Disfida, ortodossia e dissenso...



Considerazioni sui cali radicali di energia al Master 1000 di Montecarlo 2026 e al Roland Garros dello stesso anno, sulle preoccupanti prestazioni d’avvio a Wimbledon 2026 di Jannik Sinner, numero 1 del mondo, e sull’assenza di reazione dei media. 

 

Al Roland Garros ­2026 (maggio|giugno) si gioca il secondo turno, a Sinner manca un solo game per vincere la partita. Il punteggio è due set a zero e, cinque game a uno nella terza partita, ma ha perso l’incontro. L’avversario argentino, Juan Manuel Cerundolo ha, infatti, gradualmente rimontato il set, l’ha vinto e ha vinto i due successivi, eliminando Sinner e guadagnando così il passaggio di turno. 

La scena è straziante, le gambe non vanno, la lucidità è ridotta, l’efficacia dei colpi mortificata.

“Colpo di calore, nausea e vertigini” hanno tagliato le energie al giovane ventiquattrenne altoatesino, che non ha più il necessario per far fronte all’avversario argentino, oggi numero 42 della classifica ATP (Association of Tennis Professionals).

 

Nei giorni successivi ripete ai media che farà accertamenti. Nessuno – a mia conoscenza – gli domanda quale sia la dieta (troppi zuccheri?), non si parla del dietologo e neppure del preparatore atletico.

Eppure anche nel precedente Master 1000 di Montecarlo aveva accusato un problema alla schiena e accumulato 30 errori non forzati, mostrando un livello nettamente inferiore all’abituale.

 

Nell’intervallo di tempo tra l’eliminazione dal Roland Garros e la vigilia del torneo di Wimbledon di fine giugno 2026, l’ufficio comunicazione di Sinner diffonde le notizie e le immagini del campione mentre fa la spesa e gira in scooter per il Principato con la fidanzata e quelle delle sue visite mediche presso l’ospedale San Raffaele di Milano, nonché l’esito degli esami ai quali è stato sottoposto per scovare le ragioni del suo malessere, che però non emergono. “Tutto a posto”, dicono lo staff e i dottori. Ma poi, “Abbiamo capito, potrebbe ricapitare, la cosa non si risolve in fretta”, dice Sinner, senza aggiungere spiegazioni. Ci sono di mezzo ipotesi che coinvolgono i vaccini Covid19? In questo caso molto si spiegherebbe, almeno per noi cosiddetti complottisti.

Come in precedenza nessun accenno a dieta e preparazione. Segreti professionali o occultamento pianificato? E perché i media non indagano e tacciono buoni buoni?

 

Intanto, il tempo è passato e viene il 29 giugno, giornata d’avvio di Wimbledon, in cui Sinner gioca la prima partita.

Jannik vince in cinque set, cosa nuova per lui, ma con una difficoltà che lascia perplessi. L’avversario è il serbo Miomir Kecmanović numero 50 del mondo. Perplessità ingigantita dalla considerevole quantità di errori di ogni genere (doppi falli, errori non forzati, volée, smash, smorzate) estremamente oltre la media abituale.

 

In conferenza stampa dice soltanto che non ha giocato al suo meglio ma è contento e che era la prima partita, su un terreno a cui doveva adattarsi, con l’aggravante emotiva dell’esordio al campo centrale del torneo più importante del mondo. E per gli altri? Per Kecmanović non lo era? Quelle di Jannik sono quindi parole che, purtroppo, hanno anche il retrogusto della scusante, dette per tacere altro.

I media pare accettino le ragioni, piuttosto diversive, della modesta prestazione e elogiano il rosso per avere vinto al quinto set, effettivamente un’evidenza positiva, visto che nelle 18 occasioni precedenti aveva vinto solo 6 partite di lunga durata. Nient’altro, ovvero nessuno (?) tra i media del mondo gli domanda se, per caso, ha fortemente lavorato sul potenziamento muscolare e sull’impiego di nuove tattiche di gioco nel periodo di riposo tra il Roland Garros e Wimbledon. 

 

Inoltre, mantenere il primato nella classifica mondiale richiede di tener conto degli avversari, in particolare di Alcaratz. Quindi allenare i colpi e le variazioni di gioco in cui l’altoatesino difetta, circa gli stessi nei quali lo spagnolo eccelle, appare come un dovere professionale e competitivo.

 

Tendenzialmente, il circo mediatico è soddisfatto dell’ampliamento dello spettro dei colpi tecnici che Sinner impiega nelle partite. Ma, a differenza del rivale spagnolo, il numero uno è un giocatore di passo, senza artistiche variazioni. Il suo gioco spontaneo asfissiava gli avversari togliendogli il respiro per la velocità, la forza e la precisione delle risposte. Snaturarlo con l’implemento di tattica e colpi a lui estranei in tempi brevi sta forse alla base della quantità considerevole di errori visti nella prima partita inglese, inclusi i lunghi scambi dal fondo, che sempre vinceva e che ora, tendenzialmente, perde. Un epilogo che ha al momento ha stravolto le doti di fondo di Jannik e che, perciò, in questa misura tocca e coinvolge l’identità non del giocatore ma della persona, con relativi riflessi d’insicurezza.

 

Nel turno successivo incontra Nuno Borges, un argentino considerato promettente. Il nostro campione vince anche questo incontro ma ancora con difficoltà visto che si tratta del numero 48 del mondo.

 

Nella conferenza stampa che segue la partita, Sinner ha un viso teso e l’espressione spaventata, a un certo punto, insolitamente, si mangia un’unghia. Ripete più volte frasi che lasciano intendere che sicurezza e forza non sono più con lui. “Sai è la seconda partita sull’erba”; “Ho tentato di migliorare, poi vedremo come andrà”; “Vediamo come va la prossima partita” ed altre espressioni... d’incertezza, che se in precedenti occasioni alludevano alla modestia ora ammiccano alla preoccupazione. Lo sguardo rilassato e forte al quale ci aveva abituati ora appare contratto e spaventato. 

 

Qualcosa è successo? L’impressione che stia attraversando una crisi importante, identitaria direi, è completamente fuori luogo?

Forse. Ma come tralasciare di dare importanza che un ragazzo possa precipitare in una debolezza di quella portata (Roland Garros), forse il solo tra tutti i partecipanti al torneo afflitti dalla medesima calura? Uno sfinimento che lo aveva già acciuffato anche in precedenti tornei. Come tralasciare che lui e lo staff non abbiano neppure fatto un cenno alla dieta, per rassicurare chi, invece, ci avrà pensato, per escluderla dal problema, per renderla di dominio pubblico ed eventualmente porla sotto critica. 

Il regime alimentare di Sinner non è finito sul lentino degli esperti e dei media dopo il crollo, né successivamente.

 

Crisi, addirittura identitaria, dicevo. Come succede ad alcuni adolescenti soggetti ad una crescita repentina e, a volte, disomogenea, dei segmenti articolari, la goffaggine, la scoordinazione, la maldestria, li investe. Un’eventualità disponibile a chiunque sia costretto ad indossare appendici, per esempio tacchi, guanti, protesi anatomiche, eccetera. Infatti, finché l’aggiunta del pezzo-novità non viene integrata nel corpo, ma sarebbe meglio dire nell’identità psicomotoria della persona, la scoordinazione e l’impaccio ne sono la conseguenza. Integrazione che sottostà a tempo e motivazione personali.

Tutto ciò vale anche con attrezzi artigianali e sportivi. Passare da uno sci lungo ad uno sciancrato, cambiare la racchetta da tennis, da quella in legno a quelle attuali, improvvisare un salto con l’asta e utilizzare i ramponi la prima volta, stare in sella, far muovere e condurre un cavallo, sono passi che richiedono un tempo variabile affinché la nuova ed imposta motricità venga riconosciuta ed integrata negli schemi motori in cui la persona esiste e si riconosce in quanto, a mezzo di essi, realizza l’equilibrio, ovvero l’efficienza di sé. 

Un epilogo che, tra l’altro, si ripete quando ci muoviamo in qualsivoglia contesto, senza essere ciò che stiamo facendo, distaccati dal movimento e dal corpo a causa di un pensiero estraneo, di una preoccupazione, di una mancanza di motivazione.

Non dovrebbe essere difficile osservare tale verità in sé e negli altri. 

 

Tornando a Sinner. A fronte delle sue prestazioni sottotono nelle prime due gare di Wimbledon, mi pare che gli allenamenti specifici ai quali si è sottoposto per migliorare i colpi in cui si riteneva carente e quelli per implementare la massa muscolare, entrambi da lui stesso resi noti, non siano stati oggetto d’interesse da parte dei media se non per plaudirli. Come se nessuno li avesse ipotizzati quale causa dei numerosi e preoccupanti errori che ha commesso nelle gare d’avvio. 

Eppure, secondo quanto scritto sopra – che non è voce mia, ma della ricerca psicomotoria – potrebbero essere proprio queste implementazioni eccessivamente repentine e compresse nel tempo, non ancora integrate nel gioco e nell’identità all’origine della crisi del campione rosso.

 

Se prima il suo gioco, come del resto quello di chiunque, godeva di schemi motori consolidati in automatismi che gli permettevano di dominare sé stesso, il ritmo e anticipare l’avversario, ovvero gli lasciavano la mente sgombra dall’impegno di dover fare bene e giusto, ora, secondo l’ipotesi qui descritta, i nuovi schemi potrebbero aver inceppato quelli esistenti. Prima entrava vincente in campo, ora titubante. Un po’ come l’estroverso e l’introverso: uno entra vincente nelle relazioni, l’altro no.

 

Siccome non v’è differenza tra corpo e spirito ora, quella libera circolazione di energia, quel libero flusso di realtà che si realizzava, sembra essersi frantumato, tanto che Sinner appare un giocatore di vulnerabilità che lo equipara ai suoi colleghi. Dalla sua ha la lunga stagione che dal rientro dalla squalifica lo ha visto in cima alla cresta dell’onda del tennis mondiale. 

Pur dando per scontato il certo lavoro psico-protettivo operato dalla sua squadra, Sinner è stato al centro di un salto di stato. Un cambio, come per ogni altra rivoluzione abituale, non facile da sostenere soprattutto se compiuto in breve tempo. Un balzo che ha comportato guadagni e notorietà, ma anche che l’ha lanciato nel turbine di una vita sotto stress.

Frantumazione della precedente idea di sé, di un’emozione che gli permetteva di realizzare al meglio le potenzialità. Una specie di Alex Honnold della racchetta­ con la differenza che lo scalatore – e qualunque altra persona capace di prestazioni sopra la media – può scegliere il tempo delle sue opere verticali ad alta tensione in base al suo stato interiore, mentre Jannik Sinner deve rispettare un calendario.

 

L’idea competitiva di dover fare di tutto – come è competitivamente giusto – per stare in sella al mondo e al passo delle artistiche prestazioni di Carlos Alcaraz gli hanno forse giocato uno scherzo che, anche nella terza partita di Wimbledon contro l’americano Jenson Brooksby, 81°, ha allungato la sua manina diabolica, costringendolo ancora una volta a dire: “Sono felice, ma devo gestire meglio alcune situazioni”. Sembrano parole degne dello stato di vulnerabilità che sta attraversando. Se contro il numero 48, dover “gestire meglio alcune situazioni” lanciano preoccupazioni, il tempo dell’integrazione dei nuovi schemi e tattiche evidentemente non è ancora esaurito. Dunque, solo i giorni potranno dire di che misura e di che durata, le invasive – sconsiderate? – novità che ha voluto, o qualcuno gli ha consigliato, portare nel suo tennis, saranno i patemi di tutti i suoi tifosi. 

 

Sul quarto incontro, in cui ha sfidato e battuto con una certa difficoltà il giapponese Shintaro Mochizuki 92° nella classifica ATP, si possono segnalare diversi momenti: Sinner pare essersi almeno parzialmente ritrovato, che significa che la quantità di errori messi in campo oltre la media fa ancora testo vista la distanza in classifica tra i due giocatori, anche se in particolare stato di flusso considerato che il giapponese, nel turno precedente, aveva battuto lo spagnolo Rafa Jodar, 26°. 

Con tali considerazioni ha senso mantenere il timore che qualcosa di importante si sia incrinato e che la corsa al ripristino non sia ultimata? 

Oltre a ciò, è ancora una volta la stampa, più del calo di Sinner, a sorprendere. I loro titoli dopo il quarto turno ricordano più gli house organ, le riviste aziendali che l’indipendenza, il controllo, la critica e la verifica quali missioni del giornalismo. Il Corriere dello Sport: “Spettacolo Sinner, battuto Mochizuki in tre set”; La Gazzetta dello Sport: “Sinner, che forza: battuto Mochizuki in tre set”. Elogi difficili da condividere per chi ha visto la partita.

 

Sul turno seguente, i quarti di finale contro il tedesco Jan-Lennard Struff, 74°, il commento di Jannik, precedente alla partita: “Avversario aggressivo”, non appare soltanto tecnico, relativo alle caratteristiche di gioco dell’avversario, ma ha l’aspetto di un piede nella porta per preparare tutti a una eventuale sconfitta. Un commento di chi non si sente ancora a posto.

Poi vince anche questo incontro tre a zero, dopo aver faticato per la solita quantità di errori nei primi due set.


Alla semifinale lo aspetta Novak Djoković, 8°, trentanove anni, che in oltre cinque ore ha vinto i suoi quarti contro il giovane Félix Auger-Aliassime numero 3 del mondo. 


Durante la sfida contro il numero 1, il più anziano e il più blasonato del circo della racchetta dimostra d’aver pienamente recuperato lo sforzo della lunga partita precedente. Entrambi giocano al meglio del loro potenziale e, soprattutto, entro la bolla della loro identità tennistica: molto dal fondo, molta forza e precisione, poche variazioni, tattiche semplici ma efficaci, come accade quando ci si esprime secondo le proprie doti fondamentali. Nel complesso una partita esemplare con rari errori, direi fisiologici. Paolo Bertolucci, in alcuni commenti durante e dopo la partita, non manca di sottolineare il livello espresso dall’altoatesino: “Stiamo rivedendo il vero Sinner”; “Che dobbiamo fare abbiamo solo da applaudire”; “Più che imbattibile” e cita Alcaraz che a suo tempo, riferendosi a Jannik, ebbe a dire al proprio allenatore “non lo tengo”.

 

Sinner pare un'altra persona, ma siccome è sempre la medesima entità, ha, semplicemente, cambiato dimensione. Il nume dell’avversario gli ha indotto una concentrazione pressoché cristallina, ovvero il miglior stato per stare nel presente. Anche la battuta di Boris Becker contiene l’arco delle prestazioni del monegasco acquisito: “Jannik Sinner è diverso rispetto al resto del torneo”.

 


Durante la partita, dopo alcuni errori sorride con se stesso, come fosse superiore al fatto d’aver perso un punto, come fosse certo si sia trattato di un momento impotente di distrazione dall’emozione di vincente che lo ha preso, come se quella della paura d’aver perso sé stesso, non solo si fosse infranta, ma non l’avesse mai costretto alla sofferenza. Il valore tecnico e storico dell’avversario comporta per Sinner una sorta di salto quantico che gli schiude l’incantesimo dell’insicurezza.

 

Jannik pare rispettare un ordine di scuderia di basare tattica e colpi giocando dal fondo. Una scelta evidente, che pare mettere in luce anche l’autocritica dell’intera squadra dopo la scarsa efficacia ottenuta nelle prime partite ricche di variazioni di colpi. Sta in questa marcia indietro tecnico-tattica il “grazie al team” che il nostro campione esprime – senza più l’espressione spiritata che non era riuscito a nascondere in precedenza, ma felice e sorridente – durante l’intervista sul campo di gara? Come dire: abbiamo fatto la scelta giusta, abbiamo sfangato partita e paura.


Certa stampa, senza vergogna per il proprio silenzio devoluto ai momenti negativi di Jannik, torna a elogiarlo. La Gazzetta dello Sport: “Questo e il vero Sinner”. C’è da chiedersi se prendono soldi dagli sponsor del tennista.

 

Anche due citazioni tratte da Il fatto quotidiano dell’11 luglio sintetizzano con sollievo il momento: “L'italiano ha offerto una prestazione impeccabile nella partita più difficile e i numeri lo confermano: 40 vincenti, solo 15 non forzati, 65% di prime in campo e 45 punti su 51 vinti con la prima di servizio”; “[Sinner] Finalmente sorridente”.

 

Se la dieta, gli implementi dei colpi e la preparazione atletica hanno ragione d’essere ipotizzati dietro alle modeste prestazioni del nostro campione, non c’è problema. Dispiace, ma tutti possono sbagliare, quindi, sarebbe da concludere con un niente di male. Ma se così fosse andata resta un peccato averlo occultato e, ancor di più, un malore vedere anche la stampa sportiva aver abiurato alla propria missione. Che altro significa sennò che solo oggi, dopo la vittoria raffinata contro Nole, a Sinner resuscitato, accennano ai timori che le prime partite di Wimbledon avevano provocato in loro e in tutti?


   Lorenzo Merlo











         Honi soit qui mal y pense