Il destino non si sceglie... accade!



Quando scegli, rovini tutto, perché la tua scelta è, dopo tutto, la tua scelta. Come puoi scegliere il tuo destino? Puoi solo lasciare che accada, non puoi sceglierlo.

Se scegli, commetti un grande errore e non potrai che scegliere male. Stai commettendo un errore, quindi sei costretto a fare la scelta sbagliata! E allora molti sforzi andranno sprecati e continuerai a razionalizzare: “Come mai faccio così tanto e non accade nulla? Se non accade, ci devono essere delle ragioni! I miei karma passati stanno creando una barriera!” . Oppure: “Devo impegnarmi di più”. Oppure: “Ho bisogno di molto più tempo”. Oppure: “Ho iniziato tardi, ma nella prossima vita inizierò presto”.

Un aneddoto su Mulla Nasrudin…

Mulla Nasrudin aveva comprato un asino. Il proprietario gli aveva detto di dargli una certa quantità di cibo ogni giorno. Mulla aveva pensato che fosse troppo, quindi aveva detto: “Un po’ alla volta ridurrò il cibo dell’asino e lo abituerò a una razione più piccola”. E così fece.

A poco a poco, ogni giorno, il cibo era sempre meno, la razione ridotta. Infine, la razione diventò quasi nulla e l’asino cadde e morì.

Mullah disse: “Che peccato. Se avessi avuto un po’ di tempo in più, se l’asino non fosse morto, lo avrei abituato a stare digiuno. L’esperimento era quasi riuscito, è un peccato che l’asino sia morto”.

L’uomo continua a razionalizzare. Le razionalizzazioni non aiutano. Non cercare di scegliere. Piuttosto, lascia che accada! Ascolta il tuo swabhav, la tua natura, il tuo tao; senti le tue possibilità intrinseche. Sii sensibile, medita e non cercare di scegliere. A poco a poco, ti sposterai verso una direzione particolare. E quel movimento scaturirà da te, non sarà uno sforzo scelto. Ti succederà, crescerà dentro di te e comincerai a muoverti in una direzione.

E un giorno saprai se la bhakti fa per te. O se lo yoga fa per te. La direzione che ti accade naturalmente è quella che fa per te. La direzione che deve essere scelta e forzata non fa per te. Una direzione scelta sarà sempre ardua, difficile e alla fine futile. Una direzione non scelta, una direzione che ti è accaduta, sarà facile, naturale: sahaj.

Osho


Fonte: The Ultimate Alchemy



 

Essere Ramdass...

 



Nato nel 1931 Richard Alpert, meglio noto come Ram Dass, racconta in dettaglio, con la schiettezza disarmante e l’irresistibile umorismo che lo hanno sempre distinto, le esperienze da lui vissute mentre il mondo occidentale muoveva i primi passi con le sostanze psichedeliche e andava incontro all’Oriente alla ricerca di una spiritualità più viva e profonda.

Psicologo ad Harvard, nel 1967 Ram Dass si reca infatti in India dove, dopo mille vicissitudini, incontra il suo maestro Neem Karoli Baba.

Sotto la sua guida viene introdotto alla medita- zione e allo yoga e, soprattutto, alla visione oltre i propri condizionamenti e schemi mentali. Il dirompente cambiamento da lui vissuto ha provocato di riflesso un grosso impatto sulle trasformazioni culturali e spirituali della sua generazione.

Forse nessuno più di Ram Dass ha alimentato in Occidente l’amore e l’ardore per la ricerca spirituale.

Se hai mai fatto tua la frase “essere qui, adesso”, se hai praticato meditazione o yoga, provato sostanze psichedeliche, aiutato qualcuno in casa di cura, carcere o rifugio per senzatetto, se sei mai andato alla ricerca della verità spingendoti oltre le credenze sociali, rompendo schemi, osando e arrivando fino ai confini della percezione umana, allora la storia di Ram Dass è anche la tua.

Essere Ram Dass è un viaggio dalla mente al cuore, dall’ego all’anima.

 Fiorigialli.it  - info@fiorigialli.it
 
Neem Karoli Baba


Ram Dass (Richard Alpert-Roston, 6 aprile 1931) è uno psicologo statunutense. Dal 1958 al 1963 è stato ricercatore presso l’Università di Harvard, e in questo periodo ha condotto intense ricerche sulle sostanze psichedeliche con i colleghi Ralph Metzner, Aldous Huxley e il poeta Alien Ginsberg. Nel 1967 si trasferì in India, dove ricevette da Maharaji-ji, il suo guru, lo pseudonimo di Ram Dass, ossia “servo di Dio”. Durante il suo percorso ha istituito la Love Serve Remember Foundation e co-creato La Seva Foundation; il Rying Project e il Prison Ashram Project. È autore di classici internazionali sulla spiritualità. Netflix gli ha da poco dedicato un documentario sulla sua vita.

Rameshwar Das è uno scrittore e fotografo che ha conosciuto Ram Dass nel 1967. Insieme hanno collaborato a numerosi progetti, di cui il più recente è Be Love Now.

Il salto del Merlo...




“Se volete impegnarvi in battaglia, fingete di essere disordinati”  Sun Tzu (1).


Si sta ripetendo. Quelli della mia generazione avevano visto Martin Luther King e Nelson Mandela, ma la maggioranza non aveva incarnato che significava essere estromessi, essere considerati secondari, essere perseguitati, essere uccisi. La questione era etico-politico-ideologica, non empatico-sentimentale.

Ciò che sta accadendo ora, qui da noi in casa, ci spiega la differenza tra le due conoscenze e ci fa sentire nel corpo ciò che prima era un fatto intellettuale.

Naturalmente, per il momento, la censura che si sta verificando qui non è che una pallida ombra di quanto hanno dovuto subire i negri americani e sudafricani.


Ciò che sta accadendo qui ha qualcosa che assomiglia ad una vera lotta, forse più vera di quella sanguigna, in quanto più sottile e profonda. La capacità di attendere restando lucidi sarà forse una dote più importante di quella dei cannoni.


Le forze d’accerchiamento del regime sono avviluppanti. La quantità di armamenti d’ordine vario è dalla loro. Posseggono il reggimento più numeroso possibile, il popolo. Dispongono della sua inerzia, una qualità flaccida, difficile da spostare, eccellente nell’assorbire, elementare da farcire di pensieri e idee. Hanno le armi a ripetizione martellante migliori e in quantità soverchiante. Hanno alleanze con potentati più forti degli stati.

Dunque, oltre alle menti, anche le braccia, cioè la tv, la stampa, gli influenti, big tech.


La partita appare persa. Come dovevano sentirsi quei negri se non pieni di voglia di sottrarsi a tanta mortificazione? Come si sentono tutti gli uomini quando un bruto li mette all’angolo?


Ma la disperazione non è permessa. Avvicinerebbe la resa. È necessario resistere alla piega che ha preso il mondo. Una paziente attesa si impone affinché le risorse non vadano sprecate in vittimismo e TNT.


Il poco web che resta è una specie di vena d’oro, che si mostra soltanto a chi sa di aver concorso a trovarla, a darle forma. Tuttavia, è infiltrata di impurità. La mitragliatrice denigratoria spara inquinanti senza sosta su chi si pone domande e chiede risposte. E, siccome si può essere certi che chi dispone della forza la userà, le raffiche intorbidatrici non cesseranno di risuonare. Noi “i miserabili del web” (2) da ordinari individui, siamo divenuti di ordinaria eliminazione.


Possiamo essere certi, infatti, che gli apparati istituzional-privatizzati hanno investito e investiranno affinché manciate di gramigna vengano sparse tra e su noi, corpo ideale della nostra vena aurea. Un atto dovuto, affinché chiunque – per qualche dubbio sovvenuto o menzogna scoperta dell’ufficiale narrazione – sceso dal divano da dove si scorpacciava di Giannini, di Gruber, di Severgnigni, di Parenzo, di Mentana, di “vero giornalismo”, di “vera scienza”, di “vera democrazia”, non possa che restare disorientato.

Ma affinché anche quelli senza divano e senza tv si trovino di fronte al grande portale della realtà unica, sul cui timpano, a chiare lettere, leggeranno ancora il solo ritornello di quest’epoca malvagia: “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” (3) fino a dubitare di se stessi, fino ad accettare le pillole di bromurica libertà a punti. Un’altra loro arma di controllo di menti e di corpi.


Tutti abbiamo fatto l’esperienza che, operando sul piano razionale, si può anche arrivare ad ottenere un consenso da qualche fan della narrazione governativa della realtà, covidica, bellica o post-umanistica. Ma è un piano che non genera nelle persone una autentica capacità critica. Affinché ciò accada è necessaria una ricreazione personale, una motivazione profonda, un senso di sopruso subito, un interesse individuale. Se non scatta la scintilla, avremo ancora le medesime persone sotto incantesimo. Ci vuole un’emozione. Solo ponte su cui transitano i cambiamenti, le informazioni, le prese di coscienza. Pubblicitari, giornalisti, governativi e potentati lo sanno. Sanno come usare un’arma relazionale, come oltrepassare la barriera orwelliana così, apparentemente, insuperabile.

Solo con l’opportuna emozione ci si mette in moto. Diversamente, si capisce soltanto. L’intelletto non è il corpo. La comprensione cognitiva non è la ricreazione.

Tentare il proselitismo non serve. Esso si fonda sulla dimensione razionale, la più superficiale intelligenza tra quelle umane. E anche la più sopravvalutata e accreditata.


Senza ricreazione, l’amebica massa resta flaccida e senza mezzi per mutare se stessa. Mantiene le doti per fagocitare ogni corpo che le viene gettato addosso. È il suo cibo, della realtà divora tutto. Siano azioni incostituzionali, straccio dei diritti, imposizioni all’antrace, armi per ottenere la pace, eccetera.

Il menù che è in grado di digerire comporta un sussulto per ogni milite ignoto, per ogni Martin Luther King e Nelson Mandela, di qualunque colore essi siano esistiti. Comporta il Nobel sfregio della Pace a Barack Obama.


Non scomponiamoci dunque. La modalità dell’ascolto si impone, quella dell’affermazione è da tenere a bada. Sotto il ponte della sfibrante attesa passerà il momento utile per provocare emozione. Solo così quelli sul divano, tanto più alto da terra, quanto più fisso alla tv, troveranno il modo, da soli, di saltar giù, senza rischiare di rompersi l’osso della biografia. Perché è così che va quando ci si ricrea.


“Coloro che conoscono le condizioni del nemico sono certi di sottometterlo”

Sun Tzu (4).


Lorenzo Merlo 




Note

  1. Suz Tzu, Sun Pin, L’arte della guerra, Vicenza, Neri Pozza, 1999, p. 295.

  2. https://www.iltempo.it/esteri/2022/03/16/news/massimo-giannini-disinformazione-guerra-russia-ucraina-orrore-nascondere-miserabili-web-accuse-otto-e-mezzo-30859176/

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/guerra-di-bombe-e-di-propaganda-otto-e-mezzo-puntata-del-1632022-16-03-2022-429219

  1. Orwell George, 1984, Milano, Mondadori, 1973, p. 39.

  2. Sun Tzu, L’arte della guerra, Milano, Bur, 1997, p. 102.

Risveglio spirituale e celebrazione del Guru Purnima

 


“Due volte nato” si dice di chi rinasce allo Spirito, ovvero chi riceve la grazia del Guru, attraverso la quale viene risvegliato alla propria vera natura. Il Guru è la voce della Coscienza che ci indica la strada per il ritorno a ciò che siamo sempre stati e sempre saremo, ma che -per effetto di una distrazione- abbiamo dimenticato di essere.

Con ciò si intende che la ricerca spirituale deve essere indirizzata unicamente all’auto-conoscenza. Per conoscere se stessi -come diceva lo stesso Ramana Maharshi- non c’è bisogno di alcuna istruzione o azione, “il Guru può indicare la strada ma non può darti quello che già sei”.

Ma c’è da dire che per le tendenze inveterate a rivolgersi verso l’esterno non siamo in grado di affondare e ricongiungerci nel Sé. Perciò sentiamo il bisogno di un aiuto, perlomeno un esempio, un gesto di simpatia e di amore che ci incoraggi verso la meta.

il Guru in quanto “testimone interiore” è la capacità di apprendere attraverso la vita quotidiana, è la capacità intrinseca di riconoscere quella “verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.

Il Guru, quindi, non è una persona, o perlomeno non soltanto una persona visto che comunque può manifestarsi in ogni forma, bensì l’intelligenza illuminante che ci libera dalle sovrastrutture mentali.

Non tutti i pensieri sono passeggeri ed effimeri  alcuni rappresentano positivamente “quella forza” che spingerà successivamente la “persona” ad attuare quanto è stabilito nel suo destino. La meditazione consente di far chiarezza fra quelle che sono semplici proiezioni immaginarie o problemi inventati e quelle intuizioni che definiscono in germe ciò che siamo.

La rimozione dei problemi “fittizi” è uno degli aspetti della grazia del Guru.

Alla base delle preoccupazioni mondane –ovviamente- c’è sempre il senso di responsabilità per le nostre azioni dovuto all’identificazione con il corpo-mente.

Il processo dell’individualizzazione della coscienza è la funzione stessa della mente. La mente è la capacità riflettente della coscienza che assume su di sé il compito dell’oggettivazione, attraverso la creazione dell’ego che si considera autore e responsabile delle azioni e dei pensieri. L’esternalizzazione è la sua tendenza.

Eppure non è una condizione definitiva o irreparabile, anche le sensazioni più negative possono essere trascese. Le preoccupazioni mondane che ci assalgono sono frutto del meccanismo mentale che proietta l’attenzione sui fattori esterni, desideri e paure, ed è per questa ragione che nella meditazione si consiglia di fissare l’attenzione sull’io consapevole, sul soggetto che si interroga su se stesso, ignorando le apparizioni mentali, che son solo distrazioni che sorgono per inveterata abitudine a rivolgersi verso l’esterno, non tenerne conto significa restare quieti mantenendo l’osservatore in se stesso.

La ricerca spirituale, una volta ottenuto il risveglio per la grazia del Guru, non è più un “atteggiamento” od il risultato di un conformarsi alle norme scritte da qualcuno, la ricerca è indirizzata semplicemente a focalizzarsi consapevolmente su quello che si è, senza modelli di sorta. Perciò la capacità del Guru di “insegnare” attraverso la vita quotidiana, sta nell’abilità di “percepire” questa “verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.

L’autoconoscenza ci porta a realizzare che ognuno di noi incarna quelle caratteristiche necessarie a svolgere la specifica parte che gli compete… ma è lo stesso Sé che recita, che dirige, che passa le luci, che assiste come pubblico, che applaude e piange e ride…

Paolo D’Arpini




P.S. Ogni anno, in occasione della luna piena di Luglio, viene celebrato il Guru Purnima.  Questa festa assume aspetti sia collettivi che individuali. Ci riuniamo per cantare lodi al Maestro interiore, la guida che sempre ci accompagna, ma è anche l’occasione per esprimere la nostra fiducia nei confronti del nostro Guru personale. Individualmente ognuno deve comprendere il senso della propria vita, mentre collettivamente è bellissimo festeggiare tutti insieme.

Gilad Atzmon: "Il Sionismo sta tutto nella segregazione, è là per separare gli Ebrei dal resto dell’umanità..."




Oggi mi accingo a parlare di un uomo che è stato rimosso dai nostri discorsi intellettuali.
Considerando la sua immensa influenza nella prima metà del ventesimo secolo, la sua totale scomparsa suscita alcune domande. Wittengstein lo considerava di un'influenza rilevante, James Joyce attinse a lui nella stesura di Ulysses. Il signore in questione ispirò Robert Musil e Herman Broch. Riesco a rintracciare facilmente il suo pensiero nelle opere di Lacan e Heidegger. Freud stava discutendo sulle sue idee e pure Hitler lo menzionò, ammettendo che "c’era un unico ebreo decente ma anche lui si è ammazzato".

Otto Weininger è stato una delle figure intellettuali più influenti dei primi quattro decenni del ventesimo secolo e, tuttavia, suppongo che in questa stanza non molti siano a conoscenza del suo pensiero o abbiano anche sentito il suo nome prima d’ora. Suppongo che vi debba spiegare perché. Signori e Signore, Otto Weininger era un razzista, un antisemita e un misogino radicale. Non gli piacevano gli ebrei né le donne ma indovinate, era lui stesso un ebreo e, per quanto le ricerche storiche possano rivelare una qualche verità, era un effeminato.

Vi assicuro che non sono interessato alle tendenze sessiste e antisemite di Weininger. Se mai, trovo questi due aspetti dei suoi scritti piuttosto divertenti. Molte delle sue affermazioni non possono essere prese sul serio. Le sue declamazioni contro le donne ne dipingono un’immagine di scolaro impertinente che lotta per vivere il rapporto con il mondo degli adulti, e tuttavia, è uno dei più straordinari pensatori nei quali mi sia mai imbattuto. La sua conoscenza del concetto di genio trova facilmente strada nelle ultime pagine della terza critica di Kant. La sua comprensione della sessualità è schiacciante e considerando il fatto che il suo libro fu pubblicato quando era solo ventunenne, anche i suoi molti oppositori ammettono che quest’uomo fu un talento straordinario. In breve, c’è fin troppa saggezza in Weininger per metterlo da parte senza osservarlo. In più, personalmente devo ammettere che Weininger mi ha aiutato ad afferrare chi sono, o piuttosto chi potrei essere, quello che faccio, quello che cerco di ottenere e perché alcune persone cercano così tanto di fermarmi.

Weininger pubblicò Sesso e carattere, il suo solo e unico libro nel 1903. All’epoca aveva appena 21 anni. Il libro fu presentato come studio filosofico sulla sessualità. E’ un attacco feroce sul concetto della donna, sia sull’idea che sull’apparenza. Ma non sono solo le donne che Weininger sembra disprezzare, la descrizione che fa degli Ebrei in quanto esseri degradati è lungi dall’esser lusinghiera. L’uomo Inglese è descritto come un personaggio effeminato. Lasciatemelo dire ad alta voce, Weininger è oltraggioso. Alcune delle mie associate che videro il testo l’hanno congedato prima di finire il primo paragrafo e nonostante ciò, insisto che quasi ogni frase del libro di Weininger cade nella prestigiosa categoria della letteratura provocatoria. Davvero Weininger è un razzista, un sessista, odia le Donne, odia gli Ebrei, odia tutto ciò che viene meno alla mascolinità Ariana, la sua propensione per le formulazioni matematiche è leggermente infantile e senza dubbio datata. Commette degli errori categorici ma mi ha fatto pensare. E con il vostro permesso vorrei condividere con voi le mie opinioni su questo uomo.

Sessualità

Il punto dal quale Weininger parte non è molto originale. Uomini e Donne, dice, sono soltanto dei modelli. Ogni individuo è un composto dei due modelli sessuali in proporzioni differenti. Alcuni uomini sono più mascolini di altri, alcune donne sono più femminili delle loro sorelle. Questa idea è supportata ovviamente da molte osservazioni psicologiche così come da scoperte genetiche e biologiche.


Ma Weininger non si ferma qui. Va avanti e formula la "legge dell’attrazione sessuale".
Secondo Weininger: "Per una vera unione sessuale è necessario che si uniscano un maschio assoluto e una femmina assoluta". (Weininger, 2003:29). Il legame tra l’uomo e la donna si risolve in un’unità di mascolinità e femminilità, alla quale i due partner contribuiscono reciprocamente. In pratica qui Weininger parla del completamento tra uomo e donna. Entrambi i partner contribuiscono reciprocamente alla formazione di una più grande femminilità e mascolinità. Per esempio, se Tony ha una componente maschile dell’80% e femminile del 20% e Sue ha una componente del 20% maschile e dell’80% femminile allora la somma delle due componenti avrà come risultato una unione perfetta con il 100% di femminile e 100% di maschile. In parole povere, per quanto riguarda l’attrazione sessuale possiamo presumere che Tony e Sue siano altamente eccitati l’uno dall’altro. La loro relazione riunisce una assoluta unità al 100% tra uomo e donna.

Superfluo dire che il riferimento di Weininger al genere umano in quanto dato statistico è lievemente bizzarro tanto quanto problematico.

Quando facciamo delle prospezioni sulle persone intorno a noi non vediamo delle figure matematiche o divisioni ben definite tra la parte maschile e quella femminile. Vediamo piuttosto esseri umani con voglie, desideri, intenzioni, speranze e bisogni sessuali. E, nonostante ciò, l’opinione di Weininger, senza badare alle sue implicazioni pratiche, è tutt’altro che stupida. L’idea che Tony e Sue siano impegnati in una relazione complementare è molto esplicativa. Tony sta cercando la sua parte maschile smarrita mentre Sue sta celebrando il ritrovamento della sua femminilità smarrita. Tony è attratto da Sue non solo per le sue qualità femminili ma anche perché possiede ciò che a Tony manca. Secondo Weininger noi siamo attratti da chi ci porta vicino all’unità.

Naturalmente ci aspettiamo che il legame tra estrema mascolinità e estrema femminilità risulti in una forte attrazione sessuale. Ma come Weininger fa notare, questa attrazione è collegata con una così scarsa comprensione incrociata dei due generi: "Più femminilità possiederà una donna e meno capirà un uomo… Così come più un uomo sarà mascolino e meno capirà le donne " (Weininger, 2003:57). Il motivo è chiaro, più femminilità possiede la donna, e meno la sua parte maschile viene mostrata nel suo insieme fisico e psichico.

Questo acume weiningeriano può spiegare perché gli uomini vogliono le loro donne a letto in pigiama mentre le loro amanti a letto con calze e giarrettiere. Con la moglie si preferisce parlare di tanto in tanto. Si vuole che sia comprensiva, si vuole che ascolti quelle noiose e ripetitive storie sulla giornata di lavoro. Lei vuole lamentarsi dei figli. Entrambi desiderano condividere il più possibile: notte dopo notte, si raccontano storie, a volte si leggono anche dei libri insieme, poi si spegne la luce e ci si gira dall’altra parte. L’amante è tutta un’altra storia: lei è "l’assenza", non è lì per parlare ma piuttosto per "l’azione". Si fa l’amore, poi ci si fa una doccia e si ritorna in ufficio. Piuttosto che condividere, si è entrambi coinvolti in una silenziosa "consumazione" l’uno dell’altro. Supponendo per esempio che Tony è molto maschile e Sue molto femminile, allora si attrarranno sessualmente, ma le possibilità di comunicare sono insignificanti.

Questa idea è sconvolgente nella sua semplicità, ma le implicazioni sono di una devastazione totale. Come appare, lascia il pensiero di sinistra in rovina. Se Weininger è corretto, allora la comprensione dell’Altro è fondamentalmente una forma di auto realizzazione. Se Weiniger è corretto, allora i concetti di empatia e diversità sono completamente fuorvianti. Il concetto di "Altro" che fu abbracciato entusiasticamente dal pensiero di sinistra post Seconda Guerra Mondiale (Levinas), cade a pezzi. Se Weininger ha ragione non c’è spazio per una dissertazione riguardo il concetto di empatia solo come un suggerimento normativo. In altre parole, potrebbe non esserci motivo per credere che questo uomo sia un essere empatico. Tony può capire Sue purché Sue sia ben presentata nel suo regno psichico. Comprendo la mia beneamata fintanto che possiedo abbastanza di lei dentro di me. Così di fatto, la comunicazione con il mio partner è fondamentalmente una conversazione che conduco con me, me stesso e il mio io. Apparentemente, uomini e donne tendono a lamentarsi della mancanza di comunicazione tra i due sessi. Da quel che sembra, Weininger riesce a gettare un po’ di luce sull’argomento.

Il genio e l’artista

Questo assoluto concetto di conoscenza approfondita delle differenti caratteristiche psicologiche è esplorata da Weininger nella sua trattazione del genio. Per Weininger è più che ovvio che il genio non è solo un essere dotato, il genio non è un talento e non è una qualità che può essere appresa o sviluppata. Il Genio è "un uomo che scopre molti ‘Altri’ in se stesso. E’ un uomo con molti uomini nella sua personalità. Ma allora il genio può capire gli altri più di quanto gli altri possano capire se stessi, perché dentro di sé non ha la sola personalità che sta stringendo, ma anche il suo opposto. La dualità è necessaria per l’osservazione e la comprensione… in breve, capire l’uomo vuol dire avere in parti uguali se stesso e il suo contrario in un unico individuo" (Weininger, 2003:110).


In un certo senso, il Genio è una persona che ospita un dinamismo dialettico che permette a un ricco prospetto del mondo e del suo panorama umano di animarsi. Fino a un certo punto, Weiniger qui sta alludendo alle qualità positive della schizofrenia. Idee che vennero poi esaminate anni dopo da Lacan. Il Genio ospita dentro di se un vivace dibattito. Può esplorare differenti punti di vista mentre simultaneamente esamina prospettive diverse e i loro antagonismi.

Il Genio ci racconta sempre qualcosa sul mondo, qualcosa che non conoscevamo prima d’ora. Lo scienziato osserva il mondo materiale e fisico, il filosofo esamina a fondo il regno delle idee e l’artista esamina se stesso. Bizzarro come può sembrare, l’artista ci dice qualcosa sul mondo solo osservando il suo mondo interiore; "nell’arte, l’esplorazione del se è l’esplorazione del mondo…" (Weininger,2003 :Author’s preface pg.1).

Weininger sostiene che il genio è esposto alle "passioni più strane" e "agli istinti più ripugnanti". Ma queste passioni sono contrastate da altre personalità interne. Per esempio, "Zola che ha descritto così fedelmente l’impulso a commettere omicidio non ha egli stesso commesso omicidio perché in lui vi erano molte altre personalità" (Weininger, 2003:109). Zola, secondo Weininger, riconoscerebbe l’impulso omicida più dell’omicida stesso proprio perché avrebbe la capacità di riconoscere l’impulso piuttosto che rimanervi sottomesso. L’abilità di convogliare una autentica personalità immaginaria è dovuta al fatto che la personalità e i suoi opposti sono ben orientati dentro la psiche dell’artista.

Confessione

Come alcuni di voi possono capire, è qui dove io stesso comincio a prendere seriamente in considerazione Weininger. Da alcuni anni a questa parte sono stato impegnato a scrivere su Israele, il Sionismo e l’esser Ebreo. Nei miei lavori di narrativa mi sono specializzato nel dar vita ad alcuni affascinanti e nello stesso tempo spaventosi personaggi israeliani: sono tutti dei perdenti che corrono a tutta velocità contro un muro di cemento. Scrivo di gente che non riuscirà mai a vivere un buon rapporto con le condizioni che loro stessi si impongono, gente che non troverà mai la strada di casa. Nei miei scritti politici e ideologici cerco di affermare un modello filosofico che possa evidenziare la complessità insita dell’esser Ebreo. Sto cercando il nocciolo metafisico della differente visione della supremazia mondiale. Sto cercando di seguire le tracce delle identità umiliate moralmente e eticamente. Ma poi, penso sempre a me stesso come ad un pensatore autonomo che si colloca in una archimedea posizione distaccata di esplorazione, aspiravo a costruire una ricerca imparziale sulle condizioni del conflitto Israelo-Palestinese.

Signori e Signore, mi sbagliavo. Weininger me lo ha reso chiaro, non sono distaccato dalla realtà di cui scrivo e mai lo sarò. Non guardo agli Ebrei o alla loro Identità. Non osservo gli Israeliani. Sto guardando dentro di me, sto osservando ciò che io possiedo, il mio interiore e anche eterno essere Ebreo. Ma l’ebreo dentro di me non vive su di un’isola, è circondato da molti nemici ostili e personalità opposte proprio all’interno della mia stessa psiche. Proprio qui dentro di me, una guerra si sta prendendo il suo tributo. Molte personalità si combattono l’un l’altra. Ma però credetemi, non è così terribile come può sembrare. Infatti. è alquanto produttivo.

L’antisemita

Secondo il proprio paradigma Weininger sostiene che "la gente ama negli altri le qualità che vorrebbe avere ma di cui difetta in grande misura. Quindi detestiamo negli altri solo ciò che non desideriamo essere, e ciò di cui purtroppo siamo in parte. Odiamo solo le qualità alle quali ci avviciniamo, ma che vediamo prima in altre persone… Di conseguenza, il fatto è spiegato, i più accaniti Antisemiti sono da cercarsi tra gli stessi Ebrei" (Weininger, 2003:304)

Evidentemente alcuni Ebrei si oppongono a ciò che disprezzano in loro. Questa tendenza è chiamata antisemitismo ma come ben sappiamo gli Ebrei non sono i soli. Alcuni tra i non Ebrei trovano una inclinazione ebrea dentro di se. Secondo Weininger, neanche Richard Wagner, il più accanito antisemita poteva essere immune dall’accrescimento di “ebraicità nella propria arte" (Weininger, 2003:305). Perciò mi permetterei di affermare che per Weininger l’ebraicità non è affatto una categoria razziale. E’ chiaramente una forma mentis che alcuni di noi possiedono e un bel po’ di noi cercano di contrastare.

Ma allora non è questa una ripetizione del trattato di Marx sull’identità Ebraica come viene indagato nel suo famoso e controverso saggio "La questione ebraica"? Nel suo saggio Marx equipara gli Ebrei con il capitalismo, gli interessi personali e l’avidità di denaro. Per Marx il capitalismo è giudaismo e il giudaismo è capitalismo. Il denaro è divenuto un potere mondiale, e il pratico spirito ebraico è divenuto lo spirito pratico dei paesi cristiani.


Gli Ebrei si sono emancipati a tal punto che i Cristiani sono diventati Ebrei. Agli occhi di Marx gli Ebrei sono sia i creatori che la creazione, letteralmente escrementi del capitalismo borghese. Così conclude ferocemente: "L’emancipazione sociale della comunità Ebraica è l’emancipazione della società dagli Ebrei."

Ma poi, giudicando i concetti di Marx usando lo stile Weiningeriano appare:

1 – Che Marx non considerava l’ebraicità in quanto identità razziale ma piuttosto come forma mentis. In pratica sono i paesi Cristiani ad adottare la forma mentis ebraica.

2- Che l’analisi di Marx è la conseguenza che lo stesso Marx era in parte ebreo. In altre parole, essendo un genio alla Weininger, Marx cercò di porre resistenza alla propria mentalità ebrea.

Come possiamo notare, Weininger ci fornisce dei mezzi di analisi abbastanza utili.
Dobbiamo ammettere che ci sta dando la capacità di osservazione sull’argomento ‘odio e odio nei confronti di se stessi’. Weininger va oltre affermando che "l’Ariano deve ringraziare l’Ebreo perché attraverso lui impara a guardarsi dal Giudaismo insito in se".
Quando odiamo gli ebrei odiamo l’ebreo che è in noi. Questo potrebbe spiegare l’odio cieco dei nazisti nei confronti di tutto ciò che anche remotamente poteva odorare di ebreo. Ma allora se l’odio è una forma di negazione di se, a questo punto dovrei ammettere che la mia guerra contro lo Sionismo si dovrebbe attuare in una guerra che dichiaro a me stesso. E lasciatemi fare un passo oltre, fintanto che qualcuno in questa stanza è d’accordo con me che Sionismo e Razzismo devono essere sconfitti, allora noi tutti dobbiamo ammettere di avere un piccolo caro sionista razzista dentro la nostra mente.
Combattere sionismo e razzismo è combattere noi stessi. E lasciatemelo dire, questa è proprio la strada giusta da percorrere.

Conclusione

Senza dubbio Weininger ci offre in quantità mezzi di analisi per decostruire il suo stesso lavoro. Ci si dovrebbe chiedere, come fa a sapere così tanto sulle Donne? Come mai le odia così tanto? Come fa a sapere così tanto sugli Ebrei? Perché li odia così tanto?
La risposta ce la rivela il pensiero di Weininger ma non in parole sue. Weininger odia le Donne e gli Ebrei perché lui stesso è Ebreo e Donna. Adora la virilità Ariana perché in lui non ve n’è una goccia. Ed è probabilmente questa rivelazione a condurre Weininger al suicidio alcuni mesi dopo la pubblicazione del suo libro. Alla fine arrivò a comprendere di cosa trattava il suo libro.

Oggi ho deciso di parlarvi di Otto Weininger principalmente perché uno dei più grandi filosofi è stato rimosso dai nostri scaffali e praticamente bandito dalle nostre protezioni del PC. E’ perché non aveva nulla da dire? Esattamente il contrario, aveva di gran lunga molto da dire. Molto più di quanti di noi vogliono ammettere. Weininger, uno degli ultimi giganteschi filosofi tedeschi, getta una luce sugli aspetti più vivi del nostro essere. E come tutti noi sappiamo, raramente vediamo ciò che ci sta sotto il naso.

Ma c’è dell’altro su cui volete riflettere. Potreste aver notato che mentre stavate entrando in libreria un gruppo rumoroso di "ebrei antisionisti" sta picchettando in strada. Stavano picchettando contro di me, amici miei, contro il mio messaggio, il nostro messaggio o anche qualsiasi messaggio in generale. Vi posso assicurare che, sia io che la libreria, li abbiamo invitati a prendere parte a questo dibattito. Come potete immaginare, chiaramente hanno rifiutato. Weininger ci spiega perché. Evidentemente mi odiano, odiano tutto quello per cui sono a favore. Ma allora perché mi odiano così tanto? Perché mi conoscono bene, molto bene. Vi chiederete come mai mi conoscono così bene? Semplice, io sono là, nel profondo di ognuno di loro, sono colui che solleva quelle domande insopportabilmente irritanti: Sono quello che chiede che cosa rappresenta l’ebraicità, che cos’è la laicità ebraica. Metto in discussione il rapporto intrinseco tra Sionismo e Ebraicità. Sono felice di discutere apertamente ogni narrazione storica Ebraica incluso l’Olocausto e semplicemente mi odiano.
Grazie a Weininger ora dovremmo intuire che mi disprezzano perché proprio quelle domande tolgono sonno ai loro occhi. Fanno fronte a questi interrogativi quotidianamente, ma non riescono a trovare dentro di se i mezzi per affrontare le conseguenze per aver fronteggiato quelle domande. Non osano nemmeno sedersi qui con noi. Stare qui tra di noi significherebbe stare con se stessi. Significherebbe confrontarsi. Invece di fare questo sono impegnati nel solito Talmudico gioco simbolico di etichettare e calunniare il messaggero. Ammettiamo, uccidere il messaggero è una parte intrinseca della narrativa storica ebraica.

Seguendo il mio stesso confronto con gli scritti di Weininger ora mi sto rendendo davvero conto che il mio lavoro sta traendo potere dall’auto riflessione. Piuttosto di guardare il mondo, sostanzialmente osservo me stesso. Io esco con la musica, la letteratura e le idee. Se il mio operato è di una qualsivoglia qualità sta a voi decidere. Se riesco a dire qualcosa sul mondo, lo dirà il tempo. Alcuni di voi leggeranno i miei libri e sono quasi sicuro che voi possiate prendere una decisione. Ma quando toccherà a coloro che prima stavano picchettando lì fuori, è categoricamente chiaro, non prenderanno nessuna decisione; non desiderano stare in mezzo agli altri, o per esser più precisi, non hanno alcuna intenzione di guardarsi dentro. Mentre noi ci trovavamo qui in questa libreria, loro erano occupati a bruciare libri. Questo è il vero significato dei muri del ghetto ebraico, che sia il muro dell’apartheid in Palestina o solo un piccolo muro divisorio qui fuori da Bookmarks, Londra. Il Sionismo sta tutto nella segregazione, è là per separare gli Ebrei dal resto dell’umanità. E’ triste scoprire che questo male politico ha contaminato anche i pochi ebrei che si sono dichiarati suoi oppositori. Auguro del bene a questi ebrei antisionisti e voglio credere che prima o poi si emancipino. Allora poi verranno a sedersi con noi.

Gilad Atzmon



Una conversazione da Bookmarks, libreria marxista di Londra, tenuta il 17.6.05


Fonte:http://www.gilad.co.uk/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LAURA

Note

1. Otto Weininger, Sex and character (ed. Howard Fertig : New York, 2003)
2. Karl Marx, La questione ebraica, 1844 www.marxists.org


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Banalità metafisiche...


Per un aggiornamento culturale e politico. Non si possono sciogliere i nodi con il sistema che li ha creati. Qualche considerazione evolutiva che prima di dare chiede.

Non di rado si critica l’epoca in corso, anche in quanto materialista. Si vuole alludere così alla dimensione metafisica del tutto trascurata o, peggio, lasciata alla religione.

Il materialismo è una concezione del mondo. Da essa discende una collana di perle, tanto affascinanti per la falsa sicurezza che inducono, quanto sconvenienti per la limitazione creativa che impongono. Sono il dualismo (oggettivazione della realtà), il determinismo (causa-effetto quale solo fondamento della realtà), il meccanicismo (gli organismi e le loro relazioni sottostanno alle leggi che governano le macchine), il positivismo (solo ciò che produce un guadagno è giusto), il razionalismo (solo piano per la ricerca della verità), lo scientismo (fideismo nella scienza, sola epistemologia della verità). Un rosario in cui l’uomo è concepito alla stregua di una macchina.

I ricercatori di tutte le storie e di tutte le geografie, nonostante l’abbiano necessariamente espresso in forme differenti, hanno in comune il medesimo culmine: la causa della sofferenza è in noi stessi; ognuno può sottrarsi alla sofferenza attraverso la propria evoluzione.

Tale evoluzione è di tipo metafisico. Non comporta idiozie quali non si capisce come mai, stava benone, faceva sport e si è ammalato. La dimensione fisica non è altro che la presenza nella storia di uno spirito. Come un ponte, una filosofia, un record sportivo richiedono a priori il relativo intento adeguato alla difficoltà del progetto, così il nostro aspetto, il nostro campo d’azione, la nostra vitalità, la nostra identità, eccetera non sono che la realizzazione di uno spirito soggiacente. Parlare di rispetto e arrivare a fare una legge che lo imponga è differente dal provare rispetto a causa della consapevolezza dell’altrui spirito soggiacente.

Lo stato di benessere/malessere è totalmente relativo ad un solo elemento: l’accettazione di ciò che è. Anche nella pena, attraverso l’accettazione, la sofferenza si riduce. La sofferenza è la conditio dell’evoluzione. Di sicuro una certa presa di coscienza evolutiva può accadere anche senza il mezzo della sofferenza. In questo caso, però, resta limitata alla dimensione intellettuale. Essa resta una semplice nozione di scarso valore evolutivo. Di conseguenza, se non viene incarnata, non è ricreata da ogni singolo uomo. E, non essendo ricreata, non diviene implicitamente espressa nel nostro fare.

Al contrario, l’evoluzione attraverso la sofferenza comporta una diffusione energetica, sottile, il cui pieno valore evolutivo si compie.

Non è tutto. Nella concezione spirituale del mondo, la realtà non è composta da parti. Essa è corpo organico. Soltanto la scellerata scienza, convinta di trovare l’ultimo elemento della materia, si dà da fare nella sua scomposizione, nella sua nomenclatura, nelle sue graduatorie. Tutti legittimi e funzionali servizi all’uomo, se non avessero l’ontologica universalistica pretesa di corrispondere al vero. In un corpo organico, l’altro è un terminale della natura come lo siamo noi e, in quanto tale, del tutto spiritualmente identico a noi. Ciò che anima il prossimo è esattamente ciò che anima tutti gli uomini. Riconoscere questa banalità – che il cieco materialismo non vede – è a sua volta essenziale. Essa è, infatti, il prodromo per concepire l’altro, in un noi in altro tempo e modo.

Significa che ciò gli vediamo fare – all’altro – è ciò che abbiamo fatto o faremo. Se lo giudichiamo identificandoci nel giudizio stesso, l’altro resta separato da noi e noi non sfruttiamo l’occasione evolutiva che ci è offerta. Diversamente, senza indentificarci, possiamo cogliere elementi utili per migliorare la nostra condizione esistenziale, per evolvere verso la riduzione di vulnerabilità.

L’altro come un noi tocca un ulteriore elemento di valore evolutivo: l’attribuzione/assunzione di responsabilità della nostra condizione esistenziale. In quanto terminali di un solo organismo, siamo nella condizione di poter spersonalizzare la nostra sorte. Diversamente, se ci riteniamo una singolarità separata, la nostra sorte verrà attribuita al prossimo se cattiva e a noi stessi se buona. La spersonalizzazione della sorte non è che la disponibilità a riconoscere in noi l’origine di ciò che viviamo e di come lo viviamo. Finché il nostro dolore non è vissuto come il dolore dell’umanità, la nostra opera evolutiva non ha che cartucce a salve. Il potere energetico non è che una cilecca, quando il miglioramento della nostra condizione di vita rientra in tutto e per tutto in un progetto egoistico.

Diviene, quindi, necessario prendere le distanze dal nostro ego. Più esattamente, dall’identificazione in esso. Riconoscendo la matrice materialistica – che ci impone di essere qualcuno, di avere un ruolo, una posizione, di difenderla e, se serve, di attaccare – diviene accessibile la presa di coscienza che quelle identità non sono che infrastrutture, legittime, ma che non corrispondono al nostro sé profondo. Limitare noi stessi a un nome, a un titolo, a un ruolo è prendere una briciola caduta dal tavolo dell’infinito e credere sia proprio per noi. È autolimitare le potenzialità creative. È mortificare l’uomo. Esattamente ciò che è ontologicamente implicito nella concezione materialista della realtà.

L’esogeno inseguimento del giusto, dell’equilibrio, del bene ciecamente anelato dall’inetta prospettiva egoica, non può che mantenere noi e la storia così come la conosciamo.

Oltre le sue forme contemporaneamente mutevoli e ripetitive, si può cogliere il percorso endogeno attraverso il quale tutte le ricerche di ogni storia e di ogni geografia conducono.

Lorenzo Merlo 



L'etica non è taoista...

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L'etica appartiene al ragionamento e quindi al cervello logico mentre la felicità è connaturata nell'inconscio, quindi fa parte del cervello analogico. L'Uomo, come tutti gli altri animali è felice di vivere per sua propria natura..

Vediamo cosa dicono i recenti studi scientifici basati su tecnologie, dette ‘Brain imaging’, che permettono di vedere quali parti del cervello si mettono in funzione maggiormente durante certi pensieri, parole e azioni. Da queste ‘mappe del cervello’ risulta che il pensiero razionale e il linguaggio attivano nella maggior parte dei casi l’emisfero sinistro, che e’ simile a un computer, in quanto accumula i dati delle esperienze in memoria e li ripete su richiesta. La parte destra del cervello e’ attivata dalla musica, dal linguaggio non-verbale, che e’ fatto di intonazioni della voce, sguardi, gesti, mimica facciale, ecc. e dalla creatività, che è la combinazione originale di elementi presenti in natura…

Purtroppo nella società moderna, soprattutto in seguito al predominio della scienza razionalista (ed ella cultura maschilista) ha preso il sopravvento la parte giudicativa della mente, da qui il grande passo avanti delle religioni monoteiste, della arroganza dell'uso nei confronti delle altre creature e della natura. In tal senso è illuminate la lettura de "Il Limite dell'Utile" di Battaille.  

Ma  ad una prima analisi superficiale appare strano che anche il così detto "animalismo" e "veganesimo" facciano parte di un ragionamento.  A dire il vero,  malgrado si pongono in opposizione (apparente) con la sopraffazione maschilista e patriarcale, in realtà ne sono un contraltare paritario. Da una parte si opprime considerandolo un proprio diritto e dall'altra si difende in considerazione della propria "superiorità"  ideologica (etica).

Nel Hua Hu Ching è detto: "Agli altri esseri comuni spesso si richiede tolleranza. Per gli esseri integrali non esiste una cosa come la tolleranza, perché non esiste nessuna cosa come le altre. Essi hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L'attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere. Pertanto l'essere integrale non è attaccato a nulla e può relazionarsi a tutti con una attitudine non strutturata."

Nel taoismo, che non è propriamente una religione e nemmeno una filosofia, ma una forma di naturalismo vissuto senza enfasi, si indica l'astenersi dagli eccessi, sia in positivo che in negativo, come un naturale atteggiamento di vita. Si comprende il bene ed il male ma non si predilige né l'uno né l'altro. Il bene (yang) ed il male (Yin) sono i due aspetti del manifestarsi della esistenza su questa terra. Ed è per questa ragione che i taoisti irridevano il buon Confucio che da razionalista convinto spingeva per un'etica sociale e politica, mentre essi si limitavano a permanere nella propria natura originale. Rispettando le propensioni naturali, non acquisite quindi per convenienza utilitaristica....

La felicità è la nostra vera natura, affermava Osho, e la ricerca della felicità è un modo per oscurarla e nasconderla. Infatti in un antico proverbio calcatese si dice "Il meglio è nemico del bene"...  poiché perseguendo l'ipotetico meglio non si vive il bene che è a portata di mano. Prova ne sia anche a livello legislativo la continua immissione di leggi nella società che non fanno altro che rendere la giustizia sempre più cavillosa ed impraticabile.

Forse andrebbe recuperato il fantastico ed il poetico  anche nella nostra vita sociale e produttiva. ..Quella poeticità, che nel mondo antico caratterizza la forma dell’interrogarsi dell’uomo sul reale e sul senso delle proprie esperienze, è spia significativa di una ORIGINARIA CONCORDIA tra una spontanea accettazione dell'altro (non semplicemente etica) e la felicità innata  che con la razionalità  finisce con l’essere dimenticata.  

Occorre superare il  distacco che ha portato quasi a naturalizzare il conflitto tra  poesia e  retorica, e ciò senza voler efficientemente promuovere ed affermare e ri-pensare la verità della gioia  in quanto risultato di una  concezione "etica".

“L’uomo che non voglia far parte della massa non ha che da smettere di essere accomodante con se stesso; segua piuttosto la propria coscienza che gli grida: ’sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora’. Ogni giovane anima sente giorno e notte questo appello e ne trema; infatti presagisce, rivolgendo il pensiero alla sua reale liberazione, la misura di felicità destinata dall’eternità; felicità che non riuscirà mai a raggiungere se incatenata dalle opinioni e dalla paura. E quanto assurda e desolata può divenire l’esistenza senza questa liberazione! Nella natura non c’è creatura più vuota e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio e ora volge di soppiatto lo sguardo a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Un tale uomo alla fine non lo si può neppure attaccare: è solo esteriorità senza nucleo, un marcio costume, pitturato e rigonfio, un fantasma agghindato che non può ispirare paura e tanto meno compassione.” (Friedrich Nietzsche)

Paolo D'Arpini


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Buoni consigli di Osho per ritrovare un ritmo biologico...

 


Domanda: Osho, spesso non riesco a dormire e questo significa che a volte dormo solo tre ore e poi ci sono momenti in cui dormo dodici ore circa. Non c’è equilibrio, ma non voglio prendere dei tranquillanti.

Osho: Devi fare alcune cose. Innanzitutto, stabilisci un orario regolare per andare a dormire ogni sera, ad esempio le undici. È importante avere un’ora regolare, in modo che il corpo possa presto acquisire un ritmo. Non cambiare l’ora, altrimenti il corpo si confonde. E il tuo corpo è confuso, è abituato ad andare avanti per giorni, a volte dormendo, a volte non dormendo. Il corpo ha perso traccia del ritmo e quindi il ritmo deve essere ricreato. Esiste un ritmo biologico e il tuo corpo ne ha perso le tracce. Quindi, se decidi di andare a letto alle undici, rispettalo: qualunque cosa accada, alle undici devi andare a letto. Puoi anche decidere le dodici, ma qualunque sia l’ora che fissi, poi deve essere regolare.
E prima di andare a letto, per mezz’ora balla vigorosamente, in modo che tutto il corpo possa liberare le sue tensioni. Probabilmente ora vai a letto con tutte le tensioni e quelle tensioni ti tengono sveglio. Quindi se hai intenzione di andare a dormire alle undici, alle dieci inizia a ballare. Balla fino alle dieci e mezzo. Poi fai una doccia, o meglio un bagno caldo: rilassati nella vasca per quindici minuti. Lascia che tutto il corpo si rilassi. Prima la danza così butti fuori tutte le tensioni; poi la doccia calda. Un bagno caldo è ancora meglio della doccia, perché puoi sdraiarti nella vasca per quindici, venti minuti, mezz’ora e rilassarti lì. Poi mangia qualcosa: qualsiasi cosa calda andrà bene, ma non fredda. Va bene anche solo del latte caldo e poi vai a dormire. E non leggere prima di andare a dormire, mai.
Questo dovrebbe essere il tuo programma, un programma di un’ora: ballare, fare il bagno, mangiare – il latte caldo è la cosa migliore – e poi andare a dormire; spegni la luce e vai a dormire. Non preoccuparti se il sonno arriva oppure no. Se non arriva, sdraiati in silenzio e osserva il tuo respiro. Non devi forzare il respiro, altrimenti ti terrà sveglio. Lascia che il respiro sia così com’è, silenzioso, e continui semplicemente a guardarlo: entra, esce, entra, esce... È un processo così monotono che presto ti addormenterai profondamente. Tutto ciò che è monotono è molto utile. E la respirazione è assolutamente monotona, mai nessun cambiamento: esce, entra, esce, entra. Puoi anche usare le parole “entrare”, “uscire”, “entrare”, “uscire”. Dentro di te, ripeti semplicemente le parole: “entrare”, “uscire”, “entrare”, “uscire”. Diventa una meditazione trascendentale e la meditazione trascendentale fa bene al sonno, non al risveglio!
Se il sonno non arriva, non alzarti. Non andare al frigorifero e non iniziare a mangiare, a leggere o a fare qualsiasi cosa. Qualunque cosa accada, resta a letto, rilassato. Anche se non dormi, rilassarti è prezioso quasi quanto dormire; solo un po’ meno prezioso, tutto qui. Se il sonno ti dà il cento percento di riposo, rilassarti a letto ti darà il novanta percento. Ma non uscire dal letto, altrimenti disturberai il ritmo. E nel giro di pochi giorni vedrai che il sonno arriverà. Ricordati che anche al mattino devi alzarti esattamente alla stessa ora.
Sto cercando di organizzarti in modo che il tuo corpo inizi a seguire uno schema: è andato un po’ fuori dagli schemi. Quindi la mattina alle sei o alle sette – qualsiasi ora tu voglia alzarti – rispettala. E tieni la sveglia vicino a te. Anche se non hai dormito tutta la notte, non importa; quando suona la sveglia, devi alzarti. E non andare a dormire durante il giorno, perché è così che hai disturbato il ritmo. Ecco perché un giorno dormi un’ora e un altro dormi dodici ore. Come farà il tuo corpo a riprendere il ritmo? Non andare a dormire durante il giorno, dimenticatelo! Aspetta la notte. Alle undici andrai di nuovo a letto. Lascia che il corpo senta la mancanza del sonno. Dalle undici alle sei: sette ore sono sufficienti.
Se durante il giorno ti viene voglia di dormire, fai una passeggiata, leggi, canta, ascolta della musica, ma non andare a dormire. Resisti a quella tentazione. Il punto è riportare il corpo in un cerchio ritmico. 

Testo di Osho tratto da: The Madman’s Guide to Enlightenment




Il grande flusso...

 


Le qualità, le sensazioni, le attrazioni e repulsioni che appaiono nel campo della coscienza, sono proiezioni come lo sono i sogni che appaiono al sognatore. Tutto si risolve nella stessa realtà, unica ed indivisibile, inspiegabile perché non vi è nessuno a cui poterla spiegare….

La nostra mente è il risultato di una combinazione psichica e energetica delle forze combinate dalla natura in questo caleidoscopio che è la coscienza individuale. In effetti nulla ci appartiene (se inteso specificatamente) oppure tutto ci appartiene (se inteso come la totalità del conosciuto)... Cosa volete che sia una bella parola proferita in silenzio od una brutta parola urlata al vento? Andiamo avanti perché tornare indietro è impossibile... nel senso che non si può correggere nulla degli eventi vissuti (nel passato) possiamo solo osservare con maggiore attenzione gli eventi che si presentano davanti ai nostri occhi nel presente...

Qualcuno allora potrebbe chiedersi come sia possibile modificare ciò che è già descritto nel destino. Eppure nel pensiero c'è già una leva di movimento, se un chiaro intento si manifesta nel pensiero possiamo scoprire che le ispirazioni che tu hai avuto su qualsiasi argomento innovativo vengono poi seguite a ruota da una messe di interventi nello stesso filone...

Sincronicità? Onda? Nel bioregionalismo si chiama "il grande flusso", e la funzione dei precursori è appunto quella di avviare un processo evolutivo dell'intelligenza umana... per questo è importante che i precursori non assumano su di sé una specifica "laurea" o "copyright" il loro lavoro è solo quello di preparare il terreno, seminare e procedere (come Jonny seme di mela)... Ognuno comincia a qualche punto e poi prosegue e lascia il suo esempio come traccia.

Paolo D'Arpini