Quanto manca alla fine?


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A volte sembra d’essere prossimi a vedere realizzati quei cambiamenti
di paradigma che ci stanno a cuore. L’ambiente non più argomento di
facciata, la questione demografica come problema primario, politiche
dedicate all’homo senziente, non più solo oeconomicus, il cibo, i
sentimenti e l’inquinamento come fonte di salute e/o malattia,
altrimenti detto l’industria farmaceutica della malattia, la Terra
come sacra, eccetera. Ma non è così. Manca ancora molto.

Si può ipotizzare e supporre sia esperienza comune alla maggioranza di
noi avere avuto la sensazione che le cose stiano per cambiare. Mi
riferisco alla cultura, quel seno dal quale succhiamo valori e
pensieri, speranze e direzioni, scelte e possibilità.


Oggi più che mai sembra vicino il momento in cui al pil - come
referente del benessere di una nazione - venga sostituito un criterio
politico che ha nell’uomo e i nei suoi bisogni fondanti il criterio di
ricerca e scelta.


Oggi più che mai sembra che l’ambiente possa definitivamente assurgere
a problema capitale e non semplice corollario di governi che non
vogliono fare la figura dei cattivi.


Oggi come mai qualcuno accenna al problema demografico mondiale. Non
nei riduttivi termini produttivo-economici, entro i quali normalmente
viene citato a sostegno dei problemi di crescita economica che
affliggono tutti gli stati indebitati; neppure in quelli a sfondo
razzistico, usati per argomentare - più o meno velatamente - che
musulmani e cinesi seppelliranno tutti i signor Rossi e con buona pace
di tutti. Il problema demografico riguarda invece l’implicito concetto
di crescita infinita, incompatibile con tutto, in particolare con una
Terra finita. Se la crescita demografica, così auspicata affinché i
signori Rossi restino prevalenti sui Mohammad, affinché nuovi
consumatori sostituiscano quelli che ci hanno lasciato e l’economia
possa così mantenere il suo règime, è invece vista attraverso la
preoccupante ottica della ninfea, il sentimento e quindi le cose
cambiano.


In un lago le ninfee raddoppiano ogni giorno. Se impiegano 10 giorni a
coprire l’intera superficie, quanti giorni saranno necessari per
coprirne la metà?


Ecco, indipendentemente dal punto in cui siamo - che non è certo ai
primi giorni - la questione demografica, come qualunque altra se vista
con la storpiante lente della crescita infinita, ha questa
caratteristica. Preoccuparsene ha senso, affinché le case
farmaceutiche, già abili nel mantenere alto il mercato dei propri
clienti, non siano esortate - stavolta esplicitamente  - a produrre e
diffondere pillole decimanti, e contagianti virus dal costoso
antidoto. Sempre per il bene comune, sia chiaro.
Durante l’incontro, non una voce è stata dedicata alla sicurezza
dall’interno, come se disoccupazione, soglia della povertà, oltre alla
criminalità organizzata e vessazione fiscale non facessero parte del
problema.

Ma era tutta una sensazione che suggellava quell’ipotizzare e quel
supporre. Una sensazione coltivata entro l’intimità del proprio
ambiente, tra le strenue staccionate con le quali cerchiamo di
proteggere il nostro pensiero, entro le quali cerchiamo di erigere le
nostre rampe di lancio verso il futuro.
Una recinzione eretta con tutto il nostro impegno, ma la cui tenuta è
scarsa, nulla, di fronte alle altre forze in campo. Quanto godiamo,
quanto lucidamente vediamo al cospetto del nostro focolare, confortati
da amici e sodali, viene spazzato via come una vita nella pressione
incalcolabile di una valanga carica della cultura che vorremmo
aggiornare.

Così, costretto da un aggiornamento obbligatorio ai giornalisti, ho
presenziato ad un incontro intitolato Le prospettive della Nuova
Strategia globale dell’Unione Europea.
Al tavolo la moderatrice, professoressa Paola Bilancia, Università
degli Studi di Milano, ha presentato i relatori come i massimi esperti
nazionali ed internazionali sul tema della sicurezza dell’Unione.


Erano i dottori
Flavio Brugnoli, direttore Centro Studi sul Federalismo, Gianni
Bonvicini e Vincenzo Camporini, entrambi Vicepresidenti Istituto
Affari Internazionali, quest’ultimo ex Capo di Stato Maggiore della
Difesa 2008-11.
In quell’aula la mia staccionata ha retto poco, niente, sotto il peso
di quanto sentivo.


Ecco qualche appunto preso in ordine cronologico.


- La strategia egemonica degli Stati Uniti si avvia dal dopoguerra con
il piano Marshall, la creazione della Nato, l’imposizione del dollaro
come riferimento dell’economia mondiale. Nulla di strano da un punto
di vista storico. La sorpresa sta nel sentirlo affermare come una
conditio sine qua non della nostra stessa storia e cultura; nel
sentirlo affermare come dato costituente di noi stessi, non come dato
dal quale liberarsi; nel vederlo dichiarato come necessario, lasciando
che la nostra sovranità, politica, economica vada perduta tranne che
per avvallare quell’egemonia.


- L’incontro aveva come fulcro il recente (28.06.16) rapporto della
nostra Federica Mogherini, attuale Alto rappresentante dell’Unione per
gli affari esteri e la politica di sicurezza, Una strategia globale
per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, da cui il
titolo dell’incontro al quale stavo partecipando. Il documento,
naturalmente più volte citato, è servito anche per precisare che
attualmente il problema della sicurezza non riguarda più come in
passato una questione tra stati, ma la minaccia viene da entità che
non sono solo stati. Vero e sacrosanto, tuttavia mi ha ricordato
quanto le leggi - costituenti a parte - tanto più hanno a che fare con
i grandi numeri, tanto più sono in ritardo rispetto a ciò che vogliono
regolamentare. Senza contare che nei grandi numeri, e la
globalizzazione li ha fortemente moltiplicati, la velocità di
mutamento è a sua volta accelerata, rendendo fortemente volatili le
dinamiche intersociali. E la globalizzazione della comunicazione ne è
il sistema circolatorio. Dunque un’asserzione del rapporto, presentata
come cardine imprescindibile per la sicurezza nel 2016 a 15 anni dal
crollo delle Twin Towers, oltre tre mila morti, a 23 dal primo
attentato di al Qaeda sempre alle Torri Gemelle del 1993, sei morti,
mille feriti. Oltre alla contabilità dei morti e degli anni c’era da
considerare il simbolismo di quelle azioni per cogliere prima d’ora
che nel mirino della sicurezza era entrato un elemento che non si
muoveva per invadere stati ma valori, che il World Trade Center meglio
di altro esprimeva e testualmente dichiarava.


La panoplia occidentale, quindi anche europea, è sempre più estesa e
articolata. Ciò comporta un sicuro incremento di attenzione e ricerca
nella tecnologia perché è il vantaggio tecnologico che produce
sicurezza. Non ricordo chi dei quattro l’abbia detto ma tutti erano
d’accordo e non hanno obiettato né rimodulato il concetto. Siccome la
paura è crescente e siccome con essa si abbassa lo standard di
tolleranza, le forze da dedicare allo stato sociale tenderanno a
ridursi affinché quel vantaggio tecnologico sia mantenuto. Sempre che
la Cina, l’India, il Pakistan, la Russia non la pensino nello stesso
modo.


Ai tempi di Solana, che precedette la Mogherini, due problemi che l’UE
voleva affrontare erano l’incremento del mercato delle armi e le
mafie. Nel rapporto del 2016 si trova invece un appello alla questione
ambientale e uno a quello esistenziale. Bello. Ci sarebbe d’andarne
fieri. Ci sarebbe, sì, perché poi ho sentito dire, ripetere e ribadire
che è un peccato che i finanziamenti alla Difesa siano stati ridotti.
“Un peccato perché grazie all’industria per gli armamenti avremmo
goduto di positive ricadute sociali, perché il pil crescerebbe. In
pratica è un boomerang doloroso non incrementare quell’industria.”
- Nel documento si fa volontà di elevare l’Unione Europea a attore
internazionale. È stata una delle sorprese. Pensavo che quella volontà
esistesse da sempre, che precisarlo ora a mo’ di linea guida, fosse
pleonastico. Mi sbagliavo. Come quando credevo che la mia staccionata
avesse potuto reggere la magnitudo alla quale stavo assistendo.


- L’Unione Europea è un cantiere aperto, leggevo su una delle
diapositive sul muro alle spalle del tavolo dei relatori. Non era un
titolo allarmante, almeno fino a quando ne ho ascoltato i contenuti,
tutti, effettivamente, di non facile accesso ai profani, tutti
prodotti evidentemente da accurati e particolari studi e ricerche. “La
sicurezza dell’Unione dipende dai valori e dagli interessi dei 27
Paesi che ne fanno parte.”


Di Junker, attuale vice della Mogherini, si è detto poco e quel poco
non poteva che essere la sua affermazione dedicata ad invocare la
necessità di un esercito europeo. Il discorso è subito andato avanti,
tranne che per un attimo, nel quale mi sono chiesto che senso patrio
potessero avere quei soldati e che forza morale per tenere duro visto
che sarebbero stati irregimentati per denaro e non per ideali.
Ma come dare contro a dei professionisti della guerra, se gli stessi
ministri degli esteri dei Paesi membri dell’Unione Europea in
occasioni quali la crisi jugoslava, solo per dirne una, non sono
convolati loro sponte - e neppure da nessuno sollecitati - ad un
comune tavolo a Bruxelles per dedicarsi anima e corpo alla ricerca di
una azione europea.


- Ma nel 2016 c’è stato un altro step da non tralasciare. Questa volta
senza ironia visto le tragedie che evoca. Il documento riferisce di
realizzare una politica estera militare non più dedicata a far capire
a quei selvaggi come si devono organizzare gli stati e come devono
stare le cose, bensì in forma di aiuto senza alcuna ingerenza. Dopo
l’epoca, i mercenari e le risorse spese per l’esportazione della
democrazia abbiamo capito ciò che, tra gli altri, anche Mu’ammar
Gheddafi aveva in pratica detto in suo intervento alle Nazioni Unite
il 23 settembre 2009.
- Ora l’Unione Europea da economica deve divenire politica affinché la
sicurezza se ne giovi. Se l’avessi letto in un tema liceale avei
pensato d’essere di fronte ad uno statista in fieri. Al momento mi
sono sentito travolto da un’onda più forte delle precedenti.

Del mio recinto non restava nulla e, non riuscivo a vedere bene, ma
probabilmente anche del mio praticello. Ma è bastato poco per
accorgermi che non avevo previsto male.
- L’attuale situazione sta entro le 3C. Complesso, per movimenti dei
poteri e degli interessi nazionali; Connesso, ogni evento ovunque si
verifichi deve interessarci, tutto è connesso a tutto; Conflitto, che
ora è da considerare permanente. È una sintesi efficace che non so da
chi possa essere contestata. È una sintesi che dice che siamo sulle
uova, che sa che Donald Trump o Marine Le Pen - nel caso vincesse le
presidenziali francesi del prossimo aprile - potranno con poco muovere
molto. Forse più che un cantiere, l’Unione Europea è un omelette,
nella quale, tra l’altro, delle nostre specialità non si sentirà
neppure il retrogusto.

L’incontro al quale stavo partecipando, oltre che momento
dell’aggiornamento dei giornalisti era elemento di un corso
universitario, numerosi erano gli studenti presenti. Per questi e per
i colleghi che non si erano mai occupati di certi argomenti, no, ma
per me sentii imbarazzo più volte assistendo alla presentazione di
consapevolezze circolanti da decenni e anche secoli, come illuminanti
intuizioni dell’ultima ora, a firma Unione Europea.

La motonave della cultura ha curve lunghe e gira piano, ancora più
piano in momenti di crisi, di nazionalismi e di paure. In queste
contingenti, burrascose acque tutti i marosi vanno presi di prua.
Appare perfino infantile pensare ad alternative quando “manca la mappa
del disegno complessivo della politica dell’Ue”. Chi ha il timone non
ha la rotta. Una banalità per chi si guarda intorno, per quanto
terrifica.


Come diceva in una domanda posta ai relatori da un giornalista
presente “il casino organizzativo è assoluto.”

Dunque nessun lapillo verso quella meta che ci sta a cuore, che ci era
parsa a volte prossima.


Ma quanto manca alla fine?


Lorenzo Merlo


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1 commento:

  1. Commento ricevuto via email da Marco Bracci:

    "Situazione mondiale e sconforto generale - Si parla di sconforto per la situazione politica e di sfiducia nelle possibilità di rimedi futuri, anche a livello mondiale e non solo italiano.
    Così ho pensato di inserire un estratto di una rivelazione del 3 marzo 1996 del Cristo, mai fatta ascoltare prima di ieri sera, nella speranza che qualcuno dei tuoi lettori metta da parte l’intelletto e apra il cuore.
    Il Cristo disse:
    “Quando ero Gesù di Nazareth, dissi che solo il Padre conosceva il momento e l’ora (del tempo della Grande Tribolazione-ndr), ma ora che sono di nuovo alla Sua destra, anch’io le conosco e vi dico:
    IO VENGO PRESTO. Ma prima dovranno ancora avvenire le tribolazioni che annunciai quando ero Gesù di Nazareth. L’ultima sarà come ai tempi di Noè, ma non saranno le acque a portare distruzione e morte, come allora, bensì la Terra, che si aprirà e inghiottirà molti uomini.
    Io vengo, la mia Luce si espande sempre più e diventa sempre più visibile, ma molti diranno “E’ soltanto un fenomeno atmosferico” e continueranno a mangiare e bere e a vivere inconsapevolmente.
    Costoro, quando verrà l’ultima grande tribolazione, si troveranno alla mia sinistra e continueranno il cammino dell’espiazione e della sofferenza nei regni delle anime, ma voi trovatevi alla mia destra e sarete parte del Regno della Pace, del Regno di Dio sulla Terra.
    Chi vuole ascoltare le mie parole le ascolti, chi le vuole rifiutare le rifiuti. Dio, mio e vostro padre, è il Dio della Libertà.”
    I calcoli, fatti in base ad altre rivelazioni, dicono che alla Grande Tribolazione mancano al massimo 10 o 11 anni..." (M.B.)

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