La simbologia dei numeri nelle tre religioni monoteiste



Il più illustre filosofo e pensatore che si dedicò all’approfondimento
dello studio dei numeri è Pitagora, che di quella “scienza psichica”
che comunemente è conosciuta con il nome di “numerologia” ne ha fatto
un vero e proprio strumento che è servito da faro a tutti gli studiosi
che lo hanno seguito sullo stesso sentiero di indagine, poiché i suoi
studi sono serviti da premessa per scienze quali la geometria e
l’astronomia. Padre dell’aritmetica, ai suoi studenti, che selezionava
in base alla capacità di associare un messaggio ad un simbolo, egli
soleva dire “tutto è numero”.

Formulò una teoria che lega la matematica alla natura e alla musica,
stabilendo un’assonanza con l’intero cosmo e con le Leggi che lo
governano. L’associazione dei numeri alla natura, secondo i
pitagorici, inclina ed agevola una meditazione profonda e consente
all’uomo di cogliere l’intima natura delle sfere celesti, creando un
ponte tra il visibile e l’invisibile, poiché c’è una stretta assonanza
tra numeri, forma e idee. Infatti, regolata dai numeri risulta
l’alternanza delle stagioni e delle diverse coltivazioni ad esse
corrispondenti. I numeri contengono, disciplinano e racchiudono il
Creato e ogni creatura, e consentono all’uomo di diffondere il
messaggio del quale è portatore sin dalla nascita, e inglobarlo al
messaggio più profondo, collettivo e primigenio, ovvero quello divino.
Le conoscenze che hanno permesso a Pitagora di elaborare le sue
teorie, sono frutto dei suoi lunghi viaggi in Oriente e in India.

Basti pensare che l’antico testo cinese che risale al 5000 a.C.
conosciuto in Occidente come “il grande Libro dei Mutamenti” (I King)
e che ha dato origine al taoismo e confucianesimo si basa
esclusivamente sui numeri ma è il popolo sumero il primo ad aver
realizzato un complesso quadro sessagesimale nel quale sono divise le
ore, i minuti e i secondi. Anche gli antichi Egizi si sono serviti dei
numeri per la costruzione delle Piramidi, la cui struttura è composta
da un triangolo (3) che poggia su un quadrato (4). Per loro, il 7 era
simbolo della vita e il testo matematico più complesso e composito è
il “Papiro di Rhind” nel quale si legge che esso contiene le “regole
per scrutare la natura e per conoscere tutto ciò che esiste, ogni
mistero, ogni segreto”. I numeri dunque attribuiscono un valore
numerico alle lettere permettendo al linguaggio di essere veicolo di
comunicazione tra la realtà tangibile e quella trascendentale. La
religione ebraica è la prima che introduce una fede in un unico Dio
“Creatore” rifiutando una visione politeistica contenuta in altre
credenze e religioni ma in tutta la raccolta di” libri” (in tutto 24)
costante resta la presenza dei numeri con la funzione di veicolare un
messaggio e permettere all’uomo di comprendere e quindi osservare la
volontà divina, in quanto per le tre religioni monoteiste, è Dio la
fonte primaria, è Dio che parla all’uomo.

Nel Libro che contiene” l’insegnamento”, diretta emanazione divina
della “Legge” che Dio diede a Mosè durante i 40 giorni spesi sul monte
Sinai, la Torah, (che corrisponde al Pentateuco della Bibbia
cristiana) c’è l’intera descrizione della Creazione, che per molti
autori e studiosi, antichi e moderni, delle Sacre Scritture, va
interpretata in senso allegorico.

Nella Genesi, Dio comincia il suo lavoro e ogni suo gesto è scandito
con ritmo regolare ed incessante, e completata la sua opera di
“costruzione del mondo”, si riposa nel settimo giorno: “ Allora Dio
nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò
nel settimo giorno ogni suo lavoro” (Genesi,1,2). Per essere più
precisi, smette di creare, ovvero di lavorare. Questo primo atto della
grande opera divina, ha dato una precisa indicazione che gli ebrei
hanno applicato e reso una delle festività religiose più importanti e
più osservate nella pratica della loro fede.

Lo Shabat, che, letteralmente significa smettere (ovvero cessare ogni
attività) è tradotto comunemente con la parola riposo. Dall’azione
divina a quella umana il passo è breve. L’uomo comprende che
anch’egli, creato da Dio, è dunque creatura, ed è tenuto a
considerarsi parte integrante di un progetto che va ben al di là della
sua immediatezza ma chiama in causa l’eternità, poiché come si legge
in Esodo( 3,14 ) Dio parlando a Mosè si definisce “Io Sono Colui che
Sono” ed è per questo che è inconcepibile l’idea che Dio abbia avuto
bisogno di riposo dopo aver completato la sua creazione. Aderente ad
una visione di un Dio onnipotente ed eterno, lo Shabat introduce anche
una rivoluzione poichè non esisteva un giorno specifico da dedicare al
riposo, e soprattutto tale riposo era riconosciuto a chiunque, schiavi
ed animali compresi, introducendo per la prima volta un concetto di
eguaglianza sociale assolutamente inesistente. Per l’ebreo praticante,
tale osservanza scandisce la settimana, diventando un orologio che
disciplina la vita quotidiana.

Cessando ogni attività, l’uomo ammette e riconosce di non essere lui
il vero creatore ma individua in Dio la fonte ultima di tutte le cose,
sé stesso compreso. La non dominanza dell’uomo sulla natura è un gesto
di umiltà e di riconoscenza al tempo stesso. Il riposo inoltre,
permette di concentrarsi sulla vita interiore, tralasciando quella
esteriore e materiale che inevitabilmente distrae e allontana dalla
preghiera e dal dialogo interiore con Dio. Ecco quindi che l’uomo si
libera della complessità e della caducità della materia per ritrovarsi
immerso nell’essenza divina che alberga in lui.

Ecco perché il numero 7 simboleggia la conclusione della creazione
divina, rappresenta la perfezione di Dio che consente all’essere umano
di elevarsi . “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perchè
in esso aveva cessato da ogni lavoro che Egli creando aveva fatto.
Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.”
(Genesi, 2,3) Solo così l’uomo può identificarsi in ciò che egli è e
non in ciò che ha. Sembra quindi che Dio, avendo benedetto il giorno
settimo, abbia firmato di suo pugno il riconoscimento a questo numero,
il 7, una valenza santa, e in base a ciò che si legge in Esodo (24,16)
“Mosè attese sei giorni sul monte e il settimo il Signore gli si
rivelò” ponendo ancora una volta l’accento sul significato profondo
del numero 7 come veicolo non solo della santità ma anche della
volontà divina che si esprime all’uomo in diverse forme.

Si legge nel Deuteronomio (15, 1,) “Alla fine di ogni 7 anni
celebrerete l’anno di remissione. “ L’anno sabbatico, che cade ogni 7
anni, prevede la liberazione degli schiavi, l’annullamento dei debiti,
la cessazione dei lavori e il riposo dei campi da coltivazione.
Quest’ultimo precetto è riscontrabile in Esodo,23,10: “Sei anni
seminerai il tuo terreno e ne raccoglierai i prodotti; il settimo
invece lo lascerai incolto e l’abbandonerai perché ne mangino i poveri
che sono insieme a te e gli animali selvaggi si nutrano di quello che
essi lasciano”. Si può quindi notare un’ulteriore rivoluzione
introdotta proprio dalla religione ebraica e legata al numero 7;
questa usanza è oggi considerata ancora valida nel senso che è
riconosciuto socialmente un anno durante il quale è lecito prendere
una pausa dal proprio lavoro, come avviene per i docenti universitari
o i medici, scienziati e ricercatori che lavorano presso alcune
Istituzioni e/o università negli Stati Uniti. Un anno regolarmente
retribuito per approfondire una ricerca personale, aggiornare la
preparazione oppure per motivi personali. In Italia, la legge Turco
(n.53 del 2000) riconosce un congedo per motivi di maternità, gravi
malattie, motivi familiari e formazione professionale. Incredibile il
ruolo e l’influenza nella vita sociale e collettiva che il numero 7
svolge, diventando non solo un veicolo che permette un dialogo tra
l’uomo e Dio ma rappresentando una “giusta pausa” che richiama la
cessazione di ogni attività, momento nel quale si smette di creare. Ci
ricorda la fine di ogni cosa terrena, attribuendo un senso di eternità
solo a quel Dio creatore che compare a Mosè, come detto, il settimo
giorno e al quale detta le Leggi (o Comandamenti) che “il suo popolo”
è tenuto ad osservare.
Nella Torah, ci sono altri passi che fanno riferimento al 7 ed è
difficile se non quasi impossibile elencarli tutti; di volta in volta
esso compare a rimarcare la santità, anche quando è legato a riti di
purificazione e alla descrizione degli oggetti consentiti nel Tempio.
La Menorah, il candelabro ebraico utilizzato nell’antichità
all’interno del Tempio di Gerusalemme, è infatti composto da 7 bracci,
e rappresenta il rovo ardente tramite il quale Dio si manifestò a Mosè
e, in alternativa a questa interpretazione, ricorda i sei giorni della
creazione sottolineando il settimo, quindi ancora una volta esaltando
la sacralità di questo numero.

Il candelabro pare essere una stilizzazione dell’umanità,
rappresentata dal fusto che poggia a terra. La presenza divina è
garantita e racchiusa dalle 7 fiamme che illuminano ed è per questo
che in diversi passi dell’Esodo ci sono istruzioni ben precise
riguardanti la sua costruzione, i materiali da utilizzare e l’uso
proprio che se ne deve fare (37,17-24). Anche Zaccaria, nelle sue
profezie chiede a Dio di fargli comprendere il significato di ciò che
vedeva, ovvero “un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente
con 7 lucerne e 7 beccucci per le lucerne” (Zaccaria, 4,2), e solo
dopo la spiegazione dell’Angelo il profeta ne coglie il senso” Allora
l’Angelo mi spiegò: le 7 lucerne rappresentano gli occhi del Signore
che osservano tutta la terra”.
Dio è onnipotente e sempre presente. Impossibile nascondersi ai suoi
occhi e il numero 7 per questo è considerato un numero di santità e
perfezione e di tale status godono tutti gli oggetti, le azioni, i
riti e le preghiere che lo contengono.
Non stupisce dunque che questo sia il numero che compare di frequente
nei Testi Sacri dell’altra religione monoteista, il cristianesimo. La
Bibbia è composta dall’Antico Testamento, che coincide con alcuni
libri ebraici (seppur interpretati teologicamente in maniera
differente e/o divergente) e il Nuovo Testamento, che contempla la
vita e le opere del Cristo, considerato Redentore dell’intera umanità
nonché incarnazione umana di Dio. Nel Vangelo secondo Luca (1,46-55),
è presente uno dei più toccanti e traboccanti ringraziamenti a Dio,
ovvero il Magnificat che Maria, già in dolce attesa del Cristo,
pronuncia alla cugina Elisabetta alla quale aveva fatto visita. Salta
subito all’occhio, dopo un’attenta lettura, che 7 sono le azioni
divine (“ Ha spiegato, ha disperso, ha rovesciato, ha innalzato, ha
ricolmato, ha rimandato, ha soccorso) come dello stesso numero sono le
invocazioni nella preghiera principe di questa religione, ovvero il
Padre Nostro, come viene riportato da Matteo (6, 9-13) “ Sia
santificato il tuo Nome; venga il tuo Regno; sia fatta la tua Volontà;
dacci il nostro pane quotidiano; rimetti i nostri debiti; non ci
indurre in tentazione; liberaci dal male. L’abbondanza dei numeri
presenti sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento, hanno spinto
studiosi e filosofi di questa religione, alcuni considerati i “Padri”
della Chiesa Cattolica, a fare alcune considerazioni. Di sicura
influenza greco-romana sono figlie le riflessioni che dei numeri ne fa
Sant’Agostino, nei quali rientra una influenza anche degli studi
pitagorici, dato che per questi ultimi il 7 rappresentava la santità.

“Nessuno è così stolto né incapace da voler sostenere che i numeri
presenti nei Libri Santi vi siano menzionati invano e senza ragioni
mistiche”. Si eleva così la dignità dello studio o della” scienza dei
numeri” e per il Santo tale scienza è investigata e trattata dagli
uomini spirituali perché diventino bravi esegeti della Bibbia.
Attribuisce al numero 7 una valenza possibilista ovvero da, all’uomo,
la possibilità di raggiungere Dio. Come fosse un ponte tra il cielo e
la terra, il 7 è secondo Agostino “perfezione mistica” essendo la
somma del numero 3, che rappresenta la perfezione e del 4, che
rappresenta il corpo; dunque la certezza, per l’uomo, di potersi
elevare al divino. Del resto il 7 è un numero proprio, ovvero non
generato da altri numeri ma da sé stesso, e perciò rappresenta la
verginità, ovvero la purezza. Inoltre, sempre secondo il pensiero di
sant’Agostino, il 7 simboleggia l’integrità della dottrina e la purità
dell’anima. “ Anche della perfezione del numero 7 si possono dire
molte cose…Si adopera spesso per indicare la totalità delle cose, come
quando si dice: il giusto cade 7 volte e 7 volte risorge; ossia cade
ma non perirà, le sue cadute non sono peccati ma imperfezioni che
conducono all’umiltà. E 7 volte ti loderò, espressione ripetuta
altrove in questi termini. Nella Sacra Scrittura si trovano molte
altre frasi simili nelle quali il numero 7 è usato per esprimere in
tutte le cose l’universalità. Molte volte poi con questo numero viene
indicato lo Spirito Santo, del quale il Signore ha detto: Egli vi
ammaestrerà in ogni verità”. E i doni che Esso fa sono proprio in
numero di 7: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà
e timore di Dio.

Nell’opera “La Città di Dio” Agostino rintraccia nei passi che
analizza, una simbologia legata strettamente alla figura del Cristo e
alla Chiesa, sua sposa mistica, e non dimentica di considerare la
valenza del numero 7. Riprende infatti le parole di ringraziamento
pronunciate da Anna, nell’Antico Testamento, madre sterile del profeta
Samuele.

Diverso nell’espressione ma non nel contenuto del Magnificat
pronunciato da Maria, Anna ringrazia e loda Dio per averle concesso,
seppur in età tardiva, un figlio. Nella sua lode, Anna dice “…Colei
che era sterile ha partorito 7 figli e la madre di numerosa prole è
sfiorita….Il Signore fa morire e fa vivere…” e in queste sue parole si
rintraccia, a parere del filosofo, una sorta di profezia uscita dalla
bocca di questa donna che, diventata madre, è profondamente grata per
la Grazia ricevuta da Dio.

Sarebbe la Chiesa di Cristo ad essere feconda e a creare molta prole,
intendendo dire che avrebbe avuto molti “figli” ovvero fedeli in tutto
il mondo. L’allegoria della madre feconda con la Chiesa di Cristo è
così chiara che invece di considerarlo il Cantico o Magnificat di
Anna, lo si può considerare il Cantico della Chiesa. “A questo punto,
tutto ciò che veniva previsto profeticamente si è rivelato a coloro
che conoscono il significato del numero 7 perché con esso è stata
simboleggiata la perfezione della Chiesa universale. Per questo anche
l’apostolo Giovanni si rivolge alle 7 Chiese, mostrando così di
rivolgersi alla interezza dell’unica Chiesa” (La Città di Dio, libro
XVII).

Nell’Apocalisse di Giovanni, testo di chiusa della Sacra Bibbia, il 7
non compare solo quando l’apostolo si rivolge alle Chiese ma in
diversi passi. “Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul
trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello
esterno, sigillato con 7 sigilli” (Ap 5) e la presenza, ancora una
volta del “numero mistico” per eccellenza, è spiegabile se si procede
con la lettura del brano. In alcuni passi successivi infatti
l’apostolo dice che pianse, perché “non si trovava nessuno degno di
aprire il libro e di leggerlo”, ovvero nessun essere umano può
comprendere il senso della Storia, sia quella universale sia quella
personale, come il perché si nasce o perché si muore o si soffre. Solo
il Cristo, ovvero l’Agnello immolato all’umanità può comprenderlo,
“…Egli aveva 7 corna e 7 occhi, simbolo dei 7 spiriti di Dio”. E
ancora “Tu sei degno di prendere il libro e di aprire i sigilli,
perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per
il nostro Dio un regno di Sacerdoti e regneranno sopra la terra”. Ecco
così completa la “Rivelazione” (significato della parola apocalisse)
che chiude con il trionfo del Cristo e dei suoi eletti tutta la Storia
dell’umanità, dalla sua Creazione alla sua totale e definitiva
redenzione.
L’interpretazione che se ne fa del numero 7 nella Bibbia non si
discosta poi molto da quella che ne fa nella Torah; in quest’ultima il
numero 7 rappresenta la santità di Dio, la sua onnipresenza e
onnipotenza, nonché la perfezione della creazione. Nella Bibbia,
questo concetto non solo viene rafforzato ma Dio è identificato in
Cristo, suo figlio, che con la sua morte redime i peccati dell’intera
umanità e ne garantisce la liberazione dalla schiavitù del peccato e
della morte per sempre. “

Ma Egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il
Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e
ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Questo è il senso
recondito delle 7 stelle che hai visto nella mia destra e dei 7
candelabri d’oro, eccolo: le 7 stelle sono gli angeli delle 7 Chiese e
le 7 lampade sono le 7 Chiese” (Ap, 9-20).

Simbolo di perfezione del Creato e presente in molti riti, il 7 è un
numero che compare in abbondanza anche nell’ultima delle religioni
monoteiste (o abramitiche) ovvero l’Islam. La prima sura del Corano è
composta da 7 versetti, e secondo la dottrina di questa religione, il
mondo è sostenuto da 7 colonne poggianti sulle spalle di un gigante.
Per i Musulmani, Allah ha creato 7 cieli, 7 mari e 7 terre così come
esistono 7 porte per accedere al paradiso ma altrettante per accedere
all’inferno. Lo stesso numero è la cifra degli attributi riconosciuti
ad Allah: vita, conoscenza, potenza, volontà, udito, vista e parola e
la professione di fede musulmana è composta da 7 parole. “Quelli che
con i loro beni sono generosi per la causa di Allah, sono come un seme
da cui nascono 7 spighe e in ogni spiga ci sono cento chicchi. Allah
moltiplica il merito di chi vuole Lui”.

Per quanto riguarda i passaggi più importanti della vita di un
musulmano, c’è già un rito legato alla nascita e al numero 7. Dopo una
settimana, infatti, il neonato riceve il suo nome. Gli vengono
tagliati i capelli e pesati; l’equivalente del peso in argento viene
donato ai poveri . Anche la morte prevede un rito che include il
numero 7, come i passi da compiersi all’indietro una volta sepolto il
cadavere anche perché si ritiene che l’anima del defunto resta 7
giorni accanto alla tomba, e per questo il cadavere viene sdraiato
sulla destra, avvolto da un semplice lenzuolo e con il viso rivolto
verso la Mecca.

Assoluto è il divieto di sepoltura di un fedele di questa religione
accanto ad un infedele, ovvero un non credente nell’Islam; è prevista
persino la possibilità di rimpatriare la salma, se non è presente
nella città in cui un musulmano muore, un appezzamento di terra a
parte. Molto sentito è il pellegrinaggio che, almeno una volta nella
vita, un musulmano è chiamato a fare alla Mecca, luogo considerato
santo, città nella quale c’è la Ka’Ba. Si tratta di un edificio
quadrato, costruito in pietra lavica, e ricoperto da un tappeto. Un
cerchio d’argento tiene uniti frammenti della Pietra Nera che si
considera essere un meteorite, quindi provenienti dal cielo. Secondo
la tradizione, Abramo stesso ha collocato il meteorite in quell’angolo
della Ka’Ba per fissare il punto di partenza delle processioni
rituali. Ecco che spunta il numero 7 con tutto il suo carico di
misticismo e santità. Il pellegrino-fedele, infatti, una volta giunto
alla Mecca, dopo essersi purificato ed adeguatamente abbigliato, è
tenuto a compiere 7 giri in senso anti-orario intorno alla Ka’Ba e 7
sono i giri da fare a piedi intorno alle colline circostanti.

Nel Corano, la sura 18 (la caverna) è narrata la leggenda dei 7
dormienti: “non ti pare che quelli della caverna (i 7 dormienti) e
l’iscrizione (le tavole sulle quali la loro storia è incisa) furono
tra i nostri segni (i segni inviati da Allah) un evento meraviglioso?”
Questa sura in molti paesi di fede islamica è spesso recitata nelle
moschee il venerdì, prima che cominci il rito pubblico. Rappresenta
per l’Islam la fiducia in Dio.

Probabile che Maometto abbia ascoltato tale leggenda che in vero è
stata narrata da Gregorio, Vescovo di Tours dal 573 al 594. Il titolo
completo della leggenda è “La passione dei 7 Santi Martiri dormienti
presso Efeso”, e narra la storia di 7 giovani cristiani. Durante le
persecuzioni dell’Imperatore romano Decio, i 7 cristiani si
rifugiarono dentro una grotta, nella città di Efeso (Turchia) ma
furono murati vivi e si addormentarono. La leggenda vuole che si
destarono dal sonno quasi due secoli dopo, ai tempi dell’imperatore
(cristiano) Teodosio II (408-450) che fece costruire una tomba, in
loro onore, di pietre d’oro. Secondo la sura 18, pare che un cane
abbia vegliato tutto il tempo il sonno dei 7 giovani, ed è dunque
l’unico cane ad avere accesso in paradiso:” E li avresti creduti
svegli, mentre invece dormivano, e li voltavamo sul lato destro e sul
sinistro, mentre il loro cane era accucciato con le zampe distese
sulla soglia…rimasero dunque nella loro caverna trecento anni, ai
quali ne aggiunsero nove…”

Il sufismo, una corrente del misticismo islamico, riconosce 7 piani
cosmici: l’essenza, l’unicità suprema, l’unità, l’unicità divina, lo
spirito, il corpo e l’uomo. Un autore del sufismo persiano del XII
Secolo, Attar, poeta e mistico, scrisse il “Verbo degli Uccelli” che
per la mistica islamica simboleggia il linguaggio angelico. Non sarà
dunque un caso se le valli della “via mistica” sono 7: la ricerca,
l’amore, la conoscenza, l’indipendenza, l’unità, la meraviglia e
infine il denudamento dell’anima, ovvero la morte mistica. E con tale
morte, il credente può fondersi con Dio, può abbracciare l’eternità e
farne parte. Il numero 7 ha confermato in tutte e tre le religioni
monoteiste il suo messaggio che è quello di santità e di assoluto
misticismo.

Angela Braghin

Religione ed erotismo in India



Questo articolo, o serie di articoli, nasce con un progetto ambizioso: quello di mostrare come la formazione di ogni religiosità affondi le sue radici nell'erotismo. Nella glorificazione dell'amore sessuale in quanto espressione della spinta creativa della Natura.

Ai primordi della cultura umana la differenza fra Natura e “divinità” era impercettibile, la speculazione filosofica non era arrivata a presupporre un creatore separato, in quanto autore della creazione. Infatti nella antica tradizione matristica e panteistica la Natura coincideva con la Madre Universale, la quale da se stessa ed in se stessa produce tutti i fenomeni, manifestando tutte le forme. In questa visione non vi è alcuna separazione o differenza fra la Matrice e le sue emanazioni, viventi o amorfe che siano. Animali, piante, montagne, corsi d'acqua, mari, cielo stellato, luna, esseri umani... tutto compartecipa ed è espressione dell'atto creativo, parte indivisibile di un Unicum. La creazione in questa ottica è vista come qualcosa di spontaneo e naturale, una ricorrenza ciclica che sorge dalla terra, sulla terra insiste ed alla terra ritorna, in un continuo ripetersi senza un “oltre”. Tutto è presente nel Tutto, nell'eterno qui ed ora. Questa beata visione non si è esaurita con il trascorrere delle generazioni, essa è durata a lungo, ed ancora permane nelle menti illuminate. Il suo procedere ellittico conserva il sapore dell'eternità.

Eppure qualcosa nel corso del tempo è cambiato, l'eterno è stato virtualizzato e trasferito in un ipotetico aldilà. Un aldilà per il quale occorre guadagnarsi il passaggio, pena l'estinzione o la dannazione.

La beatitudine dell'appartenere al Tutto si offuscò nel momento in cui l'uomo cominciò a separare se stesso dal Tutto, allorché in lui nacque il senso dell'io e del mio. Forse corrisponde al momento in cui egli scoprì la sua funzione “seminativa” nella riproduzione. Questo fatto lo rese arrogante, alimentò il concetto della sua “autorità”, nel senso che prese a considerarsi egli stesso “autore” individuale della vita. E per trasposizione virtuale immaginò un ipotetico dio creatore, a sua immagine e somiglianza. La Natura, in quanto femmina, divenne materia passiva, mentre il creatore, sia in veste di dio che di uomo, fu interpretato come “alito” fecondatore e creatore (afferma la bibbia). Avvenuta questa separazione ecco che nella religione apparve il senso del peccato, legato alla vergogna per la promiscuità ed alla opposizione verso la “materia” contrapposta all'astrazione “spirituale”, con il risultato di condurre l'uomo “religioso” a distanziarsi dalle cose del mondo, ivi compresa la sessualità.

Ma come è possibile separare la vita dalla vita? Come può sopravvivere un essere vivente senza cibo e senza calore? Non può...

Da ciò se ne deduce che, malgrado la caparbia autoaffermazione di un'entità spuria, definita “spirituale”, il processo di separazione dell'io dalla Natura non potrà mai avere compimento, resta solo una pia illusione dettata da una religione. Che prima divide e poi si arroga il diritto di “ri-unire” (religere) . La separazione fra spirito e materia, fra Natura e dio è una falsità, un'inversione nei valori naturali ed è causa di tristezza e di un insoddisfatto desiderio di compensazione.

Insomma si rinuncia alla tetta materna per attaccarsi al ciucciotto.

Migliaia di anni son trascorsi, varie civiltà sono sorte e crollate, diverse religioni teiste hanno pervicacemente tentato di separare l'uomo dalla Natura, inculcandogli l'idea del “peccato originale”, della necessità di pentirsi, di ricorrere ad un salvatore, ad un messia, di volta in volta diverso, poiché ogni messia che separa l'uomo dal Tutto non può durare, come non può durare un incubo. Perciò la religione che trascura i modi della vita, ovvero la sua capacità di perpetuarsi, non potrà mai avere una definitiva attuazione, resterà un ibrido intellettualismo malato e sofferente. E perciò l'affermazione del modello religioso patriarcale che conosciamo non potrà mai affermarsi, poiché vive di promesse immaginarie, di dogmi reiterati, di continue riaffermazioni di fede. In un certo senso succede così non solo per i teismi ma anche per la scienza e le sue leggi che non durano a lungo ma vengono continuamente sostitute da nuove e più perfezionate “scoperte”.

Natura naturans” e “Natura naturata”. Entrambe coesistono, sono intercambiabili a seconda delle situazioni e dei momenti, pur -a volte- in apparente conflitto.

Ma torniamo alla religiosità ed all'erotismo. E scopriamo che in verità queste due proiezioni non possono essere disgiunte, come nel cervello non può essere disgiunta la funzionalità dell'emisfero destro dal sinistro, la ragione dall'intuizione, la fase logica da quella analogica, la sincronicità dalla causa/effetto. La comprensione non è mai “univoca” ma richiede un “abbraccio”, l'intelligenza è una visione avvolgente e compenetrante. Come avviene nel processo riproduttivo fra maschio e femmina.

Allora, in tempi in cui la storia non era stata ancora confermata come modello lineare di memoria, la donna e l'uomo, uniti nella consapevole reciproca appartenenza e partecipazione all'evento vitale, vissero la religiosità attraverso l'unione sessuale.

Non posso però narravi ora l'intero excursus, passando da un popolo ad un altro popolo, civiltà dopo civiltà. Non ne ho la forza, né il tempo e nemmeno la voglia. Non posso parlare della sacra prostituzione nei templi dedicati alla Dea, delle iniziazioni sessuali nelle comunità dell'Europa antica, delle tendenze promiscue e poliamorose, dei riti pagani della fertilità, del Cantico dei cantici o delle strofe volgari del Risus Paschalis....

Ma, almeno per cominciare, posso aprire una fessura, uno spiraglio minuto su alcuni aspetti dell'induismo, una religione che ha conservato a tutt'oggi molte forme di religiosità erotica. Gli episodi sono tanti, non basterebbe un'intera biblioteca a narrarli tutti. Mi limiterò quindi a descriverne alcune pagine, aperte quasi alla rinfusa. Voglio partire da un racconto mitologico in cui aneddoticamente si lascia intravvedere in che modo erotismo e religione abbiano trovato un punto d'incontro.

Si narra che in un tempo lontano in una foresta viveva una comunità di dotti rishi. Questi bramani era adepti in riti sacrificali, attraverso i quali avevano ottenuto grandi poteri psichici. Tutto il giorno essi offrivano sacrifici ed abluzioni agli dei ripetendo mantra vedici, mentre le loro mogli si occupavano delle faccende domestiche. I poteri occulti così ottenuti aveva fatto crescere la loro supponenza ed arroganza facendoli sentire superiori alla natura stessa. A quel punto il signore Shiva (spesso individuato con il nostro Dioniso), in qualità di compensatore e detentore dell'energia naturale, volle impartir loro un insegnamento. In compagnia di Vishnu, conservatore e rifugio di ogni creatura, che prese la forma di una irresistibile donna, Shiva apparve nella foresta in costume adamitico e con attributi sessuali notevoli bene in vista. Egli con la sua prestanza e fascino tentò e sconvolse le spose dei bramani che lo seguirono abbandonando i loro doveri familiari. Allo stesso tempo i bramani furono distratti dai loro riti dalla concupiscente Mohini (Vishnu), che con la sua andatura lasciva li aveva attirati a sé. Così la comunità dei rishi perse la sua determinazione nel perseguire “tapasya” a fini di potere. Ma ad un certo punto, sempre così va a finire, alcuni di quei sacerdoti si avvidero della “caduta nel peccato” e richiamarono all'ordine i colleghi, accusando Shiva di aver ordito un complotto ai loro danni. Essi decisero quindi di vendicarsi e avendo attizzato un grande fuoco sacrificale si posero attorno ad esso declamando mantra e formule magiche, e riuscirono così a materializzare una feroce e possente tigre che immediatamente fu scatenata contro Shiva. Ma egli, per nulla turbato, la uccise senza fatica con il suo tridente e della pelle ne fece una veste che pose attorno ai fianchi. I bramani inviperiti pomparono ancora più ghee (burro fuso) e mantra attorno al fuoco dal quale si levò un nugolo di serpenti velenosi che furono lanciati come frecce contro Shiva. Ma al contatto con il suo santo corpo i serpenti non lo scalfirono affatto, anzi benevolmente gli leccarono la pelle e si disposero come ornamenti e come cinture sul suo collo e sulla veste. I bramani sentendosi umiliati nel loro orgoglio decisero di concentrare tutte le loro facoltà ed evocarono il demone del loro stesso ego, che sorse dal fuoco nella forma di un mostruoso nano nero, dotato di forza diabolica. L'immondo essere si avventò contro Shiva con l'intento di distruggerlo ma egli con un semplice gesto del piede lo atterrò e lo tenne immobile per terra. A quel punto i bramani capirono di aver a che fare con un potere più grande e sentendosi confusi, con l'ego piegato dalla grazia di Shiva, si gettarono ai suoi piedi e l'implorarono di accettarli come suoi devoti e parte di sé. E così, da allora, l'erotismo entrò a far parte integrante della religione.

Infatti bisogna tener presente che l'induismo non separa spirito e materia, che sono ritenuti indivisibili, e chiede ai praticanti che tutti i precetti siano presi seriamente anche quando si tratta di rapporti sessuali, come descritti nel Tantra. Così vediamo che alcune celebrazioni si risolvono in orge vere e proprie in cui vengono cantate canzoni ed effettuate danze di grande suggestione erotica.

Nel culto shivaita ed in quello della Dea Parvati, sua sposa, esistono numerosi racconti a sfondo religioso (purana) che narrano le loro avventure e piaceri sessuali, con descrizioni da far invidia ai manuali dell'amore (kamasutra). Tra l'altro nell'iconografia classica Shiva è raffigurato con una immagine inequivocabile. Trattasi del Linga-Yoni, una struttura in pietra, od altri materiali, che raffigura un fallo eretto fissato su una piattaforma che rappresenta la vagina della sua sposa Parvati. L'adorazione di questo simbolo è considerata una cosa normalissima. Anche le giovani ragazze venerano Shiva in quanto Linga. Egli rappresenta il maschio ideale, amante ardente ma tenero e premuroso verso la sua sposa, alla quale impartisce anche lezioni di religione, trattandola alla pari.

Questa visione non è peculiare del solo shivaismo, è noto che nell'induismo sono contenuti molti elementi erotici. Anche nel Rig Veda vengono descritti particolari molto crudi. Ma è soprattutto nel culto tantrico della Dea Madre Kali o Durga che le relazioni sessuali fra uomini e donne son diventate parte integrante del rituale. La descrizione particolareggiata dei suoi rapporti amorosi avviene pure in alcuni purana dedicati a Krishna. Tra l'altra parecchie figure erotiche, altamente espressive, appaiono in numerosi templi. Queste sculture debbono essere considerate esattamente per quello che sono . Gli antichi indù, infatti, non avevano bisogno di ricorrere a sotterfugi. A dimostrare che l'adorazione della divinità non viene mai disgiunta da quelle che sono le forme normali della vita, in un qualsiasi tempio si seguiva (ed in parte ancora si segue) una routine giornaliera che molto somiglia alla routine di un monarca. La mattina bagno rituale, offerte di cibo, ricevimento dei devoti, e la sera intrattenimento con musica e danze eseguite da “etere” specializzate, chiamate devadasi, che all'occorrenza soddisfacevano anche sessualmente i devoti, come atto traslato dal dio.

Gli antichi poeti e narratori epici non hanno mai provato alcun imbarazzo nel combinare le descrizione erotiche con gli insegnamenti religiosi. In una iscrizione apposta in un tempio risalente al IV secolo d.C. Si dice che il tempio era stato costruito “nella stagione in cui i giovani, ubbidendo al desiderio erotico, abbracciano le prosperose, dritte e lunghe cosce, i seni ed il ventre, delle loro amanti e non si curano del freddo e del gelo..” (L'Induismo - Nirad Chaudhuri)

Forse questa propensione alla sessualità, come parte del rituale religioso, trova una sua esasperazione in una aspetto ossessivo del tantrismo definito della via sinistra, il cosiddetto Vamachara, che consiste nell'indulgere ritualisticamente ai 5 M., ovvero i Pancha Makara, e precisamente: madya (alcol), mamsa (carne), matsya (pesce), mudra (gesti con le mani) e maithun (coito). Ma basti sapere che gli stessi indù vedono di mal occhio queste attitudini combinate, tant'è che i praticanti, ipocritamente, fanno di tutto per nascondere le loro pratiche.

Alcuni studiosi si interrogano sulle origini dell'erotismo tantrico nell'induismo. Talvolta si vuole far risalire questa tendenza ai costumi libertini importati dai greci venuti al seguito di Alessandro Magno. In diverse parti tra l'attuale Afganistan e Pakistan sono state rinvenute antiche statue raffiguranti scene erotiche, come il ratto di Dafne, gli amplessi di Leda con il cigno, nudi di Venere, etc. ma questa opinione convince poco anche perché lo stesso Alessandro restò meravigliato da alcune abitudini osservate negli yogi erranti da lui incontrati in India. C'è poi l'ipotesi di una influenza taoista ma anche questa è difficilmente accettabile considerando che i taoisti avevano quattro norme per i rapporti sessuali: massimo contatto, minima emissione di seme, cambiare la donna di frequente, rapporto con vergini. Queste norme avevano una loro logica, infatti se l'uomo doveva acquistare vitalità nel rapporto sessuale, a discapito della donna, l'avere rapporti con donne esperte o con donne con le quali si era creata una familiarità, portava ad un lasciarsi andare che non era consono ai dettami. Essi dicevano: “Avvertendo prossimo l'orgasmo frenatevi. Risparmiate il vostro seme ed allungherete la vostra vita”. Ma questa attitudine non è certa consona agli indù, per i quali abbandonarsi a una donna durante il rapporto sessuale rappresenta il massimo della felicità. E dopo tutto gli indù sono indoeuropei e si rifiutano di ridurre la donna al ruolo di schiava sessuale, come spesso avviene sia in Cina che presso tutti i popoli semitici.

Ma qui interrompo il discorso e rimando la sua continuazione ad una prossima occasione.

Paolo D'Arpini



La "luce vera" che la religione non vede più


E’ la fine? Si, di una mentalità.
 
Noi vogliamo la felicità, il benessere di tutti e di tutto, esprimere i nostri talenti e non vogliamo pagare i debiti prodotti dalle grandi banche. Gli eventi di questi giorni segnano la crisi definitiva del sistema politico-spiritual-finanziario. Basato su spread, PIL e speculazioni, il sistema fa ricadere sui popoli le proprie incapacità ad amministrare e a governare con saggezza e giustizia.
Nei Vangeli, si parla di "Luce Vera". Nessuna chiesa cristiana la cita più. 
Giordano Bruno ha indicato le sue note e annunciato la sua scoperta avvenuta nel secolo scorso e premiata con vari Nobel. E’ una FORZA che unisce due campi già prima conosciuti: nucleare debole ed elettromagnetico. Chiamata con un nome difficile – elettrodebole – nessuno ha considerato che fosse quella che “dà vita a infiniti mondi” come sosteneva appunto Bruno. Eppure è l’unica che opera su vari generi di materia e di anti materia, dimostra la fisica; è anche l’unica, che comprende una LUCE nucleare con tutte le note della Luce vera che è “in questo mondo, ma non di questo mondo”. Così tutti o quasi ignorano la Sua OPERA fulminea e “dimenticano” di chiedersi che cosa è la realtà.
Intanto il lato luminoso sta crescendo con effetti imponenti. E’ la Luce vera, la VITA che preme per l’evoluzione, ci offre l’energia vitale necessaria per usare tutto il cervello e non solo la misera porzione, vincolata alla vista e al lato oscuro. Questa è la mente minore afflitta dal bipolarismo tipico del campo elettromagnetico: crede reale solo ciò che vede, cioè una percentuale infinitesima di tutta la massa/energia calcolata. Non solo. Questa mente è “educata” a credere nella divisione tra bene e male e, quindi, al nemico di turno; ha bisogno di aderire a filosofie, ideologie o “spiritualità” e non si interroga sul vero mistero: la materia nucleare.
La MENTE SUPERIORE è, ormai a giudizio unanime, la sede della coscienza; sensibile a eros ed emozioni, nutre e supporta la mente minore e potrebbe dirigere l’armonia dell’interno sistema nervoso, se l’uomo non fosse stato “educato” a controllare le emozioni e a dividerle dall’eros. Se MENTE SUPERIORE usa la LUCE vera, come propongo, è in comunione naturale con gli infiniti universi paralleli, sempre sognati e ora persino calcolati, cioè di percepire le infinite realtà nascoste dal velo dell’illusione, il campo elettromagnetico o lato oscuro.
“I morti risorgeranno” scrive Giovanni nell’Apocalisse. Non sono certo i cadaveri, ormai ridotti in polvere, che riprendono vita. E’ l’uso cosciente della propria MENTE SUPERIORE che ci consente di percepirli e di riconoscere che sono vivi e senzienti; i loro corpi sono fatti di materia oscura che non riflette la luce elettromagnetica. Molti hanno sogni e sensazioni, contatti, che svelano le abilità della propria MENTE SUPERIORE, ma l’attenzione della mente comune è rivolta al lato oscuro, alla presunta divisione tra i “cattivi” che ci fanno del male e i “buoni” che ci proteggono.

Secondo me, sta per cominciare la grande avventura che ci porterà a scoprire chi siamo e che gli eventi ci aiutano a intravedere. Il fatto è che tutte le masse, incluse quelle dei nuclei atomici che compongono qualsiasi corpo, stanno cambiando, perché si sta innescando una nuova relazione tra la materia nucleare e quella FORZA fulminea e straordinaria che è la LUCE vera. E’ in atto l’alchimia organica, nota anche come resurrezione del corpo, che ci consente di liberarci da tutti i vincoli, non ultima la gravità.
Urge la coscienza che questo pianeta è afflitto da una colossale ignoranza: il significato della Vita. Nei Vangeli Gesù Cristo definisce se stesso come “la via, la verità, la vita” e per il Vaticano, Suo presunto rappresentante, la vita è un “mistero”.
Giuliana Conforto
(Stralcio di un articolo pubblicato sul blog del Circolo Vegetariano VV.TT. il 28 maggio 2012)