Estetica e politica "democratica"

 


Il comando si riduce ad un appeal che raduna le attenzioni più di quanto possa un argomento razionalmente presentato. Una premessa non soddisfatta da Zingaretti e neppure lo sarà da Letta.

Senza capo non c’è coda. Sull’impossibilità del PD di avere e tenere una rotta che punti ad un mondo che gli faccia onore. Se il tratteggio di queste righe è in qualche misura attendibile, se non emergono considerazioni che le rendano fallaci, dentro il crogiolo della politica da mercato, l’epilogo delle correnti sfascia-partito era ed è il minimo che possa accadere.

Lapidario

Gli oppositori hanno gioco facile a dare contro il PD. Se una volta lo scontro era portato e/o difeso dalle corazze ideologiche, imbracciate dai reggimenti di popolo, oggi i prodi della parte povera del mondo avanzano, anzi vagolano indifesi e disarmati, disposti a sedersi al tavolo per una briscola insieme agli odiati nemici. Tengono un’ombra sull’angolo e parlano di tutto, di passato e di futuro, ma sempre con nostalgia. Chi li ascolta non sa più chi sta da una parte e chi dall’altra.

Il loro partito che fu, quello che prima difendeva gli ultimi contro la mercificazione della vita e di loro stessi, è poi abbandonato il tema. Ora la sostengono.

È un partito che non ha mai sposato gli argomenti a favore dell’ambiente e ora si allineano a quelli succedanei adottati dal liberismo. Non si accorgono dell’ossimoro e procedono impettiti come fossero loro ad aver annunciato al mondo come stanno le cose in quanto a inquinamento e sfruttamento delle risorse. Al traino di idee non maturate dal loro seno cercano di trattenere la migrazione dei voti con la mascherata dell’ambiente.

Hanno detto addio alla sovranità nazionale in nome del progressismo e del progresso. Così lo chiamano questo disastro aereo della cultura, del sociale, dell’umanesimo. Lo hanno detto all’Europa convinti che da soli saremmo stati schiacciati. Ma da chi? Dal mercato, ovviamente. La sola divinità a cui portare rispetto. Peccare contro di essa sarebbe stato mortale. E siccome ogni ambito ha la sua verità, per ricostruire la dinamica che ci condurrebbe all’oblio ci vuole poco. Basta mettersi nel punto di mira in cui si traguarda il mondo, la vita, la storia, le relazioni, sotto l’egida ferrea del dominio del denaro.

Prima di chiunque altro, prima di certe destre, la sovranità è stata ceduta, ma che dico, regalata, come un oggetto senza valore, da loro stessi. Mentre porgevano la mano al liberismo, la ritraevano da quella degli elettori. Elettori che – credevano – non li avrebbero abbandonati per acquisiti meriti morali, quelli che prima di loro erano il vanto dei Radicali. L’attenzione alle minoranze li avrebbe salvati dal perdere i consensi di un tempo. Ma è stato un gesto calcolato, senza trasporto, messo in campo per radunare voti.

Un passo alla volta demolivano la struttura sociale e culturale. Un passo alla volta dall’ala sinistra si portavano al centro, da dove era più facile accodarsi verso un futuro senza più piazze e chiavi inglesi, dal quale guardare il mondo da asettici droni. Era un altro espediente di galleggiamento che tronfi di lungimiranza chiamavano progressista, ma che nel singolo caso si chiama trasformismo.

Dalle tavolate delle feste dell’Unità, dove si radunavano a cantare Bandiera rossa mangiando salamelle insieme agli uperari, pur di stare dalla parte giusta del mondo, con passo non sempre felpato passarono ai salotti, dove invece della mescita di spine c’erano spritz e gin and tonic, dove invece di fango e gazebo c’erano pregiati kilim a terra, rassegne di Einaudi e Opere complete di Editori Riuniti nelle librerie, invece di stivali e cerata, scarpe con la para e cravatte di tweed. Invece di parlare di salari, scioperi e diritto dei lavoratori, si dedicavano ad affermare posizioni di corrente, a cercare la strategia per guadagnare consenso interno, a tralasciare il significato popolare della direzione che avevano intrapreso.

Dominati dalla coercizione d’intelligenza imposta dal razionalismo, gli intellettuali si sono sempre allontanati da coloro che vorrebbero, o avrebbero dovuto, rappresentare. La gramsciana “connessione sentimentale” tra chi pensa e chi vive è progressivamente scemata.

Gli intellettuali, a volte pedanti per la capacità di argomentare razionalmente, fanno quadrare il cerchio ma non emozionare. Abili nel sezionare e storicizzare, meno nel coinvolgere e farsi cercare. Cioè capaci di relazionarsi a chi già è sul pezzo. Ma a tenere a distanza chi sul pezzo ancora non è. Capaci di provocare senso di solidarietà ma non bastante per muovere anche i corpi, le gambe e le dita fino a portarci all’urna per mettere la croce sul simbolo giusto, fino a sostenerli con le nostre parole.

Dopo che per anni si sono sentiti accusare di aver abbandonato il popolo dal quale erano nati, recentemente hanno iniziato ad ammetterlo, forse credendo così di poter trattenere ancora qualche nostalgico che davanti al mea culpa potesse impietosirsi e non, almeno lui, ammutinare.

Da anni non si sentono le voci che la sinistra ci aveva insegnato a riconoscere (“Dì qualcosa di sinistra!” Nanni Moretti, attuale dal 1989). Da anni, a partire dalla fine della guida delle ideologie, ciò che prima era nettamente distinto si è liquefatto sotto l’egida del pensiero unico. Frange di ex-nemici si sovrappongono o anche si invertono.

Se in molti a sinistra avevano fatto di tutto per restare in piedi nonostante la tempesta perfetta in cui si erano cacciati, forse ora si possono abbandonare le ricerche. Forse ora, dove prima c’era una massa, si può erigere una lapide.


Il senso

Indipendentemente da cosa contenga la Sinistra e dal giudizio culturale e politico che chiunque può esprimere, lo sfascio dichiarato dalle dimissioni del segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, può essere sfruttato per una riflessione extrapolitica, che riguarda le dinamiche emozionali della comunicazione, che riguarda il Comando. Ovvero, il potere magnetico e orientativo.

Un leader è tale quando aggrega. Aggregare è orientare le menti come fa la segatura di ferro davanti alla calamita. Un leader non spiega, non analizza, non argomenta, un leader emoziona. L’emozione condivisa implica la generazione di un corpo comune, dentro il quale ognuno sente la levitazione della propria forza.

Un leader sa che la comunicazione si muove su ponti emozionali, sa che una metafora permette salti di livello che un’argomentazione renderebbe stucchevoli e selettivi. Dunque quale figura è disponibile ora al PD che possa disporre del magnetismo necessario a ricomporre reggimenti, battaglioni, plotoni e squadre capaci di agire per scopi comuni?

Un’esperienza comune erano le manifestazioni di massa, era far parte del proletariato, era sentire il supporto reciproco tra pari grado e dentro la piramide della inevitabile gerarchia, da cui la parola compagno giustamente cercava di eluderne il peso specifico.

Valori e implicita tradizione costituivano il nervo spirituale di una comunità, di un’aggregazione. Esprimevano ideologie per le quali si poteva anche mettere in conto la morte per difenderle.

Ma ora? Dopo aver abbandonato le ideologie ed essere passati all’individualismo, dopo aver partecipato a sciogliere nell’acido dell’edonismo la monade della famiglia, dopo aver accreditato la tecnologia come sinonimo di progresso, il terreno umanistico che si potrebbe definire analogico è stato buttato al macero. Li sento già: “Per forza, siamo progressisti”. Avranno ragione ad essersi buttati a capofitto nel Mondo.2? O avranno dimenticato che l’uomo ridotto alle categorie misurabili del positivismo muore?

I magneti di prima, analogici, nati per durare, sono stati sostituiti da quelli di oggi, digitali, nati ad obsolescenza programmata. La Patria è dimenticata e antiquata, conta il benefit. La guerra tra classi non ha campi di battaglia dove svolgersi, occupati tutti dalla guerra tra poveri.


Senza alternative

Se Enrico Letta, il nuovo Segretario del Partito, tutt’altro che uomo di comando, riuscirà a riassestare i suoi subalterni e a recuperare non il terreno ma i voti perduti, significa che la tecnocrazia ha definitivamente sottratto agli uomini il senso della vita. Significa che il senso intellettuale ha asfissiato quello emozionale. Un successo che i razionalisti vanteranno senza avvedersi del boomerang che hanno lanciato.

Identicamente al leader fa il comico. Esso emoziona e tutti lo applaudono. Il comico è un esteta – cavalca l’immediatezza dei sensi non la lentezza dei ragionamenti – e perciò un leader. Diffonde appeal, coglie le lunghezze d’onda che ci fanno vibrare, che ci fanno innamorare o respingere. Quelle che, sole, sanno accarezzarci dove custodiamo la nostra verità. Come il comico, un comandante fa sangue, coinvolge, piace, stravolge, tiranneggia, prende per la pancia e quando serve per la testa. Come il comico, un leader non è politicamente corretto, è emotivamente trainante. Per questo è percepito e riconosciuto come leader anche da chi non ne condivide espressioni e pensiero. Ma il vero risultato non sta nel motto di spirito, di unione e corpo che certo fa bene. Il vero risultato è che la sua ironia, il suo sarcasmo, le sue battute smussano gli angoli del discorso che vorrebbe criticare. Il comico è un digestivo della pietanza più tossica. Colui che si crede libero di criticare il potere di fatto ne è parte, forse la migliore, la più utile. La società dello spettacolo e il consumo di informazione hanno figliato un mostro con tanti seni, sufficienti a nutrire tutti.

E, gran finale, la suggestione, salvo la Champions e il Grande fratello, è quella che non ci siano alternative.

Lorenzo Merlo 




Le comuni di Osho... per l'uomo "nuovo"...?



Una prospettiva storica sulle Comuni di Osho degli anni ‘80 piena di spunti per l’Uomo Nuovo anche nella realtà contemporanea.  

...Le mie Comuni devono essere foriere di un nuovo essere umano, di un nuovo mondo.

Ma devi essere molto consapevole, perché se qualcuno è irrispettoso nei tuoi confronti, è un po’ difficile essere rispettoso nei suoi. Ma sii rispettoso per amore dell’umanità, per compassione dei tuoi fratelli e delle tue sorelle e comprendi che quell’uomo non sta mancando di rispetto a te, sta mancando di rispetto ai suoi genitori, ai suoi insegnanti, al prete. Tu sei solo un pretesto. È solo una coincidenza che abbia trovato te, altrimenti, avrebbe mancato di rispetto a qualcun altro.

Non farne una questione personale. Vivendo in una Comune, ricorda che non siete personalità. Certamente siete individui, ma non prendete nulla in modo personale. La persona è malata, ha bisogno di andare all’ospedale. Ha bisogno di amore più di chiunque altro, ha bisogno di calore più di chiunque altro. Questo è il modo in cui la Comune diventa il crogiolo della trasformazione.

I sannyasin che vivono fuori dalle Comuni non hanno questa opportunità. Se hai la possibilità di vivere in una Comune, dovresti farne parte davvero, perché lì hai la possibilità di gettare tutta la spazzatura, tutto il tuo risentimento e tornare a essere il tuo sé naturale. Lì puoi ritrovare il tuo volto originale.

Ma ci sono migliaia di sannyasin che non possono far parte di una Comune per centinaia di ragioni. A loro suggerisco di passare almeno qualche settimana all’anno in una Comune. 

Impara il sapore dell’Uomo Nuovo. Allora forse anche nella società esterna, vecchia, corrotta e morta potresti essere in grado di proteggerti dal suo marciume.

L’altro giorno un giornalista mi ha chiesto: “La tua Comune e i vicini non riescono a convivere?”. Ho semplicemente detto: “No!” Non credo che riuscirà a capire il mio no, ci sono molte possibilità che lo interpreti male. Ma il mio no ha enormi implicazioni.

Significa... Ciò che mi chiedeva era: “È possibile dormire nella stessa stanza, convivere, con un cadavere?”. Sarà difficile dormire con un cadavere che “dorme” sul letto accanto. Puoi anche aver amato il cadavere prima, ma ora che sai che è un cadavere sarà un incubo, aspetterai il mattino per uscire da quella stanza.

Ho risposto di no, perché la vecchia società e l’Uomo Nuovo non possono coesistere. Il vecchio, i morti dovranno cedere il passo al nuovo.

Noi non siamo ostili nei loro confronti, per il semplice motivo che siamo i nuo­vi e la vittoria è nostra! Loro sono ostili; nel profondo del loro inconscio capiscono che stanno morendo e che voi siete vivi, che stanno diventando sempre più marci e che voi diventate sempre più vitali. Sono ostili. È naturale, perché devono fare spazio affinché l’Uomo Nuovo prenda il sopravvento.

Qualcun altro mi ha chiesto: “Intendi conquistare l’Oregon?”.

Ho risposto: “No. L’Oregon è una cosa troppo piccola. Mi piacerebbe conquistare il mondo intero”.

Lo dichiaro in nome del nuovo. Lo dico in nome del Sole che sorge all’orizzonte. E non è solo una coincidenza che arrivo dall’Est. A Ovest il Sole tramonta soltanto, c’è solo il tramonto. Il tramonto rappresenta la morte; l’alba è l’inizio di una nuova vita.

Non è un caso che tutto ciò che è grande, bello, autentico, sia sorto in Oriente. L’India non avrebbe mai potuto produrre Adolf Hitler, Joseph Stalin, Benito Mussolini, è semplicemente inconcepibile! L’India può produrre Gautama Buddha, Bodhidharma, Nagarjuna. Non siamo separati dall’esistenza, siamo connessi molto profondamente. I “paesi dell’alba” hanno dato il meglio all’umanità.

L’India non ha mai invaso alcun paese. Un paese così grande avrebbe potuto diventare il più grande impero del mondo. Se può farlo l’Inghilterra che equivale esattamente a un distretto dell’India, nemmeno a uno stato, perché l’India non potrebbe diventare un gran­de impero? D’altra parte, il più grande imperatore dell’India – e ovviamente il più grande imperatore dell’intera storia dell’uomo – Ashoka, rinunciò al suo impero. Non solo rinunciò al suo impero, ma inviò suo figlio e sua figlia come messaggeri di pace in diversi paesi.


Osho -  Tratto da "From the False to the Truth"





Treia, l'unità d'Italia e Alberto Meriggi. Una memoria - Storia, cultura locale e bioregionalismo nella “Lectio Magistralis” del 15 ottobre 2011 nella Sala Consiliare Comunale

 

Uno degli ingressi al borgo di Treia

E' buona norma, nell'approccio bioregionale, prima di tutto tentare di conoscere l'ambito che si vuole individuare, delimitandolo attraverso lo studio geomorfologico del territorio, della flora e della fauna. Questo ho cercato di farlo compiendo varie perlustrazioni attorno Treia, visitando le colline circostanti e le adiacenze dell'abitato, e osservando fiori, arbusti, alberi da frutto, piante selvatiche, insetti, uccelli ed animali vaganti, ed ascoltando le grida ed i rumori dei piccoli allevamenti rurali, con maiali, papere, galline, mucche, etc. Una volta compiuta questa opera, ed avendo anche preso visione e studiato le varie componenti urbanistiche che contraddistinguono l'antico borgo di Treia, ho tentato di riconoscere il contesto sociale e comunitario di Treia, sia quello antico e storico che quello presente, per come si è manifestato in questa piccola bioregione, composta di un monticello con le piane circostanti.

Per quanto riguarda il presente non ho avuto molti problemi, la conoscenza fortuita di vari personaggi treiesi e l'incontro e la immediata familiarità creatasi con la gente del posto mi ha consentito di apprendere lo spirito della comunità, la sua caratteristica peculiare e le sue note culturali. Mi sono sentito a mio agio in mezzo a questa comunità che sembra molto affezionata al luogo ed alle sue tradizioni popolari. Mi mancava quindi la conoscenza degli eventi storici che hanno configurato questo tipo di società.... Questa lacuna è stata ampiamente colmata, con un colpo di fortuna che mi ha consentito, nell'arco di alcune ore, di apprendere i minuti particolari della storia di Treia, partendo dai primordi sino all'unificazione d'Italia ed al periodo attuale. L'occasione è stata la manifestazione occorsa il 15 ottobre 2011, nella splendida sala consiliare del Comune,  in cui si è svolta una tavola rotonda, sugli eventi e sui contributi di Treia e dei suoi abitanti alla storia patria.

L'incontro, un “talk show” com'è stato definito dal suo ideatore e conduttore Alberto Meriggi, si è svolto con sapiente mescolamento di colori e di sapori... Foto, esibizione di cimeli, canti popolari, poesie, rimembranze romantiche, etc. Ma prima di continuare nella descrizione vorrei dire alcune parole sulla persona di Alberto Meriggi. Un docente universitario ad Urbino, nativo di Treia e qui residente, che conobbi in occasione di una battaglia -da lui sostenuta e portata avanti con determinazione- per la salvaguardia del paesaggio treiese, imbrattato da lucidi e neri pannelli di silicio posizionati a migliaia nei campi del circondario. Un vero scempio paesistico.

Durante un paio di incontri avuti con lui per strada mi colpì la sua modestia e semplicità di eloquio, pur nella profondità dei temi trattati nella difesa bioregionale.

Così il pomeriggio del 15 ottobre 2011, mentre a Roma si svolgeva la fatidica marcia contro la corruzione del sistema, purtroppo degenerata in tafferugli non voluti dagli organizzatori, qui a Treia si cantava e descriveva il vantaggio ricevuto dalla comunità locale nel ricongiungersi pienamente alla patria. Ed anche Treia ha svolto la sua parte per la ricongiunzione... Questo ha comunicato Alberto Meriggi, corroborando le sue parole con numerose testimonianze. Durante la manifestazione comunale ho notato il religioso silenzio della folla numerosa e attenta. Io stesso sono rimasto avvinto ed immobile per tutto il tempo della narrazione e delle varie performances. Potrei meglio definire questo “talk show” con il titolo di “lectio magistralis”.

Ed ora, per contestualizzare l'evento e dare un senso di presenza diretta .. ecco una cronaca rapida su quel che è avvenuto durante l'incontro.

Foto di gruppo del 15 ottobre 2011: (Da sinistra) prof. Gilberto Piccinini, prof. Alberto Meriggi, prof. Annita Garibaldi Jallet, Luigi Santalucia sindaco di Treia


“Anche Treia ha fatto l’Italia” il titolo scelto da Alberto Meriggi ha ben rispecchiato gli obiettivi dell’evento che, da quanto annunciato in precedenza, erano solo quelli di dimostrare la presenza, finora sconosciuta, di personaggi, avvenimenti, aneddoti e situazioni particolari, nella vicenda storica treiese e marchigiano, particolarmente nel periodo rinascimentale. La conoscenza e l’amicizia personale di Meriggi ha fatto si che intervenissero a Treia per l’occasione, innanzitutto la prof. Annita Garibaldi Jallet, come ospite d’onore, il prof. Gilberto Piccinini, il prof. Leone Cungi e alcuni discendenti di patrioti treiesi.

La manifestazione ha avuto inizio con il saluto del sindaco Luigi Santalucia e dell’assessore provinciale maceratese Bianchini. Meriggi ha dato il via all’evento vero e proprio dando la parola ad Annita Garibaldi Jallet, pronipote dell’eroe dei due mondi perché figlia di Sante, a sua volta figlio di Ricciotti Garibaldi. Il primo intervento della Garibaldi è stato brillante e alla mano. Lei che ha detto di aver girato tutto il mondo per queste celebrazioni, si è mostrata meravigliata, ma con soddisfazione, della partecipazione di tante persone in una piccola comunità come quella di Treia. Subito dopo ha seguito la lettura da parte di Renato Pagliari di un brano presente in un giornale del 1932, pubblicato in occasione dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti di Treia. Poi due giovani musicisti, Matteo Ortenzi e Davide Pucci, hanno suonato e cantato la famosa Ballata del Bellente, scritta da Giuseppe Gasparrini per ricordare le gesta del brigante appignanese Pietro Masi, detto Bellente, un renitente alla leva che diventò brigante e che fu ucciso in territorio di Treia. La tragedia chiuse a Treia il periodo dell’occupazione napoleonica. Da quella vicenda, puntualizzata da una conversazione con il prof. Mario Buldorini, Meriggi ha cominciato a raccontare, utilizzando immagini inerenti al parlato, lo sviluppo del patriottismo treiese, attraverso lo svolgersi dei fatti e la vita dei vari personaggi.

E’ emerso subito che le radici del Risorgimento locale hanno visto come protagonisti il conte Andrea Massimiliano Broglio d’Ajano, che, dopo aver combattuto in zona e anche con Gioacchino Murat, andò a morire nel 1828 in Grecia per la libertà di quei popoli, il poeta Giacomo Leopardi che scrisse la canzone “A un vincitore nel pallone” dedicandola al giocatore di bracciale treiese Carlo Didimi, e lo stesso giocatore Carlo Didimi. Quest’ultimo fu il primo organizzatore a Treia di attività di cospirazione contro il governo dello Stato pontificio. Il Didimi, insieme ai suoi compagni giocatori locali Luigi Butironi (di cui Meriggi ha mostrato per la prima volta la foto inedita) e Pacifico Fortunati, approfittava delle trasferte per le partite per avvicinare altri patrioti e le associazioni carbonare. Partecipò anche ad azioni militari a causa delle quali venne anche perseguitato col rischio dell’arresto. La signora Maria Teresa Fuscà, discendente di Didimi, ha puntualizzato aspetti della vita del campione e riferito alcuni aneddoti sul personaggio e la sua famiglia. Meriggi ha mostrato per la prima volta il certificato di morte di Didimi dal quale ha ricavato diverse informazioni. Poi è stata data la parola al prof. Leone Cungi di Monte S. Savino, studioso del gioco del pallone col bracciale, il quale ha presentato una breve relazione, con immagini, sui rapporti di Didimi con altri giocatori italiani patrioti. Carlo Didimi fece a Treia molti proseliti tra i giovani, tanto che diversi di loro abbracciarono le sue idee politiche e partirono per le guerre di indipendenza per arruolarsi nell’esercito regolare o come volontari nelle file garibaldine. Il conduttore ha iniziato a parlare dell’epopea garibaldina e dei treiesi che combatterono con Garibaldi.

A questo punto sono emerse alcune novità e sorprese. Contrariamente a quanto ritenuto finora, Meriggi ha dimostrato che numerosi sono stati i patrioti treiesi che hanno combattuto nelle file garibaldine come volontari e non solo i due ricordati in una iscrizione marmorea nel palazzo comunale. Sono stati fatti i nomi di tutti, attraverso la testimonianza di fonti d’archivio, e sono stati indicati i luoghi in cui hanno combattuto. Altra sorpresa interessante è stata la presentazione della foto di Luigi Bonvecchi, assolutamente sconosciuta a Treia, il garibaldino treiese che partecipò alla spedizione dei Mille. Di lui e del garibaldino locale Giovanni Sacchi, morto a Bezzecca, sono stati presentati documenti riguardanti la loro vita, la famiglia e il mestiere che svolgevano. Garibaldini treiesi furono presenti in tutte le battaglie condotte da Garibaldi, come Filippo Pierucci che nel 1849 prese parte alla difesa della Repubblica romana e del quale il pronipote Silvano ha presentato dei curiosi documenti, come i Comandamenti del garibaldino, e la camicia rossa con cappello del suo avo, del quale Meriggi ha mostrato anche la foto finora sconosciuta. Altri treiesi furono presenti in Trentino, alla difesa di Venezia, nella battaglia di Lissa e in quella di Castelfidardo, a Mentana e alla Breccia di Porta Pia. Meriggi ha fatto i nomi di tutti e ha voluto che l’elenco completo venisse allegato nella cartella di sala distribuita a tutti gli intervenuti. Interessante è stato anche il riferimento ad intellettuali e politici treiesi che hanno contribuito all’Unità d’Italia, come il dantista Giulio Acquaticci, del quale ha parlato la discendente Stefania Acquaticci, e il deputato e senatore del primo parlamento Carlo Luzi, il cui discendente marchese Gianfranco Luzi era presente in sala.

L’exursus storico è stato alleggerito, come detto all'inizio, da brani cantati dai due musicisti, riguardanti canti contadini marchigiani dell’epoca e canzoni popolari sull’emigrazione. Il lettore ha più volte letto brani di sonetti riguardanti i costumi dell’epoca del poeta-sarto treiese Raffaele Lausdei. Alla fine Annita Garibaldi ha chiuso l’evento con un intervento interessante nel quale ha ripreso i temi trattati da Meriggi e li ha puntualizzati e sottolineati. Ha anche elogiato il lavoro svolto a Treia dicendo che la manifestazione è stata ben organizzata e condotta. Alla fine Meriggi ha letto una poesia, scritta negli anni Cinquanta del Novecento dal poeta locale Rolando Sensini, avente per tema il pianto di una madre davanti al ritratto del figlio morto in guerra e, salutando i presenti, ha auspicato un futuro migliore per l’Italia unita, riferendo parole del Presidente della Repubblica.

Per concludere, una breve considerazione... Il senso di appartenenza e  l'amore per il luogo in cui si vive è una condizione essenziale per il riconoscersi ri-abitanti bioregionali. Infatti nella adesione al bioregionalismo non si chiede l'appartenenza stretta all'etnia originaria di una data bioregione ma si sottintende la piena compartecipazione all'habitat ed alla cultura che vi si manifesta, nell'agire in sintonia con i viventi e confondendosi nella storia e tradizione locale. Perciò è importante conoscere il substrato culturale in cui una società bioregionale ha trovato il suo humus. Per questa trasmissione ringrazio vivamente Alberto Meriggi.


Paolo D'Arpini


Fonte: http://retedellereti.blogspot.com/2011/10/alberto-meriggi-e-treia-storia-cultura.html



Commento di David Buschittari: "Sono trascorsi 10 anni. Un giorno bellissimo con i ragazzi delle scuole, in occasione dei festeggiamenti del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia al teatro comunale" 




Confessioni sessual-psicologiche di una anonima torinese



Antes scriptum - "...Mi sentivo fraterna ieri sera. Forse perché ho parlato del clistere... la masturbazione è accettata, socialmente se ne può parlare. Mi adeguo, mi masturbo e ne parlo. Il clistere evoca in genere merda e sbeffeggiamenti e un senso di disagio per reminiscenze adolescenziali suppongo. Mi sento a disagio a parlarne..."

...E' una presa di coscienza di un mio problema individuale originato nel sociale. Se ne parlo in generale non risolvo il mio problema : tutti sono capaci di fare una dissertazione sul sesso...

Incominciare / a non finire/ come ben sai / non voglio soffrire
E tu quo accanto/ restami un poco/ incominciamo/ questo bel gioco
Proprio quel gioco/ soddisfacente/ che anche tu/ hai nella mente
Nella tua mente/ e nella mia/ si trova tutta / quella magia
Per cui è bello /quel che ti piace/ ed il tuo cuore/ più non ha pace
Se non controlli/ con i tuoi sensi/ se proprio è bello/ quel che tu pensi,
Contro lo schema / di sto sistema/ se vuoi capire/ devi rischiare
ma non strafare/ se corre il rischio/ che più nessuno giunga al tuo fischio-
E se partire è un po' morire/ ricominciare / vuol dir sperare
Ma quel che speri/ tu non lo sai/ è qui che sorgono/ tutti i tuoi guai
perché del nuovo / abbiam paura / come se fosse / la notte oscura
In cui nessuno / ci tien per mano / eppur andare / dobbiam lontano-
E' un lungo viaggio/ che dobbiam fare/ e non sapremo/ mai più tornare
Alle sagrate/ amate sponde / dove finiscono/  tutte le onde
Tutte le onde/ di questo mare/ in cui tu solo/ non sai nuotare
Perché nessuno/ te l' ha insegnato/ anche se spesso/ tu l' hai sognato
E ancora speri/ di ritrovare/ la mano amica/ che ti sa dare
Un po' di appoggio/ nel mare nero/ nel mare nero/ della tua vita
Che, quella, ancora/ non trovata/ soddisfacente cagata/ espressione inadeguata-
Ripetizione/ Rivoluzione/ o mancano/ non è finita/ quando finisce/ mai lo saprai
Devi passare/ un mare di guai/ e non par vero di ritrovare/ chi ti aiutasse
Un poco a nuotare....

Termoli (CB) - 11/ 9 /1976. Dal diario di una giovane signora 30/35 enne 



Commento di Giovanni Donaudi: "Questo testo  era già stato pubblicato tanti anni fa su "Evasion", appunto di Progetto SiderurgiKo, che poi PINO DI LUCCHIO dovette chiudere perché la sua casa venne perquisita dalla Digos e da allora  si limitò a a pubblicare on- line senza più materiale cartaceo"


Il limite del metodo

 


Qualche riga, tutt’altro che esaustiva, prevalentemente dedicata alla didattica in campo motorio, ma disponibile ad essere mutuata a tutti i contesti della vita relazionale.

Siccome capire non conta nulla e ricreare è necessario, per procedere in questo articolo torna utile prendere il ruolo di discente o di docente e alternarli, né più né meno di quanto sempre accade. E siccome non c’è protocollo che imponga alcunché, ognuno lo farà secondo se stesso. A quel punto tutto sarà chiaro.


Il totem

Il metodo è un mito. Nella nostra cultura razionalista e meccanicista ha il valore di totem. Il metodo semplifica, risolve, aiuta. Nel metodo c’è la soluzione e c’è la selezione.

Tuttavia, il metodo uniforma docenti e discenti. Per sua natura tende ad appiattire la dentellatura degli orizzonti individuali che siamo.

Se il metodo dimostra la sua miglior efficacia in contesto addestrativo, quando – come avviene – è trasferito in contesto didattico-educativo-pedagogico-terapeutico-comunicazionale, tende a selezionare, a perdere qualcuno per strada, a creare i “negati”, a mortificare, inibire, umiliare. Ovvero, tende a evidenziare la sua inopportunità in quanto realizza l’opposto di un processo destinato a formare uomini compiuti, indipedenze creative, capacità di riconoscere se stessi, la propria natura, la propria posizione nel mondo, la via della realizzazione, soddisfazione, benessere.


Uomomacchina

Se si tratta di attività motorie la didattica ancora dominante è centrata sulla tecnica, che il docente descrive, rappresenta e detiene. Compito del discente, che ritiene di non averla e di doverla acquisire, è replicarla. È una modalità che vale anche in ambito cognitivo-intellettuale. In ambo i contesti– motorio e intellettuale – si osserva uno sfondo meccanicista, che per sua ontologia tende a ripetersi senza variazioni.

Chi non sta al passo del mondo rappresentato o enunciato dal docente è destinato ad un giudizio negativo, quindi scartato, abbandonato. L’alienazione di sé è avviata e con essa l’impossibilità di riconoscere il proprio ruolo nella vita, il solo elemento di equilibrio. Il discente subisce la condanna e tende ad identificarsi nell’inetto, castrando così il suo gradiente di talento specifico. Il suo probabile riscatto dall’umiliazione sarà riproporre lo schema subito una volta nel ruolo di docente, padre, guida, tutore. La persona ridotta a meccanismo, è privata della sua individualità, della sua verità, è abilitata alla sofferenza, esorcizzata a suon di ideologie e dogmi. L’infinito che siamo, non solo è ridotto a poche idee egoiche, è culturalmente cestinato.

Il meccanicismo applicato alla didattica è stato chiamato drill, come trapano, metafora della ripetizione come modalità base d’insegnamento/apprendimento, da Jean Le Boulch (psicomotricista).


La freccia

Volendo disegnare una rappresentazione grafica della modalità didattica più frequente, disegneremmo una freccia che, scoccata dal docente, è diretta al discente. È un esito scontato quando l’universo del discente non è al centro del processo didattico-comunicazionale. Quando ogni discente è concepito come identico ai suoi colleghi. Quando la sua imitazione del modello ideale, affermato dal docente, è valutata con un unico, assoluto, metro di giudizio per tutti.

È un contesto educativo che tende a generare una dipendenza della parola del docente. Infatti, nel suo giudizio è racchiuso il nostro valore.


L’ascolto

Se tecnica o concetto sono al centro della struttura didattico-comunicazionale, se il potere didattico è ridotto alla presunta detenzione del sapere, la persona è necessariamente ai margini. Così procedendo si avanza di affermazione in affermazione da un lato e di imitazione in imitazione dall’altro. Perfino il se stesso del discente non è al centro del suo agire, un centro occupato da ciò che gli è stato richiesto.

Il binomio docente/discente si muove in un campo chiuso e autoreferenziale in cui non c’è spazio per l’ascolto, quella metafisica materia che la cultura meccanicistica ci ha sottratto nonostante la sua idoneità a indicarci la strada nelle relazioni della vita. Il processo di individuazione tarda o viene a mancare.

Senza sottrarsi al dominino egoico dell’affermazione di sé, ovvero senza ascolto, il senso e le verità degli universi che abbiamo di fronte tendono a sfuggirci. La concezione generale, la situazione del momento, il gradiente di motivazione del discente non possono essere raccolti dal docente, e quindi considerati tanto per modulare opportunamente la relazione, quanto per stimolare la propria intelligenza didattica. Quando gli elementi portati dalla persona non vengono integrati nella relazione didattica, non divengono strumento di personalizzazione della didattica stessa. Finché la persona non è posta al centro dell’incontro didattico, comunicazionale, terapeutico, tutto l’apporto che questa ci offre per realizzare una didattica opportuna va a perdersi.


Circolarità della didattica

Quando il binomio persona/ascolto sostituisce quello di tecnica-concetto/affermazione, il disegno della freccia, da unidirezionale, diviene circolare. Docente e discente, che prima condividevano un rapporto gerarchico e chiuso, ora godono dell’apertura sull’infinito creativo che una relazione alla pari tende a generare. In questa, il discente si sente centrato su se stesso, si esprime senza timore di una valutazione negativa, senza timore quindi di senso di colpa o pena. E anche senza perdersi in un’autostima fittizia, tutt’altro che formativo-evolutiva, in caso di giudizio positivo da parte del docente. Sentirsi superiori è una patologia grave che passa per normalità, che è camuffata da meritocrazia.

Quando la relazione è alla pari, il docente è emancipato dalle proprie definitive affermazioni. Tende così a creare una comunicazione in forma di prova, di test, per osservarne la bontà o meno. Sottopone cioè se stesso al vaglio dell’efficacia della sua affermazione che, se fallace, è sfruttata per riformulare diversamente in base al ritorno ascoltato. Nel processo di didattico attraverso l’ascolto, il docente è consapevole della propria piena responsabilità nei confronti di una crescita interrotta, di un avvio mancato, di un abbandono compiuto.


Capire non conta nulla

A causa del dominio razionalista, espressione del meccanicismo, riteniamo che il capire costituisca lo scopo, che attraverso il capire si realizzi l’apprendimento. Riconoscendo però i limiti del territorio amministrativo in cui detta verità si compie ed è condivisibile, possiamo osservare che capire non conta nulla in contesto didattico, che ricreare è necessario. Capire riguarda la dimensione intellettuale, la più superficiale tra quelle disponibili all’uomo. Capire è funzionale tra pari esperienze, entro un ambito che condividono, attraverso espressioni di un linguaggio comune. Una situazione in qualche modo opposta a quella didattica.

Al contrario dell’imitazione, la ricreazione richiede un’iniziativa che sgorghi dal profondo. In contesto ri-creativo siamo in ascolto di noi stessi e da soli possiamo scoprire come modificare scelte e comportamenti fino a sentirne l’efficacia. È una condizione in cui la nostra responsabilità sullo sviluppo degli eventi è piena. Orientati invece all’imitazione siamo in ascolto di un’idea, di un’intenzione di fare bene, di essere giudicati bene e, a volte, di una paura. Nell’imitazione noi non siamo presenti.

Ricreare implica alimentare un processo di indipendenza e sicurezza. Viceversa imitare senza la consapevolezza di farlo, è un ubbidire a modelli estranei dai quali dipenderemo.


Tornare in sé

Come detto, non basta capire che l’ascolto permette ciò che l’affermazione impedisce. È necessario ri-creare il percorso individuale affinché la modalità circolare venga espressa dal nostro fare. Affinché quella impositiva, egocentrica, autoreferenziale resti buona e limitata ai pochi contesti che le competono.

Portando l’attenzione sulla motivazione, sulle paure, sulle velleità nostre e altrui, possiamo avviare l’acquisizione dell’ascolto. Coltivare il percorso che arriva a denudarci delle maschere che avevamo creduto legittime e necessarie, è premessa indispensabile per apprendere esattamente ciò che fa al caso nostro. Si arriva a riconoscere le ragioni delle espressioni corporee nella nostra intima condizione. Si arriva a lavorare su se stessi, e a scoprire che scalare lo sapevamo già.


Scalare lo sappiamo già

Abbiamo imparato a camminare da soli, forse la cosa più difficile della vita, senza istruttori né maestri, basando il nostro procedere soltanto su quanto sentivamo. Può non valere come dimostrazione che la conoscenza è già nelle nostre motivazioni?

Gli individui di un gruppo eterogeneo di persone, di fronte a una parete rocciosa di varia difficoltà che si interpone al loro percorso, tenderanno a salire lungo percorsi a loro idonei, e, se necessario, tenderanno a impiegare il materiale eventualmente disponibile in modo creativo, il loro comportamento sarà idoneo per produrre la miglior sicurezza. Nessuno del gruppo sceglierà linee inadatte alle proprie disponibilità psicomotorie. Salvo ragioni di vanesie emulazioni, ognuno si comporterà secondo il proprio sentire, relegando il proprio sapere a semplice strumento.

La salita avrà al centro il se stesso di ognuno in quanto, muoversi a propria misura, genera un criterio a noi idoneo, tende a generare sicurezza, tende al successo. Il se e dove proseguire, il se e quando rinunciare è totalmente commisurato a noi stessi, totalmente sottratto ai dogmi dell’importanza personale, a quelli delle ideologie, dei luoghi comuni. E, soprattutto, a quelli della nostra esperienza pregressa. Una volta purificati da superstizioni d’ordine vario, fossero anche cosiddette scientifiche, emancipati dal totem del capire, possiamo seguire noi stessi, possiamo trarre il massimo dagli errori, possiamo riconoscere il destino come scelta. Possiamo percepire forze sottili, rivelatrici di un mondo energetico, che agiscono sempre in tutte le relazioni. Possiamo cioè riconoscere le ragioni dei fenomeni e alzare la nostra capacità di gestirli.

Quando la modalità io sento sostituisce quella dell’io so, dell’io devo, dell’io voglio, si procede a propria misura, secondo motivazione del momento. L’importanza personale, l’orgoglio, la vanità, l’esibizionismo non sono più forze che ci distraggono da noi stessi alzando così il rischio di inconvenienti. Attraverso l’io sento tutti possono constatare che scalare lo sappiamo già. Non serve istruttore per muoversi secondo il sentire. La sicurezza non risiede più negli accessori.


Chi si fa male è un fesso

Nel caso della scalata e non solo, la formula chi si fa male è un fesso può rappresentare una didattica e un comportamento centrato sulla persona.

In una didattica relazionale, circolare, sebbene tutti arrivino assetati di sapere come fare per scalare, per ghiacciare o per sciare, è inizialmente frequentemente necessario smontare la corazza di convinzioni prodotte della cultura del sapere e della specializzazione, che ricopre le persone come una pelle, che le riempie come un cuore di verità.

Finché non si prende coscienza di quanto l’attenzione sia su quello che si sa o che si vuole invece che su quello che si sente, sulle reali motivazioni, paure e aspettative, finché il docente è concepito come la sola origine del nostro apprendimento, ci muoveremo secondo un copione che non ci rappresenta, in cui il rischio di comportarci in modo inadeguato a noi stessi e alla sicurezza tende ad alzarsi.

Deresponsabilizzare con aiuti e sicurezze artificiose, plaudendo a falsi successi, nient’altro che sconvenienti distrazioni nella maieutica dell’indipendenza, è la pratica comune, ma è anche il contrario di una maieutica dell’indipendenza.

Per riconoscere che è una nostra tensione che ci impedisce di arrivare a una presa sono necessarie tutte le prese di coscienza utili affinché il microcosmo del corpo torni a far parte di noi. Quando il miracolo si compie la tecnica, che credevamo da apprendere, è ricreata.

Se sbattere contro chi si fa male è un fesso è traumatico, una volta recuperato se stessi ne implica la condivisione. Oltre a scoprire che non c’era nulla da imparare, che tutto è già dentro le nostre motivazioni, che eravamo arrivati per imparare a scalare o sciare, ce ne andavamo consapevoli che quanto avevano esperito e ricreato non sarebbe servito solo sotto una falesia o per una serpentina nella polvere. Sarebbe servito a noi.

Lorenzo Merlo








Bibliografia

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- Carl Gustav Jung, La psicologia del kundalini-yoga, Torino, Bollati Boringhieri, 2016

- Sergio Manghi, La conoscenza ecologica, Milano, Raffaello Cortina, 2004

- Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, Garzanti, 1977

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- Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Milano, Mondadori, 2003

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- Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch, Change, Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1974

Ecologia sessuale e matrismo

 


Ricordo che ad una festa di Beltaine un “galante” si presentò, buttando tutto il discorso sulla cosiddetta "prostituzione sacra": insomma, aveva un disperato bisogno di gnocca; e quando scoprì che le cose non andavano come la sua originaria mentalità cattolica gli aveva suggerito, rimase molto deluso...

Per certe cose Google torna utile, mi ha consentito di tirar fuori un vecchio comunicato del nostro Punto Verde Calcata, ripreso da Adnkronos: “Roma, 26 apr. 1994 - ''Rapporti sessuali liberi, apriamo i 'parchi dell'amore'...''. La proposta di Punto Verde è quella di creare alcuni ''parchi dell'amore'' in cui le cooperative, appositamente costituite e aventi per scopo prestazioni sessuali gratuite, possano lavorare ''tranquillamente'' all'interno di grotte o capanne, anche per ricreare quell'atmosfera naturale e spontanea legata alle antiche tradizioni iniziatiche degli Etruschi e dei Falisci."


Come la sessualità diventa "consumo" con l'avvento del patriarcato


Sin dai primordi della  comparsa dell'uomo e dall'avvento delle prime civiltà del paleolitico ma in particolare e - più consapevolmente- durante la civiltà gilanica, ovvero per tutto il neolitico e per i primi anni dell'epoca del bronzo, la sessualità fu vissuta  come forma di spiritualità e “religione” della vita. Nella società umana da tempo immemorabile è stata data grande rilevanza al sesso, l’atto sessuale è stato posto in cima alla scala dei valori umani (prima che subentrasse l’oscurantismo sessuofobico ed utilitaristico dei culti monolatrici e patriarcali).

Questo spontaneo  interesse per l’amore sessuale è dovuto non solo al “richiamo della carne” –uno stimolo che ha sempre condizionato i rapporti sociali- ma soprattutto alla consapevolezza che il rapporto “procreativo” ha sovente esercitato una potente attrattiva nella mente umana che ha visto in esso l’unica possibilità conosciuta di perpetuare la propria esistenza. La ricerca dell’eternità, in questo caso, passa attraverso quella “trasmissione di sé” che appunto sta alla base del rapporto sessuale, un modo insomma di perpetuare e suffragare l’essere…

Gli animali, soprattutto i mammiferi, dedicano alle attività sessuali e riproduttive gran parte delle loro energie, anzi la loro vita è centrata sulla sessualità, la loro esistenza è scandita dalla pulsione sessuale e dai suoi ritmi e regole. Non si può fare a meno di osservare nell’uomo ciò che avviene nei suoi fratelli animali. Ma c’è qualcosa che contraddistingue l’uomo nell’espletamento delle funzioni riproduttive: la perdita dell’estro femminile ed anche la capacità di sublimare o trasformare il rapporto sessuale in atto rituale e di adorazione, ovvero in gesto d’amore. Non voglio ora prendere ad esempio l’estrema sublimazione, quella dell’asceta che rivolge il suo desiderio sessuale verso una divinità astratta,  trasformando lo stimolo carnale in energia mistica. Vorrei piuttosto evidenziare come la relazione sessuale sia divenuta, nel corso di questa nostra civiltà umana, un modo di esprimere religiosità e sentimento.

Affresco di Carlo Monopoli

La prima religione conosciuta dall’uomo è quella della Madre Terra, la sua pratica era già evidente nelle statuine femminili che evocavano la capacità fertilizzatrice  e procreatrice trasposta all’umano. Ciò avvenne nel cosiddetto periodo matristico o gilanico. Persino l’uso di grotte o spelonche od oscure foreste come luogo di culto delle “madri” è sinonimo di una religiosità che poneva al primo posto la sessualità.

Questa visione panteistica di rispetto verso la sessualità fu importante non solo nelle cosiddette società matriarcali ma anche nei periodi successivi in cui l’uomo (il maschio) assunse una maggiore considerazione sociale con la conseguente “mascolinizzazione” delle divinità.

Ma è soprattutto in questo momento storico, in piena società dei consumi, che la naturale sessualità sta subendo i colpi peggiori.

Recentemente si fa un gran parlare di trasmettere l’educazione sessuale, in chiave teorico illustrativa, integrandola con le teorie pansex, gender e simili,  come se la sessualità  fosse una materia scolastica in progress, tipo matematica o chimica… Ma non c’è nulla di peggio per cancellare ogni romanticismo e mistero verso la sessualità, non c’è niente di peggio  di questa strumentalizzazione  che  trasforma l’amore in mera funzione corporale. Alla fine vince ancora una volta l’immoralità mascherata da morale. Vince la perfidia dell’allontanamento dalle sane abitudini umane, trasformando il sesso in “consumo ragionato”. In tal modo il rapporto vien vissuto in forma di assimilazione esterna a sé o di apprendimento virtuale (avulso dalla quotidianità). Così si lascia la sperimentazione all’estemporaneità o, peggio ancora, alla sopraffazione di chi magari approfitta dell’interesse morboso risvegliato nelle ingenue menti giovanili.

Sarebbe decisamente meglio rispolverare il metodo popolare alla “Grazie zia..” Oppure lasciare che la conoscenza sessuale –non più sporcata dalla proibizione moralistica o banalizzata dall’uso edonistico- diventi una parte integrante della vita di ognuno, una libertà espressiva che segue la natura, nella consapevolezza che l’energia sessuale appartiene alla vita e non c’è bisogno di “compiacere” nessuno adattandosi alle leggi di mercato per conquistarsi un “pezzetto” d’amore.

Il percorso all’inverso da compiere, dopo secoli di condizionamento maschilista che hanno portato al “matrimonio” (pagamento della madre), allo stupro ed alla perversione, è lungo e difficile ma è l’unico da intraprendere per riportare l’essere umano alla sua pienezza emotiva e sessuale.

Paolo D'Arpini 



Restare ebrei (o bramini) per scelta...



Di tanto in tanto ho una scambio di vedute con Paolo Bancale, direttore della rivista "Non Credo", con cui collaboro da anni su vari temi riguardanti la spiritualità laica. In alcuni numeri del passato sono stati pubblicati  vari miei articoli sul "problema" ebraico, esaminato con un approccio laico. Dico "laico" in senso totale, poiché spesso ho notato che molti critici del cristianesimo o dell'islamismo si definiscono "laici", mentre alla fine si scopre -per loro stessa ammissione- che  appartengono alla comunità ebraica. Quindi la loro critica delle altre religioni è un po' pelosa. 

Nel corso della mia esistenza  ho conosciuto diversi ebrei, con i quali ho stretto amicizia,  di solito questi amici hanno  dimostrano una grande apertura mentale e spesso non esitavano a definirsi liberi cercatori spirituali, e magari  "atei" o perlomeno "agnostici", quindi dal punto di vista intellettuale si potrebbero definire "laici". Il fatto è che l'adesione all'ebraismo, non  dipende semplicemente  da una  scelta religiosa filosofico-elettiva , nel senso del pensiero,  e quindi aperta a tutti. L'ebraismo è sostanzialmente un riconoscimento  etnico-culturale, che viene tramandato fra gli appartenenti del popolo  ebraico, cioè i nati da famiglia o da donna ebrea.  Il popolo ebreo e l'ebraismo sono perciò un tutt'uno inscindibile (indipendentemente dal credere o meno nella religione avita). 

Come avviene ad esempio nel bramanesimo induista, in cui i bramini dal punto di vista dottrinale possono appartenere a varie sette del Sanatana Dharma, possono essere  vishnuiti, shivaiti, shakta e persino nichilisti atei  ma continuano in realtà a mantenere la tradizione genetica braminica (sposandosi e riproducendosi solo tra bramini).   


Ed allora quando smette  un ebreo di appartenere all'ebraismo od un bramino  alla sua casta, oltre alla rinuncia intellettuale elettiva? 

La risposta è semplice: il momento in cui abbandona anche la tradizione genetica del matrimonio e della riproduzione all'interno della sua "etnia" o casta.  Non essendoci  più ascendenza-discendenza  le caratteristiche genetiche vengono rimescolate e pian piano le tracce ancestrali disperse assieme a quelle culturali. 

Certo alcune caratteristiche psicofisiche dominanti per un po' restano. Ma scompare il senso di appartenenza  al gruppo etnico. In un certo senso questa rinuncia alla "gens" è quanto fecero i romani antichi, che essendo originariamente etruschi, sabini, falisci e latini, etc. rinunciarono alla loro "famiglia genetica" per riconoscersi nella nuova cittadinanza romana. 

Però l'esempio dei romani non è da considerarsi "universale"  e definitivo poiché essi rifiutarono  le precedenti  origini tribali ma non si fusero con "l'umanità" in senso lato. Cambiarono soltanto il senso di  identità. Quindi va de a sé che una vera "laicità" deve avvenire nel ricongiungersi totalmente nell' "Umano" lasciando da parte ogni altra identificazione con religioni, etnie, razze o dir si voglia. 

Questo fu esattamente il mio caso. Infatti i miei nonni paterni erano entrambi  di origine ebraica, quella  "originale", non quella ashkenazita, che è composta da  turcomanni convertiti nell'anno 1000  (e che a rigor di logica non è di matrice semita), essi però durante il fascismo rinunciarono alla loro identità, forse per salvare la pelle o per simili ragioni. I loro figli, compreso mio padre, sposarono donne gentili, rompendo  la continuità genetica, ed io a mia volta ho continuato in questa strada di allontanamento.  Dal che si può affermare che la mia ascendenza-discendenza ebraica è  nulla. Resta -come detto sopra- solo qualche caratteristica psicofisica: il naso grosso ed un po' appuntito, l'intelligenza speculativa ed altre cosucce che non sto a menzionare.

Beh, perché vi sto raccontando tutto questo?  Qui ritorno ad un numero specifico della  rivista Non Credo in cui erano presenti addirittura tre lettere di lettori evidentemente di famiglia ebraica, in particolare mi riferisco alla lettrice Sarah Ancona, che scriveva al direttore Paolo Bancale: "Negli ultimi due fascicoli di Non Credo ed anche in fascicoli precedenti, si parla di ebrei, ma non di ebraismo in quanto religione, il che sarebbe nella normale tematica della rivista, ma piuttosto come popolo. Per inquadrare questi interventi nella loro categoria vorrei chiederle quale è la sua opinione sulla spinosa vicenda di quel popolo?" 

Il direttore rispose esaurientemente  ma "indirettamente" ho voluto anch'io rispondere alla signora Sarah Ancona. Una risposta che vuole anche essere un invito allo scioglimento nell'Umanità a cui tutti noi indistintamente apparteniamo. Aldilà di ogni componente etnica. Riconoscendoci quindi nella comune matrice della specie umana  e cancellando ogni vestigia di "razza", che tra l'altro anche dal punto di vista scientifico antropologico  non ha alcuna consistenza. Infatti la genetica ha stabilito che esiste una sola specie umana e le cosiddette "razze" non esistono,   non essendo altro che il risultato di  un adattamento  di popolazioni umane  che si sono evolute in determinati ambienti e clima.

Paolo D'Arpini



Definizione di popolo ebraico su wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Ebrei