Zodiaco cinese - 31 gennaio 2014… ritorna il Cavallo di Legno - Caratteristiche e consigli in armonia con l'I King


Cavallo di legno - Dipinto di Antonio Paolo Granato

Secondo il calendario lunare cinese  dopo un'assenza di 60 anni, ritorna  l’Anno del Cavallo di Legno che inizia il 31 gennaio 2014 per terminare il 18 febbraio 2015. 
Le date dell’inizio e della fine non sono mai uguali, un po’ come succede per il computo della Pasqua. Poiché il calendario cinese considera 13 lune nuove e il capodanno combacia con l’ultimo giorno che precede la successiva lunazione. Il precedente anno del Cavallo di Legno risale al 1954, quindi per tutti nati di quell’anno si compie un giro completo della ruota, essi entrano nel 60esimo anno di età. Infatti il ciclo dei 12 archetipi rapportati ai 5 elementi richiede un periodo di 60 anni per compiere un giro completo, ciò significa che al 60° compleanno si ripropongono condizioni del tutto simili a quelle presenti al momento di nascita.
La collana archetipale del sistema cinese è rappresentata da dodici animali, significativi della psiche universale. Si narra, ma è una leggenda, che questi animali si presentassero in sequenza al Buddha morente ed in riconoscimento del loro omaggio il Risvegliato dedicò ad ognuno, in alternanza Yang e Yin, un anno del ciclo, in una spirale evolutiva continua ed infinita.
Il Cavallo è il simbolo eclettico della libertà di pensiero e di azione ed il Legno simboleggia l’etica e l’empatia. Afferma il Cavallo: “… Non sono inceppato da vincoli mondani, né oppresso da mete vincolanti…”. Durante quest’anno quindi vinceranno le tendenze all’entusiasmo ed all’ottimismo. Saremo spinti verso il passaggio, l’attraversamento della frontiera, dall’inconscio collettivo al pragmatismo personale. Nel sentore di una nuova primavera sentiremo che “tutto è possibile”. Affermò Paracelso: “La luce della natura non mente, ma se siamo inoperosi e dimentichiamo l’amore ci verrà tolto anche ciò che crediamo di avere”. Questo sarà perciò un anno “spirituale”, in cui la forza chiara esprime la sua energia. L’energia del Cavallo è simboleggiata nell’I Ching dall’esagramma Kien, che significa il Creativo, particolarmente inspirante per procedere speditamente ed indefessamente verso il bene.
Rappresenta l’energia Yang nel massimo della sua espressione. Corrisponde alla forza primordiale luminosa, spirituale, salda, attiva. Applicato al mondo umano l’esagramma designa l’azione creativa del santo e saggio, del sovrano degli uomini, il quale desta in essi, mediante la sua forza, la natura superiore intrinseca.
La Sentenza:
Il Creativo opera sublime riuscita,
propizio per perseveranza.
Significato. L’inizio di tutte le cose sta, per così dire, in forma di idee che debbono realizzarsi, ma nel Creativo è insito il potere di conferire una forma a questi archetipi delle idee, ciò è espresso con la parola “riuscita”. Questo processo è rappresentato con un’immagine presa dalla natura: “le nubi vanno, e la pioggia opera, ed ogni singolo essere fluisce verso la propria forma”.
Questa durata nel tempo è l’immagine della forza inerente al Creativo. Il saggio ne trae modello da seguire per acquisire durevole efficacia nel suo operato. Il saggio si rende forte eliminando da sé tutto ciò che abbassa ed è volgare.

Paolo D’Arpini

Siamo a cavallo....

Memoria (scomoda) senza un "Giorno" e altri olocausti dimenticati


Particolare di una foto aerea di un lager alleato per prigionieri di guerra tedeschi.

“Mai così tanta gente era stata messa in prigione. Il numero dei prigionieri fatti dagli alleati era senza precedenti nella storia. I Sovietici fecero prigionieri circa 3,5 milioni di europei, gli Americani circa 6,1 milioni, i Britannici circa 2,4 milioni, i Canadesi circa 300.000, i Francesi circa 200.000. Milioni di giapponesi furono catturati dagli Americani nel 1945, più altri 640.000 circa dai Sovietici”.

Non appena la Germania capitolò l’8 Maggio 1945, il governatore americano, il Generale Eisenhower, divulgò una “corrispondenza urgente” in tutta la vasta zona sotto il suo comando, facendo diventare per i civili tedeschi un crimine passibile di pena capitale il fatto di dare da mangiare ai prigionieri. L’ordine, tradotto in tedesco, fu inviato ai governi delle province, con istruzioni di trasmetterlo immediatamente alle autorità locali. Copie di questi ordini sono state recentemente rinvenute in vari paesi vicino al Reno. Il messaggio (ripreso da Bacque nel suo libro) diceva fra l’altro: “in nessuna circostanza approvvigionamenti di viveri dovranno essere raccolti fra gli abitanti del luogo con l’intento di darli ai prigionieri di guerra. Coloro che violeranno questa disposizione e coloro che tenteranno di aggirarla consentendo che qualcosa arrivi ai prigionieri, mettono se stessi a rischio di fucilazione”.
L’ordine di Eisenhower fu esposto anche in inglese, tedesco e polacco nella bacheca del quartier generale del governo militare in Baviera, firmato dal Capo di stato maggiore del governatore militare di Baviera. In seguito fu affisso in polacco a Straubing e a Regensburg, dove si trovavano numerose compagnie di soldati polacchi nei campi vicini. Un ufficiale dell’Esercito americano che lesse quest’ordine nel Maggio 1945, scrisse che “era l’intenzione del comando d’armata, per quanto riguarda i campi dei prigionieri di guerra tedeschi nella zona americana, dal Maggio 1945 fino alla fine del 1947, di sterminare il più alto numero possibile di prigionieri di guerra fintanto che la cosa rimaneva al di fuori del controllo internazionale”.
La politica dell’esercito americano era di affamare i prigionieri, secondo il parere di numerosi soldati americani che si trovavano sul posto. Martin Brech, professore di filosofia in pensione del Mercy College di New York, che fu guardiano ad Andernach nel 1945, ha raccontato che un ufficiale gli disse che “era la nostra politica di non dare da mangiare a questi uomini”. I 50 – 60.000 uomini ad Andernach morivano di fame, vivendo senza ripari in buche scavate nella terra, tentando di nutrirsi con dell’erba. Quando Brech passò loro di nascosto del pane attraverso il filo spianto, un ufficiale gli ordinò di smettere. In seguito Brech vece avere loro dei viveri, si fece catturare e lo stesso ufficiale gli disse: “se lo rifai verrai fucilato”. Brech vide dei cadaveri venire portati via dal campo “dal camion di servizio”, ma non gli dissero mai quanti erano, dove venivano sepolti e come.
Il prigioniero Paul Schmitt fu ucciso nel campo americano di Bretzenheim dopo essersi avvicinato al filo spianto per vedere sua moglie ed il figlioletto che gli portavano un cesto di viveri. I Francesi non furono da meno: Agnès Spira fu uccisa da sentinelle francesi a Dietersheim nel Luglio 1945 per aver portato del cibo ai prigionieri. Il suo memoriale vicino a Budesheim, scritto da uno dei figli, dice: “il 31 Luglio 1945, mia madre mi fu strappata improvvisamente e inaspettatamente a causa delle sue buone azioni nei confronti dei soldati prigionieri”. La nota nel registro della chiesa cattolica dice semplicemente: “una morte tragica, uccisa a Dietersheim il 31.07.1945. Sepolta il 3.08.1945”.  Martin Brech vide con sorpresa un ufficiale appostato su di una collina ad Andernach che sparava su donne tedesche che fuggivano correndo nella vallata sottostante. Il prigioniero Hans Scharf vide una donna tedesca con i suoi due bambini venire verso una sentinella americana nel campo di Bad Kreuznach, portando una bottiglia di vino. Lei chiese alla sentinella di dare la bottiglia a suo marito che si trovava appena oltre il filo spinato. La sentinella si portò alla bocca la bottiglia e quando fu vuota la gettò a terra ed uccise il prigioniero con cinque colpi d’arma da fuoco.
Numerosi prigionieri e civili tedeschi videro le sentinelle americane bruciare il cibo portato dalle donne. Di recente, un ex prigioniero descrisse quanto segue: “Le donne della città più vicina portarono del cibo nel campo. I soldati americani lo confiscarono facendone un solo mucchio, versandovi sopra della benzina bruciandolo”. Eisenhower stesso ordinò che il cibo venisse distrutto, secondo lo scrittore Karl Vogel che era il comandante del campo tedesco, nominato dagli americani nel campo N° 8 a Garmisch-Partenkirchen. Nonostante i prigionieri ricevessero soltanto 800 calorie al giorno, gli americani distruggevano il cibo davanti al cancello del campo.

James Bacque, Crimes and Mercies: the Fate of German Civilians Under Allied Occupation, 1944-1950. (Crimini e pietà: il destino dei civili tedeschi sotto l’occupazione alleata, 1944-1950), pag. 41-45, 94-95
“Il 20 Aprile era un giorno di forte maltempo. La pioggia e la neve si mescolavano al gelido vento del nord che spazzava la vallata del Reno fino al campo, situato in pianura. Dietro ai fili spinati ci attendeva uno spettacolo orribile: stretti fortemente gli uni agli altri per riscaldarsi, circa 100.000 detenuti stravolti, apatici, sporchi, emaciati, dallo sguardo vuoto, vestiti in uniformi grigie, se ne stavano in piedi, impantanati nel fango fino alle caviglie. Qui e la si intravedeva un bianco sporco che, in un secondo momento, si rivelò essere uomini con la testa o le braccia fasciate da bende, o semplicemente da una manica di camicia. Il comandante tedesco di divisione ci informò che i prigionieri non mangiavano da più di due giorni e che l’approvvigionamento di acqua rappresentava un importante problema proprio mentre a meno di 200 metri il Reno scorreva a letto pieno”.
“Resoconto di una visita ad un campo di prigionia di prigionieri di guerra tedeschi nelle mani dell’esercito americano”, del Colonnello James B. Mason e il Colonnello Charles H. Beasley, del Servizio Sanitario Militare degli Stati Uniti, pubblicato nel 1950.
“Nell’Aprile 1945, centinaia di migliaia di soldati tedeschi, malati catturati negli ospedali, invalidi, donne ausiliarie e civili furono fatti prigionieri. A Rheinberg c’era un detenuto di 80 anni e un altro di 9 anni. Avendo come sola compagnia una sete atroce ed una fame lancinante, i prigionieri morivano di dissenteria. Senza sosta, un cielo ben poco clemente, rovesciava su di essi, per settimane, torrenti di pioggia. Gli invalidi scivolavano nel fango come degli anfibi, bagnati e congelati fino alle ossa. Senza il minimo riparo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, giacevano sulla sabbia di Rheinberg, abbandonati alla disperazione, oppure si addormentavano sfiniti dentro alle loro buche le cui pareti cedevano, prima di sprofondare nell’eternità”.

Heinz Janssen, Prigionieri di guerra a Rheinberg, 1988
“Non potevamo nemmeno stenderci completamente. Restavamo seduti tutta la notte, pigiati gli uni contro gli altri. Ma niente era peggio della mancanza di acqua. Per ben tre giorni e mezzo non ci è stata data acqua. Bevevamo la nostra urina. Il gusto era orribile, ma che cosa potevamo fare altrimenti? Alcuni di noi abbassavano la testa al suolo e lo leccavano per tentare di ricavarne un po’ di umidità. Mentre ero già molto debole e riuscivo soltanto a mettermi sulle ginocchia, ci hanno finalmente distribuito dell’acqua. Penso che sarei morto senza quell’acqua. E il Reno si trovava appena oltre i fili spinati. Attraverso il reticolato, le sentinelle ci vendevano acqua e sigarette. Una sigaretta costava 900 Marchi. Ho visto morire migliaia di miei compagni. Portavano via i loro corpi su dei camion”.

George Weiss, testimonianza raccolta da James Bacque, 1988
“Ci tenevano in recinti con filo spinato, all’aria aperta e praticamente senza cibo. Le latrine erano costituite da assi gettate sopra a delle fosse, vicino ai fili spinati.  Per dormire non avevamo altra scelta che scavare un buco per terra con le nostre mani e poi di stringerci gli uni contro gli altri nel fondo. Non avevamo praticamente spazio vitale. A causa della malattia, gli uomini dovevano defecare per terra. Ben presto, molti di noi si sono sentiti troppo deboli per alzarsi i pantaloni prima che fosse troppo tardi. I nostri vestiti erano infettati e così anche il fango nel quale bisognava camminare, sedersi e coricarsi. All’inizio non c’era acqua, a parte la pioggia; nel giro di due settimane fu possibile averne un po’ tramite un rubinetto. La maggior parte di noi non aveva un recipiente per raccoglierla e potevamo ingurgitarne solo un po’ dopo ore di coda e talvolta anche dopo una notte di attesa. Dovevamo camminare in mezzo alle buche, sui mucchi di terra molle dovuti agli scavi dei prigionieri per ripararsi. Era facile cadere dentro alle buche, ma non altrettanto facile uscirne. In quella primavera piovve quasi di continuo in questa parte della valle del Reno. Per oltre la metà del tempo abbiamo avuto pioggia. Per più della metà del tempo non abbiamo avuto niente da mangiare. Per il resto ci veniva data una piccola razione K. Dalla lista stampata sulla confezione mi rendevo conto che ci veniva dato solo un decimo del contenuto di queste razioni prodotte in America. In definitiva noi ricevevamo forse il 5% di una normale razione dell’esercito americano. Mi sono lamentato col comandante del campo, un americano, dicendogli che stava violando la Convenzione di Ginevra, ma questi mi ha risposto semplicemente: “dimentica la convenzione, tu non hai alcun diritto”. Nel giro di qualche giorno, uomini in buona salute al loro arrivo al campo, erano già morti. Ho visto i nostri compagni trascinare numerosi cadaveri fino ai cancelli del campo, dove veniva ammassati uno sull’altro, stessa cosa succedeva su un camion che li portava via”.

Charles von Luttichau, testimonianza raccolta da James Bacque, 1988
“Siccome eravamo circa una trentina, credevamo che il viaggio sarebbe durato un giorno, invece abbiamo viaggiato per tre giorni interi, senza uscire, completamente chiusi. Guardavamo attraverso delle piccole fessure per sapere dove ci trovavamo. Dopo tre giorni arrivammo a Rennes. Nel campo c’erano più di 100.000 prigionieri, all’incirca lo stesso numero degli abitanti della città. Nelle baracche c’erano dei letti, i primi che vedevamo dopo settimane. Erano in legno, sovrapposto su tre piani, senza niente, ne paglia ne nient’altro. Si dormiva sulle assi. Era la prima volta che avevamo un tetto sulla testa da quando eravamo stati catturati. Avevamo trascorso tre settimane a Kreuznach, sul terreno, senza il permesso di accendere un fuoco o di scavare buche, e il nostro solo lavoro durante il giorno era quello di fare la coda per un po’ d’acqua. Questa veniva portata da dei contadini dentro a dei barili ma talvolta si esauriva prima ancora di essere messa nei barili perché la gente faceva dei buchi nei tubi e si affrettavano a bere. Il cibo mancava totalmente. Quando arrivavano i piselli, venivano divisi fra di noi e, una volta fatte le parti, ne restavano alcuni a testa. Tutti contavano e se ce n’erano sei a testa, beh allora si aspettava di arrivare a sei e mezzo.
Siamo rimasti a Rennes per otto mesi. Quando gli americani hanno lasciato il campo, ebbero un comportamento schifoso nei confronti dei francesi, i quali si sono vendicati su di noi. Avevo trovato un pezzo di tessuto in una delle baracche e potevo scriverci sopra. Mi sono accorto di capire tutto quello che scrivevo ma, una volta che lo cancellavo, questo si cancellava anche dalla mia memoria. Non ricordarsi le cose era il primo segno di sfinimento. Era terribile, cancellavo e non ero più in grado di ricordare ciò che avevo appena scritto e compreso. Non ero depresso, era soltanto la malnutrizione. Poi, quando la debolezza la faceva veramente da padrona e che il minimo movimento ci faceva svenire, si calcolava quanto tempo si restava svenuti. La malnutrizione era diventata così grave che il benché minimo gesto, fatto troppo velocemente, ci faceva svenire. Il cibo era talmente raro che le persone in generale erano ammalate e quando ci ammalavamo ci portavano all’ospedale. Quando le persone venivano portato in ospedale non le vedevamo mai ritornare. Dei 100.000 prigionieri detenuti a Rennes, ce ne fu sicuramente una parte che morì e anche una buona parte, ma io non ho mai trovato il benché minimo cimitero.
Non abbiamo mai visto la Croce Rossa. Nessuno è mai venuto ad ispezionare il campo per due anni. La loro prima visita avvenne nel 1947 per portarci delle coperte. Si mangiava l’erba che cresceva fra le baracche. I francesi non erano i soli responsabili di ciò che succedeva nei campi in Francia poiché avevano ricevuto molti tedeschi con la salute già  considerevolmente compromessa in seguito a maltrattamenti ricevuti in Germania (nei campi americani)”.

Heinz T., testimonianza raccolta da James Bacque
“ Che peccato non averne potuto ammazzare di più “.
Lettera di D. Eisenhower al Generale Marshall, Maggio 1943, dopo la resa delle forze dell’Afrika Korps (questa frase fu in seguito soppressa dalle edizioni ufficiali della sua Corrispondenza)
“ E’ esattamente come nelle fotografie di Buchenwald e Dachau “.
Rapporto del Cap. Julien, 3° Reggimento tiratori scelti algerini, Luglio 1945
“Ero molto stupito di vedere che i nostri prigionieri erano deboli ed emaciati come quelli che avevo visto nei campi di concentramento nazisti. Il giovane comandante ci disse con tono calmo che lui privava deliberatamente i prigionieri del cibo e dichiarò: “Questi nazisti vengono finalmente ripagati nella stessa moneta!”. Era talmente convinto di comportarsi in modo corretto che non sollevammo alcuna polemica in sua presenza”.

Robert Murphy (consigliere politico civile del Gen. Eisenhower), dopo la visita ad un campo di prigionia durante l’estate del 1945.
“ La situazione dei prigionieri di guerra tedeschi in Europa è diventata disperata e rischia di diventare uno scandalo dichiarato. Nel corso delle ultime settimane, molti francesi, ex prigionieri dei tedeschi, mi hanno inviato note di protesta relative al trattamento che il governo francese impone ai prigionieri di guerra tedeschi. Ho incontrato Pradervand (principale Delegato del Comitato della Croce Rossa in Francia, il quale mi ha detto che la situazione dei prigionieri tedeschi in Francia è, in numerosi casi, peggiore di quella dei campi di concentramento tedeschi. Mi ha mostrato delle foto di scheletri viventi e lettere provenienti da comandanti di campi francesi che hanno richiesto di essere sollevati da questa responsabilità in quanto non riescono ad avere nessun aiuto dal governo francese e non sopportano di vedere i prigionieri morire d’inedia. Pradervand ha bussato a tutte le porte nell’ambito del governo francese senza ottenere però il benché minimo risultato”.

Lettera di Henry W. Dunning (responsabile della Croce Rossa americana) indirizzata al Dipartimento di Stato, il 5 Settembre 1945
“Apprendiamo che in alcuni campi (francesi), buona parte del cibo, in linea di massima sufficiente e destinata ai prigionieri di guerra, viene dirottato dalla sua destinazione; che si vedono camminare scheletri viventi simili a quelli dei deportati nei campi tedeschi e che i morti per inedia sono numerosi; che apprendiamo che capita a questi prigionieri di essere picchiati selvaggiamente e sistematicamente; apprendiamo che vengono impiegati alcuni di questi sfortunati per dei lavori di sminamento senza fornire loro l’apparecchiatura necessaria e ciò li rende dei condannati a morte più o meno a breve termine. Bisogna che queste pratiche cessino”.

Editoriale del Figaro, 19 Settembre 1945
“Questi prigionieri (nelle mani dei francesi) sono 600.000. 200.000 sono inabili al lavoro, di questi: a) 50.000 sono da rimpatriare in base alle convenzioni (invalidi, ciechi, pazzi, tubercolosi, anziani ecc.); b) 150.000 perché soffrono di grave denutrizione. La situazione dei 200.000 prigionieri di guerra sopra menzionati è così precaria, sia dal punto di vista alimentare che da quello sanitario e del vestiario, da poter dire, senza essere pessimisti, che non riusciranno a sopportare i rigori dell’inverno. Per rimediare a questa situazione è necessario che venga intrapresa un’azione energica urgente”.

Lettera di J.P. Pradervand (Capo delle delegazioni della Croce Rossa Internazionale) al Gen. De Gaulle, 26 Settembre 1945
“Mentre oggi si parla di Dachau, fra dieci anni in tutto il mondo si parlerà di campi come……… Il nostro corrispondente cita quello di Saint-Paul d’Egiaux. Ma sembra che questo giudizio sia valido per molti campi francesi di prigionieri dell’Asse”.

Jacques Fauvet, nel Le Monde, 30 Settembre/1° Ottobre 1945
“Le condizioni di prigionia dei prigionieri tedeschi nell’ambito del teatro europeo, espongono (il governo degli Stati Uniti) a delle gravi accuse di violazione della Convenzione di Ginevra”.

Lettera di B. Gufler, del Dipartimento di Stato, 11 Gennaio 1946
“La definizione di eliminazione non è eccessiva se si considera che il numero di queste morti supera ampiamente tutte quelle subite dall’esercito tedesco sul fronte occidentale tra il Giugno 1941 e l’Aprile 1945”

Dr. Ernest F. Fisher Jr., colonnello in pensione ed ex responsabile storico dell’esercito degli Stati Uniti, 1988
“La storia considera solo i fenomeni di massa. Senza il grande numero di morti nei campi, la storia non avrebbe citato niente. Per impedire che il loro crimine fosse divulgato e trasformato in evento storico, bastava agli americani e ai francesi nascondere l’enormità di un disastro che solo loro potevano valutare. Ci riuscirono”.

James Bacque, Gli Altri Lager, 1989
L’atteggiamento del Generale De Gaulle:
“In qualità di capo del governo e capo delle forze armate, capitava senza dubbio a De Gaulle di parlare di questo problema col suo capo di Stato Maggiore della Difesa Nazionale, il Maresciallo Alphonse Juin, lui stesso al corrente della delicata situazione che riguardava i campi. Consigliato dal Maresciallo Juin, De Gaulle si rifiutò di ricevere Pradervand (Delegato della Croce Rossa Internazionale) ed offrì alla stampa mondiale, agli inizi del mese di Ottobre, una importante conferenza stampa nel corso della quale affrontò molto prudentemente il contenzioso franco-americano relativo al trasferimento dei prigionieri. Un atteggiamento tutto sommato poco sorprendente quando sappiamo che il Gen. De Gaulle aspettava la consegna quotidiana di migliaia di tonnellate di materiale bellico e di viveri (da parte degli americani). Charles De Gaulle era molto preoccupato dai problemi di politica interna, dal bisogno di instaurare la propria autorità in una Francia divisa e ansiosa di riconquistare il suo impero coloniale. Il destino di un milione di prigionieri tedeschi non aveva un gran peso sulla bilancia.
I viveri non mancavano, ma invece che essere distribuiti agli uomini che avevano fame, venivano venduti dagli ufficiali al mercato nero, con la sorpresa e la costernazione di uomini onesti come il sindaco di Bascons, Raoul Laporterie, che osò rischiare la propria carriera criticando il Gen. De Gaulle, il che gli portò effettivamente delle conseguenze.
Il Generale De Gaulle avrebbe potuto facilmente evitare numerose morti smettendo di aggiungere ulteriori prigionieri a quelli che già perivano d’inedia. Il Maresciallo Juin avrebbe potuto convincerlo ad agire di conseguenza. Il Generale Buisson (direttore del servizio dei prigionieri di guerra) fu in un qualche modo vittima, come i prigionieri, di una politica futile e viziosa inflitta dai detentori del potere che altri non erano che il Gen. De Gaulle e il Maresciallo Juin. A chi spetta la gloria, tocca la vergogna”.

James Bacque, Gli Altri Lager, 1989
Carne da macello per la guerra d’Indocina
“I francesi affamarono deliberatamente dei prigionieri in modo da provocare il loro “impegno volontario” nella Legione Straniera. In effetti, un certo numero di legionari che combatterono in Indocina erano prigionieri di guerra tedeschi trasferiti nei campi francesi nel 1945 e nel 1946”.

James Bacque, Gli Altri lager, 1989
“Siamo rimasti a Rennes otto mesi. Per tutto questo tempo avevamo capito perché ci avevano fatto venire qui. La Francia aveva bisogno di soldati. Avevano un grosso problema in Indocina e volevano ricorrere alla loro Legione Straniera. Agenti tedeschi al servizio dei francesi si erano infiltrati tra di noi per reclutare dei soldati. I soldati che si erano impegnati ad entrare nella Legione furono messi in un altro campo vicino e li si poteva vedere. Nel giro di due settimane, essendo stato meglio nutriti, avevano un aspetto più robusto, mentre noi diventavamo sempre più deboli. Si poteva vederli giocare a calcio e cantare e il tutto a due passi da noi”.

Heinz T., testimonianza raccolta da James Bacque.

Fonte del testo francese:

Traduzione a cura di Gian Franco Spotti

Pre quantum - Dove scompaiono materia ed energia.. ed anche spazio e tempo



Seguitiamo nel viaggio che ci  fa arrivare in un posto dove non solo la materia e l'energia sono scomparsi ma lo sono anche spazio e tempo.

Il nostro corpo deve avere una origine oltre la quarta dimensione. In questa regione non ci sono né prima e ne dopo, neppure il concetto di grande o piccolo, siete arrivati nell'utero dell'universo, la regione del pre-quantum dove non esiste alcuna dimensione e esistono tutte le dimensioni. Siete in nessun posto e in tutti i posti.

Voi ancora esistete nei vari livelli che avete attraversato--quantum, subatomico, atomico, molecolare, cellulare collegati da una invisibile intelligenza con il posto dove vi trovate ora. Ognuno di questi livelli è una trasformazione, completamente diversa dal livello precedente o successivo e solo qui tutti i livelli sono ridotti alla comune origine.

Ponderate per un momento questo esercizio per assorbire la lezione:
- Il corpo tridimensonale che sentiamo attraverso i nostri 5 sensi è un miraggio.
- Ogni singola particella di materia è composta da più di 99,9999 % di spazio vuoto.
- Il vuoto tra due elettroni è in proporzione un vuoto come lo spazio tra due galassie.
- Se andate sufficientemente dentro il tessuto della materia e dell'energia, arriverete all'origine dell'universo. Tutti gli avvenimenti nello spazio-tempo hanno una fonte comune che è al di fuori della realtà che noi percepiamo.
-Oltre il quantum, il vostro corpo esiste come pura creativa potenzialità, come un multistrato processo controllato dall'intelligenza.
Deepak Chopra


(Anche se non facile, spero che possiate percepire la nostra collocazione con tutti i vari strati che ci sono tra noi e l'origine di tutto. Roberto Anastagi)

Unità divina nella tradizione ellenica - Gli dèi e l’Uno




"La dottrina dell'Unità, cioè l'affermazione secondo cui il Principio d'ogni esistenza è essenzialmente Uno, è - secondo René Guénon - un punto fondamentale comune a tutte le tradizioni ortodosse" (1).

In altre parole, sempre secondo Guénon, "Qualunque vera tradizione è essenzialmente monoteista; per usare un linguaggio più preciso, ogni tradizione afferma innanzitutto l'unità del Principio Supremo, da cui tutto deriva e da cui tutto dipende integralmente, ed è questa affermazione, nell'espressione che riveste specialmente nelle tradizioni a forma religiosa, a costituire il monoteismo propriamente detto" (2).
Accettando questi presupposti, non può esistere nessuna forma tradizionale autentica che sia propriamente politeistica, ossia che ammetta una pluralità di princìpi considerati completamente indipendenti. Difatti lo stesso Guénon afferma che il politeismo costituisce la "conseguenza di un'incomprensione di talune verità tradizionali, e precisamente di quelle che si riferiscono agli aspetti, o attributi, divini" (3); e prosegue dicendo che "simile incomprensione è sempre possibile in individui isolati e più o meno numerosi, ma la sua generalizzazione, che corrisponde allo stato di degenerazione estrema di una forma tradizionale in procinto di scomparire, è stata senza dubbio più rara di quanto abitualmente si crede" (4).

Se la legittimità di una forma tradizionale è strettamente determinata dalla sua coerenza con la dottrina dell'Unità, qual è allora il grado di validità delle forme tradizionali dell'antico mondo europeo, che generalmente ci presentano una pluralità di divinità?

Non potendo affrontare questo problema in tutta la sua estensione, mi limiterò a considerare il caso della civiltà greca, tipica per quanto riguarda la molteplicità di figure divine, aventi per lo più un carattere antropomorfo.

È noto che la prospettiva politeistica si trova superata dal pensiero filosofico, la quale esordisce nella ricerca di un'arché unitaria e culmina nell'individuazione di una causa causarum, chiamata Sommo Bene da Platone, Motore Immobile da Aristotele, Lògos dagli Stoici. Nella cultura latina, Cicerone definisce questa Causa prima come “il Dio sovrano, che regge tutto il mondo” (4bis).

Tuttavia in Grecia le attestazioni dell'Unità divina possono essere ritrovate anche in ambiti diversi da quello filosofico.

Nell'Iliade, ad esempio, compaiono tutti gli dèi e le dee dell'Olimpo, spesso in lotta fra loro, perché alcuni sono schierati a fianco degli Achei, altri a fianco dei Troiani; tuttavia non mancano, nella stessa Iliade, episodi che manifestano una visione religiosa in cui la molteplicità delle figure divine viene ricondotta ad un superiore, trascendente principio unitario.

Così, ad esempio, è nel libro VIII, dove troviamo un brano che costituisce il più antico documento greco relativo all'argomento che abbiamo affrontato. L'episodio è il seguente. Zeus convoca il concilio degli dèi sulla più alta cima dell'Olimpo, per enunciare solennemente il divieto di partecipare alla battaglia, divieto al quale tutti dovranno sottostare. Oltre a formulare una terribile minaccia di ritorsione nei confronti dell'eventuale trasgressore (sarebbe scagliato nelle profondità del Tartaro), Zeus lancia una sfida che intende mettere in evidenza la sua schiacciante superiorità su tutti gli dèi:

"Orsù dunque, provatevi, dèi, perché tutti possiate vedere;
fate pendere dal cielo una catena d'oro
e tutti quanti attaccatevi, dèi e dee:
ma non potrete tirare dal cielo sulla terra
Zeus, consigliere supremo, neppure se vi affaticaste moltissimo.
Invece, qualora io volessi tirare sul serio,
vi tirerei su con la terra e col mare,
e poi la catena a una cima d'Olimpo
legherei, e tutto rimarrebbe sospeso.
Tanto io sono al di sopra degli dèi e sono al di sopra degli uomini".
 (5)

La superiorità del potere di Zeus sul potere di cui dispongono tutti gli dèi messi insieme simboleggia l'essenziale nullità della molteplicità degli enti divini di fronte all'unità principiale.

Ma il potere di Zeus, che pure è supremo in rapporto a quello degli altri dèi, trova il proprio limite nella volontà inflessibile della Moira. La subordinazione di Zeus, dio personale, a questa impersonale volontà risulta chiarissima nei passi dell'Iliade in cui il Padre degli dèi e degli uomini, per conoscere il decreto della Moira, deve pesare le sorti dei contendenti per mezzo di una bilancia cosmica. I passi più espliciti si trovano, rispettivamente, nel libro VIII (vv. 69-75) e nel libro XXII (vv. 209 segg.): nel primo vengono pesate le sorti collettive dei combattenti troiani ed achei, nel secondo le sorti individuali di Achille e di Ettore. Cito dal secondo passo:

"Allora il Padre tese la bilancia aurea
e vi mise le due Chere di morte crudele,
quella di Achille e quella di Ettore domatore di cavalli
e, presala per il punto mediano, la tenne sospesa: precipitò il giorno fatale di Ettore
e andò all'Ade. Lo abbandonò Febo Apollo".
 (6)

Apollo abbandona Ettore al suo destino, Atena annuncia ad Achille che la vittoria sarà sua, Zeus rinuncia ad ogni proposito di scampare Ettore dalla morte. Tutti gli dèi si adeguano obbedienti alla volontà di una forza divina che li trascende.

Una analoga affermazione del supremo valore di Zeus è presente nella parodo dell'Agamennone di Eschilo, dove il Coro, composto da dodici vecchi, dopo avere rievocato l'inizio della spedizione contro la città di Priamo, innalza un inno solenne:

"Zeus, chiunque mai sia, se con tal nome
gli è caro esser chiamato,
con questo lo invoco.
Nulla posso paragonare a lui,
tutto ponderando,
tranne Zeus, se il vano peso derivante dall'angoscia
si deve veramente gettar via".
 (7)

Il Coro dice che, per liberarsi dall'angoscia causata dalla predizione di Calcante, secondo cui grande sarebbe stato l'odio di Artemide verso gli Atridi, è necessario ricorrere a Zeus, soltanto a Zeus, perché non c'è nulla e nessuno che possa stare alla pari con lui.
Zeus è il nome al quale ricorrono anche gli Stoici, per designare il Logos che plasma ogni essere e gli dà anima e vita. Espressione della religiosità stoica è l'Inno a Zeus composto da Cleante di Asso (IV-III sec.), che esordisce esaltando Zeus come origine e sovrano di tutto ciò che esiste:

"Gloriosissimo tra gl'immortali, dio dai molti nomi, onnipotente sempre,
Zeus, principio della natura, Tu che governi tutto con la legge,
salve!" 
(8)

Appena il filosofo poeta - scrive Max Pohlenz - "invoca Zeus 'dai molti nomi', i fedeli sentono che Zeus, Logos, Physis, Pronoia, Heimarmene non sono se non i nomi diversi dell'unica divinità universale" (9).

Anche Arato di Soli (320-250), nel solenne esordio dei Fainómena, chiama col nome di Zeus il principio della manifestazione cosmica, concepito come spirito onnipresente in ogni angolo del mondo:

"Cominciamo da Zeus! Lui, in quanto mortali, noi non tralasciamo mai
di nominare. Piene di Zeus sono tutte le vie,
tutte le piazze degli uomini, pieno ne è il mare
e i porti; ed a Zeus in ogni circostanza tutti facciamo ricorso" 
(10).

Invece Plutarco, per simboleggiare l'Unità e Unicità divina, non ricorre alla figura divina di Zeus, ma a quella di Apollo. Nel dialogo Sulla E di Delfi, dove vengono proposte alcune interpretazioni della lettera E (epsilon) raffigurata all'ingresso del tempio delfico di Apollo, la spiegazione decisiva è quella del maestro di Plutarco, Ammonio, secondo il quale la E, essendo letta eî, coincide con la seconda persona singolare del presente di eimì e quindi significa "tu sei". "Tu sei", detto al dio che esorta l'uomo a conoscere se stesso (gnôthi sautòn era appunto una frase incisa sulla facciata del santuario delfico) è dunque un riconoscimento del dio quale Essere.

"Bisogna dunque rivolgersi a Lui e salutarlo, quando Lo si adora, in questo modo: 'Tu sei'; oppure, per Zeus, dicendo, come alcuni tra gli antichi: 'Sei Uno'. Infatti il divino non è pluralità, come ciascuno di noi, che è fatto di diecimila discordi passioni: cumulo multiforme, orgogliosa mescolanza. L'Essere, invece, è necessariamente Uno, così come l'Uno è necessariamente Essere. (...) Quindi sta bene al dio il primo dei Suoi nomi, nonché il secondo e il terzo. È Apollon, infatti, perché esclude la pluralità e nega il molteplice; è Ieios in quanto Uno ed Unico; Foibos, perché così era chiamato dagli antichi - non è vero? - tutto ciò che è puro e incontaminato". (11)

Secondo un procedimento ermeneutico basato sul valore simbolico degli elementi di cui un vocabolo è costituito, il nome Apollon viene inteso come composto da a- privativo e da polýs, pollé, polý, "molto"; quindi: "senza molteplicità". Il nome Ieîos è messo in rapporto con heîs, "uno". Foîbos, etimologicamente connesso con fáos, "luce", significa "lucente, puro", quindi "non misto". La Persona divina di Apollo, insomma, è simbolo del principio uno ed unico della manifestazione universale, è il Supremo Sé di tutto ciò che esiste.

Sulle tracce di Plutarco, Numenio di Apamea (II sec.) interpreta Délphios, epiteto di Apollo, come un antico vocabolo greco che significa "unico e solo" (12).

Il “monoteismo solare”



Nel quadro di quel "monoteismo solare" che con Aureliano (274 d. C.) diventa religione ufficiale dell'Impero romano, la figura di Apollo viene identificata con Helios, il cui stesso nome latino, Sol, riecheggia significativamente l'aggettivo solus, "unico". All'epoca di Costantino le figure del dio solare - Apollo e Sol Invictus - risaltano sulle monete e nei rilievi dell'arco di trionfo.

È noto che nella fortuna del monoteismo solare nell'Impero romano ebbe un ruolo determinante un culto solare già molto diffuso fra i popoli del Mediterraneo orientale, specialmente in Siria. Depurato degli aspetti meno accettabili dallo spirito romano, il culto del cosiddetto "dio solare di Emesa", nato fra le popolazioni nomadi dell'Arabia preislamica, diventò un culto romano di Stato e il dio Sole fu identificato con Giove Capitolino e con Apollo. Questo fatto, che René Guénon avrebbe potuto definire come "un provvidenziale intervento dell'Oriente" a favore di Roma, poté verificarsi per la ragione che il culto solare della tarda antichità rappresentava la riemergenza di una comune eredità primordiale.
Ed è lo stesso Guénon che conviene citare per quanto concerne il significato del simbolismo solare:

"Il sole si impone (...) come il simbolo per eccellenza del Principio Uno (Allâhu Ahad): l'Essere necessario, quello che, solo, è sufficiente a Se stesso nella Sua assoluta pienezza (Allâhu es-Samad), e dal quale dipendono interamente l'esistenza e la sussistenza di tutte le cose, le quali senza di Lui nulla sarebbero. Il 'monoteismo' - se con questa parola si può tradurre 'Et-Tawhîd', benché se ne restringa un poco il significato facendo pensare quasi esclusivamente ad un punto di vista esclusivamente religioso - ha dunque un carattere essenzialmente 'solare'. (...) Non si potrebbe trovare un'immagine più vera dell'Unità che si dispiega nella molteplicità, senza cessare di essere se stessa e senza esserne influenzata, e che riconduce a se stessa, sempre secondo le apparenze, tale molteplicità; questa, in realtà, non è mai esistita, dato che non può esservi nulla fuori del Principio, a cui nulla può essere aggiunto e nulla sottratto, rappresentando Esso l'indivisibile totalità dell'Esistenza Unica" (13).

La dottrina del cosiddetto "monoteismo solare", secondo cui Helios è l'ipostasi del Principio, mentre le numerose divinità del pantheon greco-romano sono solo suoi aspetti specifici e settoriali, si trova esposta nell'inno Al Re Helios (Eis tòn basiléa Hélion) dell'imperatore Flavio Claudio Giuliano. Il riferimento fondamentale è Platone. Giuliano cita un brano della Politèia (508B-C) dal quale risulta che il Sole (Hélios) è, nel mondo sensibile (aisthetòs) e visibile (oratòs), ciò che il Sommo Bene, sorgente trascendente dell’essere, è nel mondo intelligibile (noetòs); in altre parole: l’astro diurno non è che un riflesso di quel Sole metafisico che illumina e feconda il mondo delle essenze archetipiche, le platoniche “idee”. Ovvero, per dirla con Julius Evola: “Helios è il Sole, non come astro fisico divinificato ma come simbolo di luce metafisica e di potenza in un senso trascendente” (14). Ma tra il mondo intelligibile dell’Essere puro e il mondo delle forme corporee percepibili dalla vista fisica e dagli altri sensi s’interpone un terzo mondo: un mondo che viene definito “intellettuale” (noeròs), ossia dotato di intelligenza.

Ricordo per inciso che il teosofo islamico Mahmûd Qotboddîn Shîrâzî (1237-1311) riassume la dottrina dei tre mondi dicendo che Platone e gli altri sapienti dell’antica Grecia “professavano l’esistenza di un doppio universo: da un lato l’universo del puro soprasensibile, che comprende il mondo della Divinità e il mondo delle Intelligenze angeliche; dall’altro, il mondo delle Forme materiali, vale a dire il mondo delle Sfere celesti e degli Elementi e, tra l’uno e l’altro mondo, il mondo delle Forme immaginali autonome” (15).

Ipostasi del Principio supremo (“figlio dell’Uno”) al centro di questo mondo mediano, Helios vi svolge una funzione mediatrice, coordinatrice e unificatrice in rapporto alle cause intellettuali e demiurgiche, partecipando sia dell’unità del Principio trascendente sia della molteplicità contingente della manifestazione fenomenica. La sua posizione è dunque la più centrale che possa essere concepita e giustifica il titolo di Re che gli viene riconosciuto. In termini teologici: tutti gli dèi dipendono dalla luce di Helios, che è l’unico a non essere sottoposto alla necessità costrittiva (anánke) di Zeus, con il quale, in realtà, egli si identifica.

Sulla scia di Henry Corbin, che include i "neoplatonici cosiddetti tardivi" (e quindi anche l'imperatore Giuliano) tra le coraniche Genti del Libro (16), uno studioso italiano ha suggerito che Helios "equivale a ciò che nell'Islam è chiamato an-nûr min 'amri-llâh, 'la luce che procede dal comando divino'", per cui la divinità solare "non è altra cosa da quella 'nicchia delle luci' dalla quale (...) è attinta ogni sapienza" (17).

Giuliano viene poi a trattare dei poteri (dynámeiai) e delle energie (enérgheiai) di Helios, cioè, rispettivamente, delle sue potenzialità e delle sue attività in relazione ai tre mondi. L'aspetto più considerevole di questa parte dell'Inno (143b-152a) consiste nel tentativo di ricondurre la molteplicità degli dèi ad una Unità principiale rappresentata per l'appunto da Helios, cosicché le varie figure divine ci appaiono come suoi aspetti, ovvero come Nomi corrispondenti alle sue innumerevoli qualità. Una dottrina analoga, d'altronde, era stata formulata da Diogene Laerzio, il quale interpretava Zeus, Atena, Era, Efesto, Posidone, Demetra come appellativi corrispondenti ai “modi della potenza” dell’unico Dio (18).

In Helios, dunque, confluisce il potere demiurgico di Zeus; né d’altronde esiste alcuna reale differenza tra i due. Atena Prónoia è scaturita, nella sua integralità, dalla totalità di Helios; essendo l’intelligenza perfetta di Helios, essa riunisce gli dèi che lo circondano e realizza l’unione con lui. Afrodite rappresenta la fusione degli dèi celesti, l’amore e l’armonia che caratterizzano la loro essenziale unità. Ma soprattutto, in quanto racchiude in sé i principi della più armonica sintesi intellettuale, Helios viene identificato con Apollo, il quale, date le sue qualità fondamentali di immutabilità, perfezione, eternità, eccellenza intellettuale, è la personificazione dell’unità divina esprimentesi come intelligenza pura ed assoluta.

L’ultima parte dell’Inno contiene una rassegna dei doni e dei benefici dispensati da Helios al genere umano, che da lui trae origine e da lui riceve sostentamento. Padre di Dioniso e signore delle Muse, Helios elargisce agli uomini ogni saggezza; ispiratore di Apollo, di Asclepio, di Afrodite e di Atena, egli è il legislatore della comunità; infine è lui, Helios, il vero fondatore e protettore di Roma. È dunque a questo dio, creatore della sua anima immortale, che Giuliano rivolge la richiesta di accordare all’Urbe un’esistenza parimenti immortale, identificando così “non solo la sua missione personale sulla terra, ma anche la sua salvezza spirituale, con la prosperità dell’Impero” (19).

Il discorso è suggellato da una preghiera finale a Helios, la terza contenuta nell’Inno: che il Re dell’universo conceda al suo devoto celebrante una vita virtuosa e un più perfetto sapere e, nell’ora suprema, lo faccia ascendere in alto fino a Sé.

Giuliano dedica l'Inno al Re Helios a quel Salustio che nel trattatello Sugli dèi e il mondo formula la dottrina dell'Unità nei termini seguenti: "La causa prima conviene che sia una, poiché l'unità precede ogni molteplicità e supera tutto in potenza e bontà; e per questo è necessario che tutto partecipi di essa, poiché nient'altro la ostacolerà, data la sua potenza, né la allontanerà, data la sua bontà" (20).

Considerata in un quadro storico, la teologia solare di Giuliano si colloca in una fase matura del neoplatonismo, nella quale i cardini dottrinali di questo movimento spirituale si trovano già definitivamente fissati e consolidati. Se il fondatore della scuola, Plotino (204-270), aveva riconosciuto nell’Uno il principio dell’essere ed il centro della possibilità universale, il suo successore Porfirio di Tiro (233-305) aveva dedicato alla teologia solare un trattato Sul Sole, andato perduto (21). Ne sussiste una citazione nei Saturnalia, là dove Macrobio, riconducendo al principio solare Apollo, Libero, Marte e Mercurio, Saturno e Giove, dice che secondo Porfirio "Minerva è la forza del Sole che dà prudenza alle menti umane" (22). D'altronde nel trattato Sulla filosofia degli oracoli (23), Porfirio aveva citato un responso apollineo secondo il quale c’è un solo dio, Aiòn (“Eternità”), mentre gli altri dèi non sono altro che i suoi angeli.

Dopo Giuliano, è possibile seguire la tradizione “solare” fino a Proclo (410-485), autore fra l’altro di un Inno a Helios in cui Helios è invocato come “re del fuoco intellettuale” (pyròs noeroû basileû, v. 1) e “immagine del dio generatore di tutte le cose” (eikôn panghenétao theoû, v. 34) (24), cioè come epifania del Dio Supremo. Per quanto riguarda la pluralità degli dèi della religione, Proclo la risolve riportandola all’Uno; e l’Uno è Dio, perché, argomenta, il Bene e l’Uno sono la stessa cosa e il Bene si identifica con Dio (25). Si capisce allora perché Henry Corbin abbia caldamente auspicato il confronto tra la teologia di Proclo e le dottrine dello Pseudodionigi e dello Shaykh al-Akbar. In particolare, egli scrive, sarebbe molto istruttiva

“una comparazione approfondita fra la teoria dei Nomi divini e delle teofanie che sono i Signori divini: voglio dire dal parallelismo tra Ibn ‘Arabî da una parte – l’ineffabilità del Dio, che è Signore dei Signori e le molteplici teofanie costituite dallan gerarchia dei Nomi divini – e Proclo dall’altra – la gerarchia che si origina nell’enade delle enadi manifestata da queste stesse enadi, e che si propaga attraverso tutti i gradi delle gerarchie dell’essere” (26).

Ma quella che è stata definita “l’ultima attestazione del sincretismo solare in Occidente” (27) è la preghiera di Filologia al Sole (28), "documento notevole della ‘teologia solare’ del tardo neoplatonismo” (29) dovuto ad un contemporaneo di Proclo, Marziano Capella. Ultima attestazione, perché verso il 531, con la fuga in Persia dello Scolarca Damascio (470-544) e degli altri neoplatonici, la tradizione “solare” continuerà la propria esistenza negli stessi luoghi dai quali si era irradiato, diffondendosi in tutta l’Europa, il culto di Mithra.

A parere di Franz Altheim, la teologia solare elaborata dai neoplatonici non fu priva di relazione col monoteismo islamico, tutt'altro. "Il messaggio di Maometto - egli scrive - era infatti incentrato sul concetto di unità ed escludeva che la divinità potesse avere un 'compagno', ricalcando così le orme degli antecedenti e conterranei Neoplatonici e Monofisiti. L'impeto religioso del Profeta riuscì quindi a far emergere con accresciuta forza ciò che prima di lui altri avevano sentito e anelato"(30).

di Claudio Mutti



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Bibliografia:

1. R. Guénon, Aperçus sur l'ésotérisme islamique et le taoïsme, Gallimard, Paris 1973, p. 38.
2. R. Guénon, Monothéisme et angélologie, "Études Traditionnelles", n. 255, ott.-nov. 1946.
3. Ibidem.
4. Ibidem.
4bis. “Princeps deus, qui omnem mundum regit” (Cicerone, Somnium Scipionis, 3).
5. Omero, Iliade, VIII, 23-27. (La traduzione di questo brano è stata eseguita da me, così come quelle degli altri testi greci e latini, ad eccezione del passo di Proclo che riportato nella versione di Michele Losacco).
6. Omero, Iliade, XXII, 209-213.
7. Eschilo, Agamennone, 160-166.
8. Cleante, Inno a Zeus, I Powell, 1-3.
9. M. Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, La Nuova Italia, Firenze 1967, I, p. 218.
10. Arato, Fenomeni, 1-4.
11. Plutarco, De E apud Delphos, 393 b-c.
12. "Apóllona Délphion vocant, quod (...), ut Numenio placet, quasi unum et solum. Ait enim prisca Graecorum lingua délphon unum vocari" (Macrobio, Saturnalia, I, 17, 65).
13. R. Guénon, Et-Tawhîd, "Le Voile d'Isis", luglio 1930.
14. J. Evola, Ricognizioni. Uomini e problemi, Edizioni Mediterranee, Roma 1974, p. 140.
15. H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall'Iran mazdeo all'Iran sciita, Adelphi, Milano 1986, p. 140.
16. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 70.
17. R. Billi, L'Asino e il Leone. Metafisica e Politica nell'opera dell'Imperatore Giuliano, tesi di laurea, Università di Parma, anno acc. 1989-1990, pp. 79-80.
18. Diogene Laerzio, VII, 147 (Stoicorum Veterum Fragmenta, II, fr. 1021).
19. M. Mazza, Filosofia religiosa ed "Imperium" in Giuliano, in: AA. VV., Giuliano Imperatore, Atti del Convegno della S.I.S.A.C. (Messina, 3 aprile 1984), a cura di B. Gentili, QuattroVenti, Urbino 1986, p. 90.
20. Sallustio, Sugli dèi e il mondo, a cura di C. Mutti, Edizioni di Ar, 2a ed., Padova 1993, pp. 27-28.
21. Il trattato di Porfirio è citato da Servio (Commento alle Ecloghe, V, 66) ed è forse da identificarsi col trattato Sui nomi divini; o, forse, faceva parte della Filosofia degli oracoli. Cfr. G. Heuten, Le "Soleil" de Porphyre, in Mélanges F. Cumont, I, Bruxelles 1936, p. 253 sgg.
22. "et Porphyrius testatur Minervam esse virtutem Solis quae humanis mentibus prudentiam subministrat" (Macrobio, op. cit., I, 17, 70).
23. G. Wolff (a cura di), Porphyrii de philosophia ex oraculis haurienda librorum reliquiae, Springer, Berlin 1866.
24. Proclo, Inni, a cura di D. Giordano, Fussi-Sansoni, Firenze 1957, pp. 20-25.
25. Proclo, Elementi di teologia, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1983, pp. 94-95.
26. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, cit., p. 8.
27. R. Turcan, Martianus Capella et Jamblique, "Revue des Études Latins", 36, 1958, p. 249.
28. Marziano Capella, De nuptiis, II, 185-193.
29. Martiani Capellae De nuptiis Philologiae et Mercurii liber secundus, Introduzione, traduzione e commento di L. Lenaz, Liviana, Padova 1975, p. 46.
30. F. Altheim, Deus invictus. Le religioni e la fine del mondo antico, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, pp. 115-116.

Se il marchio "Osho" diventa un affare....


LA VIA SPIRITUALE DI OSHO E' RISERVATA AI RICCHI?
Viene da chiederselo osservando come vanno le cose. 


Negli ultimi tempi ho modo di conoscere sempre più persone che si avvicinano in modo appassionato al mondo di Osho, ma non si possono permettere di fare, poi, passi ulteriori. Devono rinunciare a partecipare a gruppi di crescita, a semplici giornate di meditazione, o a qualsiasi lavoro su di sé perché gli alti prezzi dei centri di meditazione non glielo permettono. 


Nel tempo sono venute meno anche feste d'incontro o momenti aperti veramente a tutti. In alternativa ci sarebbe la possibilità di trascorrere un periodo di vita e di lavoro nelle stesse strutture, ma mi è giunta notizia che per farlo, da un po' di tempo, occorre pagare anche per il servizio gratuito offerto. 

Tutto questo lascia tristezza perché fino a pochi anni fa soggiornare nelle comuni era per noi simpatizzanti e discepoli, il modo più intenso per portare nella vita di tutti i giorni l'arte della meditazione: vivere a contatto con altri ricercatori immersi in un campo di energia dove il focus è il lavoro su di sé e il lavoro comunitario. Meditare e celebrare insieme la vita. Unire l'aspetto materiale a quello spirituale, così come Osho ci ha indicato creando la figura di Zorba il Buddha, l'“uomo nuovo”. Oggi, fondamentalmente, se non hai denaro rimani pressochè abbandonato a te stesso. Possibile che in appena venti anni dall'uscita di scena del Maestro sia già avvenuto tutto questo?

Scrivo questo pezzo spinto dalla sorpresa che mi ha suscitato una serata trascorsa in un centro Hare Krishna della mia città: incontro iniziato con dei kirtan, (i mantra indiani cantati collettivamente), proseguito con l'intervento di un discepolo che ha raccontato e commentato un'antica storia Vedica, e poi ancora Kirtan e una gustosa cene finale. Il tutto a offerta libera... 



Jalsha, sanyasin dal 1981


AIDS... il solito affare farmaceutico - Con memorie sui casi di Calcata



Il 1 dicembre 2013, come ogni anno,  è trascorsa la giornata mondiale dell’AIDS…. nel silenzio generale.  Forse la lebbra degli anni duemila non fa più paura? Forse meglio non rovistare nello sporco e forse  dovrei disinteressarmene anche  io.  Ma qualcuno (o qualcosa) mi ha spinto a riprendere questo tema scottante…. 
Chi consiglia la prevenzione profilattica, chi raccomanda l’astinenza, chi propugna il lasciar fare alla natura, chi denuncia che questa malattia è stata inventata in laboratorio dai soliti dr. Stranamore… e chi invece descrive  l’immunodeficienza come una male della psiche od una disfunzione dovuta a squilibri ecologico ambientali.
L'Aids  è stato anche a  Calcata un flagello non da poco, infatti è proprio lì, in mezzo agli artisti ed agli alternativi,  che vi sono stati i primi casi italiani conclamati di AIDS e  diverse persone sono morte a causa di ciò… 
Forse è questo che mi spinge a parlarne. D’altronde ricordo che parecchi anni fa  quando ci fu il primo morto calcatese (Simone), scrissi una lettera ad Eugenio Scalari, che allora dirigeva Repubblica, e lui la pubblicò su Venerdì  integralmente, era intitolata  “AIDS, la lebbra del 2000”  in essa denunciavo l’inaccuratezza e la incapacità di affrontare questo problema da parte della medicina ufficiale….
Ancora sono di quell’opinione, ovvero che   l’AIDS è come la lebbra in parecchi suoi risvolti,  ed oggi riporto qui alcuni pareri di medici importanti, non scalzacani, che descrivono il problema di questo male come un problema di “società” oltre che medico-farmaceutico…..
Inizio parlando di   Luc Montagnier,  che  è lo  scienziato  che, nel 1983, ha dichiarato di aver scoperto il retrovirus HIV ritenuto essere responsabile della sindrome AIDS. Per tale motivo  gli è stato assegnato nel  2008 il premio Nobel per la medicina. Nel corso di questi venticinque anni la sua scoperta è stata ampliamente contestata da numerosi altri scienziati tra i quali Peter Duesberg, il massimo virologo esistente, autore del libro “Aids: il virus inventato”, Kary Mullis, premio Nobel 1993, Papadopulos. Turner, Papadimitriou, scienziati australianì, Heinz Ranger, premio Koch nel 1978, Alfred Hassig, professore di immunologia all’università di Berna, De Marchi e Franchi autori del libro “Aids la grande truffa” e tanti altri tra i quali spicca Stefan  Lanka. Lanka venne accusato di 14 omicidi e di cinquecento tentati omicidi per aver affermato che, non essendo  riuscito ad isolare il retrovirus Hiv, dichiarava ufficialmente errate le scoperte di Montagnier. Subì un processo penale ma fu assolto perché non si trovò alcun scienziato disposto a giurare di aver isolato tale retrovirus (sentenza del Tribunale di Gottingen del 24/2/97). Naturalmente i media non ne hanno mai fatto menzione.
Nel frattempo Montagnier ha però riscontrato che sempre più persone, pur avendo avuto diagnostica di sieropositività , non hanno sviluppato la sindrome dell’Aids e, pertanto, afferma:
“…..alcuni individui si infettano (Hiv) ma non sviluppano la malattia (dell’aids) e mantengono spontaneamente sotto controllo la replicazione del virus: Questi individui vengono chiamati èlite proprio perché il loro sistema immunitario ha trovato il sistema giusto per bloccare il virus. La nostra speranza sta nello studio di questi individui (pag. 9 Nova “Il sole24 ore” – 11 dicembre 2008)
“…..test genetici possono rilevare fattori ossidativi………..lo stress ossidativo può creare una mutazione del DNA ed è sovente correlato anche allo stress psicologico…………Mens sana in corpore sano ……bisogna convincere  medici e politici…..)  (trasmissione televisiva “Che tempo che fa” Rai 3 – 1 febbraio 2009)
“L’aids non porta necessariamente alla morte, specialmente se si eliminano i co-fattori che supportano la malattia. E’ molto importante dare a questi co-fattori lo stesso peso che diamo all’hiv:  I FATTORI PSICOLOGICI SONO DI VITALE IMPORTANZA PER SOSTENERE IL SISTEMA IMMUNITARIO.  E se si elimina questo sostegno, DICENDO A CHI E’ MALATO CHE E’ CONDANNATO A MORIRE, BASTERANNO QUESTE PAROLE A CONDANNARLO” (riportato su Wikipedia).
Si può ascoltare in internet you tube  una breve (1 minuto)  ma incisiva intervista a Montagnier dal titolo: Nobel Laureate Montagnier, HIV  Can be cleared naturally House of numbers che traduciamo:
Montagnier: possiamo essere esposti all’Hiv molte volte senza essere cronologicamente infettati
Il nostro sistema immunitario può far fronte al virus entro poche settimane se si ha un buon sistema immunitario
Domanda: se si ha un buon sistema immunitario non c’è pericolo di ammalarsi?
Risposta  di Montagnier: sì
Domanda. Anche gli africani se hanno un buon sistema immunitario possono evitare il contagio?
Risposta di Montagnier: sì lo penso. E’ una conoscenza importante che è completamente trascurata. La gente pensa sempre a droghe o vaccini.
Domanda. Succede per denaro?
Risposta di Montagnier: sì è per profitto..”

Paolo D’Arpini


(Le parti tecniche e le traduzioni sono  della prof.ssa  Paola Botta Beltramo)

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Precisazioni di Paola Botta Beltramo: 

"Caro Paolo D’Arpini, in relazione al tuo post  “AIDS...il solito affare farmaceutico “, preciso che non sono medico nè  professoressa e che mi sono interessata del problema dell’aids  perchè seguivo già nel 1984 l’antropologo-teosofo Bernardino del Boca che, fin da allora, scrisse che le scoperte  “scientifiche”  hiv-aids erano errate.
 
Ho  incontrato persone con diagnostica di sieropositività che non hanno sviluppato l’aids. Alcuni sono fra quelli che  Montagnier definisce  “elitari” ovvero persone  con sistema immunitario particolare. Quest’anno  alcuni scienziati   dichiarano  che esistono due specie di hiv e che molto probabilmente  costoro appartengono alla specie meno aggressiva.  Mi  risulta invece, dalle testimonianze delle persone che ho conosciuto , che non hanno sviluppato la sindrome aids perchè  avevano ben compreso che la scoperta del retrovirus hiv era errata  e non avevano mai assunto AZT.  Pochi medici si domandano perchè il tumore di Kaposi, che se viene rilevato comporta la diagnostica di aids e che affermano essere generato dal retrovirus hiv “mutante,” esisteva già prima della scoperta dell’hiv  e si trovava prevalentemente in persone sole o abbandonate (bambini in orfanatrofio, persone anziate  isolate) ovvero fra i reietti della società come poi lo sono stati alcuni   sieropositivi.
  Ho incontrato  a Stoccarda nel 2004  il genetista-virologo Stefan  Lanka che mi ha pregato di divulgare i fatti accaduti nel Tribunale di Gottingen, censurati dai media, e   il dr. R.G. Hamer le cui scoperte sono considerate, anche dallo stesso Lanka, importanti per comprendere le cause di tale sindrome.  Va ricordato che per essersi opposti alle scoperte e  alle cure chemioterapiche, l’AZT ne fa parte,  molti medici, compresi Lanka e Hamer, hanno subito processi penali  - Hamer è stato oltre due anni in carcere – e che ora anche lo stesso prof. Veronesi dichiara che occorre ridurre la chemio fino ad eliminarla.
Dall’ ascolto del dialogo intercorso  tra il giovane manager e il giornalista Severgnini   http
://www.youtube.com/watch?v=KTtdtFXh14Q (14’ dall’inizio)  si può forse già comprendere perchè B. del Boca affermava che solo attraverso la sintesi fra le varie scienze (comprese quelle finanziarie), sottoposta alla luce della spiritualità,  si potrà meglio comprendere l’attuale dimensione umana.
 
Un caro saluto.  Paola Botta Beltramo"

Memoria del DNA - Il patrimonio genetico va mantenuto integro... - Ovvero: "Perché gli OGM sono inutili e dannosi.."



Il DNA, molecola della vita, presente in tutti gli organismi viventi, dialoga con l’ambiente e spesso si modifica per adeguarsi ai cambiamenti ambientali. Alcune di queste modifiche, invisibili, passano anche alle generazioni future. Il DNA dell’adulto è diverso da quello del giovane. La vita è una danza continua del DNA con tutte le altre componenti interne ed esterne all’organismo. Il DNA non è statico, costituito da una sequenza ordinata di geni (pezzi di DNA), così come si è pensato per molto tempo, ma è dinamico, costituito da un insieme di geni che possono mutare, spostarsi e collaborare con altri pezzi di DNA e fare altre cose ancora, a noi sconosciute. 
Queste nuove conoscenze sul DNA, ci danno la certezza che i geni non sono pezzi che possiamo spostare a nostro piacimento e soprattutto non li possiamo brevettare, come hanno fatto e continuano a fare molte multinazionali per geni umani e vegetali, per sfruttarli commercialmente. Si può brevettare qualcosa che garantisce una funzione costante in un tempo ragionevolmente lungo. Se non è così il brevetto è falso. Così tutti i geni brevettati sono dei falsi, come confermano alcune sentenze negli USA. 
Questo spiega in parte perché anche gli OGM sono dei falsi. Infatti, gli OGM sono instabili, tanto che gli agricoltori devono ogni anno acquistare i semi. Sono instabili per diversi motivi. Primo perché il transgene non è il gene originale, è un gene sintetizzato, approssimativamente simile a quello originale; secondo perché i legami che tengono il transgene unito al resto del DNA sono deboli; terzo perché all’interno del transgene ci sono dei punti particolari, detti punti caldi alla ricombinazione.
Tutto ciò sfascia gli OGM, rendendoli diversi da quelli costruiti dagli ingegneri genetici, con l’aggravante che il DNA transgenico, attraverso l’aria, l’acqua superficiale e profonda, ed il suolo, si ricombina al DNA di altri organismi creando nuovi virus, nuovi batteri e quindi nuove malattie. Se a ciò si aggiunge che non è vero che le colture geneticamente modificate (GM) fanno aumentare le produzioni o i redditi degli agricoltori, ma anzi fanno aumentare i costi di produzione con un maggior uso di prodotti chimici, venduti dalle stesse multinazionali, che inquinano l’ambiente, con ricadute negative sulla salute, sulla biodiversità e sugli ecosistemi, con estinzione di specie e formazione di super parassiti, possiamo concludere che gli OGM sono pericolosi e inutili. 
Che gli OGM non avrebbero permesso di ottenere i risultati previsti dalle multinazionali e, purtroppo, anche da alcuni scienziati, lo si sapeva già da quando si capì che i geni non sono indipendenti ma lavorano insieme e con l’ambiente. Considerando che una componente dell’ambiente è il cibo, si comprende perché alla base di molte malattie ci sono le relazioni con l’ambiente e l’alimentazione.
Abbiamo, dunque bisogno di sistemi agricoli, alimentari ed energetici sostenibili e non di sistemi agricoli industriali, inquinanti e che vogliono promuovere la coltivazione di OGM. Facciamo sapere queste cose anche alla Commissione Europea. La scienza regala fondi all’industria delle biotecnologie La nuova ricerca genetica invalida la scienza che regala 73,5 miliardi di dollari all’industria mondiale delle biotecnologie, confermando così perché la modificazione genetica è inutile e pericolosa. 
Abbiamo bisogno di realizzare sistemi agricoli, alimentari ed energetici sostenibili. E’ sbagliato continuare ad investire per una ricerca che oltre ad essere inutile è anche dannosa. (Mae-Wan HO).
Pietro Perrino