Koan Zen... in un attimo la vita



La dolcezza  sprigiona dal dolore. 
Adesso vedeva tutto con occhi nuovi; tutto sembrava avere più senso. Anzi, finalmente, Il senso.
Non che non ci fosse mai andato vicino prima a scoprirlo, quel senso. Però era sempre come salire sulla cresta di un’onda, vedere al di là dei flutti per un istante e poi ridiscendere giù nella vallata liquida.
Nello spremere di quel cuore c’erano stati momenti sublimi e stagnanti pause della mente; ora però il tutto assumeva un andamento dalla conformazione appena ondulata negli occhi della memoria, come se tutte quelle difficoltose salite e quelle discese a ruota libera fossero state in qualche modo distese su di un nastro piatto, cosicché non si distinguevano quasi più le une dalle altre.
Solo i veri, rari abbracci dell’anima si stagliavano netti, come la linea di un grafico che balza in su e produce un picco appuntito.
Comunque, notò che gli uccellini non gli si erano mai avvicinati tanto, e capiva che essi percepivano il pulsare di quella sua nuova essenza che lo accompagnava meravigliato. Così pieno di vita non si era sentito mai, così vicino a quelle creaturine, tanto che si immedesimava con loro, quasi come se si dovesse fondere da un momento all’altro in una di esse, oppure in quegli steli d’erba di cui adesso distingueva persino la grana più fine, da cui faceva capolino la grande matrice di vita che sembrava volerlo accogliere in sé.
Gli venne in mente una di quelle pronunciazioni Zen: koan, si ricordava che si definivano così. Questo diceva:
                   “Cosa fai quando non si può fare?
                   Lascio che si faccia”. 
Il sangue cessò di colare dalla ferita, e lui chiuse gli occhi con un sospiro. 

Simone Sutra

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