Franco Battiato ed il Bardo Thodol

 


In un'intervista del 1998, Franco Battiato ha dichiarato che a ispirare “L'ombra della luce” dell'album Come un cammello in una grondaia (1991) è stato Il libro tibetano dei morti, uno dei testi che più lo hanno influenzato nella sua formazione umana e spirituale. Il Bardo Thodol – questo il titolo originale – che ci permette non solo di entrare nell'antica civiltà del Tibet ma entra anche nelle profondità dell’anima, conducendoci in un viaggio sugli aspetti sconosciuti del nostro io, un io che ad un tratto non ci appare più tanto solido e sicuro.

Catturato dal Bardo Thodol recitato presso il corpo del morto o del morente, Battiato si avvicina a quella luce, di cui però non si può che scorgere l’ombra; proprio la civetta, uccello che spicca il volo sul far del crepuscolo, lo sa bene. E lo fa con un testo pieno di amore per la vita, una canzone che invita a rendere puro il pensiero per accogliere la spiritualità e comprendere la vita come consapevolezza.

L’ombra della luce

UN SOFFIO, come tutto nella vita, accompagnato da una consapevolezza ulteriore, da un 'occhio interiore', che coglie l’essenziale.  Ci sono versi che risuonano nella nostra testa e si cantano da soli: 'E il mio maestro mi insegnò a cercare l'alba dentro l'imbrunire'; 'L'animale che mi porto dentro, che si prende tutto anche il caffè'; 'E ti vengo a cercare perché sto bene con te'; 'Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine'. Anche se non ce ne rendiamo conto, ci ha fatto cantare versi raffinatissimi di filosofi, Sufi, mistici".

UNA CONCEZIONE profondamente terrena e ascetica della vita in cui il senso di ciò che si è fa i conti con la smisuratezza dell’universo. La musica e la filosofia ci portano a riconoscere l’importanza fondamentale del nostro «sentire» in connessione con l’universo. La musica è il luogo della massima separazione e della più intima vicinanza. Un «oceano di silenzio» che è lo sgorgare di una nuova sorgente, alla ricerca di un vuoto che ci colma e che ci rinvia a noi stessi, di contro a questo tempo che riempie tutto per farci sprofondare in «un vuoto di senso» e in un «senso di vuoto».

DALLA RICERCA DI UNA RADICE comune del sapere sono arrivati a esplorare sonorità e modi di dire e pensare presenti a Oriente come a Occidente. Sono riusciti a creare un pensiero musicale cosciente che sfugge l’inganno della superficialità di un mondo che sempre meno riusciamo a comprendere. È nata così la voce, insieme doppia e unica, di un incontro che li ha consegnati a una verità innegabile. Battiato e Sgalambro hanno saputo vivere la generosità dell’arte che ricompone il tutto misterioso della condizione umana attraverso la musica del pensiero. E ci hanno insegnato a far parte di un volo come quello degli uccelli nello spazio tra le nuvole.

LA DIMENSIONE DEL SOGNO, del viaggio, anche solo del viaggio sognato, dentro l’evanescenza – particelle, atomi sonori in corsa in un intervallo di tempo a disegnare flussi cosmici, lo spazio in cui ancora siamo, pensiamo –; è l’ecosistema in cui si muove Battiato negli anni Settanta, tra Stockhausen, influssi filosofici e letterari, l’affiorare di armoniche improvvise a ottundere i suoni cuneiformi della sperimentazione. È un invito al viaggio; un vagabondaggio negli spazi siderali del cosmo in cui risuonano attriti molecolari, vettori luminosi di un moto browniano che balzano d’era in era, dalle origini rarefatte del mondo a un contemporaneo sospeso, come visto, ascoltato attraverso un filtro smerigliato nell’Ombrello e la macchina da cucire che ravviva la cosmogonia di suoni, elettronica, psichedelia respiro macchinismo universale.

L’INIZIO DEL TEMPO (materia, suono posti in posizione fetale), l’inizio delle cose, è come sognato, immaginato: «l’inconscio ci comunica coi sogni frammenti di verità sepolte». Viene in mente William Blake quando scrive che nulla esiste che prima non sia stato sognato: ecco, Battiato riporta alla luce, a un livello di concretezza smagliante, sonante, la cosa sognata, come se l’origine, l’inizio di tutto non fosse che il sogno di una cosa.

SENZA STORIA: piuttosto mito, al limite ucronia come futurizzazione del mito (ad esempio in Mondi lontanissimi), e poi mitobiografia, cioè racconto di sé attraverso le opere, il pensiero, l’immaginazione già stati, i gradi di una memoria arcana quanto personale, indizi concreti dell’inclinazione dell’uomo a scoprire il mito, a scoprirsi in quanto parte di questa enorme mitopoiesi che è il mondo. È il mito sintetizzato, in Mesopotamia, dove, come testimoni della «prima goccia bianca, che spavento/ e che piacere strano/ e un innamoramento senza senso/ per legge naturale a quell’età»; testimoni di quella stilla iniziatica, la cui fuoriuscita allo stesso tempo si stanzia, feconda la terra e porta lontano, dà vertigine, ti sposta in una dimensione atavica, una via lattea grondante, d’eco. Qui «scocca la sua nota, dolce come rosa» (Gesualdo da Venosa), scocca la prima goccia di Pollution – in una scabra meccanica di note – prima di divenire stillicidio nel capolavoro Sequenze e frequenze, diciassette minuti di deliquio elettronico, di proto-techno all’inizio di Sulle corde di Aries, e poi in Clic, quando No U Turn aprirà la strada alla techno di Proprietà Proibita. Folate d’elettronica, di synth, e il ritmo incalzante, costante delle percussioni, in cui stiamo ancora ballando, con scatti robotici e sinuosi, seriosi e canzonatori, al ritorno dal sogno.



(Su  segnalazione  di Ferdinando Renzetti)

Biospiritualità nella vita quotidiana...

 


Volendo abbracciare in un unico contesto il concetto di spirito e di vita, come presumibilmente avveniva durante il periodo gilanico, un tempo in cui c’era solidarietà, impegno civile, coscienza dell’ambiente, della fatica e dei pericoli ma allo stesso tempo spensieratezza, e desiderando riportare quella esperienza unitaria nella nostra vita quotidiana mi sono ritrovato a dover decidere quale parola potesse maggiormente indicare quel pensiero. 

Durante uno scambio epistolare con l’amico bioregionalista Stefano Panzarasa, matrista convinto, lui ha suggerito di usare il termine “religiosità della natura”, come proposto dal filosofo Thomas Berry.  La parola in se stessa è molto evocativa di un ri-congiungimento con l’anima naturale.
Allo stesso tempo il significato di religione (dal latino religio) è “ri-unire” ma non si può affermare che la vita abbia mai avuto separazioni in se stessa.. Se avesse subito una separazione non sarebbe più vita... Infatti nel periodo matristico anche la morte era considerata una fase nel processo vitale. Quindi parlare di religione della natura può essere fuorviante. Poiché in natura è già un tutto unito, un unicum. Preferirei magari usare la parola “biospiritualità”, neologismo antico e nuovo per descrivere ciò che è sempre stato e sempre sarà….

A volte, sembra che le parole nascono per creare discordia fra gli uomini… L’incomprensione sorta con la diversità dei linguaggi, volendo comprendere l’altro attraverso il linguaggio, è alla base delle antipatie che gli esseri umani percepiscono gli uni verso gli altri… Prova ne sia il negro che ci parla in bantu viene visto con sospetto e timore, mettete che lo stesso negro si mette a parlare in italiano, o addirittura nel nostro dialetto familiare, ecco che improvvisamente diviene uno di noi,  un fratello di colore diverso.

Questa verità l’ho potuta sperimentare svariate volte a Calcata dove la comunità etnica è molto variegata però siccome parlavamo tutti allo stesso modo, al massimo con un leggero accento straniero (tra l’altro ognuno di noi aveva un leggero accento d’origine essendo tutti forestieri), ecco che diventavamo  comunque tutti calcatesi,  indipendentemente se siculi, romani, veneti, europei est ovest, americani nord sud, africani, etc. etc.

Il linguaggio comune unisce  ed all’inizio tutti gli umani parlavano la stessa lingua, il “nostratico” viene chiamato in glottologia, poi da quella radice, nella diaspora umana planetaria, sono sorti rami e ramoscelli sempre più diversi.  La mitologia della torre di Babele è simbolica ma veritiera. Gli uomini appena salvatisi dal diluvio universale invece che andare a ri-abitare il pianeta, ridiventato fertile dopo il cataclisma, si concentrarono tutti in un luogo e cominciarono ad erigere un monumento di ringraziamento a Dio (forse però a quel tempo era la Dea), simbolicamente questa torre zigurratica saliva sempre più in altezza (per arrivare in cielo) ma l’uomo è fatto per la terra e così Dio (o la Dea) confuse i linguaggi.. e gli uomini che non potevano più comprendersi si allontanarono in gruppi omogenei alla conquista del mondo.. chi qua chi là, chi su e chi giù, finché tutto il pianeta fu abitato.

Certo questa è una favola ma fa pensare come la differenza delle lingue allontani l’uomo dall’uomo. Sarà per questo che in ogni epoca un potere emergente cerca di stabilirsi attraverso una lingua? Sicuramente è avvenuto così.. il sanscrito, il greco, il latino… ed ora l’inglese, come lingue veicolari temporali, ne sono riprova.

Ma aspetta aspetta, non intendevo fare un discorso semantico linguistico,  anzi, volevo parlare dell’unico elemento che è in grado di unire e di far riconoscere l’uomo in se stesso e agli altri come manifestazione della stessa matrice vitale. Questo elemento è la “coscienza-intelligenza”, che unisce tutti i viventi e -in latenza- anche il mondo inorganico.

Questa coscienza/intelligenza è stata definita da tempo immemorabile “spirito” (diverso da anima che sottintende una personalità individuale). Lo spirito tutti ci accomuna e la “spiritualità laica” è la comprensione sincretica che ognuno compartecipa allo spirito. Spirito e vita sono consequenziali ed inseparabili. Perciò lo spirito non può divenire mai appannaggio di alcuna religione, poiché le religioni sono create da e per le anime, per le persone che si considerano separate. Per tale ragione spesso definisco la vera spiritualità come “laica” (dall’antico significato del greco “laikos” al di fuori di ogni contesto sociale e religioso).


Questo termine, spiritualità laica, non piace a molti.. oppure alcuni cercano di spiegarla a modo loro, come una forma di credo para-religioso, si professano “spiritualisti laici” i massoni, i cristiani che conducono vita secolare, gli aderente alle nuove religioni new-age, etc. Mentre altri, completamente contrari al concetto di “spirito” negano che possa esistere una qualsiasi spiritualità in qualsivoglia forma.

Insomma, per fare chiarezza e definitivamente sancire l’indissolubilità tra spirito e materia, mi è venuto in mente di spiegare questa spiritualità laica come “biospiritualità”, in modo che così siano tutti felici e contenti, sapendo che vita e spirito sono la stessa cosa. E cosa si intende per biospiritualità? Vuol dire che il più alto ottenimento si ottiene qui ed ora, non in qualche altro luogo od in qualche altro tempo. Non siamo in in esso ogni momento dell’esistenza. La Realtà Suprema non è in un altrove ed a parte da questa esistenza. La Terra, l’Universo ne sono impregnati. 

Biospiritualità è l’espressione, l’odore sottile, il messaggio intrinseco, che traspira dalla materia tutta. 

Il sentimento di costante presenza indivisa.. la consapevolezza dell’inscindibilità della vita, riconoscibile in ogni sua forma e componente, partendo dal “soggetto” percepiente, questa è la pratica stabile dell’essere biospirituale. La conoscenza suprema significa sapere che tutto quel che “è” lo è in quanto tale. Perché l’esistente è uno, non può esserci “altro”…

Ed infatti l’ostacolo posto dalle religioni è proprio quello di immaginare uno stato “altro” da ottenere, superiore od inferiore che sia, diverso da quello presente. Ma allorché l’oscuramento viene rimosso dal cuore dell’uomo, improvvisamente ci troviamo a Casa. Possiamo definire questo stato “liberazione” dall’illusorio senso di separazione, poiché la biospiritualità non può ammettere separazione ma solo diversità nei modi espressivi e nelle forme esteriori.

Al momento opportuno ognuno di noi sentirà l’impulso a riconoscersi in quel che è ed è sempre stato.. e questo è lo scopo della biospiritualità. Ed è un modo per andare verso la nuova era ecozoica auspicata da Thomas Berry.


Paolo D'Arpini
Rete Bioregionale Italiana











OTTIENI CIÒ CHE HAI GIÀ



Il fatto che dio ti protegga è una benedizione, ma la benedizione è possibile solo se sei in beatitudine. Questa è una delle leggi fondamentali della vita: se hai, avrai di più, se non hai, perderai anche quello che hai. È una legge molto strana, ma bisogna capirla. Non c’è niente da fare, bisogna seguirla: è così.

È così nel mondo comune, è così nel mondo interiore. Il ricco diventa più ricco, perché il denaro attira più denaro; e il povero diventa più povero. Lo stesso vale anche nel mondo interiore: la persona beata diventa più beata; tutte le benedizioni di dio si riversano su di lei. La persona infelice diventa più infelice. Ottieni solo ciò che hai già, perché ciò che hai diventa una forza magnetica che attrae qualcosa di simile a sé. È come quando un ubriacone arriva in città: presto troverà altri ubriaconi. Se arriva un giocatore, presto incontrerà altri giocatori. Se arriva un ladro, troverà altri ladri. Se arriva un ricercatore della verità, troverà altri ricercatori. Qualunque cosa creiamo in noi diventa un centro magnetico, crea un certo campo di energia. E in quel campo di energia le cose iniziano ad accadere.

Quindi, chi vuole la benedizione di dio, deve creare tutta la beatitudine di cui è capace, deve fare del suo meglio; e la sua beatitudine diventerà mille volte più grande. Più ne hai, più ne arriverà. Una volta compreso questo segreto, si diventa sempre più ricchi interiormente e sempre più profonda è la gioia. E non c’è fine all’estasi, bisogna solo iniziare nella giusta direzione.

La sensazione di essere un estraneo deve essere trascesa, perché è fondamentalmente sbagliata. Facciamo parte dell’esistenza, non siamo estranei. Siamo onde dell’oceano, non siamo estranei all’oceano. Come possiamo essere estranei all’oceano? Nasciamo dall’oceano, ci viviamo, un giorno ci spariremo dentro. Ne facciamo parte. Questa esistenza è la nostra casa. Non siamo estranei; anche se volessimo non riusciremmo a starne fuori, ne facciamo parte. 

Non c’è alcun luogo dove andare, non possiamo uscire dall’esistenza, è tutto dentro. Non c’è un confine dove l’esistenza finisce e possiamo saltarne fuori. Il pesce può uscire dall’oceano, ma noi non possiamo uscire dall’esistenza, è impossibile. Ovunque siamo, siamo radicati nell’esistenza.

Questo è il sentimento religioso fondamentale. Una persona non religiosa sente di essere uno straniero, un estraneo, un alieno. Quella sensazione è cresciuta molto in questo secolo. In tutto il mondo tutte le persone intelligenti soffrono di uno strano tipo di malattia. La malattia può essere chiamata “sensazione di essere estranei”, di non appartenere all’esistenza, che l’esistenza non ci appartiene, che siamo solo degli incidenti, che non stiamo adempiendo a nessuno scopo, che non siamo necessari, che le cose andrebbero benissimo senza di noi, che siamo superflui. Tutto questo è totalmente sbagliato, assolutamente sbagliato.

Persino un minuscolo filo d’erba è intrinseco, non accidentale. È importante quanto la stella più grande. Senza di lui l’esistenza non sarà la stessa, qualcosa mancherà, rimarrà uno spazio vuoto. Non è superfluo, niente è superfluo. Quando lo capisci, tutta la paura scompare e arriva un grande rilassamento naturale. Diventi capace di riposare, perché questa è la nostra casa.

Percepire l’esistenza come “casa”, sentire che è nostra madre, nostro padre, che gli alberi e le montagne e le stelle sono la nostra famiglia, è l’esatto significato della parola “dio”.

E dio è dolce! E anzi, il fenomeno più dolce, il fenomeno più delizioso è dio. Chi ha assaggiato dio ha assaggiato il nettare. Diventa immortale, non sa nulla di nascita e morte. Per lui il tempo diventa irrilevante, inizia a vivere nell’eternità.

Man mano che si va in profondità nella meditazione, la vita diventa sempre più dolce, piena di canzoni, musica, gioia. Migliaia di fiori sbocciano e tutto l’anno è primavera. E tutto diventa profumato di dio, perché tutto è pieno di dio. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un modo per vederlo; e la meditazione è il modo.

I miei sannyasin devono vivere una vita di beatitudine, questa è la loro meditazione. Devono abbandonare ogni serietà, devono diventare più giocherelloni. Devono considerare la vita non come un problema, ma come un mistero. Se lo consideri un problema diventi serio, perché allora sorge una grande tentazione di risolverlo ed è irrisolvibile. Ti porterà a una serietà sempre maggiore, alla frustrazione, alla tristezza.

Non è possibile arrivare a una conclusione. Sì, potresti trovare molte risposte, ma ogni risposta creerà più domande di quante ne risolverà. Ecco perché i filosofi, i teologi, diventano molto seri. Perdono ogni giocosità. Dimenticano cosa significa essere leggeri e se dimentichi cosa significa essere leggero dimenticherai cosa significa essere pieno di gioia, perché sono due aspetti dello stesso fenomeno. Essere leggeri è un requisito fondamentale affinché la gioia accada.

La gioia accade solo negli stati d’animo leggeri. 

Non prendere la vita come un problema, non è affatto un problema. È un mistero da vivere, non da risolvere; è da godere, ballare, amare, cantare, ma non da risolvere. Non è un enigma, non è una sfida a risolverla. È una sfida a esplorarla, con meraviglia, con stupore, come un bambino.

Per i miei sannyasin la beatitudine è meditazione e più diventi beato, più diventi meditativo. Quindi impara a essere allegro; prendi le cose come divertimento. Tutto deve essere preso come divertente, persino la morte.

Se riesci a vivere la vita come se fosse solo un ruolo che stai interpretando in una commedia, sei diventato un sannyasin.

La beatitudine è dio. Non esiste altro dio: essere beati è essere divini.


Osho

 

Tratto da: Osho. The Imprisoned Splendor

Anche gli altri animali sono esseri umani

 


A partire dalla fine degli anni '80 del secolo scorso, quando ancora il circolo vegetariano VVTT aveva sede a Calcata, abbiamo raccolto migliaia di firme  affinché lo status di "esseri umani" venisse riconosciuto a tutti gli animali. 

Ovviamente se ciò avvenisse comporterebbe immediatamente la chiusura di tutti gli allevamenti  e di tutti i mattatoi. Ricordo che inviai agli allora governanti quella richiesta, cercando di sensibilizzare anche l'allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, il quale ci rispose dicendo che non era nelle sue prerogative intervenire in tal senso. Beh, successivamente, anche per tacitare l'opinione pubblica,  passò almeno la legge contro il maltrattamento degli animali da compagnia, che oramai sono diventati a tutti gli effetti "compagni di vita" per molti umani. 
Purtroppo la stessa considerazione non è rivolta verso gli altri animali che ancora sono torturati  e vivisezionati, maltrattati in tutti i modi, uccisi per scopi culinari o per gioco e divertimento.  Qui rilevo che anche la chiesa cattolica  non considera la “pietas” verso i nostri consimili come una necessità etico-filosofica (per non dire religiosa e morale).
Paolo D’Arpini 

Racconto tratto dal libro  “Incontri con i santi”







La scimmia ed il Kalaò
Dopo un mese ad Abidjan mi sembra di aver conosciuto tutto della città, perlomeno nell’ambito dei rapporti e dei luoghi che mi erano consentiti. Chiacchierate attorno alla piscina dell’hotel più “in” (quello dove andavano i turisti americani) per stare a contatto con i ricchi, puntate nelle taverne africaine (frequentate da prostitute e gente di malaffare), nottate passate in terrazze della città vecchia fra i tamburi che ripetono senza sosta il loro richiamo verso l’istinto, qualche festa o cena nella villa di qualche annoiato patron francaise e soprattutto permanenze pomeridiane al famoso Kalaò, il bar riferimento dei viaggiatori e della scenografia, una specie di Harris Bar in Costa d’Avorio.
Ero ospite di una signora francese che aveva sposato un alto funzionario africano e poi si era separata e viveva un po’ allo sbando ed un po’ nel finto decoro in una casa normale di Cocodì, il quartiere elegante di Abidjan. Con me c’era anche una piccola banda di giovani avventurosi e di belle speranze, giunti anch’essi ognuno per proprio conto alle porte dell’Africa Nera. Uno svizzero, due francesi ed un altro italiano, oltre ad un meticcio che era anche l’amante della donna. Ripagavamo l’ospitalità con qualche poulet e qualche bottiglia di birra. A quel punto tutte le avventure che si potevano vivere ad Abidjan mi sembravano già vissute, le brochettes avec piment erano state tutte assaggiate, i ristoranti visitati, le ragazze frequentate, non mancava nulla e sentivo veramente di averne abbastanza della solita solfa e delle solite cose di un’apparentemente eterna “vacanza”. Sentivo la necessità di qualcosa di vero. Decisi un bel giorno di andarmene in brousse, di andare in qualche villaggio sulla costa, star da solo per scoprire nuovi agganci nuovi rapporti nuove situazioni. Salutai gli amici del Kalaò e partii, non ricordo come, forse su un pullman forse facendo autostop. Giunsi in un posto che era abbastanza lontano dalla città, dove non c’erano bouvettes né turisti, solo l’oceano e qualche rada villa. Gironzolavo attorno cercando un posto per piazzarmi e trascorrere il tempo in isolamento e riflessione. Percorrevo a piedi una strada che costeggiava l’oceano, sentivo il rumore forte dei flutti e delle onde, attorno a me alberi maestosi che mi riparavano dai cocenti raggi del sole. 
Ad un certo punto vidi in distanza una specie di tukul disabitato che stava a poca distanza dal mare, proseguii in quella direzione e scorsi, nascosta dalla vegetazione, una grande villa colonica di cui forse il tukul era una dependance, mi avvicinai all’ingresso per capire che aria tirava e proprio allora mi avvidi di una grossa scimmia che mi guardava. Era uno scimpanzé molto grande, alto all’incirca come me, muscoloso e sveglio. Mi sentivo un po’ a disagio ma osservando meglio scoprii che lo scimpanzé era legato ad una catena e capii che era stato messo lì di guardia per spaventare i passanti. Mi avvicinai ma restai a due passi dalla bestia, non aveva un’aria minacciosa, anzi mi ispirava molta pena. Pensate un animale così nobile ed intelligente costretto alla catena, davanti alla vastità della foresta e dell’oceano, solo per accontentare le esigenze di qualche riccone egoista. Rimasi per un bel po’ a fissare la scimmia ed anche lei mi guardava, sembrava che leggesse il mio sguardo.
Sentii l’impulso di avvicinarmi ancora e restai in silenzio davanti a lei con rispetto e compassione, non osavo avvicinarmi di più, la paura dell’animalità me lo impediva, allungai una mano come per salutarla ed in quel preciso istante la scimmia repentinamente si allungò al massimo della lunghezza consentita della catena e mi abbracciò. Si, mi prese fra le sue braccia muscolose e pelose e mi strinse al suo petto con forza. Pensai di svenire, immobilizzato in quell’abbraccio, ma non urlai, non tentai di scappare, ero esterrefatto, fermo, non volevo offenderla o creare una situazione reattiva in lei. Un momento indimenticabile in braccio a King Kong….. Ad un certo punto, non so dopo quanto, la scimmia aprì le braccia e mi lasciò andare, indietreggiai di un passo, non fuggii, e continuai a guardarla per capire cosa mi avesse voluto dire. Mi accorsi allora che era una femmina.
Ormai era scesa la sera mi allontanai e mi sdraiai nella capanna, con il vento ed il mare che ululavano divertiti della mia angoscia, rimasi in un trepido ascolto. Ero così sconvolto, così stranito, che la notte non riuscii a chiudere occhio, quel tukul mi sembrava l’ingresso dell’ade, una voce inconscia mi diceva che dovevo lasciarmi andare alle forze oscure della natura, mi masturbai senza alcun piacere come se dovessi semplicemente compiere un dovere od un rito. L’indomani mattina presto ritornai sui miei passi, la scimmia non c’era più. Abbandonai ogni progetto di solitudine e riflessione e feci ritorno al Kalaò ed alla vita di Abidjan.
Ma non durò ancora a lungo….
Paolo D’Arpini




Protostoria o psicostoria? – L’antagonismo per la supremazia fra Luni e Narce

I fatti qui riportati, inerenti i primordi della civiltà italica ed europea,  risalgono a diverse migliaia di anni fa. Sono tratti dall’Akasha, la memoria collettiva, e non hanno quindi una base storica certificata. Ciò non toglie che possano corrispondere a verità….

Ricerche archeologiche  a Luni sul Mignone

Nei piani della trama primigenia, nel gioco dei meccanismi di potere  all’interno della società umana, pareva destino che Luni, che vuol dire luna, la proto città sul Mignone, divenisse il faro di luce della civiltà  per l’intero vecchio continente. Luni era nata come progetto femminile di una società egualitaria, un primo esperimento sociale di armonia fra i due generi.

Di conseguenza questa città, che si fa risalire al tardo neolitico – prima età del bronzo,  era concepita come luogo d’incontro orgiastico e di piena libertà espressiva. La fioritura conseguente fu una società  fluida e scorrevole, come l’acqua. Ed infatti i sacerdoti di Luni adoravano l’acqua ed avevano controlli psichici su questo elemento.  Le cose sembravano andare per il verso giusto e non sussistevano preoccupazioni per la espressione di una grande civiltà  liberale.

Nel frattempo però, al di fuori da ogni convenzione creativa, era sorta un’altra città, a pochi chilometri in linea d’aria, costruita  sulle sponde di un  fiume biondo, che era stato il Tevere,  ed ora era il Treja. Quest’incomodo, questo intruso, che si inseriva nei piani del potere e dei modelli sociali,   si chiamava  Narce , che vuol dire arca.

La proto città di Narce era depositaria del fuoco, il sacro rito del fuoco che si manifesta  attraverso i costumi,  indicazioni  che seguono un ordine di valori.

Gli abitanti  di Narce  erano pastori che innalzavano are per adorare il dio del fuoco. Il continuo ardere dava ai sacerdoti di Narce il controllo psichico sul fuoco.

Ben presto, allorché fu chiaro che gli esempi propugnati erano opposti, iniziò un subdolo contrasto fra le due città. Narce e Luni si combatterono prima sul piano ideologico, cercando di dimostrare  il valore ed il significato del messaggio sociale evocati nel loro modello ma non ebbero successo in ciò giacché  entrambi gli esempi fornivano ragioni sufficienti di esistenza. Ovviamente i sacerdoti sentivano che un compromesso non era possibile, le due posizioni erano troppo distanti ed antagoniste. Fuoco contro Acqua.

I sapienti delle due città decisero allora di utilizzare i poteri acquisiti  sugli elementi in modo da condizionare o distruggere il nucleo opposto.  I maghi di Narce scaricarono il massimo dell’energia  ferale su Luni e quelli di Luni sconvolsero le acque di Narce.  Il risultato fu che ognuna delle due comunità dovette isolarsi completamente per difendersi dalle emissioni psichiche. Le due comunità si nascosero l’un l’altra divenendo città invisibili. Il risultato insolito di questa lotta portò al cambiamento del piano originario di civiltà.

Luni  o Narce, nessuna delle due essendo in grado di emergere ed essendo addirittura scomparse alla vista, esse passarono il loro modello all’inconscio collettivo e si celaroro nelle loro nicchie di terra, lasciando solo criptici segnali nascosti vecchi di migliaia di anni.

Nel frattempo la lotta era passata di mano, lo schema per la civiltà futura doveva andare avanti, ed il destino dell’uomo, in questa parte del mondo, continuò a tessere la sua tela. E si   manifestò  -ancora una volta- in due modelli antagonisti: Roma e Veio.

Ma stavolta i sacerdoti ed i potenti delle due città, memori della scomparsa di Luni e Narce per colpa dello scatenamento delle onde pensiero, decisero di ricorrere ad altri mezzi e così   s’inventarono la guerra.

Paolo D’Arpini

I suoni della preistoria

Concerto preistorico sulla collina di Narce (Calcata)

"C'era una volta" ... vendesi!

 


Tutto sussiste sia in quanto reale che in quanto suggestione. Entrambe, per esserci, sono soggetti alla nostra narrazione, la quale non solo è tanto reale quanto suggestione, ma è, a sua volta, tanto generatrice di realtà quanto di suggestioni. Entrambe sono autoreferenziali ed entrambe sono concepite come definitivamente reali. Nel mondo duale il dilemma di ciò che è vero e di ciò che non lo è ontologico, come la sofferenza, da esso generata. Quindi, astenersi scientisti perditempo. Ovvero a tutti coloro che all’ombra del vessillo della scienza ritengono che la loro verità superi le altre; a coloro per i quali la sola fuga verso la Verità è misconoscere il transitorio carattere e mutevole divenire degli ambiti in cui mutando, sussiste.




Narrazione del cosmo

Il flusso cosmico dell’energia scorre in noi. Quando non è interrotto siamo il benessere. Se deviato, ingarbugliato da cattivi sentimenti ed egoiche pretese, genera malessere. Significa essere isolati dalla verità del cosmo, dall’armonia.

L’ingarbuglio è apparentemente provocato anche da altri. Ma l’indulgenza non aiuta. Se il groviglio è complesso, ci vuole solo l’opportuna dedizione per scioglierlo.

Se isolati dal flusso universale possiamo immaginarci dentro un bozzolo, nel quale la nostra energia come nell’ossessione gira su se stessa e genera endemici mondi di pena. Chiusa in circoli viziosi o spinta da ardite pretese, ridonda e tende a collassare. I cattivi sentimenti ne sono nutriti. Il dominio su noi stessi è perduto. Avvertiamo malesseri. Se di lunga o forte durata, generiamo malattie.

Diffondiamo l’aura i cui toni cromatici esprimono la nostra natura, il nostro livello evolutivo e la nostra condizione intima del momento. Gli animali pare li vedano. I cani ci abbaiano, i gatti ci curano.

Nel sonno, libero dall’invadenza dell’io, quindi dai suoi sentimenti e relativi nodi, rigeneriamo noi stessi a causa del flusso energetico cosmico che torna libero a scorrere in noi. Rigenerare è parola opportuna, bambini e cuccioli lo sanno. Nei lunghi sonni, creano se stessi. Ma anche gli adulti, che si ripuliscono dai vincoli delle incertezze.

Ma ci sono tutti i livelli di grado. Nel sonno disturbato la presenza dell’io seguita a deviare l’energia cosmica e succhiare la nostra. Ci si sveglia con fatica e ci si sente stanchi, inetti a riconoscere la gratitudine per la vita.

Come nel labirinto della mente, intenti a inseguire i richiami dei pensieri e dei suoi opposti, siamo costretti a percorrere le narrazioni di tutte le direzioni. Fuori da esso, i dilemmi e i drammi del vivere si mostrano per quello che sono, sentieri senza uscita, le cui verità fittizie sono sirene di Ulisse alle quali possiamo ora resistere. Ne vediamo le illusioni, i veli di maya che ci nascondevano a noi stessi.




Narrazione del dolore

Prendere coscienza di essere gli artefici del nostro destino a causa dei sentimenti coi quali ci indentifichiamo, a causa delle reazioni alle nostre emozioni, permette di avviare un processo di emancipazione nei confronti della logica dell’io. Una specie di maschera che non sappiamo d’indossare. Segno di un battesimo culturale del quale non ci avvediamo. Permette di liberare quei nodi d’interruzione della partecipazione al cosmo. Permette la guarigione, se la malattia è presa in tempo, se il fisico non ha passato il punto di non ritorno. Ma anche, per alcuni, di rigenerare parti del corpo fisico  denti per esempio – normalmente considerate senza possibilità di replica.

Il cammino verso la consapevolezza del ruolo con il quale ci identifichiamo è un processo autopoietico. Non servono libroni, professorini e professoroni, esperti e specialisti: è già tutto in noi, come il crescere di un bimbo è già tutto in lui.

Affinché il dolore, di cui vantavamo il diritto di affermarlo sopra ogni altra cosa, cessi di essere una occulta richiesta d’aiuto, un’espressione d’indulgenza e vittimismo, affinché, come il sasso nella corrente che crea la marmitta, arresti la sua ridondanza erosiva di bellezza, è necessario trasmutarlo. Non più soltanto prendendocene la responsabilità. È necessario divenire portatori, non più del nostro dolore ma del dolore del mondo.

Non solo portatori, ma anche perpetuatori, almeno finché il ciclo delle rinascite del quale siamo parte non interrompa il suo/nostro egocentrico motore. È un fermate le macchine che richiede di essere capitani di noi stessi, che richiede l’emancipazione dal nostro io. Quando non c’è più qualche perché proprio a me?, scompare ogni vittimismo, così come la pretesa d’essere accuditi.

Assumendoci il dolore del mondo ripetiamo il percorso – con tutto il rispetto per i ricercatori ben più anziani – di Cristo, emblema dell’evoluzione disponibile ad ogni uomo. Detta di amore, di armonia, di partecipazione al cosmo.

È un’assunzione di responsabilità, che per compiersi richiede la morte personale, richiede il ridimensionamento dell’io a fittizia impalcatura di forze opposte alla creatività. Un percorso necessario per la purificatrice dai peccati, di ciò che sta sotto il dominio del male. Solo mondati dai vizi capitali possiamo vivere l’Uno, la sua energia. Escludendo la scienza, che prende un occhio e ci dice in cosa consiste, nulla esiste da isolato, senza la relazione e la contiguità che lo conforma in un certo modo. Ciò che è o viene separato dal tutto è a suo modo cancro e cancerogeno. Non è evidente la relazione tra la nostra epoca e il crescente popolo di terminali del grande male? Non è evidente che stiamo remando nella direzione meno umana e più malefica?

Il corpo richiede 72 ore per modificare il proprio stato di salute, tanto per perderla, quanto per ristabilirla. Ci vogliono 72 ore, cioè tre giorni per permettere al digiuno di compiere la sua opera di disintossicazione, affinché, anche attraverso questa pratica, il flusso cosmico d’energia incontri meno ostacoli in noi e ci permetta di sentire la via a noi opportuna, tanto nella vita, quanto nella circostanza. Per alcuni è cosa nota ed emblematica, per altri no. L’avevo accennato: astenersi scientisti perditempo.

Con la dovuta motivazione è togliere, più che ad acquisire, saperi, che si può giocare al gioco della maschera che non sapevamo di avere. Ma ora senza paura, creativamente consapevolmente. Si può arrivare alla libertà di noi stessi. Non una vita senza dolore, né colma di piacere. Ma dentro un’armonica vibrazione che permetterà di vivere al meglio, anche nel dolore. Che permetterà di evolvere ancora verso la forza e l’equilibrio. Che permetterà al qui ed ora di sostituire il passato e il futuro in un numero crescente di occasioni. Quella condizione oltre il dominio del dualismo e del pensiero, oltre le resistenze dell’io, tanto all’origine delle sofferenze, quanto del tempo, delle dottrine, delle dipendenze, delle pretese, dei desideri, degli opposti, dell’avere in cui si svolgono tutte le narrazioni in vendita.

Lorenzo Merlo



A scuola di vipassana con Osho



La vipassana è una delle tecniche di meditazione più importanti. È immensamente bella e tuttavia molto semplice: persino un bambino è capace di farla!

Il metodo consiste nel guardare il tuo respiro. Quando hai tempo, quando non hai niente da fare, siediti in silenzio, a guardare il respiro che entra. Seguilo, va molto in profondità! Poi c’è un intervallo, per un attimo non c’è movimento, il respiro si ferma. Guarda quella pausa. È molto importante, perché è la porta del tuo essere. Poi il respiro inizia a uscire. Guardalo di nuovo. Si estingue completamente, poi di nuovo c’è un intervallo, per un attimo il respiro si ferma. Anche quella è una porta.

Una è la porta nella realtà interiore, l’altra è la porta nella realtà esteriore. Se passi dalla porta interna, da te entri in dio. Se passi dalla porta esterna da dio entri in te. Sono due facce della stessa medaglia.

Ma ricorda, il respiro non deve essere modificato, deve essere naturale come sempre. Non devi fare alcuno sforzo per renderlo più lungo, o più profondo. Non deve esserci alcun cambiamento: lascialo così com'è. L'unica cosa che devi introdurre è un testimone, un osservatore.

Falla prima da seduto e poi piano piano riuscirai a farla camminando; e poi alla fine riuscirai a farla mentre fai altre cose: cucinare, fare il bagno, pulire il pavimento. Solo una cosa devi ricordare: non farla mai di notte, solo tra l’alba e il tramonto.

Se la fai di notte non riuscirai a dormire, perché genera un certo stato di veglia. Quindi solo tra l’alba e il tramonto... E se ti accorgi che il tuo sonno è disturbato, riduci il periodo, falla per due ore dopo l’alba, o per due ore prima del tramonto, solo in quelle ore. Devi sperimentare, perché è diverso da persona a persona. Alcune persone riescono a farla anche di notte, ma è molto raro...

Osho  


Fonte:  https://www.oshoba.it/prod/1728/OSHO-TIMES-n.273.html

MARIA CURIE E LA SCOPERTA DELLA RADIOATTIVITA’ E IL MODELLO ATOMICO DI RUTHERFORD



La scoperta dei raggi catodici (formati – in realtà - da un flusso di particelle cariche di elettricità “negativa”, gli “elettroni”, provenienti dal “catodo” di un tubo sotto vuoto) aprì la strada ad altre importanti scoperte. Il fisico tedesco Konrad Röntgen (1841-1923) scoprì intorno al 1895 che i raggi catodici, investendo uno schermo metallico, detto “anti-catodo”, riuscivano a provocare l’emissione da parte di questo di una radiazione particolarmente penetrante (capace, ad esempio, di traversare i tessuti molli di un corpo vivente) che fu definita col nome di “Raggi X” (1)(2).

Un altro fisico tedesco, Max Von Lahue (1879-1959), dimostrò nel 1912 che questi raggi, passando attraverso un cristallo, davano luogo al fenomeno della “diffrazione” che è tipico delle onde luminose. I raggi “X” erano quindi delle onde della stessa natura delle onde radio, dei raggi infrarossi, delle onde luminose, e dei raggi ultravioletti, che – come supposto da Maxwell, e dimostrato da Hertz (vedi N. 81) – avevano una natura elettromagnetica. La differenza tra le varie onde (o “radiazioni”) è che la “frequenza” delle radiazioni (cioè il numero di vibrazioni nell’unità di tempo misurato in “Hertz”) va crescendo dalle onde radio ai raggi “X” rendendole sempre più energetiche e penetranti. Viceversa diminuisce progressivamente la “lunghezza d’onda” che è inversamente proporzionale alla frequenza. Qualche anno dopo furono scoperti dei raggi ancora più energetici e penetranti, i ”raggi gamma” provenienti dal “decadimento radioattivo” degli atomi, come vedremo subito dopo. I raggi “X” sono stati utilizzati, com’è noto, in medicina per evidenziare lo stato delle ossa, e recentemente, in macchine più perfezionate, per effettuare la Tomografia Assiale Computerizzata (TAC), che evidenzia anche altri organi interni. Röntgen fu Premio Nobel per la fisica nel 1901.

Sotto la spinta delle scoperte di Röntgen, ed anche su invito del grande matematico e fisico Poincarè a verificare quali radiazioni potessero essere emesse da varie sostanze sottoposte a raggi catodici, un altro fisico francese, Henri Becquerel (1852-1908) scoprì nel 1896 che i sali di Uranio (il più pesante degli elementi naturali: i suoi due tipi di atomi – o “isotopi” -  pesano rispettivamente 235 e 238 volte più dell’atomo di Idrogeno) emettono naturalmente radiazioni e particelle anche senza essere irraggiati. Nel 1898 una ricercatrice di origine polacca trasferitasi a Parigi, Maria Sklodowska (1867-1934), sposata con il fisico francese Pierre Curie, poi morto prematuramente nel 1906, dimostrò, insieme al marito, grazie ad un intenso lavoro di ricerca sperimentale effettuato con pochissimi mezzi ed in condizioni molto disagiate, che anche il Torio (Th) dava luogo allo stesso fenomeno(1)(2).

Pierre Curie si era già distinto, da parte sua, per aver scoperto insieme al fratello Jacques l’effetto piezoelettrico, cioè la creazione di una corrente elettrica dovuta ad un aumento di pressione su alcuni materiali, effetto usato anche nella tecnologia  Sonar per trasformare ultrasuoni in segnali elettrici. Il Sonar, strumento atto alle rilevazioni sottomarine, fu inventato dallo stesso Curie e poi perfezionato da Rutherford ed altri.

I coniugi Curie scoprirono poi altri elementi che manifestavano le stesse proprietà, come il Polonio (così battezzato da Marie in onore della sua patria originaria), e soprattutto il Radio (Ra), una sostanza particolarmente attiva. Ne1899 fu scoperto dal chimico Andrè-Louis Debierne anche l’Attinio. A tutto il complesso dei fenomeni connessi con questi elementi fu poi dato il nome di “Radioattività”. Tutti gli elementi più attivi provenivano da un unico minerale: la “Plechblenda” da cui venivano estratti gli elementi radioattivi con vari metodi chimici. Come fu scoperto da Rutherford, di cui parleremo subito dopo, i fasci di particelle emessi sono di due tipi: particelle “alfa” 4 volte più pesanti dell’atomo di Idrogeno e doppiamente cariche di elettricità positiva, corrispondenti ad atomi di Elio (He) che hanno perso due elettroni diventando degli “ioni” doppiamente carichi di elettricità positiva; e particelle “beta”, che sono costituite da semplici elettroni con carica negativa. Viene emessa anche la radiazione elettromagnetica “gamma”, scoperta nel 1900 dal francese Paul Villard (1860-1934), molto pericolosa perché danneggia i tessuti organici (si deve a questa radiazione, ed ai residui radioattivi lasciati dall’esplosione, l’alto numero di morti verificatisi in Giappone anche molti anni dopo che le bombe atomiche erano esplose a Hiroshima e Nagasaki e i danni anche alle generazioni successive). L’emissione di parti dell’atomo porta ad un suo “decadimento radioattivo” per cui un atomo più pesante come l’Uranio 238 si trasforma in un atomo più leggero come quello del Piombo (Pb) 206, realizzando il vecchio sogno degli alchimisti di trasmutare gli elementi. Il frazionamento (o “fissione”) dell’atomo può essere prodotto anche artificialmente, ad esempio bombardando atomi di Uranio 235 con neutroni “lenti” (particelle presenti nei nuclei atomici). Ne parleremo nei prossimi numeri dedicati alle ricerche di Otto HahnLise Meitner ed Enrico Fermi, ed alla costruzione dei reattori nucleari e della bomba atomica.

Becquerel, Pierre e Marie Curie ottennero il premio Nobel per la fisica nel 1903. Marie Curie, dopo la morte del marito nel 1906, ottenne un secondo Premio Nobel per la chimica nel 1911 per i successi ottenuti isolando il Polonio ed il Radio. Ciò avvenne nonostante lo scandalo montato nei suoi confronti dalla stampa conservatrice, antifemminista e xenofoba per la relazione da lei avuta con il valente fisico Paul Langevin (1872-1946), già allievo del marito, e scopritore degli effetti diamagnetici e paramagnetici indotti in alcune sostanze dai campi magnetici (effetti legati alle correnti atomiche dovute agli elettroni ed allo “spin”, grandezza caratteristica degli elettroni inizialmente interpretata come rotazione degli elettroni su sé stessi).

Nonostante questo scandalo, e nonostante la sua salute fosse compromessa dalla sua frequentazione con sostanze radioattive (che poi la porterà alla morte), l’instancabile Marie Curie organizzò, insieme alla figlia Irene, appena diciassettenne, delle squadre volanti attrezzate con emettitori di raggi X per individuare lesioni alle ossa e presenza di schegge nei corpi dei soldati feriti nei fronti della Prima Guerra Mondiale. La figlia Irene (1897-1956), insieme al marito Pierre Joliot, riceveranno poi a loro volta il Premio Nobel per la chimica nel 1935 per aver scoperto la radioattività artificiale (cioè indotta artificialmente bombardando l’Alluminio con protoni, ottenendo Radio). La radioattività divenne subito molto popolare per la terapia del cancro, prima con il Radio, e poi con un elemento radioattivo artificiale, il Cobalto-60.

Gran parte del lavoro di ricerca sulle particelle “alfa” e “beta” era stato però condotto all’inizio del ‘900 da uno dei più grandi fisici sperimentali della storia, il neo-zelandese Ernest Rutherford (1871-1937), trasferitosi nel 1895 in Inghilterra all’Istituto Cavendish di Cambridge, poi nel 1898 all’Università di Montreal in Canada, poi a Manchester nel 1907, ed infine nuovamente al Cavendish, di cui divenne direttore(3). Rutherford studiava i flussi di particelle facendoli passare attraverso fogli di allumino. Usando la stessa tecnica, ma facendo passare un flusso di particelle “alfa” attraverso una lamina d’oro, due suoi allievi, il tedesco Hans Geiger (1882-1945, inventore – insieme a Rutherford - del famoso contatore Geiger per la rilevazione delle particelle subatomiche, ed Ernest Marsden (1889-1970), osservarono che solo una minima parte delle particelle (una su 8000) rimbalzavano o venivano deviate.

Rutherford si rese quindi conto che la maggior parte dell’atomo doveva essere vuoto e faceva passare le particelle. L’atomo era dotato di un piccolo nucleo pesante e compatto: solo alcune particelle “alfa” impattavano sul nucleo, mentre tutte le altre passavano indisturbate. Lo stesso Rutherford capì in seguito che il nucleo era formato da due tipi di particelle, ognuna pesante quanto un atomo di Idrogeno: il “protone”, carico di elettricità positiva (ed effettivamente ottenuto da Rutherford e Marsden nel 1918 bombardando l’Azoto con particelle “alfa”), ed il “neutrone”, elettricamente neutro. Rutherford concepì quindi intorno al 1911 un modello atomico (in realtà già ipotizzato dal fisico giapponese Nagaoka nel tentativo di spiegare l’effetto Zeeman di cui riferimmo al numero precedente) diverso da quello di J.J. Thomson (N. 96). I minuscoli elettroni, carichi negativamente e pesanti ciascuno circa 1800 volte meno di un protone, giravano a grande distanza dal piccolo nucleo isolato molto più pesante, carico positivamente (paragonabile ad “un moschino in una grande cattedrale” si disse). Si è poi visto che il diametro del nucleo è circa 10.000 volte più piccolo di quello dell’involucro esterno dell’atomo formato da elettroni.

Nel 1932 un altro allievo di Rutherford, James Chadwick, (1891-1974) riuscirà ad individuare il neutrone (peraltro già ipotizzato da Rutherford nel 1920) vincendo il premio Nobel per la fisica nel 1935. Rutherford, invece, si era dovuto accontentare solo di un Nobel per la chimica nel 1911 per aver determinato nel 1902, insieme al chimico Frederick Soddy (1877-1956), la legge del decadimento radioattivo degli atomi radioattivi e per aver individuato le tre principali catene di decadimento radioattivo (a partire dall’Uranio, dal Torio, e dall’Attinio).

Questa legge (in cui Rutherford introdusse anche un parametro caratteristico, il tempo di dimezzamento radioattivo) è alla base delle tecniche di valutazione dell’età di rocce e reperti ed ha reso possibile il calcolo esatto dell’età della Terra.  Il modello atomico di Rutherford aveva – però -  il difetto di non spiegare perché gli elettroni non cadessero sul nucleo, in quanto, secondo le equazioni di Maxwell (N. 81), avrebbero dovuto perdere progressivamente energia dato che creavano un campo magnetico irradiando energia. Questa contraddizione sarà risolta nel 1913 da un altro suo allievo e collaboratore, il grande fisico danese Niels Bohr, che proporrà – come vedremo – un modello simile, ma basato sui principi della Fisica Quantistica.

Vincenzo Brandi




  • Geymonat, “Storia del Pensiero filosofico e scientifico”, Garzanti 1970 e seg.
  • RBA, “Le Grandi Idee della Scienza – Marie Curie”
  • RBA, “Le Grandi Idee della Scienza – Rutherford”

Mascherine, tasse e presto "l'ariometro"

Ante scriptum - Riciclando e riaggiustando questa vecchia memoria mi sono accorto che -a volte- gli  scrittori in erba (come me)  dimostrano doti di preveggenza.  A questo punto la previsione  della tassa "sull'ultimo respiro", menzionata in calce,  è azzeccata... 

Foto di Gustavo Piccinini – Calcata, recita in piazza

Ricordo tantissimi anni fa (a metà degli anni ’70), quando abitavo ancora a Calcata ed  ero un giovane attore di belle speranze, una delle prime commedie recitate in piazza dal sapore premonitore.  Il titolo l’ho dimenticato ma il tema era quello della burocrazia e delle tasse che strozzano ogni iniziativa e sottopongono l’uomo ad elemosinare il suo pane.
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La storia raccontava di un villico che voleva farsi un pollaio per sé e la famiglia, in un ipotetico medioevo (futuribile),  così egli  si recava dal ciambellano esattore per la necessaria autorizzazione ma la domanda veniva respinta per mancanza dei bolli. Ed il villico: “ma no, ma no i polli ci sono e anca le galline…”. Al che visto che il pollaio era già stato posto in atto il buon ciambellano comminava l’inevitabile multa “per non aver ottemperato alle norme tassatorie del reame”
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Quelli erano anni in cui il comunismo ancora resisteva  in Russia ed in tutti i paesi dell’est Europa ma la propaganda democristiana  spiegava al volgo che  “che i comunisti non sono democratici,  fanno votare solo per liste prescritte, e inoltre non consentono la proprietà privata, un povero cristo non può possedere nemmeno la casa in cui abita…”. Per non parlare poi delle storie trucide di bambini cucinati a fuoco lento… Poi il comunismo cadde. Finalmente tutti liberi e padroni della propria esistenza? Macché, macché… dopo qualche anno di sesso droga e rock and roll ecco che la democrazia occidentale mostra la sua vera faccia.
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Le  tassazioni aumentano, la burocrazia strozza ogni attività, le  elezioni libere con le preferenze sono abolite, si vota solo per i partiti con liste bloccate (anzi non si vota  più manco alle province) e diminuisce il numero dei parlamentari … Un manipolo di nominati agli ordini dei caporioni.  Mentre già da tre o quattro legislature è stato  eliminato il proporzionale, con la scusa della “governabilità” e si concede il premio di maggioranza consentendo ad una minoranza, anch’essa prestabilita, di governare senza opposizione alcuna. Per non parlare poi della proprietà. Questa parola resta solo nel vocabolario ma di fatto  è abolita (almeno per i singoli, continua ad esistere solo per le banche e le multinazionali).  I risparmi custoditi in banca possono essere sequestrati in qualsiasi momento senza avviso alcuno,  tutti i servizi sono a pagamento, le pensioni per i lavoratori scompaiono o si affievoliscono, il lavoro è “liberalizzato” (ovvero reso precario e sottopagato), se hai casa, auto e persino una motoretta devi pagare una imposta ad hoc, per non parlare delle tasse mortuarie e cimiteriali… ecc.
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E qui siamo giunti  al 2021,  siamo arrivati alle vera svolta, con la scusa della pandemia e  perdurante  “crisi economica” il "Governissimo" del tutti dentro,  per assicurare le esigenze di controllo di una popolazione ormai spompata  ha bisogno di una ulteriore e definitiva torchiatura,  necessaria  a soddisfare gli interessi alieni di cui è mallevadore, ad esempio  per comprare nuove armi inutili e costose, per le tangenti  a favore della NATO, per pagare i debiti contratti con la BCE e  non ultimo per attribuire agli scherani prebende e  vitalizi da favola. Da qui l’idea di aprire le porte ad una nuova categoria di burocrati:  gli inventori/estensori di nuove tasse.
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Ed i risultati già si vedono. E’ stato scoperto un nuovo filone lasciato sinora vuoto.  Considerando che tutti i beni tassabili: acqua, cibo, carburanti,  etc. sono già abbondantemente gravati da imposte dirette ed indirette,  l’unico  bene tassabile “libero” restava l’aria.  Da qui i provvedimenti  definitivi  per ottemperare a questa carenza strutturale. Intanto hanno già trovato un escamotage: l'obbligo di mascherina...
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Ma non è tutto, allo studio dei tecnici del   Governissimo un “ariometro” per calcolare il costo di ogni respiro da imporre ai cittadini italiani. Ovviamente sono già pronte misure coercitive di pagamento e per i morosi  è prevista l’ammenda finale eufemisticamente chiamata “ultimo respiro”. Gli evasori sono quindi avvisati!
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Paolo D’Arpini - Vecchio articolo rivisitato il 5 maggio 2021