Teodoro Margarita: "Recensione al Manuale per salvare i semi dell'orto e la biodiversità"




Manuale per salvare i semi dell'orto e la biodiversità di Michel e Jude Fanton a cura di Civiltà Contadina 
(Coedizione di Terra Nuova edizioni, Arianna editrice e Fattoria dell'autosufficienza)


Michel e Jude Fanton hanno scorrazzato in lungo e in largo per il Continente novissimo e sono andati a caccia di ortaggi, legumi, cereali, ne hanno scovato di strani e incredibili, per europei come noi, ma ne hanno anche trovato di molto familiari a noi.

Si, perché essi vivono in Australia e questa terra è un crogliolo, da secoli, di immigrazioni. Dagli Inglesi agli Irlandesi, ad Asiatici da ogni parte , gli Italiani e i Francesi, Tedeschi e Portoghesi si sono affacciati alla ribalta di questo mondo agli antipodi.

Tutto ciò si riflette nella singolarità di questo libro: frutto della miscelanza originata dal fatto che tutte queste popolazioni hanno portato con sé anche le semenze originarie dei paesi di provenienza, risultato un melting pot unico e raro.

Così i pomodori ed i peperoni di origine italiana si ritrovano coltivati e popolari quanto le patate inglesi o tedesche, data la varietà di climi presenti in Australia, ritroviamo gli ortaggi adatti alle latitudini più disparate. Michel e Jude Fanton hanno contribuito a fondare, in un mondo che ne ha sempre più bisogno, una rete di seedsavers estesa, hanno studiato ed aggregato, hanno viaggiato e conosciuto gente. Sono venuti anche in Italia, ospiti graditi dell'Ecoistituto di Cesena e di Civiltà Contadina, organismi che curarono la prima edizione del manuale del 2004. A testimonianza della curiosità e della vivacità intellettuale dei Fanton, qui in Italia essi girarono alcune scene di un documentario sulla biodiversità planetaria da essi adorata, nel quale vi si vede la signora Zavalloni preparare le tagliatelle: questo per dare un'idea di questo libro, un'idea del sapore che vi è dentro. Per ogni varietà o specie esaminata ritroviamo oltre all'utilissima scheda botanica, anche gli usi locali, con tanto di ricette apprese in ogni angolo del pianeta.

Questa riedizione particolarmente ricca, rivista e adeguata per tutto quanto è stato possibile, da Alice Pasin, ha previsto la riscrittura , nel caso degli ortaggi europei, delle singole voci e l'aggiunta, preziosa, di quanto i Fanton non erano riusciti a sapere.

Per esempio, e ne vado personalmente fiero, nel caso della cucurbitacea detta caygua o koryla, cyclanthera pedata, il nome botanico, solamente in Italia ed in particolare dove viviamo noi, in Vallassina, tra Como, Lecco e Bellagio, si ritrova coltivata questa varietà e si ritrovano notizie di fatti, ricette ed una diffusione che nel resto d'Europa è assente. Ciò è particolare in quanto la cyclanthera, qui detta "miliun" a causa del numero enorme di frutti, pur essendo adatta ad un clima tropicale e mediterraneo, non è comunemente coltivata nel sud dell'Italia. Nel manuale si riportano ricette adoperate nel sud del mondo, ad esempio la cottura al forno, in Vallassina e pochi altri posti della Lombardia e del Canton Ticino, si consuma esclusivamente sott'olio o sottaceto.
Una curiosità che arricchisce e stupisce come la biodiversità tutta considerata. Salutiamo questo manuale certi di una sua buona accoglienza, le tematiche della difesa delle specie della tradizione, la difesa dagli invasivi e minacciosi Ogm, dagli ibridi senza storia, passa dall'avere uno strumento come questo. Un manuale che con chiarezza spieghi a tutti i nuovi contadini, nuovi in quanto consapevoli del lavoro di enorme importanza che si compie quando si salvaguardano specie locali non presenti sul mercato sementiero, modalità di coltivazione, di uso alimentare o terapeutico, le distanze minime per impedire libridazioni indesiderate, cosa afre per riprodurre la semente.

Tutto questo è vitale e siamo certi che troverà risposta tra le pagine del libro. Il lavoro che va riconosciuto a tutti quanti si sono cimentati nell'impresa della traduzione e dell'adattamento, gli autori stessi sono consapevoli della grande ricchezza che il nostro paese, a confronto di altri ed a dispetto di poteri pubblici che latitano, ancora conserva in specie ma anche e soprattutto in usi culinari, in sapienza poplare nei riguardi del cibo.
Coltivare per salvaguardare, coltivare per praticare dal basso la propria sovranità alimentare, necessita di conoscenze e di messa in comune di queste. Michel e Jude Fanton hanno svolto il compito con fantasia e competenza, un'associazione come Civiltà Contadina, adesso e prima assieme all'Ecoistituto di Cesena, hanno fornito altre gambe a questa opera. Unirsi alle varie associazioni di salvatori di semi esistenti, partecipare agli scambi sempre più diffusi in tutta Italia, mantenersi collegati, scambiarsi esperienze e notizie, mai troppe su questa materia viva per definizione, è l'augurio che facciamo all'opera. Una primavera di semina ci attende, facciamo tesoro dei consigli preziosi presenti nel testo e continuiamo la ricerca .
Daremo una mano, partendo da un balcone, da un piccolo orto a questa grande meraviglia che si chiama biodiversità vegetale.

Teodoro Margarita

Dall’infanzia all’eternità… come la memoria biologica influisce sul pensiero


Caterina Regazzi

Alcune vicende –non vicende che mi stanno capitando in questi giorni mi avevano già fatto venire voglia di mettere su carta, come su un diario, alcune parole, che cercheranno di rappresentare delle impressioni e che forse serviranno a chiarire nella mia mente e nel mio cuore, una visione. Sì, perché sempre di “visione” si tratta;  assolutamente non credo di vedere e rappresentare una “realtà”. Non mi ricordo più chi diceva, forse lo hanno detto in molti santi ed anche il fisico Einstein, che l’ “osservatore” fa sempre parte dell’evento e l’osservazione non è mai un’azione neutra ma ha un ruolo fondamentale nella manifestazione.

Ecco, mi sono già persa, penso di dire una cosa, e mentre la scrivo o cerco di scriverla, ne viene fuori un’altra….

Un altro flash che ho vissuto poco fa e che assieme ai pensieri precedenti mi ha fatto decidere di scrivere è stata l’immagine di me bambina, di ritorno da scuola, davanti al negozio di fiori, quasi arrivata al portone di casa, a Roma, in Via Luigi Ronzoni 41, che penso: “Preferisco gli animali alle persone… sono molto più semplici da capire, non ti deludono, non ti tradiscono e non ti abbandonano mai. Non c’è bisogno con loro di essere simpatici e intelligenti, puoi essere quello che sei”.

Chissà quali grosse delusioni aveva subito quella bambina, nella sua delicata sensibilità, forse una madre un po’ distratta ed incapace di attenzioni adeguate (ma quand’è adeguata l’attenzione di una madre?), forse un’amichetta  troppo superficiale che non soddisfaceva la sua necessità di andare in profondità, forse un’altra amichetta troppo “avanti” invece, per il suo livello di crescita e da cui fu presto trascurata ed abbandonata…

Oltre all’amore per la natura fu quella predizione per –come dicono gli animalisti- gli “animali non umani” a farmi scegliere in seguito il mio corso di studi.

Cos’è che spinge rispettivamente l’uomo e gli animali a fare quello che fanno, ad essere come sono? Di un animale si può forse dire che sia “buono” oppure “cattivo”? Sicuramente no, l’animale è puro istinto e se, disgraziatamente compie un atto dannoso per qualche altro essere vivente,  lo fa unicamente seguendo uno stimolo e non certo per calcolo o per ottenere un risultato, con un fine “altro” diverso da quello di coprire la necessità del momento.

L’essere umano invece, me compresa, tranne che in alcuni casi e situazioni alquanto eccezionali, agisce spesso per raggiungere un obiettivo che a volte può anche non essere chiaro allo stesso individuo. Ci si potrebbe chiedere “cosa c’è di male ad avere un obiettivo?”. Avere uno scopo più o meno importante e difficile da raggiungere si dice  sia stata la spinta che ha fatto progredire l’umanità (“volli… volli, fortissimamente volli” – Ugo Foscolo). Ad esempio: raggiungere un benessere psicofisico, soddisfare un semplice desiderio,  ottenere una sicurezza materiale nella vita,  instaurare un rapporto appagante, fino al perseguimento di fini politici, sociali o religiosi che a loro volta ci diano il piacere di sentire che stiamo facendo il “bene” (obiettivo questo molto sottile). A volte, pur che l’agire sembra indirizzato ad uno scopo comune, in realtà viene perseguito un vantaggio personale…. E questo è l’aspetto più subdolo (talvolta inconscio).

Che fare una volta che si è percepito questo? Ed è quel che mi son chiesta io arrivata a questo punto…. Guardare fuori dalla finestra, vedere che oggi è nuvolo e nebbioso, ma domani forse ci sarà il sole, così come c’era ieri. E sentire che tutto ciò non ha importanza, che le buone maniere e l’educazione non hanno importanza e non devono condizionare il nostro esistere e che meno tutto ciò ha importanza e  più nitida sarà la nostra visione del film che stiamo vivendo, interpretando così la parte che ci compete al nostro meglio, qui ed ora.

Caterina Regazzi 

La natura è nostra Madre.... ed è viva!


La fata degli elementi - Dipinto di Franco Farina

L’unico modo effettivo per cambiare i condizionamenti è insegnare nelle scuole ai bimbi che la Natura è un'entità viva e noi ne siamo parte, noi siamo la natura, e trattare male gli altri, sporcare un ambiente e come trattare male se stessi, come sporcare casa nostra. Solo quando questo sarà fatto, si potrà, realisticamente, iniziare a metter le radici di un'altra pianta. Da radici di gramigna nasce gramigna, da radici di gelso nasce il gelso. 

A quel punto almeno la metà di esseri umani diventano amici di se stessi cioè della natura, cioè dell'universo, etc. etc.

Basterebbe vivere con la meno soldi, vivere con poco materia, e nutrirsi della bellezza dei tramonti, nutrirsi della bellezza dell oceani, degli sguardi dei Daini che corrono, dei ragni che tessono la loro tela, nutrirsi del silenzio musicale delle nuvole. nutrendosi di queste immagini si diventa più leggeri e sereni, il resto poi viene da sé.  

Diamoci alla  natura la nostra vera mamma! 

Taehye Sunim

Teosofia - Bibbia: Elohim - Lucifero - "Non ci indurre in tentazione"



Alcuni scrittori, tra i quali Mauro Biglino,  Alessandro e Alessio De Angelis,  affermano  che la Bibbia non è un testo religioso ma storico, che è stato sovente  modificato per adattarlo alle esigenze culturali e sociali dei vari periodi  e che  l'argomento più importante è che nella Bibbia non si parla del Dio Assoluto ma di più Elohim  e in particolare  di Geova-Yhaweh, l'Elohim che governò il popolo di Israele.  Si trovano su internet anche numerose video conferenze  degli stessi autori. 

Il teosofo-antropologo Bernardino del Boca ha  ben evidenziato la differenza esistente tra religiosità e spiritualità, come si può anche rilevare nel sito "Teosofia-Bernardino del Boca".

H.P. Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica, alla quale B. del Boca fu iscritto dall'età di 19 anni e fino alla sua dipartita dal piano fisico, dedicò  all’argomento  Elohim  molte pagine dei suoi  libri.  Ad esempio:  

  “… Si deve richiamare l’attenzione sulla confusione  -se non peggio-  che regna nelle interpretazioni occidentali della Cabala. (ndr e della Bibbia).  L’Eterno Uno vien detto conformare se stesso in due: il Padre e la Madre della Natura.  Per cominciare, è una concezione orribilmente antropomorfica l’applicare termini implicanti una distinzione sessuale alla più remota e prima differenziazione dell’Uno. Ed è ancora più erroneo identificare queste prime differenziazioni  -Purusha e Prakriti della filosofia indù-  con gli Elohim, le forze creatrici di cui si parla; ed ascrivere a queste astrazioni inimmaginabili per il nostro intelletto, la formazione e la costruzione di questo mondo visibile, colmo di male, peccato e dolore.  In verità, la “creazione da parte degli Elohim” di cui qui si parla, non è che una “creazione” assai posteriore e gli Elohim, lungi dall’essere poteri supremi o magnificati della Natura, sono solamente Angeli inferiori.  Questo era l’insegnamento degli Gnostici, la più filosofica di tutte le primitive Chiese cristiane. Essi insegnavano che le imperfezioni del mondo erano dovute all’imperfezione dei suoi Architetti e Costruttori: Gli Angeli imperfetti e pertanto inferiori. Gli Elohim ebraici corrispondono cioè ai Prajapati degli Indù, ed è dimostrato altrove, in base all’interpretazione esoterica dei Purana, che i Prajapati furono i modellatori soltanto della forma materiale ed astrale dell’uomo: che essi non poterono fornirgli l’intelligenza o la ragione, e quindi in linguaggio simbolico essi  “non riuscirono a creare l’uomo” Ma per non ripetere più ciò che il lettore può trovare altrove in quest’opera, si deve solo richiamare la sua attenzione sul fatto che “creazione” in questo contesto non è la “Creazione Primaria” e che gli Elohim non sono “Dio” e nemmeno gli Spiriti Planetari Superiori…"   (H.P. Blavatsky – La Dottrina Segreta  Vol VII  ed. 2003  pag. 249-250)

 “Nessun dio  -che si chiami Bel o Geova – che maledice la sua opera per averla fatta imperfetta, potrebbe essere la Saggezza assoluta e infinita." (H.P.Blavatsky . Dottrina Segreta Vol. V pag. 192)

Nei testi teosofici si rileva inoltre che nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento,  non esiste  la figura antropomorfa di Satana-Lucifero, così come affermano anche gli scrittori suindicati. 
 Lucifero è il nome della stella Venere, la stella del Mattino, portatore di luce –Lux-fero- . Nell’antico testamento Isaia definisce, con ironia, “portatore di luce” il re di Babilonia. Nei primi secoli della Chiesa il nome Lucifer è stato considerato un titolo di Cristo, A Cagliari esistono una chiesa ed una via dedicate a San Lucifero che di Cagliari fu arcivescovo nel 300 d.C..  S. Lucifero, vissuto fino al 370, partecipò nel 355 con il vescovo di Vercelli Eusebio al concilio di Milano. Fu in seguito  che i Padri della Chiesa decisero di unire il Lucifero di Isaia al Satana di Giobbe e dei Vangeli.   
"Se Satana avesse un'esistenza oggettiva in questo mondo arebbe ossessionato dalla malvagitò dell'umanità, le cui risorse negative sono in grado di annientare qualsiasi  diavolo"  (dal glossario teosofico - Società Teosofica).
 "Chi leggerà le nostre scritture buddiste, scritte per le masse superstiziose, non potrà mai trovarvi un demone così vendicativo, ingiusto. crudele e stolto come il tiranno celeste sul quale i cristiani riversano a fiumi la loro servile adorazione ed al quale i loro teologi attribuiscono quelle perfezioni che sono contraddette da ogni pagina della Bibbia (Dalle lettere dei Mahatma - Ispiratori della Società Teosofica- a A. P. Sinnett - Vol. I pag. 103)
 “…”Non indurci in tentazione”  è  l’aspirazione dei cristiani. Chi è dunque il tentatore? Satana? NO, la preghiera non è rivolta a lui.  E’ invece il genio tutelare che indurì il cuore del Faraone, che introdusse lo spirito del male in Saulo, che inviò i messaggeri menzogneri ai profeti ed indusse Davide al peccato: è infine il DIO biblico d’Israele!   
Agli effetti dell’analisi filosofica non abbiamo da tenere conto delle enormità che hanno oscurato gli annali di molte religioni del mondo. La vera fede consiste nella divina carità ma coloro che servono al suo altare sono solamente creature umane. Sfogliando le pagine cruenti della storia ecclesiastica, scopriamo che chiunque fosse l’eroe e a prescindere dal costume degli attori, la trama della tragedia era sempre la stessa. L’eterna notte domina ovunque, ma noi passammo dal visibile a ciò ch’è invisibile per l’occhio dei sensi. Il nostro desiderio più fervido è stato quello di indicare alle anime veritiere, come possono sollevare la cortina e nella notte profonda, fatta giorno, mirare con l’occhio non abbagliato la Verità Svelata. ( H.P. Blavatsky . "Iside Svelata – Teologia "– pag. 396-397)
Da  Wikipedia:  “ la Bibbia della Conferenza Episcopale Italiana  del 2008 havariato la frase "non ci indurre in tentazione"   in     "e non ci abbandonare alla tentazione" ”.
In un articolo pubblicato dal Corriere della Sera  il 25 maggio 2002 , dal titolo "La tentazione sbagliata", che si può leggere su internet,  il giornalista  cattolico Vittorio Messori  scriveva che l'abate Jean Carmignac  nel corso di una sua intervista affermò:
"E' intollerabile, è del tutto intollerabile attribuire a Gesù una prospettiva secondo la quale Dio Padre avrebbe, in fondo, la caratteristica del diavolo stesso".
“Occorre dimostrare su basi logiche, filosofiche, metafisiche e scientifiche che tutti gli uomini, spiritualmente e fisicamente, hanno la stessa origine; che siccome l’umanità è essenzialmente una e della medesima essenza, e dato che questa essenza è una, infinita, increata ed eterna, sia che la chiamiamo Dio o Natura, nulla perciò può avere un effetto qualsiasi su di una nazione o su di un individuo senza averlo su tutte le altre nazioni e su tutti gli altri individui. Questo è tanto certo ed ovvio quanto l’urto, causato da una pietra gettata in uno stagno e propagato prima o poi, ad ogni singola goccia d’acqua ivi contenuta. Alla domanda: ma questo non è l’insegnamento del Cristo, bensì piuttosto un concetto panteista? Blavatsky rispose: “Questo sta proprio il punto dove vi sbagliate: è puramente cristiano ma non biblico, ed è questa forse la ragione per cui le nazioni che seguono la Bibbia, preferiscono ignorarlo.

E’ un’accusa, quali sono le prove? Sono a portata di mano: non si attribuisce a Cristo l’aver detto: “Amatevi gli uni e gli altri e amate i vostri nemici?” Ma il Genesi dice: “Maledetto sia Canaan e che esso sia il servo dei servi dei suoi fratelli.” Ecco perché i Cristiani biblici preferiscono la legge di Mosè alla legge di amore del Cristo: essi si fondano sull’Antico Testamento dove giustifica le loro passioni, le loro leggi di conquista, di annessione e di tirannia su razze che chiamano inferiori. Quali crimini non sono stati compiuti, in forza di questo brano infernale (se preso letteralmente) del Genesi, solo la storia ce ne può dare un’idea per quanto inadeguata. ( H.P. Blavatsky - La Chiave alla Teosofia -1889-  pag. 36-37)

Mauro Biglino afferma che la Bibbia è quel testo che tutti posseggono e che nessuno legge; i testi teosofici di H.P. Blavatsky, di  B. del Boca ed altri,  sono invece  posseduti da pochi e, anche fra questi, pochi li leggono.  H.P. Blavatsky (nel 1875) afferma che nella Bibbia si riscontrano più Elohim , che la parola Elohim non è un plurale maiestatis, o plurale di astrazione,  e  quindi  le sue affermazioni su questo argomento concordano con quelle presentate dai ricercatori   suindicati.
Bernardino del Boca , nel suo articolo “I Pionieri dello Spirito”, pubblicato sul sito internet sopracitato,  scrisse che i pionieri dello spirito sono sovente combattuti e derisi ma che il loro “pensiero forte e puro non  può essere fermato perchè esso si muove in una dimensione in cui l’uomo non può innalzare barriere.”  

  Paola  Botta Beltramo

Esempio di spiritualità laica e politica: il confucianesimo


Il saggio Confucio

L’etica confuciana, in parte somigliante  a quella di Francesco Guicciardini,  è   una esemplificazione ideale basata  su norme atte a  coagulare la società e renderla prospera, nei suoi vari livelli,  mantenendo inoltre una costante sinergia d’intenti fra lo  stato ed i sudditi.

Per questa ragione il Confucianesimo non è mai stato sconfessato dal comunismo maoista, anzi Mao ha forse tentato di porsi come un  simbolo  ininterrotto del buon governo auspicato da Confucio. Che ci sia riuscito  e se il popolo lo abbia riconosciuto come tale è  un altro discorso.. Sta di fatto che nel solco del pensiero confuciano si può intuire e riconoscere tutto il pragmatismo che contraddistingue  anche la Cina moderna.

Se rivolgiamo l’occhio all’insegnamento di Confucio  esso ci si presenta libero da ogni collegamento diretto con la divinità, essendo fondato unicamente sulla ragione e sul buon senso. Ed è per questa ragione che  da oltre 25 secoli la ragione ed il buon senso  sono onorati in Cina come una religione. A questo metodo concreto si son dovute adattare persino altre filosofie più metafisiche come il buddismo, che ha assunto fra le sue regole la pietà filiale ed altre simili norme. E persino le minoranze musulmane e cristiane  si sono  cinesizzate ad eccezione della componente cattolica romana che presume di dovere obbedienza solo ai dettami del papa di Roma… e questa è la vera  causa della cosiddetta “persecuzione” nei suoi confronti, ovvero l’impossibilità da parte del governo cinese  di accettare che tale religione sia estranea al contesto interno (si noti che i vescovi e cardinali  cattolici vengono nominati dallo stato estero del vaticano)… ma lasciamo da parte queste diatribe che non ci interessano e torniamo al buon Confucio.

La vita di Confucio mostra che egli ha sempre parlato da uomo ad altri uomini   e mai come  messaggero di una divinità che l’avesse eletto messia o profeta. Egli nacque nella città di Tsan, in Shantung, nel  551 (a.C.) allorché in occidente era da poco deceduto Solone il moralizzatore di Atene ed a Roma  Servio Tullio sanciva la costituzione “Tulliana”.   Egli fu costretto da necessità pratiche  a guadagnarsi la vita e non esitò a svolgere umili impieghi,  non sentendo in sé la vocazione all’insegnamento come allora veniva praticata in modo formale. La Cina che già vantava  una storia millenaria con tre solide dinastie imperiali stava allora attraversando un periodo di instabilità sociale. Perciò in Confucio predominò,  oltre al  senso di disciplina e di ordinamento sociale,  il culto delle tradizioni familiari e della pietà. Egli si fece conseguentemente conservatore e raccoglitore delle memorie e dei testi sacri che trattavano quei temi. Ma nelle sua opera andò incontro ad avversioni e persecuzioni, come avvenne un secolo e mezzo più tardi in Europa  al filosofo Platone.

Solo all’età di cinquant’anni Confucio assunse una carica pubblica di un certo rilievo a Ciung-tu, ove divenne Ministro di Polizia, mentre la fama della sua saggezza e della sua eccellente amministrazione si  diffondeva in altre province.

Confucio fu un riformatore severo ed energico, nel suo animo prevalevano i consigli della giustizia,  perciò gli si formò  contro una congiura di ignobili potenti, che talvolta attentarono anche alla sua vita e poi ottennero che egli venissi congedato dal suo incarico.  I suoi ultimi anni furono tristi… sebbene gli venisse risparmiata la cicuta. Morì a settantatre anni nel 479 a.C.

Dai suoi insegnamenti traspare che l’uomo fu creato per vivere secondo ragione, cioè lottando contro le forze avverse e basse dell’istinto, e vivendo in accordo con gli altri uomini, seguendo un codice di principi e doveri conformi alla nobiltà e dignità dell’essere umano. Le cinque virtù cardinali dell’uomo per Confucio sono: la bontà, l’equanimità, la convenienza (cioè il pronto adattamento al tempo ed alle circostanze), la saggezza e la sincerità.

Ed è soprattutto alla sincerità che egli dedicò le lodi più alte.  Egli raccomandò energicamente i doveri verso i parenti,  il rispetto e la cura per i più vecchi, la dedizione verso gli amici, la coscienziosità in ogni atto compiuto, l’autocontrollo e la moderazione.  “Il bene supremo dell’uomo non è il piacere, né gli onori, né la ricchezza.. ma è la virtù, sorgente di ogni bontà”.

Del pensiero antimetafisico di Confucio abbiamo sicuri documenti: il Cielo e la Terra sono i genitori di tutte le creature e questa è anche la sostanza dell’I Ching, ove invece delle preghiere viene indicato il retto comportamento come “bene supremo per l’uomo”.  Ed al proposito dell’aldilà egli affermava: “Se non si conosce ancora la vita come si potrà conoscere la morte?”.  Personalmente Confucio preferiva l’attenzione rivolta ai fatti concreti dell’esistenza piuttosto che alle meditazioni trascendentali.   Egli stabilì una dottrina puramente laica, come diremmo oggi,  basata su principi logici,  etici,  estetici ed intellettivi.  Egli a buona ragione può essere definito un precursore e degno rappresentante della Spiritualità Laica.

Confucio ed i suoi seguaci, ovvero la stragrande maggioranza del popolo cinese, disprezzano perciò quel che non è cogente, che non rappresenta un fondamento e non ha radici nella vita comunitaria.

Lo “spirito” di Confucio è il risultato dell’analisi comportamentale, psicologica, archetipale dell’uomo. Egli soleva dire: “Io non voglio fare dell’uomo un mistico, quando ne ho fatto un perfetto onest’uomo ciò mi basta”. Assai prima degli stoici greci egli insegnò  l’amore per tutto il genere umano e “precorrendo” il cristianesimo disse “Non fate agli altri ciò che non volete fatto a voi!”.

Paolo D'Arpini

Spiritualità Laica significa liberazione dai preconcetti religiosi....


Lo schema fideistico delle religioni, sovrimposto alla spontanea rivelazione dell’umano in noi, continua ad offuscare la semplice coscienza di esistere, di appartenere ad un tutto inscindibile di cui siamo parte integrante.

Prima ancora di essere  cristiani, maomettani o buddisti, noi siamo “coscienza” ma tale consapevolezza è talmente offuscata che le nostre intrinseche qualità  vengono sommerse da una pletora di idee, costrizioni e strutturazioni precostituite da vari credo religiosi. Un recinto che impedisce la libertà espressiva in termini di spiritualità naturale dell’uomo.

Basti vedere l’uso improprio che viene fatto  del termine “laico” dalla religione cattolica, sottintendendo si tratti di persona  non "ordinata" ma membro della religione. Cosa assurda dal punto di vista  etimologico e glottologico. Ma questo misuso viene portato sfacciatamente avanti nelle menzioni fatte dal vaticano in riferimento ai cosiddetti credenti “laici”  della chiesa (intendendo persone comuni, capifamiglia od altro non ordinati nella casta sacerdotale ma appartenenti alla religione).    Questo imbroglio lessicale contribuisce a mistificare  e differenziare  quel che è  assolutamente indivisibile: lo spirito.

Dalla nascita alla morte restiamo in una gabbia ed uscirne sembra quasi impossibile. Pian piano l’uomo si sta riconoscendo  sempre più nella comune appartenenza all'esistenza e non particolarmente come membro di una religione od etnia. Questa tendenza alla “unità” va aiutata  attraverso  la coscienza di una vera spiritualità naturale e laica, che riporti la libertà personale dell’uomo alla sua originaria manifestazione.

I bambini, i neonati, sono i primi sfruttati, in senso ideologico e religioso, obbligati dai loro stessi genitori  e dagli obblighi “sociali” (ormai consolidati) a sottostare alle  strumentalizzazioni religiose.  Prima ancora che abbia potuto capire cosa significhi “religione”, un bambino innocente viene obbligato ad un percorso religioso, del tutto inconsapevolmente,  cominciando con il battesimo, poi  la cresima e poi ancora  la comunione. Il bambino incolpevole viene legato ai riti e ad una fede che non conosce e non ha l’età per capire se sia buona o cattiva.

In tal modo non si aiuta la libera espressione spirituale ma si rinchiude la società in una prigione di pensieri, e ciò vale sia per le religioni che per le ideologie.

Invito le persone per bene e sincere a divenire consapevoli di ciò, contemporaneamente invito i “religiosi” (ovvero gli ipocriti imbroglioni) a smetterla con questo  massacro dell’intelligenza umana.

Paolo D'Arpini

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Intervento critico pervenuto:


 Carissimo Paolo, l'argomento e' senz'altro stimolante e non mi sottraggo al piacere del confronto.
 Sono cristiano, ma assolutamente rispettoso dei credo altrui. Tengo, tuttavia, a precisare che spesso con presunzione, superficialità o supponenza si tende a derubricare il credente, assoggettandolo alla "casta religiosa" di riferimento. E' chiaro, ormai, che il CLERO si sia discosto nei secoli dal suo ruolo primordiale e dalla sua radice; testimoniare e diffondere i principi di uguaglianza solidarietà, di amore fraterno, preferendo ad esso l'avidità, l'attaccamento al potere.
E' chiaro che il messaggio evangelico è stato "manipolato", e la prova più evidente e' il "dogma" per il quale "la sofferenza sia necessaria per raggiungere la salvezza"! Una nefasta mistificazione!
Dio ci vuole felici, e ci ha pure indicato la chiave di vita; l'AMORE FRATERNO! Che pochissimi di noi mette in atto. Perché ci riteniamo ciascuno depositari di verità assolute, mai disposti a confrontarci e condividere saperi ed energie.
Questo concetto e' essenziale poiché, in realtà, tende a GIUSTIFICARE LO STATO ATTUALE DELL'UOMO, SOFFERENTE NEL MONDO, per il sollievo del SISTEMA CHE VI SI ALIMENTA.
Ma la bugia, e' peggio del tradimento! 
Questa opera di "criptazione della verità'" ha impedito all'uomo di conoscere le origini della vita, dell'universo. La reincarnazione, la materia, la sublimazione, erano concetti cardine e primordiali della religione cristiana (poi miseramente abbandonati e nascosti).  
Ma la verità si può nascondere, ma non cancellare! 
Dunque, presto, molto presto, scopriremo un mondo "nuovo", quello che i molti alti prelati ci hanno negato. 
Questo, per dimostrare, caro amico mio, che si può essere "credente" senza essere "ipocrita" o "incosciente" (nel senso etimologico del termine).
Credo che l'universo e' talmente perfetto che non può essere frutto del caso. 
C'e' una intelligenza onnicreante, che ci ha donato la cosa più bella di cui potessimo disporre; il libero arbitrio, che noi umani, tuttavia, stiamo usando nel peggior modo possibile.  
Scusandomi per il disturbo, un saluto fraterno, 
Gianni Principi 

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Mia rispostina: "Caro Gianni, è il "credere" in se stesso che impedisce la percezione diretta dello Spirito che tutti ci compenetra. Dio non può essere avulso dal creato e non può essere "altro" da noi stessi. D'altronde persino Gesù lo ha chiaramente affermato dicendo "Il Regno dei Cieli è dentro di voi" e persino nel vecchio testamento dal nome dato alla divinità "Jhavè", che significa "io sono", si evince che lo spirito è presente come Essere in ognuno di noi. Ed ancora più specificatamente è detto: "Io sono quell'io sono" (tradotto impropriamente dai cristiani con "Io sono quel che sono")....

Grazie per aver dialogato con me su questo tema importante, ciao, Paolo  

Valentino Bellucci: "Il benessere attraverso l'Ayurveda"


La millenaria cultura vedica aveva già in suo possesso una conoscenza molto più  avanzata di quella di oggi, tale conoscenza è olistica e permette ad  una società sana di essere in armonia con la natura.

In questo senso il libro di Bellucci illustra una sintesi della medicina ayurvedica che 
propone non solo rimedi pratici ed efficaci per ottenere salute in modo naturale e autonomo, ma un vero e proprio stile di vita che permetta una vita piena e felice su tutti i livelli dell'essere umano: fisico, mentale ed interiore.

Non più schiavi di un sistema medico che crea dipendenza da sostanze chimiche, ma una tecnologia che richiede una rivoluzione nella nostra vita per essere liberi da malattie di ogni genere...


Valentino Bellucci (Weinheim 1975) ha insegnato presso le università di Macerata e Urbino. Attualmente è docente di Storia e  Filosofia nei licei italiani. Si dedica da anni allo studio della cultura vedica e ha pubblicato un saggio sulla mistica indiana più 
esoterica: lo yoga devozionale indiano. Il
Vaishnavismo (Xenia 2011). 

Ha al suo attivo importanti saggi e articoli di filosofia e orientalistica. Inoltre si dedica al Bhakti-yoga all'interno della 
millenaria tradizione spirituale di Maestri qualificati(brahma-madhva-gaudya-sampradaya).
Dipinge e si dedica alla poesia, dove ha ricevuto un importante premio da Giovanni Raboni nel 2003. Il suo operato ha lo  scopo principale di divulgare una tradizione spirituale e scientifica in grado di fornire alla società occidentalizzata gli strumenti per risolvere alla radice i suoi mali sociali
e psicologici.


(A cura della Redazione) 

In memoria di Mohandas Gandhi.... nell'anniversario della sua uccisione




Ricorre il 30 gennaio l'anniversario della morte di Mohandas Gandhi.

Nel ricordare Gandhi con inestinguibile e vieppiù crescente gratitudine, ancora una volta affermiamo con profonda persuasione l'evidenza di questa verità: che solo la nonviolenza può salvare l'umanità.

La nonviolenza è l'unica forma adeguata e coerente di opposizione al razzismo e al maschilismo; è l'unica forma adeguata e coerente di opposizione a sfruttamento, inquinamento e guerra. Il concetto di nonviolenza e' sinonimo di antitotalitarismo e di antibarbarie. Nonviolenza è forza della verità, rispetto per la vita, impegno concreto per la convivenza e la liberazione comune.

Scegliere la nonviolenza e' opporsi a tutte le violenze e le menzogne, lottare contro tutte le uccisioni e le persecuzioni, recare soccorso a chi soffre, difendere e promuovere la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani, proteggere la biosfera casa comune dell'umanità intera: e' il primo dovere di ogni persona decente, e' il compito comune dell'umanità.

L'unico modo onesto di ricordare Gandhi è proseguirne la lotta per un'umanità di persone libere ed autonome, eguali in diritti e doveri, responsabili e solidali, nell'unico mondo comune che abbiamo.

Vi è una sola umanità. La nonviolenza è in cammino, la nonviolenza è il cammino.

Peppe Sini
responsabile del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo




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Una breve notizia biobibliografica su Gandhi

Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra, avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico. Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il 30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione, della sua opera.



La meditazione come arte e pratica dell’abbandono.... Saggio di Gianfranco Bertagni




Vorrei iniziare citando una frase di Corrado Pensa, insegnante di vipassana: “L’abbandono-accettazione non è un aspetto tra gli altri del cammino spirituale, [...] ma ne è, piuttosto, il cuore” (Corrado Pensa, L’intelligenza spirituale, Ubaldini, 2002, p. 154). Questa scarna e semplice affermazione racchiude in sé, se rettamente intesa, tutto ciò che possiamo legittimamente chiamare pratica meditativa. 

Non sarebbe anzi fuori luogo azzardare la seguente affermazione, apparentemente incompleta e oscura: la meditazione è arte e pratica dell’abbandono.

Cerchiamo però di allontanare subito alcune eventuali interpretazioni di questa definizione, che potrebbero portarci lontani da un corretto approccio alla questione che stiamo trattando. Un atteggiamento di ‘abbandono’ a volte viene associato a una modalità di vita all’insegna dell’abbattimento, dello scoraggiamento, oppure della rinuncia triste e di tutto ciò ne è il portato, la conseguenza. Non mi riferisco qui – evidentemente - a questo tipo di abbandono, ma a quel particolare abbandono che è praticato nella meditazione, che è il suo strumento principe, che viene a connotarsi come l’atteggiamento mentale proprio del meditante.

L’abbandono che viene realizzato durante la pratica meditativa è essenzialmente duplice: è un abbandono di e un abbandono a. 
Abbandono di. Nella pratica meditativa si abbandona la nostra tendenza coatta e inconsapevole a reagire in modo compulsivo di fronte a ciò che consideriamo piacevole o spiacevole. Si disinnesca, in altre parole, la serie numerosa di filtri che si interpongono tra noi e la realtà. 

Con realtà si intenda non solo il mondo esterno, con tutto ciò che lo costituisce (la natura, le persone e il nostro rapporto con esse, gli oggetti, la comunicazione, ecc.), ma anche la nostra realtà interiore, la sua originaria natura, deturpata e ricoperta da quei giudizi, quelle valutazioni, quelle paure, quelle speranze, quelle opinioni, quelle aspettative che ci vietano un contatto diretto con la nostra intima, estesa, rasserenante spaziosità silente. 

Fa parte, purtroppo, di una certa interpretazione della pratica spirituale (una visione, potremmo dire, a denti stretti, virtuosistica, agonistica) ritenere che il compito principale di quello che sommariamente potremmo chiamare ‘ricercatore’ sia quello di raggiungere un altissimo ideale, di perseguire un fine ambito, di arrivare ad una meta agognata: la perfezione, la santità, la bontà, la purezza, ... 

Ora: è ovvio che finché si rimane intrappolati in questa visione delle cose, si permane nella rete di tre atteggiamenti deleteri: egocentrismo, aggressività spirituale e dualismo.

Questi tre atteggiamenti sono strettamente legati. L’egocentrismo a cui mi riferisco qui è un egocentrismo tutto particolare, di tipo sottile e quindi ancor più subdolamente nocivo rispetto all’egocentrismo ‘usuale’. È quell’essere centrati sul proprio ego, sulla propria persona riguardo alla sua possibilità di migliorare, di crescere, di evolvere. Si tratta, comunque, di un dare troppa importanza a se stessi, seppur in un’ottica raffinata quale quella della crescita spirituale. 

Questo atteggiamento può essere, tra l’altro, causa di un singolare razzismo neo-gnostico, nel quale da una parte vi sarebbero i chiamati, i ricercatori spirituali, coloro i quali si applicano a ciò che ritengono li condurrà all’agognata pace dei sensi, e dall’altra il resto dell’umanità, ignorante, imprigionata in un’illusione collettiva, oggetto di commiserazione, se non di ripulsa e di scherno. 

Disse in un colloquio Nisargadatta Maharaj: “L’interesse e la preoccupazione per se stessi sono il punto focale del falso” (Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Ubaldini, 2001, p. 241).

Strettamente unito a questo tipo di egocentrismo è il secondo atteggiamento che ho citato, cioè l’aggressività spirituale. È naturale che la centratura sul proprio ego conduca a una pratica, come si diceva, a denti stretti, tesa – come è – al raggiungimento di un determinato scopo, attraverso continui sforzi, slanci prometeici. 

All’interno di questa visione delle cose sta anche l’idea riguardo lo scopo della pratica meditativa, interpretata in questo caso, come strumento di liberazione, la via che conduce alla felicità, alla realizzazione. È stranota la storia zen nella quale, davanti all’affermazione di un giovane discepolo, accanitamente sollecito nella meditazione, di voler così divenire un buddha, un risvegliato, il maestro prese in mano una tegola e si mise a strofinarla. 

Alla domanda del discepolo, su cosa stesse facendo, il maestro rispose: “Cerco di trasformare questa tegola in uno specchio”. “Ma è impossibile!”, ribatté il giovane. E il maestro: “Così come lo è divenire Buddha praticando zazen”. 

Sempre all’interno della tradizione zen, sono molto numerose le storie relative a illuminazioni di monaci o di laici praticanti, i quali solo dopo aver abbandonato qualsiasi sforzo teso a, raggiunsero la realizzazione. E Tilopa, nel suo Canto di Mahamudra: “Abbandona ogni sforzo, / calmo riposa in quella condizione!”, e anche: “Se non poni tensione nell’agire, sei re nella condotta” (Fabrizio Torricelli, Tilopa – Atti e parole, Tilopa, 1998, pp. 123, 124).

In ultimo: il dualismo. Anche in questo caso, siamo alla normale conclusione dell’atteggiamento mentale di cui si sta parlando. È conseguente cioè a una pratica centrata sull’ego e aggressiva spiritualmente, l’idea secondo la quale vi sarebbe una distinzione netta tra mente usuale e mente illuminata, tra un uomo ordinario e un buddha. Il dualismo è la conseguenza della ricerca di una risposta, di un’aspettativa in ambito spirituale. Va di pari passo a un’idea della pratica vista come aggiunta di elementi, di qualità, di virtù (tutti aspetti ritenuti ovviamente estremamente positivi e quindi desiderabili) alla propria persona. Qualcosa – ovviamente – in opposizione allo stato di abbandono, di arrendevolezza, di svuotamento, di “lasciare la presa” (come viene detto in tanti testi zen). 

Siamo lontani, sembra, da quello che emerge invece – per fare un esempio – da questo brano tratto da un discorso di Jiddu Krishnamurti: “La libertà [...] è lo stato di una mente che dice ‘Non so’ e che non cerca una risposta. Una mente simile non è mai alla ricerca, in attesa di qualcosa [...]. Una volta che avete compreso lo stato della mente che è libera – ossia la mente che dice ‘Non so’, che rimane senza risposte ed è quindi innocente – a partire da quello stato potete agire efficacemente” (Jiddu Krishnamurti, Sulla libertà, Ubaldini, 1996, pp. 74-75)

È quindi questo lo stato di abbandono da realizzare nella pratica meditativa. Un abbandono a ciò che si dà, un abbandono che, lasciando la presa, si espone alla realtà nel suo libero fluire, nel suo autentico presentificarsi, prima e al di là di qualsiasi valutazione soggettivistica: mi piace, non mi piace, mi è indifferente. 

L’abbandono di cui si accennava qui sopra, l’abbandono di (delle inutili tensioni, delle barriere di difesa, dei filtri, dei giudizi, delle preferenze, degli attaccamenti, dell’incessante dialogo interiore) è – parallelamente – abbandono a: un abbandono a ciò che è, nella sua autenticità, nella sua verità, un abbandono che realizza uno stato di esposizione fiduciosa, di saggia arrendevolezza, di docilità pacificante. 

È importante però – mi sembra – una puntualizzazione. Prendendo in prestito un termine caro alla tradizione buddhista, potremmo chiamare questo abbandono definendolo: retto abbandono. Un abbandono da compiersi cioè in consapevolezza: una coppia, quella di consapevolezza e abbandono, che è il segreto di qualsiasi forma di meditazione degna di questo nome. 

Un abbandono senza consapevolezza scade in uno stato di torpore, di obnubilamento mentale, di vaghezza, di incoscienza; una consapevolezza senza abbandono rischia invece di trasformarsi in uno sterile esercizio di concentrazione e di chiusura. L’abbandono e la consapevolezza si fortificano l’un l’altra, si alimentano l’un l’altra. 

Caratteristica di un retto abbandono è di essere soprattutto abbandono consapevole, e la consapevolezza, per trasformarsi in meditazione, deve essere una consapevolezza abbandonante.
È una pratica, insomma, di semplicità. La meditazione è arte dello stabilirsi nella propria semplicità, è arte di farsi presenti al proprio semplice esserci. 

Nelle parole di Sogyal Rinpoche: “Meditazione significa quindi essere molto semplici e naturali, rilassare la mente senza imporle nulla, e senza nemmeno tentare di essere calmi: non dovrebbe esserci alcuno sforzo deliberato di controllarla” (Sogyal Rinpoche, Meditazione: cos’è e come praticarla, Amrita, 1991, p. 34). È andare al di là degli indottrinamenti, di tecniche astruse, di ciechi fideismi; è smetterla di alzare barriere di protezione e di rinforzo del proprio ego, delle sue immaginarie certezze e dei suoi violenti tentativi di dominio. È un abbassare la guardia e un guardare direttamente: è realizzare la perfezione dell’attimo presente e della sua insondabile verità.

Gianfranco Bertagni 
Pubblicato in Bioguida, Anno IV, n. 11

Il vecchio testamento condanna l'astrologia come culto idolatra




Bussola Stellare


Non è mai esistita un'astrologia giudaica (alcuni, pochi, ottimi astrologi ebrei sì, viceversa - su tutti il grandissimo Ibn-Ezra). 

La ragione è facile da comprendere. Il monoteismo mosaico presupponeva-comportava l'eradicazione di tutti gli dei che risplendono negli enti di Madre Terra e dell'universo (di qualunque credenza in essi), A COMINCIARE dagli astri beati e scintillanti. 

Doveva troneggiare sinistro, su una natura resa cosa inanimata e infinitamente manipolabile, solo quel Monos, l'arconte senza volto e senza nome, inattingibile, alieno, il Super-Ego tirannico delle tribù israelitiche che aveva fin da subito posto, nella loro mitologia - nel loro delirio -, il mondo e i suoi viventi in pugno alle mani "elette", stringendo con esse un "Patto" indissolubile. Com'è noto gli akhûm, i non-ebrei, gli stranieri, i gentili, per il Talmud, che porta alle estreme conseguenze le premesse contenute nella Torah, non sono semplicemente sottouomini, ma bestie(1) - il loro seme e coito è bestiale(2), sicché nel Midrash Kohêleth può leggersi: "Il santo e benedetto Iddio ha detto: io non ho inviato alcun profeta agli idolatri, i quali sono chiamati bestiame, come (Giona 4,11) viene detto: inoltre anche molti animali, come io [ne] ho mandati agli Israeliti, i quali sono chiamati uomini, come (Ezechiele 34,31) è detto: voi [siete] uomini"(3)

E la parola "akhûm" è costituita dalle iniziali delle espressioni "abhôdhath kôkhâbhîûmazzâlôth", "abhdehê kôkhâbhîûmazzâlôth", ovvero culto o adoratori delle stelle e delle costellazioni (= idoatria, idolatri)(4). Nessuna corrispondenza, nessun rapporto tra l'"alto" e il "basso", il cielo e la terra, se non per il tramite di qualche invasato mitomane o di operazioni (cabala et similia) volte, in ogni caso, alla manipolazione, al possesso radicale e al dominio dell'immanente, della morta gora mammonica. 

Joe Fallisi


NOTE


(1) Baba meçia,114b.

(2) Kethuboth, 3b, Tôsâphôt; Synhedrin, 74b, Tôsâphôt.

(3) Cfr. Andreas Eisenmenger, Entdektes Judentum. Zeitgemäss überarbeitet und herausgegeben von Dr. Franz Xaver Schieferl, Dresden 1893, p. 298.

(4) Cfr. D. Hoffman, Der Schulchan Aruch un die Rabbinen über das Verhältniss der Juden zu Andersgläubigen, Berlin 1885, pagg. 106 sgg.