Cristianesimo rivisitato e la favola delle persecuzioni patite dai cristiani


La religione 'catto-cristiana' (e non semplicemente 'cristiana'!) venne fondata a 'tavolino' nell'arco temporale che va dal 140 al 150: in pratica, contestualmente all'arrivo a Roma di Marcione (138-140). Lo sponsor ufficiale per tale 'progetto' fu il potere secolare del tempo, vale a dire quello imperiale e quello aristocratico-senatoriale, per una volta tanto in perfetta armonia! 

Obiettivo degli sponsor, che contribuirono con un 'budget' di 200.000 sesterzi, era quello di fondare un culto da affiancare ai culti pre-esistenti, e NON per sostituirli! Un culto diretto a quella parte della società imperiale più ignorante e più sprovveduta del tempo, potenzialmente però la più pericolosa per quanto concerneva la stabilità dell'impero, dal momento che spesso dava origine a rivolte di protesta per le condizioni di estremo disagio economico in cui era costretta a vivere, soprattutto l'immensa platea degli schiavi, alla totale mercé dei suoi padroni. 

Fu solo dopo la morte di Costantino I che i suoi eredi caddero nelle mani 'artigliate' del clero plagiatore, che spinse tali governanti ad assecondare le immonde mire egemoniche del protervo clero cattolico (il quale, a causa di ciò, un secolo prima aveva scatenato la reazione furibonda dell'imperatore Decio) nel trasformare l'antica religione dell'impero (un DEMOCRATICO politeismo 'pagano') in uno dei più intolleranti monoteismi della storia umana: quello catto-cristiano! 

Che i cristiani venissero perseguitati nei primi secoli è una fola che i clerico-falsari hanno fatto credere per tanto tempo! 

La realtà fu che i VERI martiri del II secolo furono gli 'gnostico-gesuani', i quali si opponevano a tutte le menzogne (come ad esempio la falsa crocifissione e la falsa resurrezione di Gesù) fabbricate dai padri falsari per dar vita alla religione catto-cristiana. I più attivi tra questi gnostici gesuani furono gli 'eracleoniani'. Ad esempio da alcuni passaggi della letteratura patristica, apprendiamo che Eracleone si salvò a stento dalla persecuzione mortale dei fanatici cristiani guidati dal vescovo di Siracusa, fuggendo di notte dalla città. Non ci vuole molto ad intuire che se i cristiani fossero stati realmente perseguitati dall'impero, come avrebbero fatto a loro volta a perseguitare altri fedeli cristiani "eretici"? 

La verità sulla falsa persecuzione contro i cristiani dei primi secoli viene confermata in un libro dalla studiosa e scrittrice cattolica Candita Moss, la quale riconosce che nel secondo secolo non vi furono persecuzioni verso i cristiani.

Giannino Sorgi

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Induismo - La scuola Dvaita Vedanta e la setta Hare Krishna


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Il Dvaita Vedanta  (Vedanta dualistico) appartiene al sentiero della Bhakti (devozione) della tradizione induista e dal punto di vista delle credenze è quello che ha una maggiore affinità con le religioni di origine semitica:  ebraismo, cristianesimo e islam. Cioè i fedeli credono in un Dio personale denominato Vishnu e di cui Krishna è la  principale incarnazione e messia. Nell'ebraismo questa funzione è rivestita in parte da Mosè, nel cristianesimo da Gesù e nell'islamismo dal profeta Maometto. Nella mitologia dualistica vishnuita, come nelle religioni semite, le anime restano sempre separate dal loro creatore ed il massimo bene possibile è l'ascesa ad un "paradiso" in cui godere permanentemente  della presenza divina. 

Chiaro che  tale  paradiso, quasi un luogo spazio-temporale,  occorre guadagnarselo, con opere di fede, di speranza e di carità, ed il visto  (nel caso del vishnuismo) viene rilasciato da Krishna, da qui la necessità di essere a lui devoti per ingraziarsene i favori. Non tutta la filosofia vishnuita è totalmente dualistica (esiste anche il Vishishtadvaita, ovvero il non dualismo differenziato) ma quella più specificatamente correlata alla devozione verso Krishna lo è in modo particolare.  Il dualismo nasce proprio dalla formulazione di un Dio personale, più semplice da interpretare da parte delle masse di persone che non conoscevano le alte speculazioni filosofiche upanishadiche, ma sentivano l'esigenza di un dialogo con il mondo divino. Ecco perché il dualismo si contrappone alla filosofia Advaita Vedanta.

La teologia della scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il divino è differente dai jiva e dalla prakriti (natura). I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro. La metafisica dvaita formula due categorie, alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio, alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto.  Vishnu è sì interpretato come un Dio personale, ma nell'accezione più alta non ha una forma fisica, un'immagine antropomorfica, ma si manifesta attraverso i suoi avatar, fra cui Rama e Krishna sono i suoi principali impersonificatori.

Alla scuola dualistica vishnuita, più precisamente alla scuola  gauḍīya (che fa riferimento al santo bengalese Caitanya, una presunta reincarnazione di Krishna) apparteneva, in tempi recenti,  un monaco chiamato Swami Bhaktivedanta (al secolo Abhay Charan De), nato a Calcutta il 1 settembre 1896 e deceduto a Vṛndāvana il 14 novembre 1977, egli fu il maggior propagatore della dottrina Dvaita Vedanta in Occidente ed il fondatore del movimento Hare Krishna (formalmente "Associazione internazionale per la coscienza di Krishna"). Nel 1965, all'età di 69 anni, grazie ad un passaggio gratuito su una nave mercantile, riesce ad arrivare negli Stati Uniti, fermamente convinto di dover proseguire oltre oceano la sua missione di propagatore religioso, e qui con estreme difficoltà riesce comunque pian piano ad attirare attorno a sé un certo numero di anime, forse attratte dalla speranza di una redenzione, forse affascinate da quel mondo variopinto pieno di profumi e scosso da singhiozzi di emozione e da canti estatici. Sicuramente  quelle conversioni, avvenute principalmente tra le fila dei disperati che vivevano ai margini della società americana (un po' come accadde ai primordi del cristianesimo) alimentò una speranza ed allontanò tanti giovani dalle droghe e dalle perversioni. Bhaktivedanta ottenne tutto ciò principalmente attraverso i canti devozionali ed in particolare per mezzo del mantra:  "Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare - Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare". In verità questo mantra, nella originale  edizione induista, inizia enunciando  prima il nome di Rama, un avatar di Vishnu  antecedente a Krishna, ma Bhaktivedanta cambiò la posizione dei nomi, sia per una sua particolare predilezione nei confronti di Krishna sia perché i vishnuiti ortodossi gli proibirono, prima della sua partenza verso l'America, di utilizzare quell'antico mantra (definito Maha Mantra - Grande Mantra) che apparteneva specificatamente al Sanatana Dharma (Legge primordiale) e che secondo loro non poteva essere impartito ai "mleccha"  (ovvero a chi non appartiene alla tradizione induista). 

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In India infatti in tutti i templi e negli ashram tradizionali si continua a cantare  "Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare - Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare".

In un certo senso si può dire che la setta fondata da Bhaktivedanta  è una sorta di "eresia", propagata in occidente, un po' come lo fu il cristianesimo di San Paolo rispetto all'ebraismo originale. Ed ora -di ritorno- come spesso accade, anche in India ha preso piede questa "eresia", infatti a 
Vṛndāvana, la città  sacra a Krishna, esiste un tempio dell'IKSON  (la setta fondata da Bhaktivedanta) in cui si recita esclusivamente il mantra invertito, 24 ore su 24, tutti i giorni dell'anno.

Ma lascio da parte queste considerazioni per raccontare ai lettori l'esperienza personale che ebbi incontrando Swami Bhaktivedanta. 

Dovete sapere che nel 1974, da poco reduce  dal mio primo viaggio in India,  ebbi diversi incontri con discepoli e maestri di diverse scuole. Avvenne in quel di Roma. In quel tempo glorioso infatti ero  tornato a vivere nella città in cui ero nato,   la madrepatria mi aveva richiamato al dovere della presenza, ed io zitto zitto me ne stavo in trincea, da solo,  nella vecchia casa di Via Emanuele Filiberto 29. 

Nella mia ricerca sincretica non trascuravo i numerosi centri di yoga che, come funghi autunnali, erano sorti un po’ ovunque. Il più caratteristico, indianeggiante al 100%, era sicuramente il Tempio degli Hare Krishna. Ricordo i canti con accompagnamento musicale, l’atmosfera festosa, le vesti sgargianti delle ragazze, i musi lunghi dei ragazzi sempre attenti a non cadere in tentazione. Visitavo spesso quel  gruppo seguendolo nei vari spostamenti che subì in varie zone di Roma. Purtroppo non potevo fermarmi molto a lungo con loro, solo visite mordi e fuggi,  poiché altrimenti venivo preso d’assalto dai “missionari” sempre pronti a convertire nuovi adepti ed io –come sapete- non sono convertibile a nessuna religione. Però gli Hare Krishna mi stavano simpatici e li trovavo persino divertenti, così quando venni a sapere che il loro maestro Swami Baktivedanta  Prabhupada  sarebbe venuto in città non rifiutai l’invito ad incontrarlo. 




La riunione coloratissima avvenne  all’Hotel de La Ville (vicino al Giardino Zoologico) e praticamente c’era tutto il popolo esotico di Roma. Nella grande hall l’aspettativa era immensa, le persone eccitatissime come alla venuta di una grande star,  finalmente sul palco apparve il maestro…. In quel momento sentii l’impatto fisico di migliaia di cuori concentrati su di lui, un grande “upsurge” devozionale,  tant’è che sentii anch’io l’impulso di unire le mani in gesto di saluto inchinando il capo.  Ero consapevole però che tutta quella concentrazione amorosa dipendeva dalla devozione provata da tutti i suoi seguaci innamorati. Swami Baktivedanta  in se stesso pareva alquanto legnoso e distaccato, un po’ come  tutti gli altri maschi Hare Krishna, timorosi di Dio (e della donna tentatrice). 

Beh, il prasad cucinato dalle loro donne era comunque celestiale e ne mangiai a piene mani… Stranamente però da quella volta non sentii più l’impulso di visitare il Tempio, anche se di tanto in tanto incontravo i "devoti" e addirittura organizzai degli eventi assieme a loro pure quando andai ad abitare a Calcata, essendoci un loro ashram proprio lì nelle vicinanze. In fondo continuavano a piacermi e poi mi ricordavano quell'India magica  che ormai non c'è più... 

Paolo D'Arpini

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I due generi maschile e femminile e la pansessualità


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Nella filosofia cinese dello yin e dello yang si afferma che quando il maschile ha raggiunto l'espansione massima tende a invertirsi ed altrettanto avviene al femminile. Cosa significa? Lo yang maturo si rivolge verso se stesso e quindi sorge l'omosessualità.  Altrettanto avviene per l'eccesso di  Yin che si trasforma in lesbismo. La teoria della pansessualità, elaborata da Peter Boom, nella sua espressione più "pulita"  cerca di spiegare  questa direzione o tendenza.

La Teoria della Pansessualità (comprendente tutte le tendenze sessuali
dell’uomo, siano esse occasionali o permanenti) è basata
sull’osservazione dei fenomeni naturali ed è un argomento di ricerca
riconosciuto dalla sessuologia mondiale.

La Teoria si propone di far superare i correnti “pregiudizi” spesso
causa di disordine, emarginazione ed esclusione nella società
contemporanea.

Chiunque può esser nato con specifiche tendenze sessuali o può
svilupparle successivamente e, se non dannose socialmente, non
dovrebbe reprimerle.

La nostra sessualità, come i nostri sentimenti, può risvegliarsi in
una scala di intensità e modi verso persone di qualsiasi sesso, età ed
aspetto, vive, morte o immaginarie, verso animali, cose e verso noi
stessi.

Laddove il sesso viene considerato “peccaminoso” possono crearsi
conflitti interni, esterni e fobie.

Considerato che tutti gli stimoli vengono dalla natura, ed essendo noi
parte di essa, non siamo in grado di eluderli. Se una certa tendenza
sessuale emerge, sicuramente le risultanti necessità e risposte sono
anch’esse naturali e parte di un processo subconscio.

La storia e l’antropologia raccontano l’infinita variabilità del
comportamento sessuale: la libertà di vivere il pansessualismo può
certamente sciogliere alcune nevrosi, inutili sensi di colpa e di
vergogna. Sarebbe sufficiente accettare la nostra ed altrui sessualità
con maggiore apertura mentale per placare l’ansia causata dal credere
di aver commesso un “peccato”.

In effetti la Teoria della Pansessualità aiuta a comprendere le
numerose vie sessuali presenti o latenti in noi per accettarle e
viverle con intelligenza, responsabilità e gioiosa naturalezza.

Paolo D'Arpini

Osho e la pazzia come metodo di saggezza...


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Un paio di anni dopo la dipartita di Osho (precedentemente conosciuto come Rajneesh), ricevetti una lettera da Majid Valcarenghi (un suo seguace) che mi inviava le bozze del libro Operazione Socrate, in cui si analizzano gli ultimi momenti di vita di Osho, nel testo si dava evidenza al fatto che il maestro potesse essere stato avvelenato dalla CIA, durante la sua permanenza in carcere negli USA. Majid mi chiedeva di scrivere un mio pensiero su Osho, per la pubblicazione sulla sua rivista, cosa che feci volentieri, il testo si intitolava "Ad Memoriam" ed in esso parlavo dei retroscena, osservati da uno "spiritualista laico" quale io ero, e delle conseguenze della "predicazione" di Osho nel mondo... Ma qui vorrei inserire alcuni miei ricordi personali sul come "non incontrai mai Osho nemmeno una volta" 

Ricordo nel 1973, quando visitai l’India per la prima volta, che giunto il tempo del ritorno -durante l’attesa della nave Andrea Doria, veterana della marina passeggeri che compiva il suo ultimo viaggio prima del disarmo- restai a Bombay per un paio di mesi facendo la vita dello sderenato (o sadhu, monaco itinerante o mendicante se preferite). Ero già stato toccato dallo Spirito e non potevo far altro che aspettare che “quella cosa” di cui sapevo essere l’espressione prendesse possesso di me. Un’attesa senza speranza si chiama, poiché se c’è speranza non è attesa è solo aspettativa. 

Mi capitò un giorno di incontrare delle belle ragazze italiane che andavano vagando per ristorantini a spettegolare. Erano tre, come le tre Grazie, e le avvicinai sorridente ma cosa strana non rimasero affatto affascinate dalla mia persona… Dovete sapere che in un modo o nell’altro le donne sempre mi amano, non con questo che esse mi trovino particolarmente appetibile dal punto di vista sessuale, semplicemente mi vogliono bene e mi ascoltano con interesse… Sono un affabulatore ed anche come “cercatore spirituale” –malgrado vivessi in totale astinenza- di solito ottenevo un buon successo. 

No, quelle tre avevano solo pensieri per Osho, continuavano a parlare di lui come tre innamorate del loro amante, rivelavano tutti i loro giochi amorosi ed i loro desideri nei suoi confronti. Insomma debbo dire che mi sentii un po’ invidioso e quasi quasi mi venne l’idea di andare a sfidarlo in casa, quell’Osho, lì a Poona nel suo ashram che si trova a pochi chilometri da Bombay. Fortunatamente per me mi beccai, a forza di frequentare ristorantini sfiziosi, una bella epatite virale A e dovetti perciò rinunciare alle mie velleità per restare in catalessi nell’albergaccio in cui aspettavo “l’evento” (non sapevo nemmeno io bene cosa, qualsiasi cosa o nulla). 

Ebbene riuscii a scamparla, allora, tornai in Italia, e poi ancora numerose volte in India e non pensai più di andare da Osho. Ma i discepoli di Osho continuarono a perseguitarmi ed a cercarmi in tutti i modi, me li trovavo davanti ovunque, sia che andassi a Tiruvannamalai, a Jillellamudi od a Ganeshpuri, sia che restassi a Roma a fare il “santo” in via Emanuele Filiberto oppure che entrassi nel vortice alternativo di Calcata con tutte le sue tentazioni e devianze. Questi discepoli di Osho erano e sono i miei amici più simpatici ed affini, sono completamente pazzi ed inaffidabili. “Qualis pater talis filius” dice l’adagio, e mai come in questo caso è vero. 

Osho stesso fu un’esagerazione in tutti i sensi. Guru Maharaji si faceva 12 Rolls Royce? Ed Osho 120… Muktananda fondava qualche Ashram in giro per il mondo? Ed Osho fondava addirittura una nuova Città-Stato (nell’Oregon). Il successore di Bhaktivedanta rinunciava al sannyasa e si sposava una sua devota? E la segretaria di Osho, molti dicono anche amante, scappava con tutti i soldi della cassa. 

Osho quando parlava era una macchinetta infernale inarrestabile (i suoi scritti possono riempire un'intera biblioteca), oppure taceva per anni di fila. Prima aveva parlato bene di tutte le religioni, facendo un discorso sincretico, poi finì per dire che tutte le religioni sono finte. All’inizio si pose come Guru ed infine negò di avere qualsiasi discepolo. I suoi seguaci poveretti subirono un bel lavaggio del cervello e coloro che resistettero –probabilmente- ne uscirono fuori veramente sanati dalla malattia del divenire e dell’apparire. Non sta a me giudicare comunque la condizione di questi miei fratelli, sapendo che ognuno di noi ha il suo destino e le sue pene… 

Paolo D’Arpini 


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Alcuni pensieri di Osho sulla morte 

“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto. 
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza. 

La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio. 
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza. Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.” 

“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell’assoluta atemporalità. 

Non ci sarà morte alcuna. Ιl mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l’amore.” 




OSHO 
MAI NATO 
MAI MORTO 
HA SOLO VISITATO 
QUESTO PIANETA TERRA 
11.12.1931 
19.01.1990 

Gesù fu vegetariano?


Collage di Vincenzo Toccaceli

L’ingenuità è una forma di saggezza o di stoltezza?? Il problema è irresolubile, come buona parte dei problemi che assillano il comportamento umano. Ma il dubbio può essere risolto: tuttavia soltanto con la spada di Alessandro che taglia il nodo di Gordio 
Da notare che l’incontro fra Alessandro ed il cinico Diogene è un falso, un falso ben congegnato per coprire fatti  molto più importanti.. 
Come l’origine centro-asiatica della religiosità cristiana, o meglio degli aspetti più interessanti della religiosità cristiana, che hanno pervaso, proprio grazie ad Alessandro, la cultura ellenistica la quale, come sappiamo, è una sincresi tra visione del mondo indiana, pitagorismo, misteri Eleusini, platonismo e neo platonismo, e soprattutto NEOPLATONISMO, il quale a sua volta esprime la diffusione di due filosofie sapienziali: epicureismo e stoicismo, di cui il massimo esponente fu Seneca, del quale, non a caso, si ciancia una corrispondenza nientemeno che con Saul, il cosiddetto mediatore fra romanità ed ebraismo, sulla reale esistenza del quale abbiamo ben poche prove. 
Ma noi, invece, abbiamo le prove dell’incontro di Alessandro con Dandami. Quest’ultimo, alle profferte di Alessandro, risponde: ”Ho il cielo come tetto, tutta la Terra come letto. I fiumi mi versano da bere, la foresta mi fornisce il cibo. Non mi nutro delle viscere degli animali, come fanno i leoni, né le carni degli animali e degli uccelli imputridiscono racchiuse nel mio ventre, non sono un sepolcro di cadaveri, ma la natura provvidente mi porge tutti i suoi frutti come una madre offre il suo latte” .
Così diceva Dandami, in rappresentanza della cultura brahminica, già ufficialmente apprezzata da Tertulliano, Girolamo ed Origene (a smentire la tesi dell’isolamento del mondo antico). 
Da notare che di queste frasi le parole messe in bocca a Gesù relative agli uccelli nel cielo ed ai gigli nel campo, su cui scrisse un bel saggio Soren Kierkegaard, sono una misera eco. 
Ma torniamo a noi. Di quest’incontro ci lascia traccia uno scritto nientemeno di uno dei massimi inventori (nel senso di sintetizzatori delle cultura ellenistico-indiana) del cristianesimo: Sant’ Ambrogio vissuto fra il 339 ed il 397 d.C. Questo scritto è stato pubblicato in italiano con il titolo: ”Il modo di vivere dei Brahmani”
La premessa serve per dire che Cristo è chiaramente una figura mitica, nella quale sono state inserite peculiarità ed attributi di “uomo perfetto” secondo la filosofia e la psicologia ellenistico-indiana e pertanto definito uomo-dio per la banale ragione che un uomo diventa dio solo se configura la propria vita prendendo ad esempio Gesù. Quanto qui scritto non è frutto di una mentalità materialista, relativista e razionalista nonché ateista. 
Al contrario, si tratta di una religiosità naturale, neopagana se così la vogliamo chiamare, che si avvale delle conoscenze prima inesistenti, ottenute grazie al progresso scientifico e tecnologico, nonché alla diffusione della cultura e delle conoscenze. 
Pertanto, non riesco a capire i discorsi di certi cattolici che affermano che Gesù era vegetariano. Se questa persona, di cui si racconta esser vissuta in Palestina e proveniente da ceppo galileo, fosse realmente vissuta in tale luogo, la sua alimentazione sarebbe stata in prevalenza carnea. Come consuetudine di popolazioni provenienti dal deserto che a tutt’oggi si nutrono di capre. Tal quali gli abitanti della Tanzania, la popolazione degli Hadza, che ignorano l’ agricoltura e si nutrono di cacciagione (cioè degli animali che riescono ad  uccidere con le loro frecce). Questi primitivi sono attentamente studiati dagli antropologi i quali sperano di conoscere attraverso loro la vita dei “nostri” antenati. Altra illusione scientista!
Infatti noi, popolazioni mediterranee, siamo intimamente legati alla Terra e come tali usufruitori dei frutti da tale ambiente prodotti, che non sono animali. Così come i Brahmani, che potendo nutrirsi vegetariano, grazie alla ricchezza della flora locale, lo fanno. 
Per concludere: ritengo una forma di infantilismo, della specie di quella utilizzata per inventare una figura mitica in possesso di TUTTE le virtù possibili ed immaginabili dalla cultura ellenistica, ed attribuirle a un Dio-Uomo di nome Gesù (ne conosciamo anche gli inventori che sono Clemente Alessandrino e Filone d’Alessandria).  
E poiché costui è l’incarnazione di tutte le perfezioni, gli attribuiamo tutte le qualità man mano che ci vengono alla mente o introiettiamo nuove culture o maturiamo interiormente. 
Secondo questo criterio, invece di invitare gli artisti a tratteggiare con arte attualistica una figura umana di santone barbuto (ah! i brahmani!) la Chiesa dovrebbe far dipingere una figura umana con tanti francobolli appiccicati sul corpo, ciascuno recante un timbro di autentificazione di una teoria e di una virtù.
Nota finale: qualcuno ha notato il nuovo Cristo new-age che sta diffondendosi con santini, immagini sacre, stampe e quant'altro?  Infatti, l'incontro fra le due concezioni della Vita e del Mondo non è avvenuto con il cinico Diogene, ma con un esponente dei Brahmani, il quale, interrogato da Alessandro, risponde in modo adeguato. 
Giorgio Vitali
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Sincronia universale - Riconoscersi in ciò che è... dove l'agire si svolge da sé


Tutti  agiamo in modo spontaneo, sempre, ognuno mette in pratica quel che sente. C'è un'aura che lo dimostra, c'è un odore che lo annuncia. Tu non puoi comportarti diversamente da come i tuoi pensieri indicano.
In natura come nell'individuo l'agire si svolge da sé in sincronicità con il Tutto
Come e da dove sorgono i tuoi pensieri?
Chi li sceglie?
Chi decide una via di azione piuttosto che un'altra?
Forse il desiderio?
Forse la volontà di raggiungere un fine?
E dove si raggiunge qualcosa se non nel mondo delle apparenze, nel sogno dell'esistenza?
Da qui la teoria del karma che pone l'uomo all'interno di una ruota. La stessa ruota che vediamo nelle gabbiette dei criceti. Si muove perché il criceto che ci sta dentro la fa muovere. In se stessa la ruota è inerte. Perciò sia nel taoismo che nell'advaita si proclama "il non agire", nel senso di non compiere azioni con la finalità di un raggiungimento.
Però, in tutta sincerità con te stesso, agisci, non rifuggire dall'azione per paura. Lo stesso Krishna ad Arjuna disse: "Se rifuggi dall'agire la tua stessa natura ti spingerà a compiere le azioni che sono a te dovute". Perciò agisci conformemente al tuo "Dharma/Karma" e lascia i risultati al "Cielo"...
Ed ora un approfondimento: Il “vuoto” taoista - ... se il vero Tao al nostro percepire determinista appare come un nulla, che per noi corrisponde al vuoto del sé (della coscienza individuale), esso segna il ritorno beato nella matrice silenziosa, che attira e proietta l’esperienza del pensiero empirico e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene. Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non valutazione taoista per un Dio personale.
Il manifesto è solo una apparenza, appare nella mente una propensione perché così è nella natura della mente. Accettala e passa oltre. Vivi momento per momento osservando tutto ciò che avviene. Pian piano ti accorgerai che non compirai le azioni sforzandoti o in reazione a quelle degli altri, ma saranno spontanee risposte, senza ricerca di un "esito" definito.
Secondo lo psicologo taoista Alessandro Mahony per i taoisti non esisterebbe quindi tanto una causa effetto ma piuttosto una sincronicità: "Non che cosa è, ma che significato ha per me, ora".
«Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos'altro è accaduto allora. I cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? La parola Tao è la risposta a questa domanda». (Alan Watts, Il significato della felicità [109])
Quindi un Taoista non ragiona seguendo una ideale linea orizzontale di causa effetto ma, piuttosto, seguendo una linea verticale, cercando di connettere tra loro cose che sono in un posto ora ed in un altro posto ora. La domanda che si pongono è: "qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? Ragionano quindi secondo un concetto che potrebbe essere chiamato sincronicità.
Ed ancora: «quando un occidentale sente di pensare, crede che un tal fatto sia dovuto ad una specie di fatalismo o determinismo. [...] La prima illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo accada a lui e che quindi sia vittima delle circostanze. Ma se siamo immersi nell'ignoranza originaria non esiste un tu diverso dalla cosa che sta accadendo. Quindi la cosa non sta succedendo a noi, succede e basta. [...] La seconda illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo ora è la conseguenza di un evento del passato. [...] Dobbiamo essere davvero ingenui per credere che il passato provochi quanto avviene oggi. Il passato è simile alla scia lasciata da una nave. Alla fine ogni traccia scompare. [...] È moto semplice: tutto comincia adesso, perciò è spontaneo: non è determinato [...], non è nemmeno casuale [...]. Il Tao è un certo tipo di ordine [...] che però non è precisamente ciò che noi definiamo ordine quando disponiamo un oggetto in un ordine geometrico, in scatole od in file. Se osserviamo un pianta di bambù ci è perfettamente chiaro che la pianta possiede un suo ordine. [...] I cinesi lo chiamano Li [...]. Tutti cercano di esprimere l'essenza del Li. Ma la cosa interessante è che nonostante si sappia cosa sia, non c'è modo di definirla». (Alan Watts, Il significato della felicità [111] pag. 17-18).
E' difficile conciliare i due concetti o no?
In verità Alan Watts è un grande estimatore del Tao ed è riuscito molto bene ad individuarne i punti salienti, egli affermò: "ogni forma di controllo ricade infine sul controllore". Infatti nella tradizione Taoista «L’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità».
La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico.
Ed allora che significato ha compiere azioni "virtuose" con l'intento di un raggiungimento?
Come ad esempio ripetere costantemente il mantra Nam Myoho Renge Kyo (dedicato alla legge di causa effetto) per realizzare i desideri?
Evidentemente non ha un senso per un taoista. Però ha un senso per "accreditare" un'ipotetica "volontà" personale ("Ichinen" si chiama in giapponese). Comunque il pensiero assume una forma, ogni qualvolta lo si desidera, con più o meno forza secondo l'intensità. Ma questo processo nel taoismo - come nell'advaita - è ritenuto una forma di "schiavitù", di immersione nell'illusione del "sogno" (Samsara).
Ciò non toglie che il il sogno esiste, finché si dorme, e pur non essendo "vero" è comunque "reale" per il tempo che dura... finché non giunge il momento del Risveglio.

 Paolo D'Arpini

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Nagarjuna e l'osservatore silenzioso


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"Nomen est Omen" dicevano i latini... e loro sì che se ne intendevano poiché per loro, come per tutte le popolazioni di cultura indoeuropea, il nome portava  con sé un significato. Mica come al giorno d'oggi in cui i nomi si portano appresso solo la storia di un ipotetico "santo" della cristianità. 

No, una volta, per gli antichi popoli pre-cristani il nome  stabiliva una qualità, era una sorta di auspicio, di "emblema" con il quale il nuovo nato veniva insignito.  Ed allora vediamo quale è il destino assegnato a "Nagarjuna" analizzando il suo nome. Tanto per cominciare Naga, che sta anche per nudo, indica un serpente. Un sacro cobra, una divinità (non quel serpente demoniaco della bibbia), mentre Arjuna  significa letteralmente "il puro". 

Sia nell'accezione di "nudo" che di "puro" si sottintende una
pulizia, una sincerità, una onestà, una semplicità.. insomma una saggezza. E Nagarjuna confermò queste qualità.


Tanto per cominciare egli nacque (probabilmente),  nel II secolo d.C. in Andhra Pradesh, in una famiglia di brahmani.  Secondo una tradizione nacque sotto un albero di Terminalia Arjuna, fatto che determinò la seconda parte del suo nome. La prima parte, Naga, lo si deve ad un viaggio che avrebbe condotto, sempre secondo alcune leggende, nel regno dei naga, i cobra divini, posto sotto l'oceano, per recuperare i Prajñāpāramitā Sūtra ad essi affidati dai tempi del Buddha Shakyamuni. 

Certo queste son tutte storielle aggiunte per dare lustro ma sicuramente di vero c'è che Nagarjuna fu un grande filosofo e conoscitore della realtà. Sia i seguaci del Madhyamaka sia gli studiosi  di quella scuola riconoscono Nagarjiuna come il
suo fondatore. Più in generale si può dire che sia stato uno dei primi e principali pensatori originali del Mahāyāna, di cui sistematizza l’idea  della non sostanzialità di tutti  gli  elementi  della realtà fenomenica.

I suoi scritti  ancora oggi rappresentano una vetta quasi insuperata di concettualizzazione  del metafisico. In termini che ai giorni nostri furono ripresi da filosofi come Friedrich Wilhelm Nietzsche o -volendo restare in un ambito "indiano"- dal grande propugnatore dell'Advaita moderno: Nisargadatta Maharaj. 
Ecco cosa disse di lui Osho, un altro maestro dei nostri tempi: "Nagarjuna fu uno dei più grandi Maestri che l'India abbia mai prodotto, del calibro del Buddha, Mahavira e Krishna. E Nagarjuna era un genio raro. A livello intellettuale non esiste paragone possibile con nessun altro al mondo. Capita raramente un intelletto così acuto e penetrante."

Nagarjuna, oltre l'impermanenza temporale,  indicò una ulteriore qualità nella non sostanzialità dei fenomeni: essi erano vuoti anche di una loro identità in quanto dipendevano uno dall'altro sul piano temporale.  Tutti i fenomeni  sono quindi privi di sostanzialità, poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente. Egli esprime la sua posizione in quella che è 
 un'opera capitale del buddhismo: le Madhyamakakarika, Stanze della via di mezzo. Evidentemente riportata da suoi seguaci, come avvenne per i detti del Buddha, poiché  Nagarjiuna  riteneva che il linguaggio è inevitabilmente illusorio in quanto prodotto di concettualizzazioni ed è per questa ragione che egli rifiutò sempre di definirsi detentore di una qualsivoglia dottrina. Poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione di pensiero.  E l'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se alla vacuità viene  attribuita una identità. 

Lo stesso  Buddha  aveva messo in guardia dall'assolutizzare la propria dottrina, considerandola altro che un semplice mezzo per raggiungere la liberazione ("una zattera per attraversare un fiume, che va abbandonata appena si è arrivati all'altra sponda"). 

Di seguito alcune  citazioni che possono aiutare il lettore a
comprendere meglio il  punto di vista di Nagarjuna:



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"La coproduzione condizionata, questa e non altra noi chiamiamo la vacuità. La vacuità è una designazione metaforica. Questa e non altro la via di Mezzo.La realtà assoluta non può essere insegnata, senza prima appoggiarsi sull'ordine pratico delle cose: senza intendere la realtà assoluta, il nirvana non può essere raggiunto"

"Se il mondo fosse non vuoto, non si potrebbe né ottenere ciò che non si possiede già, né mettere fine al dolore, né eliminare tutte le passioni."

"Se gli illuminati non appaiono e se gli uditori sono spariti, un sapere spontaneo si produce allora isolatamente negli Svegliati solitari"



Paolo D'Arpini


La sindrome della Sindone e pezzi di storia e misteri dei Templari


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Treia. Paolo D'Arpini (in incognito) nei pressi dell'Accademia Georgica



Il 12 settembre 2017 a Treia c'era il sole, così la mattina ne ho approfittato per recarmi, accompagnato da Valeria, a fare un giro di propaganda fide (volantinaggio) per il prossimo evento "Equinozio d'Autunno" del 23 e 24 settembre,  nei luoghi per me non raggiungibili a piedi (ovvero Borgo, Chiesanuova e Passo di Treia). Fra un tragitto ed un altro, si sa, in macchina si fanno delle chiacchiere ed un argomento toccato da Valeria è stato quello dell'atteso incontro sulla "Sacra Sindone di Torino" organizzato dall'Accademia Georgica per il 15 settembre 2017 qui a Treia (vedi: http://www.accademiageorgica.it/eventi/2017/sindone.html). 

Alla storia della Sindone, almeno quella fornita da religiosi e aficionados del mistero,  in cui si presume che potesse rappresentare il volto e la figura di Gesù, non ho mai creduto. 

Di reliquie finte ne ho conosciute tante, ho una certa esperienza poiché essendo vissuto a Calcata, dove si diceva che fosse conservata la reliquia più famosa "Il Prepuzio di Gesù Bambino", cioè un pezzo "reale" del corpo di Cristo, (Vedi: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2013/06/calcata-furto-del-sacro-prepuzio.html) ed avendo fatto una ricerca sulle centinaia di migliaia di reliquie conservate al Vaticano e nelle chiese di tutta Europa e Medioriente, mi ero fatto un'idea precisa su questi reperti, che  avevano un solo scopo: alimentare la credulità popolare per specularci sopra.

A parte questo, sin dal 1989, con l'analisi al radiocarbonio è stato appurato che la tela della Sindone risale al Medioevo, quindi risulta praticamente impossibile che fosse il telo originale in cui si dice che Giovanni di Arimatea avesse avvolto il corpo del Cristo (Vedi:
http://www.gesustorico.it/htm/vangeli/cosavidegiovanni.asp).


Inoltre, proprio l'anno scorso, qui a Treia, mi sono letto i libri di  Christopher Knight e Robert Lomas sulla storia dei Templari ed in particolare sull’ultimo Gran Maestro Templare Jacques De Molay, torturato ed arso vivo a Parigi nel 1307 perché riconosciuto (dalla chiesa e dal re di Francia) colpevole di eresia. I libri dei due autori inglesi andrebbero letti e ponderati con molta attenzione poiché mi sembra che racchiudano una verità storica inoppugnabile sulla Sindone.  Tra l'altro la Sindone si trova a Torino perché acquistata dai Savoia dalla famiglia   di Goffredo De Charney (anch’egli bruciato sul rogo insieme a De Molay) che la custodiva (Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Sindone_di_Torino)

Ma di questo potrete avere un'idea più completa leggendo l'articolo che segue...


Paolo D'Arpini


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I ricercatori Christopher Knight e Robert Lomas hanno condotto una ricerca estensiva in ambito Templare e Massonico con i due volumi “The Hiram Key” [La Chiave di Hiram N.d.A.] e “The Second Messiah” [Il Secondo Messia N.d.A.]. Essi descrivono la teoria del Mandylion teorizzando che l’immagine della Sacra Sindone mostri in realtà il volto dell’ultimo Gran Maestro Templare Jacques De Molay, che fu torturato alcuni mesi prima della sua esecuzione nel 1307. 

L’immagine sul telo certamente coincide con la descrizione che viene data di De Molay come mostrato in alcuni intagli Medioevali: naso aquilino, capelli lunghi fino alle spalle e divisi al centro, barba lunga con biforcazione alla base, e l’altezza (si diceva che De Molay fosse piuttosto alto).

Molti hanno criticato tale teoria sulla base del fatto che la Regola dell’Ordine proibiva ai Templari di far crescere i capelli. La spiegazione regge fino a un certo punto, visto che De Molay passò sette anni in prigione e sembra improbabile che in quel tempo gli fosse concesso il lusso della cura della persona. Knight e Lomas continuano dicendo che il telo figurava nei rituali Templari di risurrezione simbolica e che il corpo torturato di De Molay fu avvolto in un sudario, che i Templari conservarono dopo la morte del Gran Maestro. 

I ricercatori sostengono che sangue e acido lattico del corpo di De Molay si sarebbero mescolati al franchincenso (usato per sbiancare il panno) così da imprimere l’immagine del volto sul tessuto. Quando la Sindone fu esposta per la prima volta nel 1357 (50 anni dopo la distruzione dell’Ordine) dalla famiglia di Goffredo De Charney (anch’egli bruciato sul rogo insieme a De Molay) le persone che videro il telo riconobbero in esso l’immagine di Cristo. Gli autori teorizzano che Jacques De Molay potesse essere stato torturato in una maniera molto simile al Cristo per una sorta di macabra provocazione. A quel punto, allora, le ferite inferte al vecchio Templare erano le stesse di quelle di Gesù  sulla Croce. 

Oggi si crede comunemente (attraverso la datazione del Carbonio), che la Sindone risalga al tardo XIII sec. e non alla possibile data della crocifissione di Cristo. E’ interessante notare come la Chiesa rese noti i risultati dell’analisi al Carbonio-14 il 13 ottobre 1989, cioè lo stesso giorno dell’arresto dei Templari da parte della Chiesa e della monarchia di Francia.

Stralcio di un articolo di Diego Antolini 

Santoni e miracoli del pensiero - Un'altra vita è possibile?

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Ormai ero arrivato a crederci anch’io di essere un caso disperato, visto che me lo facevano capire un po’ tutti: alcuni con tatto e diplomazia, in modo indiretto ma allusivo, altri proprio sfacciatamente e senza riguardi. Il peggio era quando – soprattutto le donne- mi guardavano con quell’aria di compatimento mista a una sorta di materna tenerezza che proprio non riuscivo a mandar giù. “Eh, poverino…” era il loro pensiero inespresso, mentre si scambiavano pietosi sguardi di circostanza.
Ma cosa c’era che non andava in me?
Esteriormente, niente: certo, non ero molto bello, però i miei pezzi erano tutti al posto loro. E mentalmente? Anche: quoziente intellettivo nella media, secondo tutti i test psicologici proposti periodicamente dalle riviste (ne avevo fatta incetta in un periodo di vari mesi, a partire dal Piccolo Chimico per finire con Annabella Di Giorno, senza naturalmente tralasciare Cucina erotica, Sofà & Nunsofàgnente, Punto croce uncinata, Il Fighetto e Lo spazzino moderno).
Insomma niente, sembravo un inno alla normalità.
Il problema era quando mi mettevo a fare qualcosa – e intendo qualsiasi cosa: ne usciva un pasticcio da minorati, peggio di un Picasso trasferito alla realtà di tutti i giorni.
Se compravo un cane quello col cavolo che mi si affezionava: mi mostrava i denti e dopo qualche mesetto mi mordeva quando meno me l’aspettavo: uno si era anche abituato a pisciarmi addosso, come regola quotidiana.
Se facevo una torta o qualsiasi specialità culinaria intervenivano i pompieri. Avevo dovuto rifare la cucina quattro volte in due anni.
Non andavo ormai più in macchina, perché mi aveva convocato l’assicuratore per farmi assistere personalmente al rogo della mia polizza da parte sua nel suo ufficio, e minacciandomi che se la compagnia falliva a causa mia lui mi avrebbe bruciato, allo stesso modo, la casa.
Le biciclette: penso di aver raccolto sulle gomme più chiodi di quelli presenti in tutti i negozi di ferramenta della città. I pattini a rotelle: fratture e distorsioni.
Quindi andavo a piedi, ma nemmeno ciò era esente da rischi: infatti un paio di volte mi avevano sfiorato dei vasi da fiori caduti dai balconi, e qualche vecchietta in bicicletta colta da improvviso malore riusciva sempre a centrarmi in pieno ogni tanto. I piccioni si passavano parola quando mi vedevano uscire di casa e scommettevano sulla qualità della loro mira nei miei confronti.
La volta che, miracolosamente, ero riuscito ad attirare nel mio letto una femmina d’uomo (sorvolando sulle sue caratteristiche fisiche) e lei mi aveva chiesto di chiudere le tende, scendendo dal letto ero inciampato nel lenzuolo, e nel cadere mi ero aggrappato alla tenda, tirandola giù insieme al bastone, che era caduto direttamente in testa alla ragazza, che era stata messa kappao e avevo dovuto chiamare il 118. Avventura finita. Prima ancora di cominciare.
Insomma, qual’ era la soluzione? 

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Mi dissero: sai, nel Nepal conosco un santone…
Il solo pensiero di quel che sarebbe potuto succedere ai miei sfortunati compagni viaggiatori in aereo mi atterriva; d’altronde a mali estremi, estremi rimedi…..
Incredibilmente, tutto andò bene. Però, mentre facevo la fila per scendere dall’aereo a Kathmandu sentii un tonfo e un’esclamazione soffocata provenire dalla carlinga del pilota. Immediatamente corse fuori una hostess con il viso angosciato, chiamando aiuto e chiedendo se c’era un dottore a bordo.
Che freddo su quelle montagne innevate, altitudine media 5000 metri SLM! Gli Yak mi guardavano con compatimento – anche loro!- come se sapessero che ero freddoloso di natura. Bene o male (e direi più male che bene) arrivammo dal santone. Aspettavo ansiosamente le sue parole di saggezza.
Mi accoglie dicendo: “Vuoi un tè? Un caffè? Uno zabaione? Un cognacchino? Un maritozzo con la panna?”
“Ma.... come,lei…?”
“Ah, ah! Ci sei cascato!” e si fa una risatina chioccia, sommessa e contenuta, tipica del grande saggio himalayano. Strano santone, pensai. 
“Che ore sono?” Mi fa poi.
“Mmmh… le otto e mezza”
“Uohh, stasera gioca il Milan, aspetta che accendo”
Io lo guardo sbigottito mentre si dirige verso un immenso televisore al plasma, per rendermi poi conto che è finto. 
“Ah, ah! Ci sei cascato!”
“Ma insomma, sono venuto fino in Nepal per farmi prendere per il sedere?” Penso.
“No, certo che no” dice lui, ovviamente allenato, come tutti i santoni, a leggere il pensiero. “E’ che mi piace esordire in umiltà....come in un gioco!” E giù un’altra risatina di stampo orientale. 
Poi mi dice: “Guarda!” Stende un braccio e sulla parete della sua umile casetta si materializza una sorta di schermo, diviso in due da una striscia nera. Mi fa assistere a tutti gli eventi più salienti della mia vita, nelle due versioni: reale e alternativa, cioè di come sarebbe potuta andare. Gli faccio:
“Sì, è facile così, ma bisogna esserci dentro le cose, per capire com’è in realtà. Altrimenti non è giusto.”
“Hai ragione, ragionissima!” E si proietta nello schermo, prendendo il mio posto nel film della mia vita.
“Ah, ah! Ci sei cascato!” Gli dico. 
“Ah, ah! Ci sei cascato!” Gli dico. 
E spengo lo schermo con lo stesso gesto della mano che avevo visto fare a lui per accenderlo, lasciandolo a sbrigarsela da solo con i miei guai mentre io me ne andavo a pescare sul lago ghiacciato con il thermos del suo tè. 
Avevano proprio ragione i miei amici: quel santone faceva miracoli!

Simon Smeraldo