Di Gesù Cristo ce ne son tanti... Quale è quello vero?



 

Rappresentante di chi....?

La Chiesa cristiana e cattolica è per l’appunto la Chiesa del Cristo
Gesù, morto in croce per la nostra salvezza. Ma chi era “Gesù Cristo”?
I Vangeli ci parlano di un mite pacifista, figlio unigenito di Dio
capace di compiere incredibili miracoli, accondiscendente verso il
potere politico (“date a Cesare quel che è di Cesare”), contrario ad
ogni forma di violenza, portatore di un messaggio di amore,
fratellanza e solidarietà.

Esistono le prove storiche che dimostrano come tutto questo sia una
menzogna! “Gesù il Nazareno” era in realtà un guerriero Nazoreo, un
ribelle insurrezionalista, uno Zelota di Gàmala (non Nazareth) che
voleva liberare con le armi la Palestina dall’invasore romano.

Il vero “Gesù” era dunque un Cristo, cioè un Unto, colui che è stato
dichiarato Re di Israele per mezzo di una cerimonia di unzione. Era
colui che, come un tempo fece Re David, doveva liberare lo stato di
Israele.

Il vero “Gesù” era anche un sacerdote esseno, faceva cioè parte di
quella casta sacerdotale che predisse l’avvento del Cristo che avrebbe
scacciato i romani e fondato il “Regno dei Cieli”, cioè lo stato di
Israele.

Tra il 30 e il 40 d.C., “Gesù Cristo” capeggio una rivolta a
Gerusalemme al termine della quale fu catturato e crocifisso dai
romani che lo accusavano giustamente di lesa maestà. La rivolta di
“Gesù” fallì probabilmente anche per il mancato appoggio finale del
popolo ebreo, sfinito dalle carestie di quegli anni.

Nel 70 e 135 d.C. Gerusalemme venne distrutta per ben due volte,
ponendo definitivamente fine alle speranze indipendentiste del popolo
ebreo.

Fu così in quel periodo che il popolo ebreo accusò gli Esseni di avere
profetizzato una “falsa profezia” in merito all’avvento del Cristo,
liberatore e Re di Israele.

Per difendersi da queste accuse, gli Esseni risposero al popolo ebreo
che la profezia era giusta: il “Cristo Salvatore” era stato “Gesù” che
però aveva fallito per colpa del popolo ebreo che non gli aveva dato
l’appoggio necessario nel momento cruciale.

Nasce così il mito di “Gesù Cristo”, il Salvatore già sceso in terra
che non era stato riconosciuto: il Cristo tradito e abbandonato dal
popolo ebreo (che in seguito verrà simboleggiato anche dalla figura
dell’apostolo traditore Giuda).

È questo il primo passo che porterà la religione Essena a trasformarsi
nella religione cristiana.

Nel corso del II e III secolo, le varie chiese essene sparse per tutto
l’impero (finanziate e divenute prospere grazie agli ebrei zeloti
emigrati nel corso del I secolo, ai quali gli esseni avevano dato
ospitalità in cambio del loro lavoro e del loro denaro) incominciarono
a fondere la propria religione con quella dei popoli indigeni.

Le religioni misteriche orientali ed ellenistiche erano piene di
uomini-dio, figli di vergini, resuscitati dopo tre giorni, che devono
tornare alla fine dei tempi per combattere l’ultima battaglia tra Bene
e Male, ecc…

In queste religioni, gli adepti bevono il sangue delle “ostie” (cioè
il sangue degli animali sacrificati) che nel momento rituale diveniva
“sangue di dio”.

Gli Esseni revisionisti sostituirono questo rito costoso e complesso,
con quello ben più economico e facile di bere semplice vino, “sangue
di Dio”.


Questo però impose agli Esseni di trasformare il loro “Gesù Nazoreo”
(ordine sacerdotale a cui era vietato bere vino) in “Gesù Nazareno”,
proveniente da Nazareth.

La fase finale della trasformazione di Gesù in quello attuale, e la
definitiva trasformazione della religione Essena nella attuale Chiesa
Cristiana, fu quando nel IV secolo l’imperatore Costantino scelse di
imporre una religione a tutto l’impero. Costantino voleva una
religione pacifista e scelse quella cristiana perché basata su un
economico rito (bere il vino) che ne permetteva l’accesso a tutta la
popolazione.

L’alleanza tra i “Padri della Chiesa” e Costantino prevedeva che
quest’ultimo avrebbe concesso enormi poteri ai primi, in cambio però
la religione cristiana doveva assumere definitivamente i connotati di
una religione accondiscendente verso il potere politico: ecco che il
guerriero Zelota di Gàmala (che avrebbe volentieri ucciso Cesare con
le sue stesse mani) diventa il mite pacifista di Nazareth che dice
“date a Cesare quel che è di Cesare”.

Affinché la religione potesse diffondersi presso i romani ed i pagani,
il “Gesù terrorista Nemico di Roma” doveva trasformarsi nell’“agnello
di Dio”, amico dei gentili, figlio di Dio morto in croce per la
salvezza di tutta l’umanità.
Era anche necessario discolpare i romani della morte di Gesù e dunque
viene inventata la favola di “Pilato che si lava le mani”.

È questa l’origine della più grande menzogna di tutti i tempi, sulla
quale da secoli si regge il potere dalla Chiesa cristiana.


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LA VERA PATRIA DI “GESU’”


Nei Vangeli viene detto che Gesù fu soprannominato “Nazareno” e ciò
viene giustificato per via della sua provenienza da Nazareth. Essa è
descritta nelle Sacre Scritture come una città con sinagoga (in Luca
4: 16 è scritto: “Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed
entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a
leggere”). Eppure le ricerche degli storici e archeologi moderni hanno
dimostrato che gli unici resti di Nazareth risalenti al I secolo d.C.
sono degli antichi sepolcri tombali. La legge ebraica di quei tempi
vietava l’edificazione di centri abitati nei pressi di cimiteri e zone
sepolcrali poiché vigeva la superstizione che tali luoghi portassero
sfortuna.
Nessun reperto archeologico e nessuno storico del I sec. d.C.
riferisce di una città di nome Nazareth. Neppure Giuseppe Flavio (che
nelle sue opere ha nominato e descritto migliaia di città e villaggi
della Palestina, finanche i più piccoli e sperduti) sembra conoscere
la città di Nazareth.
Se per assurdo Nazareth fosse davvero esistita ai tempi del Cristo,
essa sarebbe stata un piccolissimo villaggio e non certo il fiorente
centro commerciale, protetto dalle imponenti mura fortificate, che
necessariamente avrebbe dovuto essere una città con sinagoga (e
relativa casta sacerdotale da mantenere!).
Ma la prova decisiva che la “Nazareth del Nuovo Testamento” non è la
vera Nazareth ci viene fornita dagli stessi Vangeli, i quali così
descrivono la città di Gesù: “All’udire queste cose, tutti nella
sinagoga furon pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della
città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città
era costruita, per gettarlo giù dal precipizio.” (Luca 4: 28,30). Ma
Nazareth non è affatto costruita sulla cima di un monte né sulla cima
di un precipizio: Nazareth è in pianura, 35 Km. a sud del lago di
Tiberiade.
Esiste una città (che al tempo di Gesù era un fiorente centro
commerciale, munito di mura fortificate e di una sinagoga) posizionata
a 10 Km. dal lago, rispetto al quale si collocava ad est dello stesso.
Questa città si ergeva sulla cima di un monte, questa città era sul
ciglio di un precipizio: questa città è Gàmala nel Golan ed è la “vera
identità” della “finta Nazareth” dei Vangeli. Infatti nel Vangelo di
Luca (4: 31) è scritto: “Poi discese a Cafarnao, una città della
Galilea, e il sabato ammaestrava la gente.”
“Poi discese a Cafarnao” ha senso solo se Gesù partì da Gàmala la
quale si trova su un monte 15 Km a nord di Cafarnao (situata in
pianura). Nazareth invece si trova in pianura ed è situata 32 Km a sud
di Cafarnao.
Da Gàmala (su un monte) a Cafarnao (in pianura, 15 Km a sud di Gàmala)
l’espressione “discese” avrebbe avuto senso sia dall’alto in basso
(sul livello del mare) che da nord a sud.
Da Nazareth (in pianura) a Cafarnao (in pianura, 32 Km a nord di
Nazareth) l’espressione “discese” non avrebbe avuto alcun senso sia
inteso dall’alto in basso (sul livello del mare) che inteso da nord a
sud.
Inoltre dall’espressione usata nel Vangelo, si evince che Nazareth
sarebbe situata nei pressi di Cafarnao e pertanto nei pressi del lago
di Tiberiade. Invece Nazareth dista ben 35 Km. dal lago di Tiberiade.
Infine l’evangelista Matteo ci dice (19: 1): “Terminati questi
discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea,
al di là del Giordano.”
In questo brano si dice che la Giudea è, rispetto alla Galilea, al di
là del Giordano. Cosa non vera perché la Galilea e la Giudea sono
entrambe ad occidente del Giordano. Le ipotesi sono due:
1) I Vangeli hanno fatto un clamoroso errore geografico (collocando
Giudea e Galilea sulle rive opposte del Giordano).
2) Gesù ha davvero attraversato il Giordano, e i Vangeli hanno
riportato un falso punto di partenza e/o un falso punto di arrivo
finale nello spostamento di Gesù.
Se Gesù da Cafarnao (in Galilea) si fosse diretto a Gàmala (invece che
in Giudea) avrebbe dovuto per forza attraversare il Giordano. Una
delle due ipotesi è per forza vera e pertanto non risulta difficile
credere che i Vangeli abbiano mentito anche quando riferiscono che la
città patria di Gesù era situata in Galilea e non in Gaulanitide (dove
era Gàmala).
Perché Gàmala si è trasformata in “Nazareth” nella finzione delle
Sacre Scritture cristiane? Per scoprirlo bisogna indagare le origini
del cristianesimo!


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LA STORIA DEI VERI CRISTI


Nell’anno 6 d.C. l’imperatore incaricò Quirino di effettuare il
censimento dei beni della Palestina. Ciò fu la causa scatenante di
moti e ribellioni capeggiate da un gruppo di farisei integralisti
nazionalisti: gli Zeloti. Gli Zeloti videro nel censimento un
insopportabile atto di prepotenza degli invasori pagani che volevano
spremere con le tasse e ridurre in schiavitù il popolo di Israele il
quale doveva avere un solo padrone: Dio.
Il capo e fondatore del movimento zelota fu Giuda di Gàmala detto il
Galileo (non perché fosse davvero Galileo ma per via del fatto che la
Galilea era in quel tempo il centro nevralgico delle ribellioni).
Giuda il Galileo era figlio di Ezechia di Gàmala, discendente della
ex-famiglia regnante degli Asmonei, che venne ucciso da Erode il
Grande.
Giuda fu l’iniziatore di quel movimento che avrebbe in seguito
generato il cristianesimo: il messianismo. In virtù della sua
discendenza Asmonea, Giuda il Galileo divenne il messia davidico, il
pretendente al trono che (come un tempo fece re David) doveva liberare
la Palestina dall’invasore romano e fondare il “Regno di Dio”, cioè lo
Stato di Israele.
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio ci racconta che, alla morte di Giuda,
i suoi figli divennero anche loro messia davidici, capeggiando a loro
volta ribellioni e battaglie violente e sanguinarie con lo scopo di
annientare i romani e divenire i nuovi re della Giudea prima, e di
tutta la Palestina dopo. Per questa ragione i figli di Giuda vennero
tutti uccisi dai soldati romani: Theudas venne catturato e decapitato
intorno al 45 d.C., Giacomo e Giuseppe vennero crocifissi tra il 46 e
il 48 d.C., mentre il figlio più piccolo, Menahem, venne ucciso al
termine della guerra iniziatasi nel 66 e che si concluse nel 70. d.C.
con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio.
L’ultimo discendente di Giuda di Gàmala fu Eleazar figlio di Giairo
del quale Giuseppe Flavio ci dice che aveva legami di stretta
parentela con Menahem. Eleazar (al termine della guerra del 70 d.C.)
si rifugiò con un migliaio di Zeloti nella fortezza di Masada dove
resistette ai romani per circa 3 anni. Alla fine, quando non c’erano
più speranze di salvezza, Eleazar convinse tutti i suoi uomini a
suicidarsi gettandosi nel vuoto, piuttosto che cadere nella mani dei
romani: fu così che un migliaio di persone si suicidarono in massa,
dopo avere bruciato tutti i viveri e i beni affinché non potessero
impossessarsene i nemici.
L’ultimo messia davidico fu Simon bar Kochba (il “figlio della
stella”) che nel 135 d.C. capeggiò una guerra contro i romani che si
concluse con un’ulteriore distruzione di Gerusalemme e del tempio e
con la fine definitiva del messianismo.

Cosa c’entra tutto questo con Gesù e con le origini del cristianesimo?
Per prima cosa c’entra Gàmala, che oltre ad essere la “vera Nazareth
dei Vangeli” è stata anche la patria di Giuda il Galileo e dei suoi
figli. Gesù è stato crocifisso, punizione che i romani riservavano
solo per coloro che avevano minacciato la stabilità dell’impero
romano. È forse una pura coincidenza che Gesù, la cui vera città era
Gamala patria degli Zeloti, sia stato crocifisso, pena riservata dai
romani proprio agli Zeloti? Per coloro che non fossero ancora convinti
che Gesù è stato uno Zelota crocefisso dai romani per lesa maestà, è
il momento di analizzare un’ulteriore prova che porta in tale
direzione: i rotoli di Qumran.


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LA VERITA’ DEI ROTOLI DI QUMRAN

I rotoli di Qumran sono antichi rotoli di pelle ritrovati, nel 1947,
all’interno di antiche giare nascosta in alcune grotte che si
trovavano in una zona desertica a circa 30 Km. dalle rive desertiche
del mar Morto. Alcuni di questi rotoli sono dei veri è propri
documenti che descrivono il culto, i rituali e la vita degli abitatori
di quelle grotte: gli Esseni.
Gli Esseni erano dei sacerdoti che vivevano in condizioni di estrema
povertà e privazione, considerando che solo liberandosi dai bisogni
del corpo (la materia era per loro solo un’ingannevole illusione e
prigione dell’anima) era possibile entrare in contatto con il proprio
spirito e con Dio. I rotoli del mar Morto hanno evidenziato
straordinarie somiglianze ma anche profonde differenze con il culto
cristiano.
Le somiglianze consistono in un’impressionante coincidenza tra il
linguaggio dei Rotoli e quello dei Vangeli, in merito ad espressioni
(sono solo alcuni esempi) quali “figli della luce” e “figli delle
tenebre”, le “acque vive”, ecc… Inoltre i tratti essenziali del
pensiero esseno hanno incredibili comunanze con quello di Giovanni
Battista e di Gesù: i toni apocalittici ed escatologici espressi
dall’idea dell’imminenza dell’avvento del Regno (Stato di Israele),
l’obbligo di non giurare e l’elogio della povertà, ecc… Esistono,
inoltre, incredibili somiglianza tra i riti esseni e quelli cristiani:
gli Esseni praticavano battesimi immergendo il capo in vasche
battesimali in un modo estremamente simile a quello praticato da
Giovanni Battista; gli Esseni praticavano dei riti eucaristici nel
corso dei quali il Sacerdote spezzava il pane e beveva il vino per
primo, seguito dopo dagli adepti, ecc…
Abbiamo detto, però, che esistevano anche profonde differenze tra gli
Esseni ed i cristiani: gli Esseni credevano che il contatto con Dio
potesse essere ricercato solo tramite una personale indagine interiore
volta a liberarsi dagli inganni del corpo. Per gli Esseni, l’idea di
un sacerdote che fa da tramite tra credenti e Dio (principio fondante
del cristianesimo) era un concetto assurdo. Così come era assurda (e
blasfema) l’idea di un dio-uomo poiché la carne è illusione, peccato,
mentre Dio è puro spirito. L’idea di un Dio che si fa corpo era per
loro una mostruosità ed era per loro raccapricciante l’idea di
“mangiare Dio” attraverso il pane o di berne il sangue attraverso il
vino.

Ma torniamo a Gesù ed al cristianesimo. Gli Esseni, come gli Zeloti,
credevano nell’avvento di un messia davidico che doveva scacciare, con
le armi, il nemico romano e fondare lo Stato di Israele. Per questa
ragione, nel I sec. d.C. gli Esseni aiutarono gli Zeloti e il loro
aiuto fu fondamentale: essi profetizzarono l’avvento del messia
liberatore incoraggiando così il popolo a sostenere la lotta del
movimento zelota.
Insomma, non solo Gesù visse a Gamala, patria degli Zeloti, non solo
fu crocifisso (pena riservata dai romani a chi si macchiava di lesa
maestà, come facevano gli Zeloti)… ma Gesù fu anche discepolo di quel
Giovanni Battista che predicò e visse in quella stessa piccola zona
geografica desertica dove predicarono e vissero gli Esseni, alleati
degli Zeloti. Esseni con i quali Gesù e Giovanni Battista
condividevano un gran numero di principi etici e religiosi, con i
quali condividevano le stesse attese, lo stesso linguaggio e la stessa
terminologia!
Sembra un po’ troppo per essere una semplice “coincidenza”! Ma se Gesù
fu uno Esseno-Zelota ribelle, come ha fatto a trasformarsi nel mite
uomo-dio che dice “Date a Cesare quel che è di Cesare”? La risposta va
ricercata nell’essenismo “revisionista” che nacque in seguito al
fallimento del messianismo. Gli “Esseni revisionisti” furono sacerdoti
che, per ragioni di opportunità, tradirono e gradualmente stravolsero
i principi religiosi esseni.


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COME NASCE IL MITO DI GESU’


Durante il I secolo d.C. ci furono numerose battaglie tra Zeloti e
romani che si concludevano spesso con la crocifissione di migliaia di
ebrei. I pochi che riuscirono a salvarsi, furono costretti ad emigrare
all’estero e un po’ in tutto l’impero. Gli Esseni fornirono anche qui
un grande aiuto agli Zeloti: piccoli gruppi esseni, infatti, erano
emigrati e sparsi un po’ in tutto l’Impero. I sacerdoti vivevano di
preghiera e duro lavoro nei campi. Gli emigrati Zeloti venivano
ospitati dagli Esseni che trovavano loro un lavoro per vivere. Gli
Zeloti potevano così organizzare gruppi di ribellione anche
all’estero. Gli Esseni pretendevano in cambio, però, che i loro ospiti
divenissero adepti del movimento esseno. Ciò comportava che tutti i
loro averi (anche il denaro) finisse nelle casse degli Esseni per il
bene e ad uso di tutta la comunità. Il numero crescente di Zeloti
emigrati, e la vita estremamente povera condotta dagli Esseni, fece sì
che le comunità essene sparse per il mondo divenissero sempre più
ricche e potenti.
Quando alla fine del 70 d.C. Gerusalemme e il suo tempio furono
distrutte (a ancor peggio quando vennero distrutti una seconda volta,
nel 135 d.C., alla fine della guerra dell’ultimo messia davidico: il
“figlio della stella”) gli Esseni dovettero difendersi da un’accusa
infamante che gli veniva rivolta dal popolo ebraico: quella di avere
fatto una profezia sbagliata poiché non era giunto nessun messia a
salvarli e liberarli (come invece gli Esseni avevano profetizzato).
Per difendersi gli Esseni ribaltarono l’accusa: la profezia era
giusta, il messia era già passato (inosservato) ed aveva fallito per
colpa del popolo ebraico che non riconoscendolo non gli aveva dato
l’appoggio necessario!

Nasce così il “mito di Gesù”, il messia che non era stato riconosciuto
dagli ebrei che lo avevano abbandonato nelle mani dei romani. A creare
questo mito furono gli “Esseni revisionisti” i quali avevano sparse in
tutto l’impero (grazie ai soldi dei fuggiaschi Zeloti) le prime
potenti Chiese “pre-Cristiane”.
Nel corso del II e III secolo d.C. per tutto l’impero avvenne una
grande diffusione orale in merito alle gesta di “Gesù”. I vari gruppi
“Esseni revisionisti” modificarono la loro religione in una costante
trasformazione. Al fine di facilitare la diffusione della religione
presso i popoli pagani ed ellenistici, i primi “esseno-cristiani”
fusero il messia davidico con i miti delle religioni ellenistiche,
misteriche e pagane preesistenti le quali erano piene di uomini-dio
nati da Vergini, scesi in Terra per salvarci, morti e resuscitati dopo
tre giorni.
Queste religioni elleniche-orientali prevedevano riti durante i quali
gli adepti bevevano il sangue delle “ostie”, cioè degli animali
sacrificati sull’altare. Questi riti erano molto costosi. Gli Esseni
revisionisti ebbero un lampo di genio: trasformare il costosissimo
rito in un economico rito consistente nel bere il vino, “sangue di
Dio”. Con questa strategia (–1: trasformare la propria religione in
una religione simile a quelle elleniche-orientali – 2: trasformare il
costoso rito di bere il sangue animale in un economico rito di bere il
vino) gli Esseni revisionisti attirarono un gigantesco numero di
fedeli. Per fare questo, però, gli Esseni dovettero trasformare il
“Gesù Nazoreo” in “Gesù di Nazareth” poiché ai Nazorei era vietato
bere il vino. Fu allora che la religione Essena divenne
definitivamente la Religione Cristiana (ciò avvenne tra la seconda
metà del II secolo e il III) .
Fu così che nel IV secolo l’imperatore Costantino (il quale decise di
unificare tutte le religioni misteriche degli uomini-dio, Salvatori
dell’umanità, in un’unica religione per farne la religione
dell’Impero) scelse la religione Cristiana per una ragione
fondamentale: diversamente dalle altre religioni che prevedevano
costosissimi riti di sacrificio animale (durante i quali i fedeli
bevevano davvero il sangue degli animali sacrificati pensando così di
bere il sangue del Dio a cui tale animale veniva sacrificato), la
religione Cristiana si basava su un economico rito di pane e vino che
facilitava la diffusione presso tutto il popolo.
In compenso, i “Padri della Chiesa Cristiana” dovettero
definitivamente trasformare il “messia davidico” (il rivoluzionario
che doveva liberare con la spada e con il sangue la Palestina
dall’oppressore pagano) nel mite uomo-dio che dice “Date a Cesare quel
che è di Cesare”. Diversamente un “Nemico di Roma” non avrebbe potuto
essere accettato e poi diffuso presso i romani ed i pagani (bisognava
anche discolpare i romani dalla morte di Gesù, e allora viene
inventata la favola di “Pilato che si lava le mani” e dei giudei
“carnefici di Gesù”).
Costantino ci guadagnò la diffusione di una religione che rendeva il
popolo più succube e accondiscendente al potere imperiale, i “Padri
della Chiesa Cristiana” ci guadagnarono 1700 anni di dominio sulle
coscienze di miliardi di uomini.


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IL VERO “GESU’"

Il vero “Gesù Cristo” non si chiamava “Gesù”. Era probabilmente un
Cristo rivoluzionario che tra il 30 e il 40 d.C. capeggiò una rivolta
a Gerusalemme al termine della quale il popolo ebreo non gli diede
l’appoggio necessario per vincere contro i romani: è questo il vero
“tradimento” degli ebrei (simboleggiato anche dalla figura simbolica
dell’apostolo traditore Giuda!) che fa da sfondo alla favola degli
ebrei che abbandonano Gesù nelle mani di Pilato.
Il vero “Gesù” era probabilmente il primogenito di Giuda il Galileo
che i “Padri della Chiesa” (i quali hanno custodito per secoli gli
scritti storici di Giuseppe Flavio, il principale testimone di quegli
anni, e di molti altri importanti storici dell’epoca) hanno fatto
sparire dalla Storia, censurando, modificando e aggiungendo falsità
apocrife nei documenti storici. È anche possibile che “Gesù” (la cui
morte, in tal caso, sarebbe stata postdatata dai “falsari cristiani”)
sia stato lo stesso Giuda di Gàmala. Tuttavia il soprannome di
“Nazareno” dato a Gesù fa pensare che il vero Cristo sia stato davvero
il figlio primogenito di Giuda, il quale aveva fatto voto di nazireato
(ecco la vera origine del termine “Nazareno”), una prestigiosissima
carica sacerdotale essena che si raggiungeva solo dopo aver dato prova
di grandi capacità di superiorità dello spirito sul corpo. È per
dimostrare tale capacità che “Gesù” affrontò i “40 giorni nel
deserto”, per divenire un Nazareno, cioè un Nazireo o Nazoreo o Nazri.
Ma i Nazirei avevano degli obblighi, tra i quali non tagliarsi mai i
capelli e non bere mai vino. Per questo gli “Esseni revisionisti”
dovettero eliminare tale titolo (e trasformarlo in una falsa
provenienza geografica da Nazareth): il loro “Gesù” doveva bere il
vino affinché la loro religione potesse, nel processo di radicale
trasformazione (al fine di facilitare la diffusione presso i popoli
ellenici-orientali e quelli pagani), inglobare i preesistenti culti
misteri ellenistico-orientali i quali prevedevano che i fedeli
bevessero il sangue (che nel momento rituale diveniva sangue di Dio)
delle vittime animali sacrificate (questo era il significato originale
della parola “Ostia”, che in seguito diverrà un pezzo di pane). Per
facilitare la diffusione presso un maggior numero di persone, gli
“Esseni revisionisti” pensarono bene di trasformare il “sangue di Dio”
in vino, molto più economico, facilmente reperibile e
“psicologicamente accettabile” da parte dei credenti che dovevano
berlo (non tutti accetterebbero facilmente di bere il sangue sgorgante
dal corpo maciullato di un animale, mentre bere il vino o masticare un
pezzo di pane è molto più semplice).
In seguito, all’epoca di Costantino, i “Padri della Chiesa” furono ben
felici di fare sparire una volta per tutte Gàmala e il suo Nazireo.

È anche possibile che gli uomini realmente esistiti ispiratori del
mito di Gesù siano stati in realtà due: da un lato il Nazireo figlio
di Giuda (cioè il Cristo: l’Unto, colui che è dichiarato Re di Israele
per mezzo di una cerimonia di unzione) e dall’altro una figura più
spiccatamente sacerdotale, il cui compito non era di combattere con la
Spada ma di diffondere la Parola.
Tale teoria è avallati dagli scritti esseni, i quali riferiscono che i
messia erano due: il messia davidico (Re di Israele) e il messia
sacerdotale, discendente di Aronne.


Fonte: http://www.focus.it/

Chi è Saulo di Tarso, l'inventore del “cristianesimo”...?



Dobbiamo individuare il motivo fondamentale per cui sarebbe stata operata la revisione del messianismo tradizionale degli ebrei e la sua trasformazione in una teologia destinata a staccarsi dalla matrice giudaica o, addirittura, a porsi in conflitto con essa per i secoli successivi.

La figura su cui ricade il massimo della responsabilità di questo processo è quella che la tradizione cristiana riconosce nella persona di Saulo di Tarso, detto San Paolo.

Chi era San Paolo? E perché avrebbe inventato il cristianesimo?

E' straordinario constatare il modo in cui la letteratura cristiana
lascia questo personaggio in una condizione di quasi anonimato,
sfocandone al massimo il profilo biografico e l'identità anagrafica.
Non sappiamo quando sia nato, chi fosse la sua famiglia, in che
periodo sia venuto a Gerusalemme per compiere gli studi e, quel ch'è
più clamoroso, lo scritto del Nuovo Testamento che si occupa di lui
(Atti degli Apostoli) lo abbandona completamente a metà di un percorso
narrativo, senza dirci niente sul suo destino.

Le sue lettere, che oggi appartengono al corpus del canone
neotestamentario, hanno l'aria di essere dei documenti ricchi di
contraffazioni, se non, qualche volta, per niente autentici.

Alcuni autori giungono persino a mettere in dubbio il fatto che questo
personaggio fosse un autentico ebreo, come egli proclama negli scritti
del Nuovo Testamento che gli sono attribuiti. Personalmente non mi
sento di sostenere questa tesi estrema, ma posso associarmi ad alcune
constatazioni che sembrano dare un profilo elastico alla ebraicità di
San Paolo.

A.N.Wilson, in "Paolo l'uomo che inventò il cristianesimo" (Rizzoli,
1997), sostiene, in modo abbastanza verosimile, che Paolo fosse un
personaggio molto legato e compromesso col mondo romano, soprattutto
per il fatto che la sua professione sarebbe stata quella di produrre
tessuti per tendaggi usati dalle legioni militari imperiali. E' certo
che i suoi famosi viaggi non sono stati effettuati al fine primario di
compiere un'opera missionaria ma che, piuttosto, egli ha approfittato
della circostanza professionale dei suoi continui spostamenti
commerciali per svolgere anche un proselitismo politico-religioso (non
ci si meravigli di questa associazione fra politica e religione: nel
mondo semitico degli ebrei la politica e la religione sono legate
indissolubilmente da una concezione di vita prettamente teocratica).
Ciò che caratterizza l'identità culturale di Paolo è una ebraicità
molto aperta, una estrema abitudine, per ragioni di ambiente di
nascita e di esperienze di vita, al contatto con le culture gentili,
ovverosia pagane. E non c'è alcuna possibilità di comprendere
storicamente questo individuo e la sua opera se non si parte proprio
dall'idea che le sue formulazioni teologiche, sfociate nella nascita
di una nuova religione, abbiano origine nel contrasto stridente fra...

...da una parte, la ebraicità ottusa, fanatica, fondamentalista e
xenofoba (la concezione hassidica, sviluppatasi dal patriottismo
politico religioso dei maccabei del II secolo a.C.), che nel I sec.
d.C. trovò la sua principale espressione nel messianismo
esseno-zelota, e la sua collocazione geografica nell'ambiente
palestinese,

...dall'altra parte, la ebraicità aperta, maturata attraverso il
contatto e la convivenza con i popoli e le culture gentili,
disponibile alla reinterpretazione delle scritture in senso molto
elastico (una concezione di cui furono tipici rappresentanti uomini
come Filone Alessandrino, Giuseppe Flavio, e il primo Shaul,
successivamente nominato Paolo), per niente interessata allo sviluppo
di una conflittualità estrema fra Israele e Roma, con una collocazione
geografica rivolta soprattutto agli ambienti della diaspora.

Sono le tensioni fra questi due modi di essere ebrei, e le drammatiche
vicende politiche e militari della nazione ebraica sotto il dominio
imperiale, sempre in altalena fra le azioni dei patrioti Yahwisti e le
repressioni romane, che fornirono i presupposti del processo
attraverso il quale si sviluppò per gradi...

1 - ...prima, una coscienza contraria al messianismo radicale degli
esseno-zeloti,

2 - ...poi una corrente politica altrettanto radicale, ma in senso
anti-messianista, espressione delle classi dominanti di Israele
(sadducei e farisei di destra),

3 - ...quindi una tendenza a rileggere le profezie messianiche con
significati contrari a quelli esseno-zelotici, e aperta ai contributi
teologici delle spiritualità gentili,

4 - ...infine una corrente militante, di cui il San Paolo del dopo
Damasco fu il fondatore e il promotore indefesso, che, pur di
contrastare il messianismo hassidico e i suoi estremi pericoli per la
sicurezza della nazione ebraica, era disposta a crearne un altro,
aperto alle teologie escatologiche straniere (vedi il Soter greco, il
Saoshyant persiano, il Krishna e il Buddha indiani...), sopportando il
rischio (o forse andandogli volutamente incontro) che ciò innescasse
una sorta di mitosi teologica il cui prodotto, alla fine, fosse la
nascita di una nuova religione e la sua scissione dal giudaismo.

In un primo tempo San Paolo sarebbe stato senz'altro un esponente
della corrente di cui al punto 2. E' facile che egli, in quanto
benestante, colto, professionista con molte occasioni di viaggio e con
molti contatti in ambienti sia ebraici che greco-romani, sia stato
coinvolto nella politica di repressione delle "brigate messianiste" e
che abbia collaborato come informatore o anche in modo più
consistente.

Non si dimentichi che i cristiani, al centro della attenzione
repressiva, in questa fase del processo di evoluzione del
cristianesimo, non erano ancora ciò che intendiamo oggi con quel
termine, bensì erano i giudei messianisti, ovverosia i membri delle
sette che aspiravano alla rinascita del regno di Yahwè e all'interno
delle quali si individuavano le figure degli aspiranti messia, capi
religiosi con la spada in mano.
Siamo noi che commettiamo il gravissimo errore di interpretare il
movimento dei seguaci diretti di Cristo come se questi avessero già
incorporato la filosofia espressa nel Nuovo Testamento, che rende
spoliticizzato, degiudaizzato e pacifista il messaggio evangelico,
prima ancora che Paolo lo avesse formulato.

In realtà, gli stessi Atti degli Apostoli, sebbene siano stati redatti
col preciso scopo di far apparire la concezione neomessianica di Paolo
come se fosse appartenuta a Gesù Cristo, proponendo in modo del tutto
artificiale la continuità e la conformità là dove invece sussistono
discontinuità e contrapposizione, finiscono per mostrare loro
malgrado, con innegabile chiarezza, l'esistenza di un grave conflitto
fra una corrente giudaizzante (identificata nelle persone come Simone
e Giacomo, i fratelli di Gesù) e una corrente riformista con aperture
ellenistiche (identificata nelle persone come Paolo e i suoi seguaci).
In un secondo tempo San Paolo avrebbe maturato un atteggiamento
diverso, probabilmente rendendosi conto che la strada della semplice
repressione politica, consistente nell'arresto e nella eliminazione
fisica degli esponenti messianisti, non avrebbe funzionato molto,
tanto più che le ideologie radicali del tipo esseno-zelotico non si
fermavano davanti al martirio (abbiamo visto il comportamento dei
cittadini di Gamla e degli assediati di Masada) ma, al contrario, ne
traevano nuovo orgoglio e nuova energia combattiva. In pratica Paolo
comprese che l'ideologia messianista tradizionale avrebbe potuto
trovare un antagonista valido solo in un'altra ideologia, e che
l'argine per ostacolare l'espansione del messianismo radicale nei
diversi strati della popolazione ebraica, e per allontanare i suoi
gravi pericoli, avrebbe potuto essere offerto solo da un altro
messianismo, non così bellicoso, non così ispirato al nazionalismo
yahwista, non così frontalmente ostile ai romani, ma comunque
rispondente ad istanze che avessero una risonanza reale nella gente e
in larghi strati di popolo.
Insomma, invece di seguire la via degli arresti e delle esecuzioni,
Paolo preferì offrire un'alternativa all'idea della salvezza
nazional-religiosa (questa fu la sostanza reale della sua conversione)
e si adoperò per creare un messianismo più convincente di quello che,
pur solleticando l'orgoglio etnico, che è il tratto distintivo di ogni
ebreo, metteva tutti quanti di fronte al timore (poi confermato dalle
vicende della guerra degli anni 66-70) che i romani ricorressero alla
soluzione definitiva e che Israele precipitasse nella più sventurata
delle catastrofi. E' questa, e soltanto questa, la corretta chiave
interpretativa attraverso la quale noi possiamo capire ciò che gli
Atti degli Apostoli ci presentano, molto falsamente e
opportunisticamente, come una semplice divisione di competenze fra
Paolo e gli Apostoli giudaizzanti: evangelizzatore dei gentili l'uno,
evangelizzatori degli ebrei gli altri.

Altro che divisione di competenze! La verità è che questi ultimi erano
legati alla concezione messianica di derivazione maccabea, ovvero al
patriottismo nazional-religioso degli esseno-zeloti, ostile per natura
al mondo gentile; mentre Paolo aveva già sparso i semi di una
filosofia di apertura al pensiero extragiudaico, al punto da
rappresentare il suo Gesù Cristo con caratteristiche che appartenevano
assai più agli dei incarnati e risuscitanti delle teologie gentili che
non alla figura messianica delle profezie giudaiche.
Ora, noi abbiamo molti motivi per credere che Paolo, nella sua città
di origine, Tarso, in Cilicia, abbia avuto contatti molto ravvicinati
con le culture religiose ellenistiche ed orientali, anzi, proprio con
i culti detti misteriosofici, in cui si celebravano complicati riti
iniziatici. Di questi possiamo avere una bellissima descrizione
divulgativa, accessibile anche ai non addetti ai lavori, nell'opera di
J.G.Frazer, "Il Ramo d'Oro" (Newton Compton, 1992), dalla cui lettura
possiamo arrivare a capire che certi elementi teologici della figura
di Gesù Cristo devono essere stati mutuati dai culti extragiudaici
come quelli di Attis, Adonis, Osiride, Dioniso, Mitra... mi riferisco
alla nascita verginale, alla resurrezione dopo tre giorni di discesa
agli inferi, all'innesto del concetto teofagico (cibarsi della carne e
del sangue del Dio) sui contenuti del rito eucaristico esseno (la
fractio panis di cui abbiamo visto nel manuale di disciplina di
Qumran).

Ora, la quasi totalità dei cristiani nega che il Cristo giustiziato da
Ponzio Pilato, con l'accusa di avere militato per diventare "re dei
Giudei", avesse l'intenzione di diventare realmente "re dei Giudei" e
abbia mai avuto a che fare col messianismo nazional-religioso degli
esseni e degli zeloti. E supportano questa loro irremovibile
convinzione sulla base della tradizionale immagine evangelica di un
Gesù che predica amore, pace, perdono, non violenza, che contraddice
alcune caratteristiche del pensiero ebraico messianista (Gesù siede a
tavola coi gentili, deroga alla regola del sabato...), e considerano
la vicenda del processo, della condanna e della esecuzione romana
mediante crocifissione (il tipico destino dei latrones e dei sicarii,
ovverosia degli zeloti) come un clamoroso equivoco giudiziario, da cui
Pilato, vittima dei raggiri dei sacerdoti del tempio, esce
praticamente scagionato, e con lui tutti i romani. Un equivoco
generato dalle false accuse che i giudei avrebbero prodotto nel
presentare Gesù a Ponzio Pilato, al fine di indurre proditoriamente i
romani a giustiziarlo.

Ma il meccanismo non è questo! Il punto falso non risiede in quelle
accuse di militanza esseno-zelota, bensì nell'immagine del Cristo
apolitico, demessianizzato, addirittura quasi degiudaizzato, che
propone nell'imminenza della Pasqua ebraica, ad una assemblea di
giudei, cerimoniali di sapore nettamente gentile (l'eucarestia
teofagica come rito sacrificale del dio incarnato), una immagine
costruita a posteriori dalla scuola di San Paolo. E naturalmente non è
legittimo dimostrare che il Cristo era un pacifista, che non era il
Messia, che era estraneo ai movimenti esseno-zelotici, utilizzando a
questo scopo i documenti che furono costruiti apposta per sostenere
l'ideologia antimessianista e per alterare la figura di Cristo.
Insomma, quando noi leggiamo i Vangeli (i Vangeli del canone
ecclesiastico, naturalmente, non la letteratura primitiva del
giudeo-cristianesimo che, del resto, è stata opportunamente tolta di
mezzo), noi non abbiamo davanti agli occhi l'immagine storica di Gesù
Cristo, bensì l'immagine costruita artificialmente dalla revisione
paolina come base della catechesi neocristiana. I Vangeli sono il
manifesto antimessianista (e quindi anti-Cristo-della-storia) che ci
mostra, non le idee di Gesù, ma le idee di Paolo e dei suoi seguaci,
ovverosia di colui che è stato fra i nemici più accaniti di Cristo e
che non si è affatto convertito ma che, in un secondo tempo, ha
convertito l'ideale di Cristo, appartenente al pensiero giudaico più
radicale, in una filosofia extragiudaica. Una conversione che è stata
ripetuta in modo assai simile, tre secoli dopo, dallo stesso
imperatore Costantino, che non si è mai convertito al cristianesimo di
Gesù nel modo in cui sostiene una certa interpretazione storica, ma
che ha trovato convenienti motivi perconvertire ulteriormente la
teologia cristiana e renderla sempre più compatibile con le religioni
già in voga nell'impero romano (fu lui a volere energicamente il
concilio di Nicea e a dare inizio ad un'epoca plurisecolare di caccia
all'eresia).
In pratica, dopo queste molteplici e successive operazioni di
ricostruzione teologica realizzate nell'arco di tre secoli, le cose
che leggiamo oggi nei Vangeli servono a indicarci ciò che Gesù non
eramolto più di quanto non possano servire ad indicarci ciò che Gesù
era. Anche se questa è un'idea inaccettabile da parte di coloro che
sono innamorati dell'immagine neo-cristiana del Gesù figlio di Dio e
che non possono tollerare che tale immagine sia ridotta dall'analisi
storica ad un prodotto di pura creatività teologica.
Non possiamo dimenticare le parole scritte dai Padri della Chiesa
Ireneo, Eusebio, Teodoreto:

"...(gli Ebioniti) seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo
e rifiutano l'apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge...".
(Ireneo, Adv. Haer., I, 26).

"...Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è
secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza
esatta del Signore...". (Ireneo, Adv. Haer., III, 11).

"...costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere
dell'apostolo (Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi
del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti
gli altri...". (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27).

"...(I Nazareni) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e
chiamano apostata l'apostolo (Paolo)...". (Teodoreto, Haer. Fabul.
Comp. II, 1).

"...Essi sono Giudei che onorano Cristo come uomo giusto e usano il
Vangelo chiamato secondo Pietro...". (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp.
II, 2).

Ma questi ebioniti, nazorei (o nazareni) ed ebrei, altri non erano che
gli esseno-zeloti o i discendenti degli esseno-zeloti che si erano
messi a tavola col Messia e avevano spartito il vino e il pane con
lui, poco prima del suo arresto sul monte degli ulivi, e coi quali
Paolo si era sempre trovato in conflitto al punto da essere
considerato "uomo di menzogna" sia nei suddetti vangeli
giudeo-cristiani, sia nei documenti qumraniani come il Commentario di
Abacuc [vedi R.Eisenman "James the brother of Jesus"]. Ed è contro di
loro che si è scatenata, per secoli, una severa censura storica ed
ideologica, finalizzata agli interessi del riformismo neo-cristiano e
della istituzione che di esso si era fatta rappresentante.


David Donnini - http://www.etanali.it/