La meditazione come arte e pratica dell’abbandono.... Saggio di Gianfranco Bertagni




Vorrei iniziare citando una frase di Corrado Pensa, insegnante di vipassana: “L’abbandono-accettazione non è un aspetto tra gli altri del cammino spirituale, [...] ma ne è, piuttosto, il cuore” (Corrado Pensa, L’intelligenza spirituale, Ubaldini, 2002, p. 154). Questa scarna e semplice affermazione racchiude in sé, se rettamente intesa, tutto ciò che possiamo legittimamente chiamare pratica meditativa. 

Non sarebbe anzi fuori luogo azzardare la seguente affermazione, apparentemente incompleta e oscura: la meditazione è arte e pratica dell’abbandono.

Cerchiamo però di allontanare subito alcune eventuali interpretazioni di questa definizione, che potrebbero portarci lontani da un corretto approccio alla questione che stiamo trattando. Un atteggiamento di ‘abbandono’ a volte viene associato a una modalità di vita all’insegna dell’abbattimento, dello scoraggiamento, oppure della rinuncia triste e di tutto ciò ne è il portato, la conseguenza. Non mi riferisco qui – evidentemente - a questo tipo di abbandono, ma a quel particolare abbandono che è praticato nella meditazione, che è il suo strumento principe, che viene a connotarsi come l’atteggiamento mentale proprio del meditante.

L’abbandono che viene realizzato durante la pratica meditativa è essenzialmente duplice: è un abbandono di e un abbandono a. 
Abbandono di. Nella pratica meditativa si abbandona la nostra tendenza coatta e inconsapevole a reagire in modo compulsivo di fronte a ciò che consideriamo piacevole o spiacevole. Si disinnesca, in altre parole, la serie numerosa di filtri che si interpongono tra noi e la realtà. 

Con realtà si intenda non solo il mondo esterno, con tutto ciò che lo costituisce (la natura, le persone e il nostro rapporto con esse, gli oggetti, la comunicazione, ecc.), ma anche la nostra realtà interiore, la sua originaria natura, deturpata e ricoperta da quei giudizi, quelle valutazioni, quelle paure, quelle speranze, quelle opinioni, quelle aspettative che ci vietano un contatto diretto con la nostra intima, estesa, rasserenante spaziosità silente. 

Fa parte, purtroppo, di una certa interpretazione della pratica spirituale (una visione, potremmo dire, a denti stretti, virtuosistica, agonistica) ritenere che il compito principale di quello che sommariamente potremmo chiamare ‘ricercatore’ sia quello di raggiungere un altissimo ideale, di perseguire un fine ambito, di arrivare ad una meta agognata: la perfezione, la santità, la bontà, la purezza, ... 

Ora: è ovvio che finché si rimane intrappolati in questa visione delle cose, si permane nella rete di tre atteggiamenti deleteri: egocentrismo, aggressività spirituale e dualismo.

Questi tre atteggiamenti sono strettamente legati. L’egocentrismo a cui mi riferisco qui è un egocentrismo tutto particolare, di tipo sottile e quindi ancor più subdolamente nocivo rispetto all’egocentrismo ‘usuale’. È quell’essere centrati sul proprio ego, sulla propria persona riguardo alla sua possibilità di migliorare, di crescere, di evolvere. Si tratta, comunque, di un dare troppa importanza a se stessi, seppur in un’ottica raffinata quale quella della crescita spirituale. 

Questo atteggiamento può essere, tra l’altro, causa di un singolare razzismo neo-gnostico, nel quale da una parte vi sarebbero i chiamati, i ricercatori spirituali, coloro i quali si applicano a ciò che ritengono li condurrà all’agognata pace dei sensi, e dall’altra il resto dell’umanità, ignorante, imprigionata in un’illusione collettiva, oggetto di commiserazione, se non di ripulsa e di scherno. 

Disse in un colloquio Nisargadatta Maharaj: “L’interesse e la preoccupazione per se stessi sono il punto focale del falso” (Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Ubaldini, 2001, p. 241).

Strettamente unito a questo tipo di egocentrismo è il secondo atteggiamento che ho citato, cioè l’aggressività spirituale. È naturale che la centratura sul proprio ego conduca a una pratica, come si diceva, a denti stretti, tesa – come è – al raggiungimento di un determinato scopo, attraverso continui sforzi, slanci prometeici. 

All’interno di questa visione delle cose sta anche l’idea riguardo lo scopo della pratica meditativa, interpretata in questo caso, come strumento di liberazione, la via che conduce alla felicità, alla realizzazione. È stranota la storia zen nella quale, davanti all’affermazione di un giovane discepolo, accanitamente sollecito nella meditazione, di voler così divenire un buddha, un risvegliato, il maestro prese in mano una tegola e si mise a strofinarla. 

Alla domanda del discepolo, su cosa stesse facendo, il maestro rispose: “Cerco di trasformare questa tegola in uno specchio”. “Ma è impossibile!”, ribatté il giovane. E il maestro: “Così come lo è divenire Buddha praticando zazen”. 

Sempre all’interno della tradizione zen, sono molto numerose le storie relative a illuminazioni di monaci o di laici praticanti, i quali solo dopo aver abbandonato qualsiasi sforzo teso a, raggiunsero la realizzazione. E Tilopa, nel suo Canto di Mahamudra: “Abbandona ogni sforzo, / calmo riposa in quella condizione!”, e anche: “Se non poni tensione nell’agire, sei re nella condotta” (Fabrizio Torricelli, Tilopa – Atti e parole, Tilopa, 1998, pp. 123, 124).

In ultimo: il dualismo. Anche in questo caso, siamo alla normale conclusione dell’atteggiamento mentale di cui si sta parlando. È conseguente cioè a una pratica centrata sull’ego e aggressiva spiritualmente, l’idea secondo la quale vi sarebbe una distinzione netta tra mente usuale e mente illuminata, tra un uomo ordinario e un buddha. Il dualismo è la conseguenza della ricerca di una risposta, di un’aspettativa in ambito spirituale. Va di pari passo a un’idea della pratica vista come aggiunta di elementi, di qualità, di virtù (tutti aspetti ritenuti ovviamente estremamente positivi e quindi desiderabili) alla propria persona. Qualcosa – ovviamente – in opposizione allo stato di abbandono, di arrendevolezza, di svuotamento, di “lasciare la presa” (come viene detto in tanti testi zen). 

Siamo lontani, sembra, da quello che emerge invece – per fare un esempio – da questo brano tratto da un discorso di Jiddu Krishnamurti: “La libertà [...] è lo stato di una mente che dice ‘Non so’ e che non cerca una risposta. Una mente simile non è mai alla ricerca, in attesa di qualcosa [...]. Una volta che avete compreso lo stato della mente che è libera – ossia la mente che dice ‘Non so’, che rimane senza risposte ed è quindi innocente – a partire da quello stato potete agire efficacemente” (Jiddu Krishnamurti, Sulla libertà, Ubaldini, 1996, pp. 74-75)

È quindi questo lo stato di abbandono da realizzare nella pratica meditativa. Un abbandono a ciò che si dà, un abbandono che, lasciando la presa, si espone alla realtà nel suo libero fluire, nel suo autentico presentificarsi, prima e al di là di qualsiasi valutazione soggettivistica: mi piace, non mi piace, mi è indifferente. 

L’abbandono di cui si accennava qui sopra, l’abbandono di (delle inutili tensioni, delle barriere di difesa, dei filtri, dei giudizi, delle preferenze, degli attaccamenti, dell’incessante dialogo interiore) è – parallelamente – abbandono a: un abbandono a ciò che è, nella sua autenticità, nella sua verità, un abbandono che realizza uno stato di esposizione fiduciosa, di saggia arrendevolezza, di docilità pacificante. 

È importante però – mi sembra – una puntualizzazione. Prendendo in prestito un termine caro alla tradizione buddhista, potremmo chiamare questo abbandono definendolo: retto abbandono. Un abbandono da compiersi cioè in consapevolezza: una coppia, quella di consapevolezza e abbandono, che è il segreto di qualsiasi forma di meditazione degna di questo nome. 

Un abbandono senza consapevolezza scade in uno stato di torpore, di obnubilamento mentale, di vaghezza, di incoscienza; una consapevolezza senza abbandono rischia invece di trasformarsi in uno sterile esercizio di concentrazione e di chiusura. L’abbandono e la consapevolezza si fortificano l’un l’altra, si alimentano l’un l’altra. 

Caratteristica di un retto abbandono è di essere soprattutto abbandono consapevole, e la consapevolezza, per trasformarsi in meditazione, deve essere una consapevolezza abbandonante.
È una pratica, insomma, di semplicità. La meditazione è arte dello stabilirsi nella propria semplicità, è arte di farsi presenti al proprio semplice esserci. 

Nelle parole di Sogyal Rinpoche: “Meditazione significa quindi essere molto semplici e naturali, rilassare la mente senza imporle nulla, e senza nemmeno tentare di essere calmi: non dovrebbe esserci alcuno sforzo deliberato di controllarla” (Sogyal Rinpoche, Meditazione: cos’è e come praticarla, Amrita, 1991, p. 34). È andare al di là degli indottrinamenti, di tecniche astruse, di ciechi fideismi; è smetterla di alzare barriere di protezione e di rinforzo del proprio ego, delle sue immaginarie certezze e dei suoi violenti tentativi di dominio. È un abbassare la guardia e un guardare direttamente: è realizzare la perfezione dell’attimo presente e della sua insondabile verità.

Gianfranco Bertagni 
Pubblicato in Bioguida, Anno IV, n. 11

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