Chan (Zen) e "l'incomunicabilità" della verità intrinseca



Quando ci troviamo nella condizione di cercare di capire se una certa
situazione, una dichiarazione, un evento, o qualsiasi altra cosa,
siano veri o falsi, di solito siamo portati a farlo basandoci sul
nostro presumibile giudizio, nonché appellandoci fideisticamente alla
nostra capacità di comprensione. Però, dato che in questa
manifestazione universale non esiste nessun punto di riferimento
definitivo ed assoluto a cui potersi appellare, il crisma di verità
assoluta non può essere dato a nulla che non sia dimostrabile e
dimostrato come tale. E poiché la prassi della dimostrazione ricade
anch’essa nell’area della possibilità ma non della certezza, siamo di
nuovo al punto di partenza. Non c’è nulla, in questo mondo oggettivo,
che possa sostenere un esame inquisitorio, che sia applicato al fine
di stabilire la sua verità effettiva.

Pertanto, quando poi veniamo attratti da filosofie e speculazioni
dottrinarie che trattano dello spinoso problema di una Verità
soggiacente la nostra povera mente umana, incapace di cogliere una
immediata certezza dell’assioma appreso, si adagia utilitaristicamente
su una presunta verità di comodo che, almeno, mette fine
momentaneamente al dilemma. In questo modo, la maggior parte degli
individui è stata portata a credere a verità più o meno trascendenti,
imponendo loro un atto di fede senza opposizione, anche perché per
poter negare una certa verità rivelata occorre averne un’altra pronta
e dimostrabile, e ancor più palese della precedente. Cosa che non solo
non è sempre possibile, ma addirittura, spesso la faccenda apre
interminabili spirali di irrisolubilità logica, cosicchè la speranza
di cogliere una verità definitiva si rivela, il più delle volte,
un’impresa assolutamente impossibile.

Ecco perché lo Zen (e nella fattispecie il Ch’an, cioè lo Zen
originario) trova il modo di appianare questa problematica, tentando
di mettere d’accordo le contrastanti opinioni e dichiarando che la
Verità Assoluta non può mai essere dimostrata se viene portata
all’esterno della nostra vera natura originaria, dove essa fatalmente
risiede. Quindi, la soluzione del problema è stata ottenuta proprio
con l'eliminazione dello stesso. Non si può assolutamente parlare di
una Verità esprimibile che sia la stessa per tutti, quando questa
viene estratta e portata fuori dalla sua sede naturale, e cioè la
mente stessa quando è in assoluto silenzio ed immobilità…

Voglio qui rammentare la parabola, anche se non serve ripeterla
interamente, dei quattro ciechi che un giorno, a modo loro, decisero
di voler conoscere com’era fatto un elefante. Basterà ricordare che
ciascuno dei ciechi, avendo toccato con le mani ognuno una parte
diversa, arrivò alla conclusione che l’elefante era simile a qualcosa
che assomigliava a quella determinata parte. Quindi la verità di
ciascuno, pur sperimentata personalmente, non collimò e non si
dimostrò essere uguale a quella di tutti gli altri. Anche se,
nell’attimo intimo e silenzioso in cui ognuno ebbe la propria
esperienza, la VERA verità si era manifestata nella mente di ciascuno
di essi, mandando il suo luminoso riflesso coscienziale. Perché quella
immediata consapevolezza e la consapevolezza di esserne
istantaneamente consapevoli, ERA LA VERA VERITA’. Ma purtroppo, non
appena essi vollero farla fuoriuscire per comunicarla e per
confrontarla con quella degli altri, immediatamente la persero,
cominciando a questionare e litigare e la verità divenne personale,
falsa ed erronea.

Allora, avendoci il Ch’an rivelato come poter conoscere la Verità,
bisognerà imparare a riconoscerla ed a custodirla nel silenzio della
propria mente, aiutati in questo dai Buddha e Bodhisattva, dai
compassionevoli antichi maestri e dagli eterni instancabili amici del
Dharma. I quali, ancora oggi, si danno da fare per aiutare gli esseri
ad arrivare a questa Verità, tentando così di far loro raggiungere la
realizzazione dell’illuminazione. Di conseguenza, è assai importante
che le persone che credono in ciò che è stato detto, si affrettino ad
arrivare allo stadio dell’auto-consapevolezza - secondo il metodo del
Ch’an,- o di un qualunque altro metodo simile, finché ci vien data la
possibilità di potercisi avvicinare. Invece, coloro che non ci credono
dovranno purtroppo correre più in fretta, perché il Ch’an non si
fermerà ad aspettarli, e ciò significa che costoro potranno avere di
nuovo questa possibilità, se saranno fortunati e se lo meriteranno,
probabilmente soltanto fra molte, molte vite. ...

Aliberth Meng (Alias: Alberto Mengoni)


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