Conoscere se stessi partendo dalla "persona" - Viaggio nel limbo della memoria


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Ho tenuto lo scritto che segue per un po' di tempo  nel cassetto, come si dice, per farlo decantare e renderlo quindi più solido e comprensibile. Non che abbia cambiato qualche parola, no, è assolutamente lo stesso di quando l'ho lasciato lì a riposare ... ma credo che quella sosta nel limbo della memoria sia stata sufficiente per renderlo più intellegibile, soprattutto a me stesso. Dico così perché in verità non so bene nemmeno io quello che esce da questa tastiera, a volte i pensieri e le parole vengono trascritte ma mi sono sconosciute, le conosco solo nel momento in cui appaiono davanti sullo schermo.

Lo scopo dello scritto è quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa.

Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire alcuni aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono.

Conoscere le caratteristiche incarnate, saper individuare le pulsioni che contraddistinguono la nostra persona, è sicuramente utile per non farci imbrogliare dalla mente, per non cadere nella trappola della falsa identità. Infatti tutto ciò che può essere descritto non può essere “noi” ma solo la struttura funzionale del corpo/mente (nella quale ci riconosciamo). Questo apparato psico-fisico è il risultato della commistione di forze naturali (od elementi) e di qualità psichiche (che degli elementi sono espressione). Nella multiforme interconnessione di queste energie gli infiniti esseri prendono forma…. Anche se –in verità- non si tratta di “forze” né di “esseri” bensì di una singola forza e di un solo essere che assume vari aspetti durante il suo svolgersi nello spazio-tempo.

Ma qui occorre descrivere la “capacità separativa” (maya – yin e yang) che produce l’illusione della diversità. Essa è il primo concetto che si forma nella mente (in effetti è la mente stessa) contemporaneamente all’apparire del pensiero “io”. Attenzione non si tratta dell’Io Assoluto, l’Essere ed esserne coscienti aldilà di ogni identificazione, si tratta invece del primo riflesso cosciente (di tale Io) nella mente e che consente l’oggettivazione e la percezione dell’esteriorità attraverso i sensi. In tal modo si attua il meccanismo dissociativo di “io sono questo” e quel che viene osservato “è altro”.  


Così il dualismo assume una sembianza di realtà e viene corroborato dalla causalità consequenziale alle trasformazioni che si srotolano nello spazio/tempo. Il processo formativo duale è di facile individuazione da parte dell’accorto intelletto (nel  senso di attento) ma questa considerazione è ancora all’interno del riflesso speculare della mente, per cui dal punto di vista della Conoscenza Assoluta anche questa spiegazione (o comprensione) è futile, forse innecessaria e magari addirittura fuorviante… (a causa della tendenza appropriativa del pensiero speculare) e qui ritorno alla necessità di conoscere la propria mente per non rimanere ingannati dalle sue elucubrazioni empiriche, tese cioè a dimostrare una realtà oggettiva.

Qualcuno potrebbe chiedersi a questo punto: “…Allora perché scrivere tutto ciò? Perché leggerlo?” –  Ma la risposta è banale, talvolta prima di gettare l’immondizia sentiamo il bisogno di esaminarla in ogni particolare in modo da non aver poi rimpianti… Purtroppo in anni ed anni di volo basso abbiamo sviluppato un forte attaccamento alla zavorra…!

Paolo D’Arpini



Post Scriptum.

La coscienza individuale è in costante movimento ed evoluzione, seguendo i diversi modi di sviluppo della società od i periodi storici nei quali si manifestano le vicende umane. Ogni transizione assomiglia al superamento di un livello d’apprendimento, un po’ come succede nella spirale del DNA. La coscienza, in questo caso meglio definirla mente, si muove dalle espressioni più semplici a quelle più complesse. Una sorta di testimonianza-memoria dei vari processi sofisticati della vita.

Alcune parti dell’opera di Bertolt Brecht “Leben des Galilei”


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Nel tempo che ho libero – e ne ho, di tempo libero – mi è avvenuto di rimeditare il mio caso e di domandarmi come sarà giudicato da quel mondo della scienza al quale non credo più di appartenere. Anche un venditore di lana, per quanto abile sia ad acquistarla a buon prezzo per poi rivenderla cara, deve preoccuparsi che il commercio della lana possa svolgersi liberamente. Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un prodotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti. Ora, la gran parte della popolazione è tenuta dai suoi sovrani, dai suoi proprietari di terra, dai suoi preti, in una nebbia madreperlacea di superstizioni e di antiche sentenze, che occulta gli intrighi di costoro. Antica come le rocce è la condizione dei più, e dall’alto dei pulpiti e delle cattedre si suole dipingerla come altrettanto imperitura. Ma la nostra nuova arte del dubbio appassionò il gran pubblico, che corse a strapparci di mano il telescopio per puntarlo sui suoi aguzzini.
Cotesti uomini egoisti e prepotenti, avidi predatori a proprio vantaggio dei frutti della scienza, si avvidero subito che un freddo occhio scientifico si era posato su una miseria millenaria quanto artificiale, una miseria che chiaramente poteva essere eliminata con l’eliminare loro stessi; e allora sommersero noi sotto un profluvio di minacce e di corruzioni, tale da travolgere gli spiriti deboli. Ma possiamo noi ripu-diare la massa e conservarci ugualmente uomini di scienza? I moti dei corpi celesti ci sono divenuti più chiari; ma i moti dei potenti restano pur sempre imperscrutabili ai popoli. E se la battaglia per la misurabilità dei cieli è stata vinta dal dubbio, la battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta dalla credulità. 
Con tutt’e due queste battaglie, Andrea, ha a che fare la scienza. Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le tue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. 
Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale… Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l’astronomia dilagare nelle pubbliche piazze.  In circostanze così straordinarie, la fermezza di un uomo poteva produrre grandissimi rivolgimenti. Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità. così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. Mi sono anche convinto, Andrea, di non aver mai corso dei rischi gravi. Per alcuni anni ebbi la forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini…
 Bertolt Brecht -  “Leben des Galilei” 
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"Il ritorno a casa" secondo Christa Efkemann


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‘Torniamo a casa’ è una frase talmente comune che a qualcuno viene a dire “…va bene – è con questo?” o magari un commento sarcastico, tipo “… felice chi ce l’ha.” – Tanto vero!Entrando però più profondamente nel pensiero, subito ci si scopre non solo il conflitto drammatico di quelli che vorrebbero tornare a casa, ma non possono, o quelli che non sono mai i benvenuti e sempre stranieri in un altro paese – l’aspetto più triste del tema – si scopre in oltre un’ampia varietà, del tutto soggettiva, al riguardo della domanda „cosa significa per te tornare a casa?”
Così è successo a me – e vorrei parlare delle mie esperienze – sicuramente meno drammatiche e meno dolorose – con il tentativo di avvicinarmi ad un tema che più che si pensa, va a toccare il fondo della nostra esistenza.
Ammetto che all’inizio delle mie indagini mi sono limitata a definire meglio cosa significa per me letteralmente la parola CASA insieme al suo senso figurato.
Ne so qualcosa, perché in vita mia ho cambiato tante volte casa – sebbene ho trascorso tutta la mia infanzia e fino a quasi venti anni in un piccolo paese, nel verde, ben protetta dai miei genitori.
Ma dopo mi piaceva questa vita un po’ da nomade – la diversità di case e luoghi mettevano le ali alla mia fantasia – la necessità di affrontarmi e integrarmi sempre di nuovo veniva incontro alla mia curiosità.
In questo senso ho vissuto questi anni come una esperienza positiva e senza grandi conflitti – se non siano quelli personali – ma non tutti questi posti mi sono rimasti nella mente e nel cuore come CASA – e in alcuni non ci vorrei più tornare proprio. Visto da ora li potrei definire passaggi – senza alcun rimpianto.
Solo due di questi posti nel mio passato (ed erano due città, non campagna) hanno creato dentro di me questa sensazione difficile da descrivere – un sentirsi bene, appagati e in un certo senso anche sereno e protetto – un’armonia fra le proprie ‘quattro mura’, l’ambiente, i contatti sociali ecc. nonostante le cose difficili di un quotidiano. In questi posto c’è stato qualcosa in più che mi attirava – un qualcosa come l’atmosfera o meglio l’Anima del luogo – la quale si percepisce spesso prima del rendersene conto. – Solo per questi posti sento ancora la nostalgia e delle volte la voglia di tornarci. E certamente per la casa della mia infanzia della quale sento ancora l’ intensità di profumi e calore, l’incanto dei posti segreti della bambina e tanto amore – emozioni che risvegliano ancora in me la parola Casa in tutta la sua dolcezza.
Sono convinta che è stato questo ricordo insieme all’ Anima del luogo che ad un punto della mia vita mi hanno chiamato e condotto qua – dove sette anni fa pensavo di aver trovato “L’isola che non c’è”. Un pezzo di terra quasi abbandonata in piena campagna nel verde della antica terra degli Etruschi. Una natura intatta, selvatica, con frutta di ogni tipo, florida e solare, e le notti di un silenzio profondo con un cielo avvolto sopra di me con un mare di stelle. Non conoscevo ancora nessuno, stavo solo con il mio cane e tre gatti, una immensità di lavoro, l’inverno freddo con un solo camino a legna, una vita abbastanza dura, ma io contenta e felice lo stesso, convinta di essere ritornata a casa.
(Oggi è cambiato – sono circondata da vicini che non hanno lo stesso rispetto e amore per la natura – l’incanto dell’isola di una volta non c’è più e con questo si è spaventata anche L’Anima del luogo)
Arrivata con le mie riflessioni a questo punto, l’eco di un diluvio di pensieri e emozioni sfiorò la mia mente.
Non avevo sentito un riverbero di questa sensazione, di questo ’sentirmi a casa’, anche in posti dove non ho mai vissuto? Posti conosciuti in un viaggio, certi posti o città dove sapevo con imperturbabile sicurezza le vie – o un dejà vu talmente forte da togliermi il fiato – lo spontaneo incontro con persone che mi sembravano subito famigliari – un effimero intrecciato che evocava in me gioia di vivere e energia -
O il grande deserto, il Sahara, con il suo maestoso silenzio che mi ha svegliato una mia identità fino ai più profondi sogni – un immensità trasformata in me come un riverbero di Antica memoria – un sorriso, un tocco leggero, il vento portatore di voci, di gioia e dolore – il tronco di un albero immenso nel suo splendore, un riflesso sull’acqua – il ritorno all’origine …
Il tocco dell’Antica memoria, conservatrice della storia della nostra terra e il suo posto nell’universo, che ci fa rammentare molto di più di quello che ci sembra così tanto apparente. Certo che Lei vive anche in noi come in ogni particella dell’esistenza.
Ed e Lei che ci fa percepire l’Anima del luogo (e anche l’Anima del prossimo) – e chi non crede in una rinascita potrebbe anche definirla come una memoria universale dove ogni particella, e certo anche quelle spirituali, riconoscono la loro origine e la loro ’stirpe’.
Il ritorno a casa come un percorso e una nostalgia che portiamo dentro di noi finché non abbiamo trovato gli ‘elementi’ che ci danno il segnale: Sei arrivato! Anche nel senso metaforico.
Pensare che L’Antica memoria si è nutrito da sempre di un oggi per un lontano futuro ci dovrebbe aprire la mente per la nostra esistenza. La parola “quello che hai fatto per il tuo prossimo hai fatto anche per te” non è un altruismo, anzi. Ci ricorda ai frutti del nostro fare nel bene e nel male – le tracce che lasciamo – ci ricorda la responsabilità dell’individuo verso la vita e quella Casa in comune che ci offre la nostra terra. La paura di perderla dovrebbe risvegliare l’amore per questa Madre Terra – maltrattata e sofferente.
Ma i suoi figli la sfruttano con arroganza e dispetto, calpestano e avvelenano i suoi frutti, odiano dove dovrebbero amare senza ricordarsi da dove vengono e dove vanno – ma La Madre ci offre ancora il suo abbraccio.
Ritorniamo allora a casa prima che si è fatto buio come ci dicevano le nostre madri quando siamo stati bambini – e lasciamo che la brutta parola “… vattene a casa tua!” ,tirata con odio come un sasso in testa, si trasformi in un senso positivo. Torniamo tutti quanti insieme, a piccoli passi, prendendoci per mano. Passi come quello di oggi dove L’anima del luogo ci sorride e ognuno di noi porta il suo dono: sia dolore, amore, affetto, speranza.
Il topo – simbolo del sempre trafficato Terrestre – vola sulle ali del drago – simbolo dell’ Antica memoria. Due simboli spesso mal capiti nella nostra cultura – cerchiamo di amarli di più e vediamo dove ci porterà il loro viaggio … E ricordiamoci: “Nell’ universo la fine è sempre ugualmente lontana o vicina dal principio”.

Christa Efkemann
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Reincarnazione ed ipnosi regressiva - Un'analisi storico scientifica


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A chiunque di noi sarà capitato qualche volta di vedere una persona sconosciuta o entrare in un posto mai visto e avere la sensazione di conoscerli già. Si tratta del così detto déjà vu. Chi crede nelle vite passate non può fare a meno di chiedersi se quella persona o quel luogo appartengano a una vita precedente.
Questa idea appare bizzarra a noi occidentali, che siamo tanto razionali e tanto legati a questa nostra vita terrena dopo la quale, al massimo, ci potrà essere ad aspettarci solo il Regno dei cieli. Nelle filosofie orientali, invece, la reincarnazione è comunemente accettata.  Ci si reincarna migliaia di volte, a seconda del karma, – cioè delle azioni compiute nelle vite precedenti, che determinano le vite successive-  fino all’illuminazione, stadio in cui non ci si reincarna più e ci si unisce al Tutto o ci si incarna per aiutare gli altri. 
L’ipnosi regressiva
L’ipnosi regressiva è uno strumento usato comunemente dalla psicoterapia per far riaffiorare dall‘inconscio ricordi, eventi o traumi dell’infanzia o del passato che influenzano la vita presente di un paziente e gli provocano dei problemi psicologici.
Tuttavia la normale ipnosi regressiva ha cominciato ad assumere connotati inquietanti quando sotto ipnosi alcuni pazienti hanno cominciato a descrivere situazioni collocabili in epoche e luoghi del tutto slegati dalla loro vita presente. Il caso più frequente è quello di pazienti che cominciano inaspettatamente a parlare lingue che in realtà non conoscono o che descrivono nei dettagli luoghi in cui non sono mai stati. A volte i pazienti rivivono sotto ipnosi la propria morte e spesso è a causa di una morte particolarmente violenta (soffocamento, annegamento, sepoltura da vivi, etc) che le persone si portano dietro fobie o dolori fisici altrimenti inspiegabili e fino al momento dell’ipnosi inguaribili.  
Brian Weiss, il più famoso sostenitore dell’ ipnosi regressiva a livello mondiale, nel suo libro Molte vite molti maestri racconta ad esempio la storia di Cathrine, una sua paziente affetta da depressione e attacchi di panico, che durante le sue regressioni ha raccontato i particolari di incredibili vite come quella nei panni di una sacerdotessa nell’antico Egitto, quella nell’identità di Aronda, morta durante un’immane inondazione circa 2000 anni prima di Cristo o quella nelle spoglie di un giovane guerriero trafitto alla gola da un nemico nel 1400.
Il dottor Weiss ha assistito alla completa guarigione di Cathrine proprio grazie al riaffiorare di questi ricordi. Le sue fobie, ad esempio, derivavano dai traumi legati alle morti violente.
Da allora, cioè dal lontano 1980, di ipnosi regressive nelle vite passate il dottor Weiss ne ha condotte molte e ha scritto tanti libri sull’argomento. Uno di questi, dal titolo Lo specchio del tempo ha allegato un cd che guida verso l’autoipnosi. Weiss sostiene infatti che ciascuno di noi dovrebbe imparare ad esplorare le vite passate per andare a cercare le cause dei conflitti attuali  e risolvere molti dei propri disturbi fisici ed emozionali (chi scrive questo articolo, invece, sconsiglia vivamente l’ipnosi regressiva “fai da te”).
In Italia la regressione nelle vite passate si pratica da pochi anni. E’ nata solo nel 2005 l’AIIRE, cioè l’Associazione Italiana Ipnosi Regressiva, il cui presidente è il dottor Angelo Bona, una sorta di Brian Weiss italiano.    
I messaggi
Nel corso delle sedute di ipnosi regressiva spesso gli psicoterapeuti si imbattono nei cosiddetti “messaggi dei maestri”, cioè in anime altamente evolute che attraverso i pazienti si mettono in contatto con loro per dare delle piccole lezioni sulla vita. I maestri ci dicono ad esempio che la Terra è un pianeta-scuola in cui si reincarnano le anime che si devono purificare. E’ proprio la legge del karma di cui da millenni ci parlano le filosofie orientali a regolare le reincarnazioni: in ogni vita noi mettiamo delle cause di cui raccoglieremo inevitabilmente gli effetti, in parte nella vita stessa e in parte nelle vite successive. La responsabilità dei nostri problemi è dunque solamente nostra e in noi risiede anche la possibilità di capire dove sbagliamo e cambiare il nostro comportamento. Acquisendo coscienza di questo ordinamento causale, dice Brian Weiss, si smette di sentirci vittime degli altri o incapaci di cambiare le cose e “si comprende che la vita non ha un senso punitivo ma educativo”.
I maestri ci dicono anche che vita dopo vita possiamo incontrare nuovamente sia le persone a cui siamo più legati che quelle con le quali abbiamo delle difficoltà di relazione: ciascuno di noi farebbe parte infatti di una famiglia di anime, e incontrerebbe le stesse anime (anche se cambierebbero continuamente i sessi e i rispettivi ruoli) finché non riuscirà a sciogliere i relativi nodi karmici.    
Le teorie
Ma cosa ne pensa la comunità  scientifica? Esistono veramente le vite passate o no?
Le teorie finora elaborate per spiegare ciò che può accadere durante una seduta di ipnosi regressiva sono sette e meritano di essere ricordate tutte (fonte: dottor Chisotti Marco):  
1) Teoria della fabulazione cosciente: ritiene che il racconto del soggetto ipnotizzato corrisponda a un sogno guidato. Quando costui racconta all’ipnotista una storia di vita, non serve indagare se è vera o falsa, ma usarla con buona fede per aiutarlo; essa deve solo essere coerente.
2) Teoria delle personalità multiple: spiega che le visioni in regressiva non sono altro che prodotti di atteggiamenti schizofrenici o quasi, cioè appartenenti a parti scisse dell’Io.
3) Teoria della giustificazione e motivazione, valore simbolico o soluzione di un problema di vita attuale: ritiene che gli episodi emersi in regressiva servono per soddisfare il bisogno del soggetto di trovare una giustificazione per il suo problema, che se non è già stata individuata nel presente viene pertanto estrapolata dal passato.. Questa teoria spiegherebbe perché certe persone che conducono una vita amena e spiacevole, in regressione si vedono come persone ricche e importanti; semplicemente per compensazione psicologica.
4) Teoria della gelificazione dei ricordi di chi si è stati: si basa sulla teoria dei memi e spiega che durante la regressione si otterrebbero elementi ereditari di natura mnemonica riguardo esperienze passate. Quest’ottica serve per creare connessioni logiche tra la storia del cliente e quella di altri suoi familiari (se non coi genitori magari con nonni o bisnonni, coi quali riconoscersi), che venga supportata scientificamente.
5) Teoria degli universi paralleli: ritiene che in regressiva possano emergere ricordi che appartengano al proprio doppio esistente in un universo parallelo (che non è un altro universo esterno a questo). Questa teoria può essere utile per disidentificare il soggetto con ciò che ha “ricordato”, però per fargliela accettare ci vuole un po’ di tempo.
6) Teoria della reincarnazione: ritiene che in regressiva possano emergere ricordi di una propria vita passata, e che quindi tramite essi si possano sbloccare traumi “karmici” che hanno riversato il loro influsso negativo sulla vita attuale.
7) Teoria del ricordo collettivo: spiega che in regressiva possono emergere memorie provenienti dall’inconscio collettivo. Se provengono da una collettività diversa dalla propria, la spiegazione può rimanere plausibile in base alla teoria dei campi morfogenetici.  
L’ipnosi progressiva
La più  moderna tecnica di ipnosi non si sposta più indietro sulla linea del tempo, ma va in avanti. Si chiama, appunto ipnosi progressiva. Non si tratta tuttavia di andare a vedere veramente ciò che sarà, quanto piuttosto di un viaggio che la nostra parte creativa fa per fissare degli obiettivi o per provare a risolvere problemi che nel presente risultano ingestibili. Di questo viaggio creativo e “costruttivista” al risveglio rimane nella mente del paziente un ricordo che lo arricchisce e lo rende più forte: se infatti è riuscito a cambiare il presente sotto ipnosi, grazie alla guida dello psicoterapeuta, ha fiducia di avere le risorse per cambiarlo anche nella realtà..  
Così  si esprime a riguardo il dottor Marco Chisotti, uno dei migliori ipnologi a livello europeo, e pioniere dell’ipnosi progressiva: “il principio su cui si basa l’ipnosi è la costruzione nell’individuo di una stato mentale funzionale all’obbiettivo che si desidera raggiungere. La vera portata del lavoro con la trance ipnotica è proprio questo, utilizzare lo stato mentale permettendo alla persona di cambiare le proprie abitudini, credenze, convinzioni, apprendendo con facilità un nuovo modo di comportarsi, pensare, vivere le proprie emozioni, e questo è reso accessibile con
l’uso dell’ipnosi e degli stati mentali connessi.”
Con le parole del dottor Chisotti ci tornano i dubbi: i pazienti ricordano veramente le vite passate o se le inventano?
E’ difficile dare una risposta definitiva a questo quesito.  E’ plausibile che sia il nostro emisfero destro del cervello, la nostra parte creativa, a inventare e creare connessioni tra una presunta vita passata e la nostra vita presente.
Tuttavia cosa dobbiamo pensare quando a raccontare le proprie vite passate sono dei bambini di due o tre anni? Che dire ad esempio del piccolo Cameron Macaulay che fin da quando ha cominciato a parlare diceva di aver già vissuto una vita nella lontana isola di Barra e che quando ci è stato portato ha ritrovato tutti i particolari che aveva descritto?  
Giovanna Lombardi
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Spiritualità laica - La ricerca spirituale non è un "lavoro" ma una amorevole cura per la vita


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Taluni ritengono che la pratica spirituale sia una sorta di "occupazione" come quella di uno studente o di un lavoratore che deve espletare specifici compiti per "ottenere" l'illuminazione o perlomeno il risveglio. Questo atteggiamento "volontaristico" crea spesso aspettative e dal punto di vista spirituale addirittura allontana dalla vera conoscenza, poiché ci si fissa sul mezzo senza guardare il soggetto che vuole raggiungere la conoscenza. 

Il soggetto in verità  è il nostro stesso Sé ma noi lo ignoriamo e lo rendiamo un "oggetto" da perseguire. E quell' "oggetto" è il nostro ego -come diceva Ramana Maharshi-  che si traveste da poliziotto per cercare il ladro che egli stesso è.  

A proposito di questo "gioco" ricordo la frase pronunciata dal re Janaka che, dopo aver ascoltato e compreso l'insegnamento nondualistico impartitogli dal suo guru Vasishta, esclamò: "Ora ho compreso chi è il ladro  e lo sistemerò immediatamente" (riferendosi  alla tendenza identificatrice con il corpo mente che ritiene di compiere l'azione).  

Insomma la foga nello svolgere il cosiddetto "dovere" religioso  e la compulsione a praticare per ottenere risultati attraverso la volontà e la penitenza, può procurare forme di dipendenza e di illusione "spirituale"  ed è una devianza rispetto alla sincera ricerca interiore.  

Questo avviene quando ci si lega ad una setta, quando si aderisce ad una religione e ci si affida alle indicazioni  di un ipotetico "salvatore".  Sembra che alcune persone abbiano bisogno di sentirsi "radicate" e affratellate in un gruppo compatto (spesso succede con i cristiani ed i maomettani, e simili fedi), soprattutto se stanno vivendo momenti di vuoto affettivo o di altro genere (preoccupazioni mondane, senso di mancanza o inadeguatezza, etc.). 

Però mettersi contro apertamente o denigrare le scelte compiute da tali persone non le aiuta a comprendere la causa  del loro bisogno di riempire un buco, che risiede nella loro incapacità di accettare se stessi  per quel che sono senza pensare di voler forzatamente modificare lo stato di cose o la propria condizione in funzione di un ipotetico ottenimento "altro". 

L'accettarsi soltanto può interrompere il meccanismo del desiderio e della paura, perché accettando si comprende la situazione vissuta nella sua interezza e l'azione confacente sorge spontanea. Ma l'accettazione talvolta è anche dolorosa. Questo riguarda ognuno di noi che vive nel mondo. Ma vivendo consapevolmente  nel mondo si può comprendere la natura del mondo e della coscienza.  

Comunque non si può definire od impartire una "cura" universale per le diverse anomalie di interpretazione della propria realtà, dicendo "fai questo o fai quello". A volte abbiamo anche bisogno di perderci per poi ritrovarci.  Ognuno deve poter crescere a modo suo.

Per sviluppare la chiarezza interiore ci vuole discriminazione e distacco. L'autoindagine consigliata da Ramana Maharshi o da Nisargadatta Maharaj è la via più diretta per individuare il "ladro" che ci deruba della Consapevolezza (trascinandoci nel mondo del pensiero e della speculazione). 

Anche il fissare l'attenzione su una formula, come i koan nel sentiero zen (in cui si chiede al neofita di rispondere a domande che ragionevolmente non possono avere risposta)   può decisamente aiutare, come  pure l'attenta ripetizione di un mantra. Ma il mantra  non va considerato un modo per sviluppare la volontà o la capacità di ottenere poteri mentali o benessere, serve al contrario a sciogliere ogni supposizione di potere e di identificazione con gli stati mentali. Il mantra per svolgere la sua funzione deve essere vivo,  impartito da chi ha realizzato la sua natura, che è il Sé. La ripetizione del mantra è un fatto personale e andrebbe praticata durante l'arco della giornata, mentalmente, per centrarsi sul Sé (sulla Consapevolezza). Io stesso uso questo metodo semplice che non richiede altri aiuti se non la rimembranza e l'attenzione rivolta al Sé.  in questo abbandono ed in questo arrendersi al proprio Sé sorge l'amore, e la comprensione di ciò che realmente noi siamo, aldilà della forma e del pensiero.  

Paolo D'Arpini


"Buone notizie dal vaticano" - Verso la fusione della triade e nascita della nuova fanta-religione sincretica "sion-muslim-cristica"

"Buone notizie dal vaticano", è il titolo di un racconto breve di fantascienza in cui si immagina l’elezione del primo papa “bionico”, anzi un vero e proprio robot.  Questo nuovo papa, secondo l'autore,  sarebbe stato il garante di una nuova dottrina sincretica, un vero papa "giusto", poiché essendo una “macchina” poteva assicurare la necessaria equanimità religiosa.

Verso la fusione della triade e nascita della nuova fanta-religione sincretica "sion-muslim-cristica"
Certo che alla fantascienza religiosa ci stiamo sempre più avvicinando, in questi ultimi anni la storia dei papi si è arricchita di un papa dimissionario, che peccava di credibilità, e di un papa bis che invece rafforza la “fede” con messaggi eclatanti. Tanto eclatanti che i “fedeli” spesso restano a bocca aperta come pesci fuor d’acqua.
L’ultimo annuncio è quello  relativo alla ritrovata fratellanza con i padri israeliti  nonché  all'accettazione teologica della dottrina del cugino Maometto.
Ma forse non è fuori luogo l'amore di Bergoglio per i "mori", infatti lo stesso Bergoglio, viene definito “papa nero”  in quanto appartenente all’ordine dei gesuiti,  il  cui  superiore generale, per il colore della tonaca che indossa e in quanto eletto a vita, è proprio come il pontefice di Roma.
Altri osservatori ritengono invece che le  "aperture" dottrinali  di Francesco sottintendano  la formazione di una nuova forma di religiosità... che molto si discosta dalla tradizionale fede cattolica, fino al punto di spingersi verso quella fantascientifica  "chiesa sincretica" che unisca i fratelli  musulmani, cristiani e giudei.
Ma  se ciò dovesse avvenire sarebbe  necessario che papa Francesco si spogliasse delle vesti di papa…. adattandosi ad una posizione secondaria, se non terziaria….
Questo significa che la chiesa cattolica dovrebbe rinunciare ad ogni supremazia gerarchica,  ad ogni struttura organizzata in veste economica e statale, ad ogni imposizione teologica e dottrinale, lasciando tale gestione ai "fratelli maggiori", i veri eredi del credo biblico, insediati saldamente a Gerusalemme.
Ebbene forse è esattamente quello che avrebbe voluto fare Gesù se non fosse stato mal'interpretato da un certo Saulo di Tarso...
Ed i laici, in tale marasma, che fine faranno?
 Paolo D’Arpini
Comitato per la Spiritualità Laica
Via  Mazzini, 27 – Treia (Mc)
tel. 0733 216293 - email: spiritolaico@gmail.com



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Memoria storica sulla ricerca di erbe selvatiche al Circolo vegetariano VV.TT.

Calcata. Vecchia sede del Circolo vegetariano VV.TT.


Per campi e boschi cercando un po' d'erba

I poco conosciuti ma importanti benefici di uno «sport» che non costa nulla e neppure nuoce all'ambiente. Una grande quantità di erbe e piante selvatiche sono utilizzabili per l'alimentazione e per altri scopi utili - come si è fatto per secoli e come si ricomincia a fare in molte località.

Paolo D'Arpini nella valle del Treja

E' facile, nei climi clementi, praticare il lavoro più antico del mondo: la raccolta di vegetali selvatici, venuti su da soli, senza cure né padroni. Ecologico e pacifico. Basta inoltrarsi in un bosco o anche solo imboccare una strada di campagna, posare l'attenzione sui suoi bordi verdi e staccare delicatamente foglie e bacche. Un centinaio di metri e il cesto si riempirà; almeno una quindicina di specie. In piena estate, se gli alberi danno refrigerio al terreno in certe ore della giornata, si possono trovare ortica, finocchiella, menta, melissa, malva, piantaggine, diversi tipi di cicoria, lattuga e carota selvatiche, gramigna, vitalba, tarassaco, e more e sambuco. C'è anche il gigantesco tasso barbasso (verbascum thapsus) ma serve a poco, perché è giusto un sostituto del tabacco. In primavera è un rigoglio di germogli da cura disintossicante, mangiando.

Res nullius, bene di tutti
Nei boschi che resistono, nei campi non avvelenati e intorno alle stradine sterrate, le piante spontanee che gli anglosassoni chiamano «volontarie» sono res nullius, cosa di nessuno e di tutti, bene comune gratuito e abbondante da quando le donne della preistoria portavano a «casa» molto più cibo dei maschi cacciatori, raccogliendo erbe, semi, frutti spontanei.
Si dice fitoalimurgia l'alimentazione con piante selvatiche; diversa dalla fitoterapia perché per prevenire o alleviare piccoli disturbi, disintossicarsi e fare il pieno di sali minerali e vitamine ricorre non a tisane o infusi ma a risotti, minestre arricchite di erbe, insalate e macedonie (crudo è meglio). L'antica pratica è stata ampiamente messa in pratica in Europa durante le guerre del Novecento ed è in uso tuttora in molte parti del pianeta, là dove sopravvivono foreste e aree verdi; integra l'alimentazione dei poveri sia in condizioni di normale miseria sia nelle emergenze; quante volte si è letto distrattamente dei coreani del Nord o dei sudanesi o degli afgani ridotti a «mangiare erbe selvatiche»? Da noi non è in gioco la sopravvivenza, ma avvicinarsi alle pratiche del Sud del mondo imparando a riconoscere, raccogliere e conservare le erbe e i frutti spontanei, ricollega alle radici (diremmo anzi alle foglie), fa bene alla salute e alle tasche e diventa in fretta una passione leggera, più rinfrescante che bruciante. Fra le informazioni che si scambiano i Bilanci di giustizia, seicento famiglie italiane impegnate a riformare il budget domestico secondo criteri eco-sociali, ci sono le modalità di raccolta e trasformazione delle erbe e dei frutti selvatici.

Il Circolo Vegetariano VV.TT. di Calcata e le sue erbe
L'unico ferro del mestiere è un buon manuale con le foto e indicazione delle parti commestibili. Ma le prime uscite sul campo vanno fatte con un insegnante: per imparare a conoscere e raccogliere senza danni - alla salute e alla vegetazione - almeno alcune decine di «erbe base nostrane» fra le 20.000 commestibili che spuntano sul pianeta, anzi che fioriscono... molti non sanno che si possono mangiare in insalata la primula, il fiore della malva, il nasturzio, la speronella, l'acacia.

In un pomeriggio di agosto, Paolo D'Arpini di Calcata (Viterbo), impedisce agli «allievi» di raccogliere le infiorescenze bianche al sapore di carota, perché gli sembra che ce ne siano poche; e raccomanda di prendere poche foglie per ogni piantina. Pastori, contadini e capre sono stati i maestri di botanica di Paolo, che dal 1984 anima il Circolo vegetariano Vv.Tt in quel particolarissimo villaggio laziale su uno sperone altissimo di tufo. Nessuno ha mai saputo bene cosa significhino quelle quattro lettere nel nome del Circolo ma la sua storia è densa: sensibilizzazione vegetariana ed ecologica; difesa dei luoghi e delle tradizioni locali; petizioni sugli olocausti preventivi di vacche presunte pazze; pensionato di galline montoni conigli e capre sottratti al destino di finire inforchettati e colà invece mantenuti a mais ed erba con alcune «adozioni a distanza», insufficienti a inserire fra gli ospiti anche maiali e buoi.

Si mettono a memoria molte erbe in un minicorso pomeridiano con Paolo, anche se di molte non conosce i nomi latini: lezioni gratuite per chi ha faccia tosta, di una decina di euro cena compresa per chi pensa che la trasmissione della conoscenza vada ricompensata, anche quando l'insegnante è troppo timido. L'imbrunire conclude il corso; si sale un sentierino fra gli alberi (da uno pende da anni un bambolotto nudo e scolorito) per andare cucinare l'acquacotta nel «tempio della spiritualità laica», un boschetto con grotte un tempo rifugio di animali e forse uomini, ora gestito dal VvTt.

Paolo spiega: «Tornando dai campi, uomini e donne si attardavano ancora un po' strada facendo, per raccogliere le diverse erbe che non di rado, insieme a un po' di pane e a un filo d'olio, erano il pasto serale. Finché c'era un po' di luce c'era da fare anche intorno a casa; intanto le erbe cuocevano. Bisogna aver pazienza...

22 agosto 2004 - Marinella Correggia









La Bibbia rivisitata da Mauro Biglino: "Il Falso Testamento"

Il saggista e traduttore Mauro Biglino* torna con un nuovo sorprendente volume, Il Falso Testamento, dove continua il suo rivoluzionario studio sulla Bibbia.

falso testamento
Il Falso Testamento, Mondadori 2016

Il suo nuovo saggio, Il Falso Testamento (Mondadori 2016), rappresenta la prosecuzione de La Bibbia non parla di Dio e già diventato un best seller dopo appena un anno dall’uscita nelle librerie (2015). Il lavoro di ricerca di Mauro affascina così tanto, perché l’oggetto del suo studio è un qualcosa che non ci si aspetterebbe: la Bibbia, analizzata però non dal solito punto di vista allegorico-teologico, ma sotto un’altra prospettiva del tutto inaspettata.

La lettura letterale proposta da Biglino getta una nuova luce sui cosiddetti “testi sacri”, una luce che contiene anche numerosi punti oscuri e inquietanti: il Dio onnipotente ed universale della religione monoteista giudaico-cristiana, conosciuto con il nome di Yahweh, non è una entità spirituale creatore dei cieli e della terra, ma un essere in carne ed ossa, un comandante militare che detta regole e infligge punizioni. Egli fa parte della potente schiera degli Elohim, creature extra-terrestri tecnologicamente avanzate che la teologia prima ebraica poi cristiana ha sapientemente trasformato nel Dio unico.

L’Antico Testamento racconta, quindi, il patto (alleanza) che il governatore Yahweh ha stipulato con il suo popolo, Israele (cioè i discendenti di Giacobbe) e non con l’intera umanità: il patto riguardava esclusivamente l’Elohim Yahweh e gli Israeliti e si basava sul principio del do ut des, cioè uno scambio reciproco di benefici materiali e concreti che nulla avevano a che fare con la spiritualità. Il Nuovo Testamento, invece, non ha motivo di esistere, poiché Yahweh non è Dio e quindi non può essere il Padre di Gesù come insegnato dal Magistero della Chiesa.

Nel nuovo libro, Biglino approfondisce alcune tematiche, già affrontate ne La Bibbia non parla di Dio, ma con nuovi spunti di riflessione: si parla ancora una volta del kavod di Yahweh, una macchina volante molto potente e dalla tecnologia sofisticata che la teologia interpreta come “la Gloria di Dio”. Mauro mette a confronto la tecnologia biblica con la tecnologia presente nei testi omerici Iliade e Odissea: i “carri celesti” degli dèi greci presentano affascinanti similitudini e caratteristiche comuni con ilkavod di Yahweh. L’oggetto che invece è descritto nel libro dell’Esodo ed è chiamato efod, risulterebbe essere una ricetrasmittente radio che l’Elohim di Israele utilizzava per le comunicazioni a distanza. Grande spazio, infine, è riservato alla conoscenza medico-scientifica: il libro del Levitico sarebbe un vero e proprio prontuario medico, dove sono descritte numerose patologie soprattutto dermatologiche e le relative cure, con il fine di rendere l’ambiente in cui vivevano gli Israeliti nel deserto un luogo più igienico e privo di batteri. Questo ed altro ancora è raccontato ne Il Falso Testamento: la ricerca di Mauro continua…

Intervista con l’autore

Lei nel nuovo libro, Il Falso Testamento, descrive in modo dettagliato la tecnologia che sarebbe presente nella Bibbia e, parallelamente, nei testi omerici. Oltre alle fonti letterarie, esistono anche ritrovamenti archeologici in grado di avallare la sua tesi?
Per non fare qui un elenco che dovrei documentare, ma in una intevista non c’è lo spazio necessario, suggerisco, a titolo di puro esempio, di approfondire tutti i problemi connessi al sito di Baalbek, nella valle della Beka in Libano; invito poi gli eventuali interessati a leggere “Scoperte archeologiche non autorizzate” (M. Pizzuti, Il punto di incontro) e “Our occulted history” (Jim Marrs, Harper & Collins) oppure il “Liber prodigiorum” (Giulio Ossequente) di cui si trovano versioni in rete, per non parlare di alcuni passi di Plinio il Vecchio o dello stesso Tacito (che ho riportato nel libro). Le testimonianze sono davvero moltissime ed è sufficiente non chiudere pregiudizialmente gli occhi per prenderne atto. Per altro, nei nostri tribunali non è forse sufficiente avere alcune testimonianze oculari per dichiarare vero un fatto? Ebbene, quante testimonianze scritte abbiamo nei testi e nei racconti di tutti i continenti della terra e di ogni tempo: sono innumerevoli, è sufficiente non occultarle con le categorie dell’allegoria, delle metafora o del mito.

Cos’era in realtà l’efod descritto nel libro dell’Esodo e quale interpretazione ne dà la religione cristiana ed ebraica?
L’efod era uno strumento tecnologico chiaramente descritto nelle sue funzioni: serviva per le comunicazioni a distanza. Nei libri riporto i passi biblici in cui è documentato come Davide dovesse avere l’efod a disposizione quando intendeva parlare con Yahweh nei momenti in cui  era lontano. La Bibbia ne descrive le caratteristiche tecniche definendolo come il prodotto di un “progetto” e di un “assemblaggio”: lo presenta cioè come un aggeggio assolutamente tecnico. Le interpretazioni che ne sono state date, soprattutto in ambito cristiano, tendono a classificarlo invece come un generico “oggetto di culto” dalla valenza puramente artistica: nulla di più lontano dalla concretezza delle sue reali funzioni. Al contrario, molti rabbini fortunatamente lo rappresentano, disegnano e descrivono invece per ciò che era: un oggetto tecnologico avente funzioni precise.

Oltre alla Bibbia ed ai poemi omerici, Iliade e Odissea, vi sono altri testi antichi in cui si parla di tecnologia e macchine volanti?
Direi che i testi dell’induismo sono una vera e propria enciclopedia in tal senso. Ciò che per noi è sostanzialmente un argomento “tabù”, considerato frutto di fantasie malate, per la cultura induista rappresenta la normalità. Gli oggetti volanti presenti nel passato sono addirittura classificati in categorie precise, suddivise a seconda delle caratteristiche e della operatività delle varie tipologie di mezzi: quelli che viaggiavano solo nell’atmosfera, altri che potevano viaggiare anche nell’acqua, quelli che avevano la possibilità di uscire dall’atmosfera terrestre e compiere lunghi viaggi nello spazio. Insomma un vero e proprio catalogo. Per gli induisti non sono certo fantasie le continue battaglie combattute nei cieli da macchine volanti pilotate da individui non appartenenti alla specie umana. Penso che nel 2017 possa vedere la luce un lavoro che sto conducendo a quattro mani con uno studioso di quella cultura: sarà una analisi parallela che coinvolgerà Bibbia e testi orientali.
Mauro Biglino

Secondo la lettura letterale, il libro veterotestamentario del Levitico appare come una enorme lista di patologie cutanee e relative cure mediche. E secondo la teologia?
Non vorrei qui sostituirmi alla teologia ed essere accusato di occuparmi di chiavi di lettura che non mi appartengono, ma in genere, in ambito religioso,  il tutto viene ricondotto alla sfera della conoscenza divina, con i conseguenti miracoli, oppure nell’ambito delle chiavi di lettura allegoriche e metaforiche, impiegate per celare ciò che è chiaramente scritto ma che è ritenuto inaccettabile. Invece si tratta di conoscenze scientifiche documentate sia in fase diagnostica che terapeutica: non a caso nel mio libro è dedicato al tema un capitolo intero curato da un neurochirurgo (il dr. Arturo Berardi) che ha analiticamente esaminato il testo del Levitico dal punto di vista medico.

Chi era veramente l’angelo Raffaele?
Come dice il termine stesso, senza inventare nulla, era un EL guaritore: la radice RAFA significa proprio questo e il suffisso El documenta chiaramente a quale categoria di individui apparteneva: gli Elohim. In quel gruppo di governatori/colonizzatori erano necessariamente presenti diverse specializzazioni: dai genetisti che hanno fabbricato l’adam, ai militari (come Yahweh o Mikael) che svolgevano il loro lavoro di conquista e controllo, e naturalmente erano presenti anche i  medici.

Perché Lei afferma con una certa sicurezza che il Nuovo Testamento non ha motivo di esistere e che quindi è più corretto parlare di Falso Testamento?
Con il termine “Testamento” si indica il “patto” e l’Antico Testamento documenta il “patto” che Yahweh ha stipulato in via esclusiva con la famiglia che gli è stata affidata, quella di Giacobbe/Israele (Dt 32,8). Nell’AT non vi è alcun Dio e non vi è alcun patto stipulato con l’umanità: Yahweh si è sempre occupato – e ha sempre dichiarato di volersi occupare – dei “suoi”: gli altri dovevano essere sottomessi, inglobati o annientati senza pietà. Con questa premessa si comprende bene che il Nuovo Testamento è una elaborazione teorica il cui collegamento con il Vecchio Testamento rappresenta il tentativo di dare valenza e paternità storica alla figura cristica che è stata elaborata con l’ausilio insostituibile del pensiero greco-ellenistico. Senza la filosofia greca il cristianesimo non esisterebbe e l’AT riacquisterebbe la sua primigenia concreta dignità di libro in cui è narrata la storia del “patto/Testamento” stipulato tra Yahweh (il non-dio) e la sua gente, la famiglia di Giacobbe/Israele. Se, come è stato assodato anche nell’incontro pubblico che ho avuto con i teologi a Milano il 6 marzo, l’AT non parla di Dio, su Dio non si hanno certezze e il peccato originale non esiste, ci si chiede chi avrebbe mandato Gesù e per quale motivo: mancano cioè il mandante e il movente. SE è esistito il Gesù storico dobbiamo prendere atto del fatti che su di lui è stata ideata e cucita la figura cristica del “figlio di Dio”, il messia cristiano che non ha nulla che vedere con la figura del messia descritta nell’Antico Testamento e attesa da Israele: cioè il liberatore “manu militari” del popolo dal giogo straniero. Le nuove traduzioni bibliche (come quelle approvate dalla Conferenza Episcopale Tedesca in pubblicazione nel 2017) stanno finalmente dando conto della verità testuale e iniziano a eliminare la tensione profetica che è sempre stata artificiosamente usata dal cristianesimo per accreditare ciò che è stato inventato. I decenni futuri saranno illuminanti a tale proposito.

* Mauro Biglino, traduttore di ebraico biblico e greco antico, è diventato in questi ultimi anni uno scrittore molto apprezzato, imponendosi al grande pubblico con successi editoriali, come Non c’è creazione nella Bibbia e Antico e Nuovo Testamento Libri senza Dio, editi entrambi da UnoEditori.

Antonino La Mattina

Addenda a "I Falsi Protocolli"... di Sergio Romano


Risultati immagini per sergio romano i falsi protocolli

*Sergio Romano, studioso molto attento, ha di recente pubblicato il libro
dal titolo: I Falsi Protocolli. Una ragione per ri-pubblicare i Protocolli,
senza farsi perseguitare. In questo caso la definizione "falsi" è del tutto
pleonastica perché è la lettura stessa dei testi che induce il lettore a
riflettere sulla loro autenticità... Inizio questo mio intervento perché è
NECESSARIO comprendere il ruolo dell'informazione, intesa in senso attuale.


Ma i Protocolli non sono l'unico caso in cui una documentazione è stata
contestata. Molte sono le controversie sul passato ed anche al presente. A
cominciare dalla Bibbia e dai Vangeli. Sicuramente alcuni avvenimenti hanno
valore assoluto, a prescindere dalla loro autenticità cosiddetta "storica".
Il dialogo di Pilato con Gesù è sicuramente di valore assoluto, a
prescindere dal fatto che sia avvenuto o meno. Leggiamo dalla BIBBIA dei
Geovisti: Giov, 18,37: Perciò Pilato gli disse: Dunque, sei tu re? Gesù
rispose: Tu stesso dici che io sono re. [NOTA: E' da interpretare il
significato della parola: re e soprattutto il senso della frase. Infatti,
si dovrebbe tradurre...se lo dici tu..oppure: "lo dici tu NON io!"]
Prosegue Gesù: "Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo,
per rendere testimonianza alla verità. Chi è dalla parte della Verità
ascolta la mia voce"*


*Pilato gli disse..." Che cos'è la verità? Domanda quanto mai precisa:
infatti se TU dici di testimoniare la Verità MI devi dire innanzitutto, se
sei onesto, che cosa intendi per VERITà. Come dimostra il fatto che questo
passaggio è il meno commentato dagli esegeti dei Vangeli!. Ma questo
dialogo trova nel cuore del XX secolo un altro formidabile interprete che è
Dostojewskij. Nel dialogo fra il Grande Inquisitore e Gesù che ritorna
sulla terra [ I fratelli Karamazov, ( 1879-1880)], il Grande Inquisitore
dice a Gesù: cosa sei ritornato a fare? Ci siamo NOI a difendere la Verità!
Geniale trasposizione della presunzione evangelica....che da dubbio diventa
asserzione violenta ed impositiva.Anche in questi casi ci troviamo
forzatamente dentro un bivio...ciò che è credibile NON è detto che sia
vero. 

Per fare un esempio: la copia in mio possesso dei Protocolli, ed.
1938, con commento di J.Evola, costituisce il 60mo migliaio.Ciò significa
che anche in Italia l'interesse per l'argomento è stato notevole. Voglio
ricordare quanto poco gli italiani amino la lettura. Da statistiche recenti
gli italiani sono il popolo che legge di meno e quelli che comprano i libri
è molto probabile che NON li leggano (siamo al 35 % dei lettori) pertanto,
una tiratura di 60.000 copie circa è una cifra molto significativa. In
questo caso qualsiasi tesi contraria cade nel vuoto. Ma c'è un altro
argomento di grande interesse. 

Consiglio la lettura di questo libro (ancora reperibile su Internet sia pure in edizione spagnola)..."Rapporto segreto da Iron Mountain sulla possibilità e desiderabilità della pace" edito in Italia da Bompiani nel gennaio 1968. Il commento di copertina è significativo:Tutto il mondo si domanda se è autentico o falso.

Se è autentico è agghiacciante, se è falso è feroce.IN OGNI CASO è VERO. Di
che si tratta? Di un convegno tenuto da un gruppo di studiosi ( chiamiamoli
Lorsignori..) che si sono riuniti in un luogo di villeggiatura a Iron
Mountain, USA. In questo convegno sono stati programmati tutta una serie di
interventi finalizzati alla diminuzione della popolazione mondiale. TUTTE
proposte che poi si sono realizzate! Ne ho lette alcune in un convegno
tenutosi a Ladispoli un anno fa e relativo alla tematica TRANSGENDER. Tutto
previsto negli anni sessanta negli USA. Allora? E' tutto falso? Non è
credibile.Non è pensabile.*
*IL PROCURATORE DELLA GIUDEA. Racconto pubblicato da Anatole France nel
1902; da allora, come commenta Leonardo Sciascia, ha avuto un destino di
splendido isolamento fino al 1920.. Riassumendo: un amico di Pilato, reduce
anch'egli dalla Galilea, incontra l'ex governatore della Galilea sui Campi
Flegrei, ed iniziano a parlare dei vecchi ricordi. Ad un certo punto
l'amico chiede...di Gesù..." Si faceva chiamare Gesù il Nazareno e fu
crocefisso (messo al palo) non ricordo per quale delitto. Ponzio, ti
ricordi di quest'uomo? Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la
mano alla fronte come chi volesse ritrovare un ricordo. Poi, dopo qualche
istante di silenzio: Gesù? -Mormorò-Gesù il Nazareno? No, non ricordo." *
CONCLUSIONE: da Agata Piromallo, La Mito al Paradosso, le vie "altre" della
conoscenza. Shakespeare & Company, 1988. *Il profondo mutamento che i mezzi
di comunicazione di massa hanno operato nel nostro universo antropologico,
investe le stesse modalità con cui si organizzano i processi cognitivi
nell'impatto con un sistema informativo che nella molteplicità dei suoi
canali di trasmissione e dei SISTEMI SIMBOLICI nei quali si configura
sollecita un tipo di partecipazione completamente diverso da quello
richiesto dai saperi strutturati in senso tradizionale. *Ciò significa che
tutto ciò che fino a poco tempo fa era RACCONTO, MITO, favola, espressione
dialettica per favorire la comprensione, OGGI richiede altri sistemi di
comunicazione e quindi di comprensione. 

La verità non è più quella di una volta ed i criteri per appurarla (a parte la fisica post-quantistica) si esplica con altre modalità di comunicazione. Pertanto, vecchi criteri di Verità NON reggono più. 

Giorgio Vitali

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Dal Matto al Bagatto... "Dal Caos alla Creazione"


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"Ma per me Eros non dorme in nessuna stagione e con forza custodisce l'Anima mia"
(Ibico)

Possiamo cominciare a pensare al "fuoco purificatore" ..... Dal "Caos sessuale" si può passare all'energia psichica, tramite l'Intelligenza. Ovvero da una mera finalità generativa, il sesso diventa fonte "creativa" ed è per questo che parlo di "fuoco" in questo caso che sprigiona energia nell'uomo e nella donna (e tanto più il sesso è fondamentale per uno scambio energetico) ed ecco il passaggio dalla "morte alla nascita". 

E' il "passaggio" dal Matto al Bagatto in cui la figura del "Matto" che si "risveglia" Bagatto (o Mago). Ma .... C'è un "ma"... Il Matto non è solo il Caos primordiale dal quale "prende forma" il "Mago" è anche l'Adepto, che "partendo da zero" si incammina verso il "Sentiero" e rappresenta anche il "Mercurio" (filosofico) degli alchimisti. Infatti il Matto "viaggia" ma non sa nemmeno lui dove va, senza meta e senza sosta (Mercurio oltre a rappresentare le comunicazioni, è legato ai viaggi). 

E ancora più importante, è la sua "dipartita" dal "Mondo" (ovvero il figliol prodigo che ha sperimentato la "vita mondana" prima di ridursi a mangiar ghiande... Oppure il Saggio che ha deciso di "rinunciare al mondo" quindi non usa le sue conoscenze per acquisire potere come fa lo Yogin nello Yogasutra di Patanjali). 

Ma poi dipende se se ne vuole parlare in chiave essoterica oppure esoterica....   "Chi non accoglierà il Regno di Dio come un fanciullo, certamente non vi entrerà" (Mc 10.15). 

Angela Braghin


P.S:  La vera presenza non è né silenzio, né parola, ma  è Amore!