Spiritualità sta nel cogliere l'opportunità...

 "Cogliere l'opportunità al momento giusto è tutto quel che possiamo
fare... per crescere!" (Anandamayi Ma)


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Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le
istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche
tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che
nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di
supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di
verità.

Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra
il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato
sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da
figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori
intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la
coscienza allo stato di nescienza è la paura.

E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei
nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la
debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio
discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo
spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso
di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e
dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e
sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione
enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si
può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso
maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non
esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole
sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si
accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio –
quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è
altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di
questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che
probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che
a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè
automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un
principio a ideologia e disporre il resto in conflitto.

Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero
che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che
scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile
parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale.

Se ci fosse possibile percorrere il camino senza sostegni ci
troveremmo, come cantava Ashtavakra, a vivere semplicemente ogni cosa
senza esserne scossi, a conoscerci già come puro
conoscitore-inconoscibile e guardare la vita, gli dei, il cosmo e le
istruzioni spirituali come uno spettacolo gioioso e tragico, fatto per
essere ammirato, sofferto e dimenticato subito dopo.

La coscienza del ricercatore, invece, raramente parte da questo
orizzonte, di più, solitamente è una coscienza contaminata
dall’angoscia e dalla paura; quando ad angoscia e paura non si riesce
più a dare un nome e una causa, finalmente si comincia a pensare che
l’origine risieda dentro di noi e si stabilisce di lavorare con se
stessi. Di fronte a questa radicale disfatta dell’io sul suo terreno è
naturale che si prenda la decisione di affidarsi, di scegliere
volontariamente che qualcuno ci possa manipolare e orientare.

Che cosa vince, in questo frangente, il bisogno di trovare una
soluzione efficace ai nostri problemi o la paura di abbandonarci
all’alto? Nel caso in cui la paura vinca sull’abbandono possiamo
inferire che si abbia ancora troppo da perdere, o una valutazione di
valore personale spropositata, cioè una tremenda fragilità dell’io.
Un io sano si fida. Per affrontare una istruzione nuova, un nuovo
passaggio della propria vicenda spirituale occorre un io sano. In che
senso si è sani abbastanza e di che cosa o di chi ci si fida
propriamente? Un io sano è immediatamente quello che sa prendere le
distanze da una mente malata, la propria, e che decide con freddezza e
con serenità di aggiustare ciò che si è spezzato, inquinato o fermato.

Questa presa di distanza, che è la sola con cui si può prendere una
decisione, è anche l’assicurazione di cui possiamo godere per il resto
del cammino e la pratica che facilmente possiamo sviluppare nel tempo:
la capacità di osservare le attività e le reazioni della mente con
distacco, la pratica dell’Osservatore.

A questo punto sembrerà che inizio e fine coincidano: che importanza
ha quello che mi accade se io sono già stabilizzato nella posizione
dell’osservatore? Il problema sta nel fare in modo che si passi
definitivamente e spontaneamente dall’osservatore di cose, fatti e
misfatti, all’osservatore puro: alla contemplazione di Dio o alla pura
consapevolezza di Sé. Cioè all’annullamento di qualsiasi differenza di
io e tu e di qualsiasi diffidenza o paura che ne deriva.

Occorre perciò che la nostra pratica spirituale sia fonte di coraggio,
non di ulteriori timori. Il coraggio sublime è la fiducia, non negli
altri, non in qualcuno, non in una idea, non in un modello: la fiducia
deve provenire dalla costante meditazione dell’Unità del divino,
dell’unità tra Realtà e Dio, in cui l’unica componente estranea sono
le divisioni e le paure sovrapposte dal comune pensare. Chi ha Dio nel
cuore non cade. Ecco perchè un cattivo maestro vale come uno buono, se
la coscienza è saldamente concentrata sulla Realtà Divina, se si è
totalmente innamorati di essa.

E’ impossibile, si dice, truffare un uomo onesto. Perchè la coscienza
sia così saldamente protetta e inattaccabile dalle malvagità che
irrompono nel mondo della vita religiosa, come in ogni altra
iniziativa umana, la sola difesa certa è la purezza. Non precipitate
nella fretta di raggiungere degli obiettivi; una purezza superiore,
dove decadano anche i gradi di discriminazione tra puro e impuro verrà
a suo tempo e con i costi esistenziali relativi. Probabilmente c’è
tempo e ci sarà modo. Osservate attentamente le piccole incrinature
del vetro della mente da cui potrebbe penetrare l’inganno, ovvero
l’auto-inganno. Si identificano in due grandi gruppi: la paura di
soffrire e il desiderio di soddisfazione.

Queste sono le battaglie da vincere per raggiungere una coscienza
davvero limpida, capace di contemplare Dio in ogni frangente della
vita, persona o cosa. In questo momento storico è particolarmente
difficile combattere le istanze della paura e del desiderio, per le
sollecitazioni continue a desiderare e a temere.

Ma forse la saturazione che alcuni provano, il desiderio di vivere
diversamente, possono guidare fino ad un certo punto, almeno oltre la
paranoia e il superfluo. Poi occorre sciogliere quelle convinzioni che
ci fanno credere di essere soggetti di un diritto/dovere alla paura e
al desiderio – così che si possa cominciare a guardare la propria vita
liberamente, cioè con vero distacco dai frutti, dal bene e dal male
che ne ricaviamo.

Se c’è un pericolo nella nostra storia spirituale è costituito dalla
debolezza e dal menefreghismo con cui ci trattiamo, trattiamo noi
stessi, inettitudine che ci porta a ritrovarci “vittime” di
circostanze avverse, persone o fatti. Ci sono dei prerequisiti, ben
noti, che Shankara indicò per stabilire chi è idoneo a sostenere un
cammino spirituale, senza mettere nei guai se stessi e gli altri, e
sono: discriminazione tra reale e irreale, distacco dai frutti,
possesso delle seguenti qualità: mente calma (sama), autodominio
(dama), raccoglimento interiore (uparati), perseveranza (titksa) fede
(sraddha), stabilità mentale (samadhana), aspirazione alla
Liberazione.

Questi principi si devono considerare con la massima attenzione e
impegno. Con il possesso di questi criteri si può affrontare molto, o
tutto, restando sostanzialmente indipendenti, cioè non-dipendenti
psicologicamente e moralmente, perfino servendo nelle condizioni più
umili, anche nelle circostanze più difficili da controllare. Il
conseguimento di questi requisiti occupa una parte prevalente del
cammino spirituale.

Si cade in inganno quando si crede di potersi permettere un condono
sul proprio impegno, dove si vuole avere tutto subito a basso costo o
a costo zero. Come nella vita, qui scatta il pericolo della truffa.

Ma tutto ciò che sentiamo necessario va sperimentato con fiducia.

La strada non è razionale, non percorre i limiti del perbenismo e del dualismo.

Quando un’istanza si presenta, se ne colga l’opportunità, finché anche
questa si riesca ad integrare nella Unità del Reale, nel suo continuo
discorso, nella istruzione ininterrotta che ci rivolge e che qualcuno
ha giustamente definito Amore. Si può cogliere l’opportunità di
imparare e di liberare energie in qualsiasi circostanza – il centro e
il perno del gioco siamo noi, è la coscienza che ci anima- e perciò
diciamo che qualsiasi cosa può essere uno strumento di Dio.

Si tema solo la propria incertezza, la pigrizia mentale, il
disimpegno, questi sono i veri truffatori dello spirito. Qualsiasi
cosa ci dia l’opportunità di recuperare una parte del nostro sapere,
dell’energia spirituale che normalmente rimane assopita a macerare
nell’ombra, apprezziamo e ringraziamo questo evento, sotto qualsiasi
nome o forma si presenti.

Beatrice Polidori


(Fonte: Turya - http://blog.visionaire.org/)

Se la civiltà islamica aiuta la società...


La lettera di un lettore cristiano al quotidiano “Il Giornale”, pubblicata il 10 luglio 2016.
La lettera a  “Il Giornale”, pubblicata il 10 luglio 2016.
.
L’avevo messa da parte, poi momentaneamente smarrita, poi ritrovata.
E’ una lettera scritta  a “Il Giornale”.
Che dice che l’Islàm “attrae” perché valorizza, molto di più di ogni altra religione o ideologia, l’importanza della solidarietà e della coesione sociale. Ed è una ulteriore dimostrazione che quando una realtà è evidente, è visibile indipendentemente dalla religione che si professa. Basta essere intellettualmente onesti.
Ecco il testo integrale:
“Spesso mi son posto criticamente verso alcune posizioni assunte nei paesi islamici, che non tengono conto dei diritti delle donne e della libertà individuale. Ma forse lì la condizione femminile gode di maggior rispetto umano, sia pur nelle ristrettezze dell’espressione formale; altrettanto dicasi per le dignità personali godute nella vita sociale, ove è più sentita la regola del rispetto reciproco e dei valori condivisi. Insomma nell’islam la società è poco “libertaria” ma l’uomo comune vive in un ambito comunitario più rispettoso dei rapporti umani. La gente si converte all’islam perché si sente socialmente più protetta e sviluppa una maggiore solidarietà interna, un po’ come succedeva ai cristiani della prima ora. Questo dovrebbe far meditare i preti cattolici ed i nostri sociologi e politici che ormai si interessano solo agli aspetti “economici” del benessere…”
Paolo D’Arpini, Treia (Macerata)

Analisi sulla natura della mente in chiave di spiritualità laica…


Paolo D'Arpini nella Stanzetta del Pastore a Calcata


La sera del 19 ottobre 2011 me ne stavo tranquillo a completare il Giornaletto di Saul, quando mi si è piazzata davanti agli occhi l’invadente pagina di facebook che si auto-referenzia e si auto-propone qualsiasi altra pagina web si abbia sul desk. Un po’ sono rimasto scocciato.. anche perché ho visto che si trattava di una chiamata chat ed io non amo chattare, anzi mi repelle… la richiesta di contatto era di Giovanna L., appena iscritta al gruppo della spiritualità laica ed a quello del bioregionalismo ed ecologia profonda.


Va beh, ho risposto con un saluto, pensando che fosse un’amica di Caterina.. ma questa Giovanna mi ha detto di non conoscere personalmente né me né Caterina, di abitare a Milano e di aver letto un paio di anni fa un mio articolo sulla natura della mente in chiave di spiritualità laica su non so più quale rivista… 


Dico non so più quale rivista poiché non solo ho dimenticato il nome.. ma non posso nemmeno andarlo a cercare sulla posta di facebook dato che subito dopo aver chattato mi è apparsa una pagina in cui facebook, in buona sostanza, mi ha cancellato dal social network. 


Appare all’inizio questa scritta: “Completa il controllo di sicurezza. I controlli di sicurezza aiutano a mantenere Facebook un sito affidabile e privo di spam. 1) Identifica le foto dei tuoi amici 2) Verify my account with a phone. - Insomma si fanno gli affari miei e vogliono che io comunichi il mio numero di telefono obbligatoriamente, per un controllo su non so che.. e siccome non ho telefono e comunque non intenderei consegnarlo al centro dati di facebook… ecco qua che non mi consentono più l’accesso. Infatti non avendo completato il controllo richiesto appare questa scritta: “Questo contenuto non è al momento disponibile. Impossibile visualizzare la pagina richiesta al momento. La pagina potrebbe essere temporaneamente non disponibile, il link su cui hai cliccato potrebbe essere scaduto o potresti non disporre dell’autorizzazione a visualizzare questa pagina…” 


Ma non importa, prima o poi lo sapevo che avrei dovuto interrompere questo rapporto contro-natura con il demone facebucco… 


In ogni caso sono riuscito almeno a ritrovare l’articolo per cui Giovanna L. mi ha cercato, è del 8 giugno 2009, e lo scrissi quando, ancora abitando a Calcata, sbarcavo il lunario alla Stanzetta del Pastore, facendo la lettura della mano et similia… Eccolo qui di seguito: 



Analisi sulla natura della mente in chiave di

spiritualità laica… 

“Luce e luce riflessa condividono la stessa natura fondamentale, come esistenza e coscienza, spirito e materia, sono un’unica cosa”.La mente è uno specchio che riflette la luce interiore per dirigerla verso gli oggetti esterni, questi oggetti vengono identificati tramite la capacità di emissione ed intensità dello specchio. Da bambino adoravo giocare con uno specchietto rubato a mia madre, con esso catturavo la luce solare e la dirigevo, attraverso una finestrella, dentro una cantina buia. Solo ciò che era illuminato dal fascio luminoso era visibile mentre il resto delle pareti e delle cose accatastate sul pavimento restava oscuro. Esattamente allo stesso modo funziona la mente, che illumina il mondo esterno.


Per analogia vediamo che la sorgente di luce, il sole, è come la consapevolezza suprema mentre lo specchietto è la mente. Ma la mente stessa, in effetti, è cosciente, essa è l’aspetto riflettente della coscienza. Dico “riflettente” per indicare la sua propensione a rivolgersi verso l’esterno. La mente non è altro che la capacità della coscienza di esteriorizzare se stessa.


Questo processo proiettivo lo possiamo osservare durante il sogno, in cui la mente da se stessa ed in se stessa crea un intero mondo, con varie entità in rapporto fra loro incluso un personaggio identificato dal sognatore come se stesso. Questo è il gioco della mente che fa apparire la forma dell’io e dell’altro. A questo punto il dubbio sorge “com’è possibile che la consapevolezza possa venire intrappolata e limitata dalla mente?”. In verità la limitazione della coscienza non è reale, allo stesso modo in cui la luce del sole non risulta compromessa o menomata dallo specchio, parimenti la pura consapevolezza è intonsa e non divisa dall’operato immaginario della mente individuale.


Dove sono interno ed esterno per la coscienza suprema che entrambi li compenetra e li supera? In realtà la sola idea di una tale separazione è impensabile nella sorgente di luce che unicamente è. Prendiamo ad esempio il sognatore che non viene menomato o compromesso dal suo sogno, essendo lui stesso ogni cosa proiettata nel sogno ed allo stesso tempo non essendone alcuna, parimenti la coscienza individuale e la pura consapevolezza si pongono negli stessi termini di relazione.


Una volta, in risposata alla domanda “cosa impedisce all’indifferenziata luce della coscienza di rivelarsi direttamente all’individuo che l’ignora”, il saggio Ramana Maharshi rispose “come l’acqua in una pentola riflette il sole nei limiti ristretti del contenitore, così le tendenze latenti (predisposizioni mentali), che agiscono da mezzo riflettente, catturano l’onnipervadente ed infinita luce della coscienza presentandosi nella forma del fenomeno chiamato mente”. Questa risposta del saggio ci fa percepire come la mente non sia altro che un agglomerato di pensieri, in cui primeggia il pensiero “io” dal quale sorge la falsa nozione di un individuo separato, che in realtà è illusorio tanto quanto la presunta separazione di un personaggio sognato rispetto al sognatore.


Attenzione, consideriamo però che il tentativo di comprendere intellettualmente questo processo è solo uno degli aspetti del “sogno” e non la verità. Infatti i saggi indicano la verità come ineffabile ed incomprensibile alla mente (intendendo la mente separativa ed esteriorizzata), tanto quanto l’immagine riflessa nello specchio non può capire o sostituirsi alla persona che vi si riflette. Un riflesso è solo riflesso non è sostanza.


E dunque com’è possibile giungere alla “sostanza” che noi siamo?


Colui che osserva, essendo in se stesso coscienza, non può mai divenire un “oggetto”. L’oggettivazione è una componente del dualismo esternalizzato: “conoscitore, conosciuto”. Ma questa dualità può essere ricomposta in un “unicum” in cui, scomparendo la diversificazione (ovvero l’elemento riflettente rivolto all’esteriorizzazione) permane la semplice “conoscenza”. Questa è la consapevolezza indifferenziata per ottenere la quale Ramana Maharshi consiglia: “Quando l’io (ego o mente) rivolge la propria attenzione alla sua sorgente, le tendenze o predisposizioni mentali accumulate si estinguono ed in assenza di queste (che sono il mezzo riflettente) anche il fenomeno originato dalla “riflessione”, ossia la mente, scompare e viene assorbito nella Luce della sola Realtà (il Cuore)”.


Eppure malgrado sia in fondo semplice e diretta l’auto-conoscenza resta un esame alieno ai più. La gente rifiuta di conoscersi, preferisce il mistero e l’ignoranza, evidentemente a causa di quelle famose tendenze mentali accumulate dalla mente, stipate nella memoria e nell’immaginazione.


Oggi a Calcata ne ho avuto ancora una volta conferma osservando il comportamento delle persone che si avvicinavano alla Stanzetta del Pastore, il luogo in cui metto a disposizione la mia esperienza in forma di “lettura della mano, archetipi e divinazione, psicologia transpersonale e conoscenza di sé “. Già il posto è molto nascosto e radi son coloro che arrivano in quel nascosto spiazzo di Via Cavour, inoltre quasi tutti si fermano davanti alla porta, leggono i messaggi ed esclamano fra loro “no, no… andiamo via, io non voglio sapere certe cose..”. Questo non impedisce ad alcuni di fotografare l’ingresso in legno molto “caratteristico”, commentando il recondito significato dei messaggi, andandosene per poi forse ritornare e poi ancora riandarsene senza aver avuto il coraggio di metter il naso dentro.


Di quei pochissimi che entrano una parte resta delusa “perché volevano sapere gli amori e gli affari”, si sentono defraudati “dalla lunga spiegazione inutile”, pensano che “gli ho fatto perdere un sacco di tempo, mentre potevano andarsene in giro per Calcata a divertirsi..” Quelli che pazientemente mi hanno sopportato fino all’ultimo, forse solo per buona educazione, se ne vanno lasciando pochi spicci, qualche monetina a mo’ di elemosina, perché in fondo “cosa avrà detto mai questo, che già non conoscessi? Solo chiacchiere e perborini”. Limitatissimo il numero di coloro che apprezzano il discorso e che se ne ricorderanno, forse.. saranno un paio, e forse verranno ancora a cercarmi, e di questi uno solo magari mi troverà… negli anni.


Paolo D’Arpini

L'origine del pensiero - Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta?

La mente è un apparato che trasforma le percezioni e le sensazioni emozionali e fisiche in immagini che è poi in grado di elaborare in costrutti consequenziali logici e memorizzabili...
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Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta? Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti? Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire…. E la risposta?
Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga..) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo?
Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico…
No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”. Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento… Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli.
Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli…. Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario.
Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso.
Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane.
Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono.
“Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”.
Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”.
Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione.
“Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere”
Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente.
Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione…. Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere….
Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta!
Paolo D’Arpini

Meraviglia di Sé – Riflessioni sulla Spiritualità Laica


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Awe. Spirituality of a layman
I’m  reflecting on the meaning I give to “Lay Spirituality”, in fact from the viewpoint of etymology and glottology this definition has not got much to do with the old image of “awe”, but  its closer to the modern description  of  free-spirituality.
Once upon a time, before religions and philosophy,  this natural longing for Self was simply “natural”. An urge of the inner spirit of man. This clinging to the source is just a spontaneous response in our conscience.  Nowadays if we see the same process in this hard materialistic society we have to use a different definition for this “urge”.  Our society has different ways of describing spirituality -mostly in the religious field-  and to give a  more appropriate meaning for modern times I suggest  to call it : “Lay-Spirituality” – A form of spiritual research as a free expression of ourselves.
Riflessione sulla Spiritualità Laica.
Sto  riflettendo sul significato che do al termine Spiritualità Laica. In effetti dal punto di vista etimologico e glottologico questa espressione non ha molta attinenza con la “meraviglia di sè” la scoperta dell’autoconoscenza che è alla base di ogni spiritualità.
Prima delle religioni e delle filosofie l’uomo ha percepito l’anelito spontaneo della coscienza a scoprire la sua origine. Questa stessa ricerca immessa nel quotidiano dei nostri giorni può essere meglio definita (vivendo in un mondo fortemente ideologizzato) “Spiritualità Laica”.  Accolgo questo termine come un aggiustamento linguistico per descrivere la ricerca spirituale in termini di libera espressione individuale. Le filosofie son gabbie schematiche e l’anelito verso l’autoconoscenza non ha bisogno di alcun concetto od ideologia. Anzi direi che il fine della Spiritualità Laica è  quello di liberare l’uomo da tali ideologie.
Paolo D’Arpini

4 novembre - Giornata delle Forze Armate Italiane che non esistono più...


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…il 4 novembre ricorre il giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate….

Rinnegare il passato non ha senso… l’Unità d’Italia è stata raggiunta con fatica, lotta e sacrificio… Anche se  potrei obiettare che non serviva e che la prima guerra mondiale (ed ultima del risorgimento) poteva essere evitata poiché l'Austria si era impegnata a cedere Trento e Trieste in cambio della non belligeranza italiana. Altri addirittura affermano  che si stava meglio con il Regno delle Due Sicilie, con lo Stato del Vaticano (ma quello c’è ancora..), con la Repubblica di Venezia, etc. Può anche essere vero ma pure in quei regni esistevano eserciti ed un senso nazionale… 

Non sono d’accordo con il sistema corrente in cui il servizio militare sia riservato a forze prezzolate, semplici volontari (sia pure interni cittadini) credo che l'onere della difesa (dico “difesa”…)  della nostra terra o dei legittimi interessi dei suoi abitanti non possa essere delegata ai “volontari” di professione.  
Ne parlavo con Caterina il 31 ottobre 2013 mentre in macchina andavamo a San Severino Marche per celebrare la vigilia di Ognissanti. 

L'Italia oggi è alla mercé delle truppe "d'occupazione" della Nato e in caso di necessità non c'è più un esercito fedele al popolo. Solo "stipendiati" al servizio dei politici di turno. Tra l'altro leggevo l'altra mattina, facendo colazione al baretto di Treia, che esistono vari paesi in Italia completamente invasi da stranieri, immigrati clandestini, che ormai la fanno da padroni, molestano le persone per istrada, non pagano le consumazioni nei bar e nemmeno le cose comprate nei negozi... anche se per i loro bisogni essenziali sono nutriti ed albergati in vari centri di accoglienza.  I sindaci non sanno come fare per impedire questi soprusi. 

L'Italia è destinata ad essere invasa da una massa sempre più violenta di "profughi" che vivono a spese dello stato?  

E in caso di difesa non bastano quei tre carabinieri che dispongono di una sola camionetta per perlustrare un territorio vastissimo e popolato. Ogni sera, mi ha riferito una amica di Treia, ricevono decine di chiamate in tutta la provincia di Macerata ma cosa possono fare? La stragrande maggioranza dei furti e rapine va quindi a buon fine. Infatti coloro che negli anni passati si trasferivano in campagna per vivere meglio adesso, solo per vivere, sono costretti a tornare nei paesi dove almeno ci sono dei vicini...  Spesso però anche i vicini servono a poco... Alcuni giorni fa ho saputo che -sempre a Treia- c'è stata una rapina in una casa del borgo, due malviventi  sono stati sorpresi a rubare  da una anziana ed irritati l'hanno accoltellata e sono fuggiti... Ovviamente senza che le forza pubblica potesse far nulla, per fortuna almeno l'ambulanza è prontamente accorsa. 

Insomma se in Italia ci fosse bisogno di controllare il territorio un esercito di leva potrebbe aiutare mentre quello vigente dei mercenari serve solo a combattere le guerre della Nato in varie parti del mondo (sempre a spese dei cittadini) mentre il popolo può essere oppresso e vilipeso sia dai burocrati e tassatori che dai delinquenti comuni e mafiosi (in santa alleanza). 

Il Libro dei Mutamenti afferma: "Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine dell’Esercito. Così il nobile magnanimo verso il popolo accresce le sue masse” - L’immagine dell’esagramma L’Esercito (Shih n. 7) del Libro dei Mutamenti, è molto chiara nell’indicarne il significato. Infatti nell’antichità, in virtù della coscrizione obbligatoria, i soldati erano presenti nel popolo come l’acqua sotto la terra. Ed avendo cura della prosperità del popolo si ottiene un esercito valoroso. 
Ed ancora nella prima linea. “Un esercito deve servire in buon ordine ed armonia. Se ciò non avviene incombe sciagura”.

La coscrizione popolare può sembrare una sopraffazione, se serve ad una causa ingiusta, ma è l’unico modo per riconoscersi tutti figli dello stesso paese. Guardiamo ad esempio la Svizzera, mai in guerra mantenendo però efficiente l'esercito.


Vediamo che alla fine dell’Impero Romano, allorché i legionari erano solo professionisti perlopiù stranieri pagati, è stato sufficiente l’arrivo di una masnada di barbari per sconfiggere l’Impero… Le famose invasioni barbariche contavano a malapena poche migliaia di individui (comprese donne e bambini ed armenti) mentre Roma aveva oltre un milione e mezzo di abitanti ma quei pochi barbari determinati bastarono per annichilire e distruggere un sistema… forse marcio, forse indegno di essere mantenuto.. 
come probabilmente sta succedendo ai giorni nostri…!


Paolo D’Arpini
.... da lungo tempo congedato

Nepi. 28 febbraio 1993 - 'PARLI DI SESSO? VERGOGNATI' - Una memoria



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Lucrezia Borgia

NEPI - Lei, Eleonora, è una ragazza biondina, rossetto scarlatto, un
paio di fuseaux blu, un bambino con un ciuffo di capelli castani in
braccio e un marito dietro il bancone del bar di famiglia. Ha ventotto
anni, "Volevo i pantaloni" non l' ha mai letto, parla un italiano di
paese, è timida e adesso "si vergogna", ha paura, forse non lo
"rifarebbe più". Eppure è diventata la Lara Cardella di Nepi, un borgo
medievale alle porte di Roma, nell' antica terra dei Falisci, con il
duomo, la torre del vecchio castello Borgia e il palazzo Farnese,
maestoso, con l'orologio, nella piazza del Comune. In mezzo alla
quiete paesana, allo struscio, su e giù, perpetuo, su via Roma, è
caduta una lettera, pubblicata da un giornale locale, che ha fatto
rumore. L' ha scritta proprio Eleonora. Ha parlato di droga ("dovrebbe
essere liberalizzata" e ancora "un nostro sbaglio è considerato un
marchio di vita") di sesso, di preservativi, di rapporti omosessuali
("ci sono ragazzi che hanno anche rapporti omosessuali, ma lo
nascondono. Quelli che lo vogliono nascondere sono quelli che
strillano più forte degli altri ' brutti froci' e allora si capisce
che hanno qualcosa da nascondere"), di giovani senza futuro che vivono
in un paese dove "su quasi ottomila abitanti non c' è nemmeno un
cinema, una discoteca e poi manca il lavoro". E dopo la confessione,
che apre uno spiraglio nel muro d' ipocrisia di una tranquilla vita di
provincia, arrivano le minacce. Un gruppo di ragazzi l' aggredisce
verbalmente. "Le parole preservativo e sesso le usano soltanto le
puttane. Certe cose non si possono dire...perciò non permetterti più
di scrivere lettere ai giornali per parlare di omosessuali, Aids,
droga e sesso a Nepi, altrimenti...". Altri, invece, si limitano ad un
"ma chi te lo ha fatto fare"!

A pubblicare la lettera e a diffondere le reazioni con un fax è "Mondo
Falisco", un giornale della zona, un foglio di quattro pagine curato
da Paolo D' Arpini, quarantenne dai capelli candidi, gran patron di
un' associazione vegetariana a Calcata, il paesino che riunisce una
colonia d' artisti, benedetta da Paolo Portoghesi, che ha casa
sull'alto di una rupe.

E ieri a Nepi i giornali con la notizia passano di mano in mano, nei
bar, in piazza, sulla scrivania del sindaco democristiano Pietro
Soldatelli. "Siamo giovani di Nepi dai 17 ai 30 anni" scrive Eleonora
"non abbiamo un nostro vivere, la gente ci sovrasta con le sue idee, i
suoi pregiudizi". E ancora: "Qui esistono soltanto pochi bar che
devono essere chiusi a mezzanotte, ed è qui che noi giovani dopo il
lavoro passiamo le serate; non abbiamo una nostra identità e la gente
in alto sembra condannarci e non ci parlano".

Quindi racconta di "bar cosiddetti perbene" dove "si gioca a carte e
girano parecchi soldi". E di storie di sesso. "Di sesso" spiega "si
parla poco e troppo poco apertamente. Il sesso ancora lo facciamo
molto di nascosto, ma il preservativo lo usiamo, perché non vogliamo
beccarci l' Aids" Infine un desiderio. Vogliamo essere lontani da ogni
emarginazione. Speriamo tanto di poter avere un futuro migliore.
Dateci coraggio, tendeteci una mano per raggiungere la nostra
identità. Sarà per noi un futuro più limpido". Ma la mano tesa non
arriva e qui, in queste stradine medievali di Nepi, diventata il
modello di una vita di provincia ipocrita, perbenista e che lascia ai
giovani soltanto flipper e videogiochi nei retrobottega dei bar, si
respira un' aria da alzata di scudi.

Dentro al bar Borgia, un localetto vicino alle mura, la meta preferita
dello struscio degli adolescenti, ci sono capannelli. Ma è vero che
qui non rimane che il flipper? Un ragazzo grosso, basettoni, riccio,
ride. "E certo che è vero! Non lo vedi?". Ma altri non sono d'accordo.

"Chi vuole, prende la macchina e se ne va, nei paesi vicini,
in discoteca" dice Roberto, un venticinquenne biondo, occhiali neri,
tuta rossa "Il cinema non c' è, lo hanno chiuso dieci anni fa, ma non
ci andava nessuno". E in piazza? Un capannello di donne. "Sesso?
Omosessuali? Quella lì ha denigrato tutto il paese!" dice una
trentenne bruna "I preservativi? Magari li usiamo pure, ma bisogna
scriverlo ai giornali?". Il parroco, don Giuseppe, è un sacerdote
anziano, magro, il volto scavato. Dice: "Non è vero che qui non ci
sono iniziative. All'oratorio fanno conferenze sulla droga, si
riuniscono, organizzano sport". Ma dentro il bar, Eleonora ribatte:
"Qui basta mettere un paio di anfibi e dicono che sei un naziskin. Noi
giovani non abbiamo un' identità, non troviamo lavoro. Siamo immersi
nel nulla, lo struscio, il flipper, il videogioco e lo struscio. E
argomenti come sesso, droga, omosessualità sono tabù". E' la foto di
tanta provincia italiana, vista da dietro il bancone di un bar di
paese. "Nepi è bellissima, ma come tanti altri piccoli comuni dello
Stivale" dice Peter Boom, attore e scrittore olandese rifugiatosi qui
a scrivere gialli d' azione "sembra votata all' autodistruzione
culturale. La lettera di Eleonora è un modo per cominciare a
parlarne".


PAOLO BOCCACCI
Archivio  la Repubblica.it - 28 febbraio 1993