Disciplina e meditazione... secondo Osho


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DomandaOsho, per favore puoi parlare di disciplina e meditazione?

Osho: Niten, è una domanda molto strana, perché tutti i giorni, mattino e sera, parlo di disciplina e meditazione. 
Se qualcuno leggesse la tua domanda, penserebbe che devo parlare di disciplina e meditazione per la prima volta! Dove sei stato finora? Mi ricordi due vecchi amici che si incontrarono sulle strade di Leningrado…

“Come ti sta trattando la vita?” chiede uno.
“Benissimo” risponde l’altro.
Il primo lo guarda dubbioso e dice: “Hai letto i giornali?”.
“Certo” risponde l’altro “altrimenti come farei a saperlo?”.

Le persone conoscono la loro vita leggendola sui giornali… Io vi ho parlato ogni giorno di meditazione e nient’altro. E tu mi chiedi…
Va be’...

Una vecchia signora ebrea si ritrova seduta in aereo vicino a un norvegese grande e grosso. 
Lo fissa per un po’ e alla fine gli chiede: “Perdonami, sei ebreo per caso?”.
“No” risponde l’uomo. 
Passano alcuni minuti, poi lei lo guarda di nuovo e dice: “Puoi dirmelo, dai. 
Sei ebreo, vero?”.
Lui risponde: “Assolutamente no”.
Lei continua a studiarlo e poi gli dice ancora: “Sono sicura che sei ebreo!”.
Per farla smettere di infastidirlo, il norvegese le dice: “Ok, sono ebreo”.
Lei lo guarda e, scuotendo la testa, dice: “Davvero? Non lo sembri affatto!”.

Mi chiedo da dove cominciare! Niten, la meditazione è l’unico contributo che l’Oriente abbia apportato all’umanità. L’Occidente ha offerto molti contributi, migliaia di invenzioni scientifiche, immensi progressi nella medicina, incredibili scoperte in tutte le dimensioni della vita. Eppure, questo singolo contributo dell’Oriente è molto più prezioso di tutti i contributi dell’Occidente.
L’Occidente si è arricchito, ha tutta la tecnologia per produrre ricchezza. L’Oriente è diventato povero, immensamente povero, perché non ha cercato nient’altro che una cosa: il proprio essere interiore. La sua ricchezza è qualcosa che non può essere visto, ma che ha raggiunto le più alte vette della beatitudine, le più grandi profondità del silenzio. Ha conosciuto l’eternità della vita; ha conosciuto la più bella fioritura di amore, compassione, gioia. Tutto il suo genio è stato dedicato a una singola ricerca: puoi chiamarla estasi.
La meditazione è solo una tecnica per raggiungere uno stato estatico, uno stato di ebbrezza divina. È una tecnica semplice, ma la mente la rende molto complessa. La mente deve renderla molto complessa e difficile, perché non possono esistere insieme.
La meditazione è la morte della mente.
Naturalmente, la mente oppone resistenza a ogni sforzo verso la meditazione. Ma se vai avanti, senza ascoltare la mente... 
La meditazione inizia quando ci si separa dalla mente, diventando testimoni. Questo è l’unico modo per separarsi da qualsiasi cosa. Se stai guardando la luce, una cosa è certa, tu non sei la luce, la stai solo guardando. Se stai guardando dei fiori, è certo che tu non sei i fiori, sei colui che li osserva.
Osservare è la chiave della meditazione: osserva la tua mente.
Non fare nulla, non ripetere dei mantra, non c’è bisogno di ripetere il nome di dio, osserva solo la mente, qualunque cosa stia facendo. Non disturbarla, non porle limiti, non reprimerla; non fare nulla, sei solo un osservatore e il miracolo dell’osservazione è meditazione. Mentre osservi, un po’ alla volta la mente si svuota dai pensieri; ma non ti stai addormentando, stai diventando più attento, più consapevole.

Quando la mente è completamente vuota, tutta la tua energia diventa una fiamma di risveglio. Questa fiamma è il risultato della meditazione. Quindi possiamo dire che la meditazione è sinonimo di guardare, testimoniare, osservare, senza alcun giudizio, senza alcuna valutazione. Solo guardando, si esce immediatamente dalla mente. L’osservatore non è mai parte della mente e mentre diventa sempre più forte e radicato, la distanza tra lui e la mente continua ad aumentare. Presto, la mente sarà così lontana che a malapena ti accorgerai che esiste... è solo un’eco in una valle lontana. E alla fine, anche quell’eco scompare. Questa scomparsa della mente non comporta alcuno sforzo da parte tua, non dovrai operare nessuna forzatura per combattere la mente, semplicemente la lascerai morire della sua stessa morte. Una volta che la mente sarà assolutamente silenziosa, completamente sparita, non riuscirai più a trovarla. Per la prima volta, diventerai consapevole di te stesso, perché quella stessa energia che prima era impegnata nella mente, non trovandola più, si ripiegherà su se stessa. Ricorda: l’energia è un movimento costante.
Diciamo che le cose sono oggetti e forse non ti sei mai chiesto perché le chiamiamo così. Sono oggetti perché ostacolano l’energia, la consapevolezza. Dal momento che obiettano (Il termine object in inglese traduce sia “oggetto” che il verbo “obiettare”, da qui il doppio senso, N.d.T.) sono degli ostacoli. Ma quando non c’è nessun oggetto, tutti i pensieri, tutte le emozioni, tutti gli stati d’animo, tutto scompare. Sei nel silenzio totale, nel nulla (ingl. nothingness), o meglio nell’assenza di cose (ingl. no-thingness); tutta l’energia inizia a ripiegarsi su se stessa. Questa energia che ritorna alla fonte, porta immenso piacere. Proprio l’altro giorno, ho citato William Blake: “L’energia è puro diletto”. Quell’uomo, anche se non è stato un mistico, deve aver provato qualche bagliore di meditazione. Quando la meditazione ritorna alla sua fonte, esplode in un immenso piacere. Questa gioia nel suo stato finale è l’illuminazione. 

Qualunque cosa ti aiuti a passare attraverso questo processo di meditazione è disciplina: potrebbe essere un bel bagno, in modo da essere fresco e pulito; o sederti in una posizione rilassata a occhi chiusi, senza essere né affamato né troppo sazio; o sederti in una postura molto rilassante, controllando tutto il corpo, ogni sua parte, per vedere se c’è tensione. Se c’è tensione, cambia posizione e fai in modo che ogni parte del corpo sia rilassata. 
I fondamenti della disciplina sono un corpo rilassato e gli occhi chiusi, perché se hai gli occhi aperti, tutto ciò che si muove può creare disturbo. 
Va bene che i principianti usino una mascherina per gli occhi, in modo da essere completamente dentro, perché gli occhi, i sensi, ti portano fuori. La vista ricopre l’ottanta percento del contatto con l’esterno. L’ottanta per cento avviene attraverso gli occhi, quindi chiudili...

Tratto da: Osho, The Invitation #21
 (Fonte: Osho Times n. 251)  

Sufismo - La visione islamica del Grande Uno


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Personalmente non sono seguace di alcuna religione per cui l'idea di favorire l'islam mi è completamente estranea. Non posso per altro ignorare l'aspetto specifico dell'influenza islamica che sta aumentando qui in Italia dovuta a vari fattori e sono consapevole dell'ottusità insita anche nell'islam... Ma il sufismo merita tutto il nostro rispetto prova ne sia che è considerato "eretico" all'interno dell'islamismo sunnita e sopportato a malapena in quello sciita. 
 
La tradizione sufista ha collegato Ermete a Enoch, che è presente nel Corano sotto i tratti del profeta esoterico Idrîs. Idrîs, con l' appellativo di Khidr (il Verde) è l'iniziatore segreto dei grandi maestri sufi. Altro iniziatore alchemico è nel Corano il profeta Salomone. Da Pitagora invece i sufi trassero la scienza dei numeri (abjad) e la "sezione aurea" che applicarono egregiamente nelle loro costruzioni (ne sono esempio in Turchia le costruzioni selciukidi dall' XI° al XIII° secolo). Dirò per inciso che i testi greci di scienza e di esoterismo furono conosciuti in Europa non dagli originali greci ma dalle traduzioni in arabo che ne fecero i sufi. 
 
Il Sufismo è costituito in Ordini, o Confraternite. Confraternite ben organizzate sin dal X secolo. Un Maestro venerabile, due luci, un copritore esterno, e gli adepti, che si distinguono in apprendisti (murid), compagni (arîf: iniziato) e maestri (shaykh). Si riuniscono in una tekké, o zawiyya, o dergah: una Loggia, insomma; per solito il lunedì sera per le discussioni in comune e l'insegnamento evolutivo, spesso sulla lettura di tavole lasciate da grande Maestri del passato; il giovedì sera per il rituale del dhikr: la Rammemorazione di Dio.

Il sufismo è la corrente islamica che più si avvicina alle forme trascendenti di spiritualità laica non duale. Si può giungere al Non-dualismo attraverso varie vie, la vetta è uguale per tutti. Dipende dalle simpatie personali e dalle propensioni. Fra gli islamici chi segue questa via ha evidentemente una tendenza all'ascetismo mistico. Pur che anche nel sufismo sono stati espressi concetti "gnostici" e non-dualistici molto avanzati (vedi i detti di Rabia) e  la lettura dei poemi di Rumi ed Hafiz ce ne forniscono un valido esempio.

Il fatto che si possa giungere all'Uno seguendo una qualsiasi religione pone però la necessità di abbandonare il credo religioso il momento che si vuole penetrare ed essere compenetrati dall'Uno, sostituendo il "credere" con la diretta esperienza  La strada è utile per giungere al Tempio ma bisogna lasciarla per entrarci.

Dal punto di vista della "spiritualità sociale" (religiosa), al fine di una convivenza pacifica,  -comunque-  il sincretismo è vantaggioso come pure lo è l'abbandono di ogni dogmatismo. Ciò non esclude la continuità di partecipazione alla "forma esteriore" (spirituale) più consona ad ognuno di noi. E ciò vale anche per i seguaci delle religioni monoteiste, che hanno visto sorgere al loro interno "santi" e "saggi"  totalmente liberi da senso separativo.

Per cui anche l'approccio del sufismo è sicuramente valido, per chi lo sente affine alle proprie tendenze o tradizioni, mantenendosi integri nella fiducia e nella sincerità e nella onestà di "percorso".

In altro contesto qualcuno ha affermato: "ognuno per sé.. e Dio per tutti". Ove per Dio si intende il Tutto che in tutti è presente.

Paolo D'Arpini

Non dualismo e sufismo. L'eresia islamica

Celebrazione come atteggiamento di vita... secondo Osho


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DomandaOsho, puoi parlare della celebrazione? È possibile celebrare l’infelicità?

OshoÈ possibile, perché la celebrazione è un atteggiamento, quindi anche verso l’infelicità puoi assumere un atteggiamento di celebrazione. Ad esempio, se sei triste, non identificarti con la tristezza. Osservala, diventa un testimone e goditi i momenti di tristezza: ha anche lei la sua bellezza. Non osservi mai, ma ti identifichi così totalmente da non penetrare mai le meraviglie di un istante di tristezza. 

Se osservi, rimarrai sorpreso nel vedere quali tesori ti sei lasciato sfuggire. Notalo: quando sei felice non sei mai così profondo come quando sei triste. La tristezza ha in sé una certa profondità, la felicità è superficiale. 

Osserva le persone felici, le cosiddette persone felici. Le trovi nei club, nei ristoranti, a teatro... Sorridono sempre e sprizzano felicità da tutti i pori. Ma le troverai sempre poco profonde, superficiali, non hanno alcuna profondità. 

La felicità, come le onde, è solo sulla superficie: ha una vita superficiale. Al contrario, la tristezza ha profondità. Quando sei triste, non è un’onda di superficie, è come la fossa oceanica del Pacifico, che si inabissa per chilometri e chilometri. 

Entra nell’abisso, osservalo. La felicità è rumorosa, la tristezza contiene un suo silenzio. La felicità può essere paragonata al giorno, la tristezza alla notte. La felicità è simile alla luce, la tristezza all’oscurità. La luce va e viene, il buio rimane, è eterno. La luce arriva a volte, l’oscurità è sempre presente. 

Se entri nella tristezza, tutte queste cose saranno percepibili. All’improvviso ti accorgerai che la tristezza è presente, come un oggetto. Tu la osservi, diventi un testimone e, all’improvviso, inizi a sentirti felice. Una tristezza così bella! Un fiore dell’oscurità, un fiore di eterna profondità!
È come un abisso senza fondo, così silenziosa, così musicale. Non c’è rumore, nessun fastidio. Puoi sprofondarci dentro all’infinito e uscirne totalmente rinvigorito. È riposante. 

Dipende dall’atteggiamento: quando diventi triste, pensi che ti sia accaduto qualcosa di brutto. È solo una tua interpretazione che ti è accaduto qualcosa di brutto, perciò cerchi di evitarlo, vuoi sfuggirlo. Non ci mediti mai su. E allora ti viene voglia di vedere qualcuno, vai a una festa, in un locale; oppure accendi la televisione, la radio, o ti metti a leggere il giornale... Qualcosa che ti aiuti a dimenticare. 
Questo è l’atteggiamento errato che ti è stato inculcato: che c’è qualcosa di sbagliato nella tristezza. Non c’è nulla di male nella tristezza, è solo un’altra polarità della vita. 

La felicità è un polo, la tristezza è l’altro polo. La beatitudine è un polo, la sofferenza è l’altro polo. La vita è fatta di entrambi: una vita di sola beatitudine ha estensione, ma non ha profondità; una vita di sola tristezza ha profondità, ma nessuna estensione. Una vita fatta sia di tristezza che di beatitudine è multidimensionale: si dispiega contemporaneamente in tutte le dimensioni. 

Osserva la statua del Buddha, oppure, qualche volta, guarda nei miei occhi e troverai le due cose insieme: beatitudine, pace, ma anche tristezza. Troverai una beatitudine che contiene in sé anche la tristezza, perché quella tristezza dà profondità alla beatitudine. Osserva le statue del Buddha: è estatico, eppure triste. Per  te la parola “triste” ha una connotazione negativa: qualcosa non va. Questa è una tua interpretazione. 

Per me la vita è bella nella sua totalità. E quando comprendi l’esistenza nella sua totalità, riesci a celebrare, altrimenti non ce la fai.

Celebrazione significa che ciò che accade è irrilevante: io celebro. La celebrazione non dipende da determinate cose: “Celebro quando sono felice”, oppure: “Se sono triste, non celebro”. La celebrazione è incondizionata: io celebro la vita! Se porta infelicità, va benissimo: la celebro. Se porta felicità, va benissimo: celebro anche lei. La celebrazione è il mio atteggiamento, indipendentemente da ciò che la vita porta. 

Ma il problema si pone, perché quando uso le parole, nella tua mente hanno una certa connotazione. Quando dico: “Celebra” tu pensi che si debba essere felici. Come si può celebrare, quando si è tristi? Ma io non sto dicendo che si deve essere felici per celebrare: la celebrazione è gratitudine per tutto ciò che la vita ti offre. Qualsiasi cosa il divino ti offra, celebrazione è esserne grato. 

Questa storia l’ho già raccontata, ma ve la racconto di nuovo…
Un mistico Sufi molto povero, affamato e stanco del viaggio arrivò una sera in un villaggio e fu scacciato. Era un villaggio di musulmani ortodossi, persone molto difficili da convincere: non gli permisero di entrare in città. 

La notte era fredda, l’uomo aveva fame, era stanco, aveva abiti leggeri e tremava dal freddo. Si sedette sotto un albero, fuori dal paese. Si sedettero anche i suoi discepoli. Erano depressi, tristi e persino arrabbiati. 

Il mistico si mise a pregare e disse a dio: “Sei magnifico! Mi dai sempre ciò di cui ho bisogno!”. 
Questo era troppo! Un discepolo disse: “Aspetta un attimo, ora stai veramente esagerando! Queste parole sono false in una notte così: siamo affamati, stanchi, vestiti poco e la notte si fa sempre più fredda. Siamo circondati da animali selvatici, il villaggio ci ha buttato fuori e siamo senza un tetto. Per quale motivo ringrazi dio? Cosa intendi dire con quelle parole?”. 
Il mistico rispose: “È vero, lo ripeto: dio mi dà quello di cui ho bisogno. Questa notte ho bisogno di povertà, questa notte ho bisogno di essere scacciato, di avere fame, di essere in pericolo. Altrimenti, perché mi avrebbe dato tutto ciò? Dev’essere ciò di cui ho bisogno! È necessario e io devo esserne grato. Si prende cura dei miei bisogni in modo così bello: è veramente meraviglioso!”. 

Questo è un atteggiamento che non si preoccupa della situazione in sé: la situazione non è rilevante. 

Celebra, in qualsiasi caso. Se sei triste, celebra il fatto che sei triste. Prova! Se farai un tentativo rimarrai sorpreso, succede. Sei triste? Mettiti a ballare, perché la tristezza è così bella, è un silenzioso fiore dell’essere. Danza, gioisci e, all’improvviso, sentirai che la tristezza sta scomparendo, che si crea una distanza. Un po’ alla volta ti dimenticherai della tristezza e ti ritroverai a celebrare: hai trasformato l’energia. 

Questa è alchimia: trasformare il metallo comune in oro puro...
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Tratto da: Osho, Yoga: Potenza e libertà, Oscar Mondadori

Lo zen marziale di Tsuji Gettan, il samurai


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Chiunque  pratichi Arti Marziali deve essere consapevole che il combattimento rappresenta solo una parte di esse.  L’arte Marziale è un cammino che ci insegna e ci fa riflettere su discipline quali la filosofia, l’etica, la medicina e molto altro. Dopo questa breve introduzione è il momento di parlare di Tsuji Gettan, un leggendario praticante di Arti Marziali.

Tsuji Gettan fu un samurai che visse dal 1647 al 1726 nell’antico Giappone, esperto nell’arte della spada combinata alla filosofia Zen, era  stimato nel  paese anche per la sua saggezza. Egli viene ricordato non solo per la sua abilità nel combattere ma anche per i suoi scritti. era raro a quell’epoca che un samurai sapesse scrivere bene come gli accademici e le persone colte. Le opere di Gettan invece, erano considerate tra le migliori dell’impero. Per i contemporanei  di Gettan che cercavano fama e gloria fu  una fortuna che Gettan non interessasse essere il numero uno nel combattimento. Utilizzò la sua abilità per aiutare i bisognosi, cosa assai poco comune in quell’epoca.
In un’occasione, dopo una lunga meditazione tra le montagne, percorrendo la strada verso una città, venne a sapere che sette “ronin”  (samurai falliti, o samurai rimasti senza padrone per la sua morte o mancanza di fiducia) stavano spaventando la gente ed erano divenuti i padroni della strada. Quando si annoiavano minacciavano i poveretti che avevano la sfortuna di incrociarli. Per Gettan il comportamento di  quei ronin era chiaro. Volevano guadagnarsi il rispetto che loro stessi non erano capaci di offrire. Gettan andò a parlare con loro. Disse “non occupate tutta la strada. C’è molto posto. Anche gli altri vogliono usarla ed è un loro diritto.” i ronin erano sorpresi, ed intuirono che l’uomo venisse dalle montagne per gli abiti consunti e per il berretto. Uno di loro rispose. “Non osare parlarci col berretto in testa. Toglitelo affinché possiamo vedere il tuo viso, mostraci rispetto” gridò.

Gettan si tolse il berretto. i suoi capelli uscirono in tutte le direzioni e i suoi occhi guardarono i ronin.  Questi, vedendolo come fosse infuriato, scapparono via correndo.

Gettan disse allora “i persecutori sono persone spaventate che serbano in gran segreto la loro paura. Si muovono sempre in gruppo e dimostrano la loro forza. ma se infrangi quella crosta finiranno per piangere come bambini. E’ un peccato, perché non si rendono conto che la vita consiste nel dare e nel ricevere. E’ come essere circondati dagli specchi -quello che dai finisci per riceverlo-.

Raccontò  anche la storia della scimmia che vide un riflesso di se stessa nello specchio e che sorpresa per un immagine così orribile, dipinse lo specchio con del rossetto per rendere l’immagine più bella. Ma dato che l’immagine continuava a essere la stessa, la scimmia finì per diventare pazza e,  più pazza era,  più brutta diventava l’immagine. Si mise a correre attorno allo specchio e alla fine si accorse che quello che stava vedendo era un riflesso, un’illusione, ed allora si mise a ridere. Guardò lo specchio e più rideva più diventava bella l’immagine.
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(Fonte: http://www.circolovegetarianocalcata.it/2009/10/01/le-arti-marziali-come-esercizio-filosofico%E2%80%A6-l%E2%80%99avventura-spirituale-e-guerriera-del-samurai-tsuji-gettan/)

Lo zero e la matematica che misura l'infinito.... tra fisica e metafisica


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Molto spesso in questi tempi di desacralizzazione di qualsiasi argomento culturale, soprattutto sui social, si leggono post provocatori del tipo “Alì Salam Mohammed chiede che vengano adottati in Europa i numeri arabi... Condividi se sei indignato”. Lo scopo di questi post sarebbe quello di dimostrare l'invadenza islamica che chiede sempre maggiori concessioni alle democrazie europee: il velo per le donne, la sharia, nuove moschee, l'insegnamento del Corano nelle scuole, etc. etc. 

Ovviamente il post riguardante i numeri arabi è una provocazione e pure “bufalina” poiché i cosiddetti numeri arabi sono in realtà indiani, compreso lo zero che fu una “invenzione” degli antichi matematici e filosofi dell'India antica. 

L’India infatti ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della matematica abbinata a concetti filosofici, il che è avvenuto durante il periodo vedico, che si fa risalire a qualche migliaio di anni avanti Cristo. Furono gli indiani a scoprire il sistema di numerazione posizionale, fondato sull’uso di nove simboli per scrivere tutti i numeri e dello zero (sistema decimale), essi formularono le regole per le quattro operazioni, risolsero equazioni di primo grado ed equazioni di secondo grado. Lo zero era trattato come tutti gli altri numeri e non come un numero che rappresentava “assenza di quantità”. 

L’India non è soltanto la patria dello zero e delle cifre che gli arabi molto successivamente portarono dall’India in Europa. Infatti, come ci informa la ricercatrice Martina Brocca, nei secoli antecedenti la nascita di Cristo, i matematici indiani furono i primi a sviluppare ricerche su teorie degli insiemi, di logaritmi, di equazioni di terzo grado, di equazioni di quarto grado, di estrazione di radici quadrate, di potenze finite e infinite e di algoritmi per il calcolo di numeri irrazionali, etc.

Ed i ricercatori e veggenti dell'antica India  non si limitarono ai numeri ma espansero anche lo studio e la comprensione delle forme. La particolare natura speculativa della cultura indiana fa sì che fin dai primordi le figure geometriche furono considerate un tramite con la divinità e perciò utilizzate a fini rituali. Lo stretto rapporto tra numeri e filosofia nella cultura induista ha rappresentato un motivo di sviluppo della scienza sia fisica che metafisica.

L’antica civiltà dell’Indo e del Saraswati (che si fa risalire a diverse migliaia di anni  a.C.)  per prima  sviluppò pesi e misure, in scala decimale, per pesare il grano e per fabbricare materiali edili per edificare le città. Saper fare calcoli astronomici era indispensabile per i mercanti dell’epoca vedica che guardavano al cielo per attraversare oceani e lande disabitate; per gli astronomi che crearono calendari precisi tenendo conto delle stagioni di pioggia per migliorare l’agricoltura; per i regnanti che amministravano il regno e per gli astrologi, che analizzarono l’influenza degli astri. Ma a motivare tale ricerca furono anche esigenze religiose-filosofiche: sia per il calcolo dell’area per i sacri altari del sacrificio, che come strumento per leggere l’universo e  raggiungere  l’illuminazione.  Lo spazio e il tempo erano percepiti come infiniti e nacque così un profondo interesse verso i numeri grandi.

La matematica vedica, ben prima che fosse riportata dagli arabi in occidente, fu la matrice di tutta la scienza dell'Europa antica. Ad esempio il famoso teorema di Pitagora lascia pensare che il grande filosofo greco fosse al corrente delle teorie matematiche indiane: il Sulva Sutra (VIII a.C) e il Shatapatha Brahmana (VIII-VI a.C.) le quali  provano che il teorema fosse già noto in India da secoli. 

Evidentemente le conoscenze che hanno permesso a Pitagora di elaborare le sue teorie, sono frutto dei suoi lunghi viaggi in Oriente e in India. Pitagora è considerato il padre dell’aritmetica in occidente, ai suoi studenti, che selezionava in base alla capacità di associare un messaggio ad un simbolo, soleva dire “tutto è numero”. Egli insegnò una teoria che lega la matematica alla natura e alla musica, stabilendo un’assonanza con l’intero cosmo e con le Leggi che lo governano. 

L’associazione dei numeri alla natura, afferma la studiosa Angela Braghin, inclina ed agevola una meditazione profonda e consente all’uomo di cogliere l’intima natura delle sfere celesti, creando un ponte tra il visibile e l’invisibile, poiché c’è una stretta assonanza tra numeri, forma e idee. Infatti, regolata dai numeri risulta l’alternanza delle stagioni e delle diverse coltivazioni ad esse corrispondenti.

In definitiva secondo gli antichi inventori della scienza matematica i numeri contengono, disciplinano e racchiudono il Creato e ogni creatura, e consentono all’uomo di diffondere il messaggio del quale è portatore sin dalla nascita, e inglobarlo al messaggio più profondo, collettivo e primigenio, ovvero quello divino.

Paolo D'Arpini

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Epicureismo, stoicismo, ellenismo, protocristianesimo et coetera


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Considerazioni, raccolte fra gli scritti di pensatori significativi, per spiegare le ragioni che hanno determinato l’aspetto personalistico del cosiddetto insegnamento del Cristo, personalismo che possiamo far discendere tanto dall’Epicureismo quanto dallo Stoicismo, dottrine filosofico-esistenziali di cui era pregno il mondo mediterraneo governato dalla Romanità e improntato dall’Ellenismo.  
Vale la pena riportare quanto scritto dallo studioso Paolo Boccuccia (vedi anche il libro di don Ennio Innocenti: Gesù a Roma.) Il Gesù dei Vangeli vive, si muove ed opera su di uno sfondo ambientale e storico irreale, tranquillo, folkloristico, pacifico, al massimo turbato da qualche dramma personale senza importanza sociale, quali infermità o alienazioni mentali (indemoniati), drammi che danno al personaggio l’occasione di mostrare i suoi poteri taumaturgici e di porsi al centro di una attenzione collettiva priva del tutto di connotazioni politiche e di prospettive rivoluzionarie 
Nota: In questo clima è possibile instaurare un insegnamentol di carattere personalistico che promette la “vita eterna”, cioè un prolungamento della vita a chi si comporterà in un certo modo ( che può essere anche una modalità di esistenza del tipo di quelle che vanno per la maggiore, oggi, nelle riviste salutistiche. Da aggiungere anche che all’epoca, cioè all’epoca in cui è stato situato, arbitrariamente la predicazione di gesù, la Palestina era letteralmente straziata da guerre civili e da ribellioni contro Roma.
Pitigrilli, nel suo libro ” La bella ed i curculionidi” scrive: I Greci insegnavano ”se sei bello fatti più bello ancora. Oggi la gente coltiva la propria caricatura.”
E Platone: “Scopo dell’uomo è la conoscenza e questa si ottiene nella Comunità e per la Comunità ”
Nota ulteriore: I racconti evangelici, nella loro astrazione -come fossero racconti fiabeschi- 
non permettono di identificare un elemento concreto. Questo il loro fascino ma anche il loro limite. Al contrario, la Fascinazione Mitica, alla quale i creatori dei Vangeli si sono sicuramente ispirati, permette una continua traslazione nella tradizione del mito: dalla Persia, alla Mesopotamia, alla Grecia, a Roma e da questa a tutta l’ area mediterranea, compresa la Pelstina, ma soprattutto Alessandria d’Egitto cuore pulsante e concentrazione di tutto il pensare ed il sentire.
Palingenesi Pitagorica: come scrive Arturo Reghini, non significa morire e rinascere, bensì ripetere l’ atto della nascita. nascere nuovamente.
Frasi utili alla comprensione:
"Perdonami per non essere riuscito a perdonarti."
"Io sono un altro Te stesso." saluto dei nativi americani.
"In fondo al Graal c’è il TAO." Eugenio Montale.
Vasile Droj: "Risonanza nella nostra Mente delle parole che pronunciamo e che ascoltiamo. Non ha senso escludere la sonorità e l’articolazione, cioè la lingua nazionale utilizzata nel discorso, dalla comprensione dei significati.  Non c’è comprensione nella pura astrazione concettuale."
H. Laborit:  "La sola ragione d’essere di un essere  è di essere, diversamente non esisterebbero esseri"
Cartesio:  "Occorre saper sceverare il vero dal certo" 
Georgius Vitalicus (alias Giorgio Vitali)

Mahatma Gandhi – Luci ed ombre, alti e bassi…

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Mohandas Karamchand Gandhi (2 ottobre 1869 – 30 gennaio 1948) è stato il leader preminente del movimento indiano di indipendenza nell’India britannica.
Utilizzando la disobbedienza civile non violenta, Gandhi ha portato l’India all’indipendenza e ha ispirato movimenti per i diritti civili e la libertà in tutto il mondo. Il titolo Mahatma (sanscrito: anima alta, venerabile), applicato per lui prima nel 1914 in Sudafrica, è ora utilizzato in tutto il mondo.
Mahatma Gandhi
[...] Particolarmente – proprio in modo che sia in corretto – voglio dirti che c’erano molte cose su Mahatma Gandhi che amavo e mi piacevano, ma tutta la sua filosofia di vita era assolutamente sgradevole per me. Tante cose su di lui che avrei apprezzato rimanevano trascurate. Correggiamo quindi il discorso.
Amavo la sua veridicità. Non ha mai mentito; anche se nel mezzo di ogni sorta di menzogne, rimase radicato nella sua verità. Non posso essere d’accordo con la sua verità, ma non posso dire che non era veritiero. Qualunque cosa fosse verità per lui egli vi aderiva pienamente.
Da non credere però che la sua verità sia di valore universale, ma questo è il mio pensiero, non il suo. Non ha mai mentito. Io rispetto la sua veridicità, anche se ritengo che egli non sapesse nulla della verità – quella che io costantemente propugno.
Con Mahatma Gandhi l’India ha concluso un capitolo, e ha anche iniziato un nuovo capitolo.
Ma non era un uomo che avrebbe potuto andare d’accordo con il mio pensiero: “Salta senza prima pensarci”. No, egli era un uomo d’affari. Avrrebbe cogitato cento volte prima di fare un solo passo fuori dalla sua porta, che dire perciò di un salto? Egli non riusciva a capire la meditazione, ma non era colpa sua. Non ha mai incontrato un maestro che avrebbe potuto dirgli qualcosa sulla “non mente”, eppure esistevano quei maestri vivi al suo tempo.
Anche Meher Baba una volta scrisse una lettera a Gandhi – forse non proprio lui di persona; qualcuno deve aver scritto per lui, perché Meher non ha mai parlato, non ha mai scritto, ha appena fatto segni con le mani. Solo poche persone erano in grado di capire cosa voleva significare Meher Baba. La sua lettera fu derisa da Mahatma Gandhi e dai suoi seguaci, perché Meher Baba aveva detto: “Non perdete il tempo a cantare” Hare Krishna, Hare Rama. “Questo non ci aiuta affatto. Se vuoi veramente sapere, informatemi e ti chiamerò “.
Tutti risero; pensavano che fosse un’arroganza. È così che la gente comune pensa, e naturalmente sembra l’arroganza. Ma non lo è, è solo compassione – infatti, troppa compassione sembra arroganza. Ma Gandhi rifiutò il telegramma dicendo: “Grazie per la tua offerta, ma seguirò la mia strada” … come se ne avesse una. Non ne aveva però nessuna.
Ma ci sono alcune cose che io rispetto di Gandhi – la sua pulizia. Ora, direte: “Rispetti tali piccole cose …?” No, non sono piccole, specialmente in India, dove i santi, i cosiddetti santi, dovrebbero vivere in ogni tipo di sporcizia. Gandhi cercò di essere pulito.
Era l’uomo ignorante più pulito del mondo. Amo la sua pulizia. Amo anche il suo rispetto per tutte le religioni. Naturalmente, le mie ragioni e le sue sono diverse, ma almeno ha rispettato tutte le religioni. Naturalmente per motivazioni sbagliate, perché non sapeva quale fosse la verità, quindi come poteva giudicare ciò che era vero? – se le religioni fossero nel giusto; se tutte avessero ragione, o se solo qualcuna avesse ragione. Non c’era modo per lui di comprenderlo.
Di nuovo, egli era un uomo d’affari, quindi perché irritare qualcuno? Perché dargli fastidio? Secondo lui tutte le religioni dicono la medesima cosa: il Corano, il Talmud, la Bibbia, la Gita. Egli ed era abbastanza “intelligente”: notate “l’abbastanza” -non dimenticatelo – per trovare somiglianze nelle religioni, cosa non difficile per qualsiasi persona intelligente e astuta. Ecco perché dico “abbastanza intelligente”, ma non veramente intelligente. La vera intelligenza è sempre ribelle e Gandhi non voleva ribellarsi contro i tradizionalisti, indù o cristiani oi buddisti o musulmani che fossero.
Sarete sorpresi di sapere che ci fu un momento in cui Gandhi contemplò di diventare cristiano perché essi sono al servizio dei poveri più di ogni altra religione. Ma presto si rese conto che il loro servizio è solo di facciata dietro la quale nascondersi per svolgere la loro vera e attività. L’attività reale era quella di convertire nuove persone. Perché? – perché i numeri portano il potere. Quante più persone avete, più potere avete.
Se puoi convertire tutto il mondo sia cristiano, ebreo o indù, allora naturalmente, queste persone avranno più potere di chiunque abbia mai avuto. Alexanders svanirà in confronto. È una lotta di potere.
Nel momento in cui Gandhi lo comprese – e dico ancora, era abbastanza intelligente per capirlo – cambiò idea e non volle più diventare cristiano. In effetti, essendo un indù, era molto più redditizio restar tale in India piuttosto che essere un cristiano. In India, i cristiani sono solo l’un per cento, quindi quale potere politico avrebbe potuto avere da ciò?
Era bene che lui rimanesse un indù, per la sua mahatmahood….
Osho
Traduzione di uno stralcio dell’articolo apparso su: http://www.oshonews.com/2014/12/17/osho-speaks-on-mahatma-gandhi/
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Commento di Bernardino del Boca: “Il Mahatma (grande anima) ha dato al mondo un’arma nuova che ha nome: “satyagraha”. Questa parola ha il significato di “forza della verità”, ma consiste nel rifiutare obbedienza alle ingiuste leggi, pur accettando di buon grado le sanzioni previste dalle leggi stesse contro coloro che non le osservano, a costo di qualunque sacrificio o privazione anche a costo della vita. Per questo il satyagraha è l’arma del forte e non del debole; chi l’usa contro le leggi ingiuste deve obbedire alle giuste..” 
Mio commentino: "Il 2 ottobre, proclamata dall’Onu giornata della nonviolenza, ricorre l’anniversario della nascita di Gandhi, definito “l’apostolo della nonviolenza”. Il personaggio merita sicuramente la nostra attenzione, poiché egli riuscì -in modo abbastanza pacifico- a smuovere le masse ed a condurle verso l’indipendenza. Prima della colonizzazione inglese, comunque, l’India era suddivisa in vari staterelli ed in gran parte era oppressa dal dominio musulmano. La partizione voluta dagli inglesi, a cui Gandhi si oppose sino all’ultimo, portò comunque alla creazione di due stati abbastanza grandi ed omogenei, da una parte il Pakistan musulmano e dall’altra l’India perlopiù induista ma alquanto sincretica, comprendendovi cristiani, jain, buddisti, parsi, etc. e persino musulmani “moderati”. (Paolo D'Arpini)

Santi solo post mortem? In India si è santi solo in vita!



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Stazione di Gudur

Molto spesso ho notato che una volta che qualcuno è stato riconosciuto da qualcun altro  come “santo” tutti quelli che lo incontrarono, nel bene e nel male, hanno qualcosa da raccontare su di lui, magari si professano suoi “discepoli”, pur che -con il “santo” in vita- non avevano avuto particolari rapporti, forse l’avevano ignorato, chissà, o erano stati ignorati dal “santo” stesso. Insomma succede come per la gente famosa del mondo una volta decollata nelle classifiche trovano sempre qualcuno pronto a dire “Ah, io lo conoscevo bene, da tanti anni ho avuto rapporti con lui, abbiamo mangiato tante volte nello stesso piatto, eravamo culo e camicia…”. Ciò avviene ancor di più se la persona esaltata, di cui ci si vanta i favori, è defunta e non può quindi controbattere o replicare. Credo sia successa la stessa cosa con tanti saggi che magari in vita erano vilipesi e spernacchiati e dopo -giunta la fama e la morte- vengono osannati e vantati.

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Ramana Maharshi era un saggio che visse i primi anni della sua permanenza a Tiruvannamalai come un mendicante ed i suoi estimatori erano ben pochi, giusto una banda di “mendicanti” par suo… Poi l’odore della sua saggezza raggiunse i quattro quadranti della terra e tutti coloro che l’avevano conosciuto anche solo per averlo salutato per strada, si dichiararono poi suoi ferventi devoti ed estimatori. Ricordo che alcuni di questi “vecchi devoti” frequentavano anche l’ashram di Swami Muktananda, il mio Guru, ma lui –da buona Scimmia- diceva sempre che “un vecchio devoto è sinonimo di uno che puzza…”. Ed in verità cos’è la “conoscenza del Sé” se non qualcosa di perennemente fresco, eternamente nuova come esperienza? Infatti i saggi realizzati vengono definiti “Jirangivi” ovvero Eternamente Giovani, non perché “portino bene gli anni” ma semplicemente perché sono aldilà di ogni collegamento col tempo e con lo spazio…
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Non so per quale ragione ho dovuto fare questa premessa prima di raccontare l’esperienza che segue… non voglio però che quanto ho detto fuorvii l’impressione od il giudizio del lettore. Considerate queste mie parole come un inciso “generale” e godetevi il racconto di questo incontro avuto tanti anni fa con Swami Lakshmana, che credo sia ancora in vita e bazzichi tutt’oggi in  Tiruvannamalai, dove si è trasferito qualche anno fa mi riferirono degli amici comuni.
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Come si deve osservare un santo? Per capirlo vado ad incontrane uno…. anzi due: Lakshamana e Saradamma
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Ancora una volta in viaggio, stavolta con mio figlio, in una città il cui suolo è cosparso di allume, ovunque svolazzante polveroso, lucido e nero. In questo posto poco piacevole dell’Andra Pradesh, a Gudur, vado ad incontrare un diretto discepolo del grande saggio Ramana Maharshi, si chiama Lakshmana Swami. Ho avuto la dritta da alcuni amici di Tiruvannamalai, tramite David Godman che ha scritto un libro su di lui, e me ne parla Nigel Quigly che vive sulle pendici di Arunachala, la sacra montagna rossa simbolo di Shiva: “vai a trovare Lakshmana e Saradamma, due grandi anime che vivono a Gudur, poi noi ti raggiungiamo lì fra qualche giorno”.
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Anche allora viaggiavo per l’India con mio figlio Felix, noi da soli come pellegrini alla ricerca dell’amore e della conoscenza. Partimmo senza sapere cosa avremmo trovato, il viaggio in treno non era lungo, poche ore da Madras, quando arrivammo alla stazione di Gudur era notte fonda e ci fermammo sotto una veranda al primo piano della stazione per riposare. La pace fu presto rotta da una banda di scimmie per nulla benintenzionate che ci minacciava forse pensando che così avremmo dato loro qualcosa da mangiare, non avevo nulla per rabbonirle ed ero preoccupato per Felix, dopo un po’ di lotte e scacciamenti usciamo in fretta dalla stazione per ritrovarci in quel paesaggio lunare, di mica, con un primo raggio rosso di sole nascente che rendeva tutto ancor più alieno. Per fortuna un chai-shop era aperto e così potemmo rifocillarci. La prima cosa da fare quando si vuole soggiornare in un luogo è accertarsi di aver trovato una sistemazione per la notte ed appena finita la colazione salgo, sempre con il pargolo al fianco, su un riktsciò e mi faccio portare verso l’ashram del santo. Un posto in mezzo alle spine ed ai cactus, arido e veramente poco abitato, stradine polverose e contorte dove si trovano solo rade capanne, capre o vacche libere e cani randagi, tutto è piatto e cosparso di allume luccicante.
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Da fuori il posto del santo sembra più una casa di campagna che un ashram, ci sta all’ingresso una signora indiana che ci accoglie, forse una parente di Saradamma la discepola che affianca Lakshmana nella ministrazione religiosa. C’è anche una ragazza straniera che sta lì da un po’ di tempo e che svolge vari servizi: reception, cucina, attendenza, etc. “Lakshmana e Saradamma escono di rado ma domani verranno fuori per una cerimonia –dice- e li potrai vedere”. Mi viene data una casetta, credo l’unica oltre il cottage del santo e la portineria-foresteria dove stanno le donne. La casetta è strapiena di bottiglie, lattine cicche, un numero impressionante di mozziconi gettati un po’ ovunque e persino all’esterno, sul di dietro della cucina vi sono altre cicche e cartacce ed altri rifiuti. Non fa una bella impressione ma cerco di pensare positivo “forse è una prova per me, per tutte le volte che ho sporcato in casa d’altri”. Non mi perdo d’animo e facendomi aiutare da Felix raccolgo e sposto le immondizie il più possibile lontano e dove non diano fastidio alla vista ma, mi accorgo dopo, molto vicine al recinto che delimita la casa di Lakshmana, ormai è troppo tardi per pensare ad altri spostamenti, è notte, e lascio le cose così. L’indomani c’è l’incontro o darshan con la coppia di santi, in una specie di tempietto colonnato aperto su quattro lati.
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Lakshama siede e non parla, ci sono un po’ di canti guidati da Saradamma, qualche arati, una distribuzione di prasad, insomma niente di speciale. Penso comunque di fermarmi qualche giorno, almeno per aspettare gli amici che mi hanno mandato qui. La notte, rifletto pensieroso, sentendomi un po’ deluso, mi fumo due tre bidi, pensando “tanto non importa anche se è vietato, qui pare che hanno fumato tutti…” e mi addormento al fianco di mio figlio. Un incubo incredibile mi afferra, un’esperienza incancellabile, mi vedo scalare una montagna di vetri rotti, debbo salire in cima ma ogni passo è doloroso e sanguinoso, avanzo arrancando ed ad un certo punto preso dallo sconforto e da una rabbia irrefrenabile inizio ad ingoiare schegge e tocchi di vetro, una sorta di sfogo autolesionista per l’impotenza e la frustrazione in cui mi trovo, la mia gola è in fiamme, penso di morire soffocato, mi sveglio di soprassalto e mi ritrovo nel letto, forse ho la febbre.
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Ma la mattina dopo la “discepola” mi dice che dobbiamo lasciare la stanza perché sono attesi altri ospiti, mi sembra un po’ strano e sono veramente scocciato, mi mandano via così, ammalato, con un bambino piccolo al fianco. Prima di partire compare Saradamma con delle caramelle, dice “queste sono per il bambino, poi guardandomi aggiunge, sono solo per lui…”. Non fa nulla, mi dico, se c’è un messaggio dietro tutto ciò sono pronto a scoprirlo. Rifaccio la strada del ritorno, un bel pezzo a piedi, prima di trovare un risciò, divido le caramelle con Felix pensando “non può mangiarle tutte ed io ho mal di gola una caramella mi farà bene”. Fatto strano appena scendo dal triciclo che ci riporta a Gudur mi viene un conato di vomito e rigetto un liquido dolciastro, la caramella che avevo ingoiato. Infine trovo una stanza in un alberghetto, vicino ad un tempio dedicato ad Hanuman, il posto è pieno di scimmie che allungano le mani tra le sbarre della finestra.
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Per alcuni giorni non posso alzarmi dal letto, non posso deglutire nemmeno la saliva, dolori lancinanti alla gola che non ho mai provato prima in vita mia, non posso bere, tantomeno mangiare, posso solo respirare a fatica ed ho la febbre, un calvario che dura parecchi giorni, in compagnia delle malefiche scimmie. Poi arrivano gli amici di Tiruvannamalai, che vanno a stare comodamente nell’ashram, nella stessa casetta da me occupata per due notti ed in cui ebbi quel sogno. Io e Felix restiamo all’alberghetto, pian piano mi riprendo, finché un giorno mi dicono che ci sarà un successivo incontro con Lakshmana. L’esperienza sinora vissuta è talmente anomala che decido di andare anch’io, sempre con Felix. Stavolta il darshan è nel cottage di Lakshmana e Saradamma, ci sono solo quattro o cinque persone, ascolto in silenzio quel che vien detto, non mi importa nulla di nulla, non penso a nulla, non giudico, non trovo colpe né pregi in tutto quello che mi è successo e mi succede, resto lì un’oretta a guardare le formiche sul pavimento.
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“So di non sapere” diceva Socrate.

Paolo D'Arpini

Temporaneità e limitatezza dell' "io" nel buddismo cinese

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Esiste forse qualcuno che può dire di essere venuto al mondo per sua precisa volontà? Oppure qualcuno che può decidere di non morire mai? Chi potrebbe mai rispondere affermativamente a queste domande? Ciò può farci capire come il nostro dominio sulle cose è assai limitato, almeno per quanto riguarda l’influenza sulla nostra esistenza personale. Dobbiamo per forza ammettere che la volontà del nostro ‘Io’ è soltanto temporanea ed essa, il più delle volte, deve sottostare ad una Volontà ben più alta. Questa Volontà non è, attenzione, la volontà di Qualcun altro, come potrebbero far credere i dogmi di qualche religione. Molto più realisticamente, Essa è la Volontà di un Potere più alto dell’Io che, però, risiede sempre in noi stessi ed in tutte le cose esistenti. 


Sia l’Io che la Volontà Superiore non sono affatto disgiunti perché, nella nostra persona, l’Io e l’Altro Potere non potrebbero esistere separatamente. Siccome la mente umana ha bisogno di dare un nome a tutto, allora a questo Potere sono stati dati vari nomi: Dio, Natura, Forza Vitale, Spirito Assoluto, Realtà Suprema,ecc. In realtà, quella Volontà Superiore risiede nella nostra mente, anzi "E’" la nostra vera MENTE, nella sua espressione più pura e assoluta. E’ soltanto perché non la comprendiamo, che cadiamo nell’errata convinzione che la nostra mente sia l’Io, e che l’Io possa manovrare le cose a suo piacimento. 

A causa di questa errata convinzione, l’Io si adopera freneticamente proprio per manipolare tutte le cose che lo riguardano. E’ come quel gioco di cui parlavamo l’altro giorno, in cui i bambini si assumono per burla identità fasulle, però credendoci fino alla fine del loro gioco. Grazie a questo ignoto potere, noi utilizziamo le facoltà della mente per crearci un’ identità personale ed in essa identificarci, aderendovi poi completa-mente. 

Se riuscissimo a comprendere una volta per tutte che non è stata la nostra volontà personale a farci nascere, così come non potrà impedire la nostra morte, allora finalmente potremo capire che noi siamo l’incarnazione di una Volontà che non può essere di certo l’attuale "Io".

Tutto ciò è possibile arrivare a comprenderlo per mezzo della meditazione di autoconsapevolezza, in quanto con un’adeguata pratica, potremo arrivare a conoscere la nostra mente e tutti i suoi più profondi recessi. 

La peculiarità e lo scopo della meditazione Ch’an è di far emergere dal profondo quel “Qualcosa”, che non può essere visto quando siamo inconsapevoli e offuscati dal condiziona-mento egoico. Questo “Qualcosa”, conosciuto proprio sviluppando ed applicando la Consapevolezza, altro non è che la nostra vera Identità Reale, Perenne ed Immortale. In questo momento, presente ed eterno, chi è l’Essere che risiede dentro la nostra carne ed il nostro corpo? 

Che cos’è questa “mente”, questo spazio vuoto che si trasforma, si compone e diventa ciò che immagina? Chi sono Io? Chi siete voi, adesso qui davanti ai miei occhi? Tutto ciò ci ricorda la frase Cristiana: -‘Dio creò l’Uomo a Sua immagine e somiglianza…’- Volendo, possiamo anche invertire la frase: - ‘L’Uomo fece Dio a Sua immagine e somiglianza’ … - Il risultato è identico, l’ambivalenza dialettica ci porta fuori ma la sintesi ci mostra l’identicità della proposizione e ci aiuta a capire. Perciò, rimaniamo saldi su questa sintesi e non sulle parole! Come ormai ben sappiamo la mente è un contenitore, ma è anche il Creatore dei suoi stessi contenuti. Basandoci su dei paragoni, nella nostra capacità intuitiva esiste la possibilità di concepire la Mente Assoluta. 

Per esempio, l’Oceano nel suo insieme è composto di miriadi di gocce d’acqua; ogni goccia è della stessa natura dell’intero Oceano; in ciascuna goccia vi è la stessa composizione chimica di tutta l’acqua che, prima o poi, arriverà all’Oceano. Le gocce sono destinate ad esistere ed a sparire; a causa del vento sono trasformate in vapore acqueo e trasportate sotto forma di nuvole fino ad essere di nuovo ricomposte in gocce di pioggia che, cadendo ed ingrossando i fiumi, tornano alla loro naturale origine: l’Oceano.

Similmente è l’esistenza individuale degli esseri viventi. La Mente Assoluta è l’Oceano, totalmente indifferente al destino delle singole gocce, menti individuali composte di Io-pensieri. Questa Mente-Oceano ha il potere di contenere tutto ciò che è, con tutte le esistenze relative. Il Potere di questa Mente Assoluta è di generare e contenere in Sé la totalità delle menti-gocce esistenti ed anche di quelle non ancora esistenti, cioè che si formeranno. Non solo, Essa contiene in Sé anche la materia chimica inerte ed insensibile che è una trasformazione grossolana dell’energia mentale. 

Ad esempio, il cibo non ha un’anima senziente però, entrando nel corpo di un individuo ne alimenta anche lo spirito e la mente.

Questo scenario che si ripete eternamente lascia la Mente Assoluta del tutto indifferente a ciò che accade nel particolare, cioè nelle miriadi di menti relative ed individuali. Questo ripetitivo ciclo di apparizioni e sparizioni delle menti individuali, persiste proprio per il Potere della Mente Assoluta che non può interrompere il meccanismo fintanto che le stesse menti relative non riconoscano la loro Identità Reale. 

In ogni caso, essendovi una mutua compenetrazione tra Assoluto e relativo, non sussiste alcun disturbo tra le due Realtà. Il relativo vive la sua vita con l’individualità misurata nel tempo e nello spazio, confrontandosi con la dualità e l’alterità. Al contrario, l’Assoluto resta totalmente imperturbato dall’attività delle microscopiche menti-Io, le quali si muovono in uno Spazio che non aumenta né perde alcun frammento della sua Totalità.

Questo sarà possibile comprenderlo intuitivamente soltanto quando, grazie alla Meditazione, la nostra mente umana saprà aprirsi alla Saggezza-Prajna che può sondare l’Assoluto. Questa Intuizione Profonda è il solo canale con cui l’Assoluto permette alla mente relativa la conoscenza di Sé, ed è la nostra sola possibilità di liquefarci nella stessa Mente Assoluta, pur restando nella relatività della vita ordinaria. Così un essere umano può aprire la sua mente alla Buddhità pur restando un normale essere pensante. Per questo si dice che non vi è nessuna differenza sostanziale tra i Buddha Illuminati e gli esseri cosiddetti ordinari. Proprio perché l’essere ordinario, quando ha ben compreso e realizzato questo, è immediatamente un Buddha mentre, se ne è ignorante o non lo comprende, allora non sa di esserlo, e ciò lo costringe all’ordinarietà della persona comune.

Aliberth  (al secolo Alberto Mengoni)

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"Spaccato di memorie sull’assurdità delle origini…."





"Spaccato di memorie sull’assurdità delle origini…."

Siccome non so che dire, oltre a raccontare qualche avventuretta  o parlare di qualche amico incontrato per strada, per ampliare il discorso vi racconterò del santo. Il santo ovviamente è Antonio da Padova, mio protettore di famiglia e grande esempio di “uomo di Dio con le palle”. Sì, Antonio protegge la mia famiglia da tempo immemorabile, quella parte di famiglia materna che è originaria dalla bassa padana, da Bagnoli di Sopra.  Il mio secondo nome è Roberto, come mio nonno materno Roberto Tirabosco,   e sia lui che mia nonna Santina  e mia madre Giustina  sono stati devoti del santo.  Durante le mie visite infantili a questo ramo della mia ascendenza padovana, venni spesso condotto nella basilica a pregare ed osservare…. Così sono rimasto affezionato a Sant’Antonio e ben feci poiché proprio per merito suo (nel rispetto umano di non volermi sentire a lui inferiore) ho smesso completamente di bere e di fumare senza sforzo alcuno (se non il vedermi tentato diabolicamente dal vizio e sorriderne…).

E proprio per onorare il santo ho scritto alcuni pensierini, a lui rivolti  ma per interposta persona, indirizzandoli ad una cara amica, Antonella, sua omonima femminile.

“Hai visto Antonella come ci siamo virtualizzati? La nostra è una continua ricerca nel pensiero. Oggi ho capito che nella nostra esistenza “rincorriamo” -cercando di afferrarlo- il presente. C’è una continua corsa, ma è solo apparente, dovuta all’attenzione che poniamo nel particolare, questa attenzione ci da l’illusione di divenire consci del nostro presente, di tutto ciò che ci circonda, essendo in grado di descriverlo ed inserirlo in “memoria”. Il conosciuto così insegue di pari passo lo sconosciuto e l’inconoscibile…. che rimane un concetto astratto, un’ipotesi od una interruzione. Quindi è solo questo “rincorrere” che consente alla nostra attenzione di fermarsi e conoscere. Questo meccanismo della conoscenza empirica si muove su un doppio binario: il presumere, che corrisponde alla proiezione del pensiero, e la conoscenza, che corrisponde alla memoria. Ed è proprio questo processo psicologico funzionale della mente che ci concede di affermare di esser vivi (in un corpo-forma e consapevoli dell’immanente). Altrimenti l’esperienza sarebbe un continuum ininterrotto senza incidenti di percorso né aspettative di raggiungimento, queste sensazioni sono possibili perché c’è appunto l’identificazione con una specifica coscienza individuale, che “osserva”. Tu, che sei la mia stessa mente, ti prego guarda per me, guarda attentamente quanto io non oso osservare e descrivilo...”.

Paolo D’Arpini

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