La fisica quantistica è vicina al buddismo



Da quando Copernico pubblicò Sulle rivoluzioni dei corpi celesti nel 1543 per illustrare le sue teorie eliocentriche e, quindi, dare il via alla moderna ricerca scientifica, scienza e religione si sono sempre mal tollerate a vicenda. Anche se Copernico non venne perseguitato per le sue opinioni dalle autorità religiose (anzi, papa Clemente VII espresse profondo interesse per l'opera dello studioso e quest'ultimo dedicò il suo scritto a Papa Paolo III), Galileo, l’erede intellettuale di Copernico, non fu così fortunato e venne condannato dall'Inquisizione romana nel 1633, a testimonianza di quanto labile fosse la tolleranza tra le due discipline.

Questo approccio esclusivo al mondo, nel quale i fenomeni vengono presi in considerazione da un punto di scientificaoppure religioso, ha caratterizzato la ricerca sin dai tempi in cui Galileo venne condannato agli arresti domiciliari per le sue idee eretiche (ma scientificamente accurate.) Le manifestazioni contemporanee più estreme di questa mentalità sono osservabili nei conflitti tra gruppi religiosi che sostengono posizioni negazioniste riguardo ai mutamenti climatici e i paladini della libertà della ricerca scientifica battezzatisi come Nuovi Atei.

Ma cosa accadrebbe se adottassimo un approccio diverso al mondo, che non richieda di restare fermi all’interno delle proprie convinzioni esclusivamente in uno solo dei due campi, scientifico o religioso? Questa è stata la domanda posta da Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, che la scorsa settimana ha presieduto una conferenza di due giorni su fisica quantistica e filosofia Madhyamaka a Nuova Delhi. Secondo Sua Santità, conciliare le filosofie scientifiche e religiose potrebbe rivelarsi essenziale per il futuro della nostra specie.

"Spero che incontri di questo tipo possano servire a due scopi: estendere la nostra conoscenza e migliorare la nostra visione della realtà in modo da controllare meglio i nostri sentimenti contrastanti", ha dichiarato il Dalai Lama giovedì, aprendo la conferenza. "Quando ero giovane, la scienza ha favorito lo sviluppo economico e materiale in maniera fondamentale. Più avanti, nel corso del Ventesimo secolo, gli scienziati sono arrivati a comprendere che anche la pace della mente è vitale per la salute fisica e il benessere dell’uomo in generale... Combinando l'empatia con l’intelligenza, spero che riusciremo a contribuire sempre di più al benessere dell'umanità."

Il Dalai Lama non è nuovo ad occuparsi di scienza e, durante il suo mandato come capo del Tibet in esilio, ha sostenuto la complementarietà della scienza con la filosofia orientale (persino il presidente Mao elogiò il Dalai Lama per la sua "mente scientifica" subito dopo aver comunque ricordato a Sua Santità che "la religione è veleno"). Questa compenetrazione di interessi così estesa era evidente anche nella varietà del pubblico che ha assistito al suo intervento, che comprendeva circa 150 monaci tibetani noti come bhikkhus, accademici e molti studenti che hanno affollato il centro conferenze della Jawaharlal Nehru University per ascoltare il Dalai Lama discutere dell’intersezione tra fisica quantistica e filosofia buddista Madhyamaka assieme ad un gruppo di fisici e di monaci studiosi.

Come ha ricordato il Dalai Lama nel suo discorso di apertura, le affinità di interessi tra la scienza quantistica e la filosofia Madhyamaka, una delle principali scuole di pensiero buddhista, le aveva comprese circa 20 anni fa, dopo una discussione con il fisico nucleare indiano Raja Ramanna.
Secondo quanto raccontato da Sua Santità, Ramanna aveva studiato i testi di Nagarjuna ed era rimasto molto sorpreso nel constatare quanto le idee di questo filosofo Madhyamaka di duemila anni fa fossero complementari alla comprensione della fisica quantistica contemporanea raggiunta da lui.

Generalmente, le scuole filosofiche principali che fanno capo al buddismo sono considerate due: Mahayana eTheravada. Madhyamak ("quella che si trova al centro" o "la via di mezzo") appartiene alla scuola di pensiero Madhyamaka ed è stata sviluppata da Nagarjuna nel Secondo secolo. Nonostante il numero sbalorditivo di sottili differenze interpretative emerse nelle filosofie di Nagarjuna nel corso degli anni, l'idea che le unisce tutte è quella di vuoto.

Nel pensiero Madhyamaka, tutte le cose sono vuote nella misura in cui non hanno nessun tipo di essenza o esistenza. Questa vuotezza appartiene non solo alle persone e alle cose, ma anche alle categorie analitiche utilizzate per descriverle. Secondo Nagarjuna, la vuotezza è il prodotto dell'origine comune di tutte le cose: tutti i fenomeni mancano di esistenza perché la loro esistenza autentica dipende dalle condizioni che le hanno poste in essere.

Comunque, per Nagarjuna dire che niente abbia un'essenza in sé non significa sostenere che niente esiste, ma soltanto che niente possiede “una natura stabile e permanente.” Per chiarire il concetto, Nagarjuna ha posto due verità: una convenzionale e una definitiva. Così facendo ha riconosciuto la possibilità di percepire le cose simultaneamente come effettivamente esistenti nel mondo (verità convenzionale) e allo stesso tempo mancanti di una vera essenza (la verità definitiva). Mantenendo queste due posizioni solo apparentemente contraddittorie è possibile riconoscere che la 'realtà' è un fenomeno esperienziale, non una realtà oggettiva indipendente dalla nostra percezione.

Se siete confusi sul legame tra questi principi antichissimi sulla natura della realtà e l'attuale fisica dei quanti non preoccupatevi, non siete gli unici.

Uno degli esempi più calzanti dell'intersezione tra Madhyamaka e fisica quantistica è da ricercare nel principio della dualità onda-particella, che sostiene che le particelle elementari (fermioni e bosoni) possono mostrare le caratteristiche di particelle e onde allo stesso tempo, il che significa che hanno una doppia natura.

"Non sembrano esserci probabilità di descrivere pienamente il fenomeno della luce scegliendo uno dei due linguaggi [particella o onda]" dichiarava Einstein. "A volte siamo costretti a usare una teoria, a volte l'altra, altre volte dobbiamo usarle entrambe. Siamo di fronte a un altro tipo di difficoltà: abbiamo due immagini contraddittorie della realtà, che prese separatamente non riescono a spiegare il fenomeno della luce, ma insieme sì."
Così come la funzione d'onda, la matrice utilizzata dai fisici per descrivere lo stato di un sistema in un determinato momento, la dualità onda-particella ci porta a uno deiproblemi centrali della scienza dei quanti: esiste una realtà oggettiva e indipendente in grado di essere quantificata, o le misurazioni non sono altro che prospettive soggettive dipendenti dall'osservatore?

Come hanno evidenziato Einstein e altri fisici, queste due realtà acquistano senso solo se considerate inseparabili: una via di mezzo, un po' come la filosofia Madhyamaka.
Da una parte, l'atto dell'osservare collassa dall'indeterminatezza della funzione d'onda alla realtà definita: il gatto nella scatola è o vivo o morto, il raggio di luce è composto o da particelle o da onde e ciò è determinato dall'atto dell'osservazione. Sia in un caso che nell'altro, la realtà sottostante è che il gatto e la luce non hanno caratteristiche intrinseche, ma possono essere caratterizzate da una gamma di probabilità.
Un altro aspetto della meccanica quantistica di cui vale la pena parlare è il principio dell'entanglement. Affrontato sia daEinstein che da Schrödinger nel 1935, questo principio viene chiamato in causa quando coppie o gruppi di particelle vengono generati in modo tale che lo stato di ognuno di esse non può essere determinato. Piuttosto, l'osservatore deve considerare lo stato del sistema quantico come un intero. Con un sistema del genere, lo stato di ogni particella è correlato con quello delle altre; pertanto, la misurazione di una singola particella influenzerà tutte le altre a essa correlate (quella che Einstein chiamana "inquietante azione a distanza") facendo crollare lo sato precedente dell'intero sistema.

Il Dalai Lama ha insistito sulla necessità che la ricerca fisica e filosofica mirino a di superare l'ignoranza e a porre fine alla sofferenza

Prendendo in prestito il linguaggio della filosofia di Nagarjuna, potremmo dire che la fisica dei quanti si fonda su due verità: una verità convenzionale (la realità che emerge dall'osservazione) e la verità definitiva (una realtà indeterminata espressa in probabilità). Questi due principi della meccanica quantistica rispecchiano la filosofia Madhyamaka nella misura in cui il secondo professa che le cose esistono effettivamente senza nessuna essenza entrinseca e oggettiva, e che ricavano il loro essere dalle nostre interpretazioni.
Ma c'è di più, in entrambi i casi la spiegazione delle due verità è molto simile. Per la fisica quantistica, l'entanglement è un'espressione quantificabile della nozione di generazione dipendente—lo stato di una particella non può essere determinato per via della sua dipendenza da tutto il sistema, un po' come i fenomeni di Nagarjuna che non possono avere un'essenza intrinseca perché la loro esistenza è dipendente dalle condizioni che le hanno generate.

Idee di questo tipo sono state espresse nel corso della conferenza di due giorni a JNU, a Nuova Delhi. Per la maggiorparte, la connessione esplicita tra Madhyamaka e fisica quantistica è stata lasciata all'interpretazione del pubblico. I fisici sono rimasti nel loro campo, così come i monaci.
Come ogni concetto in sé, composto da idee apparentemente contraddittorie che alla fine risultano complementari, Sua Santità ha insistito sulla necessità che lo scopo della ricerca fisica e filosofica sia quello di superare l'ignoranza e porre fine alla sofferenza, due traguardi che rappresentano senza dubbio i principali obiettivi del buddismo. Sia la scienza che la religione hanno i loro campi di applicazione specifici, ma una senza l’aiuto dell’altra possono condurre a risultati poco auspicabili, per non menzionare il fatto di fornire un quadro parziale e incompleto della realtà.

"In questo momento, assistendo alle tragedie in corso nel mondo, limitarsi a piangere e a pregare di fronte ad esse non servirà a molto," ha dichiarato Sua Santità. "Anche se possiamo essere inclini a pregare Dio o Buddha per aiutarci a risolvere questi problemi, loro potrebbero benissimo risponderci che essendo stati causati dall’uomo, spetta a noi risolverli. La maggior parte dei problemi contemporanei sono nati dagli esseri umani, quindi è ovvio che dobbiamo essere noi a trovarne le soluzioni. C’è grande bisogno di adottare un approccio laico per diffondere dappertutto i valori umani universali. La percezione che la natura umana di base è fondamentalmente positiva rappresenta una fonte di speranza incredibile [la quale]... Se ci impegnassimo profondamente sotto questo punto di vista, riuscirebbe a cambiare il mondo in meglio".

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