Sirene nella valle, echi di bioregione

Dipinto di Franco Farina


Non sono frequenti le sirene, nella mia valle. Qui, in Vallassina,
sopra Erba e tra Como e Lecco, siamo poco più di diecimila persone e
divisi in una mezza dozzina di piccoli comuni, dai 500 ai mille e
passa metri del Monte San Primo.

Quando sono a scuola e vi sono tutti i giorni da anni, quando passa
un'ambulanza o un camion dei pompieri o una pattuglia di carabinieri,
più rara , qui, la polizia, regolarmente gli alunni non possono fare a
meno di alzarsi tutti, almeno di provarci e di affacciarsi alle
finestre per cercare di capire di più.

E poi, questo non ho ancora compreso bene bene perchè, dicono "Sergio"
a scopo scaramantico, apotropaico, scriverebbero i dotti.

Io non ripeto "Sergio" come i miei ragazzi ma una serie di riflessioni
mi viene spontanea.

Avevo una relazione molto intensa, una storia d'amore finita, per
colpa mia ma questa è un'altra storia, con una collega romana, abitava
proprio di fronte al San Camillo, a Monteverde, a Roma. Il San Camillo
è uno degli ospedali più grandi della capitale e quindi d'Italia,
ricordo che l'andirivieni delle ambulanza, della polizia, dei
carabinieri, spesso non era infrequente assistere all'abbassarsi ed la
levarsi in volo di elicotteri.

Un andirivieni continuo, ambulanze di giorno e di notte, sirene ad
ogni ora della notte. E per la mia compagna, assolutamente normale.

Non credo che ci siamo soffermati più di dieci minuti su questo
ospedale e le sirene incessanti. Rammento invece molto meglio, e
perchè no, con molta nostalgia, il bel terrazzino all'ultimo piano
dove viveva lie. Rammento le belle piante che curava con amore e che
anch'io contribuivo a potare, riprodurre, diradare. Era un angolo di
Roma nel quale permangono molte zone verdi. La mia compagna di allora
predisponeva cibo per gli uccellini e quelli venivano, accorrevano a
frotte, nascosti dietro le tende assistevamo a quei pasti silenziosi
di cincie, passerotti, picciono, venivano, meno benvenuti, anche
grosse cornacchie e a volte, gabbiani.

Io penso alle sirene del san Camillo e mi rendo conto di vivere in una
bioregione ben determinata anche affettivamente.

Quando , sia dalle ampie e luminose finestre della mia scuola che da
quelle altrettanto grandi e con una bella visuale sulla valle, odo
delle sirene, specie quelle allarmanti, mi hanno spiegato che quando
ci sono diversi mezzi e anche una vettura delle forze dell'ordine al
seguito, c'è da preoccuparsi, resto ad osservare. Ed io ed i miei
alunni ne abbiamo ben donde: qui siamo pochi, quella autoambulanza,
quel camion dei pompieri è certo che si sta recando da qualche parte
ma sempre presso qualche nostro parente o amico.

E' una sensazione di allarme e di ansia che si manifesta in noi,
nessuno di noi può esser certo che non ci sia accaduto qualcosa di
brutto a casa o nei pressi.

Siamo una comunità che si conosce, quante volte, tutti gli alunni
della locale scuola media sono miei  alunni, è successo che, facile
profeta, una disgrazia abbia toccato qualche genitore o parente loro.
Le nostre sirene hanno una eco ed un suono che ci angoscia, sono le
"nostre sirene" quelle ambulanze vengono per noi, non sono quelle del
San Camillo, non sono impersonali, non abbiamo la ventura di vivere in
una metropoli di milioni di abitanti, qui, la campana, quando suona,
suona per ciascuno di noi.

Anche questo, anche questa precisa sensazione, assurda in città, di
fare parte di una comunità dovuta a queste sirene, alla paura che ci
infondono ogni qualvolta le sentiamo, anche questo è un elemento da
tener presente, quando si vuole eviscerare che cos'è, qual'è l'anima
di una bioregione.

Non solamente il nostro fiume, il Lambro, non solamente le nostre
montagne ben disposte a freccia verso Bellagio e delimitate dai due
rami del Lario verso Como e verso Lecco, non solamente questo
determina il nostro vivere bioregionalista, quelle sirene e tutta
l'angoscia che ci mettono addosso danno il suono , eco viva, alla
nostra comunità valligiana vallassinese.

Per cui, lascio che i miei allievi pronuncino a voce alta il loro
misterioso "Sergio!" come scongiuro sonoro, io ricorro a quelli
tradizionali.

Teodoro Margarita

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