Buddismo - Istruzioni per la pratica di Dharma per il mese di Aprile 2014 (2558 E.B.)



Una delle tre caratteristiche dell’esistenza condizionata è l’impermanenza dei fenomeni materiali e mentali (in sanscrito: anitya). I testi buddhisti dell’Abhidharma spiegano che nella nostra mente piccoli movimenti di pensieri, percezioni, sensazioni ecc nascono e muoiono velocissimamente. La neuroscienza moderna conferma che durante una giornata abbiamo in media c. 60 000 pensieri; cioè circa 40 in ogni minuto!

Di solito noi ci attacchiamo alle cose piacevoli e vogliamo che siano durevoli. Quando non lo sono, siamo delusi e soffriamo. Stranamente gli esseri umani si attaccano anche alle cose dolorose; portano con sé e ruminano continuamente sofferenze, rancori ecc.

Per la pratica del mese di aprile consiglio:
1) nella meditazione seduta osservare l’impermanenza e mutevolezza dei fenomeni nel modo che risulti più adatto al praticante: inizio e fine di ogni respiro; sorgere e trapassare dei pensieri; suoni; o tutti i fenomeni senza scelta. Dimentichiamo le idee e la nostra storia personale e osserviamo solo quello che succede.
2) durante la giornata essere consapevole del flusso dei fenomeni fisici e mentali, notando p.es. come stati mentali felici e non-felici sorgono a causa di stimoli ed eventi.

Possiamo chiederci di vedere se stessi e gli altri per come sono in questo momento - non l'immagine, non l’identificazione fissa, non quello che vogliamo essere. Chiediamoci molto semplicemente: "Che cosa sta succedendo in questo istante, dentro e fuori?"


Anticamente i buddhisti usavano a compendio dell’insegnamento queste parole del Buddha sull’impernamenza e causalità:
Ye dhammà hetuppabhavà tesam hetum Tathàgato àha tesam ca yo nirodho evam vàdi Mahàsamano.”

Traduzione:
Tutti i fenomeni sono nati da una causa; le cause sono state insegnate dal Tathàgata. Il Grande Monaco ha insegnato anche la cessazione di ogni fenomeno."

La versione in sanscrito è diventata un mantra nel buddhismo vajrayana:
Om ye dharmà hetuprabhàva hetun teshan Tathàgato hyavadate teshan ca yo nirohda evam vàdi Mahàshramana ye svàhà.”


Osservando la transitorietà e interdipendenza dei fenomeni in profondità, il praticante comincia a intuire la dimensione senza tempo che è al di là dell’impermanenza, e può all’improvviso liberarsi da qualche zavorra mentale.
Un esempio della liberazione improvvisa è la storia della monaca giapponese Chiyono (1223-1298 d.c.). Lei studiò per anni e anni in Cina, ma non aveva nessun progresso. Una notte stava portando un vecchio secchio pieno d'acqua. E mentre camminava solitaria, guardava la luna piena riflessa nell'acqua del secchio. Improvvisamente, la canna di bambù che sorreggeva il secchio, si ruppe e il secchio cadde a terra. 

L'acqua fuggì via, il riflesso della luna scomparve e Chiyono diventò illuminata. La monaca Chiyono si ritirò nella sua cella e scrisse:
"In un modo e nell'altro 
ho cercato di sorreggere il secchio
 
sperando che il debole bambù
 
non si sarebbe mai spezzato.

Improvvisamente il sostegno si è rotto. 
Non più acqua,
 
non più luna nell'acqua:
 
il vuoto nelle mie mani..."


Ashin Mahapanna,  alias Taehye sunim

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