Corgata - Calcata - Calcutta - Kolkata ... Se un un nome dice qualcosa





Molte volte ho evidenziato la somiglianza glottologica fra la Calcata della Tuscia e la Calcutta del Bengala. Infatti cercando su Google alla voce Calcata appare anche Calcutta, dato che entrambe si pronunciano allo stesso modo. Ma la differenza è chiaramente etimologica, infatti nell’800 allorché gli inglesi si insediarono nel golfo del Bengala costruirono una città che potesse rappresentare l’impero in quelle lande. La città fu edificata sulle rive del fiume Gange nei pressi di un villaggio consacrato alla Dea Kali, “Kali Kat” (il luogo di Kali), perciò la nuova città prese il nome da quel luogo preesistente ma siccome gli inglesi non sapevano (o non volevano) pronunciare accuratamente quella parola  per loro ostica traslitterarono il nome in Calcutta (pronunciato Calcata). 

Passarono gli anni e siccome una lingua è in perenne mutazione gli indiani che mal pronunciavano l’inglese ulteriormente storpiarono la dizione facendo diventare la città Kolkata (che presentemente è stata ufficializzata anche nelle carte geografiche). 

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Diversa è la storia della denominazione della nostra Calcata…. che significa “schiacciata” essendo un acrocoro più basso di tutto il pianoro circostante ed invisibile alla vista, infatti chi visita Calcata vedrà che da qui non si osserva alcun orizzonte se non il cerchio delle piane che circondano il paese. In dialetto locale il posto veniva chiamato “corgata” ma evidentemente la pronuncia fu italianizzata nella oggi familiare Calcata. 

Ma i suoi abitanti continuarono a chiamarsi corgotesi o cargatesi. L’orografia di un territorio contribuisce a creare anche la sua storia, perciò il fatto che Calcata (in questo caso la nostra Calcata) fosse nascosta ed isolata per secoli e secoli contribuì alla formazione di una mentalità e di un sistema di vita. Sino agli anni’60 del secolo scorso il paese era chiuso in se stesso, non avendo vie di comunicazione che lo congiungessero al resto della Tuscia, ed i suoi abitanti erano un clan circoscritto (una “tribù perduta” direbbero gli ebrei..) con propri costumi e regole, insomma la piccola comunità era doppiamente “cargata” (calcata) sia in senso metaforico che geografico…. 

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Ed ecco che, a partire dai primi anni ’80 del secolo scorso, per mia “colpa” e di alcuni altri, improvvisamente il paesino si vide proiettato nei media e divenne pian piano un “villaggio di culto”, un culto alternativo e stranamente a metà strada fra il vecchio ed il nuovo, anzi il nuovissimo…. Giacché Calcata è divenuta il simbolo di un modello alternativo di vita in continua fase sperimentale… 

Il motto che avevo lanciato per significare il valore di tale sperimentazione era: “Una, cento, mille Calcata!” Mi sovviene ora di un detto di T.A. Edison, l’inventore della lampadina elettrica, il quale dopo aver compiuto innumerevoli esperimenti, tutti falliti,giunse al millesimo tentativo e disse al suo gruppo di lavoro, a mo’ d’incoraggiamento: “stavolta è la volta buona, questo esperimento riuscirà, ne sono sicuro…”.  

Ricordo un altro evento che accadde prima di una difficile battaglia in Giappone in cui il principe condottiero, sfavorito dal numero, lanciò in alto una moneta dicendo ai suoi soldati “se viene testa vinceremo se viene croce saremo sconfitti” uscì testa ed i guerrieri entusiasti vinsero facilmente la battaglia, subito dopo l’ufficiale di campo si recò dal condottiero e gli annunciò “non ci si può opporre al destino, abbiamo vinto!” al che il duce esclamò “davvero…?” e gli mostrò la moneta con due teste…! 

Scusate la divagazione, stavo parlando della lampadina… ah, sì, quel millesimo esperimento riuscì e nacque la prima lampadina elettrica… Ma per la creazione della società ideale di Calcata non siamo arrivati a quel punto “critico” in cui la va o la spacca, siamo anzi ben lungi, e la sperimentazione è ancora molto imperfetta, addirittura talvolta sembra che Calcata sia uscita dai binari della idealità, sembra che Calcata sia entrata nell’ambito della finzione scenica, dell’esperimentare per scena… (o per denaro, come all’isola dei famosi…). 

Ma di tanto in tanto scopro che qualche piccola verità si manifesta,che qualche pizzico di sincera ricerca ancora permane nell’alchimista un po’ disilluso che è il “cargatese” di oggi... Mi riferisco alla ricerca culturale del Teatro Cinabro, alla quale ho anch'io partecipato e che porto nel cuore anche ora che ho lasciato "fisicamente" Calcata. Penso inoltre all'esperimento di alcuni amici lì rimasti che strenuamente cercano di riportare la normalità nella comunità calcatese, restituendola al suo habitat naturale, e ricostituendola  attraverso l'esempio concreto, senza specchietti né riverberi, semplicemente rimboccandosi le maniche e lavorando (più o meno) in silenzio....

Paolo D'Arpini

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Ramanashramam - Cinque Versi sul Sé - Five slokas on the self


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Questi sono gli ultimi versi composti da Sri Ramana Maharshi. Furono scritti su richiesta di una devota, Suri Nagamma, autore del libro “Lettere dal Ramanasram”.

Bhagavan li scrisse in Telegu, usando però una forma metrica Tamil, chiamata venba, e quindi li tradusse in Tamil. Poiché già esisteva una composizione di Shankara chiamata 'Atma Paanchakam', Bhagavan decise di chiamare la sua composizione 'Ekatma Panchakam'.
Commento a cura di Bodhanda
1. When, forgetting the Self, one thinks that the body is oneself and goes through innumerable births and in the end remembers and becomes the Self, know this is only like awaking from a dream wherein one has wandered over all the world.
1. «Quando, dimenticando il Sé, si pensa di essere il corpo… Quando si è errato fra innumerevoli nascite... Quando, alla fine ricordando si diviene il Sé… Sappi che è solo come svegliarsi da un sogno, in cui si è vagato in tutto il mondo.»
L’avidya, l’ignoranza metafisica dell’essente sulla sua stessa natura di puro essere, rende l’individuazione (o alterità o percezione) meta preminente all'attenzione dell’essente. La percezione definisce l’alterità e quindi l’individuo, il quale opera nel tempo quivi definito, in luogo dell’essente. Così il fenomenico diviene la sfera vitale, dove l’ente, identificato col corpo, con la percezione dei sensi, persa la consapevolezza di essere, si ritiene esistente grazie alla percezione dell’individuazione; è questa a credere, a credersi esistente: individuo. Credenza in luogo di consapevolezza, individuo in luogo di essenza. È questa individuazione- credenza a rimanere quale seme causale e a manifestarsi nel ripristino della percezione, dopo l’esaurimento degli involucri precedenti.
L’essente in sé non è soggetto al tempo, perché la sua Realtà è al di là di ogni tempo. È a questa Realtà che l’essente reintegra sé medesimo; tutte le individuazioni man mano interpretate, con i relativi involucri indossati, assumono la consistenza di un sogno già finito. L’alterità e la conseguente individuazione marcano il tempo definendolo. Alla loro risoluzione nella conoscenza, anche il tempo perde consistenza, sottraendo l’oggettività al fenomenico: le vite sono state un errare nel sogno.
2. One ever is the Self. To ask oneself ‘Who and whereabouts am I?’ is like the drunken man’s enquiring ‘Who am I?’ and ‘Where am I?’
2. «Si è sempre il Sé. Chiedersi “Chi e dove sono ?” È come l’ubriaco che si chiede “Chi sono?” e “Dove sono?”»
L’essente, il Sé e l’Essere sono un’unica e identica Realtà. Non c’è un solo momento, un solo istante in cui non si sia ciò che si è: l’essente. Esso è il medesimo Sé o atman di cui parla la tradizione, identico a Quello: il Reale. Chiedersi “Chi sono io?” è l’azione di chi, ubriaco del fenomenico, completamente accecato dall'ignoranza metafisica o avidya, crede che basti una domanda o una azione fenomenica a disciogliere l’individuazione che crede di essere. L’indagine sull'io necessita del distacco per prendere le dovute distanze dall'io stesso, per poterlo vedere e identificare in tutti i suoi aspetti, e della discriminazione per distinguere fra i vari livelli di oggettività nella percezione. La pura Realtà, l’Essere, il Sé, tutto questo è lo stato naturale dell’essente. Nessuna distanza spazio-temporale separa l’essente da ciò che è, solo l’ignoranza metafisica, che insieme è e non è.
3. The body is within the Self. And yet one thinks one is inside the inert body, like some spectator who supposes that the screen on which the picture is thrown is within the picture.
3. «Il corpo è nel Sé. Nonostante questo, si pensa invece di essere dentro il corpo inerte, come quegli spettatori credono che lo schermo sia entro il film che ivi si proietta.»
Ritenere la coscienza di altro più reale della consapevolezza in sé è l’ignoranza metafisica. La sovrapposizione della percezione sull'essenza che ne è sostrato è l’ignoranza metafisica della propria autoesistenza, indipendentemente da ogni sensorialità. In questa ignoranza vengono accumulati tutti quei dati sensoriali che invece di essere immediatamente risolti sono oggetto di adesione-apprensione.
In questa ignoranza si formano le erudizioni: accumuli, contenuti, affettività in luogo di riconoscimento del libero fluire del continuo divenire.
4. Does an ornament of gold exist apart from the gold? Can the body exist apart from the Self? The ignorant one thinks ‘I am the body’; The enlightened knows ‘I am the Self’.
4. «Potrebbe mai esistere un gioiello d’oro senza l’oro? Può esistere il corpo separato dal Sé? L’ignorante pensa “Io sono il corpo”. L’illuminato conosce “Io sono il Sé”.»
È l’ignoranza a far credere all'acqua del mare di essere un’onda, a far credere alla neve di essere un pupazzo, a far credere all'essente di essere un corpo fisico, un corpo emotivo, un corpo mentale. Il corpo mentale aderisce ad ogni percezione che lo impressiona, il corpo emotivo aderisce ad ogni vibrazione che lo attraversa, il corpo fisico aderisce al tempo-spazio in cui si manifesta. Come “attratto” nel mondo dei nomi e delle forme, è di questi che l’essente si riveste, dimentico di essere il
puro sempiterno Sé, non nato, non morto, non creato. Nell’ignoranza metafisica crede di iniziare, di spostarsi e di terminare. Nella conoscenza metafisica, l’illuminato sa di essere ciò che è e non diviene.
5. The Self alone, the Sole Reality, exists for ever. If of yore the First of Teachers revealed it through unbroken silence say who can reveal it in spoken words?
5. «Solo il Sé, unica Realtà esiste per sempre. Se dai tempi dei tempi il Primo dei Maestri, lo [ha] rivelato attraverso il silenzio ininterrotto, dimmi chi può rivelarlo con la semplice parola?»
È l’accesso a questa Realtà suprema, né immobile né non immobile, ad essere evocata nelle parole di ogni tradizione trascendente il fenomenico. La Realtà non può essere descritta né dalle parole, né dalle non parole, ma non esiste dito più grande del silenzio per indicarla. Un silenzio che risuoni possente in quelle menti svuotate da ogni contenuto e placate da una sadhana adeguata. Sri Ramana pur indirizzando ad indagare su colui che si interroga, pur supportando diversi percorsi, ha istruito attraverso il silenzio; un silenzio coltivato con attenzione da chi arrivava e arriva da tutto il mondo pur di meditare in sua presenza. In silenzio.

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Translated in English by Prof. K Swaminathan
Translated in Italian by Vidya Bharata - 27 Jul y 2006
Commentary in Italian by Bodhananda
From “The collected works of Sri Rama na Maharshi”, pag. 130 - Digital Edition by Ramanasram
www.ramana-maharshi.it

In memoria di Enrico Mattei martire dell'imprenditorialità italiana


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Nell'ottobre del 2015 andai a Matelica, il paese in cui visse Enrico Mattei, assieme a Lorenzo Luccioni e ad Alberto Meriggi, per assistere ad una commemorazione dello sciopero femminile che ci fu parecchi anni fa per i diritti delle lavoratrici del comparto tessile. 

(Vedi: https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2015/10/23/matelica-memoria-e-storia-del-lavoro-nel-tempo-resoconto-del-convegno-organizzato-dallo-spi-cgil-il-23-ottobre-2015/)

La presenza di Enrico Mattei a Matelica è sempre molto sentita... Enrico Mattei fu  l’unica persona al mondo che ha osato sfidare le potentissime “Sette Sorelle” del petrolio. 
Ed il 27 ottobre 1962 è stato assassinato.


Ecco le Corporation anglo-americane sicuramente co-interessate: Standard Oil of New Jersey (statunitense, oggi Exxon-Mobil), Royal Dutch Shell(anglo-olandese, rimasta Shell), Anglo Persian Oil (britannica, oggi BP), Standard Oil of New York (statunitense, oggi Chevron-Texaco),Socony (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Standard Oil of California (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Gulf Oil (statunitense, oggi Chevron-Texaco)


(P. D'A.)




Chi ha ucciso Enrico Mattei?
Enrico Mattei fu assassinato, il suo caso insabbiato, i testimoni messi a tacere. Ma una cosa è certa: l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’ENI e che cadde la sera del 27 ottobre 1962 a Bascapé, alle porte di Milano, fu sabotato.
Era un uomo che dava molto fastidio. La strategia di Mattei era volta a spezzare il monopolio delle “sette sorelle”, non soltanto per il tornaconto del nostro ente petrolifero, ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.
Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartiscono le ricchezze del mondo.
Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ‘90, risulta inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi. Per il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato. Vincenzo Calia giunge vicino alla soluzione del caso e formula l’ipotesi dell’attentato, ma non può provarla. Scrive Calia: “L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”. Calia ha dimostrato che l’esplosione che abbatté il bimotore Morane-Saulnier su cui viaggiavano il presidente dell’ENI, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo. Le prove contenute nelle 208 pagine del fascicolo dimostrano anche che l’inchiesta del 1962, presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi, conclusasi dichiarando l’impossibilità di “accertare la causa” del disastro, fu in realtà un mostruoso insabbiamento.
Finora davanti alla sbarra è finito soltanto un contadino di Bascapé, Mario Ronchi, accusato di “favoreggiamento personale aggravato”. Secondo l’accusa vide l’aereo di Mattei esplodere in volo, rilasciò alcune interviste in questo senso a diversi organi di stampa e alla Rai e poi… si rimangiò tutto. Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti? Il pubblico ministero Calia non riesce ad accertarlo, ma è probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’Eni e negli organi di sicurezza dello Stato. E ancora depistaggi, manipolazioni, soppressioni di prove e di documenti, pressioni che impediscono l’accertamento della verità.
Il 27 luglio 1993 dal “pentito” di mafia Gaetano Iannì giungono dichiarazioni importanti.
Secondo Iannì per l’eliminazione di Mattei ci fu un accordo tra non meglio identificati “americani” e Cosa nostra siciliana. A mettere una bomba sull’aereo di Mattei fuono alcuni uomini della famiglia mafiosa capeggiata da Giuseppe Di Cristina. Anche Tommaso Buscetta rivela che la mafia americana chiese a Cosa nostra il favore di eliminare Enrico Mattei “nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”. In Italia, poi, Mattei era un finanziatore della politica, nemico dei circoli economici e politici legati ai grandi interessi.
La certezza è che il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il più potente manager di stato italiano viene uccisola sera del 27 ottobre 1962 insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano William Mc Hale. Parallelamente all’inchiesta amministrativa condotta dall’Aeronautica Militare, la Procura di Pavia apre un’inchiesta per i reati di omicidio pluriaggravato e disastro aviatorio. L’inchiesta militare si chiude rapidamente, nel marzo 1963, senza avere sostanzialmente accertato la causa dell’incidente; Pavia chiude le indagini penali il 7 febbraio 1966, accogliendo le richieste della procura e pronunciando sentenza “di non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. A ridare fiato alla vicenda sul finire degli anni Settanta sono un libro e un film. Il libro, scritto da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, è intitolato “L’assassinio di Enrico Mattei”. Il film è “Il caso Mattei” di Francesco Rosi.
Contemporaneamente Italo Mattei, fratello di Enrico, chiede che venga istituita una commissione parlamentare di inchiesta. Sono troppi i dubbi sull’incidente e inoltre la scomparsa di Mattei ha fatto comodo a troppe persone, in Italia e all’estero, dal momento che i suoi rapporti con i paesi del terzo mondo produttori di petrolio avevano urtato il cartello petrolifero delle sette sorelle. La riapertura delle indagini viene chiesta anche da una campagna stampa del settimanale “Le ore della settimana” e da una serie di interrogazioni parlamentari. L’interesse attorno alla misteriosa fine del “re del petrolio italiano” riceve nuovo impulso dalle indagini sulla scomparsa del giornalista dell’ “Ora” di Palermo Mauro De Mauro, il 16 settembre 1970. Una delle piste seguita dall’inchiesta sulla fine di De Mauro ipotizza infatti che il giornalista palermitano sia stato sequestrato e ucciso per aver scoperto qualcosa di molto importante circa la morte del presidente dell’E.N.I.: De Mauro aveva infatti ricevuto dal regista Rosi l’incarico di collaborare alla preparazione della sceneggiatura del film “Il caso Mattei”, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi dal presidente dell’E.N.I. in Sicilia.
L’indagine sulla scomparsa di De Mauro si conclude in un nulla di fatto, nonostante la richiesta di ulteriori investigazioni formulata dal GIP di Palermo ancora nel 1991. Il procedimento viene archiviato il 18 agosto 1992: De Mauro non poteva aver scoperto nulla di particolare intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di Pavia aveva ritenuto del tutto accidentale la natura del disastro di Bascapè. Il 20 settembre 1994 il gip di Pavia autorizza la riapertura delle indagini nei confronti di ignoti. La riapertura era stata chiesta dalla procura pavese che, per competenza, aveva ricevuto dalla procura di Caltanisetta l’estratto delle dichiarazioni rese da un pentito di mafia. Il 5 novembre 1997 il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia giunge a questa conclusione: “l’aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Inrneio Bertuzzi, venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”. Di più non si riesce a scoprire e le domande rimangono. Enrico Mattei stava per spezzare la morsa costruita attorno a lui dal cartello petrolifero che escluse l’ENI dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni nei paesi produttori alla pari con le altre compagnie petrolifere. Mattei allora dichiarò guerra al sistema neocoloniale delle concessioni, offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario, il 75% dei profitti contro il 50% finora offerto dalle compagnie, e la qualificazione della forza lavoro locale. Il cartello reagì furiosamente, giungendo a rovesciare governi, come quello libico, che avevano accettato l’offerta e aperto all’ENI prospettive di grandi forniture. Nel 1962, quando si andava prospettando la soluzione della questione algerina, Mattei era riuscito ad aggirare il blocco.
Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Mattei aveva ipotecato un trattamento preferenziale verso l’ENI dal futuro governo. Si pensava allora che l’Algeria possedesse, al confine con la Libia , le più vaste riserve di petrolio inesplorate del mondo. Parallelamente a Mattei si mosse De Gaulle, che decise di riconoscere l’indipendenza algerina. Come contropartita, la compagnia petrolifera francese ottenne gli stessi privilegi dell’ENI. L’ingresso trionfale dell’ENI sul mercato petrolifero era quindi quasi assicurato.
Non solo, l’Executive Intelligence Review, attraverso una ricostruzione minuziosa del caso Mattei, afferma che il presidente dell’Eni, alla fine, era riuscito ad aprire un dialogo con la Casa Bianca , nonostante la stampa internazionale avesse dipinto Mattei come un pericoloso sovversivo anti-americano. Mattei, per l’Eir, era riuscito a far capire alla nuova amministrazione Kennedy che tutto ciò che desiderava era essere trattato alla pari, che egli non ce l’aveva con l’America ma con i metodi coloniali applicati dalle “sette sorelle” del petrolio. L’amministrazione Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon , per concedere all’Eni dei diritti di sfruttamento. L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato Kennedy, e dal conferimento di una laurea honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense.
Alla vigilia di quel viaggio, il 27 ottobre 1962, Mattei fu assassinato. Un anno dopo, fu ucciso Kennedy. In un rapporto confidenziale del Foreign Office del 19 luglio 1962, si leggeva che “il Matteismo” era “potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (…). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica ‘Matteista’ rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”. E quindi Mattei andava eliminato, in un modo o nell’altro.
Eufemia Giannetti
(Fonte Rinascita)

Brahma, Vishnu, Shiva e le tre Guna (o "qualità energetiche") che muovono il mondo

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Alcune delucidazioni sul significato delle tre “guna” (qualità) o “forze” che agiscono nel mondo. 

In verità queste tre spinte energetiche non appartengono soltanto alla tradizione indiana, sono presenti anche in tutte le altre filosofie e cosmogonie elaborate in varie culture. Ma in India da tempo immemorabile i cercatori della verità hanno cercato di comprendere il “funzionamento” della vita e perciò lo studio sulle varianti energetiche che creano e sostengono e distruggono il mondo sono state profondamente analizzate. 

Le tre guna rappresentano i tre aspetti del divino, dove “rajas” (moto) rappresenta la spinta creatrice, Brahma, che irradia la vita, una sorta di Big Bang in espansione; “tamas” (stasi) simboleggia Shiva che ferma la ruota del divenire per infine riscoprire la verità dietro le forme, insomma le “distrugge” (come si dice in gergo); mentre “satva” (armonia), che è l’emblema di Vishnu, sta a significare l’equilibrio instabile tra le spinte energetiche di azione ed inerzia che consente alla vita di esprimersi nella mutevolezza. 

Questi tre aspetti, in varie gradazioni trasformative, creano i cosiddetti cinque elementi che avviano il processo esistenziale. Ovvero: satva puro rappresenta l’Etere (lo spazio vuoto, la coscienza); mescolato con rajas diventa Aria (la mente sottile nel suo potenziale concettuale); rajas da solo significa il Fuoco (la mente che crea le forme mentali); il mescolamento di rajas e tamas produce l’Acqua (in cui le immagini e le forme mentali assumono una sembianza definita ma fluida); ed infine tamas in solitario rapprende le forme pensiero che si trasformano in energia materica, ciò che è fisico. 

Da queste trasformazioni e dall’interconnessione costante delle tre guna si svolge lo spettacolo dell’esistente, le tre guna sono la causa prima della vita e del divenire, allo stesso tempo esse sono inseparabili e quindi nella disciplina spirituale del “ritorno a casa”, ovvero della conoscenza reale della propria natura, queste guna sono considerate spinte funzionali a proiettare l’illusione (maya) e che agiscono per “trattenere” lo spirito nel sogno cosmico. 


Paolo D'Arpini
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Seconda Guerra Mondiale - La storia scritta dai vincitori



Uno storico (noto per le sue collaborazioni con Piero Angela) nonostante qualche passaggio interessante ed onesto in questo video https://www.youtube.com/watch?v=xWUNQd3mYSw  fa sfoggio di una spiccata capacità manipolatoria anche grazie a fonti di parte (tra cui anche Halifax e Ciano).  Fa passare Hitler come un mostro astuto e Francia, UK e Polonia come verginelle ingenue trascinate in guerra dai truculenti nazisti.

Ovviamente nessun accenno alle macchinazioni ordite da tali democrazie dove  i principali (ovvero gli Usa con loro infame Bullit) non vengono neanche mai nominati. Né accenni al fatto che anche l'Urss (spacciata ancora per potenza isolata nonostante sappiamo tutti chi la creò..) invase la Polonia, ma nessuno le dichiarò guerra come fecero con la Germania (che aveva avuto quasi un terzo del territorio rubato col  trattato di Versailles e i suoi cittadini squartati a migliaia dai 'prodi' polacchi di Ridzmigly). 

Sentire ancora queste cose come quelle esposte dal tale storico  è per me un pugno nello stomaco. Ai tempi belli avrei seppellito quel video coi miei commenti e sbranato tutti i trolls. Che peccato non avere più a disposizione tutto questo tempo...

Britesco - britesco@gmail.com

La lebbrosa di Bapatla - Una lezione di vita appresa attraverso Anasuya Devi

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Ognuno ha i propri segreti, esperienze che si tengono celate per non offuscare l’immagine di sé, oppure per evitare che ci siano dei fraintendimenti inopportuni. Ad esempio oggi mentre mi trovavo nella grotticella, dedicata ad Amma, la mia madre spirituale, ed al Dio Ganesh, mi è capitato di rileggere la storia di Mansur Mastana un santo sufi che avendo ottenuto l’esperienza del Sé, lo dichiarò pubblicamente affermando “Ana’l-ahqq” che significa “Io sono Dio”. 
Ovvio che in una religione dualistica come quella musulmana tale affermazione fu presa per eresia e Mansur fu condannato a morte. Ma anche sul patibolo egli rideva e continuava ad affermare “la verità” della sua esperienza ma gli altri non potevano capire e semplicemente pensarono che fosse impazzito e comunque meritevole di morte. In seguito i sufi s’intesero fra di loro che in futuro sarebbe stato meglio non affermare pubblicamente tale verità, che anche quando fosse stata raggiunta era meglio uniformarsi alle convenienze essoteriche, lasciando le verità esoteriche nel cerchio ristretto degli iniziati.
Questa premessa per dirvi che a volte ci possono essere esperienze spirituali che non è bene divulgare, poiché potrebbero essere fraintese o creare confusione nella mente degli ascoltatori. Per questa ragione in tutte le scuole iniziatiche si proibisce esplicitamente di farsi belli con i miracoli, le visioni, gli insegnamenti ricevuti e quant’altro. Però, però… stavolta vorrei trasgredire la regola. Ormai la lezione ricevuta è stata da me metabolizzata e credo che –sia pur nel rischio di una malinterpretazione- sia per me giunto il momento di raccontarla. In effetti non è un’esperienza di cui andare orgogliosi, dimostra solo la “piccolezza” dell’io, ma questo aspetto è importate per significare che non occorre uniformarsi ad un “modello” di santità idealistica, che ci fa apparire santi a tutti i costi, ma che è sufficiente poter sorridere e passar sopra alle proprie deblacles considerandole normali avvenimenti sul cammino, in cui talvolta si inciampa per rialzarsi e proseguire.
Dovete sapere, forse già lo sapete, che questo personaggio Paolo D’Arpini è nato l’anno della Scimmia ed è perciò profondamente convinto di essere il meglio in ogni campo o per lo meno si atteggia ad esserlo. Ma siccome ha il Legno (amore, empatia) come elemento principale, manifesta questa sicumera attraverso i sentimenti. Poi c’è il Metallo che rende codesto scimmiotto alquanto giusto ed il Fuoco che gli fa vedere le cose per quel che sono, anche se lo rende un po’ troppo “intelligente” (diciamo pure astuto). Il risultato? Quando da giovane scrivevo poesie lo facevo con impegno amoroso, magari cercando di conquistare con quelle dolci parole le ragazze che altrimenti non mi avrebbero filato (visto che non sono un granché). Siccome poi non mi piace la competizione violenta mi ero specializzato nel poker in modo da dimostrare la mia superiorità con il gioco d’azzardo (questo mi ricorda un po’ il tragitto di Siddharta). Inoltre, per quanto riguarda la giustizia, chi mi conosce sa quanto sia un Don Chisciotte contro i mulini a vento, e per l’intelligenza la riprova sta in questa capacità (messa in pratica ora) di raccontare storie ed aneddoti che sanno pure affascinare….
Insomma in tutti gli aspetti della vita, le caratteristiche psichiche e gli aspetti elementali si manifestano secondo la loro natura e non c’è nulla da fare in ciò, succede e basta! Ovviamente questo vale anche nella dimostrazione della mia “santità”, quando si tratta cioè di fare quella parte, debbo in qualche modo dimostrare un’eccellenza od unicità.
Ad esempio il mio voler dare uno specifico ed esclusivo nome all’esperienza interiore, da me definita “spiritualità laica” è uno dei miei vezzi ormai riconosciuti.
La comprensione del significato “spiritualità” appartiene in verità all’intelletto mentre il “cuore” non darebbe alcun nome, al massimo sarebbe una “meraviglia di sé” (gli inglesi dicono bene con la parola “awe”). Dare una definizione ed un significato all’esperienza è già separatezza, dualismo, ma il “cuore” accetta solo l’unione, semplice fioritura, e non comprende la “descrizione” di tale fioritura. Eppure è sotto gli occhi di chiunque che io continuo a parlare di “spiritualità laica” come un giusto modo di esprimere l’integrazione e la realizzazione, avendolo reso persino un “filone”…. Scusatemi per questo imbroglio scimmiesco!
Oggi sono in vena di confessioni e mi pare giunto il momento di raccontare un fatto vissuto tanti anni fa, quando stavo a Jillellamudi con Amma, la mia madre spirituale Anasuya. Dovete sapere che Anasuya è l’incarnazione della verità (come quel Mansur Mastana di cui sopra), ma lei era molto modesta diceva “non c’è differenza fra voi e me” “io sono voi e voi siete me” “i miei attaccamenti mondani sono molto superiori ai vostri voi siete attaccati agli amici, ad una famiglia, io sono attaccata a tutti voi”… Il significato di Anasuya è “una che è aldilà dell’invidia e della gelosia” ed infatti come poteva essere invidiosa o gelosa quando riconosceva se stessa in tutti ed in tutto ciò che esiste? Cosa significa per Anasuya essere più belli, più brutti, più bravi o più furbi? 
E perciò Anasuya non manifestava alcuna qualità diversa da quelle che le erano proprie, che facevano parte delle caratteristiche innate con le quali era nata. In ogni caso erano le qualità di una “incarnazione” della verità, come d’altronde ognuno di noi…. E le sue lezioni erano dolci e sublimi, crudeli, a volte, ma piene di nettare.
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Vi racconto una di tali lezioni “materne” da me allora vissuta.
Avevo preso l’abitudine da alcuni giorni di recarmi sulla costa, da cui Jillellamudi dista una ventina di miglia, per restarmene in meditazione solitaria di fronte all’oceano. Un giorno mi trovavo in bicicletta pedalando per andare alla spiaggia. Chi di voi conosce le vecchie bici indiane sa che sono macchinari impossibili, altissime e con grandi ruote, una volta salito in sella e partito non è facile fermarsi o compiere acrobazie. Per cui procedevo spedito sgattaiolando senza mai fermarsi fra altri velocipedi, risciò e pedoni.
“Chi si ferma è perduto” dice un vecchio adagio ed infatti cercavo di non fermarmi mai lungo il periglioso percorso. Già un paio di volte alla periferia di Bapatla, la cittadina che dovevo attraversare prima per raggiungere il mare, avevo notato una capannuccia minuscola dalla quale usciva un filino di fumo, davanti alla quale stazionava una vecchietta male in arnese, forse aspettava qualcuno o chiedeva l’elemosina, non so. Nel frattempo dopo alcuni passaggi di andata e ritorno avevo appurato che la vecchietta era in realtà una lebbrosa, con le mani mangiate dalla malattia ed anche alcune parti del volto. Non mi ero mai fermato sia per la mia difficoltà nel pilotare il velocipede ed –ovviamente- anche per la reticenza ad affrontare una situazione alquanto “anomala” per me. Non avevo però potuto ignorare quella presenza, e ricordarmi delle storie di Gesù, di San Francesco, di Madre Teresa di Calcutta e di tutti gli altri santi che curavano e benedicevano i lebbrosi e gli appestati. Insomma la mia “santità” veniva solleticata ed anche la tentazione di dimostrare a me stesso (e di conseguenza al mondo) che non ero inferiore agli altri santi, mi spinse una bella mattina ad arrestare il biciclone (quasi perdendo l’equilibrio) davanti a quella vecchia signora.
Avevo in tasca alcune rupie e ne diedi una alla donna, poi mi ricordai di un’altra banconota da due rupie decrepita e forse anche falsa che mi era stata appioppata da qualcuno e mi dissi “tanto io non potrei mai spendere queste rupie, perché nessuno dei negozianti le prenderebbe, tanto vale darle a questa donna, magari lei riesce a spenderle…” e così feci. La vecchietta mi ringraziò con le mani giunte, anch’io la salutai compito (a distanza di sicurezza) e rimontai in sella partendo a sbalzelloni.
L’immagine di me, che mi ero costruito, era comunque “bellissima” già mi vedevo raccontare l’avventura agli amici di Calcata, con tanto di descrizioni del marciume della carne della povera vecchia, del mio sprezzo del pericolo, etc. Trascorsero alcuni giorni in cui non passai più di là, finché una bella mattina eccomi di nuovo su quella strada e davanti alla capanna c’era la lebbrosa a sbracciarsi, mi si piazzò quasi di fronte alla bici, facendomi perdere l’equilibrio e costringendomi ad una brusca frenata.
Pensai un po’ scocciato “ma che vuole ancora questa? Non le è bastata l’elemosina dell’altra volta?”. La donna mi costrinse ad entrare nella sua capannuccia dove non si stava quasi in piedi e dove lo spazio era appena sufficiente per due persone affiancate e per un giaciglio che stava lì dappresso. Io mi sentivo molto a disagio e debbo dire che provai anche timore non sapendo come muovermi o comportarmi. La donna estrasse da una sua sacchetta, con lentezza che trovai estrema, un qualcosa di arrotolato, e me lo porse… era la banconota da due rupie… Compresi allora che neanche lei era riuscita a “spenderle” e quindi me le restituiva…. Non ebbi il coraggio di riprendermi quel pezzetto di carta che oltre che falso ora mi sembrava anche “infetto”… Altro che sublimazione ed imitazione di Gesù, San Francesco, etc. etc. mi ritrovavo lì, scimmiotto furbetto, ad essere ripagato con la mia stessa moneta…
Offrii alla lebbrosa un’altra banconota da due rupie, in buone condizioni, mi scusai a gesti con lei e scappai il più velocemente possibile dalla scena e per un bel po’ smisi di andarmene a “meditare” sulla spiaggia, in bicicletta.
Vi è piaciuta questa storia?

Paolo D’Arpini
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Jillellamudi - Paolo con Anasuya Devi

La espiritualidad natural del hombre…. sin religion


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Nuestra verdadera naturaleza espiritual, si escuchada con respecto, está más allá del dualismo.

Lamentablemente el esquema mental de las religiones, puesto encima de la espontanea revelación de lo humano en nosotros, sigue ofuscando la sencilla conciencia de existir, de pertenecer a un todo indivisible del que somos parte integrante.

Antes de ser cristianos, mahometanos o budistas somos conciencia, pero esta conciencia está totalmente asombrada que nuestras calidades intrínsecas vienen sumergidas por una plétora de ideas, limitaciones y estructuras pre-construidas de diversas creencias religiosas. Una valla que impide la libertad de expresión en términos de la espiritualidad natural del hombre.

Basta ver el mal uso que se hace del término “laico” por la religión católica, dejando por entendido que se trate de una persona que no pertenece a la clase sacerdotal, pero miembro de la religión. Absurdo desde el punto de vista etimológico y lingüístico, en cuanto laico (del griego Laikós) significa afuera de cualquier contexto político y religioso (una especie de paria).

Pero el mal uso Católico del término “laico” se sigue haciendo descaradamente en las menciones hechas por el Vaticano con referencia a los llamados creyentes “laicos” (es decir, la gente común, los jefes de familias u otros no ordenados en el sacerdocio, pero que igualmente pertenecen a la religión). Este truco lexical ayuda a mistificar y diferenciar lo que es absolutamente indivisible: el espíritu.


Paolo D’Arpini

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(Traduzione in spagnolo di Silvia Marchegiani)

……………..

Taoismo, sessualità e rigenerazione energetica


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La differenza fondamentale tra la natura sessuale dell’uomo e della donna è nella diversa natura dell’orgasmo. Quando l’uomo emette il seme (eiacula) perde gran parte della sua forza costituzionale; mentre per la donna è completamente diverso.

L’orgasmo per la donna è una forma di rigenerazione a tutti i livelli: fisico, energetico, mentale e spirituale. Ecco perché nel Taoismo si dice: “la donna comanda nella stanza da letto”. E’ la regina su molti livelli.


L’uomo occidentale perde il suo seme ad ogni rapporto e così facendo diventa sempre più debole: si ammala più facilmente e invecchia velocemente. La donna invece si rafforza sempre di più; infatti vediamo che la donna è normalmente più longeva dell’uomo.

Non bisogna pensare che l’uomo deve negarsi il piacere dell’orgasmo, ma egli deve imparare ad avere un’altra forma di orgasmo. Con questa tecnica non perde il seme e può vivere la sessualità come una profonda pratica spirituale e di guarigione. Si dice, ‘‘La natura dell’uomo è yang e quindi facilmente eccitabile’. Si eccita facilmente ma con la stessa velocità si spegne. La natura della donna è yin, si eccita lentamente e ci mette molto per trovare piacere”.

Insomma sono due mondi opposti e complementari che devono o possono trovare dei modi per comunicare ed imparare insieme. Nel Tao dell’amore i praticanti si nutrono a vicenda. L’uomo raccoglie il massimo dello yin dalla donna e la donna il massimo dello yang dall’uomo.

Si inizia con delle pratiche respiratorie molto semplici, poi si continua mettendo in contatto le zone dei rispettivi Tan-Tien (il punto due dita sotto l’ombelico) e in questo tocco si respira insieme. In realtà inizia già uno scambio profondo dello yin e dello yang.
E principalmente si gioca,si sdrammatizza l’atto sessuale e ci si incontra su un piano diverso. Di crescita e di alta spiritualità; il corpo e le sue innumerevoli energie vengono usati per crescere e comprendere di più la nostra relazione con l’universo.
Quando arriva il momento dell’orgasmo e qui siamo sempre nella prima fase(gioco – piacere – istinto), la ritenzione del seme da parte del maschio lo rafforza e nutre il suo cervello (mare del Qi del midollo) e anche i reni.

La donna non è privilegiata per il fatto che non trattiene il seme ma possiamo dire che lei è assolutamente la dominatrice della stanza da letto. Nel Tao dell’amore, l’obiettivo non è la longevità o il piacere dei sensi. Il fine è la conoscenza di sè stessi, e di conseguenza della vita.
 
La lontananza dell’uomo dalla donna e viceversa è sempre negativa. Insieme possono coltivare l’elisir di lunga vita e raggiungere livelli altissimi di realizzazioni spirituali. Quando la pratica è corretta possono avere in una notte anche più di 10 rapporti.

Chi dei due conosce tutti i passi della pratica non deve rivelare tutti i segreti subito, perché l’ingenuità e il fatto di consegnarsi a cuore aperto, favorisce il movimento del prana (Qi).
 
Gli spiriti comunicano tramite i corpi e in qualche modo si raccontano i segreti della vita universale; questo è meraviglioso. Nell’arte dell’alcova tutto è armonioso: ogni gesto è dolce e carico di pace. Si osservano i colori del compagno e lentamente si pratica in modo naturale;ma la naturalezza e la pace sono obbligatori.
La donna stimola e provoca l’energia dell’uomo, ma per dirigere il Qi dell’uomo in modo corretto il cuore della donna deve essere puro e il suo spirito calmo. Per nutrire l’energia dell’uomo la donna deve aspettare che l’uomo si stabilizzi nel più alto piacere fisico; che poi viene trasformato in energia spirituale.
 
Il punto nella pratica non è ne il piacere fisico ne il raccogliere per entrambi il fluido vitale, ma solo avere quell’atteggiamento fisico, mentale, spirituale che in qualche modo richiama gli spiriti (Shen) nelle coscienze dei praticanti.

Quando gli Shen sono a casa,allora inizia la vera pratica, perché l’uomo e la donna sono guidati da queste intelligenze superiori. Si dice che quando lo yang nutre lo yin non esiste malanno che non venga allontanato. Così la donna cerca lo yang dell’uomo e l’uomo cerca lo yin della donna. E’ una forma di alchimia meravigliosa che genera la vita a tutti i livelli:dal livello animale a quello spirituale.
Prima di qualsiasi rapporto l’uomo dovrebbe eccitare moltissimo la donna. I segni sulla donna sono molto chiari; i segni che ci fanno capire che è pronta per la penetrazione.

Occhi lucidi; labbra umide o bagnate;contrazioni spontanee; come una sensazione di stordimento. Qualche volta anche palpitazioni.
Le penetrazioni sono lente ma forti; poi si aspetta. Normalmente ci sono 3 penetrazioni profonde e una superficiale. Possiamo parlare di una figura mitica che trova nel Tao dell’amore una posizione centrale: è la regina madre d’occidente, si dice che essa sia diventata immortale assorbendo il liquido seminale dei giovanetti inesperti.
 
La donna per la tradizione medica cinese difetta di sangue,ma può sostituirlo con lo sperma dell’uomo. C’è quindi anche l’ipotesi dove è la donna che alimenta la propria vitalità grazie all’uomo. In realtà se la tecnica è praticata in modo corretto, tutti e due incrementano la loro vitalità. Nella coppia ci vuole una calma profonda; i cuori e le menti devono essere completamente in pace;il compagno si comporta come un innamorato al primo incontro: aspetta con calma che l’altra raggiunga il massimo godimento; solo così si può poi accedere a livelli di consapevolezza molti più alti.
E’ lo yin che nutre lo yang e viceversa.
 
Nel Tantra Taoista ci sono 3 stanze (o passaggi) da superare per arrivare allo yoga (unione con il Tao). La prima stanza (la più difficile ) è la stanza di carne,qui bisogna liberarsi di tutti i pregiudizi,le paure,la finta moralità che abbiamo sul sesso.

Quindi si va a toccare le nostre radici e il nostro lato animale; liberiamo così le forze più oscure e potenti dell’energia sessuale e del desiderio. Andiamo praticamente a toccare tutto quello che per noi è sempre stato vietato. Il fine qui è il godimento dei sensi al massimo livello. Questo passaggio è per noi molto difficile;primo perché non siamo tutti così disinibiti, poi la nostra cultura (cristiana-cattolica) ci vieta un po’ questo modo di vivere la sessualità.
 
La seconda stanza è quella dei fiori dove i praticanti imparano a gestire,guidare e manipolare l’energia sessuale (Yuan Qi) a scopo terapeutico. Qui la sessualità viene impiegata per curare i disturbi fisici,psicologici ed energetici dei praticanti.
 
Si utilizza l’orgasmo come strumento di cura. I corpi si muovono come in una danza dove i canali dell’energia vengono stimolati a fini terapeutici.
 
La terza ed ultima stanza è quella della luce: i praticanti fanno congiungere nel loro amplesso tutte le loro energie sulle sommità del capo e realizzano i 2 yoga (unioni). Prima la loro stessa energia (si uniscono nel gesto sessuale) e poi la più importante: fondono le loro energie con quella cosmica (yoga).
 
Dragonero
 
(Fonte: Centro Nirvana)

...di quella volta che incontrai Raphael a Roma


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Semi al vento

Vi  ho già  raccontato degli incontri con  vari yogi e maestri da me fatti nei primi anni ’70 in quel di Roma

In quegli anni gloriosi ero tornato a vivere  nella città in cui ero nato, la madre patria mi aveva richiamato al dovere della presenza, ed io zitto zitto me ne stavo in trincea, nella vecchia casa di uno zio da poco defunto, in Via Emanuele Filiberto 29.  Da lì imparai a conoscere bene Roma,  percorrendo le sue strade giornalmente a piedi e visitando ogni possibile angolo in cui si manifestasse qualche forma di “spiritualità”, dalla vicinissima Porta Alchemica di Piazza Vittorio, alla basilica di Santa Maria Maggiore, al Museo per il Medio ed Estremo Oriente, alle grotte del Colle Oppio,  ai vicoli e vicoletti, chiese e chiesuole del Borgo. 

Nella mia ricerca sincretica non trascuravo i vari centri di yoga che, come funghi autunnali, erano sorti un po’ ovunque.  Un  incontro abbastanza significativo avvenne allorché  visitai  Raffaele Lacquaniti (Raphael), credo che allora abitasse a  San Lorenzo oppure sulla Prenestina, sapete come sono smemorato per le cose concrete….   

Accadde che durante i miei lunghi ritiri  nella casa di Via Filiberto,  mi capitò di leggere il Viveka Cuda Mani edito da Ashram Vidya, l’avevo acquistato nella libreria Rotondi di Via Merulana, consigliatomi da Rotondi stesso. Quel testo di Shankaracharia lo trovai sublime e perfettamente in sintonia con il mio sentire. Infatti Shankara è un grande Maestro Advaita (non-duale). 

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Per quanto ne capivo la traduzione mi sembrò ottima e –come spesso  avviene per queste cose- presi il relatore per il messaggio e quindi mi misi a cercare chi fosse questo traduttore Raphael, che si diceva egli stesso illuminato. Dopo accurata indagine presso la casa editrice e dietro mia insistenza finalmente ottenni il suo indirizzo, egli abitava a Roma e ritenni che sarebbe stata una fortuna per me  poterlo vedere, così gli scrissi o telefonai  e avendo ottenuta da lui una riposta ed un appuntamento mi recai senza indugio a casa sua. 

Come dicevo il quartiere popolare in cui viveva non aveva particolare fascino ma questo che importava? L’abitazione stessa in un palazzo qualsiasi di periferia era delle più comuni, unica particolarità un soffuso profumo d’incenso  che  si respirava nell’aria. Raffaele  si presentò a me con semplicità, non c’erano altre persone  in casa, a dire il vero questo mi mise un po’ in imbarazzo ma accettai di sedermi in un salottino modesto davanti a lui. Il discorso ovviamente andò sulla sua traduzione, sulla sua esperienza della verità e su cosa si potesse fare per ottenere l’illuminazione. 

Io gli dissi francamente che ero  alla ricerca della "verità"  e chiesi altrettanto sinceramente se lui l’avesse raggiunta. Raffaele fece un gesto come a confermare che sì, aveva raggiunto la conoscenza, ed allora non mi restò che chiedere la sua benedizione per  godere anch’io della sua “esperienza”. A quel punto egli pose le mani sulla mia testa e cominciò a tremare come in trance, emettendo suoni gutturali e forse anche sputacchiando e strabuzzando gli occhi. Quello fu  per me veramente troppo… la mia laicità spirituale (naturale) prese il sopravvento e quasi mi misi a ridere  mentre non sapevo come fare a svincolarmi da quella strana situazione. 

Per fortuna, non avendo aderito alla “sceneggiata mistica” e dando segni di volermene andare,  lui  si riprese un po’ ed io ne approfittai per salutarlo e sveltamente guadagnare l’uscita… 


Ed anche questa era fatta!


Paolo D'Arpini

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Alimentazione e vivere bioregionale - "Non letigate per un tozzo di pane, ce n'è per tutti...."



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...il bioregionalismo si è diffuso in molti ambiti: Decrescita (persino
Latouche ha aderito alla visione bioregionale e profonda... ed è stato
lapidato dalla decroissance francese), Permacultura, Transizione,
persino da esponenti del movimento dolciniano, poi da Massimo Fini,
dai progetti di Comune partecipativo ...ecc. La Rete no! Anche perché
non esiste come movimento (e non potrebbe esistere) ma solo come
insieme di persone che hanno, tra le proprie e differenti radici
culturali e spirituali "anche" il Bioregionalismo. Ma non c'è, a mio
personale e modesto parere, un modo di vivere bioregionale... esistono
degli stili di vita che si ispirano alla semplicità volontaria, alla
decrescita, all'agricoltura naturale, al bioregionalismo e
all'ecologia profonda, questo in differenti misure e profondità.
Ciascuno di noi, con le proprie specificità ha diffuso la visione
bioregionale, es. 2 anni fa se digitavi bioregionalismo, trovavi il
sito di Ecologia Sociale, pagine dei Giovani Padani, Massimo Fini ecc.
... adesso troviamo il Blog, il sito di Albero Sacro, Piccolo Popolo
(che viaggia a una media di 100-120 visite al giorno) il blog del
Circolo Vegetariano VV.TT., Selvatici...


Il punto proposto: "Come è presente la rete bioregionale nel proprio
territorio, la nostra presenza incide, fa una differenza?" ci obbliga
alla domanda"perchè non si è riusciti a dare vita a presenze
collettive come Rete? Oppure a modificarla "Come è presente il
movimento bioregionalista nel nostro territorio..."

Il divario digitale tra chi ha accesso alla rete internet e chi no,
comincia a farsi sentire. Faccio un'altro esempio: ho distribuito
tramite sito e blog gli ultimi numeri del CIR una media di 700 copie
per numero mentre non riusciamo a stamparlo in cartaceo per mancanza
di fondi. L'intervista fatta a Mario Cecchi sull'ultimo numero di Lato
Selvatico non so da quante persone sia stata letta.  
L'ultimo numero di Quaderni di Vita Bioregionale  che ho messo su internet è stato scaricato e letto 163 volte. 

Capisco che la scelta vegetariana e vegana rappresentino uno spartiacque di sensibilità difficilmente colmabile ... Paolo  vegetariano e Etain e Martino che tirano il collo a quei bellissimi piccioni bianchi... Quindi mi auguro che nella visione bioregionale ci sia posto per le differenze.... Buon cammino.

Renato Pontiroli - Selvatici

28 novembre 2009


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Lo spirito è una sintesi tra intelligenza e coscienza


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Tanto per cominciare debbo dire che "spirito" per me significa "sintesi fra intelligenza e coscienza" inoltre confermo di non essere "credente" in alcuna forma, quel che affermo è sulla base della mia diretta esperienza di esistere e di averne coscienza. Non è necessario che alcuno me ne dia conferma e ciò vale, ovviamente, per tutti.


Non serve “credere” per dire “io sono”, lo sappiamo senza ombra di dubbio da noi stessi. Mentre per sentenziare l’assunzione di una fede o la mancanza di una fede non possiamo fare a meno di usare il termine “credo” oppure “non credo”.

Se ne deduce che l’essere ed esserne contemporaneamente coscienti è naturale ed inequivocabilmente vero, mentre sostenere qualcosa che ha il suo fondamento nel pensiero, cioè nella speculazione mentale, è solo un processo, un concettualizzare.

Questa è vera spiritualità laica.

Poiché la spiritualità non appartiene ad alcuna religione o ideologia; essa è la vera natura dell’uomo. Lo spirito è presente in tutto ciò che esiste, non può quindi essere raggiunto attraverso uno specifico sentiero, poiché esso è già lì anche nel tentativo di perseguirlo.

La laicità è la condizione di assoluta “libertà” da ogni forma pensiero costituita, sia essa ideologica o religiosa. “Laikos”, in greco, sta a significare colui che è al di fuori di ogni contesto sociale e religioso, ovvero non appartiene ad alcun ordinamento sociale o confessionale.

Da questo punto di vista la ricerca spirituale può essere considerata un fatto strettamente personale, quindi il vero cercatore spirituale è assolutamente laico, allo stesso tempo riconosce ciò che è in lui come presente in ogni altra cosa. Conciliare la propria via personale con quella di chiunque altro significa saper fluire senza ostruire, apprendere e trasmettere senza pretendere, insomma si tratta di fare la pace con noi stessi e con gli altri.

Questa assoluta libertà comprende anche assoluto amore e rispetto, non essendoci assunzioni di posizioni precostituite e riferimenti assolutistici ad uno specifico sentiero.

La Spiritualità Laica è una via in cui non possono esserci dogmi o indicazioni religiose. Questa è la via in cui non si segue nessuna via. Il percorso è completamente assente, nella spiritualità laica ciò che conta è la semplice presenza a se stessi e questo non può essere un percorso ma una semplice attenzione allo stato in cui si è.

La coscienza è consapevole della coscienza.

Ed è normale che sia così poiché la spiritualità laica non può essere nulla di nuovo ma solo un “modo descrittivo” di un qualcosa che c’è già, infatti se quel qualcosa non ci fosse già che senso avrebbe esserne “consapevoli”? Perciò Spiritualità Laica e Consapevolezza sono la stessa identica cosa. Ma noi sappiamo che la pura consapevolezza di sé è purtroppo spesso macchiata da immagini sovrimposte, create dalla nostra mente, queste immagini sono ciò che noi abbiamo immaginato possa essere la spiritualità.

Il sentire della spiritualità laica è equiparabile al sentire dell'ecologia profonda. Anzi entrambi condividono la piena consapevolezza di appartenere ad un "tutto inscindibile". L'ecologia profonda prende maggiormente in esame l'aspetto esterno di questo "tutto" mentre la spiritualità laica si occupa dell'aspetto interiore. Attraverso questa integrazione esterno-interno riempiamo una falla enorme nel pensiero e nell'azione.

Tutto quel che ci circonda e noi stessi siamo la stessa identica cosa, siamo immersi in noi stessi come acqua nell'acqua eppure continuiamo a comportarci come fossimo separati, disponendo di ciò che riteniamo "sia al di fuori di noi" come  fosse "altro" da noi. C'è una meraviglia più grande di questa?