
“Una volta c’era un famoso suonatore di cetra, chiamato Chao Wen, che sapeva suonare la cetra come nessun altro. Ma un giorno all’improvviso smise completamente di suonare la cetra. Aveva finalmente capito che nel suonare una nota si trascuravano inevitabilmente tutte le altre. Fu solo allora, quando smise di suonare, che riuscì a sentire la completa armonia di tutte le cose. [...] L’unica musica completa è quella dei suoni naturali”. Questo è un passo di un famoso testo taoista, il Chuang Tzu, che mi sembra molto in tema con l’argomento di cui volevo parlare e cioè John Cage, il silenzio e lo zen.
Ma prima di Cage, c’è Anton Webern, che prima di lui, non si preoccupa di saturare lo spazio sonoro, anzi. Tanto per cominciare usa quel procedimento che è stato chiamato puntillista, cioè distribuisce la melodia tra gli strumenti singoli. Quindi l’ascoltatore è esposto alla frammentazione, come se potesse notare più facilmente l’intervallo tra le note, grazie a una diversa strutturazione spaziale. Ma Webern fa di più. Le sue composizioni sembrano aforismi. Sono di breve durata, come se volesse astenersi dal violentare le pause con un’ambientazione di largo respiro.
Ci sono per esempio i Cinque pezzi per quartetto d’archi. Ciò che conta è l’atmosfera. I suoni dei violini, della viola e del violoncello sembrano provenire da una dimensione soprannaturale, silente. Prima che l’ascoltatore possa assuefarsi alla melodia, essa è già terminata.
C’è qualche affinità con la tradizione musicale giapponese di stampo soprattutto zen. Il silenzio, qui, tende a imporsi sul suono, le pause sovrastano gli interventi musicali. Nell’estetica giapponese, per esempio in pittura, è molto determinante lo spazio rispetto alle configurazioni corporee. La dottrina filosofica su cui si basa questo approccio la troviamo nella distinzione buddhista tra il vuoto (ku) e la forma (iro): è il vuoto che garantisce che ogni forma sarà valorizzata e presa in considerazione. Il vuoto rappresenta lo sfondo in cui si stagliano le cose. Il vuoto è la fonte di ogni forma e il luogo di ritorno di ogni forma. Dal vuoto e al vuoto tutto ha origine e fine. E ciò che esiste, esiste – diciamo così – navigando in un oceano infinito di vuoto. Non solo: ogni forma, sostanzialmente, è vuota. Insomma: vuoto nel vuoto.
Ok, ma arriviamo a Cage. Cage apprezzava molto Webern. Queste sono parole sue: “Webern sembra rompere con il passato, o perlomeno ci dà la sensazione di poter rompere con il passato, perché scuote le fondamenta del suono inteso come elemento a sé stante”. Appunto: non c’è il suono a sé stante, il suono che si distingua dal rumore, il suono a cui arrivare con una strategia di scelta, di composizione, di procedimento estetico, ecc. Ecco, tutta l’opera di Cage verte sull’accettazione dei suoni per quello che sono. Non c’è distinzione tra rumore e suono.
L’insegnamento di Webern aveva già come la sonorità tenda a sconfinare nel silenzio, sino a inglobarlo, aveva già intuito il silenzio come luogo originario del suono. Sempre Cage scrive: “Il silenzio non è altro che il cambiamento della mia mente. È un’accettazione dei suoni che esistono piuttosto che un desiderio di scegliere e imporre la propria musica. Da allora questo è sempre stato al centro del mio lavoro. Quando mi dedico a un pezzo musicale, cerco di farlo in un modo grazie al quale esso, essenzialmente, non disturbi il silenzio che già esiste”.
C’è un riscontro tra queste parole di Cage e una scuola buddhista, che si chiama Huayen. Secondo questa scuola, tutte le cose del mondo si compenetrano, senza ostacolarsi. Il termine giapponese che caratterizza tutta la situazione è jijimuge. Solo rendendosi disponibili ai diritti del rumore e del silenzio, ciò può realizzarsi.
Allora cambia la relazione con il suono. Non è più l’essere umano che si sforza di raggiungerlo, bensì è il suono che si rapporta all’essere umano. Il compositore non tenta più di privilegiare certi suoni, ma li lascia essere tutti, permettendo loro di arrivare nella sua mente, cosicché il brano si profili da sé.
Non c’è più scelta, dunque. Non c’è più strategia nella composizione. Si arriva allora a un’articolazione mentale priva di dualità. La razionalità viene meno, ed emerge una sovra-razionalità che abbraccia la vita nella sua pienezza. Il pensiero arretra, non è più il centro dell’attività del comporre. Il non-pensiero ha inglobato in sé il pensiero.
In musica, l’equivalente del non-pensiero è il non-suono. Neanche il non-suono può essere definito: definire il non-suono è ricadere nella filosofia, nel mentale e nelle sue limitazioni; il non-suono può essere solo percepito. Il massimo che se ne può dire è che è vuoto di significato, di intenzionalità. Perché è vuoto di intenzionalità? Perché non ha alcuna ragion d’essere, non ha alcun progetto in sé, non ha un particolare messaggio da comunicarti. Di per sé, anche i suoni non significano nulla. Certo, anche i suoni sono al di là del significato; non stiamo parlando di parole. Il non-suono esalta questa
insignificanza, che è già propria dei suoni. Il compositore alla Cage lascia essere i suoni per quello che sono, senza tentare di organizzarli in strutture. Accettando i suoni nella loro totalità, si arriva all’insonoro. Il non-significato del non-suono ingloba il non significato dei suoni, elevandolo alla massima potenza.
Dice Cage: “Per me il significato essenziale del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione”. Anche l’interesse di Cage per il Libro delle Trasformazioni cinese (I-Ching), rientra in questa linea. I 64 esagrammi dell’opera corrispondono ad altrettante circostanze naturali. Ciascuno rinvia all’altro, in una rete di connessioni ininterrotta. In tutto questo, nel comporre di Cage sulla base dei responsi dell’I ching, viene totalmente a mancare l’intenzione del compositore, le sue eventuali scelte crollano alla base.
Nel Buddhismo zen c’è una fortissima analogia con tutto questo. Rinunciando a scegliere si esce dal gioco del sì/no. Lo zen, potremmo dire in un certo senso, è un tentativo di uscire dalla gabbia del sì e del no – oltreché di uscire dalla prigione della scelta, dal decidere. Anzi: a guardar bene le cose, questi due aspetti sono le due facce della stessa medaglia. E infatti l’interesse di Cage per lo zen si concentrò proprio su questi due punti. Quando lui cominciò a leggere le prime cose che comparivano in lingua inglese sullo zen (essenzialmente gli studi del prof. Suzuki), proprio a questi aspetti era particolarmente sensibile, proprio su questi si focalizzò il suo interesse: l’uscita dal dualismo sì-no e l’uscita dalla scelta (e poi a un altro aspetto a cui accenneremo fra poco). Uscire dalla scelta è smettere di produrre qualcosa di proprio, per lasciare essere la realtà quella che è. Anche la realtà sonora.
Ricorrendo a calcoli matematici complessi o alla consultazione casuale dell’I ching, Cage ne estrae le regole della composizione. È un modo per eludere preferenze e avversioni; Cage infatti scrive – e sembra qui di leggere quasi un testo buddhista: «È molto tempo che sappiamo che le emozioni sono pericolose. Dobbiamo liberarci dalle nostre predilezioni personali, da ciò che ci piace e non ci piace». Il ricorso all’I ching implica proprio l’abbandono della razionalità.
C’è un’esperienza che è veramente determinante nella vita di Cage e che lo introduce a questa visione delle cose e a questo concetto di silenzio. Lui stesso ce la racconta: “All’inizio degli anni Cinquanta, presi la decisione di accettare i suoni che esistono nel mondo. Prima, ero così ingenuo da pensare che esistesse una cosa come il silenzio. Ma quando entrai nella camera anecoica della Harvard University a Cambridge, sentii due suoni. Pensai che ci fosse qualcosa di sbagliato nella stanza, e dissi all’Ingegnere che c’erano due suoni. Mi chiese di descriverli e lo feci: «Bene – disse – quello più acuto è il suo sistema nervoso in funzione e quello più grave la sua circolazione sanguigna». Questo significa che c’è musica, o c’è suono, indipendentemente dalla mia volontà”.
Sappiamo tutti la composizione che fu per Cage l’espressione più pura del silenzio: quel brano che prende il titolo della sua durata, 4’33’’, un brano di assoluto silenzio. Piccola nota: forse non tutti sanno il motivo di questa durata: 4 minuti e 33 secondi fanno in tutto 273 secondi e lo zero assoluto in temperatura è -273°C (=0°K). Si tratta del suo pezzo più importante, lui stesso lo dice. Ci ha lavorato sopra, per quanto strano possa sembrarci, per ben quattro anni. Non solo; dice: “Mi piace pensare che tutta la musica che ho scritto successivamente non abbia mai fondamentalmente interrotto quel pezzo”.
Quindi un pezzo completamente silenzioso, nessuna nota sul pentagramma. Però è comunque un brano per pianoforte. Nei concerti, il pianista volta le pagine dello spartito lasciando presagire un cambiamento di atmosfera. È insomma un brano silenzioso che tenta di mostrare l’inesistenza del silenzio. I colpi di tosse o gli sbadigli degli spettatori, i rumori occasionali nella sala da concerto, qualsiasi movimento del pianista... tutto funge da corredo sonoro. Solo perché sul pentagramma non c’è scritto niente, non vuol dire che regni il silenzio. Metti sul giradischi 4’33’’ e senti il rumore della puntina. Metti il cd e restano i rumori all’interno e all’esterno della stanza. Lo metti nell’i-pod quando cammini per strada e sei esposto ai rumori della strada.
Allora il brano silenzioso svela che non c’è silenzio. Attraverso la ricerca del silenzio si ottiene l’opposto: ogni sonorità ha modo di manifestarsi. Ecco: questo è perfettamente in linea con l’approccio zen. Nello zen si ripete continuamente questo adagio: lasciare essere ciò che è. Lasciare essere ciò che è significa portarsi a una condizione di spontaneità. Ecco il terzo aspetto della filosofia zen che interessava molto a Cage: la spontaneità, che è il contrario – come già dicevamo – della strategia, della tecnica di composizione personalistica, della scelta di mettere una certa nota piuttosto che un’altra, ecc. Soltanto lasciandoli essere, i suoni possono sprigionarsi nelle loro modalità autentiche: “Non esiste il silenzio” vuol dire che esiste il non-suono, che non è né silenzio né suono, ma li ingloba entrambi.
Ogni esecuzione di 4’33’’ lascia essere i suoni nel loro ambiente, nel qui e ora, rispettando il principio del jijimuge. Per la prima volta, il compositore non incanala l’ascoltatore in una direzione prestabilita. C’è l’esperienza dell’assimilazione della realtà fisica. Cage stesso dice, parlando di questo brano: “L’ho concepito come un modo particolarmente immediato per ascoltare quanto c’è da ascoltare”. Si esce insomma dalla mentalità duale, secondo la quale esistono il suono o il silenzio. Addirittura, vengono superate anche le limitazioni intellettualistiche delle composizioni di Cage basate sull’I-Ching.
Con questo brano Cage indica che la distinzione tra suonare e non-suonare è priva di senso. E anche l’alternativa bello/brutto viene trascesa. Gli opposti cadono. L’insistenza sul silenzio sembra rivelare una nuova sensibilità e una nuova estetica. Un’estetica molto zen. C’è, nella pratica meditativa buddhista, un esercizio che mi sembra molto vicino a questa visione. È un esercizio dedicato alla consapevolezza auditiva: ci si espone ai rumori che arrivano all’orecchio e li si ascolta con totale e immersa attenzione, cercando di coglierne tutti gli aspetti, fino a penetrarli il più possibile. È un esercizio in cui non c’è più nessuna ricerca, nessuna richiesta, nessuna intenzionalità; è l’esatto contrario: è un essere esposti, un aprirsi, un riceve. Succede qualcosa di particolare: crolla la distinzione piacevole/spiacevole, bello/brutto. Appunto: crolla il dualismo.
Anche il rumore considerato (mentalmente) il più orripilante (il rumore di un motore, di un martello pneumatico o quello che sia), diventa un vastissimo universo da indagare che rivela il suo incommen-surabile fondo, il suo splendore. Nell’esposizione al ciò che è, a ciò che porta il qui e ora, in uno stato di attenzione pura e centrata, tutto diventa assoluto, totale, tutto si fa nirvana. Anche su questo forse Cage poteva essere d’accordo.
Allora, a questo punto: caos e indeterminazione, certo. Indeterminazione: non determinazione. Determinazione da cosa? Dall’io, dalla volontà. Non c’è più qualcuno che determina. È questo il lasciare essere ciò che è, il darsi al qui e ora. È l’abbandono dell’ego di cui parla tanto zen. E poi caos. Perché? Cos’è il contrario di caos? Cosmos.
Caos-Cosmos. Cosmos è ordine. Ma ordine di chi, secondo chi? Di qualcuno che dica: questo è ordinato, questo no; oppure: faccio dell’ordine là dove c’è caos. Ma è sempre allora un ordine fatto, scelto, voluto, costruito; oppure preferito a qualcos’altro che (giudizio dell’io) si ritiene non ordine. Lasciare invece ciò che è, è lasciare il caos, farlo essere. Non caos come confusione, ma come mancanza di regola. La regola è ciò che dice il mentale, il caos è ciò che dice il naturale.
Gianfranco Bertagnihttp://www.gianfrancobertagni.it/cage.pdf
"Noi non vogliamo essere gli ottusi sostenitori di regimi la cui
esistenza è inevitabilmente legata alla storia. Ma non possiamo non
riconoscere e ammirare lo spirito aristocratico, guerriero ed eroico
che animò Uomini e movimenti che rivendicarono l’affermazione di un
Ordine Europeo, contro la sovversione dell’americanismo e del
bolscevismo.
Nell’Europa agonizzante del maggio del ’45, nel fumo e nelle macerie
di una Berlino rasa al suolo, si suggellava, col sangue e con il
sacrificio dei volontari francesi della 33 Divisione SS Charlemagne,
l’invincibile, eterno mito d’Europa.
Pubblicando questo articolo, tratto dal “Nexus – new times”
Ottobre-Novembre 2015, n. 118, vol. 5, che dà anche una chiave
“esoterica” del sacrificio dei trecento difensori di Berlino, vogliamo
rendere onore a chi tenne alti e testimoniò gli immutabili Valori
della Civiltà." (Azione Tradizionale)
I 300 difensori di Berlino
La tragica vicenda dei volontari francesi della 33esima Divisione SS
Charlemagne chiamati a difendere la capitale tedesca, che dopo una
strenua resistenza contro un numero di sovietici immensamente
superiore e il sacrificio di quasi tutti i loro effettivi, verranno
poi giustiziati per ordine dei Generale francese Leclerc.
Parte “palese”…
Quando si parla di 300 uomini che difesero fino all’estremo sacrificio
un lembo di terra e/o un ideale contro 2,6 milioni di nemici, il
pensiero corre subito a Leonida e ai suoi 300 spartani alle Termopili.
Pochi sanno che l’analogia di 300 uomini nella storia si è ripetuta
più volte, l’ultima accaduta circa 70 anni fa.
Gli ultimi difensori del III Reich tedesco a Berlino non furono
tedeschi, ma volontari francesi della 33esima Divisione SS Charlemagne
affiancati da altri volontari, per lo più danesi, della Divisione SS
Nordland.
L’arruolamento della Charlemagne iniziò il 25 agosto del 1941 in una
caserma presso Versailles. La divisa si distingue da quella delle
altre SS per lo scudetto tricolore francese sulla manica sinistra
della giacca militare.
Dopo lo sfondamento delle alture di Seelow a circa 80 km da Berlino –
oggi sul confine polacco – milioni di militari sovietici iniziarono
l’accerchiamento della città. L’esito del conflitto era segnato, nel
loro cuore questi ragazzi avevano già accettato la sconfitta militare,
eppure non si arresero, anche se avrebbero potuto ripiegare verso
Ovest e al limite cercare di difendere da quelle zone, visto che in
principio si trovavano fuori dall’accerchiamento della capitale.
La mattina del 24 aprile 1945 arrivò un telegramma dalla Cancelleria
di Berlino, direttamente da Hitler, con l’ordine per i volontari
francesi di formare un battaglione d’assalto, entrare dentro la sacca
di Berlino ormai accerchiata e difendere la capitale.
Vengono scelti i migliori granatieri, sono in 400: è la mattina del 24
aprile 1945, 8 grossi camion si mettono in marcia. Soltanto quattro
ore prima Hitler festeggiava il suo 56esimo compleanno e alla radio
annunciava: “Se nei giorni e nelle settimane prossime ogni soldato del
Fronte Est compirà il suo dovere, l’ultimo assalto delle orde
asiatiche fallirà … Berlino resterà tedesca, Vienna e l`Europa non
saranno mai russe …”.
La colonna di 8 camion con i 400 volontari deve percorrere strade
ormai inesistenti, ponti saltati, percorsi alternativi in una capitale
ormai irriconoscibile e sotto il continuo bombardamento dell’aviazione
e dell`artiglieria russa. È in questo momento che accade un fatto
apparentemente non importante, ma come vedremo in seguito fondamentale
per la storia palese, e forse anche per quella nascosta.
Due camion si perdono e sono costretti a tornare indietro: gli ultimi
volontari francesi della 33esima Divisione SS rimangono in 300 … La
zona assegnata loro è la parte Sud-Est di Berlino, gli ordini sono di
ricongiungersi con ciò che resta della Divisione Nordland, ma i 300
francesi restano autonomi, l’altra Divisione li sorreggerà solo nei
fianchi, finché le sarà possibile.
I combattimenti sono violentissimi, le forze sovietiche sono
infinitamente superiori eppure, con una violenza inaudita, i 300
volontari non solo respingono ogni sortita offensiva russa, ma
addirittura passano al contrattacco, furioso al punto da costringere i
Russi a ritirarsi di centinaia di metri. Il comando sovietico crede
che in quella zona non ci sia solo un gruppo di uomini, ma un’intera
Divisione di SS. Nonostante questo, il comando decide di farli
ritirare per riorganizzare la resistenza, temendo che possano rimanere
troppo dentro la sacca russa, e quindi poi accerchiati (anche se i
russi avevano già chiuso l’accerchiamento sulla capitale): ma i
combattimenti nei quartieri continuavano violentemente.
Era da molto che i berlinesi non vedevano soldati andare in battaglia
cantando, quindi escono dalle cantine e offrono ristoro ai volontari,
in definitiva gli ultimi difensori di Berlino. Un ufficiale dirà: “I
berlinesi dovranno ricordarsi di noi!”
Nuovo ordine: quel che resta del battaglione d’assalto della Divisione
deve difendere gli ultimi edifici intorno alla Cancelleria e quindi la
Cancelleria stessa, nonché il bunker di Hitler e cioè l’ultimo
chilometro quadrato di quello che restava del III Reich.
Non dormono da giorni, mangiano quello che riescono a trovare,
sembrano spettri dentro uno scenario da inferno dantesco, il senso
della realtà si sbriciola nelle loro menti ma non nei loro cuori: non
esiste più passato né futuro, ma solo un interminabile presente,
eppure resistono …
Le munizioni iniziano a scarseggiare: il 30 aprile apprendono del
suicidio di Hitler, ma non si arrendono, non sono li per difendere
Hitler, ma un chilometro quadrato ideale di lembo di terra, anzi di
macerie. La Cancelleria è solo a 800 metri, ma non mollano; gli altri
combattenti che difendevano Berlino si arrendono tutti, loro no – i
volontari sanno che se cadono loro cadrà anche Berlino – sono gli
ultimi difensori, l’ultimo reparto appunto.
I sovietici scatenano l’artiglieria, l’aviazione, lanciano decine di
carri, la lotta, se fino ad allora sembrava impossibile, ora diventa
assurda, le perdite ormai sono insostenibili: dei 300 iniziali, non
restano che 3 ufficiali, 4 sottufficiali e una ventina di soldati. In
6 giorni il battaglione ha perso più del 90% dei suoi effettivi,
eppure resistono, con gli ultimi Panzerfaust distruggono decine di
carri sovietici, al punto che ì soldati russi vengono costretti sotto
la minaccia delle armi a salire sui carri armati e dirigersi verso lo
scontro, anche se è una missione suicida.
L’immane potenza nemica alla fine ha la meglio sugli ultimi difensori
di Berlino, che cadono sul posto, ma un gruppo non si arrende, e
tramite i sotterranei della Metropolitana riesce a sfuggire alla
cattura da parte russa. Dodici di loro però non avranno fortuna perché
presi dagli Americani, dopo essere riusciti, incredibile ma vero, ad
uscire dall’accerchiamento russo, vengono consegnati ai francesi di De
Gaulle, che senza processo li giustizieranno sul posto. Probabilmente
irritati da un fatto: i francesi di De Gaulle indossavano divise
americane ma con simboli francesi, e quando il Generale Leclerc chiese
ai 12 della Charlemagne catturati perché indossassero la divisa delle
Waffen SS, questi risposero: “E voi perché indossate quelle
americane?”[2].
Qualcuno dei reduci di Berlino però si salvò: alcuni si fecero, dopo
la guerra, vent’anni di carcere e di lavori forzati, mentre un altro
riuscì a raggiungere la Spagna, e poi il Sud America.
Parte “nascosta”…
I fatti, molto concisi, sono quelli sopra narrati. Quello che mi
interessava sottolineare invece era la coincidenza (?) di 300 uomini
che – come gli spartani – si battono fino alla morte, infliggendo
perdite enormi ad un nemico che anzi, nello specifico, è identico ai
2,6 milioni di Persiani secondo Erodoto alle Termopili contro Sparta,
ovvero i 2,6 milioni di sovietici a Berlino nel 1945.
Potrebbe sembrare una coincidenza, appunto, ma approfondendo scopro
che questo numero di 300 uomini ricorre più e più volte nella storia
dell’umanità e spesso in situazioni molto simili.
Per rendere l’idea sarà meglio elencare i contesti in cui si parla
sempre di 300 uomini:
• i 300 Spartani alle Termopili;
• i 300 volontari francesi a Berlino;
• nelle tavole sumere di Zacaria Sitchin leggiamo che gli dèi Anunnaki
erano in numero di 300;
• nella Bibbia, in Giudici 7 leggiamo che Gedeone forma un contingente
di 300 uomini che anche qui combattono contro un nemico di molto
superiore: “… Allora il Signore disse a Gedeone – con questi 300
uomini io vi salverò …”
• tutti, almeno noi italiani, ricordiamo la poesia La spigolatrice di
Sapri, in cui si parla di un contingente di 300 uomini che finisce per
scontrarsi con forze di molto superiori e vengono annientati: “… Erano
300, erano giovani e forti, e sono morti…”;
• da secoli si parla, e si denuncia, di un governo che dirige
occultamente l’Umanità, del quale nessuno conosce i componenti né il
loro numero, eppure Walter Rathenau, proiettando una certa luce
sinistra, nel Wiener Freie Presse del 24 dicembre 1912 dichiarò:
“Trecento uomini, conosciuti soltanto da loro stessi, governano il
destino del Continente europeo. Essi eleggono i loro successori …”
• la Falange greca era composta da 300 uomini;
• Romolo, riprendendo proprio dalla falange greca, forma la Legione
romana con 3.000 fanti e 300 cavalieri, poi cambiata, ma con la
riforma manipolare descritta da Livio e Polibio, la cavalleria romana
torna a disporsi di 300 cavalieri per Legione;
• anche per Tito Livio si avevano Legioni composte da 5.000 fanti, ma
sempre 300 cavalieri;
• i Cavalieri Templari nelle crociate in Terra Santa attaccavano
sempre in gruppi di 300 cavalieri.
L’unica risposta al momento possibile possiamo trovarla nelle
disquisizioni esoteriche: cosa significa il numero 300? Non è un caso
che nella stessa Bibbia lo ritroviamo più volte.
Nell’alfabeto greco, la lettera Tau era il segno che indicava il
numero 300. Ogni volta che nella Bibbia ci si imbatte in questo numero
è sinonimo di salvezza o di vittoria.
Un esempio. Dio disse a Noè: “Fatti un’Arca di legno di cipresso. Ecco
come devi farla: l’Arca avrà trecento cubiti di lunghezza (…)” (Genesi
6.14-15). Ma ci sono anche altri riferimenti.
Per esempio nel passo dove si parla del profumo di Maddalena: “Ci
furono alcuni che si sdegnarono fra loro (…) perché tutto questo
spreco di olio profumato? Si poteva benissimo venderlo quest’olio a
più di 300 dinari e darlo ai poveri”. L’estensione dell`allegoria del
Tau (300) in questo episodio evangelico è molto interessante, perché
presuppone nota l’equivalenza contenuta che è: 300=Tau=Passione (o
300=Tau=Croce=Salvezza).
Nel III secolo parecchi talmudisti furono consultati da Origene a
proposito dell’interpretazione del Tau di Ezechiele (9,4). Secondo
alcuni, il Tau significa fine, conclusione, compimento dell’intera
Parola rivelata. Per altri invece, prima lettera della parola Torah,
significava la somma delle leggi che portavano alla salvezza.
Nella Cabala ebraica quindi 300 è il valore numerico corrispondente
alla lettera Tau. Tau=300 appunto, inteso come vettore energetico,
cioè la legge di natura che è conforme allo “Spirito di Dio o degli
dèi”, e quindi alla sua essenza energetica …
In sostanza 300 = RAUCH ELOHIM, “spirito di Dio” o meglio degli dèi, e
quindi più vicino alla vibrazione cosmica elettromagnetica che
influenza il nostro DNA. Si tratta di una forza che crea l`essenza
stessa di Dio e comunque di creature superiori.
In definitiva stiamo parlando dell’ordine divino naturale, la sua
vibrazione cosmica essenziale, e il modo con cui queste forze
organizzano l’invisibile fino al visibile (la materia). Quindi TAU o
300 è il Sigillo degli dèi, e quindi la Legge che promette
l’immortalità … il Tau (300), come simbolo di vita futura.
Sarà forse a causa di tutto questo che si ritrovano sempre, per vari
motivi, per caso ma sarebbe meglio chiamarlo Fato, riferimenti al
numero 300, e quindi anche se in modo inconsapevole, deve leggersi
cosi anche il canto che i giovani Volontari francesi intonavano,
andando a morte certa? “Ovunque siamo andiamo sempre avanti e il
diavolo ride con noi, ah ah ah ah ah …”[3]
Forse proprio perché percepivano inconsciamente delle presenze
superiori, che li spingevano e sostenevano sino al sacrificio finale,
promettendo loro una sorta di ricordo immortale?
In conclusione, se tutto questo vogliamo definirlo coincidenza, o caso
che dir si voglia, allora deve necessariamente valere il detto che “Il
caso è la via che gli dèi usano quando vogliono rimanere anonimi” …
di Luigi Baratiri [1]
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[1] Nato a Giulianova Abruzzo, passa l’infanzia e l’adolescenza a
Tripoli (Libia) dove impara l’arabo. Dal 1990 al 1998 collabora con il
governo libico e con ambienti iniziatici mediorientali, ma soprattutto
con il SISMI e come agente provocatore svolge diverse operazioni. Dal
1999 vive a Berlino dove continua i suoi studi esoterici. Ha
collaborato con Marco Zagni soprattutto per la stesura del suo primo
libro in uscita dal titolo L’intelligence degli Dei.
[2] L’autore si riferisce al celebre episodio dell’incontro tra la 2°
Divisione corazzata francese comandata dal generale Leclerc ed i
dodici (altro numero casuale?) membri della Divisione Charlemagne che
si erano arresi alle truppe americane, finendo internati insieme a dei
soldati tedeschi nella caserma degli Alpenjäger presso la località
termale di Bad Reichenhall. I prigionieri francesi, venuti a
conoscenza dell’arrivo della divisione di Leclerc il 6 maggio 1945,
avevano tentato la fuga ma erano stati scoperti ed accerchiati. A
seguito della coraggiosa risposta all’insolente domanda del generale
francese, i dodici volontari della Charlemagne furono fucilati senza
processo l’8 maggio 1945 a Karlstein, in una radura chiamata
Kugelbach. Tutti chiesero la fucilazione frontale al petto senza benda
sugli occhi e caddero gridando “Vive la France!”. I loro corpi,
recuperati il 2 giugno 1949, furono traslati nel cimitero comunale di
Bad Reichenhall, dove si trovano tuttora. Sulla loro tomba, ornata da
due rami di betulla incrociati, tre lapidi ne tengono viva la memoria
(N.d.C.).
[3] L’autore si riferisce al celebre “Chante du Diable”, “Il canto del
diavolo”, versione francese adottata dalla Divisione Charlemagne della
canzone delle Waffen SS tedesche “SS marschiert in Feindesland” (“La
SS marcia in terre nemiche”), che fu tradotta, modificata ed adottata
da diverse divisioni di volontari stranieri incorporate appunto nelle
Waffen SS: oltre alla versione francese, si conoscono ad esempio una
versione norvegese, una estone ed una lituana. Dopo la Guerra, la
canzone, adeguatamente modificata, fu adottata dalla Legione Straniera
francese ed è ancora cantata, con ulteriori modifiche, col titolo “La
Legion marche vers le front”. E’ conosciuta anche una versione cantata
dalla Brigata di Fanteria dei Paracadutisti dell’esercito brasiliano.
Da notare un piccolo errore che, ovviamente, non cambia comunque il
senso della citazione nell’articolo: l’autore riporta infatti la
traduzione della versione tedesca originale del ritornello della
canzone, e cioè “Wo wir sind da geht’s immer vorwärts / Und der Teufel
der lacht nur dazu! Ha, ha, ha, ha, ha!”, che si traduce appunto
“Ovunque siamo andiamo sempre avanti e il diavolo ride con noi, ah ah
ah ah ah!”, mentre la versione francese non contempla questo verso; in
essa, nel ritornello si dice invece: “Là où nous passons que tout
tremble / Et le diable y rit avec nous ! / Ha, ha, ha, ha, ha!”, cioè
“Dovunque passiamo tutto trema, e il diavolo ride con noi, ah ah ah ah
ah …”. Secondo la versione più nota della canzone, nei ritornelli
successivi il primo verso muterebbe poi in “Là où nous passons, les
chars brûlent (“Dovunque passiamo i carri armati bruciano”) e in “Là
où nous passons tout s’écroule”(“Dovunque passiamo ogni cosa va in
rovina (crolla, ecc.)” (N.d.C.).
Fonte:
http://www.azionetradizionale.com/2015/10/23/i-300-difensori-di-berlino/
...Ognuno di noi incarnati ha il suo percorso e anche se non seguiamo
le parole del maestro esso è consapevole che la vittoria sarà sempre
sua . Maestro dentro , maestro fuori . Colui che osserva in noi è
legato alle apparenti esperienze del io identificato nel corpo e nella
mente . Colui che osserva non siamo comunque noi . Lo spettatore sorge
con il corpo e con esso si identifica , poi facendo una pratica o uno
yoga qualsiasi prende coscienza di se stesso . Già a questo punto il
mondo comincia ad essere meno diviso da lui ma ancora l'illusione del
dentro e fuori , bene e male e degli opposti ancora è forte .
Continuando con un mantra o qualsiasi altro atto di impeccabile e
spietata presenza la linea che ci divide dall'universo apparentemente
diviso sfuma . Tutte le linee che dividono forme e nomi sfumano e
tutto torna ad essere uno . Avere la fortuna di essere stato una
persona semplice con desideri e paure ordinarie ed il fatto di avere
un guru nel quale avevo fede mi hanno permesso col tempo e la pratica
di far crollare le illusioni di separazione tra me ed il guru
dissipare paure e desideri ed essere semplicemente me stesso : la
sorgente immutabile da cui tutto affiora . Chiamalo dio , vuoto
quantico o come preferisci . Il corpo continua a muoversi , la mente
specchia , tutto è come prima eccetto un infinito amore cosciente che
provo per ogni parte di me infinito . Non esiste illuminazione esisto
"io" e non sono diviso da nulla tantomeno da te , e tutto vive l'unico
stato possibile fatto di essereconsapevolezzabeatitudine . In tutta la
letteratura che mi è capitata ho amato profondamente un signore che
arrotolava bidi ( sigarette indiane ) a bombei , si chiamava
nisargadatta maharaji insegnava uno yoga semplice che consiste nel
chiedersi : chi sono io ? A chi sta accadendo questa esperienza ?
Questo lo scrivo ora ispirato dalla sua spontaneità , non è una parte
dei suoi discorsi ma tolte le contraddizione interne al pensiero steso
si avvicina ad un insegnamento : B: faresti una lista di dieci
consigli per indirizzare le persone alla realizzazione ? S: si , ma
per fare ciò dovrò fare finta che esiste un mondo separato da me dove
esistono persone e consigli , dove esiste qualcosa chiamato
realizzazione . 1: domandarsi " chi sono io " 2: osservare ogni cosa
come passeggera 3: amare ogni cosa 4: limitare la sofferenza delle
cose vive e non . 5: essere vigili e attenti in tutti gli stati della
coscienza 6: cercare e trovare ciò che non esiste 7: essere ciò che
esiste 8: smettere di descrivere il mondo 9 : respirare 10 :
alimentare il corpo in maniera cosciente . 11: non ascoltare questi
consigli .trascendi tutto . Comunque ti ripeto che il mondo che vedi
fatto di bene e male è solo una tua proiezione , amore è solo ciò che
un identificato concepisce come contrario di odio . Tolto l'
identificato cessa di esistere un mondo di polarità . Le esperienze e
il movimento sorgono con l'osservatore e in esso cessano . Come può il
tutto fare esperienza, può solo esserla. Così i consigli ad un'azione
poco contano , possono avvicinare al salto nel assoluto ma solo tu
puoi tuffarti . B: Allora esiste secondo te il libero arbitrio ? S:
Negli esseri esiste la volontà ma in realtà è solo quella della
coscienza totale che prende apparentemente una forma divisa in noi . B
: tutto è uno ? S: È la cosa più scontata , ma l'illusione delle cose
divise , di un mondo fuori e uno dentro è forte e per eliminarla va
osservata B: chi è che la osserva e la elimina ? S: come il resto :
avviene da se , spontaneamente . Solo l identificato lo vede nello
spazio e nel tempo . B: chi è il non identificato ? S: nessuno . È
tutte le potenzialità e tutto il manifesto , sono io . B: a volte dici
di abbandonare la mente altre di rafforzarla , sembra contraddittorio
. S : sembra . Come tutto . Per abbandonare la mente deve essere calma
e per essere calma deve essere attenta . Ma d'altronde sono tutte
parole . La è in te , comprendi di esserla ...
Felix D'Arpini