di Aliberth - Bello questo panegirico di Paolo. Bello e vero. Molto vero. Sembra preso pari pari dai Sutra del Chan, o del Vedanta Advaita. Pur se, in un certo senso, esso può sembrare rivolto proprio CONTRO la dottrina che lo ha affermato. Non a caso il Chan (cioè lo Zen) afferma che TUTTE le parole, anche quelle che negano la stessa validità del parlare, sono profferite soltanto per indicare. Quindi, esse NON SONO la luna, bensì il dito… Come tutto in questo mondo, d’altronde. Perciò, anche il buon Paolo, proprio mentre ci dice di non attaccarci a regole, a religioni, a ideologie, ed a tutto il resto, in fondo ci consiglia di non attaccarci NEANCHE alle sue parole. Ciò che importa è solo la COSCIENZA, il SENZA-NOME, e fintanto che l’uomo non arriva DA SOLO ad essere Coscienza, tutte le dottrine, i maestri, i filosofi, ed i saggi non sono altro che ‘indici’ puntati verso la luna….  Comprese queste mie stesse vuote parole ….

RISPOSTINA di PAOLO: Certo, nella Kabala è definito En Sof (il Senza-Nome), nella Bibbia si chiama Jeova (Io sono). Che altro nome potrebbe esserci. Son contento della tua precisazione, della tua puntualizzazione....  Ramana diceva "l'ego che vuole escludere il proprio nome è lo stesso di quello che vuole affermarlo". E' pur sempre un gioco e tu sei un bravo giocatore....Ciao, tuo,  Paolo.

CONCLUSIONE di ALIBERTH: Hai perfettamente ragione... siamo qui uno di fronte all'altro, ognuno davanti ad uno specchio, come due bravi giocatori... Ciao, Aliberth.

Il peso del clero nelle religioni...


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L'istituzione del clero nasce  come forma di controllo dell'istituzione religiosa, ciò è soprattutto evidente in ambito cattolico.  Il clero  è  composto da quella parte di sacerdoti che, nell'ambito della religione, ha un ruolo distinto e spesso direttivo ed anche ben retribuito. Che sia ben retribuito è ovvio in quanto rappresenta un "organo di controllo della fede", un po' come  avviene per le istituzioni civili, funzionari e burocrati o  le forze di  polizia e dell'esercito,  in uno stato.  Nel Nuovo Testamento la parola  "clero" compare già col significato di "parte eletta" dei fedeli. 

Nella Chiesa cattolica  l'appartenenza al  "clero" è consentita esclusivamente agli uomini che hanno ricevuto il sacramento dell'ordine nei suoi tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato, non ne sono quindi incluse le suore e le monache. Questa tra l'altro è una grande sperequazione ed una forma di specismo interno alla chiesa cattolica,  in cui la donna viene considerata elemento umano inferiore, non degna di assurgere al sacerdozio ed al sistema  di "gestione" della fede e delle strutture religiose e mondane  del potere ecclesiastico.

Sappiamo tutti che la posizione della donna nella chiesa cattolica è di serie “b”, infatti solo i maschi possono recitar messa, impartire i sacramenti, svolgere funzioni sacerdotali ed essere nominati vescovi, cardinali e papi.
Le donne possono solo occuparsi di penitenze e lavori sporchi (con vari esempi dalla Perpetua alla madre Teresa di Calcutta). Recentemente nella chiesa anglicana è stato inserito un concetto di parità fra i sessi concedendo alle donne di accedere alla carica vescovile ma difficilmente l’esempio potrà essere seguito dal vaticano per la sua nota posizione dispregiatrice delle donne.
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Ma torniamo al significato e funzione del clero.

Il temine "clero"   viene dal greco κληρος (che viene a sua volta da κλάω = spezzare, distruggere, rompere). Dal primo significato di "sorte", passò ad indicare la trasmissione  di "eredità" (come avveniva in India per la casta dei bramini). Ma nella  Grecia antica l'esercizio religioso e sacerdotale  non era così codificato e non aveva la funzione di gestione della fede come nelle fedi monolatriche successive.

La religione greca potrebbe essere senz'altro definita come una religione senza sacerdoti confermati.  Afferma lo studioso Walter Burkert nel suo  "La religione greca", che   non esisteva un ceto sacerdotale come gruppo chiuso, con una tradizione, educazione, consacrazione e gerarchie fisse; persino nei culti più consolidati non esisteva una "dottrina", disciplina, ma solo un "costume", nómos.

Ancora più preciso è Jules Labarbe in  "Religioni della Grecia", in cui dice che la Grecia ignorava caste sacerdotali e clero; i suoi sacerdoti non svolgevano le loro funzioni a vita, salvo eccezione, ma durante un periodo determinato, spesso di un anno. Senza aver ricevuto una formazione particolare, erano, secondi i casi, designati  per estrazione a sorte, o per elezione, o su raccomandazione di un oracolo.

In realtà le società antiche, prima che prendesse il sopravvento la fede cristiana,  vivevano nel simbolico e recepivano il messaggio dall’esterno, dalla Vita, dagli astri, attraverso l’interpretazione emblematica ed il sillogismo. D’altronde, tale simbolismo è rimasto come elemento portante anche nel cristianesimo degli inizi, stante il fatto che questa religione ha sovrapposto le sue feste a quelle pagane. Ciò è avvenuto per ragione di potere. In tal modo i sacerdoti cristiani si sovrapponevano con facilità a quelli pagani, spesso assassinati, per celebrare feste che comunque il popolo avrebbe festeggiato.

Vediamo ora come viene organizzato il clero nelle altre due religioni monolatriche. Nell'ebraismo classico  la casta sacerdotale era composta dai Kohanim e dai Leviti. A loro era assegnato il compito di gestire le offerte sacre all'interno del Tempio di Gerusalemme. La dinastia sacerdotale composta dai Kohanim e dai Leviti  era assegnato il compito di gestire le offerte sacre nel Tempio di Gerusalemme. Nell'antichità esisteva un Sinedrio di 70 anziani che aveva potere decisionale sulle norme comportamentali, ma  tale pratica è diventata troppo complessa per essere oggi applicata. Nelle sinagoghe moderne e nelle scuole di ogni ordine e grado sono presenti dei rabbini e dei cantori  ma non esiste una gerarchia rabbinica se non quella necessaria al coordinamento delle azioni dei diversi maestri.

Nella religione dell'Islam  sunnita non esiste un clero vero e proprio: il ruolo direttivo in ambito religioso è svolto dagli esperti di diritto (fuqahā' e ulamā'), mentre la presidenza della preghiera comune e la predicazione sono affidate agli Imam. Fra gli Sciiti, invece, esiste un clero i cui membri vengono chiamati Ayatollah ("segno di Dio").

Un'ultima annotazione sul clero cristiano protestante.  
La Chiesa anglicana ha un'impostazione simile a quella cattolica. Nella Chiesa anglicana, a differenza sia di quella cattolica che di quella ortodossa, i vescovi possono essere sposati. Nel luteranesimo  vi è una certa varietà di prassi,  il  clero è strutturato come quello cattolico, con i vescovi a capo delle diocesi, anche se non è previsto il celibato per pastori e vescovi.

Paolo D'Arpini

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Vignola, 14 luglio 2019 - Celebrazione del Guru Purnima


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In India con la luna piena di luglio  viene celebrato  il  "Guru Purnima", che  rappresenta la pienezza della coscienza, il Sé, anche definito "guru", cioè la luce interiore che disperde le tenebre dell'ignoranza. Il guru, quindi, non è propriamente una persona, ma la pienezza dello stato indifferenziato della coscienza, in cui cessa ogni dualismo ed in cui essa risiede pienamente nella propria natura. Ed è sempre presente in ognuno di noi.

Ciononostante finché la mente umana è preda dell'ignoranza e si identifica in uno specifico nome e forma (l'individuo che crediamo di essere) è necessario per noi compiere un processo di reintegrazione (quello che viene definito "yoga"). L'energia - o consapevolezza - che consente il risvegliarci alla nostra vera natura, viene parimenti definito "guru" e può manifestarsi davanti a noi in una forma per compiere l'alchimia del risveglio, ma questa forma non è propriamente separata o altra da noi; è come un personaggio del nostro sogno che provvede a risvegliarci a noi stessi. 

Questo vero guru - che è Shiva, il Sé - viene onorato.

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Facciamo l'esempio del sogno poiché è il più vicino alla similitudine della dimenticanza di noi stessi, in quanto pura coscienza. Infatti quando noi sogniamo vediamo innumerevoli personaggi, alcuni in antitesi con altri, ma in realtà essi sono tutti lo stesso sognatore. In questo sogno della vita - il divenire - compiamo un percorso, un processo trasmutativo della coscienza individualizzata, che potremmo anche definire trasmigrazione o metempsicosi.

Durante questa notte di luna piena rifletteremo su questo processo, su questo continuo trasformarci in nuove forme e nomi, il samsara. Il motore del samsara è il karma - o azione - ma forse sarebbe meglio dire che è la propensione a compiere l'azione... Secondo la teoria della reincarnazione, il destino di questa vita (prarabdha) è la maturazione del karma più forte delle vite precedenti, con ciò non esaurendo la possibilità di future nascite con altri karma che abbisognano di una diversa condizione per potersi manifestare. Il modo per creare ulteriore karma viene individuato nell'atteggiamento con il quale viviamo la vita presente, ad esempio se emettiamo pensieri di scontento od eccessivo attaccamento verso gli eventi vissuti.

In se stesso il prarabdha di questa vita non cambia sulla base degli sforzi da noi compiuti mentre lo stiamo vivendo, è come un film che sta tutto nella pellicola, quindi pensare di modificarne il contenuto (una volta iniziata la proiezione) è irreale. Possiamo essere consapevoli ed accettare il film - come attenti spettatori - (compiendo le azioni consone e consequenziali alla situazione vissuta, con un distacco emozionale) oppure arrabbiarci e commuoverci al suo scorrimento, desiderando poi di modificarne gli eventi con la mente.... cosa che così farà formare nuovo karma...

Per riflettere su questi temi e celebrare degnamente il Guru Purnima  quest'anno  ci siamo dati appuntamento a Vignola,   in Via dei Gelsi,  nell'azienda agricola  "La Bifolca" di Maria Miani,  il 14 luglio 2019 alle ore 18. 


Lì si terrà un discorso sul Guru, con presentazione di libri in tema a cui seguirà  una sessione di canti mantra  con  accompagnamento di strumenti indiani. Saranno presenti  i nostri amici Upahar Anand  e Venu ed il gruppo bhajan "Luce di Stelle"  diretto da Mara Lenzi.  Poi, alle ore 19.00 ci sarà l’accensione del fuoco sacrale attorno al quale meditare sul nostro destino e sulla compartecipazione inscindibile all'evento vita. Seguirà quindi la condivisione del prasad  vegetariano da ognuno portato.

Paolo D'Arpini 

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P.S. Fatalità la celebrazione di quest'anno, del 14 luglio, corrisponde anche all'anniversario della Presa della Bastiglia...

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