Filosofia e scienza. Logica e matematica

 


Nel corso dell’800 si  verificava una specie di convergenza tra la matematica, che divenne sempre più ispirata alla logica, e la logica, che assunse caratteri sempre più matematici(1). Abbiamo anche visto come in questo clima si siano sviluppate le geometrie non euclidee con Riemann, Beltrami, Klein, ecc. In questo articolo intendiamo descrivere per sommi capi alcuni sviluppi sia nel campo più specificamente logico, sia in quello della logica matematica che portò una rivoluzione nel campo dell’aritmetica che fino ad allora era stata ancella della geometria (anche se già Lagrange aveva privilegiato la matematica numerica e Klein aveva sottolineato il collegamento tra le varie forme di geometria e la teoria algebrica dei gruppi).

Mentre in Germania all’inizio del secolo continuò a svilupparsi una logica di tipo metafisico-idealistico, una svolta decisiva, nel senso di dare un carattere sempre più formale alla logica sulla scia di Leibniz e Lambert (vedi NN. 53 e 58), fu quella imposta dall’inglese George Boole (1815-1864) nel 1847 con l’opera: “L’Analisi matematica della Logica: Saggio di un Calcolo del Ragionamento deduttivo”, scritto collegato alla contemporanea deriva logicista dell’algebra britannica (v. N. 72). Ad essa seguì nel 1854 “Una Ricerca sulle Leggi del Pensiero sulle quali sono fondate le Teorie Matematiche della Logica e della Probabilità”, considerata il suo capolavoro.

Utilizzando in parte anche tematiche del precedente logico inglese August De Morgan (1806-1871), che aveva cercato di ampliare l’antica logica sillogistico-aristotelica, Boole esaminò la logica sia da un punto di vista linguistico, sia psicologico-matematico. Egli riteneva che il linguaggio fosse insufficiente ad esprimere le operazioni mentali ed intendeva creare una vera scienza del ragionamento simbolico. Per ottenere questo risultato creò un’algebra della logica, cioè un vero e proprio sistema di equazioni che avrebbero dovuto esprimere le operazioni mentali in forma simbolica, da cui sarebbero scaturite soluzioni e conclusioni corrette. Il linguaggio matematico sarebbe stato quello più adatto al pensiero logico perché non è legato a nessun oggetto particolare, e quindi è universale.

Questa tendenza fu sviluppata dal tedesco Ernst Schroeder (1841-1902), mentre idee simili furono diffuse anche negli Stati Uniti da Charles Sanders Pierce (1839-1914), pensatore sul quale torneremo quando esamineremo aspetti della filosofia nord-americana, che però rivalutò parzialmente anche il linguaggio “naturale”. Nella seconda metà del secolo un altro tedesco, Gottlob Frege (1848-1925) nell’opera “Ideografia, un Linguaggio in Formule del Pensiero puro a imitazione di quello aritmetico” auspicò una logica pura sempre più ispirata al linguaggio matematico. Egli però fu un pensatore più versatile di Boole e si interessò anche di logica matematica (cioè di logica applicata alla matematica) dando un contributo significativo alla nascita della “Teoria degli Insiemi” (cioè “classi” di oggetti aventi una stessa proprietà), ed allo stesso concetto logico di numero, che definì come “pluralità di pluralità” (1884). In effetti, il formalismo logico esasperato di Boole aveva rischiato di diventare sterile e di non risultare utile nemmeno alla stessa logica matematica che si stava sviluppando negli stessi anni, come è sottolineato anche nell’opera di Geymonat. La logica troppo astratta rischia sempre di approdare a risultati sterili ed improduttivi, come già nell’antico caso di Parmenide.

Frege considerava la matematica come un prolungamento della logica deduttiva e come un sistema logico di tipo ipotetico-deduttivo – a partire da assiomi iniziali (regole fondamentali non dimostrate) - che si interessa di entità astratte del tutto indipendenti dai fenomeni reali (con eventuali applicazioni alla fisica ma solo per i fenomeni che rispettino alcune caratteristiche, come la continuità). I suoi strali polemici si diressero soprattutto contro le concezioni empiriste di Stuart Mill e Helmholtz (NN. 75-82) che sostenevano la tesi di un’origine induttiva ed empirico-psicologica del numero. In quegli anni, intorno al 1870, si era andato formando il concetto di “numero reale” derivato da considerazioni di Cauchy (N. 72) sulle “serie convergenti” e si discuteva sui concetti di “continuità” dei numeri e “infinità”, anch’essi già affrontati da Cauchy, che – però - aveva fatto ricorso a modelli geometrici, come era stato tipico di Newton con il cosiddetto “Metodo delle Flussioni”.

Questi argomenti venivano ampiamente sviluppati dai contemporanei matematici tedeschi Richard Dedekind (1831-1916), Karl Weiestrass (1815-1897), e soprattutto Georg Cantor (1845-1918) senza ricorrere all’aiuto della geometria, con metodi solo aritmetici. Già all’inizio del secolo il logico e matematico ceco Bernard Bolzano (1781-1848) aveva affrontato da un punto di vista logico-matematico i concetti di “limite”, “serie convergente”, e “derivata”, senza ricorrere a modelli geometrici. Nella sua principale opera, la “Dottrina della Scienza” del 1837, aveva analizzato le condizioni di verità di una proposizione ed aveva preceduto Cantor nelle sue considerazioni sui concetti di “insieme” e di “infinito”.

Gli anni 1872-74 risultarono decisivi per la nascita dei nuovi fondamenti dell’aritmetica, delle teorie innovative sui “numeri naturali” (successione 0, 1, 2, 3, ecc.), “razionali” (rapporto di due grandezze commensurabili), “irrazionali” (rapporto di grandezze incommensurabili), e “reali” (che comprendono tutti i numeri), nonché sul problema dell’infinità e della continuità dei numeri. Comparvero lavori di Dedekind, e di Cantor, allievo di Weierstrass. Nei loro scritti, che continuarono ad essere pubblicati anche negli anni seguenti, l’aritmetica era vista come una branca della logica indipendente dallo spazio geometrico e dal tempo, dipendente solo dalle leggi del pensiero e frutto della creatività della mente. Venivano introdotti i concetti di “insieme” o di “classe”. A questi studi dette un contributo notevole anche la scuola italiana rappresentata dal pisano Mario Pieri (1860-1913) e soprattutto dal piemontese Giuseppe Peano (1838-1932), che – oltre ad interessarsi di equazioni differenziali - tradusse le nuove idee di logica matematica in una serie di celebri assiomi (come poi farà anche il tedesco Hilbert di cui ci occuperemo nel prossimo numero).

Il più caratteristico rappresentante di questo gruppo fu Cantor, sostenitore di una completa libertà creativa(2). Superando l’idiosincrasia di Aristotile (ma anche di Gauss) per l’infinito “in atto” (N. 13), Cantor affrontò disinvoltamente il difficile concetto di infinito considerato come un insieme che può contenere al suo interno altri insiemi infiniti, ed a cui si possono sempre aggiungere quantità finite fino a giungere ad un infinito di ordine superiore. Definì l’insieme come “una riunione in un tutto di oggetti della nostra intuizione e del nostro pensiero”. Ogni insieme è caratterizzato da unnumero cardinale” che definisce il suo ordine di grandezza (che prescinde dall’ordine e dalla natura degli oggetti costituenti) e da un numero d’ordine (“ordinale”) che indica la successione degli oggetti costituenti un insieme. Cantor stabilì che l’insieme infinito dei numeri reali era di ordine (“cardinalità”) superiore a quello dei numeri naturali, e che non vi erano infiniti di ordine intermedio tra i due (cosiddetta “Ipotesi della Continuità”, tuttora indimostrata e quindi rimasta solo come congettura). Sugli insiemi sono possibili operazioni di somma, sottrazione, ecc.

Il grande lavoro dei precedenti pensatori troverà il suo sviluppo più significativo nell’opera di David Hilbert (1862-1943), a lungo professore nella prestigiosa università di Gottinga, autore di un famoso sistema di assiomi matematici basati solo su principi logici arbitrari, indipendenti e non contraddittori, privi di ogni collegamento con la realtà(3). Questo sviluppo è considerato – anche nell’opera di Geymonat – di grande significato sia per la matematica che per la filosofia, anche se oggi molti dubitano della sua validità ed utilità. Per la sua rilevanza vi torneremo in un prossimo numero. Intanto bisognerà – però - ricordare che nel Congresso di Zurigo del 1897 furono evidenziate alcune contraddizioni nel sistema di Cantor, di cui una segnalata dal logico italiano Burali Forti (“antinomia di Burali Forti” riguardante i numeri ordinali) ed un’altra riguardante l’insieme con numero cardinale massimo (comprendente il “tutto”, che per Cantor avrebbe avuto addirittura un carattere divino dotato di regole proprie imperscrutabili, argomento in verità piuttosto discutibile). Già in precedenza il lavoro considerato troppo “creativo” di Cantor aveva sollevato le critiche di Kronecker, che lo considerava un “ciarlatano”, e le perplessità del grande Poincaré che aveva molti dubbi sull’utilità di grandi costruzioni basate sulla logica pura. Nel 1903 una comunicazione del filosofo logico gallese Bertrand Russell (1872-1940) metteva in crisi anche l’impostazione logica di Frege, riscontrando una contraddizione nei suoi scritti (“Antinomia di Russell”, riguardante le classi che non comprendono sé stesse), per cui il filosofo tedesco sospese i suoi studi. Nel 1910-1913 fu pubblicata la monumentale opera “Principia Mathematicascritta insieme dallo stesso Bertrand Russell e dall’altro filosofo logico inglese, Alfred North Whitehead (1861-1947). Con essa i due autori intendevano esporre i principi logici della matematica, liberandoli dalle possibili contraddizioni, ma questo obiettivo si dimostrò illusorio, rafforzando critiche e dubbi sull’utilità e la coerenza di tutti questi grandi sistemi logici. Torneremo sull’argomento esaminando più ampiamente nei prossimi numeri il pensiero dei due filosofi britannici e quello di altri autori.

Vincenzo Brandi



  1. L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970

  2. RBA, “le Grandi Idee della Scienza – Cantor”

  3. RBA, “Le Grandi Idee della Scienza – Hilbert”

"Halloween"... mea culpa mea culpa mea maxima culpa



“Noi dovremmo occupaci solo di compiere azioni consone e giuste senza considerare l’uso buono o cattivo che ne deriva...“.(Saul Arpino)

Conservo ancora i trafiletti di giornale (Il Messaggero, La Repubblica ed altri) in cui si annunciava: “Calcata 31 ottobre,  il  Circolo Vegetariano organizza una festa denominata  Halloween…”.  Correva l’anno 1993  ed era la prima edizione in Italia della manifestazione che intendeva riportare l’attenzione su un particolare momento magico dell’anno, quello a cavallo fra la vigilia di Ognissanti ed il giorno dei morti.
L’evento si rifaceva ad una antica tradizione pagana in cui è detto che in questo periodo “si apre  una finestra fra la vita e la morte, fra la morte e la rinascita”.
L’evento era conosciuto nell’antichità remota ed anche nel Medio evo, ed infatti come spesso è successo con tante feste pagane Ognissanti e la ricorrenza dei defunti cade proprio in questo periodo. 
A Calcata c’era la tradizione contadina di festeggiare un sabbat la notte del 31 ottobre (che fu oggetto di una mostra di Luca Nemiz tenuta al Circolo)  si dice che le streghe da tutta Europa si dessero appuntamento su Narce è lì compissero i loro riti magici per agevolare la fecondazione e la conservazione dei semi nella terra. 
Persino in America, paese un po’ naive, si era conservata questa data  che era stata però trasformata in una festa per bambini, in cui si scavano zucche per farne lanterne e ci si veste da streghe e spettri. Questa festicciola venne chiamata Halloween, che è una storpiatura di All Saints Eve (la festa celtica si chiamava Samhain).
Siccome la tradizione in Italia ed a Calcata era scomparsa completamente qui al Circolo pensammo di rinverdirla approfittando di questa allora sconosciuta festa americana e lanciammo l’idea di riprenderla, coinvolgendo i bambini delle elementari di Calcata ed un mago chiamato appositamente per creare l’atmosfera (la cosa fu organizzata con l’ausilio di Luciano Poggialini).
Ricordo ancora,  in uno di quei primi rifacimenti “orgiastici”, la coralità della partecipazione popolare, pur in una decenza e poesia… e purtroppo debbo constatare che la festa non è rimasta così poetica.. diventando pian piano, e non solo a Calcata, un inno consumista e ridanciano con musicacce, plastica, birra e quant’altro… Pazienza… occorre rileggersi il pensiero di Saul Arpino in proposito (vedi al capo pagina).
Risultati immagini per Memoria storica di come re-iniziò il festeggiamento del Ciclo della Vita, Vigilia di Ognissanti, Samhain, Halloween… in Italia ed a Calcata
Ed ecco la prova: 

Roma, 22 Ott. 1993  (Adnkronos)- Da ''centro fatiscente e da demolire'' (secondo un vecchio e spietato decreto dei Lavori Pubblici) a luogo di 'vancanze liberatorie' - per curare il malessere metropolitano - ne ha fatta di strada il borgo antico di Calcata!
 
Non solo ogni estate artisti e ambientalisti si riversano presso le le storiche mura per dedicarsi a libere e creative perfomances (e si fanno anche veglie ecologiche in riva al Treja, si medita davanti alle cascate del vicino Monte Gelato, si pernotta in caverna per meditare sulle cose del mondo) ma le feste, proprio come negli antichi borghi, sono all'ordine del giorno.
 
Ed ecco per ''Halloween'93'' la grande ''Festa delle Streghette'', organizzata dal Circolo Vegetariano, animato da personaggi d'eccezione, a cominciare dal presidente Paolo d'Arpini che finge di essere vissuto sempre a Calcata, ma è romano e ha fatto pratica di meditazione per oltre due anni in India.
 
Sabato 30 e domenica 31 ottobre sono dedicati in particolare ai bambini che potranno bussare di porta in porta, mascherati, per chiedere ed ottenere dolciumi. Avranno a disposizione le zucche vuote di Halloween secondo una tradizione che accomuna il piccolo borgo ad antiche tradizioni anglo-americane. (Continua: Pal/As/Adnkronoshttp://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1993/10/22/Cronaca/CALCATA-HALLOWEEN-INDIGENO-CON-LA-FESTA-DELLE-STREGHETTE_111200.php)

Quest'anno, per fortuna, il Covid-19 mi aiuta a fare ammenda... Halloween, causa distanziamento sociale non si farà!

Paolo D'Arpini
 


Risultati immagini per halloween  Calcata

Comunicare. Come e perché...?

 


Scrisse Emil Cioran: “Più facciamo progressi interiori più diminuisce il numero di coloro con cui possiamo realmente comunicare”. Certo, ritenersi un "eletto" per qualche esperienza spirituale, per altro vissuta senza alcun particolare merito personale, è una fermata nella ricerca di Sé. Sostiene il senso di separazione. Questo atteggiamento dovrebbe farci riflettere e considerare la nostra impossibilità di comunicare l'esperienza da noi vissuta e quindi a che pro volerla comunicare? Ma nella storia abbiamo avuto numerosi esempi di saggi che hanno fatto di tutto per comunicare la propria esperienza spirituale, magari nella consapevolezza che era solo una epressione della coscienza nella coscienza. Forse questi saggi percepivano che è completamnete futile cercare di comunicare ciò che nemmeno loro avevano avuto la scelta di sperimentare. Erano semplicemente spinti da una forza superiore, la stessa che aveva loro concesso l'esperienza di Sè. Per questa ragione i saggi non sono toccati dall'illusione di voler comunicare alcunché, considerando le proprie esperienze come un "raggiungimento" che si può trasmettere agli altri. Ciò non toglie che comunicare è una delle attività degli esseri viventi, la coscienza continuamente trasmette e si fonde nella coscienza. La coscienza è assoluta in se stessa e non possiamo assumerne il copyright. Questa assunzione si chiama "ego". Eppure un senso c'è anche in questo, fa parte del gioco della coscienza, altrimenti non staremmo qui a discuterne...

Paolo D'Arpini










Commento di Giovanni Lambertini:  "Non so, ma poi chi può dire di sé: "sto facendo progressi interiori"? Se lo dice, è la prova stessa che non li sta facendo, per me. Nel mio caso il mio silenzio temo celi più che altro un senso di inadeguatezza vero, intimo, di fronte agli altri e al mondo. Non son progressi, sono solchi..."


Commento di Paolo Gentili: "Ma che vuol dire "fare progressi interiori"? Estrapolare una frase dal contesto la rende spesso generica o non univoca. Il pessimismo di Cioran si rivela in questa affermazione di incomunicabilità esistenziale. Rimane il fatto che ognuno di noi per vivere ha bisogno degli altri. Da qui lo sforzo di comunicare per aiutarci nella difficile lotta per l'esistenza e la sopravvivenza. L'individuo è esistenzialmente solo eppure alla ricerca dell'altro di cui ha bisogno per sopravvivere e riprodursi..."

C'è una causa alle cause...?



 Vendetta

Secondo la lettura esoterica della vicenda umana siamo dentro la dimensione del male. Tutta la storia, così come comunemente la intendiamo, è storia del male. Il diavolo cristiano, le egregore esoteriche, i voladores toltechi non sono invenzioni della fantasia, non sono parole di ciarlatani, né suggestioni buone per il pasto degli ignoranti. La loro presenza ha l’età delle più antiche scritture degli uomini. Già nei Veda – ca. XX secolo a.C. – l’argomento è centrale. Si tratta piuttosto di entità che si nutrono della nostra energia. Vampiri metafisici il cui scopo è indurci a vivere cattivi sentimenti e a provare cattive emozioni. Così facendo dominano il nostro campo d’azione che in una parola può essere chiamato Io.


L’Io è l’espressione di una personalità che si ritiene – consapevolmente o inconsapevolmente – separata dal resto della realtà, dal mondo, dal cosmo.


Così, quando la nostra dimensione è limitata dalle maglie dell’egoismo siamo obbligati al dualismo, al meccanicismo, al materialismo, alla loro scienza e, soprattutto, alla perpetuazione della Storia così come comunemente la riconosciamo, sia essa intesa come storia umana, generazionale, personale: una spirale senza inizio né fine di salti e interruzioni, ognuno dei quali a ben guardare sottostà alla logica egoica. Ognuno dei quali rispetta la dinamica energetica della vendetta.


Come si procedesse a scatti le epoche personali, generazionali e storiche si susseguono contraddicendo consuetudini e valori dei loro stessi padri. L’illuminismo ha rinnegato la storia precedente senza apprezzarne le ragioni che l’hanno indotto a generarne di nuove; le rivoluzioni filosofiche, politiche, culturali abbattono il contesto dalle quali sono state generate.


Se egoico riferisce l’Io in quanto entità, dominio, campo, concezione, a suo modo è impersonale o generale. Egoismo allude invece al presunto ed inconsapevole o scontato diritto di operare per prevalere su altri egoismi, su altra personalità, su altre persone, su altre unità. Con fare egoistico si svolgono le vite individuali di quasi tutti noi. E, necessariamente, anche tutti gli enti sociali e le istituzioni che creiamo. Individualmente ci opponiamo al nostro prossimo e non perdiamo occasione per offrirgli la nostra disapprovazione. Un’azione che origina dalla propria concezione, atta a dimostrare un diritto superiore, che genera separazione, segue la via del male. Diverso è quando la disapprovazione è sostituita da una rinuncia ad eleggersi detentori del vero, ovvero quando la propria attenzione opera il riconoscimento dell’altro nella sua natura e dignità d’essere, nella sua identicità sostanziale a noi.


“Si tratta di rinunciare persino alla rinuncia, di liberarsi dallo stesso desiderio di perfezione, che può essere una forma di egoismo raffinato, e di credersi superiore agli altri”1.


La disapprovazione e il suo implicito giudizio negativo e squalificante non è nient’altro che una forma di vendetta all’acqua di rose. La cui sostanza però, semplicemente in percentuale maggiore, è la medesima di colui che per soddisfare se stesso compie scelte e atti di sopraffazione nei confronti dell’atro. Dinamiche che conosciamo individualmente tutti. Ne seguono prevaricazioni, menzogne, falsità, inganni, coercizioni, impiego della forza fisica e metafisica, umiliazioni, violazioni, vessazioni, ingiustizie, pretese, diritti. Che li compia un individuo o una delle istituzioni da esso create nulla cambia nella sostanza. Neppure attraverso il moralistico diritto di stato e tutti i suoi fratelli minori. Se lo spirito dell’Io anima la sua missione di dominio, la vendetta appare come lo strumento disponibile allo scopo. In questi termini è il motore della storia, il deus ex machina della nostra vicenda nel piccolo e nel grande. Lo è stato nel passato e lo sarà nel futuro. La collana aumenta così, inesorabilmente, le sue perle. Da quelle semplicemente meschine a quelle orribilmente sorprendenti, ma tutte composte dalla medesima molecola della separazione.


Ragione e fede

Ma non sembra che tutto ciò preoccupi gli uomini. È una conseguenza però di quel dominio satanico citato all’inizio. Esso opera per impedirci di scorgere la porta stretta della conoscenza, come ebbe a dire il Cristo. Attraverso essa gli uomini possono accedere al regno dei cieli, ovvero a quella dimensione sottile in cui si vive l’unione con il Tutto. In cui attraverso il sentire percepiamo le più sottili energie di conoscenza appunto.


Forse l’accesso all’uscio sottile è riservato a pochi, forse è da concepire disponibile a chiunque. Certo è che ognuno con il proprio gradiente di talento specifico più realizzare il proprio percorso. Come ogni scalatore frequenterà solo le difficoltà ad esso idonee. Così come ogni uomo può compiere tutte le azioni e essere adepto a tutti gli insegnamenti.


Perdono

Accettazione è il termine con il quale una generica referenza della cultura orientale precisa un indice evolutivo dimostrativo della liberazione dai vincoli egoici e dalle imposizioni egoistiche. Si tratta di essere nella realtà non attraverso il proprio giudizio, ovvero di creare una realtà che non subisca l’onta fangosa di noi stessi. Un’epochè fondata sulla consapevolezza dell’illusione dualista, e radicale, in quanto necessaria all’evoluzione. Che nulla ha a che fare con l’astensione dal giudizio. Essa allude alla non identificazione di noi stessi con il nostro giudizio.


Dall’altra parte del mondo, dalla Mesoamerica, l’accettazione assume la sua presenza e la sua forza in occasione dell’emancipazione da ciò che viene detto Importanza personale. Latitudini lontane e opposte ma medesima proposta evolutiva.


“Rendersi conto che le cose più fondamentali della realtà sono fuori dalla giurisdizione del pensiero e della volontà costituisce per molte culture l’inizio della maturità”2.


Essere liberi da se stessi, dal conosciuto è un passo compiuto verso l’infinito o regno dei cieli che sia. È una modalità di superamento della storia così come credevamo fosse e non potesse essere altro. È la disponibilità di tutte quelle energie che il male ci succhiava portandoci a credere di essere qualcosa o qualcos’altro. Obbligandoci a vivere in uno degli opposti a pensare che una verità superiore sia raggiungibile e potesse definitivamente annientare la parte altra. Obbligandoci perciò a crederci liberi nonostante ci concedesse soltanto i movimenti limitati al piano della giostra che avevamo scambiato per vita vera.


Nel nostro contesto, cristiano, è il Perdono a contenere le doti necessarie a condurre la Storia personale e umana verso le vibrazioni superiori, non si tratta di un’esperienza intellettuale, non serve un’ideologia per compierlo, per esserlo. Non si tratta neppure di un imperativo morale – questa volta cristiano nella sua comune accezione bigotta che nulla ha a che fare con la parola di Cristo – da rispettare pena il peccato e l’inferno. Quest’ultimo, uno stato, una dimensione prima di divenire luogo che ognuno può descrivere e tracciare secondo il proprio gradiente di talento artistico. Si tratta piuttosto di un’espressione naturale in quanto consapevolezza incarnata dell’illusione materialistica, positivistica, meccanicistica, razionalistica. Illusione in quanto catena al corpo morto dell’ego, verità in quanto deus ex machina del male e dell’inferno.


Perdono dunque come viatico per attraversare la porta stretta. In quanto piena consapevolezza che siamo universi diversi, che i sentimenti, le esigenze, la biografia di ognuno, se entro il quadrato del dualismo non può che dare vita a relazioni di irreversibile conflitto.


Evoluzione

Perfino il pensiero occidentale, prima con Nietzsche (Übermensch) e poi con la Fenomenologia di Husserl, è arrivato ad ammonirci su cosa significhi pensare che la realtà sia qualcosa di diverso da una nostra creazione. Nonostante la portata della loro chiarezza la marea egoica ci sommerge ancora dalla nostra natura divina, da noi stessi, dalla possibilità di andare oltre la storia così come l’abbiamo conosciuta, di vivere una vita paradisiaca, di essere Uno con lo spirito della vita. E con loro Jung. Con il suo Principio di individuazione ha, anch’egli – insieme a non pochi esoteristi, senza contare scuole e tradizioni egualmente orientate – evidenziato l’illusione della storia egoica.


In coda alla speciale classifica della conoscenza, sempre l’Occidente e in particolare la fisica quantistica hanno incrinato le definitività della meccanica classica. La realtà non si compone solo di parti separate e misurabili, essa è entro la relazione e, come questa, varia. Il quantificabile e tutte le due forme sono il manifestato materiale di uno spirito unico. Anche con essa possiamo comprendere quanto la cultura di separazione nella quale siamo cresciuti e abbiamo elaborato il nostro vero, sia arbitraria se dal campo amministrativo lo trasferiamo a quello relazionale, umano appunto. Anche essa ci dice che tutto è Uno.


Come ce lo dice la Pnei (Psiconeuroendocrinoimmunologia) non potremo più separare il corpo fisico dal vissuto che lo abita. Non potremmo più credere che cattivi sentimenti, egoici ed egoistici comportamenti non contino nulla: essi sono all’origine di patologie, malesseri e perpetuazione di vite dolorose. La paura, il rancore, l’odio, l’arroganza, l’invidia e i vizi capitali nel loro complesso sono le forme delle gabbie diaboliche. Nostro progetto di vita è prenderne coscienza e liberarcene. L’evoluzione nostra, e soprattutto sociale, è liberarsene. Come i terrazzamenti di una montagna non sono stati compiuti dal lavoro di uomini che pensavano a se stessi ma ai propri discendenti. In quella visione ampia ed aerea essi trovavano la forza per sostenere la fatica delle loro vite.


Quella che ormai, per alcuni, può essere definita la cantilena dell’uomo nuovo, del nuovo paradigma, è a tutto ciò che allude. Secondo quella che oggi, gli spiriti limitati entro corpi di sola materiale, è considerata un’utopia, l’uomo nuovo non avrà bisogno di lottare per la democrazia, di occuparsi dell’ambiente, di torturare il capitalismo per dimostrare che da esso non può uscire alcuna goccia di verità, di domandarsi le cause dei propri malesseri e malattie. Non sente l’esigenza del proselitismo. Sa che la meta non è la meta ma il cammino. Condivide, il pensiero di René Girard (1923-2015) ovvero, che si procede per emulazione e l’esempio di donare è tutto ciò che possiamo permetterci. Tutto ciò su cui possiamo contare. L’uomo del nuovo paradigma esprime amore, gratitudine, salute, solidarietà e fratellanza, unione. Esprime cioè un fatto che oggi sappiamo solo nominare senza essere in grado di esserlo, né sospettare lo si possa essere, se non per piccoli frammenti della nostra vita. Questi sì, prova provata di dove possiamo evolvere.


Lorenzo Merlo - force@victoryproject.net











“Il compito può essere affascinante, e questo è ciò che io definirei creatività: il superare l’inerzia della mente e della storia”.3

1 Raimon Panikkar, La nuova innocenza, Gorle (Bg), Servitum, 2003, p. 17.

2 Raimon Panikkar, La nuova innocenza, Gorle (Bg), Servitum, 2003, p. 19.

3 Ramon Panikkar, La porta stretta della conoscenza. Sensi, ragione e fede, Milano, Rizzoli, 2005

Essere consapevoli del nostro essere è meditazione


Essere consapevoli del nostro essere è meditazione. Una volta  capito cosa siamo tienilo a mente. A meno che l'intelletto non lo capisca, il cuore non lo accetterà. Sii sempre consapevole che non sei il corpo, non hai forma.


Sai chi sei  prima di acquisire il corpo? Questa conoscenza ti viene trasmessa per rimuovere l'identificazione con  il corpo. Il tuo corpo non è la forma del Sé. Pensare che il corpo sia la propria forma è ego. Chi capisce questo diventa l'Assoluto.

Il Guru-mantra dovrebbe essere ripetuto continuamente in ogni momento. Con la pratica, anche il veleno può essere digerito. Cerca di prendere l'abitudine di sederti in meditazione. Aumentalo di un minuto ogni giorno. Non c'è niente di impossibile al mondo se sei determinato. Il fenomeno mondiale è costituito dalla nostra stessa forza vitale. Niente è impossibile per questo. I rituali continuano finché non sai chi sei. È facile essere qualcuno di diverso, ma essere della natura di Paramatman è molto difficile.

È ignoranza pensare di essere un essere umano soggetto alle leggi karmiche. La coscienza è rivestita  dal corpo. È così a causa dell'ignoranza. È ciò per cui sappiamo "siamo". Dal momento che in realtà tu  non sei la forma del corpo, è un'illusione pensare che morirai. La nostra vera natura è di Quello che conosce la coscienza nel corpo. Siamo il conoscitore della coscienza, senza parole.

Molte azioni avvengono dopo aver acquisito la conoscenza del mondo. Eppure questa non è la conoscenza della propria natura. Si dovrebbe capire che la nostra vera natura è senza attività, al di là della nascita e della morte. Ciò che conosce la coscienza è immutabile. Ciò che sappiamo attraverso la nostra coscienza non è la nostra vera natura. Continua a cambiare. Ciò che si conosce senza sapere non cambia mai. Ciò che è vero è eterno. Ciò che è eterno è la Verità.

La coscienza è Dio. La coscienza, il mondo e Dio sono legati al tempo e, quindi, temporanei. Si può dire che Dio è della natura dell'universo. Tuttavia, ciò che si vede o si sente finirà un giorno. La tua vera natura non è né vista né sentita. Quindi, non è legato al tempo. Uno raro su milioni potrebbe saperlo.

La coscienza che si è assunta come corpo è ignoranza. Il conoscitore di questo è eterno. Non ha mandato a vita. È pura non dualità. Dopo aver sentito questo, guarda dove ti trovi. La tua vera natura non ha esperienza di veglia o sonno. All'inizio devi realizzare che sei coscienza. Alla fine non sei neanche quello. Il nostro discorso è conoscenza materiale. La caratteristica del materiale (essenza alimentare) è la coscienza. L'effetto dell'essenza del cibo è il senso di essere. Il corpo è un oggetto. Non sei quello.

Uno che è purificato è Dio. L'anima individuale è l'essenza del cibo. La realizzazione "Io non sono il corpo" è la fine della conoscenza oggettiva, cioè "Io sono così", ecc. Ciò che è importante è la discriminazione tra eterno e transitorio. Non correre dietro ai concetti. Non cercare di essere ciò che non sei. Altrimenti, sarai di nuovo avvolto da concetti. Non accettare alcuna dignità. Non qualificarti. Le tue azioni ei loro risultati non sono né veri né eterni. Uno raro che non sia deluso dalla forma del corpo lo capirà. Sa che il mondo nasce nella sua coscienza.

Non essere depresso. Fatti coraggio. Riconosci tutto questo e svolgi la tua vita quotidiana. Capirai che il dolore è come il giocattolo di un bambino. La prima cosa che ogni essere sente è che "è". È legato al tempo. Chi ottiene questa consapevolezza è eterno. Ciò che sale, anche tramonta. La consapevolezza si afferma silenziosamente e tutto è pace.

Tu sei il conoscitore di Ciò che trascende il tempo.

Ciò che è senza tempo ti è sicuramente noto, ma non hai tempo per discriminare. Ciò che è sconosciuto alla mente esiste prima della sensazione "io sono". La nascita della mente può essere chiamata la nascita di Dio o il Manifesto. L'influenza del Manifesto, la creazione, è molto tortuosa. Solo il Sadguru può rimuoverla. Pertanto, mantieni il pensiero  sul Guru e non sarai danneggiato da questa influenza. Insisti nel contemplare  la tua presenza in Dio. Attraverso di lui, vai oltre Lui. Tutto quello che può essere conosciuto  è conoscenza materiale. Ricorda che tu  non sei un oggetto. 

Colui che  è al di là di qualsiasi qualità, al di là della sensazione di "io sono", è senza tempo. Il tempo va e viene, ma la Verità eterna è permanente. Non ha colore, nessun disegno. È senza tempo. Non è né piccola né grande. Chi capisce questo rinuncia a tutte le idee di dignità e diventa il più piccolo dei piccoli.

La coscienza del corpo è una miseria. Chi nutre dubbi sul Guru non otterrà pace da nessuna parte.

Nisargadatta Maharaj











Testo Inglese: 

To be aware of our beingness is meditation. We have understood what we are; keep that in mind. Unless the intellect understands it, the heart will not accept it. Always be aware that you are not the body, you have no form.

Do you know how you were before acquiring the body?
This knowledge is conveyed to you to remove body-consciousness. Your body is not the form of the Self. To think that the body is one’s form is ego. One who understands this becomes Brahman.

The Guru-mantra should be continuously repeated at all times. With practice, even poison can be digested. Try to form the habit of sitting down in meditation. Increase it by a minute every day. There is nothing impossible in the world if you are determined. The world-phenomenon is made of our own vital force. Nothing is impossible for it. Rituals continue so long as you do not know who you are. It is easy to be someone different, but to be of the nature of Paramatman is very difficult.

It is ignorance to think that you are a human being subject to karmic laws. Consciousness is covered by the body. It is so because of ignorance. It is that by which we know ‘we are’. Since you are not the form of the body, it is a delusion to think that you will die. Our true nature is of One who knows consciousness in the body. We are the knower of consciousness, without words.

Many actions take place after acquiring worldly knowledge. Yet that is not the knowledge of one’s own nature. One should understand that our true nature is without activities, beyond birth and death. That which knows consciousness is changeless. What we know through our consciousness is not our true nature. It keeps changing. What is known without knowing never changes. That which is true is eternal. That which is eternal is the Truth.

Consciousness is God. Consciousness, world and God are time-bound and, hence, temporary. It can be said that God is of the nature of the universe. However, what is seen or felt will come to an end someday. Your true nature is neither seen nor felt. Hence, it is not time-bound. A rare one out of millions may know this.

Consciousness that has taken itself as the body is ignorance. The knower of this is eternal. It has no tenure of life. It is pure non-duality. After having heard this, see where you stand. Your true nature has no experience of wakefulness or sleep. In the beginning you have to realize that you are consciousness. In the end you are not that either. Our talk is material knowledge. The characteristic of the material (food essence) is consciousness. The effect of the food essence is beingness. The body is an object. You are not that.

One who is purified is God. The jiva is the essence of food. The realization ‘I am not the body’ is the end of objective knowledge i.e. ‘I am like this’, etc. What is important is the discrimination between eternal and transitory. Do not run after concepts. Do not try to be what you are not. Otherwise, you will again be wrapped up in concepts. Do not accept any worthiness. Do not qualify yourself. Your actions and their results are neither true nor everlasting. A rare one who is not deluded by the body-form will understand this. He knows that the world is born within his consciousness.

Do not be despondent. Take courage. Recognize all this and go about your daily living. You will understand that sorrow is like a child’s plaything. The first thing each being feels is that ‘it is’. It is time-bound. One who gets this knowingness is eternal. What rises, also sets. The knowingness quietly ends and all is peace.

You are the knower of That which transcends time.

That which is timeless is surely known to you, but you do not have time to discriminate. That which is unknown to the mind exists prior to the feeling ‘I am’. The birth of mind can be called the birth of God or Brahman – the manifest. The influence of Brahman – the creation, is very tortuous. Only the Sadguru can remove it. Therefore, keep the Guru’s word. Then you will not be harmed by this influence. Insist that you are God. Through Him, go beyond Him. All this is material knowledge. Remember that you are not an object. One who is beyond any qualities, beyond the feeling ‘I am’, is timeless. Time comes and goes, but the eternal Truth is as it is. It has no color, no design. It is timeless. It is neither small nor big. One who understands this gives up all ideas of worthiness and becomes the smallest of the small. 

Body-consciousness is a misery. One who entertains doubts about the Guru will not get peace anywhere.

Nisargadatta Maharaj


Africa... nella memoria di Paolo D'Arpini

 


Mi sento come allora, quando stavo in Africa, niente davanti niente dietro, nessun luogo per andare, nessun luogo per tornare, nessun luogo per restare. Vagare trasognato, viaggiare solo perchè lo spostarsi era l’unico modo di sopravvivere a me stesso. Ringraziando la fame, la sete, la fatica, la paura, la meraviglia che mi teneva in piedi, mi dava la forza e lo stimolo di andare… ma dove?  Senza meta, pian piano, attaccato al respiro che mi accompagnava e mi consolava nella mia solitudine estrema.  A volte amante della terra, sdraiato sui bordi di qualche sentiero nella foresta, nella bruce, la febbre alta per la malaria, senza vedere nessuno attorno senza preoccuparmi se ci fosse o non ci fosse qualcuno attorno. L’importante era  respirare, respirare e guardare il cielo… freddo caldo.. chi li ha conosciuti in quel limbo materno che è l’Africa? Il freddo ed il caldo erano solo notte e giorno, alternarsi di pensieri, nuvole di passaggio, pioggia, sole, sole, pioggia. Africa, il cuore  si strugge e lo spirito  ride!

Paolo D'Arpini 













Testo Inglese: 

I feel like I felt then, when I was in Africa, nothing before me and nothing behind me, nowhere to go, nowhere to go back to, no place to stay. Day dreaming, travelling just for the sake of moving, the only way to survive myself. Thankful for being hungry, thirsty, tired, fearful, the awe that kept me standing gave me strength and encouraged me to go….. but where? Without a goal, slowly, holding on to my breath that kept me company and comforted me in my deep loneliness.  Sometimes lover of the earth, laying down on the sidewalk of a path in the forest, in the “bruce“, with malaria and  high fever, no one around to be seen and without worrying whether there was or there wasn’t someone by me. As long as I could breathe, breathe and look at the sky… cold hot… who has ever met them in that maternal limbo called Africa? Cold and hot were just night and day,  alternate thoughts, clouds passing by, rain, sun, sun, rain. Africa the heart sighs and the spirit laughs!

(Traduzione di Ilaria Gaddini) 

Italia. Un tricolore sfilacciato in svendita...

 


Era il 2 giugno 1946. La guerra si era appena spenta. Gli italiani con un referendum, scelsero di istituire una Repubblica in successione al monarchico Regno d’Italia che sussisteva dal 1861.

La nuova condizione era soprattutto spirituale. Tutto il resto erano macerie e fame.

Da quei momenti gli italiani tutti si rimboccarono le maniche sospinti dalla certezza di poter andare oltre il conflitto nazionale e civile appena terminato, attratti dalla luce di un futuro totalmente nelle loro braccia e nei loro occhi.

Nel 1948 si svolsero le prime elezioni politiche che videro il 97% di votanti. Fin da subito emerse uno schieramento tra la fazione cattolica (Democrazia Cristiana) e quelle socialista e comunista (Partito Socialista Italiano e Partito Comunista Italiano) che avrebbe battagliato e caratterizzato la vita politica del Belpaese nei decenni a venire.

L’anno precedente, il 1947, aveva visto il varo del Piano Marshall. Un progetto statunitense per aiutare l’Europa a riprendersi dal disastro della guerra. (Solo molti anni dopo, si insinuerà l’idea che quel piano fosse una strategia americana per mantenere l’egemonia economica e militare mondiale).

Tra gli anni ‘50 e gli inizi degli anni ‘70 gli italiani seppero risorgere. Se ancora cerchiamo di valorizzare – soprattutto a parole – il Made in Italy, oltre a tutta la storia artistica e alla natura della nostra penisola, lo dobbiamo a quei decenni folgoranti. Artisti e imprenditori illuminati e una crescente consapevolezza sociale li caratterizzarono.

Tra di noi italiani, chiamiamo quel periodo gli anni del boom economico. Da una diffusa e misera condizione agreste sovrapposta ad un analfabetismo consistente, l’Italia passò all’industrializzazione e ad un’ampia distribuzione della ricchezza. Borghi, paesi, montagne e campagne si svuotarono a favore di una migrazione verso i centri metropolitani, soprattutto del Nord Italia.

Col senno di poi perfino le lotte operaie e studentesche degli anni ‘70, nonché la loro parte sanguinante, detta Anni di piombo, a carico delle loro fazioni armate (Brigate Rosse, Avanguardia Nazionale, Falange Armata, Fronte Nazionale, Nuclei Armati Rivoluzionari, Gruppi Armati Proletari, ecc. Wikipedia ne conta 72 di sinistra e 20 di destra), senza escludere la Strategia della tensione, azione di un nostrano deep state di esclusiva matrice parafascista, per quanto contenessero buone intenzioni non seppero o non bastarono ad allontanare la morte dello spirito che fino a quel momento aveva fatto l’Italia. Così, la liberazione da ipocrisie sociali (disuguaglianze) e valoriali (contestazione del qualunquismo borghese) da parte della sinistra e, anticomuniste (destra), per il rischio di divenire un ulteriore satellite sovietico e per reazione a una cultura di sinistra sempre più dominante nella vulgata e nelle istituzioni, restarono sterili battaglie fratricide fine a se stesse, prive di una visione olistica dei problemi. Che non lasciarono il tempo che trovarono ma in negativo: fecero da premessa ad un cambio di rotta che si consegnò dritti diritti in braccio al liberismo. Pure le due italie, quella del nord e quella del sud, nonostante le politiche assistenziali messe in atto da tutti i governi dell’epoca, non produssero l’unificazione che speravano.

Se per gran parte della popolazione, prima c’era una vita di sussistenza, quegli anni famosi e celebrati, contennero anche il virus di una successiva, lenta peregrinazione verso la perdita dell’identità, verso una crescente insoddisfazione. Lo spirito che aveva guidato quelle generazioni verso la luce del futuro, non solo l’aveva raggiunta, assuefatta al nuovo verbo dell’io voglio, l’aveva consumata. Fu l’avvento dell’edonismo. Erano gli anni ‘90 del secolo scorso. L’egemonia dell’individualismo spezzò le reni al senso di comunità, solidarietà, umanità. Nel boom economico l’”Utilitaria per tutti” era stato lo slogan essenziale e trainante per gran parte del popolo a quell’epoca vergine, ingenuo e frugale. Ora l’assuefazione di quello stesso popolo si muove su Suv ed è dedicato all’eccessivo e all’opulente. Lì, gli hanno insegnato, sta il progresso, il senso della vita. Le case, da contenitori di famiglie e persone, sono divenute rimessaggi di merci, accessori, duplicati, tecnologia scambiata per progresso.

La cultura nazionale cedette il proprio spazio, senza proferir parola, allo tsunami globalista. La liberalizzazione delle Tv, la diffusione del Web, la facilità di viaggiare, il presunto diritto al tempo libero, liquefecero (Zygmunt Bauman) i pilastri delle identità culturali locali. I solchi della storia entro i quali si erano sviluppate, si erano riempiti di rifiuti, scarti prodotti dal cosiddetto progresso, e di nuove attrazioni, molto simili ai frammenti di specchio che gli spagnoli mostravano ai nativi per imbambolarli e depredarli. La società era ormai liquida perché nessun valore la distingueva più dalle altre. Il globalismo aveva compiuto la sua opera spirituale.



In pochi decenni la Bella Italia buttò a mare le sue doti: non c’è quasi costa, valle, paesaggio che non sia stato deturpato da un’architettura e da una politica incapace di scegliere per il bene comune. Il turismo – fino a poco sembrava un talento naturale italiano – per politiche clientelari fa ora fatica a richiamare il mondo che a suo tempo aveva celebrato la Bella Italia. In pochi decenni anche la Destra e la Sinistra persero di vista la loro missione originaria. I cosiddetti progressisti non rappresentano più gli strati deboli, sebbene numericamente crescenti. Con l’abbraccio al liberismo si trova a esprimere se stessa secondo una sintassi politica neocapiltalistica. Idonea a prendere le distanze dai suoi ideali ordinari e capace di dialogare e fraternizzare con i detentori dei poteri. La Destra, anch’essa macinata dagli ingranaggi produttivistici, non esprime più nulla della sua verve spirituale.

Così, la credibilità della politica, sviluppatasi sotto il controllo economico-mercantile, non ha più legame con il suo elettorato. Dagli anni ‘70 del secolo scorso, la partecipazione alle elezioni, salvo qualche non significativa interruzione, è sempre scivolata verso il basso.

Le ideologie hanno fatto il loro tempo, sebbene ci sia ancora tutto un popolo che cerchi di tacere la parte restante, tacciandola di fascismo. I grandi valori di emancipazione sociale delle classi meno abbienti si sono trasmutati nella cura di diritti di minoranze che, in una società spiritualmente governata, non avrebbero alcuna necessità di essere protette, in quanto lo sarebbero implicitamente. Il rispetto delle persone, del diverso, ha bisogno di leggi ad hoc soltanto in un contesto culturale dove la prevaricazione, la paura, l’esigenza di sicurezza fanno parte dei pensieri degli individui. Invece, il politicamente corretto è divenuto così un linguaggio, una psicologia. Non attenersi significa offendere qualcuno e avviarsi all’emarginazione.

Nel frattempo debito pubblico e disoccupazione, nonostante generazioni di politici ne abbiano promesso la riduzione, è in costante incremento e, ovviamente, senza possibilità di arresto, ne, tantomeno, di riduzione.

Ora l’Italia è agli ordini globalisti, europei, della Nato americana, del becero mercato intorno al quale, insieme ad altri balla la danza della pioggia di denaro. Ma va ancora per il mondo a sventolare il gran pavese del Made in Italy. E qualcosa riesce a fare, ma solo da parte di qualche iniziativa imprenditoriale privata e solo nei confronti di una clientela internazionale che cerca di sottrarsi alla miseria della postmodernità vantando una San Pellegrino nel proprio carnet di conoscenze. L’incremento di psicopatologie, la diffusione smisurata di farmaci, l’aumento di obesi sono solo tre aspetti che meglio del Pil e delle fanfare autocelebrative rappresentano lo stato italiano e quello occidentale più in generale.

In questi tempi segnati dal virus abbiamo assistito a politiche sulle quali saranno scritti molti libri. In tutti, certamente, non mancherà di essere presente quanto quelle scelte, proclamate in nome della salute pubblica, non vi fosse invece un definitivo segno di sudditanza al mercato, ai poteri forti, alla svendita dell’Italia.

Altrove ho sostenuto – come altri autori ben più qualificati di me – il valore spirituale di una crisi. La crisi è una morte e senza di questa non c’è rinascita.

Lorenzo Merlo - www.victoryproject.net



L'importanza della devozione al Guru, secondo Nisargadatta Maharaj


Sii cosciente   dell'  "io sono". Contemplalo.  Questa penitenza è una sorta di meditazione. Non meditare su alcun oggetto. 


Il destino del jnani è l'intero universo. Lo saprai attraverso la meditazione. Una volta che conosci la coscienza, non ti identificherai mai più con il corpo. So di avere un corpo, ma il corpo non è "io". Si ricorda la sua infanzia, ma tornerà bambino? C'è solo la memoria. Allo stesso modo, dopo la realizzazione saprai che non sei il corpo, anche mentre il corpo è ancora lì. Sarai oltre il senso di essere. Il concetto "io sono" è stato creato grazie a Dio. So che alla fine Dio lascerà il corpo. Ciò implica che io esistessi prima di Dio. Dio significa prana. Questo è l'opposto di ciò che le persone che  si identificano con il corpo pensano. Pensano che Dio sia esistito prima e  loro sono venuti dopo. La pura coscienza è chiamata Dio. Come può Dio uccidermi? Si allontana solo dal corpo.

(Maharaj dice che la coscienza  nel corpo è Dio - Iswara - il Brahman manifesto. È lo stesso del prana, la forza vitale. Tuttavia, l'Io come Assoluto - Parabrahman è al di là di esso.)

Quando  il jnani si rende conto che si è liberato, per lui non restano affari mondani da compiere. Questa è la vera situazione. Coloro che si sono liberati ma non hanno continuato  a manifestare  la devozione verso il Guru non saranno stati utili alla gente comune. Essi non sono noti alla gente comune. Coloro che hanno continuato con le pratiche devozionali anche dopo la liberazione, la loro presenza sarà sempre presente anche se non esistono più fisicamente. Per il jnani dopo la realizzazione del Sé, quando la coscienza di essere il corpo è scomparsa,  non è necessario alcun supporto; diventa un "nessuno",  il suo io si estingue. Non si ottiene reale  beneficio  dal Guru a meno che non ci sia fede e devozione complete. I ricercatori che si ritirano sull'Himalaya e trovano la salvezza sono utili ad altre persone?

Molti grandi re sono andati e venuti; la gente non li ricorda più. Coloro che hanno  praticato la devozione al Guru hanno beneficiato le persone, e le persone sono devote a tali saggi anche adesso. Non c'è generosità più grande dell'offerta della conoscenza di sé perché chi la riceve diventa come chi lo dona. Questo non è vero per i doni mondani. Perciò dovrebbe esserci devozione verso colui che dà la conoscenza.


Anche se il Guru è adorato in pietra o argilla, porta frutti. Non abbandonare mai la devozione al Guru. La sua realizzazione si manifesterà attraverso di noi. Tale è la grandezza della devozione al Guru. Coloro che sono devoti alla liberazione divengono immortali nelle menti delle persone. Non bisogna mai dimenticare di adorare il Guru (coscienza).

Gli obblighi nei confronti di chi dà la conoscenza di sé non possono mai essere ripagati. Si può solo offrire un'adorazione continua e condividere il suo insegnamento con gli altri. Dove non ci sono strumenti di culto, adorate mentalmente e cantate canti devozionali.

Perché viene eseguito il Guru-bhajan? È per elevare il mondo. In questo modo si diventa degni quanto il Guru. (Dopo la realizzazione del Sé, il processo di insegnamento dovrebbe continuare a beneficio degli altri). Dio è uguale all'autoconoscenza, non usare altri concetti. Non abbandonare mai la devozione al Guru.

MEDITAZIONI CON SRI NISARGADATTA MAHARAJ
Domenica 10 settembre 1978

(Traduzione dall'inglese di Paolo D'Arpini)



Neopaganesimo, sciamanesimo, animismo, spiritualità della natura...

 


La rivalutazione del neo-paganesimo, o delle religioni sciamaniche e magiche dei popoli nativi,  è una delle caratteristiche portanti del filone bioregionale. Spesso  durante le feste da noi organizzate, soprattutto quelle in concomitanza con i solstizi o gli equinozi o per la luna piena e nuova, alcuni adepti  “neo-pagani” vengono a condividere il nostro spirito  ed oltre alle cerimonie già da noi predisposte aggiungono  riti diversi  ed offerte alle divinità della natura e fate dei boschi. Io li lascio fare perché in fondo il riconoscere la sacralità della natura in tutte le sue forme è uno degli aspetti della spiritualità laica e dell’ecologia profonda.  
In effetti la spiritualità della natura è un aspetto riconosciuto anche nella fede cristiana, soprattutto nel misticismo (sia in quello primitivo che in quello francescano)  in cui prevale  la consuetudine di ritirarsi in grotte, boschi e deserti in stretta comunione con gli elementi naturali e con il mondo animale.  In questo modo viene riconosciuta la bellezza del creato e la grandezza del Creatore.  Aspetti pagani erano presenti persino nella religione ebraica, sia pur talvolta condannati come ad esempio l’adorazione della vacca sacra durante la traversata del Sinai,  oppure  riconosciuti e facenti parte della tradizione  come  avvenne presso la setta degli Esseni che vivevano in strettissima simbiosi con la natura e con  i suoi aspetti magici, avendo sviluppato anche la capacità di trarre il loro nutrimento dal deserto, un grande miracolo questo considerando  che erano persino vegetariani….
 Il rispetto e l’adorazione  della natura, definito dalla chiesa cattolica (un po’ dispregiativamente) “panteismo” è uno degli stimoli da sempre presenti nell’uomo,   tra l’altro questo sentimento panteista è  alla base dell’exursus evolutivo della specie. 
 Ciò  mi fa  ricordare di una storiella,  che amo spesso raccontare,     sull’origine della specie umana.  Ormai è certo che ci fu una “prima donna”, un’Eva primordiale. L’analisi   del patrimonio genetico femminile presente nelle ossa lo dimostra inequivocabilmente… Mi sono così immaginato una donna, la prima donna, che avendo raggiunto l’auto-consapevolezza (la caratteristica più evidente dell’intelligenza) ed avendo a disposizione solo “scimmie” (tali erano i maschi a quel tempo)  dovette compiere una opera di selezione certosina per decidere con chi accoppiarsi in modo da poter avere le migliori chance di trasmissione genetica di quell’aspetto evolutivo. E così avvenne conseguentemente  nelle generazioni successive ed è in questo modo che pian piano dalla cernita nell’accoppiamento sono   divenute rilevanti qualità come: la sensibilità verso l’habitat, l’empatia,  la pazienza,  la capacità di adattamento e di gentilezza del maschio verso la prole e la comunità, etc. etc.  Pregi che hanno  portato la specie  verso la condizione “intelligente” che conosciamo (o conosceremmo se nel frattempo non fosse subentrata una spinta involutiva).
 Purtroppo in questo momento storico, in seguito all’astrazione dal contesto vitale e alla manifestazione della spiritualità in senso religioso metafisico (proiettata ad un aldilà ed ad uno spirito separato dalla materia) molto di quel rispetto (e considerazione) verso la natura e l’ambiente e la comunità è andato scemando,  sino al punto che si predilige la virtualizzazione invece della sacralità vissuta nel quotidiano. Ed in questo buona parte della responsabilità è da addebitarsi ai credo monoteisti. Ma quello che era stato scacciato dalla porta ora rientra dalla finestra, infatti la scienza sta riscoprendo i miti, le leggende e le divinità della natura descrivendole in forma di “archetipi”.
 All’inizio della  civilizzazione umana, nel periodo paleolitico e neolitico matristico, la sacralità era incarnata massimamente in chiave femminea, poi con il riconoscimento della funzione maschile nella procreazione tale sacralità assunse forme miste  maschili e femminili, successivamente con i monoteismi patriarcali fu il maschile che divenne preponderante. Ora è tempo di riportare queste energie al loro giusto posto e su un totale piano paritario.  Anche se già in una antica civiltà, quella Vedica,  questa parità era stata indicata, come nel caso della denominazione(maschile) “Surya” che sta ad indicare l’identità del sole in quanto ente,  che  viene completato dall’aspetto femminile “Savitri”  che è la  capacità irradiativa dell’energia solare. E noi sappiamo che fra il fuoco e la  capacità di ardere sua propria non vi è alcuna differenza. 
 Paolo D’Arpini  


Canto pagano di chi viaggia verso il Sé.  
Ascoltatemi spiriti del Vento, essenze immortali  che abitate nelle pieghe nascoste  dell’aria, delle rocce, delle acque. Oso invocarvi e presentarmi dinanzi a voi per compiere il mio passaggio a cui mi preparo  nel cielo di una notte d’estate, investito dal caldo mormorio dei grilli, inumidito dalla rugiada che bagna il muschio, stremato nel desiderio di correre verso un destino che mi avvolgerà come un non visto mantello…..  da vincitore o da vinto io non so.  Vorrò però essere ricordato come un uomo che ha provato a parlare con voi e da ciò apprendere la poca o molta saggezza che si può richiedere  a un sorso d’acqua gelida,  al fuoco notturno degli amici, al pianto solitario di un bimbo che accende la pianura di suoni che non le appartengono, ma che grata accetta, come il passo silenzioso del viandante che la rende sacra con l’amore del suo andare.   (Simone Sutra)