Tutto sussiste
sia in quanto reale che in quanto suggestione. Entrambe, per esserci,
sono soggetti alla nostra narrazione, la quale non solo è tanto
reale quanto suggestione, ma è, a sua volta, tanto generatrice di
realtà quanto di suggestioni. Entrambe sono autoreferenziali ed
entrambe sono concepite come definitivamente reali. Nel mondo duale
il dilemma di ciò che è vero e di ciò che non lo è ontologico,
come la sofferenza, da esso generata. Quindi, astenersi scientisti
perditempo. Ovvero a tutti coloro che all’ombra del vessillo della
scienza ritengono che la loro verità superi le altre; a
coloro per i quali la sola fuga verso la Verità è misconoscere il
transitorio carattere e mutevole divenire degli ambiti in cui
mutando, sussiste.
Narrazione del
cosmo
Il flusso cosmico
dell’energia scorre in noi. Quando non è interrotto siamo il
benessere. Se deviato, ingarbugliato da cattivi sentimenti ed egoiche
pretese, genera malessere. Significa essere isolati dalla verità del
cosmo, dall’armonia.
L’ingarbuglio è
apparentemente provocato anche da altri. Ma l’indulgenza non aiuta.
Se il groviglio è complesso, ci vuole solo l’opportuna dedizione
per scioglierlo.
Se isolati dal
flusso universale possiamo immaginarci dentro un bozzolo, nel quale
la nostra energia come nell’ossessione gira su se stessa e genera
endemici mondi di pena. Chiusa in circoli viziosi o spinta da ardite
pretese, ridonda e tende a collassare. I cattivi sentimenti ne sono
nutriti. Il dominio su noi stessi è perduto. Avvertiamo malesseri.
Se di lunga o forte durata, generiamo malattie.
Diffondiamo l’aura
i cui toni cromatici esprimono la nostra natura, il nostro livello
evolutivo e la nostra condizione intima del momento. Gli animali pare
li vedano. I cani ci abbaiano, i gatti ci curano.
Nel sonno, libero
dall’invadenza dell’io, quindi dai suoi sentimenti e relativi
nodi, rigeneriamo noi stessi a causa del flusso energetico cosmico
che torna libero a scorrere in noi. Rigenerare è parola opportuna,
bambini e cuccioli lo sanno. Nei lunghi sonni, creano se
stessi. Ma anche gli adulti, che si ripuliscono dai vincoli delle
incertezze.
Ma ci sono tutti i
livelli di grado. Nel sonno disturbato la presenza dell’io seguita
a deviare l’energia cosmica e succhiare la nostra. Ci si sveglia
con fatica e ci si sente stanchi, inetti a riconoscere la gratitudine
per la vita.
Come nel labirinto
della mente, intenti a inseguire i richiami dei pensieri e dei suoi
opposti, siamo costretti a percorrere le narrazioni di tutte le
direzioni. Fuori da esso, i dilemmi e i drammi del vivere si mostrano
per quello che sono, sentieri senza uscita, le cui verità fittizie
sono sirene di Ulisse alle quali possiamo ora resistere. Ne
vediamo le illusioni, i veli di maya che ci nascondevano a noi
stessi.
Narrazione del
dolore
Prendere coscienza
di essere gli artefici del nostro destino a causa dei sentimenti coi
quali ci indentifichiamo, a causa delle reazioni alle nostre
emozioni, permette di avviare un processo di emancipazione nei
confronti della logica dell’io. Una specie di maschera che non
sappiamo d’indossare. Segno di un battesimo culturale del quale non
ci avvediamo. Permette di liberare quei nodi d’interruzione della
partecipazione al cosmo. Permette la guarigione, se la malattia è
presa in tempo, se il fisico non ha passato il punto di non ritorno.
Ma anche, per alcuni, di rigenerare parti del corpo fisico denti
per esempio – normalmente considerate senza possibilità di
replica.
Il cammino verso la
consapevolezza del ruolo con il quale ci identifichiamo è un
processo autopoietico. Non servono libroni, professorini e
professoroni, esperti e specialisti: è già tutto in noi, come il
crescere di un bimbo è già tutto in lui.
Affinché il
dolore, di cui vantavamo il diritto di affermarlo sopra ogni altra
cosa, cessi di essere una occulta richiesta d’aiuto, un’espressione
d’indulgenza e vittimismo, affinché, come il sasso nella corrente
che crea la marmitta, arresti la sua ridondanza erosiva di bellezza,
è necessario trasmutarlo. Non più soltanto prendendocene la
responsabilità. È necessario divenire portatori, non più del
nostro dolore ma del dolore del mondo.
Non solo portatori,
ma anche perpetuatori, almeno finché il ciclo delle rinascite del
quale siamo parte non interrompa il suo/nostro egocentrico motore. È
un fermate le macchine che richiede di essere capitani di noi
stessi, che richiede l’emancipazione dal nostro io. Quando non c’è
più qualche perché proprio a me?, scompare ogni vittimismo,
così come la pretesa d’essere accuditi.
Assumendoci il
dolore del mondo ripetiamo il percorso – con tutto il rispetto per
i ricercatori ben più anziani – di Cristo, emblema dell’evoluzione
disponibile ad ogni uomo. Detta di amore, di armonia, di
partecipazione al cosmo.
È un’assunzione
di responsabilità, che per compiersi richiede la morte personale,
richiede il ridimensionamento dell’io a fittizia impalcatura di
forze opposte alla creatività. Un percorso necessario per la
purificatrice dai peccati, di ciò che sta sotto il dominio
del male. Solo mondati dai vizi capitali possiamo vivere l’Uno, la
sua energia. Escludendo la scienza, che prende un occhio e ci dice in
cosa consiste, nulla esiste da isolato, senza la relazione e la
contiguità che lo conforma in un certo modo. Ciò che è o viene
separato dal tutto è a suo modo cancro e cancerogeno. Non è
evidente la relazione tra la nostra epoca e il crescente popolo di
terminali del grande male? Non è evidente che stiamo remando nella
direzione meno umana e più malefica?
Il corpo richiede 72 ore per modificare il proprio stato di salute,
tanto per perderla, quanto per ristabilirla. Ci vogliono 72 ore, cioè
tre giorni per permettere al digiuno di compiere la sua opera di
disintossicazione, affinché, anche attraverso questa pratica, il
flusso cosmico d’energia incontri meno ostacoli in noi e ci
permetta di sentire la via a noi opportuna, tanto nella vita, quanto
nella circostanza. Per alcuni è cosa nota ed emblematica, per altri
no. L’avevo accennato: astenersi scientisti perditempo.
Con la dovuta
motivazione è togliere, più che ad acquisire, saperi, che si può
giocare al gioco della maschera che non sapevamo di avere. Ma ora
senza paura, creativamente consapevolmente. Si può arrivare alla
libertà di noi stessi. Non una vita senza dolore, né colma di
piacere. Ma dentro un’armonica vibrazione che permetterà di vivere
al meglio, anche nel dolore. Che permetterà di evolvere ancora verso
la forza e l’equilibrio. Che permetterà al qui ed ora di
sostituire il passato e il futuro in un numero crescente di
occasioni. Quella condizione oltre il dominio del dualismo e del
pensiero, oltre le resistenze dell’io, tanto all’origine delle
sofferenze, quanto del tempo, delle dottrine, delle dipendenze, delle
pretese, dei desideri, degli opposti, dell’avere in cui si svolgono
tutte le narrazioni in vendita.
Lorenzo Merlo