Le piante insegnano... e le tossine aiutano l'evoluzione




Le tossine dello stramonio (del giusquiamo e di
molti altri allucinogeni) conducono i predatori alla pazzia,
immettendo nel loro cervello visioni tanto spiacevoli o orribili da
indurli a rinunciare al pasto. Sostanze composte chiamate flavonoidi
modificano il gusto della polpa della pianta sulla lingua di alcuni
animali, rendendo aspro un frutto dolcissimo e dolce uno aspro, a
seconda delle intenzioni della pianta. Fotosintetizzatori presenti in
specie come la pastinaca selvatica, causano ustioni agli animali che
li ingeriscono; i cromosomi esposti a queste sostanze mutano
spontaneamente se esposti alla luce ultravioletta. Una molecola
presente nella linfa di certi alberi impedisce ai bruchi che ne
assaggiano le foglie di svilupparsi in farfalle.

Con l’esperienza, gli animali riescono a capire – a volte nel corso di
eoni, altre di una sola vita – quali piante sono sicure da mangiare e
quali proibite. Esistono anche le controstrategie evolutive: processi
digestivi disintossicanti, tattiche nutritive che riducono i rischi
(come quella della capra, che bruca molte piante differenti ma in
quantità innocue) o potenziano capacità di osservazione e memoria.
Quest’ultima strategia, in cui eccellono in modo particolare gli
uomini, permette a un essere vivente di apprendere dai successi e
dagli errori di un altro.


Naturalmente gli “errori” sono particolarmente istruttivi, finché non
sono fatali. Infatti alcune tossine che in forti dosi uccidono, se
assunte in piccole quantità e aumentate gradualmente possono avere
effetti interessanti, sia per gli animali che per gli esseri umani.
Secondo Ronald K.Siegel, un farmacologo che ha studiato gli effetti
dell’ebbrezza sugli animali, è frequente che essi sperimentino con
cautela le tossine vegetali; quando trovano una pianta tossica, vi
tornano più volte, talvolta con esiti disastrosi. Il bestiame può
sviluppare una predilezione per l’astragalo che in certi casi risulta
fatale; le pecore delle Montagne Rocciose si spezzano i denti per
grattare via un lichene allucinogeno dalle rocce sporgenti. Siegel

suggerisce che alcuni di questi animali temerari abbiano rivestito per
noi il ruolo di Virgilio nel giardino delle piante psicoattive. 


Le capre, che assaggiano un po’ di tutto, hanno forse il merito di avere
scoperto il caffè: i pastori abissini, nel x secolo, osservarono
infatti che i loro animali diventavano particolarmente vivaci dopo
aver mangiucchiato le lucenti bacche rosse di un cespuglio. I
piccioni, storditi dai semi di cannabis (uno dei cibi preferiti di
molti uccelli), potettero avere suggerito agli antichi cinesi (o agli
ariani, o agli sciti) le speciali proprietà di questa pianta. Secondo
una leggenda peruviana, sarebbe stato il puma a scoprire il chinino:
le popolazioni indigene osservarono che spesso i felini malati
guarivano dopo avere mangiato la corteccia dell’albero della china.


Gli indios tukano dell’Amazzonia notarono invece che i giaguari, di
norma carnivori, mangiavano la corteccia dello yaje e avevano
allucinazioni; coloro che ne seguirono l’esempio dicono che la pianta
di yaje dà loro gli “occhi del giaguaro”...


Michael Pollan

(Tratto da: La Botanica del Desiderio)



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