Monolatria giudea traslata nel cristianesimo e nell'islamismo





Messa a punto semantica

Prima di affrontare un argomento articolato come il fenomeno monoteista, e per non perderci in meandri lessicali, è bene dare definizioni quanto più precise. Ognuno sa, o crede di sapere, che cosa sia il monoteismo: si tratterebbe della fede nel “dio unico” Ma questo è un concetto che richiede una vera e propria messa a punto. In primo luogo, occorre intendersi su cosa sia un “dio”; e per consolidare il concetto è indispensabile risalire al mondo arcaico e al suo modo di percepire la natura.

Fino a tempi storicamente molto recenti (in Europa fino alla fine del Medioevo, in altre parti del mondo fino ad un secolo fa), la Natura – ciò che l’io osserva e con cui esso interagisce – non era percepita come inerte materia soggetta a leggi automatiche, ma quale sede obiettiva di molteplici forze animiche con le quali l’uomo poteva porsi in fattuale contatto con un determinato comportamento rituale o, in taluni casi, per comunicazione diretta usando vie parapsicologiche o stregoniche.

Per necessità semantiche – si ricordi che il linguaggio umano è strutturato in modo da esprimere gli oggetti e le causalità dell’ordinaria esperienza sensoriale di veglia (1) – a queste forze si dovevano assegnare nomi che le identificassero, mentre il tipo di comportamento che esse estrinsecavano veniva reso comprensibile e prevedibile attribuendo loro, in guisa antropomorfica, una “personalità”, una “psicologia”.

Immagine 2, fuori testo. Silvano Lorenzoni. Click…

In questo modo si venivano a definire degli “dèi”, quali rappresentazioni o modelli lessicali di forze extraumane e più che umane, le quali venivano però percepite come qualcosa di obiettivo. L’uomo della tradizione ebbe un’esperienza esistenziale (e non solo intellettuale) del sacro, esperienza che si poneva a fondamento della religione arcaica (2). Qui sta la differenza fra il concetto di dio e quello di ipostasi: un’ipostasi è un’idea, inizialmente di tipo esclusivamente intellettuale e godente di una “realtà” soltanto lessicale, la quale viene proiettata – arbitrariamente e come puro atto di volontà – al di là dell’esperienza sensoriale di veglia per attribuirle una fantasmatica esistenza quale forza pensante extraumana – esistenza che si limita poi a un puro atto di fede da parte di chi l’ipostasi ha proiettato (ad esempio, il diavolo è l’ipostasi dell’idea di Male).
Il monoteismo viene a essere uno strano, teratologico sviluppo concettuale che non può essere se non conseguenza di una cesura fra l’uomo e il sacro, il quale, a un certo momento e presso una qualche gruppo umano, viene a cessare di essere un’esperienza esistenziale. Inizialmente, persiste ancora l’idea del “dio” quale forza, la quale però viene ora a confondersi e ad essere identificata con la sua decrizione semantica che, inizialmente, non era stata se non un fatto di convenienza. Tale visione antropomorfa viene ora ipostatizzata e, attraverso un perverso processo psicologico, unicizzata: ora, il “dio” è unico.

Questo significa che la molteplicità delle forze dell’universo – delle quali non si ha più esperienza esistenziale – vengono ridotte ad una sola ipostasi antropomorfa che, come tale, viene dotata di un suo carattere, di una sua “personalità” di una psicologia che non potrà non riflettere quella dell’individuo o degli individui che tale apparato concettuale abbiano originato. Secondo questa visione, ogni altra forza/essere diviene una sua emanazione o “creatura”.
Nel contempo, avendo osservato che il monoteismo non può essere insorto se non presso un tipo umano completamente desacralizzato – cioè un tipo per il quale l’esperienza esistenziale del sacro non è più possibile – risulta che con tale cesura subentra la fede quale valore religioso: si crede per forza (per imposizione, esercitata volontariamente su se stessi, oppure per obbligo) in qualcosa che sta davanti esclusivamente come proposta intellettuale ma di cui non si può avere alcuna esperienza:

non a caso – lo documenta Mircea Eliade (3) – la fede, quale valore religioso, ha la sua scaturigine nell’ebraismo, punto di partenza di ogni altro monoteismo. Sostituire la fede alla percezione esistenziale del sacro è come sostituire con una protesi un arto vivente; e c’è una contraddizione di fondo fra le due prime virtù teologali cristiane, perché aver fede è di per sé un atto di disperazione.

Il paleocristiano Tertulliano osservava, seriamente, di credere che il figlio di dio si era incarnato perché ciò era assurdo; e che il medesimo era risuscitato dalla morte perché ciò era impossibile.
In sede storica l’unico monoteismo conosciuto è lo jahwismo – o abramismo, messo a punto nella sua forma finale da quella parte del popolo ebraico – un’etnìa essenzialmente semitica – che nel VI secolo a.C. si trovava in esilio a Babilonia. Questo è il monoteismo che poi, nelle sue molteplici varianti (ebraismo, cristianesimo nelle sue diverse forme, islam e varianti laiche come il marxismo e il liberalismo), imperversa oggi nell’universo mondo. Il corrispondente “dio unico”, Jahweh, risente pertanto della problematica psicologia dell’ecumene semitico (4), nonché di quella particolarmente contorta dei suoi inventori specifici (contrariamente all’opinione di alcuni storici, né lo zoroastrismo iraniano né l’akhnatonismo egizio furono manifestazioni monoteiste).
Tanto meno si può vedere una forma di “progresso verso il monoteismo” nel pensiero dei filosofi europei da Platone in poi, attraverso la scuola di Atene (soprattutto Plotino, ma anche Porfirio, Giamblico, Proclo). La confusione al riguardo non poté e non può essere dovuta se non a secoli di abitudine ad incasellare tutto in un paradigma concettuale monoteista. Platone e i neoplatonici si riallacciano a quella visione arcaica, comune a tutti i popoli civili, secondo la quale esiste un “retroscena” (Urgrund, “fondamento primevo”) ontologico dell’universo che non è certo un “dio” – né nel senso esistenziale né tanto meno in quello lessicale – ma che è qualcosa che trascende sia gli uomini che gli dèi; e che sta al di fuori e al di sopra del tempo e dell’essere manifestato. Questo è il Brahma vedico, il Tao paleocinese e anche il Numero pitagorico (5). Anche il platonico Demiurgo, visto come forza plasmante e formate degli esseri materiali, è un’accomodamento lessicale, come lo sono tutti i miti cosmogonici che fanno riferimento a un “dio” creatore (poi, almeno in Europa, tutti inseriti in un paradigma più o meno cristiano) (6).

Il feticismo: Mircea Eliade

Abbiamo detto che l’unico monoteismo storicamente conosciuto è di origine semitica. Il monoteismo è un fenomeno semitico: non a caso, sulla scia di papa Pio XI, un importante teologo cattolico ebbe a dichiarare che ogni buon cristiano è nell’animo suo, semita (7). Questo dà adito ad affrontare la casistica del feticismo, che è quel fenomeno religioso secondo il quale il “dio” – forza obiettiva, della quale normalmente si dovrebbe avere un’esperienza esistenziale – viene confuso con l’oggetto, materiale o lessicale, utilizzato per raffigurarlo o per descriverlo (generalmente, si parla di feticismo con riferimento alle immagini materiali). Ebbene, sta di fatto che nessuna popolazione al mondo – con una sola eccezione – ha mai confuso l’oggetto materiale usato per raffigurare il dio – o la dea, l’anima, la psiche, il fantasma, la forza – col dio raffigurato. Quando diciamo nessuna, intendiamo dire che questo errore non lo commisero neppure i bantù, i cannibali papuasi, i pigmei dell’Africa equatoriale, gli estinti coprofagi della Tasmania o i fueghini del bordo dell’Antartide. L’eccezione a cui ci si riferisce – questo è documentato da Mircea Eliade (8) – furono i semiti (e ancora adesso il tempio di Gerusalemme e la kaaba della Mecca sono cose estremamente sospette). Non sorprende, a ben vedere, che il monoteismo sia insorto proprio fra le uniche genti che siano mai state realmente feticiste.
A questo si ricollega il fatto che i monoteisti più fanatici e più ottusi, tipo gli ebrei, i protestanti, i musulmani, accusano cattolici e ortodossi di feticismo perché essi sarebbero “adoratori di immagini”. Si tratta di un fenomeno psicologico di ipercompensazione, per cui si attribuiscono agli altri i propri difetti. Essi praticano l’iconoclastia poiché in tal modo evitano quello che per loro è un “pericolo”. L’estetologo Richard Eichler (9) osservava chel’ebraismo, l’islam e il calvinismo sono le tre religioni nemiche del bello, mettendo poi questo fatto in relazione con la loro radice semitica. Il paleocristiano Paolino da Nola rifiutava di farsi ritrarre perché il cosiddetto homo coelestis non può essere riprodotto, mentre l’homo terrenus non deve essere raffigurato (10).

Anormalità monoteista: Raffaele Pettazzoni

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, vale la pena di commentare un pensiero di colui che, forse, fu il più grande studioso italiano di storia comparata delle religioni: Raffaele Pettazzoni (11). Secondo il Pettazzoni, la condizione normale di un’umanità psicologicamente sana è il politeismo. Il monoteismo viene a essere un’intrusione catastrofica prodotta invariabilmente da una singola personalità, strana e possente – e, aggiungiamo noi, dalle caratteristiche distruttive: quale fondatore di un monoteismo (e solo sotto questo punto di vista), anche in Gesù Cristo ha da ravvisarsi una figura annientatrice della normale condizione vitale e religiosa degli uomini. In particolare, prosegue il Pettazzoni, per potersi affermare, ogni monoteismo abbisogna di un politeismo contro cui scagliarsi con rabbia assassina: questa, in sede storica, è stata sempre una caratteristica delle affermazioni monoteiste (12).
Le idee del Pettazzoni possono essere ulteriormente sviluppate.
(a) Se la normalità è politeista, ci si può attendere che col tempo ci sia una tendenza a che i monoteismi si ridisciolgano nella normalità politeista. Al riguardo (13) ci sono degli incoraggianti sviluppi, sia in area cristiana che in area islamica, che sembrano indicare che la “normalizzazione” sta incominciando ad avere luogo.
(b) A voler figgere lo sguardo nella notte dei millenni – fino alla semileggendaria Atlantide e oltre – viene da pensare che chissà quante volte la deformazione monoteista può avere imperversato sui popoli, per poi inevitabilmente scomparire in ragione del semplice fatto di essere qualcosa di contro natura – forse travolgendo ogni volta, nella sua caduta, imperi, popoli e razze.

SVILUPPI STORICI E TEOLOGICI NEL MEDIO ORIENTE

Note introduttive

Stando alle conoscenze correnti, l’origine dello jahwismo (che non fu subito un monoteismo in senso stretto) ha da porsi verso la fine del II millennio a.C. e fu opera di un certo Mosè. A quanto sembra, Jahweh, un dio preesistente e che era stato adorato assieme a svariati altri da determinati clan semitici (non ancora ebrei in senso stretto), fu originalmente un mostriciattolo lunare non dissimile dal (o forse identico al) paleosemitico Sin (14).

Mosè impose ai suoi sudditi – in origine un coacervo plurimo di svariate etnie e razze, non esclusi ceppi negroidi di estrazione africana (15) – il culto unico di Jahweh, col quale affermò di avere fatto un patto particolare e che avrebbe promesso a loro ogni sorta di privilegi a cambio del culto esclusivo. Degli altri dèi non si negava esplicitamente l’esistenza, ma si rifiutava loro il culto.

Le pretese mosaiche furono imposte alla popolazione, non senza trovare un’importante resistenza (16). C’è da credere che già allora Jahweh venisse ad assumere certe sinistre e teratologiche caratteristiche che vennero a galla in modo del tutto esplicito quando il cosiddetto Vecchio Testamento, quale noi adesso lo conosciamo, venne messo per iscritto nel V secolo a.C.
Fra i tempi del mitico Mosè (XII secolo a.C.) e quelli di Esdra (V secolo a.C.), il mosaismo subì una serie di sviluppi che lo portarono a essere il babilonismo o esdrismo; che adesso viene a essere lo jahwismo ufficiale quale esso è preso per valido sia dagli ebrei che dalle chiese neojahwiste cristiane. Da parte jahwista, questo processo è stato presentato come ammantato da improbabili leggende e da ugualmente improbabili “miracoli“. Esso fu analizzato criticamente per la prima volta, in notevole dettaglio, da un ex-prete protestante inglese, William Stewart Ross, che pubblicò i suoi risultati sotto lo pseudonimo di “Saladin” verso la fine del XIX secolo (17). Un eccellente studio scientifico del processo di conversione del monoteismo latente a monoteismo esplicito è stato fatto da un altro studioso inglese, Morton Smith (18). Nella sezione che segue si darà un esposto dei risultati di questi due studiosi.

La storia del pensiero monoteista da Mosè a Esdra alla luce delle ricerche:
Stewart Ross e Morton Smith

Già il Ross aveva fatto notare che gli stessi autori che avevano scritto la cosiddetta Bibbia nel V secolo a.C., vi avevano incluso certe storie che rendevano del tutto probabile che il testo fosse, se non interamente almeno in massima parte, un’invenzione. Mosè avrebbe messo i suoi scritti dentro alla cosiddetta “arca dell’alleanza”, con proibizione assoluta di guardarvi dentro. Sotto Salomone (X secolo a.C.) qualcuno comunque vi avrebbe guardato dentro, senza trovarvi niente. Circa tre secoli e mezzo dopo, un certo sacerdote Ilchia affermò di averli visti, ma dopo di lui non sembra che ci siano stati altri a dire di averli visti. E nel V secolo a.C., Esdra, con l’aiuto di uno stuolo di scribi, avrebbe proceduto a riscrivere i testi antichi, in mezzo a uno straordinario contorno di fatti miracolosi. Questa storia è accettata anche dai i Padri della Chiesa; e il testo di Esdra (peraltro scritto in modo pochissimo chiaro e aperto a ogni tipo di interpretazione) divenne il Vecchio Testamento ufficiale – sia per gli ebrei che per i neojahwisti cristiani.
Le ricerche condotte nel XX secolo permettono di compiere una storia abbastanza dettagliata di quale fu il vero sviluppo storico dello jahwismo fra il suo abbozzo mosaico e la sua concretizzazione a Babilonia nel V secolo a.C.; al riguardo, ci riferiamo in primo luogo al testo di Morton Smith. Fra il XII e il V secolo a.C. le genti ebraiche, stanziate in Palestina, sono da vedersi, almeno in prima approssimazione, come normali: era politeiste e il mostro lunare Jahweh occupava nel pantheon un posto non superiore a quello di Baal, Astarte e altri dèi paleosemitici. Ma in tutto quel periodo serpeggiò fra gli ebrei un “movimento d’opinione” che favoriva il ritorno al mosaismo puro, cioè al culto esclusivo di Jahweh. Questo movimento faceva presa soprattutto fra la borghesia commerciale e finanziaria più o meno agiata e aveva scarsa risonanza fra il popolo in generale. I suoi rappresentanti di spicco furono i profeti, individui fanatici e gretti che uno psichiatra ebreo, già nel 1910, non esitò a definire degli psicopatici. Aggiungendo che fu una maledizione per l’umanità che le loro vedute contorte fossero arrivate e essere prese non solo sul serio, ma come canoni di condotta (19) – qui sia soltanto aggiunto che la scomposta e sconvolta “spiritualità” dei profeti non trova riscontro se non in determinate manifestazioni bantù (non si dimentichi che la popolazione ebraica aveva una componente africana). Ma fino al V secolo anche i profeti ebbero scarsa influenza sulla generalità della popolazione.
Questa situazione venne a cambiare con l’occupazione babilonese. I babilonesi deportarono a Babilonia quei gruppi sociali che nelle terre a loro sottomesse – una delle quali era la Palestina – erano a loro ostili. Fra gli ebrei, a loro ostili erano gli adepti del movimento “solo Jahweh”; i quali, deportati a Babilonia e avulsi dal resto della popolazione, svilupparono quella strana e perversa idea – il babilonismo – secondo la quale Jahweh era “unico” e il resto degli dèi “inesistenti“. Verso la metà del V secolo Babilonia cadde sotto la Persia, e gli esuli furono rispediti alle loro terre di origine. In Palestina ritornarono i mosaisti (adesso babilonisti) capeggiati da un certo Esdra, i quali – forti adesso dell’appoggio politico persiano – imposero il monoteismo jahwista sulla popolazione ebraica della Palestina, non senza trovare una notevole resistenza: i samaritani – pure essi ebrei – non si lasciarono mai piegare.

Fu sotto Esdra – e dopo sotto Neemia – che il Vecchio Testamento fu scritto nella forma in cui esso è ancora tenuto per valido da tutti gli jahwisti. La sua stesura fu strutturata con lo scopo specifico di assicurare il potere a una determinata classe sociale e politica. In massima parte esso fu inventato di sana pianta; in minor misura esso fu basato su testi più antichi, alcuni di origine ebraica e altri mutuati in giro e poi raffazzonati a seconda che sembrò conveniente. In particolare, i Salmi sono una collezione di inni a Baal (dio paleosemitico) di cui gli originali sono stati scoperti a Ugarit (Libano) e poi decifrati dai semitologi (20): questi inni furono scopiazzati e dedicati a Jahweh.

Caratteristiche psicopatologiche degli autori del Vecchio Testamento
e del dio in esso descritto: Erich Glagau

Se il Vecchio Testamento non ha quasi valore come documento storico – essendo esso un prodotto fatto su misura con fini specifici, e nella stesura del quale non ci si peritò di falsificare di tutto, quando ciò sembrò giovare allo scopo – esso dà un’idea molto chiara dellamentalità paranoica di chi lo scrisse e, di riflesso, del tipo di “dio”che ne risulta, dotato di una psicologia alquanto contorta.

La descrizione più calzante del medesimo ci sembra quella data dallo scrittore francese conte di Lautréamont, nato Isidore Ducasse:

” … vidi un trono, fatto di escrementi umani e d’oro, sul quale troneggiava, conorgoglio idiota e col corpo ricoperto da un drappo fatto di biancheria di ospedale male lavata, colui che dice di essere il ‘creatore'” (21).

Nell’insieme, da quanto risulta dal Vecchio Testamento,

Jahweh si presenta come un despota semitico lubrico, osceno ed abbietto, che ha creato l’uomo per poter pavoneggiare davanti a lui la sua scellerata potenza e per avere uno schiavo da torturare e umiliare, sul quale far cadere un’ira del tutto irrazionale, becera e imprevedibile.

Per incominciare – e questo risulta in modo chiaro dalle analisi di Morton Smith – il Jahweh esdrico presenta aperte caratteristiche omosessuali. La sua qualità di “dio geloso” è quella dell’amante omosessuale per il suo “amico del cuore”, il popolo ebraico; col quale la relazione è quella che ci può essere fra l’omosessuale attivo e quello passivo. Il “popolo di dio” è il suo prosseneto.
Erich Glagau (22) ha compiuto un’insuperata analisi del Vecchio Testamento, sviscerandone sia le assurdità che la qualità scostante. Ed effettivamente, come florilegio di aneddoti raccapriccianti, pornografici, sordidi e contrari a ogni buon costume (dal punto di vista di un’umanità normale), non esiste alcun altro testo che si spacci per “religioso” il quale gli possa reggere confronto – e che inoltre abbia pretese moraleggianti.

Qui si indicheranno tre dettagli, particolarmente significativi:

(a) Nel libro delle Cronache sta scritto che mentire “a maggior gloria di dio” è lecito – cosa poi ripetuta da Paolo da Tarso, il “già ebreo” Shaul, nella Lettera ai Romani. Ora, la liceità della menzogna – anzi, della menzogna sistematica – oltre che dal Vecchio Testamento, è ammessa solo dalle popolazioni legate a uno stile di vita totalmente selvaggio e privo di aspressioni etiche di normale significanza.

(b) Nel libro dei Giudici – e questo è enfatizzato anche da Mircea Eliade (23) –viene lodato il tradimento dell’ospite. Questa è un’azione esecranda presso tutti i popoli conosciuti, non esclusi i più incivili – ma non per gli esdristi.

(c) Il rotolo di Ester: si tratta di una sordida storia (inventata) di prostituzione minorile nella quale a far da lenone fu uno zio della detta Ester, la quale, una volta riuscita a conquistare l’amore del re di Persia, avrebbe fatto da infiltrata nella corte. Obbediente agli ordini dello zio/lenone, ella sarebbe stata usata per estorcere al re, mentre era ubriaco, l’autorizzazione per commettere soprusi contro coloro che erano invisi allo zio/lenone. Questo, ancora adesso, viene celebrato nella festa ebraica del purim (nel mese di ottobre). In certi circoli sionisti, la Barbara Lewinsky (che eseguì quella pubblicizzata fellatio sul presidente USA Bill Clinton) viene inneggiata come “novella Ester”(24).

Senza dare altri esempi specifici, vediamo quali sono le caratteristiche psicopatolgiche di tipo generale che animano l’esdrismo e che si riferiscono in modo diretto a coloro che lo inventarono e poi adottarono. Nella sezione seguente si daranno alcune caratteristiche di tipo strutturale del medesimo che poi furono trasmesse ai neogeovismi e che, in forma esplicita o latente – o qualche volte modificate o stravolte a seconda della diversa psicologia dei popoli – hanno sempre informato la condotta delle diverse gerarchie ecclesiastiche.
In tutto il Vecchio Testamento c’è una smodata preoccupazione e un gusto tremebondo per imassacri (ai danni degli altri). È probabile che le storie disgustose e raccapriccianti raccontate con riferimento alla conquista della cosiddetta Terra Promessa siano in massima parte delle invenzioni, ma illustrano bene quello che ai relatori e ai loro epigoni sarebbe piaciuto che fosse successo e che, al momento opportuno, sarebbero contentissimi di ripetere – e che, effettivamente, hanno sempre fatto quando le circostanze li hanno messi nelle condizioni di infierire sui non-ebrei, meglio ancora se per interposta persona.

Come fenomeno psicologico speculare si ha forse da vedere l’ossessione di sentirsi perseguitati e, nei tempi contemporanei, l'”olocaustismo“(25): un determinato tipo umano,ossessionato dal desiderio inappagato di perseguitare e sterminare gli altri, finisce col pensare che anche tutti gli altri nutrano le stesse idee nei suoi riguardi. Il modo in cui icristiani presentarono i primi della loro religione come dei perpetui perseguitati – molto spesso falsificando i fatti – è un’altra forma della medesima psicologia.

L’attitudine ipocrita del “giusto” – poi divenuta comune agli jahwisti delle più varie confessioni – fu presto abbinata alla paranoia del “popolo eletto”.

Ha da vedersi come naturale che, sia pure per vie subliminali, chi “sappia” di essere fra coloro che hanno la fortuna di trovarsi nel novero degli “eletti” dal “dio vero e unico” adottinoun’attitudine di disprezzo e di sufficienza verso coloro che invece, obnubilati dall’ignoranza o dalla testardaggine, si attaccano a culti o a idee “false” (secondo loro, “irreali”).

Nel contempo, siccome tutto dipende dalla volontà arbitraria di quel fantomatico Dio Unico dalla psicologia semitica, non ci si può sentire se non dei privilegiati perché egli ci ha fatto la “grazia” di includerci fra i suoi adoratori – e cioè di far parte del suo “popolo eletto”. Adesso come adesso, nei circoli sionisti, la spiegazione ufficiale del perché dell’antisemitismo nei tempi storici è che siccome gli ebrei sono il popolo eletto, gli altri sentono invidia per quella straordinaria posizione e quell’invidia si traduce in odio e in persecuzioni (26).

Invece è vero che l’attitudine strafottente del ‘giusto’ non poteva non suscitare l’irritazione di chi con lui aveva la disgrazia di essere a contatto: a ciò si dovettero le persecuzioni contro ebrei, cristiani e anche musulmani (al giorno d’oggi, ad esempio, in India sta montando un crescente astio contro quella parte della popolazione che è di religione musulmana, forse la quinta parte del totale). Obiettivamente, comunque, è da notarsi che il concetto di “popolo eletto”, in origine esclusivamente ebraico (né allora poteva essere altrimenti) è stato mutuato da cristiani, musulmani, marxisti e megacapitalisti. La differenza dagli ebrei è che se questi ultimi sono (oggi) “eletti” solo per nascita, nelle religioni neoebraiche lo si può divenire per cooptazione, per “conversione” – più o meno volontaria (questo fatto si sarebbe rivelato gravido di conseguenze per la modernità).
Questo porta necessariamente alla considerazione del fenomeno del missionarismo – fenomeno spesso diverso dal proselitismo. Come missionarismo si intende la prassi dell’imporre ad altri il proprio paradigma religioso (e non necessariamente la propria religione – vedi gli ebrei). Il cristianesimo e il marxismo usano preferibilmente i metodi incruenti, ma se necessario si valgono di quelli cruenti. L’islam preferisce la cosiddetta “guerra santa”, ma chi si sottomette con le buone è comunque accettato.

Nel caso degli ebrei, la cosa va in modo diverso. Jahweh ha promesso loro il dominio su di tutti i non-ebrei (nel Vecchio Testamento e ancora di più nel Talmud). Perciò il fatto che ci siano ancora delle genti che si incaponiscono a non vedere in loro l’immagine di “dio” è qualcosa di incomprensibile e di insopportabile e che grida vendetta. Ne segue che la loro forma di missionarismo (un missionarismo che non è proselitismo) consiste nel voler sottomettere tutti, facendone degli schiavi, togliendo loro i loro beni e umiliandoli al massimo, fino a farli obiettivo di sevizie sessuali.

Fino a poco più di mille anni fa, gli ebrei esercitarono anche il missionarismo proselitistico: nell’Arabia meridionale e in Etiopia, dove c’erano i “falascià” o “ebrei negri” (V-VI secolo d.C.) e nel Caucaso – VII secolo d.C. – dove si ebbe la conversione dei chazari, che adesso vengono a essere la maggioranza degli ebrei. Col calvinismo, in tempi più recenti, essi reclutarono anche un notevole numero di europidi. Se i moderni calvinisti non sono diventati ebrei non è perché non vogliano, ma perché essi non vengono da questi accettati, in quanto, presentandosi come ‘cristiani’, possono rendere all’establishment sionista dei servizi molto maggiori che presentandosi apertamente per quello che realmente sono: degli ebrei. A titolo di curiosità, è un fatto che un tempo i falascià erano molto più numerosi di oggi, fino a costituire una percentuale considerevole della popolazione etiopica totale. Ma il loro insopportabile atteggiarsi a “giusti” finì per infastidire tutti gli altri negri, che un giorno ne fecero una carneficina: fu il pogrom panetiopico del 1609 (27).
Alla casistica del missionarismo (proselitistico o meno) è legata quella delle guerre religiose. Prima dell’avvento dei monoteismi, le guerre religiose erano assolutamente sconosciute. Guerre, naturalmente, ce n’erano state anche allora e per mille motivi, però mai per cause religiose. Lo stesso Tommaso d’Aquino proponeva fra le possibili guerre giuste, dopo la legittima difesa, quelle che si fanno contro i “principi pagani” che si oppongono a che i missionari cristiani vadano a indottrinare i loro sudditi.
Qui salta agli occhi la situazione paradossale e illogica di un Dio onnipotente e creatore del mondo, che fa appello alle sue “creature” per imporre la Sua volontà nel mondo. Questo assurdo probabilmente non fu mai percepito dai semiti, per i quali la logica non è mai stata una preoccupazione. Quando invece questa problematica – e altre affini – fu trasferita in Europa, tramite il cristianesimo, essa diede origine a controversie senza fine, avendo anche conseguenze pratiche spesso tragiche.

Specificità strutturali veterotestamentarie

Jahweh ha pretese “morali”. In ciò egli si dimostra profondamente diverso dagli dèi veri, quelli che un’umanità normale percepiva come nude forze cosmiche e che come tali erano al di là del bene e del male. Siccome la morale non è e non può essere se non un fatto associativo, che si riferisce all’interazione del singolo con gli altri (l'”unico” di Max Stirner non ha una morale né ha bisogno di averla), Jahweh non può se non riflettere la morale di coloro che lo inventarono – da Mosè a Esdra, passando per la serqua psicopatica dei profeti. Ne risulta la morale del parassita, di colui che vive all’interno di società di delinquenti e che ha un certo comportamento verso il resto dei ladri (“lupo non mangia lupo”, per ragioni di necessità) e uno diverso verso l’umanità normale, per “volontà di dio” statuita a essere sua vittima.

Nel Vecchio Testamento si dà già un’importanza impressionante al fatto usura – il prestito di denaro a interesse – cosa che nessun altro popolo si era mai sognato di includere in testi di tipo religioso. Quanto al Decalogo, improntato dall’omosessuale gelosia del “dio” che lo avrebbe trasmesso, esso è per uso interno del “popolo eletto”. La morale decaloghista, come ha osservato August Vogl (28), in fondo non contiene se non precetti che erano generalmente accettati da tutti i popoli civili (e anche da tanti non classificati come tali): la pretesa jahwista di originalità e di superiorità morale rispetto ai codici etici degli altri èun’altra tipica arroganza.
C’è anche il masochismo del “peccato originale”, cioè della maledizione ereditaria che il despota semitico Jahweh impone sulle sue “creature”/prosseneti, e alla loro progenie, per tutta l’eternità. Questo viene accettato da esse con masochistica voluttà e in modo del tutto naturale solo fino a tanto che si tratti di un insieme di elementi particolarmente abbietti. A popolazioni che, in fondo, avrebbero avuto una natura migliore, questa autentica depravazione è stata fatta accettare attraverso secoli di lavaggio del cervello. Quando si è convinto qualcuno che è “colpevole” e che quella sua colpa egli deve “espiare”, si può fare con lui quasi tutto ciò che si voglia (e l’assuefazione alla condizione di “colpevole” è istillata con l’istruzione religiosa a tutti i monoteisti).

La porta è quindi aperta per convincere le genti – attraverso opportuna “educazione” – di essere ereditariamente “colpevoli” non solo del peccato di Adamo ed Eva, ma anche di altri: un “peccato originale” si accumula sull’altro. Si può quindi procedere a manipolare i “colpevoli” – psicologicamente indeboliti – per umiliarli e per sfruttarli politicamente ed economicamente (vedi la Germania, e l’intera Europa, dopo il 1945).
Il Vecchio Testamento sancisce che il “segno di riconoscimento” per gli eletti di Jahweh sarà la circoncisione. Questa antica e ripugnante pratica – lo documenta Mircea Eliade (30) – è caratteristica da tempo immemoriale di due aree culturali: l’Africa nera e la Papuasia, che sono anche quelle dove il cannibalismo si è manifestato sempre in maniera generalizzata e pandemica (31). Ma non dimentichiamo che il coacervo di popoli che sottostavano a Mosè includeva elementi negroidi. Questa pratica è stata ripresa da moltissimi neojahwisti: i musulmani e i calvinisti (32).
Nei testi esdrici si manifesta un livido odio per la natura: contro la natura si scagliano in modo particolare i profeti, secondo i quali essa non è soltanto qualcosa di inanimato, ma anche di impuro: “puro”, secondo loro, è solo il deserto (33).

Qui vale l’osservazione che la cesura introdotta dallo jahwismo fra l’umano e il sacro – “dio” è ridotto a una sinistra e irreale ipostasi – porta, a fil di logica, a vedere nella natura nient’altro che una cosa. In un suo interessante articolo, Paolo Galante argomenta convincentemente che qualsiasi forma concepibile di monoteismo (e quindi non solo lo jahwismo) deve condurre a vedere nella natura una “cosa” (34). Ma l’odio per la Natura – che non è soltanto indifferenza verso di essa – è un tratto esclusivamente veterotestamentario.

Non senza relazione con l’odio per la natura è la svalutazione della donna e la demonizzazione della sessualità, che poi, in àmbito cristiano, raggiunse talora estremi aberranti (35). La donna diviene un essere tragico e maledetto, della quale non si può fare a meno ma che, in fondo non è altro che un oggetto e per la quale non vale alcun riguardo né come madre, né come sorella, né come figlia – e tanto meno come compagna.

La prostituzione delle proprie donne è un tema che, a partire dal “padre” Abramo, ricorre spesso nel Vecchio Testamento; e la “donna come oggetto” è l’attitudine normale nelle società jahwiste radicali come quelle musulmane. Qui si ha forse da vedere un fatto di compensazione psicologica: un “uomo” che non val niente (ma, più che di uomo, nel senso superiore della parola, qui si dovrebbe parlare del lenone e dell’aguzzino), si afferma su chi, fisicamente e psicologicamente debole, non sa difendersi. Nelle società normali (politeiste) l’uomo e la donna avevano invece ruoli diversi e separati ma di pari dignità. La svalutazione della donna si è inserita nella storiella dell’espulsione dal “paradiso terrestre”.
L’idea del tempo lineare – anzi segmentario, con un inizio e una fine – è anch’essa prettamente veterotestamentaria (36). Il tempo vero, come lo percepirono i pagani e come lo teorizzò Platone, è ciclico: e l’allontanamento dal senso di comunità e di appartenenza alla natura non poteva se non stravolgere anche la percezione del tempo. Il tempo lineare, che è il livello più basso e limitato in cui esso possa essere percepito – il divenire disanimato e amorfo – è adesso imposto come unica esperienza temporale.

Questo si è poi riflesso, per vie traverse, in tante manifestazioni moderne, E la combinazione del concetto segmentario del tempo con la paranoia del ‘popolo eletto’ porta all’idea messianica. Alla fine dei tempi, un non meglio definito o definibile personaggio – il cosiddetto messia, l’Unto del Signore – verrà a rendere “giustizia” agli “eletti” e a vendicarsi su tutti quelli che si sono incaponiti a non vedere in loro il riflesso di “dio” su di questa terra e che quindi non si sono fatti volontariamente loro schiavi. Questa promessa aiuta a rendere la vita sopportabile a chi vive continuamente arso da un odio infinito; e questa è, in termini laici, anche la promessa marxista.

Conclusioni

Si sono elencate delle caratteristiche esplicite del veterotestamentarismo, il quale però ne ha anche di implicite che sarebbero venute a galla più tardi a seconda che lo jahwismo trascese l’ebraismo per trasformarsi anche in altri indirizzi religiosi. L’inizio della moltiplicazione dei geovismi ha da porsi nel I secolo d.C. con l’insorgere del cristianesimo.

L’ebraismo, adesso non più l’unica forma di jahwismo, continuò per la sua via di speculazione teologica con la produzione del Talmud (37), un libro in cui la mania contabile usurocratica veterotestamentaria è portata all’estremo. Il Talmud, che è divenuto il testo dottrinale di base dell’ebraicità sionista contemporanea, è fatto per circa la metà di ricette contabili (per calcolare interessi, su come prestare denaro, ecc.) e per il resto di improperi, insulti e maledizioni verso tutti coloro che non sono ebrei. Esso, attraverso il calvinismo, non mancò di avere una sinistra influenza sulla storia europea dopo la riforma protestante.
Questo capitolo ha dato un’idea della genesi storica del monoteismo jahwista e delle sue caratteristiche intrinseche, che fino ai nostri giorni, sono rimaste del tutto invariate. Il resto di questo testo si riferisce allo sviluppo del monoteismo in Europa – cioè, in linea di massima, al cristianesimo nelle sue sfaccettature e derivazioni anche laiche. D’ora in poi, i riferimenti ai monoteismi extraeuropei (ebraismo, islam) saranno chiamati in causa solo quando sia indispensabile.

FASI INIZIALI DEL CRISTIANESIMO E SUE SPECIFICITA’ STRUTTURALI

Note introduttive

Col cristianesimo, nel I secolo d.C., il monoteismo trabocca in Europa; prima nelle terre dell’Impero Romano e poi nell’Europa settentrionale e orientale. Il cristianesimo è quella religione neoebraica che, a torto o a ragione, fa riferimento, come fondatore, all’enigmatica figura di Gesù Cristo, riguardo alla quale, prima di entrare nell’argomento, vale la pena di compiere due precisazioni.
In primo luogo, c’è chi sostiene che egli non sia mai esistito. Gesù non sarebbe stata una persona storica, ma una figura concettuale attorno alla quale si sarebbe sedimentata tutta una serie di idee e di correnti di pensiero che, a quei tempi, circolavano in Palestina e nell’intero mondo ellenistico. Questo lavoro di sintesi si sarebbe avverato nel I secolo d.C. a opera di una schiera di personaggi non particolarmente individuati o identificabili (38). La cosa non è impossibile, ma, a parere dell’autore, poco probabile: è più ragionevole supporre che un qualche “Gesù” (il termine Yehoshua non è tanto un nome proprio, ma vale, in effetti, “Salvatore”) sia veramente esistito, anche se che cosa abbia detto e fatto non è facilmente accertabile (39). Sta di fatto che oltre il 95% di quel che si sa (o si crede di sapere) sulla vita e sull’opera di questo personaggio è quanto sta scritto nel Nuovo Testamento. Il poco restante sta nei numerosi Vangeli Apocrifi, nel Talmud e in qualche brevissima citazione in opere storiche di quei tempi (ad esempio, le Antiquitates judaicae di Giuseppe Flavio).
In secondo luogo, c’è chi afferma che a fondare il cristianesimo non fu Gesù (sia egli esistito oppure no) ma Paolo da Tarso: questo punto di vista fu sostenuto anche da Friedrich Nietzsche (40). Qui basta intendersi: l’ex Shaul fu certamente il propagandista e il missionario principe di questa nuova dottrina (ed ebbe una notevole influenza sullo sviluppo della sua impalcatura teologica). Senza di lui, con ogni probabilità, essa non avrebbe varcato i confini della Palestina, dove sarebbe stata presto dimenticata. Ma difficilmente si può vedere in lui un “fondatore”. L’idea secondo la quale Paolo da Tarso avrebbe diffuso il cristianesimo in Europa mosso da una consapevole intenzione di fiaccarla psicologicamente e di prepararne così la rovina (egli sarebbe stato un agente dell’odio ebraico per i romani e gli altri europei) è certamente suggestiva ed è stata sostenuta da molti, ma, per ora, è impossibile da verificare.
È inconcepibile, comunque, che il cristianesimo avrebbe potuto affermarsi se il mondo classico non fosse già entrato in decadenza – nello stesso modo che la dottrina marxista mai avrebbe potuto affermarsi se prima non ci fosse stata la rivoluzione industriale e liberale. Il cristianesimo, quindi, non fu la causa della caduta dell’Impero Romano, ma, una volta affermatosi, ne fu certo il principale coadiuvante.

Componenti strutturali del cristianesimo; suo collocamento e diffusione nel mondo ellenistico e mediterraneo

Premesso quanto sopra, nel cristianesimo quale esso si affermò nei primi due-tre secoli dopo Cristo si hanno da vedere almeno tre componenti:
(a) Un veterotestamentarismo teologico di base – a ciò sicuramente non fu estranea l’influenza di Paolo da Tarso e dei discepoli di Gesù, tutti ebrei.
(b) Le correnti religiose e intellettuali che circolavano in tutta l’area mediterranea nei tempi ellenistici.
(c) La psicologia individuale di “Gesù Cristo”. In quest’ultima si ha da vedere una elaborazione del tutto personale di alcuni dei motivi religiosi del Mediterraneo arcaico, mescolati a idee veterotestamentarie.

Gesù sarebbe stato oriundo dalla Galilea, e perciò proveniente da una zona lontana da Gerusalemme nella quale dei concetti di origine pagana non erano, probabilmente, ancora del tutto obliterati.
Nel I secolo d.C. – cioè nei tardi tempi ellenistici – nell’area del Mediterraneo i culti religiosi avevano subito un lento ma reale rivolgimento (41) – non dissimile a quanto poteva essere successo quattro-cinque secoli prima nell’Indostan, con la decadenza dell’India vedica. Con la decadenza genetica – e, in parte, con l’estinzione biologica – di quelle che erano state le aristocrazie indoeuropee dell’Ellade e dell’Italia ai tempi del loro maggiore splendore, si dette anche la decadenza delle religioni uraniche e luminose che erano state loro appannaggio. Risorsero, più o meno modificate, quelle che erano state le forme di culto del Mediterraneo arcaico preindoeuropeo.

Le classi più colte si chiusero spesso e volentieri in ripieghi più filosofici che propriamente religiosi, sul tipo dello stoicismo o dell’epicureismo; mentre la religiosità popolare si rivolgeva a dèi o dee sul tipo di Dioniso, Orfeo, Attis, Iside, Cibele.
Questi erano numi vicini all’uomo; erano i suoi consolatori e molto spesso avevano una storia triste e patetica – loro astro rappresentativo non era più il sole, ma la luna. Nel contempo, essi erano divinità che “avevano vinto la morte”, nel senso che erano morti – o erano stati uccisi e non di rado smembrati – e poi erano risorti. Essi si dirigevano all’uomo come singolo e non più come membro di una sana comunità; e a lui – attraverso appropriati riti iniziatori – promettevano una sorte migliore nell’Aldilà.
Erano gli dèi del crepuscolo della civiltà e della grandezza umane: si era ai tempi della decadenza del mondo classico. Una conseguenza delle conquiste di Alessandro Magno e poi di Roma avevano abituate le genti ad avere una visione universalistica e intellettualistica, secondo la quale anche gli dèi potevano essere dappertutto gli stessi e ricevere lo stesso culto in ogni luogo.
Dioniso è dio e uomo allo stesso tempo, in quanto figlio di Giove e di Semele, una mortale. In suo onore si celebravano ‘eucaristie’ nelle quali la carne del dio veniva divorata nella fattispecie della carne cruda di vittime sacrificali, che qualche volta venivano straziate vive nel contesto di cerimonie che spesso assumevano un andamento orgiastico e menadico – né si escludono pratiche cannibaliche (42). Dioniso, inoltre, viene ucciso dai Titani e poi fatto risuscitare (si tratta di un tema iniziatico enormemente arcaico). Qui ravvisiamo gli antecedenti di tratti culturali nettamente pre-cristiani che, in questo caso, di semitico non hanno niente. In particolare, la carne della vittima è anche la carne del dio – siamo di fronte a una genuina transustanziazione -, senza che ci sia contraddizione fra le due diverse nature.

Si tratta di una percezione pagana enormemente arcaica (43): ad esempio, in certi riti sciamanici l’officiante, rivestendosi della pelle di un animale, diveniva quell’animale, senza cessare di essere se stesso. Anche nel concetto di Trinità si ha forse da ravvisare un’arcaica influenza del Mediterraneo pre-semitico (del tutto risibile e in malafede è l’accusa ebraico-islamica secondo la quale i cristiani sarebbero politeisti – adorerebbero tre dèi, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – e il concetto di Trinità sarebbe un sotterfugio verbale per nascondere tale politeismo). La Trinità non è una triplicità di dèi (come poté esserlo, ad esempio, la triade paleoromana Juppiter, Mars, Quirinus), ma un dio o una dea che presenta tre “aspetti” diversi. Ed è documentato come diversi dèi – e più ancora: dèe, soprattutto se ctonie e infernali, tipo Persefone ed Ecate – del Mediterraneo arcaico avessero dei genuini caratteri trinitari (44).
Il citaredo Orfeo, nel cui culto confluì poi il dionisismo per commistione con l’apollinismo, scende nel regno dei morti e vi ritorna da trionfatore: egli ha qui delle ovvie caratteristiche sciamaniche, come sciamano fu Gesù quando discese negli inferi per scardinarvi le porte (su di questi interessanti risvolti sciamanici di Gesù non ci si potrà soffermare in questa sede). – Cibele, prima del cristianesimo e poi in concorrenza con esso, promette ai suoi iniziati una non meglio definita “immortalità”. In onore di Cibele e di Attis si celebravano eucaristie di pane e vino (nelle quali poi i Padri della Chiesa vollero ravvisare delle parodie, ispirate dal demonio, dell’eucaristia “vera”). Osiride veniva ucciso e poi risorgeva dai morti: sua madre, Iside, prototipo della mater dolorosa, ispirò in massima parte il culto mariano promosso poi dalla Chiesa cattolica.
È facile ravvisare nel Gesù consolatore e sofferente, che promette l’immortalità a chi in lui confida, Dioniso, Orfeo, Attis, Cibele, Osiride. E quello è proprio il Gesù in cui confidano e hanno sempre confidato i cristiani semplici del popolo.

Nei territori europei dell’ex Impero Romano il cristianesimo si diffuse appunto contrabbandando la figura di uno sconosciuto profeta semitico e camuffandolo da Dioniso ecc. Più avanti la Chiesa ricorse a un altro intelligente sotterfugio, che fu quello ditrasformare in santi gli dèi adorati localmente in tutte quelle zone che venivano raggiunte dalla sua influenza (45).
La “lunarità” della Chiesa cattolica fu constatata in modo acuto e descritta molto bene da un autore tedesco dell’anteguerra, Wilhelm Erbt (46) – che ebbe una qualche influenza anche su Alfred Rosenberg (47) – il quale contrappone il cristianesimo, nella sua manifestazione cattolica, alla “solarità” degli antichi germani.

Ma sia Erbt che Rosenberg risentivano dell’influenza di Heinrich von Treitschke (48), che non permise loro di rendersi conto che invece le cose non stavano in modo tanto diverso neppure nell’Europa germanica. Nell’Europa germanica precristiana – e non soltanto in quella – esisteva l’idea dell’Heilbringer (il “portatore di salute/salvezza”), fatto documentato in dettaglio da Hermann Güntert (49) soprattutto per due aree di cultura indoeuropea: il mondo germanico e quello iraniano. Si tratta del lato benigno della divinità, più che di un dio o di un particolare insieme di dèi (non dimentichiamo che gli dèi pagani, nude forze, erano spessissimo ambivalenti nelle loro possibilità e nelle loro manifestazioni), al quale i mortali potevano rivolgersi quando abbisognavano di consolazione. È, con qualche variazione di forma, la stessa casistica degli dèi consolatori e patetici del Mediterraneo arcaico; e fu l’Heilbringer (lo dice esplicitamente anche il Günter) a fare da battistrada e da copertura a Gesù.
Per quel che riguarda la psicologia personale di Gesù Cristo, il tratto fondamentale – già perfettamente individuato da Friedrich Nietzsche (50) – fu l’amore pandemico. Gesù amava ogni essere umano di un amore possessivo e quasi incomprensibile, che non tollerava di non essere corrisposto, al punto da inventare l’inferno per spedirci coloro che non volessero amarlo.

Ne risulta che proprio dall’amore evangelico è risultato uno dei concetti più orrendi che maimenti contorte abbiano potuto pensare, che è quello dell’inferno e della dannazione eterna. Qui sia notato che, forse, il sentimento dell’amore pandemico non è un’idea cristica del tutto originale (anche se nella sua rielaborazione in parallelo col concetto dell’inferno si ha da vedere qualcosa di unico, scaturente da una mente possente e distruttiva). Nella Palestina del I secolo d.C. dovevano aleggiare ancora delle forme residuali dell”inconscio collettivo’ appartenenti al Medio Oriente presemitico (51), mondo ginecocratico e lunare, dominato da forme di erotismo a orientamento femminile, spesso ossessivo, pandemico e insaziabile (l’orgia e il cannibalismo sono manifestazioni inseparabili dalle dèe arcaiche dell’amore). Non è da escludersi che questo aspetto religioso arcaico si sia riflesso nella concezione cristica dell’amore pandemico.
Ma nel cristianesimo – di massima in ragione dell’influenza di Paolo da Tarso – ci sono commistioni esdriche, sia sul piano dottrinale che su quello della speculazione teologica. “Dio” (unico) rimane Jahweh; e la teologia cristiana è sempre rimasta ebraica. In particolare, il cristianesimo ha messo a profitto l’idea messianica – idea esclusivamente veterotestamentaria – proclamando che Gesù era il messia e che il ‘regno di dio’ era già incominciato, dopo la sua morte e la sua risurrezione, con la fondazione della Chiesa. Questo non impedì che, per almeno un secolo, ci fossero parecchi cristiani che si aspettavano l’arrivo trionfale di Cristo (promessa nel libro dell’Apocalisse), con conseguente esaltazione dei ‘giusti’ e messa degli altri alla tortura eterna; attitudine che ebbe anche risvolti pratici gravi quando certuni, “per dare una mano a Cristo”, accelerando la distruzione di Questo Mondo e la venuta del Regno, procedettero a causare l’incendio di Roma ai tempi di Nerone (52).

Sviluppi ed effetti teratologici del cristianesimo in Europa: Louis Rougier

La maggior parte degli sviluppi teratologici, nella teoria e nella prassi, che il cristianesimo innescò in Europa furono dovuti al fatto di avere imposto una teologia ebraica – che per gli europei era e rimane fondamentalmente incomprensibile – a delle menti non semitiche: questo fu visto per la prima volta in modo del tutto chiaro da Louis Rougier (53). Moltissimi dei bisticci e delle incomprensibili sottigliezze nelle quali si esaurirono i teologi medioevali derivano proprio da questo fatto. Tante cose che venivano semplicemente e acriticamente accettate da dei semiti, per i quali la logica non è mai stata una preoccupazione, causarono poi torture mentali senza fine agli europei. – Qui forse, ha anche da ravvisarsi una “metafisica della bestemmia” (i politeisti imprecavano, ma non bestemmiavano mai). Jahweh, il dio veterotestamentario poi divenuto ufficialmente anche dio cristiano, non può essere se non un nemico di ogni uomo normale – normale in senso europeo. Quindi la tendenza a esprimere verbalmente la propria collera verso quell’oscura forza torturatrice riconosciuta come cagione consapevole di ogni male.
Degli importanti punti di dibattito sono quelli che derivano dall'”onniscienza di dio” un dio’ (ipostasi del tutto antropomorfa della peggiore specie) che conosce sia l’animo delle sue creature che il passato e, soprattutto, il futuro.

Ne risultano subito due considerazioni della massima importanza per la tranquillità psicologica del credente europeo: quella del libero arbitrio e quella della predestinazione.

Tutte e due ruotano attorno al fatto che Dio conosce il futuro e che perciò tutto ciò che la creatura possa fare ha solo la parvenza di libertà; mentre il suo destino nell’oltretomba era previsto fin dall’inizio dei tempi. Qui, sia notato, si presuppone – senza, di massima, rendersene conto – un dio tanto soggetto alla categoria kantiana tempo quanto una qualsiasi creatura (e su di questo implicito ma disconosciuto presupposto giocò l'”eresia” ariana). Inoltre, il concetto di predestinazione presuppone un dio antropomorfo, autoconsapevole e dotato di una sua psicopatica psicologia. Quindi, non c’entra con quello di destino, proprio di un’umanità normale, che invece non è assolutamente incompatibile con la libertà individuale. La discussione di questo argomento porterebbe troppo lontano; l’autore lo ha già fatto in un altro suo testo (54).
La Chiesa cattolica ha cercato, con scarso successo, di aggirare l’argomento; i protestanti, invece, accettano esplicitamente il servo arbitrio e la predestinazione, facendo così dell’uomo un fantoccio tragico e abbietto. La “soluzione” cattolica (55) sta nell’attribuire a Dio una psicologia interamente schizofrenica per cui c’è una scissione assoluta fra la Sua volontà e la Sua conoscenza. Così egli agisce come se non sapesse quali saranno le conseguenze della sua grande potenza – senza però darsi minimamente cura delle spaventose conseguenze delle sue azioni. Questa “spiegazione” ha però avuto uno scarso effetto sul piano pratico. Fermo rimane il fatto che siamo tutti “predestinati”, magari all’inferno, senza che ci possiamo far niente. La dottrina della predestinazione fu sostenuta con particolare veemenza da Agostino da Ippona, uno dei fondatori della teologia ufficiale cristiana, le cui idee la Chiesa si tirò dietro per tutto il Medioevo ignorandone – o facendo finta di ignorarne – le implicazioni, fino a che esse esplosero ai tempi della riforma. Egli sosteneva che quello che conta è la “grazia”, che Dio concede con infinita bontà, ma soltanto a chi vuole. – Agostino da Ippona fu un elemento incredibilmente contorto, le cui pazzesche idee sull’amore furono messe a profitto perfino dalla fantascienza (56).
Le deduzioni che si possono fare dai dati storici disponibili (57) sembrano indicare che, almeno fino al VI – VII secolo, la paura dell’inferno e il senso di impotenza che si aveva davanti alla possibilità di quell’orribile sorte fu – dopo la povertà – la principale causa di suicidi in tutta la storia. La Chiesa proibì il suicidio, in modo parziale nel VI secolo e in modo totale verso la fine del VII secolo – facendolo esso stesso causa di dannazione certa – per arginare una crescente pandemia di morti volontarie. Prima (almeno in certe loro diramazioni nordafricane), le chiese cristiane erano arrivate a raccomandarlo.

Altre tragiche e insolubili problematiche vennero originate dalla più grande delle contraddizioni: il Jahweh “buono” Il concetto di un “dio buono” – questo è stato indicato, fra altri, da Hermann Güntert – è interamente non-ebraica: il dio veterotestamentario non è e non può essere se non il despota semitico, arbitrario, sadico e crudele. L’abbinamento della qualità di “buono” a quel figuro non poteva se non portare a ulteriori dilacerazioni dottrinali e turbe psichiche, sfocianti spesso nella pazzia. Un dio buono (e non schizofrenico) difficilmente poteva essere accettato come creatore e reggitore di un mondo che, obiettivamente, era lontano dall’essere perfetto, e di un’umanità le cui qualità morali non sempre si adeguavano a quel modello che poteva essere visto come ideale (anche dal cristianesimo).

Ne seguì un’ipertrofia dell’attenzione verso il diavolo (58), ipostasi del male. Siccome Jahweh ha di per sé molte caratteristiche infernali, il diavolo (un concetto, forse, di origine iraniana, poi raffazzonato dai semiti a modo loro) aveva, nel Vecchio Testamento, un’importanza relativa. Adesso a lui, il “ribelle contro dio”, l’Avversario per eccellenza, ma al quale un dio incomprensibile dà mano libera, vennero addebitate tutte le malefatte che sarebbe stato disdicevole attribuire al dio buono… non esclusa la creazione. Fu così che vennero a insorgere tutta la congerie delle sètte gnostiche, poi il manicheismo (59) e i loro prolungamenti medioevali che furono i catari e gli albigesi, la cui ribellione contro la Chiesa fece scorrere in Europa fiumi di sangue (60).
Non è accidentale che la Chiesa abbia sempre visto negli gnostici gli “eretici” per eccellenza, perché essi rifiutavano radicalmente la teologia giudaica adottata dal cristianesimo ufficiale, vedendo in Jahweh non Dio (il “dio buono”), ma il demonio – il dio maledetto del Vecchio Testamento. Naturalmente anche loro soggiacevano ai contorti paradigmi concettuali scaturenti dal monoteismo: non si può parlare di una “soluzione” gnostica alla pazzia ebraico-cristiana. Essi si invischiarono in una serie di fantasmagoriche elucubrazioni per scaricare dal “dio buono” la responsabilità del male nel mondo (anzi, della creazione di un mondo abborracciato), molto spesso presentandolo come un ingenuo che, teoricamente onnipotente e onnisciente, non sa come gestire queste sue doti e finisce col farsi abbindolare dal diavolo, molto più furbo di lui (61). Altri gnostici misero mano a certi sviluppi di origine iraniana secondo i quali il bene e il male sono di necessità coesistenti nell’Urgrund ontologico dell’universo e che la loro differenziazione avviene in modo più o meno automatico col trascorrere del tempo. Zurvan, fondo ontologico dell’universo, poi identificato col tempo, porta in sé il bene e il male e dà loro forma a seconda del suo trascorrere. Qui si ha da vedere un tentativo – forse inconsapevole – di uscire dal monoteismo stretto per approdare a qualcosa d’altro, che però non è ancora uno schietto e sano politeismo.

 – A titolo di curiosità, ancora adesso ci sono dei tentativi concettuali di scaricare Dio dalla responsabilità del male, menomandone però la libertà: il male sarebbe di necessità l’immagine speculare del bene – o la sua “ombra” – e vi deve stare accanto. Quindi Dio, nel creare il mondo, non poteva fare a meno di immettervi anche il male, pur senza desiderarlo. Un moderno zurvanista, il teosofo Edgar Dacqué (62) arriva a parlare del “dolore di Dio” quando, creando il mondo, sa di stare dando esistenza a qualcosa di abborracciato, senza però potere evitarlo. Questa linea di ragionamento fu seguita anche da uno zurvanista nostrano (piemontese), Luigi Pareyson, il quale, a quanto sembra, a differenza dei medioevali albigesi, godette del crisma della Chiesa (63).
Tutta un’altra problematica sorge dal concetto di “incarnazione”. Finché a incarnarsi era Dioniso – un dio obiettivo – non ci potevano essere problemi di alcun genere; ma le cose cambiano quando a incarnarsi è Jahweh. La teologia cristiana vuole che con quell’atto ‘dio’, attraverso l’autosacrificio – sacrificio, more semitico, di se stesso a se stesso – si sia riconciliato con l’uomo – di lui nemico fin dai tempi della cacciata dal paradiso terrestre. Indipendentemente dal fatto che si tratta di qualcosa di assolutamente incomprensibile, si sarebbe trattato di una riconciliazione del tutto relativa, se ancora innumerevoli umani (fra i quali i non battezzati) rimanevano comunque destinati all’inferno.

Ma l'”incarnazione” ha anche altre implicazioni: secondo lo studioso Marcel Gauchet (64) fu proprio l’idea di “incarnazione” a sancire in modo definitivo l’estraneità di ‘dio’ dal mondo – ammesso che ‘dio’ potesse essere ancora più estraneo al mondo che il Jahweh del Vecchio Testamento – perché il contatto fra l’uno e l’altro avrebbe avuto luogo una sola volta in tutta l’eternità. Con l'”incarnazione'” Dio – visto adesso come paradigma di tutto ciò che è più che umano, miracoloso, magico – sarebbe diventato quel tenebroso Totalmente Altro (Ganz Anderes) descritto dal teologo monoteista Rudolf Otto (65). “Bandire il magico dal mondo” – ecco un’importante tendenza del monoteismo, che porta a una spaventosa mutilazione psicologica della quale soffre l’umanità monoteistizzata. Joseph De Maistre (66) diceva in proposito che quando i moderni dicono che gli antichi dovevano essere ben ingenui perché vedevano fantasmi dappertutto, non si accorgono che peggio stanno loro che non ne vedono in nessuna parte. Con le idee del Gauchet sembra manifestarsi d’accordo Albert Caraco, un ebreo turco autodichiarantesi europeo, morto suicida dopo avere concluso la stesura del suo Breviario del caos (67).
Altre due caratteristiche del monoteismo cristiano che si manifestano fin dall’inizio del Medioevo sono la tendenza alla teocrazia e il razionalismo.
La tendenza alla teocrazia è latente nel Vecchio Testamento, e affiora continuamente nella storia ebraica: non sorprende dunque che sia stata ereditata dai nuovi monoteismi, tutti abramitici. Teocratico è ed è sempre stato l’islam e teocratico è il moderno sionismo; mentre teocrazie furono quella di Calvino a Ginevra nel XVI secolo e dei calvinisti in Olanda, in Scozia e nelle colonie anglofone d’America (ancora adesso l’America, a ben vedere le cose, è una teocrazia calvinista). Tendenze teocratiche ebbe la Chiesa cattolica nel Medioevo (68), che esplosero nel XI secolo sotto il megalomane, e di ebraica ascendenza, papa Gregorio VII e che portarono l’Europa a versare torrenti di sangue, soprattutto in Italia e in Germania, con le guerre fra guelfi e ghibellini (peggiori furono soltanto le guerre fra cattolici e protestanti causate dalla cosiddetta Riforma).

Epigono di Gregorio VII fu Bonifacio VIII (quello dell'”ego Caesar, ego Imperator”), a cui, per fortuna, andò male. È invece vero che fu dalle lotte fra il papato e l’Impero che prese forma il sinistro concetto di “criminale di guerra” introdotto alla fine del Duecento da uno dei più grandi criminali di tutti i tempi, il papa Innocenzo IV, in occasione del processo a Corradino di Hohenstaufen a Napoli, fatto con la connivenza del reggistrascico, lenone e nel contempo usufruttuario delle mene papali Carlo d’Angiò.

Quanto al razionalismo cristiano, esso è una necessaria conseguenza del fatto che il dio ufficiale cristiano – Jahweh – è totalmente irreale. Avulso da qualsiasi esperienza esistenziale del sacro, esso non può fare riferimento se non alla nuda intellettualità. Da qui la tendenza, fin dagli inizi, del cristianesimo di presentare se stesso come la religione che “soddisfa la ragione” (pretesa che più avanti si sarebbe ritorta contro esso stesso); mentre le religioni autoctone venivano presentate come grossolane superstizioni e le rispettive mitologie irrise come storielle per bambini (69). Gli dèi obiettivi venivano descritti come demoni maligni (70) e i loro sacerdoti come “stregoni”. Questo vizio lo mantennero tutte le chiese cristiane fino ai tempi contemporanei, quando si trattò di evangelizzare i selvaggi, spesso con conseguenze orribili e catastrofiche sulla loro società e la loro psiche: casi di pazzia collettiva, suicidi in massa, scomposte ribellioni accompagnate da massacri, ecc. Anche nel migliore dei casi, l’evangelizzazione portò invariabilmente il selvaggio a essere uno spostato, un risentito, un maledetto.

Impreparazione psicologica pagana a fronteggiare il fanatismo monoteista

Non è questo il luogo per addentrarci nello sviluppo storico della cristianizzazione dell’Europa: prima dell’Impero Romano, poi di quella settentrionale e orientale. Si è già parlato dei culti ellenistici e dell’idea dell’Heilbringer che , rispettivamente, fecero da paravento allo jahwismo nell’Europa meridionale e occidentale e in quella settentrionale, rispettivamente. Sta di fatto che l’evangelizzazione – il perché l’Europa poté diventare monoteista – rimane alcunché di incomprensibile: questo fu riconosciuto perfino da un conosciuto massone, e meno conosciuto ebreo, il conte Coudenhove-Kalergi (71).

Certo è che l’evangelizzazione fu portata a termine da una schiera di missionari abilissimi e fanatici – e il fanatismo, di radice ebraica, era qualcosa che il mondo normale era psicologicamente impreparato a fronteggiare. Il paganesimo, visceralmente tollerante, non seppe fronteggiare una turba di fanatici aggressivi e intelligenti che guardavano il martirio – non la morte eroica – come qualcosa che avrebbe loro procurato una “vita eterna” di una qualità assolutamente incomprensibile per i politeisti. Difatti, i tentativi di difesa del mondo classico nei riguardi dello jahwismo furono sempre goffi e insufficienti, come i sussulti del leone che, tormentato dalle iene, ogni tanto si rivolta e ne fa strage, ma che non porta mai a fondo la sua opera di liberazione. Le uniche “persecuzioni” che abbiano avuto una qualche pretesa di sistematicità furono quelle di Decio (anno 250), Valeriano (257-258) e Diocleziano (303-305); e nessuna fu portata fino in fondo, perché la persecuzione religiosa era qualcosa di assolutamente alieno alla mentalità pagana.

Riguardo all’impreparazione psicologica dei politeisti per fronteggiare il fanatismo monoteista, vale la pena di riportare la risposta che Moctezuma, penultimo imperatore degli aztechi, dette a Hernán Cortés dopo che questi ebbe tentato di spiegargli i vantaggi del cristianesimo, religione dell”amore’, sulla sua religione sanguinaria, il cui culto era basato sui sacrifici umani. Moctezuma rispose a Cortés che i suoi discorsi potevano sembrare anche giusti, ma che lui non vedeva la necessità di cambiare gli dèi esistenti, che funzionavano egregiamente, per delle novità d’importazione. Essi facevano crescere le messi; facevano piovere quando era necessario; regolavano il corso del sole, della luna e delle stelle; si prendevano cura degli umani, la cui anima, dopo la morte, era da essi accompagnata al luogo della sua dissoluzione finale, il baratro sopra il quale volteggiavano le farfalle di pietra (72). Quindi: che bisogno c’era di andare in cerca di novità? – Moctezuma era ovviamente un vir ingenuus : un uomo limpido, trasparente e fondamentalmente nobile che non avrebbe sfigurato accanto alle migliori figure della Roma patrizia.

Il cristianesimo nell’Europa settentrionale e orientale

Per conquistare l’Europa meridionale e occidentale, Gesù Cristo si presentò come Dioniso; nel mondo germanico come Heilbringer. Inoltre, dopo Costantino, il poter presentarsi come la religione dei romani, con tutto il prestigio che la romanità si era conquistata nel trascorso dei secoli, fu un aspetto che giovò enormemente al cristianesimo. Ma quando ebbe il coltello per il manico, l’istituzione monoteista non si peritò di usare la “guerra santa” – more islamico – per “salvare l’anima” di chi non si piegava.
I Sassoni furono massacrati a migliaia da Carlo Magno; i cavalieri teutonici imposero il cristianesimo, in modo atroce, in Prussia e in Lettonia. In Polonia, per sottomettere le comunità contadine ancora politeiste, il governo monoteista non si peritò di usare in maniera indiscriminata truppe cèche e tedesche. In Russia, col medesimo scopo, si impegnarono truppe polacche e perfino mongole; in Svezia, truppe norvegesi.

Non poche comunità autoctone baltiche e slave si ridussero a fare una vita di privazioni incredibili nella profondità dei boschi – il bosco di Augustów fu fra le più importanti di queste nuove “catacombe” – fino all’estinzione, pur di non tradire i loro dèi in favore delmostro semitico, Jahweh. Solo la Lituania, in ragione di una serie di circostanze storiche e di una caparbia volontà di resistenza, poté rimanere politeista fino alla fine del Medioevo: essa divenne ufficialmente monoteista nel 1387 (la Lituania settentrionale solo nel 1430). La “conversione” fu una scelta dell’allora granduca di Lituania, che così poté optare per la corona della Polonia, riuscendo in tal modo a difendere il paese contro l’ormai insopportabile pressione dei cavalieri teutonici. Ma la maggioranza della popolazione lituana è ancora adesso pagana (73).

Natura dilacerata della Chiesa medioevale: Carl Atzenbeck

Già all’inizio del Medioevo in Europa si era delineata una situazione religiosa che, con poche variazioni, andò avanti fino alla riforma protestante; situazione il cui andamento dilacerato e schizofrenico è stato mirabilmente descritto da un autore poco conosciuto, Carl Atzenbeck, che scrisse un prezioso volume che però non ha avuto traduzioni (74). Le idee di Atzenbeck hanno un certo parallelismo col primo Evola (75), anche se non risulta che i due autori si conoscessero.
Da una parte c’era una vita quotidiana che, rispetto ai tempi del paganesimo, non era molto cambiata. La religiosità popolare e nobiliare continuava a essere pagana; e fu proprio allora che insorse quello che Mircea Eliade (76) chiamò il “cristianesimo cosmico”, che altro non fu se non religiosità politeista ammantata di terminologia cristiana. Ad esempio: l’albero cosmico divenne la croce; il centro del mondo, il Golgota; le vicende mitologiche, i cui personaggi erano stati dèi e dee, ebbero adesso per attori santi e sante; ecc. Tutte queste manifestazioni, sempre avversate dalla Chiesa, non portarono che sporadicamente a persecuzioni vere e proprie. La caccia alle streghe non incominciò se non nel Quattrocento, quando già tirava aria di “riforma” e continuò fino al Settecento, con uguale intensità nei paesi cattolici e in quelli protestanti.
La vita di tutti i giorni seguiva ancora i ritmi cosmici e – aspetto importantissimo – il tempo non era ancora morto, come morta non era ancora la natura. Queste cose resero l’umanità europea medioevale ancora normale – e perciò non monoteista, anche se nominalmente tale. L’Europa medioevale fu tanto normale che il concetto ciclico della storia fu adottato, nel XI secolo – senza noie da parte delle autorità ecclesiastiche – perfino da Ildegarda da Bingen (fino a recentemente una santa di spicco della Chiesa cattolica). Ildegarda proponeva cicli storico-cosmologici che iniziavano ogni volta con una “cacciata dal paradiso terrestre” e si concludevano periodicamente con la venuta di un non meglio definito “Anticristo” (77).
Nel contempo, nell’oscurità dei chiostri e delle scuole teologiche, si rafforzava e si consolidava una contorta teologia a struttura interamente veterotestamentaria: non è, in fondo, sorprendente che a lanciare e poi a sostenere la riforma protestante siano stati – oltre a borghesi, strozzini e nobili in bancarotta – i monaci.
Il Vecchio Testamento divenne una bomba a orologeria all’interno dell’Europa, bomba custodita sottobanco dalla Chiesa e che sarebbe esplosa nel Cinquecento con spaventosi risultati. Terribile, al riguardo, è stata la responsabilità della Chiesa, che pure il potere l’avrebbe avuto per mettere ufficialmente il Vecchio Testamento dove avrebbe dovuto sempre essere stato: nell’immondizia. Né si può addurre che le autorità ecclesiastiche non si rendessero conto della pericolosità dei testi veterotestamentari e del fatto che la loro divulgazione avrebbe potuto portare a conseguenze imprevedibili e certamente dannose per un apparato ecclesiastico che si incaponisse a vedere in quel lubrico ciarpame la “parola di dio”. Difatti, durante tutto il Medioevo la Chiesa ostacolò la traduzione e la divulgazione della cosiddetta Bibbia (78).

Quanto agli ebrei, la Chiesa cristiana cattolica fu per loro la garanzia di poter rimanere e incistirsi in Europa, dove acquistarono un crescente potere finanziario – e questo contrariamente a quanto viene adesso proclamato con la complicità del cattolicesimo postconciliare (79).

Paolo da Tarso aveva assicurato che – in data imprecisata ma comunque prima della “fine dei tempi” – gli ebrei si sarebbero convertiti: perciò, intanto, si poteva anche sopportarli (a differenza di pagani, manichei, musulmani, ecc., per i quali non c’era alcuna garanzia di conversione). Nel contempo, i teologi, con in testa Tommaso d’Aquino, affermavano che la presenza degli ebrei, con i loro riti jahwisti precristiani, era utile, perché (non è chiaro come) essa forniva una prova tangibile della validità del Nuovo Testamento (80). In realtà, nella straordinaria indulgenza e tolleranza nei riguardi degli ebrei dobbiamo ravvisare che – teologicamente – il dio ebraico e quello cristiano coincidono.

Lo scrittore anglofono Ralph Perier (81) vide questo molto chiaramente quando propose il seguente esperimento concettuale: immaginiamo che nell’Europa medioevale fosse arrivata una turba di – ad esempio – malesi, di religione – putacaso – buddista, con lo scopo esplicito di esercitare l’usura. Sarebbe stato interessante vedere quanto tempo sarebbe passato prima che fossero spediti per direttissima all'”origine”. Questo, mai successe agli ebrei.

LA RIFORMA PROTESTANTE E LA MODERNITA’

Note introduttive

La riforma protestante ebbe luogo perché, date le premesse, non poteva non avere luogo. Jahweh aveva attraversato il Medioevo nascosto dentro ai chiostri e dietro alle cattedre universitarie della Chiesa, non venendo mai alla luce del sole se non camuffato da Dioniso o da Heilbringer, tramite l’interposta persona di Gesù Cristo.

Quando i tempi furono “maturi” (sviluppo della classe borghese e indebolimento della nobiltà feudale e dell’Impero come conseguenza delle mire teocratiche del papato), il dio lebbroso del Vecchio Testamento ebbe modo di lasciar cadere il guscio di incrostazioni pagane che lo avevano occultato per manifestarsi in tutto il suo nudo orrore. Questo, tramite una serie di personaggi dalle personalità possenti e criminali, principali fra i quali Lutero e Calvino (82). C’è una straordinaria analogia fra questi due figuri e il fondatore dell’islam, l’arabo Maometto (83). Con Lutero Jahweh si palesa nel suo volto veterotestamentario; con Calvino fa un passo addizionale e si manifesta nel suo volto talmudico: egli diviene, esplicitamente, il ‘dio’ degli usurai. Joseph De Maistre (84) ravvedeva nel protestantesimo l'”islam dell’Europa”; e già alla fine del Cinquecento l’ecclesiastico spagnolo Sebastián Castellón faceva notare la virtuale identità fra calvinismo e ebraismo (85). Questo fu confermato poi dai massimi studiosi di storia e di psicologia del fenomeno capitalista, quali Max Weber e Werner Sombart (86).

Conseguenze storiche della Riforma

Una delle prime conseguenze storiche della Riforma fu quella di immergere di nuovo l’Europa in un bagno di sangue – le guerre di religione sono un fenomeno, come s’è già detto, esclusivamente monoteista – che durò due secoli (XVI e XVII), dalle quali risultò un’Europa dilaniata e biologicamente impoverita.
Riguardo a queste guerre, valgono delle specifiche osservazioni. È già stato indicato che i principali fautori della Riforma furono, oltre ai nobili in bancarotta, i borghesi e gli strozzini, i monaci e gli “intellettuali”. Gli strati popolari, in tutta Europa – allora in massima parte formati da contadini – nutrirono fin dall’inizio una notevole diffidenza per il movimento riformista. Quelle stesse genti, somaticamente e psicologicamente ancora sane, che mille anni prima avevano resistito alla cristianizzazione, spesso all’ultimo sangue, ora intuivano che la Riforma era un altro slittamento nella stessa teratologica direzione; e vi si opposero.

Il bando cattolico aveva degli enormi vantaggi di generalizzato consenso popolare quando si venne alle armi, eppure la “controriforma” riuscì solo a metà. E la ragione va quasi sicuramente ricercata nel fatto che ormai si era arrivati a tempi nei quali la finanza contava anche nell’organizzazione e nell’andamento delle guerre; e il denaro (nella fattispecie dei metalli preziosi) era in grandissima parte in mano agli ebrei, i quali lo impegnarono massicciamente e continuativamente per favorire il bando protestante. Anche se uno studio specifico, completo e dettagliato, su questo argomento non esiste, le notizie – per quanto parziali – raccolte da coloro che si sono interessati del lato meno evidente della storia di quei tempi (87), non lasciano dubbi ragionevoli al riguardo.
Né la Chiesa cattolica uscì da quei tempi senza risentirne gli effetti. Essa cessò definitivamente di essere la Chiesa medioevale per divenire la Chiesa della Controriforma: in Europa, un apparato burocratico e moralistico, che fuori dall’Europa si lanciò a fondo in uno sfrenato missionarismo. Comunque, essa fu condannata a una perpetua battaglia di retroguardia contro il protestantesimo e contro tutte le forze da esso scatenate (progressismo, razionalismo, ecc.) e i movimenti da esso innescati (massoneria, ragnatela internazionale del commercio, ecc.).

Neppure allora la Chiesa seppe decidersi a estirpare da sé il tumore maligno del Vecchio Testamento e, a lunga scadenza, finì nel disfacimento implosivo che seguì il ‘concilio Vaticano II’ – anche quello, date le premesse, da vedersi come inevitabile. A partire dagli anni Sessanta del XX secolo, la “Chiesa riformata di Roma” (riformatori, dello stesso stampo di Lutero e Calvino, furono i papi Giovanni XXIII e, soprattutto, Paolo VI), si è apertamente intruppata con tutte le altre Chiese riformate a sostegno della modernità.
Avendo toccato questo argomento, vale la pena di dire una parola a proposito dei “cattolici tradizionalisti”. Pure rispettabilissimi, essi si collocano in una posizione non dissimile a quella dei pensatori controrivoluzionari degli inizi dell’Ottocento – Joseph De Maistre, Juan Donoso Cortés, ecc., anch’essi cattolici. Essi vorrebbero ripristinare la Chiesa della Controriforma – o magari quella medioevale – un po’ come i controrivoluzionari avrebbero voluto ripristinare l’Ancien Régime.

Qui, forse, non si rendono conto (e questo dovrebbe essere chiaro da quanto appena esposto) che si tratterebbe di retrocedere di un passo per ripristinare una situazione che portava in sé i germi della successiva caduta; guadagnando forse un po’ di tempo ma senza risolvere niente. È nostra opinione che se un risollevamento ci potrà essere per l’umanità civile in un ipotetico futuro, esso non potrà essere accompagnato se non da unrifiuto assolutamente totale di qualsiasi forma di monoteismo, soprattutto se di stampo jahwista.

Natura monoteista della modernità

Dopo la Riforma, un poco alla volta, Jahweh è arrivato a dominare il mondo in modo pressoché totale. Ci sono molte opere che descrivono la storia degli ultimi cinque secoli, interpretata in chiave involutiva, sia dal punto di vista cattolico tradizionalista che da quello dei cicli storico-cosmologici (88) – né qui ci si addentrerà nell’argomento.

Sia soltanto notato che tutti questi critici storici si sono concentrati sui fatti più ovviamente spaventosi che hanno portato alla modernità contemporanea (rivoluzione francese, guerre napoleoniche, il 1848, la rivoluzione russa, le due guerre mondiali), scivolando volentieri sopra la rivoluzione industriale, fatto meno visibilmente traumatico ma che quanto a conseguenze fu ancora più grave di tutte le guerre e rivoluzioni.

Fu proprio attraverso la rivoluzione industriale che il tessuto sociale dell’Europa fu snaturato fino alle radici, rendendo possibili anche gli sviluppi violenti che hanno dato forma politica alla modernità. Modernità che è, a ben vedere le cose, la condizione più anormale in cui mai, nella storia conosciuta, si sia venuta a trovare la specie zoologica Homo sapiens. Tutte le manifestazioni della modernità sono riconducibili alla vittoria dello jahwismo puro. E, sotto questo punto di vista, tenteremo di dare uno schizzo, necessariamente incompleto, di queste manifestazioni.
La sostituzione del tempo vivente con quello lineare (anzi, segmentario), abbinata all’idea messianica per cui si deve necessariamente arrivare a un’era di “giustizia”, non poteva se non dare origine alla strana idea del progresso, secondo la quale la storia ha un “senso”: un senso obbligato verso qualcosa di “migliore”. Che la storia avesse un senso (la preparazione alla venuta di Cristo), era già stato affermato da Agostino da Ippona (89); e anche Ambrogio da Milano (90) aveva abbozzato una teoria del progresso, mai smentita dalla Chiesa, la quale, anche in tempi contemporanei (e nonostante Riforma, massoneria, anticlericalismo dilagante, ateismo imperversante, ecc.) ha insistito sul fatto che il progresso – innegabile, si affermava e si afferma – costituisce una dimostrazione pratica della “ragionevolezza” del messaggio cristiano (91). E messianiste sono state e sono le tendenze filosofiche che hanno improntato gli sviluppi sociali dopo la riforma e, in modo quasi esclusivo, dopo la rivoluzione industriale. Su di questo si riverrà fra poco: sia qui subito notato che il capitalismo (risultato diretto della riforma protestante nella sua fattispecie calvinista), dopo aver cominciato lo scardinamento dell’ordine tradizionale e creato le masse proletarie, fatte di diseredati e di miserabili che di umano spesso non avevano che la parvenza, le reclutò, per mezzo del marxismo, perché facessero da ascari per completare la sua opera (92).

Fu per mezzo dello sciacallo marxista che si demolì quel che rimaneva di vita spirituale e, in gran parte, di cultura, in Europa; che si portò a termine la decolonizzazione; che si sabotarono le riforme sociali (gli arcinemici del primo e più grande riformatore sociale, Bismarck, furono i ‘socialisti’); che si poterono portare a termine con successo le aggressioni contro l’Europa del 1914-1918 e 1939-1945. Perché il capitalismo contò sulla più perfetta delle quinte colonne.

A funzione espletata anche il “socialismo reale” fu spedito nell’immondizia (con la perestrojka, anni Ottanta), ma i marxisti, perso il pelo ma non il vizio, continuano a espletare le stesse funzioni: ai tempi della stesura di questo scritto (anno 2000) il capitalismo internazionale punta massicciamente sui “socialisti”, che gli fanno da agenti politici e da braccio armato. E anche il capitalismo è escatologico: tramite la penna del suo “Marx”, il nippo-americano Francis Fukuyama, esso proclama la fine dei tempi storici sotto il segno del denaro (93).

Max Weber (94) insiste sul punto che uno scopo importante della riforma calvinista fu quello – oggi praticamente raggiunto – di bandire la magia dal mondo. Questo, però, era già implicito nello jahwismo e, se mai, fu rafforzato dal cristianesimo, come è stato sostenuto dal citato Marcel Gauchet.

Non a caso il cristianesimo tenne a presentarsi sempre come la religione che “soddisfa la ragione”, di contro alle “superstizioni” e alle “fiabe per bambini” dei pagani. Si trattava perciò di portare fino alle ultime conseguenze quella lobotomia psichica dell’uomo, per farne da un essere normale aperto sia all’esperienza del sacro che alla percezione della natura nella sua interezza (includente, cioè, tutta la sfera dei fenomeni psichici), un mutilato dell’anima e dello spirito.

La “ragione” calvinista è quella di questo mutilato dello spirito, chiuso nella sua esperienza sensoriale di veglia imposta adesso come unica esperienza possibile: Mircea Eliade parla dell’umanità normale come pre-giudaica (95). Da questa presa di posizione non poteva alla lunga che risultare un appiattimento esistenziale e culturale. Esclusa ogni pulsione superiore, l’esistenza umana ha adesso come centro di gravità ideologico lo stomaco e l’intestino: quindi anche la storia (e qui sono pienamente d’accordo i due pseudonemici capitalisti e marxisti) non può essere altro che storia dell’economia. Si può a buon diritto parlare di una intestinalizzazione della storia.
In questo medesimo filone si inserisce l’attacco contro la religione – fatto da gente ormai incapace di capire che cosa fosse la religione, nel senso superiore della parola. “La” religione, vista come “superstizione”, viene adesso attaccata dal punto di vista della “ragione” – non esclusa la bibliolatria, unica “religione” di cui questi “razionalisti” avessero conoscenza. Si incominciò, con la massoneria, a parlare di un dio razionale (il cosiddetto Grande Architetto Dell’Universo) per finire col negare ogni dio (leggi: ogni realtà metafisica). Hegel lo mise nell’improbabile regno dei “concetti puri”, Marx nel dimenticatoio assoluto. I testi che attaccano la religione dal punto di vista della “ragione” – e spesso e volentieri perché essa “non avrebbe fatto niente per migliorare la qualità morale dell’uomo”, si sprecano (96).
Ma anche in un mondo “razionale” – il razionalismo essendo l’immagine speculare dello jahwismo (97) – e quindi autoproclamantesi areligioso, sopravvivono gli aspetti più ripugnanti dell’esdrismo. L’ipocrisia dei “giusti” e degli “eletti” adesso fa tanta parte della forma mentis e della terminologia contemporanea che nessuno ci fa più caso (“la guerra che metterà fine a tutte le guerre”, ecc.).

La conosciutissima ipocrisia anglosassone (98) è di origine veterotestamentaria e deriva dal fatto che l”Anglosassonia’ è divenuta negli ultimi quattrocento anni la struttura portante della bibliolatria. È un autore inglese, Walton Hannah, a dichiarare che il “pelagianismo” (la confusione fra morale e religione) è un vizio particolarmente comune fra gli anglosassoni e che a ciò si deve il fatto che fra di loro la massoneria abbia avuto tanta diffusione (99).

È di origine ebraico-anglosassone quella ripugnante ipocrisia secondo la quale il mondo abbisogna di “purificazione“, preferibilmente per mezzo del fuoco – magari col fuoco atomico, secondo gli scienziati che preparavano le bombe atomiche nel 1945 (100), ma anche col napalm, ecc. L’americano Jonathan Schell (101), dopo avere descritto in dettaglio gli orrori di un’eventuale guerra atomica e fatto gli appropriati confronti con Hiroshima, Nagasaki, Dresda, trae ammonimenti morali dalle sofferenze delle vittime e, per concludere, si disfa in lamenti su tutt’altre “vittime”, quelle dell'”olocausto”, lanciando accuse escatologiche contro il nazionalsocialismo (e mai contro coloro che di Hiroshima, Nagasaki, Dresda, furono responsabili). Fu gente del genere quella che innalzò un ‘monumento alla pace’ proprio a Hiroshima.
La dottrina della morale unica (implicita nel monoteismo jahwista, resa esplicita da Immanuel Kant) ha avuto un riflesso nel missionarismo che seguì la colonizzazione: missionarismo cristiano, marxista, capitalista (102) – e anche islamico. Esso spianò la via alla problematica planetaria del Terzo Mondo, che adesso pende come una spada di Damocle sul mondo contemporaneo.

Il missionarismo cristiano e marxista fa da battistrada all’islam, una forma di jahwismo perfettamente adatta alle masse risentite del Terzo Mondo.
Lo Jahweh biblico fa da portiere alla sua immagine coranica, Allah (103).
Nel contempo, la dottrina dell’amore pandemico, alla quale negli ultimi secoli è stato assuefatto l’europeo medio e che viene ossessivamente martellata dalle Chiese – confessionali e laiche (104) -,
e del peccato (quello del colonialismo, che deve essere “espiato“) rende i paesi europei sempre più impreparati a difendersi dall’invasione delle turbe di colore.

È stato osservato dal citato Ralph Perier che proprio adesso che alla mitologia cristiana non crede più nessuno, le utopie sociali implicite nel messaggio cristico dell’amore pandemico hanno acquistato un’inaudita virulenza.
La scienza moderna è di origine giudeo-cristiana. Su di questo si trovano d’accordo sia anticristiani radicali quali Atzenbeck ed Evola (105), sia tanti atei fondamentalisti, fra i quali Jacques Monod (106). Ma anche moltissimi autorevoli “cattolici tradizionalisti” (107) non disdegnano di assecondare questo argomento – probabilmente in parte per convinzione e in parte per guadagnare così, in un ambiente essenzialmente ostile, una verniciatura di “rispettabilità” per la loro linea di pensiero. La scienza moderna, quale essa è, è un tipico prodotto monoteista.

Quando la natura sia vista come qualcosa di morto, o comunque di assolutamente estraneo, non si può carpirle i segreti se non facendo delle necropsie – o magari “mettendola alla tortura” per obbligarla a rivelarli, secondo l’espressione di Francis Bacon (108) – eccoci davanti a una genuina e particolarmente spaventosa forma di magia nera. Ne risulterà qualcosa di abborracciato e, comunque, anche i “risultati sperimentali” saranno incastrati, di necessità, in paradigmi monoteisti (109).
Una sua inevitabile, per quanto strana, conseguenza, risulta dall’abbinamento del tempo lineare con l'”allontanamento della magia dal mondo”. L’universo, visto come un morto meccanismo, diviene la creazione di un ipotetico ‘dio’ che non può presentarsi se non come un megatecnico che, dopo averlo fabbricato e avergli dato delle leggi, si è ritirato nell’Hintergrund, sullo sfondo, in una condizione di passività, di ozio. Questo fu il punto di vista di Cartesio, adottato indipendentemente anche da Edgar Allan Poe nella sua unica opera di divulgazione scientifica (110).

Questa evoluzione verso il concetto del deus otiosus è identica, dal punto di vista strutturale, a quella che, con la medesima denominazione, è stata ben descritta da Mircea Eliade (111) per il mondo religioso di tutte le – ormai in massima parte estinte – etnie di infimo livello del mondo australe: pigmei di ogni tipo, aborigeni australiani e tasmaniani, fueghini, boscimani, bantù, ecc. Imboccando la via concettuale verso il deus otiosus, anche l’umanità europea – che fu civile, quando era politeista – sembrerebbe essersi messa sul cammino che porta alla più assoluta barbarie: anzi, quasi all’animalità.
La tecnologia scaturente da questa scienza non può essere se non qualcosa di intrinsecamente sinistro (112). Sarebbe il caso di farla finita con l’idea – da tutti ripetuta, non esclusa la Chiesa cattolica nei suoi tempi migliori quando era papa Pio XII – secondo la quale la scienza e la tecnologia non sarebbero, per loro natura, se non cose assolutamente neutre, il cui uso buono o cattivo dipende esclusivamente da chi le utilizza.

Gli antichi, invece, avevano sempre ravvisato nella tecnica qualcosa di potenzialmentepericoloso, che doveva essere tenuto a guinzaglio per mezzo di appropriati riti e tenendo nei suoi riguardi un’attitudine di permanente diffidenza (113). E comunque, l’analisi storica dimostra che il progresso tecnico non ha mai risolto alcun problema sociale: la tecnica non ha fatto altro che cambiare le problematiche sociali, senza mai risolverle e spesso aggiungendovene di nuove.
Sta di fatto che la scienza e la tecnica – quali esse adesso fattualmente sono – hanno un’intrinseca carica demonica e un andamento quasi autonomo, consistente in una tendenza a rendersi, contrariamente a ogni apparenza, indipendenti dall’umana volontà. Questo, già un secolo fa, era stato visto da alcuni pensatori particolarmente acuti: Dostoevskij, Nietzsche, Evola, Spengler (114); ed è stato ripreso da Theodore Kaczynski (“Unabomber”) nel suo Manifesto (115). – E una tecnologia demonica accoppiata all’odio veterotestamentario per la natura ci ha portati sulla soglia del disastro ecologico globale(116). Una tecnologia scatenata ha finalmente partorito il calcolatore elettronico (il cosiddetto computer), il quale ha permesso di portare a livelli inauditi due fra le più teratologiche tendenze dello jawhwismo: l’irrealismo in psicologia e il parassitismo in economia. Sull’irrealismo si parlerà subito; sul parassitismo economico si riverrà più avanti quando si considererà la problematica del denaro quale oggetto “magico”.

Si è già detto come una caratteristica fondamentale dello jahwismo sia l’irrealtà – quasi una volontà di lobotomia psicologica che delle menti particolarmente perverse hanno sentito non solo verso il sacro ma anche verso tutta quella parte della natura che non ricade nell’esperienza sensoriale di veglia. Questa volontà di lobotomia adesso, con gli ultimi ritrovati dell’informatica, viene estesa anche all’esperienza sensoriale di veglia. Ci sono degli strati sempre più vasti delle popolazioni europidi per le quali lo schermo a raggi catodici diviene – o si vorrebbe che divenisse – la realtà per eccellenza: è la “volontà di virtualità” (“ci si percepisce sempre più come una sinapsi, come un punto di confluenza e di incrocio di flussi di informazione all’interno della “rete”). Questa gente, il cui numero aumenta sempre di più fra i giovani, ormai comunica usando il gergo informatico anche nella conversazione corrente e si costituisce in circolo quasi chiuso, entro il quale si consumano libri e altre pubblicazioni (che però tendono a essere anche quelle “virtualizzate”, lette non su carta ma sullo schermo a raggi catodici) praticamente illeggibili per coloro la cui vita non ruoti attorno al calcolatore elettronico e alla televisione (altro ordigno a raggi catodici) – cioè non sia al massimo “virtuale” (117).

Un brillante mediologo ebreo, Neil Postman, prospettava la possibilità che tutta una civiltà potesse entrare in dissoluzione come conseguenza della perdita di contatto con la realtà “reale”, sostituita dallo schermo a raggi catodici (118). Il Postman indica gli Stati Uniti d’America come il candidato ideale per questo destino: là ci sono infinite persone che credono davvero che la televisione sia sempre esistita, perché un mondo senza televisione sarebbe inconcepibile.

L’ultima sfaccettatura monoteistica del mondo contemporaneo che affronteremo prima di entrare nelle conclusioni finali è la posizione di preeminenza che in esso ha acquistato il denaro (119). Qui, almeno in parte, ha da vedersi un altro aspetto dell’irrealtà veterotestamentaria, per cui si scambia l’immagine speculare (“virtuale”) della ricchezza con la ricchezza in sé (che è necessariamente fatta di oggetti tangibili).

Il denaro, poi, acquista vita autonoma e cresce su se stesso, attraverso l’applicazione del concetto di interesse, concetto fondamentalmente immorale perché risultato di una visione parassitaria dell’economia. Ma al giorno d’oggi, questo sordido e sinistro concetto è diventato completamente normale e accettato da quasi tutti. Il denaro virtuale che cresce su se stesso ha però potere acquisitivo sul mondo reale, venendo a essere una specie di mostro autonomo che quando cala sul mondo è causa di spaventose tragedie. E questo mostro non manca di avere i suoi “sacerdoti” (gli economisti) e i suoi beneficiati (gli usurai).
Qui si ravvisa, assieme alla casistica del deus otiosus, un altro parallelo fra la forma mentis del mondo industrializzato e quella dei selvaggi. Questi, incapaci di concepire un’economia non parassitaria (sulla natura o su di altri uomini [120]) hanno visto fin dall’inizio, nel modo più naturale, nel denaro un oggetto magico, capace di evocare gli oggetti di consumo; e il cui possesso dava automaticamente diritto ai medesimi (nessun concetto della proprietà come fatto etico, conseguenza dell’aver eseguito un lavoro produttivo). Eccoci dunque davanti al denaro come unico “oggetto magico” che lo jahwismo non abbia bandito dal mondo; oggetto magico che Jahweh elargisce ai suoi eletti: i ‘giusti’, ai quali in tal modo viene resa palese questa loro condizione e per i quali la ricchezza è anticamera a questo mondo della gloria che li attende dopo la morte “in seno ad Abramo”. Il povero, invece – e indipendentemente da quali possano essere le cause della sua povertà – è un maledetto, la cui vita infelice sulla terra è un acconto della dannazione eterna che Jahweh, fin dall’inizio dei tempi, aveva a lui assegnato (121).

EFFETTO DELLA MONOTEISTIZZAZIONE SULL’ANDAMENTO DEL MONDO CONTEMPORANEO E PROIEZIONI PER IL PROSSIMO FUTURO

La “pienezza dei tempi”

Date queste premesse diviene comprensibile quale sia la natura del mondo – la cui formazione sta oggi avverandosi sotto gli occhi di tutti – che i “giusti” (gli usurocrati internazionali) stanno preparando: è il mondo voluto dal ‘dio unico’ Jahweh, che segnerà la messianica “pienezza dei tempi” (122).
(a) A nessuno sarà dato di vivere direttamente del suo lavoro: ognuno dovrà venderlo a un qualche “datore di lavoro” dal quale riceverà una paga in denaro col quale si comprerà il suo fabbisogno. Questa condizione ormai è raggiunta da un pezzo in tutto il mondo.
(b) Ne segue che chi detiene il denaro – gli usurocrati internazionali, che sono poi gli azionisti delle banche centrali – diviene il padrone di quell’immensa mandria di schiavi che, automaticamente, diviene la popolazione mondiale.
(c) Questo, entro certi limiti, è ancora temperato dalla legislazione sociale (sempre più limitata e insufficiente) e dal fatto che, nonostante tutto, gli usurocrati hanno ancora di bisogno di una certa forza-lavoro per produrre i beni tangibili che loro (e quasi soltanto loro) godono.
(d) Con la computerizzazione e l’automazione c’è e ci sarà sempre meno bisogno di forza-lavoro; mentre i “governi” europei si incaricano di togliere di mezzo la legislazione sociale a ritmo crescente. Il cittadino riceve sempre meno dallo Stato; e, alla lunga, non avrà più niente. Ma chi lavora e produce, le tasse deve continuare a sborsarle, perché esse vanno a pagare il cosiddetto “debito interno” – cioè, il denaro delle tasse viene a lui rubato e consegnato per direttissima agli usurai internazionali che controllano le banche centrali.
(e) Si arriverà, nelle mire dei ‘giusti’, a una situazione nella quale essi, detentori unici del denaro, saranno i soli ad avere accesso a una cornucopia di beni prodotti per loro da un apparato industriale interamente computerizzato e gestito da pochissimi tecnici (gli unici ad avere un impiego, a loro pagato in denaro, il che a sua volta permetterà loro di rimediare una discreta esistenza). Fuori, starà la gran massa dei reietti, ridotti a una miseria quasi inimmaginabile e, alla lunga, forse all’estinzione per fame, per malattie, per suicidio. Un assaggio della società che i “giusti” preparano anche per l’Europa è dato dalle megalopoli terzomondiali.
(f) Naturalmente per dare “stabilità” a quel sistema bisognerebbe che il denaro – detenuto soltanto dall’élite usurocratica – rimanesse per forza l’unico mezzo di scambio possibile. Quindi, ci dovrebbero essere eserciti privati che si incaricherebbero di impedire che i reietti sviluppassero delle economie parallele indipendenti, usando un loro denaro diverso e indipendente da quello detenuto dai “giusti”. Nel contempo, quelle medesime milizie private distruggerebbero l’orto che qualcuno si fosse azzardato a coltivare per sfamarsi senza dover usare il denaro, o di uccidergli le galline o il maiale, ecc. Nessuno potrà più vivere, quando arriverà l’Era Messianica, se non della carità degli usurocrati – quando vorranno fargliela – oppure morire di fame.
(g) Una misura di sicurezza importante che i ‘giusti’ stanno già prendendo per ridurre al massimo la possibilità di resistenza contro di loro è quella di americanizzare l’Europa, immettendovi masse enormi di immigrati di colore. Così squassano le strutture sociali edistruggono l’identità culturale e genetica dei popoli europei. Da una popolazione di meticci a bassissimo livello di intelligenza e senza alcuna cultura essi avrebbero poco da temere.

Lenin (123) ipotizzava il futuro mondo “socialista” come un’unica e immensa linea di produzione dove tutti avrebbero lavorato indefessamente per lo stesso salario. Nicholas Negroponte (124), uno dei grandi profeti del mondo globalizzato e computerizzato, predice che esso sarà un’unica grande fabbrica automatizzata e computerizzata, tenuta insieme da un’unica rete telematica e che sarà mantenuta ininterrottamente in moto da un personale ricurvo davanti a schermi a raggi catodici. L’unica differenza fra Lenin e Negroponte è che secondo Lenin tutti gli umani sarebbero stati schiavi incatenati a quella monumentale linea di produzione; mentre gli schiavi informatici di Negroponte verrebbero a essere i fortunati ad avere ancora un posto di lavoro e perciò del denaro con cui sopperire al proprio fabbisogno – il resto, starebbero fuori, ridotti al cannibalismo per fame o al suicidio.

Le “linee di catastrofe”

Inutile dire che a questa situazione difficilmente si potrà realmente arrivare. Indipendentemente dal fatto che, sia pure con esasperante lentezza, c’è una parte della popolazione europea che incomincia a svegliarsi, agli usurocrati serve, per un po’ di tempo ancora, una società civile funzionale che, manovrata da “governi” a loro succubi, faccia da strumento per la realizzazione del loro piano. Ma anche se il ‘regno di dio’ dovesse davvero avverarsi secondo le mire di quei figuri, è improbabile che potrebbe mantenersi in piedi in un mondo ecologicamente disastrato e massicciamente criminalizzato.
Nel futuro prossimo (grosso modo fra il 2010 e il 2020), convergono una serie di quelle che Guillaume Faye (125), con terminologia mutuata dal matematico René Thom, chiama “linee di catastrofe”, convergenza che non potrà portare se non a un cambiamento totale della fisionomia planetaria. Ne elencheremo alcune fra le più importanti, ma la lista non è esaustiva (126).
(a) L’incombente catastrofe ecologica, con le sue tre casistiche di punta che sono l’effetto serra, la deforestazione equatoriale-tropicale (con importanti conseguenze per la disponibilità idrica globale) e la contaminazione generalizzata della biosfera; nonché quella contaminazione umana che è causata dall’aumento pullulante e canceroso delle popolazioni terzomondiali. I suoi effetti, già percepibili, raggiungeranno un andamento vorticoso al più tardi verso il 2020.
(b) I montanti problemi razziali. Le masse di colore sono state edotte, da utopisti e buonisti – da marxisti e missionari monoteisti – di essere state “sfruttate” per secoli dai colonialisti europei e adesso, galvanizzate in primo luogo dall’islam, vogliono vendetta. Incistite nel tessuto sociale europeo, esse portano a un generalizzato impoverimento e allaterzomondializzazione dell’Europa. Questi fenomeni, già in atto, si aggraveranno nell’immediato futuro a ritmo galoppante.
(c) I problemi sanitari. Questa casistica è legata al punto (b), in quanto le turbe terzomondiali presenti in Europa fanno da calamita anche a tutte le patologie del Terzo Mondo – il quale versa in una condizione sanitaria sempre peggiore. Anche la catastrofe ecologica è causante dell’apparizione di nuovi morbi e dell’accelerata diffusione di quelli già presenti.
(d) La destabilizzazione accelerata del Terzo Mondo, con un numero crescente di guerre interetniche. Queste sono destinate a essere esportate anche in Europa (e in parte già lo sono).
(e) La criminalità. Anche questa è un problema in parte relazionato col punto (b), in quanto una microcriminalità pandemica è del tutto caratteristica del Terzo Mondo. La grande criminalità organizzata (che ora ha mezzi tecnici e operativi superiori a quelli della polizia, anche nei paesi civili), costituisce invece un ramo dell’attività ‘commerciale’ della quale, per vie traverse, beneficiano gli stessi usurocrati internazionali che derubano il pubblico anche per vie “legali”.
(f) La crisi demografica europea e l’invecchiamento della popolazione dell’Europa. La crisi della famiglia è una conseguenza logica e prevedibile dell’edonismo generalizzato e, fra gente civile, dell’insicurezza sul lavoro. L’invecchiamento della popolazione, con tutte le sue conseguenze, è qualcosa che colpirà l’Europa già nel 2010 circa; e perciò anche se si dovesse dare adesso (anno 2000) un’aumentata natalità, essa non verrebbe a essere, nel futuro prossimo, una soluzione. E tanto meno è una soluzione quella che propongono i “governi” (in realtà, entità irresponsabili nei confronti dei propri popoli e che sarebbe più corretto chiamare “comitati di amministrazione”, quando non “di affari”) europei: quella dell’immigrazione terzomondiale, per mezzo della quale si “manterrebbe il livello di vita”, sostituendo lavoratori e tecnici europei con spacciatori di droga extracomunitari.
(g) La fragilizzazione delle strutture amministrative, economiche, produttive, come conseguenza della computerizzazione. Il calcolatore, oltre a causare disoccupazione in massa e ogni sorta di problemi psicologici, rende tutta la struttura sociale e produttiva sempre più vulnerabile a incidenti tecnici (mancanza di corrente, virus informatici, complessità sempre crescente, ecc.) e apre il campo a nuove forme di criminalità.
(h) La finanziarizzazione dell’economia, per cui si è creato uno iato fra il denaro (che procede per conto proprio) e l’economia reale. Il mostro “denaro” può però calare sul reale con effetti catastrofici – pianificati (sappiamo da chi) oppure anche accidentali (quando i medesimi non riescano più a tenerlo a guinzaglio). Abbastanza presto (entro i prossimi 10-20 anni) si sarebbe spettatori e vittime di una catastrofe finanziaria globale.
(i) La perdita di contatto con la realtà – addirittura: il rifiuto della realtà – di tantissimi esseri umani, soprattutto giovani. Questo fatto è potenziato enormemente dal calcolatore e dalla televisione, ma non vi si esaurisce. A questa casistica appartengono anche la dilagante tossicodipendenza e il proliferare di tante turbe psichiche, dalla depressione alla schizofrenia (alle quali ormai soggiace oltre il 10% della popolazione europea). Sia pure a livello subconscio, un montante numero di europei, soprattutto giovani, sviluppano una scomposta reazione di rigetto verso un mondo che non ha senso.
(l) Il suicidio. Fenomenologia non disgiunta dal punto (i): il tasso di suicidi è aumentato considerevolmente dopo il 1980, e la tendenza è a che cresca ancora con l’aumentare del rischio di disoccupazione. Da notarsi che per ogni suicidio riuscito ci sono 6-7 tentativi andati a vuoto.
(m) La diseducazione buonista impartita ai giovani in Europa, che ha già causato lesioni psicologiche immense. Se l’Europa non farà niente per prevenire i catastrofici sviluppi del futuro prossimo, avrà fatto molto per allevare delle generazioni di smidollati e di vigliacchi che, davanti a uno stato di emergenza, non sapranno cosa fare. Molti di loro ricorreranno al suicidio.
(n) Non sappiamo ancora quali potranno essere le conseguenze ultime dell’uso delle tecnologie nucleari e della manipolazione genetica. Riguardo a quest’ultima, ogni cosa sembra indicare che i suoi spiacevoli risultati si potrebbero toccare con mano non oltre il 2025.

Conclusioni

Tutte queste fenomenologie sono riconducibili in modo diretto all’affermarsi del monoteismo in Europa. Ed esse non potranno se non portare – in modo traumatico – a un cambiamento radicale in tutto il mondo, eliminando anche l’andazzo monoteistico. Ma, assieme a quello, non è da escludere che esse portino all’obliterazione di tutta la civiltà, quale essa fu realizzata dai nostri Padri politeisti e quale noi, nonostante tutto, ancora la conosciamo.
Rimane il fatto che, nonostante ogni analisi razionale, l’ultimo perché di come fu possibile che il mondo civile soggiacesse all’aberrazione monoteista, rimane una cosa misteriosa. Qui, forse, bisognerebbe appellarsi al fatto metafisico dei cicli storico-cosmologici. Chissà che un destino imperscrutabile abbia deciso che questo specifico ciclo doveva concludersi non in bellezza, con un combattimento cosmico – come descritto dall’Edda o dal Mahabharata – ma per putrefazione. E Jahweh fu scelto come il bacillo patogeno per eccellenza.

 Silvano Lorenzoni (a cura di Gianantonio Valli)

Immagine 1, fuori testo. Monoteismo abramitico. Click...



BIBLIOGRAFIA

Cfr. Karl Bühler, Die Axiomatik der Sprachwissenschaften [Assiomatica delle scienze linguistiche], Klostermann, Frankfurt am Main, 1976 (originale 1933); Silvano Lorenzoni, Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo, di prevista pubblicazione per le Edizioni di Ar, Padova.
Cfr., ad esempio, Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino, 1976 (originale 1948).
Questo è stato documentato da Mircea Eliade in diverse sue opere: Trattato, cit.; Histoire des croyances et des idées réligieuses, Payot, Paris, 1983 (tre voll., ed. it.: Storia delle credenze e delle idee religiose, tre voll., Sansoni, 1979, 1980, 1983); Le mythe de l’éternel retour, Gallimard, Paris, 1969 (ed. it.: Il mito dell’eterno ritorno, Rusconi, 1975).
Al riguardo, cfr. Ludwig Ferdinand Clauss, Rasse und Seele [Razza e anima], Lehmann, Monaco di Baviera, 1941; Semiten der Wüste unter sich [I semiti del deserto nei rapporti reciproci] Gutenberg, Berlin, 1937.
Cfr. Mircea Eliade, Histoire, cit.
Cfr. Mircea Eliade, Mefistofele e l’androgine, Edizioni Mediterranee, Roma, 1971 (originale 1962); De Zalmoxis à Gengis-Khan, Payot, Paris, 1970 (ed. it.: Da Zalmoxis a Gengis Khan, Ubaldini, 1975).
Questo fu ascoltato dall’autore in un sermone domenicale a Udine nel 1966.
Cfr. Mircea Eliade, Trattato, cit.
Richard Eichler, Der Widerkehr des Schönen [Il ritorno del Bello],Grabert, Tübingen, 1984.
Cfr. Alfred Bäumler, Estetica, Edizioni di Ar, Padova, 1999 (originale 1934).
Raffaele Pettazzoni, L’essere supremo nelle religioni primitive: l’onniscienza di dio, Einaudi, Torino, 1957.
Cfr., ad esempio, Carlo Pascal, Dèi e diavoli, I Dioscuri, Genova, 1988 (originale 1904).
Degli interessanti articoli sono stati pubblicati al riguardo nella rivista “Orion” di Milano, nei numeri di marzo 1997 (Jean-François Mayer, a proposito dell’Iran e della Russia settentrionale) e di settembre 1997 (Christopher Gérard, sul risorgere del paganesimo su scala planetaria).
Cfr., ad esempio, P. E. Cleator, Los lenguajes perdidos [I linguaggi perduti], Aymá, Barcellona, 1963.
Mircea Eliade (Histoire, cit.) documenta come l’appellativo “il negro”, usato anche come nome proprio, esistesse fra i paleoebrei – anche un nipote di Mosè si chiamava così. Cfr. anche Hans F. K. Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes [Antropologia del popolo ebraico], Lehmann, Monaco di Baviera, 1942. [Nota del Curatore. Tra i testi che demoliscono la veridicità delle asserzioni anche dei più “storici” libri biblici (da “Mosè” al “Muro del Pianto” – invero, mura di cinta della Fortezza Antonia e non resti del “Tempio di Salomone/Erode” – passando per la “conquista” di Canaan e gli “imperi” di “Davide” e “Salomone”), precisa opera di ricostruzione ideologica a posteriori, vedi: Giovanni Garbini, Storia e ideologia nell‘Israele antico, Paideia, Brescia, 1986, Ernest L. Martin, The Temples That Jerusalem Forgot, I templi che Gerusalemme dimenticò, ASK Publications, PO Box 25000, Portland, Oregon-USA, 2000, e Israel Finkelstein e Neal Asher Silberman, Le tracce di Mosè – La Bibbia tra storia e mito, Carocci, Roma, 2002].
A titolo di curiosità, esiste negli Stati Uniti un’associazione di ebrei politeisti che si rifanno all’ebraicità – se così ci si può esprimere – pre-mosaica. Essi affermano di essere loro i ‘veri’ ebrei (né si saprebbe dar loro torto).
L’opera del Ross (1844-1906) fu acquistata in blocco dal clero anglicano e quasi interamente distrutta; egli morì oscuramente a Londra nel 1906. Ma una traduzione tedesca ebbe poi una discreta circolazione nell’anteguerra: Saladin, Jehovas gesammelte Werke [Silloge delle opere di Jahweh], Schreckenbach, Leipzig, 1937 (ripubblicata in anastatica dalla Versandbuchhandlung Hilde Müller, Frankfurt am Main, 1978). Un ottimo riassunto è dato da Erich Glagau nell’ottimo Die grausame Bibel [L’orrenda Bibbia], Verlag Werner Symanek, Gladbeck, 1991.
Morton Smith, Gli uomini del ritorno, Essedue, Verona, 1984 (originale 1971).
William Hirsch, citato da Erich Glagau, Die grausame Bibel, cit.
Cfr. Paolo Xella, Gli antenati di dio, Essedue, Verona, 1982.
Chants de Maldoror.
Erich Glagau, Die grausame Bibel, cit. Il Glagau è anche autore dell’eccellente opuscolo Die mosaisch-christliche Religion und das deutsche Volk (edizione dell’autore, Baunatal, senza data di pubblicazione [anni Novanta: La religione mosaico-cristiana e il popolo tedesco]). Al Glagau si ispira l’articolista Karoline Ederer, autrice dell’opuscolo Was geht uns die jüdische Geschichte als Religion an? [Perché ci riguarda la storia ebraica in quanto religione?] K. Ederer Verlag, Monaco di Baviera, 1976.
Mircea Eliade, Histoire, cit.
Cfr. la rivista “Orion” di Milano, settembre 1998.
Sull’argomento del cosiddetto “olocausto” si consulti, ad esempio, Carlo Mattogno, Intervista sull’olocausto, Edizioni di Ar, Padova, 1996, dove è anche data un’esauriente bibliografia.
Cfr. Piero Sella, Prima di Israele, Edizioni dell’Uomo libero, Milano, 1996.
Vedi John R. Baker, Race [Razza],Oxford University Press, Oxford (Inghilterra), 1974. [Nota del Curatore. La questione della conversione delle genti cazare al giudaismo è in realtà più complessa di quanto sostengano le tesi “subentrazioniste”, che vogliono che gli ebrei dell’Europa Orientale (askenaziti, da Askenaz=Germania) non siano in realtà discendenti dall’antico miscuglio razziale semita-armenoide-anatolico-negroide, ma dai cazari turco-mongolici stabilitisi nei territori tra il Mar Nero e il Mar Caspio a partire dall’VIII secolo d.C. Tesi modernamente affermate dall’ebreo “ateo”-comunista (poi piagnone del “dio che è fallito”) Arthur Koestler in La tredicesima tribù – L’impero dei Cazari e la sua eredità, Edizioni di Comunità,1980 e, sulla sua scia, riprese da taluni polemisti “di destra” più o meno “antisionisti”. Al contrario, da parte nostra concordiamo con l’ufficialità del pensiero giudaico espresso dalle tre grandi enciclopedie ebraiche del Novecento (The Jewish Encyclopedia 1901-05, The Universal Jewish Enyclopedia 1943 ed Encyclopedia Judaica 1983 e sgg.), dai numerosi dizionari dell’ebraismo e dalla quasi totalità degli studiosi ebrei, osservando non solo che, stando alla (peraltro scarsa e controversa) documentazione, al giudaismo si convertirono unicamente gli strati dominanti delle genti cazare, ma, soprattutto, che gli ebrei askenaziti, presenti fino all’Ottocento essenzialmente nei territori polacco-lituani e non russo-ucraini, discendono nella quasi totalità dagli ebrei migrati ad oriente dopo le innumeri espulsioni medioevali-cinquecentesche dall’Europa centro-occidentale e, parzialmente, dagli ebrei giunti sulle coste nordiche del Mar Nero nel corso del primo millennio d.C., dei quali ultimi la setta anti-talmudica dei caraiti resta un ramo ben distinto].
August Vogl, in “Neue Anthropologie”, Amburgo, luglio-dicembre 1991.
Cfr. Erich Glagau, Die mosaisch-christliche Religion, cit. Di utile riferimento anche la pubblicazione periodica di Manfred Roeder, “Deutsche Bürgerinitiative” (Schwarzenborn, Hessen).
Cfr. Mircea Eliade, Initiation, rites, societés secrètes [Iniziazione, riti, società segrete] Gallimard, Paris, 1959.
Cfr. Ewald Volhard, Il cannibalismo, Bollati Boringhieri, Torino 1991 (originale 1939).
Cfr. John Kleeves, Un paese pericoloso, Barbarossa, Milano, 1999.
Cfr. Mircea Eliade, Histoire, cit.
Paolo Galante sulla rivista “Mercurio” di Forlì, numero 6, Samhain 1999.
Cfr. Mircea Eliade, Occultisme, sorcellerie et modes culturelles [Occultismo, stregoneria e mode culturali], Gallimard, Paris, 1978 e Julius Evola, Metafisica del sesso, Mediterranee, Roma, 1969.
Cfr. Mircea Eliade, Le sacré et le profane [Il sacro e il profano], Gallimard, Paris, 1975 (originale 1957).
Al riguardo si consulti il periodico “Il problema ebraico”, edita da Ar, Padova, a partire dal 1999. Cfr. anche Piero Sella, Prima di Israele, cit.
Su questo argomento si veda Wilhelm Kammerer, Die Fälschung der Geschichte des Urchristentums [La falsificazione della storia del cristianesimo primitivo], Verlag für ganzheitliche Forschung und Kultur, Wobbenbüll/Husum, 1981.
La biografia di Gesù scritta dal gesuita Giuseppe Ricciotti (Mondadori, Milano, 1974 [originale 1941]) è un testo serio che può esere utilmente consultato come fonte di dati fattuali. Il Ricciotti scrisse questo suo libro per controbattere Ernest Renan (Vita di Gesù, Newton, Roma, 1994 [originale 1863]), autore della prima – ormai superata – ‘biografia laica’ di Gesù Cristo. [Nota del Curatore: Innovativi e fondamentali al proposito sono Mario Turone, Gesù e Paolo identificati nella storia profana, Guanda, 1958 e David Donnini, Nuove ipotesi su Gesù, Macro Edizioni, 1993 e Cristo – Una vicenda storica da riscoprire, Erre Emme, 1994].
Der Antichrist [L’Anticristo]. Poi quest’idea ebbe molti sostenitori, fra i quali un’autrice che meriterebbe di essere conosciuta meglio, Maximiane Portas (che scriveva con lo pseudonimo di Savitri Devi), che scrisse, fra l’altro, Souvenirs et réflexions d’une aryenne [Ricordi e riflessioni di un’ariana] (edizione dell’autrice, Calcutta, 1976) e Paul de Tarse ou Christianisme et Judaïsme [Paolo da Tarso, o Cristianesimo e giudaismo] (ARS, Cairo [?], 1981).
Ci si riferisca a qualsiasi storia seria delle religioni; ad esempio quella di Mircea Eliade (Histoire, cit.).
Sulla possibilità della sopravvivenza di pratiche spermatofagiche nelle Chiese cristiane, un documento è stato riproposto negli anni Novanta dall’Istituto Mediterraneo di Studi Politeisti di Marostica (Vicenza): Georges Le Clément de Saint Marcq, Eucaristia e spermatofagia (originale 1914).
Cfr. Mircea Eliade, Trattato, cit.
Cfr. Roberto Sicuteri, Lilith, la luna nera, Astrolabio, Roma, 1980.
Questo processo è descritto in modo magistrale da Louis Rougier nell’introduzione all’edizione francese dell’opera di Celso: Celse contre les chrétiens [Celso contro i cristiani], Copernic, Paris, 1977.
Wilhelm Erbt, Weltgeschichte auf rassischer Grundlage [Storia mondiale su basi razziali], Moritz Diensterweg Verlag, Francoforte sul Meno, 1925 [Nota del Curatore: la problematica della storia come opera non di un indistinto essere umano, ma di gruppi razzialmente determinati è stata affrontata anche da Eugène Pittard E., Les races et l‘histoire – Introduction ethnologique a l‘histoire, La Renaissance du Livre, Parigi, 1924 e C.D. Darlington, L‘evoluzione dell‘uomo e della società, Longanesi, Milano, 1973].
Der Mythus des XX. Jahrhunderts [Il mito del XX secolo].
Lo storico Heinrich von Treitschke (1834-1896) fu il grande teorico dell’idea secondo la quale la riforma luterana avrebbe rappresentato la ribellione dello “spirito nordico e germanico” contro la “schiavitù clericale verso Roma” – qualcosa di veramente fuori luogo. Fu sempre il Treitschke a romanticizzare per la prima volta i cavalieri teutonici, i quali, invece, erano stati estremamente mal visti nella Germania medioevale, sia dalla nobiltà che dagli strati popolari, in quanto considerati uno strumento del papato.
Hermann Güntert, Der arische Weltkönig und Heiland [Il re ariano del mondo e la Terra di Salvezza], Max Niemeyer, Halle (Saale), 1923.
Jenseits von Gut und Böse [Al di là del bene e del male].
Fu il “mondo indo-mediterraneo” di cui parlò per primo Vittore Pisani (L’unità culturale indo-mediterranea, in: AA.VV. “Scritti in onore di Alfredo Trombetti”, UTET, Torino, 1938). Cfr.: Marija Gimbutas, Old Europe, c. 7000-3500 b.C. [Antica Europa, dal 7000 al 3500 a.C.] (in: “Journal of indo-european studies”, I, 1973); Mircea Eliade, Histoire, cit.
Cfr. Carlo Pascal, Nerone, storia e leggenda, Melita, Genova, 1987 (originale 1901).
Louis Rougier, Une faillite: la scholastique [Un fallimento: la Scolastica], Pauvert, Paris, 1966; Celse, cit.
Cfr. Silvano Lorenzoni, Chronos, cit.
Si consulti, sapendolo interpretare, un qualsiasi buon manuale di teologia dogmatica., quale card. Massimo Massimi, La nostra fede. Manuale di teologia dogmatica per laici, Libreria Vaticana, Roma, 1938.
Hanns Heinz Ewers, Die letzte Wille der Stanislawa d’Asp [L‘ultima volontà di Stanislava d‘Asp], nella collana Die Besessenen [I posseduti], Georg Müller, Monaco di Baviera 1919.
Sull’argomento “suicidio” utile è il numero speciale 388 di “Historia”, Parigi. Cfr. anche Claude Guillon et Yvs Le Bonnec, Suicide, mode d’emploi [Suicidio, modo d’uso], Alain Moreau, Paris, 1982.
Sull’argomento “diavolo” c’è un’ampia letteratura, ad esempio Alberto Cousté, Biografía del diablo [Biografia del diavolo], Argos, Barcelona, 1978.
Cfr. Mircea Eliade, Histoire, cit.
Sugli sviluppi storici del manicheismo europeo cfr. Steven Runciman, The medieval manichee [Il manicheismo medioevale], Cambridge University Press, Cambridge (Inghilterra), 1969 (originale 1947).
Cfr. Mircea Eliade, De Zamolxis à Gengis-Khan, cit.
Edgar Dacqué, Urwelt, Sage und Menschheit [Mondo primevo, saga e umanità], Oldenbourg, Monaco di Baviera, 1928; Aus den Tiefen der Natur [Dal profondo della natura], Pfister und Schwab, Büdingen, 1944.
Su Luigi Pareyson cfr. Francesco Tomatis, Ontologia del male. L’ermeneutica di Pareyson, Città nuova, Roma, 1995.
Marcel Gauchet, Le désenchantement du monde [Il disincanto del mondo],Gallimard, Paris, 1985.
Rudolf Otto, Das Heilige, Beck, Monaco di Baviera, 1971 (originale 1917; ed. it.: Il sacro – L‘irrazionale nell‘idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, 1984).
Soirées de Saint Pétersbourg. (ed.it.: Le serate di Pietroburgo, Rusconi, 1971).
Albert Caraco, Breviario del caos, Adelphi, Milano, 1998 (originale 1982).
Al riguardo, utilissimo Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola (Mediterranee, Roma, 1969). Cfr. anche Ernst Kantorowicz, Federico II, Garzanti, Milano, 1940 (originale 1931).
Su questo argomento – per quel che riguarda la cristianizzazione dell’area germanica – cfr. Rainer Tetzner, Germanische Göttersagen [Saghe germaniche degli dei], Reclam, Stuttgart, 1994.
Cfr. Carlo Pascal, Dèi e diavoli, cit.
R.N. Coudenhove-Kalergi, Held oder Heiliger [Eroe o santo], Paneuropa Verlag, Wien, 1927.
Cfr. Jacques Soustelle, L’univers des aztèques [L’universo degli aztechi], Hermann, Paris, 1979.
In Lituania ha sede l’associazione ROMUVA, diretta dal prof. Jonas Trinkunas, che fa da punto di riferimento per i politeisti di tutto il mondo; e alla quale lo scrivente ha l’onore di appartenere. L’occasione del suo primo grande raduno internazionale, nell’estate del 1998, ebbe un notevole eco nella stampa indiana e in quella giapponese; e dall’India e dal Giappone furono ricevuti molti telegrammi di congratulazioni. Silenzio di tomba, invece, da parte dei media occidentali.
Carl Atzenbeck, Der Pyrrhussieg des Christentums [La vittoria di Pirro del cristianesimo], Blick+Bild Verlag, Velbert und Kettwig, 1964.
Julius Evola, Rivolta, cit.; Imperialismo pagano, Edizioni di Ar, Padova, 1996 (originale 1928).
Mircea Eliade, Trattato, cit.
Cfr. Jean-Charles Pichon, Histoire universelle des sectes et des sociétés secrètes [Storia universale delle sette e delle società segrete], Laffont, Paris, 1969.
Specificamente in Italia, ancora nel Seicento la Chiesa vietava la traduzione dei testi veterotestamentari; e le eventuali traduzioni erano mandate pubblicamente al rogo. Cfr. Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo, il Mulino, Bologna, 1997.
Gli ebrei subirono certamente delle persecuzioni durante il Medioevo – persecuzioni spesso di origine popolare e dalle quali generalmente furono salvati dalle autorità, sia ecclesiastiche che civili. Si trattò comunque di persecuzioni estremamente blande in confronto a quelle dirette contro i vetero e neopagani, contro i catari e albigesi e addirittura contro i musulmani.
Cfr. un interessante articolo di Maurizio Murelli sulla rivista “Orion” di Milano, dicembre 1999.
Ralph Perier è autore di tre provocativi opuscoli: Religion and race [Religione e razza], Liberty Bell (Stati Uniti), 1980; The Jews love christianity [Gli ebrei amano i cristiani], Liberty Bell (Stati Uniti), 1980; Christianity, a religion for sheep [Il cristianesimo, religione del gregge], Historical Review Press (USA), 1980.
Sullo sviluppo e il significato della Riforma protestante, utile Rivolta di Julius Evola, cit.
L’argomento del parallelismo fra protestantesimo e islam è stato sviluppato in dettaglio da Silvio Waldner in una sua conferenza a Trieste il 19.02.00; fatta quando fu annunciata la costruzione di una moschea nella capitale della Venezia Giulia. Ma già nel secolo XIX la strana affinità psicologica fra Maometto e Lutero era stata notata da un acuto storico ebreo, Bernard Lazare, nel suo L’antisémitisme (Documents et témoignages, Paris, 1969 [originale 1894; tr. it.: L’antisemitismo, Edizioni Sodalitium, Verrua Savoia, 1999]).
Soirées de Saint Pétersbourg.
Citato da Georges Batault, Aspetti della questione giudaica, Edizioni di Ar, Padova, 1984 (originale 1921).
Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano, 1991 (originale 1905). Werner Sombart, Der Bourgeois, Duncker und Humblot, Monaco di Baviera, 1913, ed. it.; Il borghese, Guanda, 1994; Gli Ebrei e la vita economica, Edizioni di Ar, Padova, 1997 (originale 1911).
Ad esempio: Werner Sombart, Gli Ebrei e la vita economica, cit.; Gerd Schmalbrock, Die Wahrheit kann nicht schaden [La verità non può fare male], Verlag IKC, Gladbeck, 1981; Jean Lombard, La face cachée de l’histoire moderne [La faccia nascosta della storia moderna], in proprio, Madrid, 1984.
Cfr. Julius Evola, Rivolta, cit.
Cfr. Mircea Eliade, Histoire, cit.
Questa notizia è riportata da Julius Evola, Rivolta, cit.
Cfr., ad esempio, card. Massimo Massimi, La nostra fede, cit.
Che l’America capitalista fosse il punto di riferimento dei bolscevichi dei primi tempi (perfino nella loro produzione letteraria – vedi il “poeta” Majakovskij), fu subito esplicito (cfr. Julius Evola, Americanismo e bolscevismo, ne “I saggi della Nuova antologia”, Edizioni di Ar, Padova, 1970 [originale 1929]). Sul lato filosofico del marxismo, un esposto esaustivo è quello di Gustav Wetter, Sowjetidelogie heute [L’ideologia sovietica, oggi], Fischer, Frankfurt am Main, 1979. Come l’ultimo marxismo ufficiale (URSS, Cina) presentasse la sua Era Messianica è descritto in modo chiaro da Heinrich Härtle, Die falschen Propheten [I falsi profeti], Vowinckel, Neckargemünd, 1973. La prassi del “socialismo reale” è data in AA.VV., Il libro nero del comunismo, Mondadori, Milano, 1998.
Per quel che riguarda il modus operandi e la teoria del capitalismo, buona è la pubblicazione “L’Antibancor” delle Edizioni di Ar, Padova. Nel numero speciale 48 di dicembre 1999 della rivista “L’uomo libero” di Milano si troverà, di Mario Consoli, Contro il dio denaro – Metamorfosi degli strumenti economici dalle origini alla tirannide mondialista, un esauriente esposto di questo argomento, corredato da un’ottima bibliografia in lingua italiana. La prassi del “capitalismo reale” è ben esposta (sia pure con le limitazioni inevitabili a chi si rifaccia ad un paradigma marxista) anche in AA.VV., Il libro nero del capitalismo, Tropea, Milano, 1999. L’escatologo degli usurai, Francis Fukuyama, si fece un nome col suo La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992.
Max Weber, L’etica protestante, cit.
Mircea Eliade, Le sacré et le profane, cit.
Ne sia qui menzionato uno che riassume l’argomento in modo molto tipico: Dietrich Bronder, Christentum in Selbstauflösung [Autodissoluzione del cristianesimo], Pfeiffer, Hannover, 1956. Questo libello ebbe una grandissima circolazione nella Germania degli anni Sessanta.
Il “razionalismo etico” iniziato da Immanuel Kant con la sua Kritik der praktischen Vernunft [Critica della ragione pratica] fu in realtà un tentativo di lanciare un salvagente allo jahwismo bibliolatrico in un’epoca di incipiente allontanamento dalla devozione religiosa. Kant, che come epistemologo fu una delle menti più grandi di tutti i tempi, nella Kritik der praktischen Vernunft cadde in una trappola che egli stesso, inconsapevolmente, si era tesa: il decaloghismo, estromesso per la porta, fu fatto rientrare per la finestra, camuffato da ‘legge morale’ automanifestantesi a ogni ‘umano’ (di checché si possa trattare), in quanto tale.
Descritta perfettamente da Hans Hartmann, Cant, die englische Art der Heuchelei [Cant, l‘arte inglese dell‘ipocrisia], Junker und Dünnhaupt, Berlin, 1940.
Walton Hannah, Darkness visible [Tenebre visibili], Augustine Press, Chumleigh (Inghilterra), 1980.
Cfr. Umberto Malafronte, La tentazione di Faust, Edizioni di Ar, Padova, 1989; l’ottimo John Kleeves, Sacrifici umani – Stati Uniti: i Signori della Guerra, il Cerchio, Rimini, 1993.
Jonathan Schell, Das Schicksal der Erde [Il destino della Terra], Piper, Monaco di Baviera, 1982.
Cfr. Alain De Bénoist, Oltre l’Occidente: Europa e Terzo Mondo: la nuova alleanza, La Roccia di Erec, Firenze, 1986.
Cfr. Alexandre Del Valle, L’islamisme et les Etats Unis [L’islamismo e gli Stati Uniti], L’âge d’homme, Lausanne, 1997. – È stato osservato dal già citato August Vogl che il monoteismo è la dottrina ideale per i buoni a nulla: chi è per natura un abbietto (ed egli, generalmente, sa di esserlo, sia pure a livello semiconscio) si aggrappa a una dottrina (un monoteismo: confessionale o laico) che gli conferisce una pagliaccesca “dignità” mettendolo nel novero degli “eletti” (o dei “giusti”); per nascita (ebraismo) o per “cooptazione” o per “conversione” (cristianesimo, islam, marxismo). L’islam è una forma particolarmente semplicistica di monoteismo, perfettamente adatta all’intelligenza larvale dei risentiti del Terzo Mondo, dei quali è divenuto, nel 1975-80, il cavallo di battaglia. Interessante il fatto che perfino in India, paese quasi totalmente terzomondista, i monoteisti (musulmani, soprattutto, ma anche cristiani) sono visti come ‘feccia’ dal resto della popolazione.
Dal punto di vista strutturale, i culti monoteisti hanno molto in comune coi partiti politici.
Carl Atzenbeck, Der Pyrrhussieg, cit.; Julius Evola, Imperialismo, cit.
Il biologo molecolare Jacques Monod, per molto tempo marxista, fa questa osservazione nel suo conosciutissimo Le hasard et la nécessité, Seuil, Paris, 1970 (ed. it.: Il caso e la necessità, Mondadori, 1974). Ma anche, ad esempio, Poul Anderson, scrittore di fantascienza di spicco negli USA e materialista a oltranza, gli fa coro (ad esempio, vedi Is there life in other worlds?, C’è vita in altri mondi?, Collier, New York, 1963). L’Anderson è personaggio di spicco negli ambienti progressisti e scientifici americani.
Ad esempio, Rino Cammilleri nel suo (pur pregevole) pamphlet diretto alla gioventù: Fregati dalla scuola, Effedieffe, Milano, 1997.
La problematica della scienza moderna è discussa con qualche dettaglio dall’autore nel suo libro di prossima pubblicazione, Chronos, cit.
La scienza ufficiale cosiddetta ‘pura’ soggiace alla visione segmentaria del tempo, che condiziona gli ‘scienziati’ per via subliminale. Ogni cosa deve avere avuto un ‘inizio’ di qualche genere e deve ‘tendere’ a qualcos’altro. Dunque, ad esempio, l’idea che l’universo abbia avuto origine in una certa data attraverso un’esplosione primordiale (“big bang”) e che tenda alla ‘morte termica’. Anche la vita deve avere avuto una qualche ‘origine’, salvo poi ‘evolversi’ in obbedienza ad automatici meccanismi. Il darwinismo e il ‘creazionismo’ biblista sono antitetici solo in apparenza: in realtà sono due pagliacciate che l’una vale l’altra.
Eureka, ed. originale 1848, da una conferenza tenuta il 3 febbraio 1948, ed. it.: Eureka – Un poema in prosa, Bompiani, 2001, testo inglese a fronte.
Cfr., Mircea Eliade, Trattato, cit. Ma questo l’Eliade lo documenta in tantissime sue opere.
Kurt Hübner, in Die Wahrheit des Mythus [La verità del mito] (Beck, Monaco di Baviera, 1985), argomenta in modo convincente che un arricchimento tecnologico ci sarebbe potuto essere anche in ambiente ‘mitico’ (politeista) – ma che avrebbe avuto un significato molto diverso e delle conseguenze molto meno catastrofiche di quanto è stato il caso in un mondo monoteista.
Cfr., Mircea Eliade, Herreros y alquimistas [Fabbri e alchimisti], Alianza, Madrid, 1974 (originale 1956). L’Eliade documenta anche come ogni “progresso” tecnico (in particolare, l’avvento dell’Età del Ferro) abbia portato a un generalizzato impoverimento.
Fëdor Dostoevskij lo afferma nel migliore dei suoi romanzi, I demoni, e così Julius Evola in Imperialismo, cit.; Friedrich Nietzsche (citato da Daniel Halévy, Vita eroica di Nietzsche, Il Borghese, Roma, 1974) vede la tecnica come una chimera autoconsapevole; Oswald Spengler, nel suo Der Untergang des Abendlandes, definisce l’ingegnere “il sacerdote della macchina”.
Theodore Kaczynski (‘Unabomber’), Il manifesto contro la civiltà tecnologica, SEB Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino, 1997.
Non ci si addentrerà questo argomento, già trattato in dettaglio da Silvio Waldner in La deformazione della natura – Disordine razziale e catastrofe ecologica, Edizioni di Ar, Padova, 1997. Cfr. anche le ampliazioni che Silvano Lorenzoni, commentando il testo del Waldner, ha pubblicato nel foglio di diffusione libraria “Margini”, di Salerno, di aprile 1999.
Cfr. A. Kroker e M. Weinstein, Data trash, Urra, Milano, 1996. Gli autori mostrano qualche preoccupazione per quali potrebbero essere gli sviluppi ultimi di queste tendenze, soprattutto quando tutta l'”autostrada virtuale”, alias la “rete” dovesse essere completamente in mano alla classe capitalista (che loro chiamano la ‘classe virtuale’).
Sulle teorie di Neil Postman, cfr.: Hildegonde du Bois, Hoe media de kultuur veranderen [Come i media cambiano la cultura], nella rivista “Teksten, kommentaren en studies” (Olanda), Desember 1987; Christian Erdmann, Wie man sich zum Tode vergnügt [Come divertirsi fino a morire], rivista “MUT”, Asendorf, luglio 1985.
Eccellente, al riguardo, Massimo Fini, Il denaro, Marsilio, Venezia, 1998. Cfr. anche i riferimenti a nota .
Cfr. Silvio Waldner, La deformazione della natura, cit.
Cfr. Max Weber, L’etica protestante, cit.
L’analisi qui presentata segue quella fatta da Silvio Waldner in una conferenza data a Vicenza il 22.05.99, il cui testo è stato pubblicato sulla rivista “L’inferocito” di Lonigo (Vicenza). Un’analisi analoga (ma che non giunge alle ultime conseguenze) viene svolta da Maurice Cury nell’introduzione al Libro nero del capitalismo, cit. Utile è anche: Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, Baldini e Castoldi, Milano, 1995.
Citato da Heinrich Härtle, Die falschen Propheten, cit.
Nicholas Negroponte, Essere digitali, Sperling e Kupfer, Milano, 1995.
Guillaume Faye, L’archéofuturime, L’Aencre, Paris, 1998 (tr. it.: Archeofuturismo, SEB Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino, 1999).

La maggioranza di queste casistiche sono state analizzate da Guillaume Faye. I punti (a) e (b) sono trattati in dettaglio da Silvio Waldner, La deformazione della natura, cit.; sul punto (c) il medesimo ha tenuto un’illuminante conferenza a Crespano del Grappa (Treviso) il 26.11.99. Sul punto (h), utile è Lester Thurow, Il futuro del capitalismo, Mondadori, Milano, 1996; sul punto (n) vedi Jeremy Rifkin, Il secolo biotech, Baldini e Castoldi, Milano, 1998. 

Fonte della copia: http://www.thule-italia.net/religione/monoteismo.html

 

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