La realtà del Buddha, nell'immaginario giornalistico




Serio, ma spiritoso. Deciso, ma non precettistico. Sintetico, ma non superficiale. Ecco una forma di alta divulgazione, quella che manca sempre in Italia. La divulgazione, nel nostro paese, ha sempre un sapore contorto: Giulio Cesare Giacobbe riesce invece a parlare in modo semplice e non intellettualistico, scrive in modo tale da raggiungere chiunque, senza alcuna pretesa di verità assoluta. Il libro Come diven­tare un Buddha in cinque settimane (Ponte alle Grazie, 134 pag.), sin dal titolo dichiara le proprie intenzioni sarcastico-ironiche. 




Primo requisito essenziale per un buddista è, per Giacobbe, non prendersi troppo sul serio. D'al­tronde, su questo punto dovrebbero convenire quasi tutti, indipendentemente dalla loro attività. Un altro vizio nazionale, da paese del melodramma quale siamo, è quello di vivere ciò che è serio in modo serio­so. Ci conforta Ennio Elaiano, con una celebre battuta: «La situazione è tragica, ma non seria».

Riferendosi alla presentazione del volume, avvenuta a Roma, Gia­cobbe ci ha raccontato: «È interve­nuta Barbara Alberti, che ha fatto un intervento in difesa del libro, contro dogmi e oscurantismi. Sapete com'è la Alberti, no? Qualcuno del pubblico si è sentito vilipeso e ha detto che così lei offendeva altre confessioni diverse da quella buddista. 


Se avessi saputo che scrivendo questo libro sarebbe successo que­sto casino, non l'avrei scritto». Giacobbe è un tipo assai pacifico: è genovese, ha quella freschezza e spontaneità da cittadino di mare, la sua città d'elezione è Napoli, e scher­za sempre con improbabile accento napoletano e in partenopeo si lancia persino in barzellette. Sostiene che il Buddha e Napoli hanno molto in comune. In che senso? «La religio­ne buddista nasce come risposta a quella che era la religione dominante dell'epoca, la filosofia vedica. Per i Veda, tutto era Spirito. Noi siamo particelle della realtà cosmica spiri­tuale. Il Buddha, anzitutto, riafferma l'importanza della materia, del dato sensoriale».


Giacobbe è un epicureo, e si dichiara in piena armonia con la filosofia buddista: «Il buddismo è anzitutto una filosofia pratica, un manuale di sopravvivenza, diremmo oggi. Insegna a superare ogni forma di sofferenza, con esercizi specifici, che ho sintetizzato e riportato nel libro. Il Buddha era un realista molto terra terra. Un empirista, diremmo noi. Il Primo Potere è il controllo della mente. Ma è solo il primo passo, quantunque difficilissimo. Qui lo Zen si ferma. Ma il Buddha è andato oltre. Scopo del libro è il raggiungimento dello stato di buddità, punto a cui può arrivare chiunque, in cinque settimane. È una condizione psicologica di serenità, non altro. Per esempio, nell'amore, occorre accettare l'altro per quello che è, senza pretendere di cambiarlo. Così, di questo passo è possibile arrivare all'amore universale».

A proposito, giacché - in ogni caso - lo Zen è pur sempre l'unica scuola fedele al buddismo delle origini, in esso vi è una meravigliosa sentenza: «Se sei attaccato a una parete di roccia, non devi pensare, altrimenti cadi». Continua Giacobbe: «Io non penso quasi più. Di mestiere faccio l'intellettuale, parlo in continuazione, scrivo libri, ma non penso più. Il pensiero si fa da solo. Non esiste l'anima, non esiste Dio, non esiste vita oltre la morte. La verità è inafferrabile. 


Occorre smetterla di vivere dentro la mente, o nel pensiero, e vivere nella realtà. Noi non siamo consapevoli di quanto automatismo ci sia nel nostro pensiero». Giacobbe spinge sull'acceleratore: «Nella visione del Tantra, ad esempio, sono le donne che insegnano agli uomini il piacere e il dolore, ed essi non hanno limite: sono due abissi senza fine che ci permettono di avvicinarci alla divinità. Il corpo è come uno strumento, per esempio un pianoforte, e noi è come se ci suonassimo sopra il motivetto di S. Martino campanaro. E’ l'azione che uccide il pensiero. Se uno avesse sempre a disposizione una donna con cui andare a letto, non si scriverebbero più poesie».

Luca Archibugi (Il MESSAGGERO del 7 Gennaio 2006)

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Commento di Aliberth Mengoni: 

"Premesso che Giacobbe in qualche punto può anche sfiorare la verità del Buddha, è indubbio che poi egli se la cucina e se la condisce a modo suo. Ciò non è esattamente il miglior modo per propagandare una dottrina che, seppur intenzionata ad eliminare la sofferenza, è pur vero che insegna a farlo in modo totalmente opposto a quello a cui si riferisce Giacobbe. Lui predica l’epicureismo, che poi sarebbe la ricerca del piacere nudo e crudo (e perché, le persone cosa fanno di solito?), mentre a me pare che l’insegnamento del Buddha parli più di una “rinuncia” sia al dolore che al piacere, che poi sarebbe la sua avanguardia. Se la mente non cercasse il piacere, essa non resterebbe male quando poi il piacere finisce e allora, ahinoi, comincia il dolore. Quindi, si ponga una estrema attenzione e cautela alla filosofia spirituale ‘fai-da-te’, così come il buon Giacobbe consiglia, assimilando come adepti di sicuro tutte quelle persone che, in un modo o nell’altro, gradiscono il Buddhismo proprio perché possono interpretarlo a modo loro. Ma questo tipo di Buddhismo funziona solo per un po’ di tempo. Poi, quando si arriva alla resa dei conti, morendo o spesso anche prima, tutto il karma accuratamente evitato, si ripropone in modo terribile ad angustiarci e addolorarci ancora di più…"



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