Ecologia sociale e bioregionalismo urbano... l'esperimento e l'esperienza di Paolo D'Arpini

Treia - Bioregionalismo urbano


Essendo vissuto per moltissimi anni in un contesto urbano (sono nato e vissuto a Roma ed ho anche abitato a Verona per lungo tempo), ed avendo anche tentato un esperimento di ri-abitazione di un piccolo borgo abbandonato, Calcata, con conseguente tentativo di ricostituire o -perlomeno- avviare un processo di comunità ideale (non so con quale successo…), posso affermare che massimamente il mio procedere “bioregionale” si è svolto in un ambito “cittadino”.

Ma attenzione, essere un cittadino non significa abitare in città bensì vuol dire riconoscersi in un “organismo” di civiltà umana.

Dal 2010 mi sono trasferito in una cittadina delle Marche, Treia, e questo è un successivo passo avanti verso la mia ricerca di una sistemazione sociologica ideale…. Infatti Roma è abitata da 6 milioni di persone, è insomma una metropoli, Verona conta quasi mezzo milione di abitanti, Calcata meno di mille… Mentre Treia arriva quasi a diecimila. Insomma sto cercando una giusta via di mezzo, adatta al mantenimento di un sano rapporto con l’ambiente e gli animali senza dover rinunciare ai vantaggi della “civitas”, essendo noi umani esseri altamente socializzanti….

La parola “Bioregionalismo” come pure il termine “Ecologia profonda” sono neologismi coniati verso la fine degli anni ‘70 del secolo scorso, rispettivamente da Peter Berg ed Arne Naess, uno scrittore ed un ecologista, ma rappresentano un modo di vivere molto più antico, che anzi fa parte della storia della vita sul pianeta ed ha contraddistinto tutte le civiltà umane (sino all’avvento dell’industrializzazione selvaggia e del consumismo). Diciamo che il “bioregionalismo” (che equivale all’ecologia profonda) contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo.

Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro.

In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.

Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioè che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività.

Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l’un l’altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.

Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occorre portare elementi di riequilibio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.

Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.

Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.

Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:

1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.


2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.


3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.


4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.


Mi sembra che il materiale trattato per il momento possa bastare al fine di una riflessione sul tema e di un ulteriore dialogo integrativo.. 


Paolo D’Arpini, referente della Rete Bioregionale Italiana





Memorie spirituali laiche - L'incontro mai avuto con Rajneesh e la familiarità con Osho


"Radici all'aria" - Foto di Gustavo Piccinini 



Un paio di anni dopo la dipartita di Osho (precedentemente conosciuto come Rajneesh), ricevetti una lettera da Majid Valcarenghi (un suo seguace) che mi inviava le bozze del libro Operazione Socrate, in cui si analizzano gli ultimi momenti di vita di Osho, nel testo si dava evidenza al fatto che il maestro potesse essere stato avvelenato dalla CIA, durante la sua permanenza in carcere negli USA. Majid mi chiedeva di scrivere un mio pensiero su Osho, per la pubblicazione sulla sua rivista, cosa che feci volentieri, il testo si intitolava "Ad Memoriam" ed in esso parlavo dei retroscena, osservati da uno "spiritualista laico" quale io ero, e delle conseguenze della "predicazione" di Osho nel mondo... Ma qui vorrei inserire alcuni miei ricordi personali sul come "non incontrai mai Rajneesh nemmeno una volta" 

Ricordo nel 1973, quando visitai l’India per la prima volta, che giunto il tempo del ritorno -durante l’attesa della nave Andrea Doria, veterana della marina passeggeri che compiva il suo ultimo viaggio prima del disarmo- restai a Bombay per un paio di mesi facendo la vita dello sderenato (o sadhu, monaco itinerante o mendicante se preferite). Ero già stato toccato dallo Spirito e non potevo far altro che aspettare che “quella cosa” di cui sapevo essere l’espressione prendesse possesso di me. Un’attesa senza speranza si chiama, poiché se c’è speranza non è attesa è solo aspettativa. 

Mi capitò un giorno di incontrare delle belle ragazze italiane che andavano vagando per ristorantini a spettegolare. Erano tre, come le tre Grazie, e le avvicinai sorridente ma cosa strana non rimasero affatto affascinate dalla mia persona… Dovete sapere che in un modo o nell’altro le donne sempre mi amano, non con questo che esse mi trovino particolarmente appetibile dal punto di vista sessuale, semplicemente mi vogliono bene e mi ascoltano con interesse… Sono un affabulatore ed anche come “cercatore spirituale” –malgrado vivessi in totale astinenza- di solito ottenevo un buon successo. 

No, quelle tre avevano solo pensieri per Osho, continuavano a parlare di lui come tre innamorate del loro amante, rivelavano tutti i loro giochi amorosi ed i loro desideri nei suoi confronti. Insomma debbo dire che mi sentii un po’ invidioso e quasi quasi mi venne l’idea di andare a sfidarlo in casa, quell’Osho, lì a Poona nel suo ashram che si trova a pochi chilometri da Bombay. Fortunatamente per me mi beccai, a forza di frequentare ristorantini sfiziosi, una bella epatite virale A e dovetti perciò rinunciare alle mie velleità per restare in catalessi nell’albergaccio in cui aspettavo “l’evento” (non sapevo nemmeno io bene cosa, qualsiasi cosa o nulla). 

Ebbene riuscii a scamparla, allora, tornai in Italia, e poi ancora numerose volte in India e non pensai più di andare da Osho. Ma i discepoli di Osho continuarono a perseguitarmi ed a cercarmi in tutti i modi, me li trovavo davanti ovunque, sia che andassi a Tiruvannamalai, a Jillellamudi od a Ganeshpuri, sia che restassi a Roma a fare il “santo” in via Emanuele Filiberto oppure che entrassi nel vortice alternativo di Calcata con tutte le sue tentazioni e devianze. Questi discepoli di Osho erano e sono i miei amici più simpatici ed affini, sono completamente pazzi ed inaffidabili. “Qualis pater talis filius” dice l’adagio, e mai come in questo caso è vero. 

Osho stesso fu un’esagerazione in tutti i sensi. Guru Maharaji si faceva 12 Rolls Royce? Ed Osho 120… Muktananda fondava qualche Ashram in giro per il mondo? Ed Osho fondava addirittura una nuova Città-Stato (nell’Oregon). Il successore di Bhaktivedanta rinunciava al sannyasa e si sposava una sua devota? E la segretaria di Osho, molti dicono anche amante, scappava con tutti i soldi della cassa. 

Osho quando parlava era una macchinetta infernale inarrestabile (i suoi scritti possono riempire un'intera biblioteca), oppure taceva per anni di fila. Prima aveva parlato bene di tutte le religioni, facendo un discorso sincretico, poi finì per dire che tutte le religioni sono finte. All’inizio si pose come Guru ed infine negò di avere qualsiasi discepolo. I suoi seguaci poveretti subirono un bel lavaggio del cervello e coloro che resistettero –probabilmente- ne uscirono fuori veramente sanati dalla malattia del divenire e dell’apparire. Non sta a me giudicare comunque la condizione di questi miei fratelli, sapendo che ognuno di noi ha il suo destino e le sue pene… 


Paolo D’Arpini 


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Alcuni pensieri di Osho sulla morte 

“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto. 
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza. 

La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio. 

Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza. Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.” 

“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell’assoluta atemporalità. 

Non ci sarà morte alcuna. Ιl mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l’amore.” 



OSHO 
MAI NATO 
MAI MORTO 
HA SOLO VISITATO 
QUESTO PIANETA TERRA 
11.12.1931 
19.01.1990 

Astrologia - Dall'oroscopo atzeco a quello arabo ed altro ancora - Memoria di un studio tenuto a Calcata nel 2007

2007 - Paolo D'Arpini sotto la Bocchetta di Calcata


IL CALENDARIO INDIANO SOTTO IL SEGNO DELLA FEMMINILITA' E DEL CULTO DELLA DEA MADRE
(Adnkronos: 5 gennaio 2007)  

Più complesso il calendario indiano, che i veggenti dell’Himalaya 5 mila anni scrivevano su fogli di palma, fondato sui quattro elementi primordiali, il fuoco, l’aria, la terra, l’acqua. Ad ogni mese e’ associato un animale, una pianta e un minerale. L’astrologia in India e’ prevalentemente di segno femminile, parte dal culto della Dea Madre. Chandra, la luna, regna incontrastata, non a caso proprio nella costellazione estiva del Cancro. ‘
’L’oroscopo indiano e’ uno dei più antichi del mondo - ha ricordato d’Arpini - Scolpito su immagini che ricordano cicli di vita che si rinnovano, esistenze che muoiono e rinascono, in un percorso infinito. Una forma di autocoscienza primordiale - ha spiegato ancora - Ogni essere umano ha la profonda consapevolezza di appartenere ad un ciclo vitale, appunto. Il calendario e’ suddiviso in 12 mesi. Un po’ come tutti i calendari - ha sottolineato lo studioso italiano - Due più uno fa tre. Un numero simbolico, rappresenta la perfezione’’.

Paolo d’Arpini ha ricordato ancora che nel calendario indiano ‘’non si parla tanto di segni e simbologie particolari, ma di ‘porte di ingresso’, di propensioni ‘karmiche’ che corrispondono ai nostri segni zodiacali. La vecchia cieca rappresenta, per esempio il desiderio di impulsi incontrollati, il vasaio che modella l’argilla, l’attaccamento alle cose materiali - ha precisato ancora lo studioso - la scimmia è l’emblema dell’instabilità dell’essere umano, mentre la maschera è segno fortissimo di ambizione e potere’’. (segue)

Analisi comparata integrale qui:

Incontro con Karmapa... svuotamento dell'io ed il verbo degli uccelli di Farid al-Din ‘Attar

Uccelli e fiori


Oggi sembra normale  parlare di buddismo tibetano, le  frequenti visite del Dalai Lama, i numerosi libri scritti sulla spiritualità del Tetto del Mondo e la  rivolta in corso in  Tibet, hanno contribuito enormemente a pubblicizzare un sistema di pensiero che sino a trent’anni fa era riservato a pochi studiosi, e di cui  le vestigia “ammuffivano” nelle sale dell’Ismeo (Istituto per il medio ed estremo oriente) di via Merulana o nella libreria esoterica di Rotondi (sempre in Via Merulana).

Ci fu però un’occasione, che voglio qui ricordare, in cui improvvisamente quella antica conoscenza venne alla luce…

Lo spiraglio sul mistero, l’aurora della trasmissione eclissata risorse durante la visita in Italia di un  gran santo, l’erede spirituale nella linea di Milarepa (ricordate il film della Cavani?). Questo santo si chiama Karmapa ed è una “manifestazione” come lo è il Dalai Lama, solo che Karmapa è il simbolo di  un grande potere spirituale  e non politico.


Sentii parlare di Karmapa (incarnazione riconosciuta  del mistico  Milarepa)  in India, allorché visitò l’ashram di Muktananda nel 1973. Il suo carisma spirituale era molto forte ed affascinò -sembra- non pochi ashramiti occidentali lì residenti.

Personalmente invece lo conobbi  un anno più tardi a Roma (credo nel 1974)  accadde quasi per caso,  egli era in visita ed ospite dell’ambasciatore indiano in Italia, che  risiedeva in una villa all’Olgiata, sulla via Cassia. Qualche amico (od amica) del giro sincretico mi invitò a partecipare ad un incontro ufficiale a cui sarebbe seguito  un rinfresco vegetariano.

Avevo  letto  la vita di Milarepa, che viveva di sola ortica in mezzo ai monti, e l’avevo trovata avventurosa, piena di alti e bassi, affascinante e protesa  inflessibilmente  verso l’affrancamento, verso la totale libertà dall’io.

Certo, mi interessava conoscere il suo diretto successore ed accettai prontamente l’invito. Il satsang (dialogo con un saggio) era alquanto informale, Karmapa sedeva su una poltroncina leggermente elevata, vicino a lui c’erano l’ambasciatore ed altre persone di riguardo. Vestito d’indaco, con l’aria sorniona ed un po’ ironica, il santo dei “Berretti Rossi” dominava la sala con la sua energia.

Circolava una storia su di lui, pare che durante la permanenza a Roma avesse visitato un negozio di uccelli acquistando alcuni volatili lì prigionieri ma non per restituirli al cielo bensì per liberarli definitivamente dalla gabbia della vita. Non so se questa storia fosse vera ma spesso avevo sentito parlare degli strani comportamenti di certi lama tibetani,  fra cui alcuni non sono vegetariani e seguono misteriose pratiche  tantriche.  Insomma, pare che gli uccelli “prigionieri di un brutto karma (destino)” fossero stati liberati dal Karmapa nello stesso modo in cui l’avatar Krishna “liberò” i demoni ed i Kaurava (opponenti dei Pandava nel Mahabarata) cioè uccidendoli.

Comunque sia il discorso durante il satsang andò spontaneamente  sull’argomento del destino e sulla reincarnazione. In particolare vi fu un dialogo con un anziano diplomatico italiano, che evidentemente conosceva la cultura tibetana,  egli sembrava sinceramente interessato all’argomento. Poneva insistentemente domande riguardanti qualche sua esperienza,  e voleva  che gli fossero svelati i segreti della rinascita,  ma Karmapa nicchiava e scherniva dicendo che certe  cose non si possono capire razionalmente. Il diplomatico sembrava  a disagio mentre il Karmapa allegramente ed affettuosamente gli batteva una mano sulla spalla, come volesse tener calmo un bambino irrequieto.

L’anziano signore  era evidentemente imbarazzato, forse offeso,  rosso in viso ed  emozionalmente a disagio, stava per scoppiare in una crisi isterica ed in effetti pianse, ma quando alzò lo sguardo incontrando quello di Karmapa che rideva, anch’egli si illuminò in volto, come se veramente tutto ciò non avesse importanza.

L’atmosfera attorno era molto carica, piena di energia spirituale.


Io ero rimasto per tutto il tempo in piedi, appoggiato ad una parete,  e non perdevo nulla di quel che accadeva, intuitivamente percepivo che c’era un messaggio.


Terminato l’incontro Karmapa si alzò e si diresse verso il lato della sala, dov’ero stazionato,  lì c’era un passaggio fra le sedie che conduce al salone ove si sarebbe tenuto il rinfresco.  In quel momento egli stava transitando proprio davanti a me,  quasi ci toccavamo,  allorché senza alcuna ragione apparente egli si voltò verso di me e mi guardò fisso negli occhi. Sentii il mio io esplodere,  la mia mente rovesciata come una saccoccia, quel che c’era venne fuori, ero nudo, totalmente nudo. Provai un’espansione di coscienza incredibile, non vi erano dubbi o segreti,  solo lucida consapevolezza, vuoto pieno.

Quel “gesto” dirompente ed inaspettato che Karmapa aveva compiuto (ma perché proprio a me?)  mi aveva spogliato di ogni maschera, l’io solo un fantasma. Uno shock forse troppo forte per un “apprendista” come me e dopo i primi attimi di totale apertura, mentre lui si gira e continua a camminare con indifferenza,  cominciai a sentire le maglie dell’ego che tesseva ancora la sua tela.

Mi scoprii a  sospettare  che Karmapa avesse  “violato la mia privacy” e sentii  l’io   ricostruire la gabbia della  schiavitù. Provavo rabbia verso Karmapa ed anche verso la mia stupidità, l’impotenza l’incapacità di essere libero, senza  bisogni aggiunti, senza orpelli…. (e l’analogia con gli uccelli mi viene spontanea).

Paolo D'Arpini

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Ma che valgono le parole? Tu sfuggi a ogni descrizione! Che mai posso osare non avendo conoscenza? O cuore,se desideri cercare,incamminati lungo la via, guarda innanzi e indietro,divieni cosciente! Osserva i viandanti che giunsero a corte, sostenendosi l’uno all’altro.

Ogni atomo trova una porta diversa, una via particolare che a Lui conduce. Ma come puoi sapere quale strada percorrerai,da quale direzione entrerai in quella corte? Quando segretamente Lo cerchi, Egli si palesa; quando Lo cerchi apertamente, Egli si cela. Così se andrai alla ricerca di Lui, Egli rimarrà celato; se invece Lo cercherai in segreto, Egli si renderà manifesto. E in qualunque modo Lo cercherai, Egli sfuggirà comunque, essendo inafferrabile.
Oh tu che nulla hai voluto perdere,non cercare! Egli non è quel che tu credi, e allora taci una buona volta! Ogni tua parola, ogni tua conoscenza si riferisce a te soltanto -e però conosciti meglio- non a Lui!

………Ma non osare analogie, o tu che vuoi conoscere Iddio, perché un azione indescrivibile non le tollera. La sua gloria sconvolse la mente e il cuore di coloro che ti precedettero, lasciandoli attoniti a mordersi le dita. Contemplando la sua perfezione,lo spirito e l ‘intelletto annichilirono: l’uno si scompose e l’altro si confuse. Né i profeti, né gli inviati riuscirono a cogliere un solo atomo del tutto e alla fine, dichiarandosi impotenti, chinarono il capo e ammisero:” Non Ti conosciamo”.

Ma chi sono io per poter aspirare a conoscerLo? Può farlo solamente chi stabisca con Lui un rapporto totale.


…………..Scompari a te stesso, giacché questo richiede l’unione! Perditi in Lui, giacché tutto il resto non è che delirio. Entra nell’Uno, da “due” trasformati in Uno! Sii un cuore, un volto, una direzione.


(Da “Il verbo degli uccelli” di FARID AL-DIN ‘ATTAR)

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Il Karmapa da me incontrato nel 1974 a Roma
The 16th Karmapa, Rangjung Rigpe Dorje (1924 - 1981)

"Con un vero insegnante l'allievo apprende ad imparare...." Parole di Nisargadatta Maharaj

Nisargadatta Maharaj

La tua aspettativa di qualcosa di unico e drammatico, di un'esplosione spettacolare, non fa che ostacolare e procrastinare la tua realizzazione. Non devi attenderti un'esplosione, perché quella è già avvenuta quando nascesti, e ti scopristi fatto di essere-conoscenza-sentimento. Commetti un solo errore: scambi l'interno per l'esterno e viceversa. Ciò che è dentro di te, lo prendi per ciò che è fuori, e il fuori per ciò che è dentro. La mente e i sentimenti sono esterni, e tu li credi interni. E ritieni che il mondo sia esterno, quando non è che una proiezione della tua psiche. È questo il grosso equivoco, e nessuna nuova esplosione potrà rimuoverlo. Non c'è altra via che pensartici fuori.

Each seeker accepts, or invents, a method which suits him, applies it to himself with some earnestness and effort, obtains results according to his temperament and expectations, casts them into the mould of words, builds them into a system, establishes a tradition and begins to admit others to his 'school of Yoga". It is all built on memory and imagination. No such school is valueless, nor indispensable; in each one can progress up to the point, when all desires for progress must be abandoned to make further progress possible. Then all schools are given up, all effort ceases; in solitude and darkness the last step is made which ends ignorance and fear forever.

The true teacher, however, will not imprison his disciple in a prescribed set of ideas, feelings, and actions; on the contrary, he will show him patiently the need to be free from all ideas and set patterns of behavior, to be vigilant and earnest and go with life wherever it takes him, not to enjoy or suffer, but to understand and learn.

Under the right teacher the disciple learns to learn, not to remember and obey. Satsang, the company of the noble, does not mould, it liberates. Beware of all that makes you dependent. Most of the so-called "surrenders to the Guru" end in disappointment, if not in tragedy. Fortunately, an earnest seeker will disentangle himself in time, the wiser for the experience.

Nisargadatta Maharaj

Spiritualità Laica – L’essere umano è solo uno degli innumerevoli modi espressivi dell’intelligenza....


Nel processo infinito della manifestazione l’essere umano è solo uno degli innumerevoli modi espressivi dell’intelligenza. Non c’è limitazione nell’espressione vitale, possiamo immaginare esseri composti di altre materie da quella organica che ci contraddistingue, ad esempio nella cosmologia indiana si parla di “abitanti” del sole, della luna e di altri mondi astrali e fisici, che condividono con noi l’intelligenza e la coscienza ma in forme completamente diverse dalla nostra. Si parla di diverse dimensioni e di diverse evoluzioni.

Nella fantasia creativa, e possiamo osservarlo anche qui sulla Terra, non esistono due foglie dello stesso albero che siano uguali, non esistono due granelli di sabbia della stessa spiaggia che siano uguali, non esistono fra i miliardi di uomini due che siano identici, persino gli animali clonati manifestano evidenti differenze gli uni dagli altri. Insomma ogni essere è una rappresentazione unica ed irripetibile della Coscienza Assoluta.

Nel film universale in continua produzione e proiezione la fantasia e la diversità è una regola, come dire che tutto cambia ma non la capacità di cambiamento che sempre permane. Tutto questo vivere si srotola sullo schermo della Mente Universale mentre la Coscienza vivifica il gioco creativo e lo osserva. Yin e Yang. Shiva e Shakti. Luce e Tenebra, Moto ed Inerzia.


Allora, appurato che il processo è indefinibile da punto di vista della comprensione mentale, resta però un fatto basilare, tutto quel che è sempre è presente nel Tutto.

Non può esserci separazione alcuna, non può sussistere alcuna limitazione nella Presenza dell’Assoluto in ogni sua forma ed immagine. Bene, quindi siamo certi al 100 per cento di essere Quello. Non possiamo essere altri che Quello. L’Assoluto!

E adesso torniamo al relativo, torniamo all’esperienza degli opposti vissuta nel nostro mondo duale: bene e male, egoismo ed altruismo, gioia e dolore, desiderio e paura. Certo ognuna di queste sensazioni (o pensieri) è relativa, perciò fittizia ed irreale, però noi la percepiamo e crudelmente la sperimentiamo nel nostro vivere quotidiano.

Ma l’integrazione degli opposti è la radice del ritorno alla nostra consapevolezza primigenia. Alla capacità spontanea di essere ciò che siamo nell’Unità, aldilà del concetto di spazio e di tempo, aldilà di ogni illusione separativa.

Questo processo di “ritorno” alla propria natura avviene come nel passaggio dal sogno alla veglia, è intrinseco in ognuno di noi. Quando sogniamo siamo immersi nel sogno e quella è per noi la sola realtà… Quando giunge il momento del risveglio ci sono delle avvisaglie che ci fanno percepire l’imminente cambiamento di stato. Come dire, abbiamo sentore dell’imminente uscita dall’illusione del sogno. Certo questa è semplice analogia poiché nel sogno e nella veglia, che sono condizioni mentali, non vi è vera illuminazione e realizzazione. Quel “risveglio” di cui parlo è l’intima essenza indivisibile, inavvicinabile dalla mente, ma la sua realtà è intuibile e sperimentabile nello stato di pura consapevolezza.

Nel processo di ritorno che sospinge ogni singolo essere verso quella pura consapevolezza avvengono vari miracoli e misteriosi cambiamenti. L’adattamento ai nuovi stati di coscienza coinvolge sempre e comunque tutto il corpo massa della specie, ma nella nostra dimensione umana noi siamo abituati al funzionamento a locomotiva, ovvero due passi avanti ed uno indietro, anche definito crescita per tentativi ed errori. Per questa ragione sembra che l’evoluzione manchi di linearità e continuità. Nella nostra civiltà abbiamo vissuto vari momenti che sembravano paradisiaci, che mancavano però di una comprensione olistica. Un po’ come avviene nel mondo animale in cui la spontaneità apparentemente regna sovrana ma la coscienza è carente nella autoconsapevolezza e nella ragione.

Insomma dobbiamo poter integrare l’intuizione e la ragione in una comprensione olistica del nostro funzionamento e ciò fatto possiamo procedere a dimenticare il processo sperimentale per poter vivere integralmente l’esperienza in se stessa. Osservatore ed osservato non possono essere separati e questo vale sia nel mondo della fisica moderna che nel contesto spirituale.

Ma riportiamo l’attenzione a come l’integrazione fra interno ed esterno, fra soggetto ed oggetto, possa trovare una sintesi attraverso l’espletamento della nostra vita quotidiana ed attraverso il riconoscimento della nostra costante “presenza” in ogni evento vissuto. L’io ed il tu sono condizioni mentali che non rappresentano una verità assoluta ma una semplice convenzione funzionale. Eppure attraverso l’attenzione posta sulla paritetica “presenza” siamo in grado di uscire fuori dalla gabbia del dualismo.

Per ottenere questo risultato le religioni consigliano la via “dell’amare il prossimo tuo come te stesso” mentre le filosofie gnostiche indirizzano verso l’autoconoscenza “gnosce te ipsum”.

Non scindiamo queste due vie, teniamole strette come due remi della nostra barca che ci aiutano ad uscir fuori dal pantano del “dualismo”.

Quello che noi viviamo non è altro che il riflesso di ciò che noi siamo, se possiamo restare consapevoli di ciò ecco che scompare in noi la pulsione ad ottenere risultati puramente esterni (egoici), seguendo le spinte di paure e desideri. Se siamo vittime di queste spinte sentiamo il bisogno di “conquistare” risultati anche sopraffacendo gli altri, il che equivale a dire che riteniamo di poter indennemente mangiare le nostre stesse carni nel tentativo di ottenere una crescita.

Come possiamo considerare che qualcosa sia al di fuori di noi stessi? 

Paolo D’Arpini

Spilamberto - Acqua Cotta del 8 agosto 2013 – Celebrazione culinaria sul greto del fiume Panaro, ricordando Nityananda

Fiume Panaro a Spilamberto
Seguendo la tradizione, come da calendario interno (vedi http://www.circolovegetarianocalcata.it/programmi/), anche quest’anno il Circolo Vegetariano VV.TT. festeggia l’8 agosto, con la consueta ricorrenza della Festa dell’Acqua Cotta. Quel giorno la “comunione” consiste solo di acqua calda, pan secco ed erbe che siamo riusciti a raccogliere durante la passeggiata selvaggia… e chi conosce la natura sa che ad agosto di erbe ve ne sono ben poche… è perciò importante che i partecipanti apprendano velocemente a riconoscerle per non lasciarsene sfuggire nemmeno una. Cerchiamo in questo modo di risvegliare nei neofiti l’amore per il necessario e la gioia di godere di quel che si ha, senza aspettarsi la manna dal cielo.
Due parole sull’origine di questa manifestazione. 
Ricordo che già dai primi anni della fondazione del Circolo avevo inserito in calendario la commemorazione dell’8 agosto, la data in cui nel 1961 il mio nonno spirituale Bhagawan Nityananda lasciò il corpo. 
Mio nonno spirituale: Bhagawan Nityananda
Certamente la ricorrenza non aveva alcunché di prosaico, ed era più che altro una ricorrenza di carattere spirituale … ma accadde che “i turisti per caso” Syusy Blady e Patrizio Roversi decisero di venire a trovarci per girare un breve reportage sulla nostra realtà di Calcata, e scelsero proprio quella data.. Dovetti pensare a qualcosa per coinvolgere un po’ di amici nell’evento e ricordai che quello era il periodo, nella consuetudine contadine, in cui si preparava l’acqua cotta. Recuperai perciò una ricetta locale ed assieme alla banda di soci del Circolo, che solitamente volontariava la presenza in occasioni simili, “ripristinai” la prima Festa dell’Acqua Cotta. La cosa non mi sembrò irriverente nemmeno nei confronti di Nityananda infatti voi sapete che nell’antichità si usava commemorare i defunti con pranzi e banchetti, perciò questa celebrazione mi parve di buon auspicio…..
Paolo D'Arpini 
Paolo  sul Sentiero Natura 
Programma del 8 agosto 2013 – Spilamberto, greto del fiume Panaro, sul Sentiero Natura 
h. 19.30 – Appuntamento all'inizio del sentiero natura Via Gibellini , venire muniti di sacchetto di stoffa o di cestino in vimini. Portare con sé alcuni tozzi di pan secco e bevande ed anche qualche dolcetto per successivo prasad.  Partenza per l'ultima raccolta di erbe aromatiche, utili al condimento dell’Acqua Cotta.
h. 20.00 – Raggiungimento del greto, si trova subito dopo lo scarico del canale a fianco della grande pozza ove sono le anatre e le gallinelle d'acqua. A sinistra si guada una piccola diramazione del fiume (pochi metri) e si raggiunge il luogo predisposto per la degustazione dell’Acqua Cotta (seguire i segnali predisposti). Segue una narrazione su Bhagawan Nityananda e canto di mantra davanti al fuoco. 

La manifestazione è libera e gratuita, non è coperta da assicurazione infortunistica ed è a proprio rischio e pericolo. Prenotazioni ed info. circolo.vegetariano@libero.it 

Se vi perdete o volete migliori informazioni chiamate Caterina al 333.6023090

"Accadde così che dopo 33 anni di vita a Calcata..." - Dal Treja a Treia, l'esodo di Paolo D'Arpini


Qualcosa di me che resta a Calcata


 “Dal Treja a Treia. C'è gente che taglia i ponti col passato.. Tu hai tagliato solo la gambetta di una j..” (Stefano Panzarasa)

Accadde così che dopo 33 anni di vita  a Calcata, combacianti con gli anni  di Cristo,  giunse per me il tempo del cambiamento… Per carità, nessuna tragedia o crocifissione, anzi, è  un giusto compendio amoroso.. La verità é che anche le associazioni, come le persone, hanno un loro oroscopo e destino.   Il Circolo vegetariano VV.TT. nasceva sulle rive del Treja,  a Calcata,   e finirà lontano da Calcata, sul cucuzzolo di Treia,  dove forse potremo analizzare meglio il passato, meditare sul nostro futuro,  vivendo il presente..

Debbo raccontarvi una storiella, allorché  da Roma mi trasferii a Calcata (nel 1976/1977) e successivamente fondai il Circolo Vegetariano VV.TT. (in un  paese che era sconosciuto alle masse)  misi nello stesso tempo un punto fermo nella mia vita,  un punto di arrivo in un luogo vergine dalle infinite possibilità,  e di partenza per realizzare un progetto di perfezionamento personale e di società ideale. In tal senso l’esistenza  del Circolo é stata da me vissuta come espressione di questo sperimentare. Una sperimentazione in chiave di  spiritualità laica, di creatività e di sopravvivenza ecologica….

Ma avvenne, in seguito ad una serie di accadimenti, che  non mi sentissi più “calcato”  in Calcata,  pur continuando ad amarla come una culla che mi ha  consentito di crescere, che mi ha visto diventare padre e nonno, che mi ha protetto pur lasciandomi libero… Ma per fare un’analisi dello stato attuale delle cose, riconoscendo le sconfitte e le vittorie di un “modello” (come a tutti gli effetti è quello del Circolo) serve distacco e visione dall’alto… per aggiustare la rotta,  cercando nuove possibilità  per una esistenza autonoma, sostenibile e gioiosa.

Ed allora, grazie a Caterina, eccomi trasferito, armi e bagagli,  a Treia, nelle Marche, dove  non c'è pretenziosità di percorso. Non ci sono medaglie al merito da esibire nè memorie gloriose da trasmettere.... Però, stranamente, continuo ad essere calcatese, infatti le migliaia di persone che mi conoscono in tutta Italia continuano a pensarmi a Calcata... Una certa etichetta continua  a restarmi appiccicata. 

Questo fatto mi ricorda la storia dello Swami di Akalkut (pronuncia Acalcat), il quale si portava appresso quel nome, dal luogo in cui visse parecchi anni, sia pur che infine trascorse l'ultima parte della sua vita lontano da esso. Nel mio piccolo, mi si scusi il paragone forse esagerato, anch’io mi porto appresso  la nomina di “Paolo di Calcata”… 

Perciò  è per me opportuno, come forse lo è anche per Calcata (che non sarà più oppressa da una presenza fondativa ingombrante) sviluppare una meditazione sul "Distacco e identità senza paraocchi”.  

“Un viaggio così si compie anche in un metro quadro!” Diceva Marinella Correggia nella sua presentazione della mia persona e di Calcata. Ed eccomi qui, nel mio metro quadro di Treia, giusto lo spazio per allungare le mani, le braccia e spingere una gamba dietro l’altra, senza mai uscire fuori dal “centro del mondo”.

Paolo D'Arpini 


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E’ un poema che deve essere scritto nella quiete di una notte coperta dalla “nube di Islanda”, mentre si espande per l’aere il canto possente a tono baritonale di Priapus, che inonda, accompagnato dai suoni del Flauto di Pan,  i territori circonvicini: Mazzano, Faleria, Campagnano, Sacrofano, Sant’Oreste, fino a Martignano, lago sacro ai Sileni.

Canta infatti il Grande Priapo, dagli attributi possenti, teneramente abbracciato al suo coinquilino boschivo, Lupo Mannaro, proprio quello che ammansì Franceschiello d’Assisi, liberando il profeta dai vincoli del fondamentalismo religioso da cui era affetto..
 
Comunque tutti noi frequentatori di Calcata Vegetariana, cioè: Cantori girovaghi, Minestrelli (mangiatori di minestre vegetali preparate da Saulo), Troubadours, Trovatori, Trovatelli, Trobadores (di… fungi, di tartufi e tartufelli), improvvisatori di facezie, naturalisti, naturisti, nudisti e vestitisti, vegetisti, vegetariani, crudisti e crudeli (seguaci di Crudelia Dè Mon), buccisti di banane (scivolatori e sciatori su prato), papagheni, amici di Bin Laden, Zorro, Primula Rossa e Zazà, seguaci degli Amish, fedeli di fantasy, horror e kukluxklan, flebotomi, cacciatori di serpenti e di faine, sifilografi (che scrivono di Sifilo, figlio di Niobe, ma anche di sifilide), carmelitani scalzi e carmelitani ben calzati (attenti ai primi: costruttori di conventi dietro ai quali far eseguire duelli all’ultimo sanguine)…

NOI TUTTI, fra poco orfani di cotale organizzatore, quale messer Arpino, cosa inventeremo? A te clamamus, PRIAPE, exaudi orationem nostram!



30 giugno 2010 , giorno dell'addio a Calcata - Georgius clamans ex Calcatae silva

 

Paolo D'Arpini,  con vista di Calcata in lontananza


Nota di commiato da Calcata,  aggiunta:


“D’Arpin nun ce lassà…” – Ode d’addio al Paolo D’Arpini, detto anche Saul Arpino, che silente sen va dal falisco Treja per congiungersi alla sibillina Treia


CANTAMI, O DIVA,

DEL DOTATO PRIAPUS

LA GIOIA CAMPESTRE

CHE INFINITE ADDUSSE

GIOIE AI CALCATI…..

Singoli individui ma non separati....


Ciascuno di voi è un singolo individuo, ma questo non significa che sia separato dagli altri. Anche se non lo vedete, anche se non lo percepite, da qualche parte, nei piani sottili, siete legati agli altri, e in un modo o nell’altro tutto ciò che fate si ripercuote su di loro. Via via che diventate più attenti e più illuminati, anche a vostra insaputa – e persino a loro insaputa – comunicate agli altri alcune delle ricchezze e delle luci che avete ricevuto. Allo stesso modo, se iniziate a oscurarvi, gli altri subiranno a causa vostra delle influenze malsane.

Qualunque cosa facciate, siete responsabili. Di qualcuno che è direttore, dirigente d’azienda, ministro o capo di Stato, si dice che ha grandi responsabilità. È vero, ma in realtà tutti gli esseri umani sono anche responsabili nei confronti gli uni degli altri. Purtroppo, i più lo ignorano, e questa ignoranza è causa di molte sofferenze. Se volete dunque manifestarvi come un essere utile e benefico, cercate di considerare ogni vostra attività come un’occasione per elevarvi spiritualmente poiché, anche se in modo impercettibile, trascinerete altri esseri con voi.

Omraam Mikhaël Aïvanhov

“Il Vegetarismo” dei bei tempi andati.... di Nico Valerio


Spulciando nella propria biblioteca si fanno scoperte curiose. Ho trovato un malandato opuscolo del 1927 che rivela il buon livello che la cultura naturista o igienista (ma loro giustamente si definivano “naturisti”) aveva in Italia in quegli anni. Ci sono medici, anche specialisti e docenti, divulgatori, giornalisti entusiasti. Il naturismo mette al primo posto correttamente la “questione alimentare”, secondo la tradizione del cibo semplice, che però è anche medicina, che da Ippocrate passa per il dottor Carton (e gli altri terapeuti ippocratici) e arriva ai giorni nostri. Ma con una precisa scelta vegetariana, e in alcuni autori addirittura fruttivora o veganiana. Il rapporto con l’ambiente e gli animali è strettissimo: sorprendono le motivazioni circostanziate, molto simili a quelle odierne, 80 anni dopo.

Ma la preziosa rivista, diretta dal prof. Fortunato Peitavino, offre squarci di vita culturale e scientifica che vanno ben al di là del contenuto degli articoli.

Eloquente la pubblicità: ristoranti vegetariani di ottimo livello e prezzi modici (come quello di Torino, della signora Pissarreff, vedova Bocca, in Corso Vittorio Emanuele 41 (”Scelto e variato servizio, cucina esclusivamente vegetariana”). Molti gli studi medici collegati o raccomandati, gestiti da sanitari vegetariani o addirittura propagandisti del naturismo salutista e vegetariano. Un collegamento che oggi, per ipocrite “norme deontologiche”, è difficilissima se non impossibile da trovare sulle riviste del settore.

E ancora: “E’ uscito in seconda edizione Il Vegetarismo, [manuale] di Nigro Licò, a lire 1,50 la copia”. Doveva essere lo pseudonimo d’un medico, probabilmente il prof. Nicola Grillo, di Chiavari.

Colpisce il trafiletto “Naturoterapia” [oh, finalmente il termine corretto: nel '27 non erano così ignoranti come nel 2000, quando si ciancia, anche nei testi di legge, di "naturopatia", cioè letteralmente...malattia naturale], trattato completo dell’antica Scienza della Salute, per la quale tutti possono arrivare ad essere Medici di se stessi e degli altri. Di Juan Angelatz y Albornia].

E com’erano aggiornati e internazionali. In apertura, a pagina 3 vi si riferisce dell’importante Congresso vegetariano di Londra, a cui parteciparono vegetariani di 14 Paesi, dalla Danimarca all’America del Sud. Tra l’altro si sostiene che in Italia, nel lontano 1927, i vegetariani erano moltissimi, paragonabili a quelli delle nazioni d’Europa più progredite. “Il numero dei simpatizzanti a questo regime è superiore a quello delle Nazioni predette; essendo però essi dispersi, non possono unirsi per manifestare le loro nobili idee”: Insomma, al solito, il difetto italico di organizzazione e di associazionismo.

Nel fascicolo è compreso un articolo sulle ragioni etiche del “vegetarismo” (non “vegetarianesimo”, meno male).

Nico Valerio  

Ancora in tema di Spiritualità Laica - "Religioni = Prigioni"

Dipinto allegorico di Franco Farina


Recentemente è  ripresa la discussione sull’insegnamento religioso, in forma di "Storia delle Religioni" nelle scuole di Stato. E’ naturale che le istituzioni religiose difendano a spada tratta la loro materia, che assicura una retribuzione sicura a tanti preti, rabbini e mullah e che garantisce un’indubbia egemonia ideologico-politica. E’ meno naturale che quest’ora sia difesa come “spazio di libertà”. 

Indubbiamente quando entrano in gioco certi interessi le parole volano, troppo spesso sganciate dal loro significato. 

Personalmente sono  favorevole  all’insegnamento  del pensiero filosofico laico, collegato alla cosiddetta "Spiritualità laica" o Biospiritualità, basata sulla conoscenza di Sé e sulla propria natura, e non su testi e romanzi inventati,  questa è la prima ed unica forma di religiosità che ha promosso lo sviluppo della società umana nel suo complesso. Vedi ad esempio la funzione evolutiva svolta da filosofie come quella Platonica e Socratica, lo Zen,  il Taoismo e l'Advaita Vedanta (non-dualismo) ma vorrei che quest’insegnamento fosse reale, non fittizio. Infatti troppo spesso l’insegnante religioso sviluppa il suo programma  "teorico" magari  impartendo  "educazione sessuale" (in forma pseudo tantrica) o  lezioncine a sfondo etico/moralistico (roba per "innocenti").

L'insegnante deve essere qualificato nell'esperienza del Sé e non dal sapere accumulato sui testi. Così avveniva infatti nelle scuole Zen, ad esempio, in cui non era possibile insegnare se non si era sperimentato il Satori. 

Le religioni sono una zavorra inutile.  Eppure talvolta occorre analizzarle per lo meno allo sopo di ridimensionarle a quel che realmente sono: favole necessarie all'infanzia!

In questo momento storico in cui assistiamo ad uno scontro ideologico fra varie culture, e sovente mi son trovato a mediare le opposte visioni e le opposizioni che si creano fra esseri umani. La tendenza è sempre quella di separare nel nome di una ideologia, di una religione. Ciò che avviene in medio oriente fra ebrei e musulmani, avviene anche nel resto del mondo, le contrapposizioni ideologiche si manifestano a livello planetario. Buddisti contro scintoisti, cattolici contro ortodossi, destri contro sinistri, etc. etc.

In Italia oggi c’è un grande fermento pseudo-religioso, da una parte alcuni si arroccano sulla difesa del cattolicesimo come ultima ratio di civiltà, altri fanno di tutto per dimostrare che invece è proprio lì il marcio, altri ancora si rivolgono a religioni più soft e ragionevoli o verso lo yoga o tendenze new age e neopagane.

Di queste nuove espressioni di pensiero ne abbiamo già discusso in precedenza, ed io cerco sempre di accogliere tutto bonariamente con spirito laico e sincretico, ma oggi mi è capitato di dover rispondere ad una email collettiva un po’ delirante in cui le accuse verso le religioni monoteiste erano anche motivo di separazione razziale e di spaccatura nel significato di comune appartenenza della specie umana, che spesso è il discorso anche di parecchi atei o cosiddetti “razionalisti”.

Ricordo che tempo addietro nel nostro gruppo teatrale, il Cinabro di Calcata, stavamo facendo le prove di tre atti unici di Jean Tardieu, un autore dell’assurdo, ed io mi trovavo a dover incarnare la parte folle e pretenziosa di un professore che ha fatto dell’istruzione libresca e della cultura una sorta di roccaforte per ergersi al di sopra dell’umanità… Questo succede a tutti coloro che si arrogano il diritto di insegnare un “loro” vangelo ed è ciò che fanno pedantemente tutti gli assuntori di una religione od ideologia, i padri della chiesa, i maestri della fede ed i docenti supremi della verità.

Ecco la mia riposta ai professori della fede:
Cari professori, non sarete mica fessi (nel senso di spaccati), spero..!
Queste idee separative della specie umana, basate su un pensiero, su un concetto religioso, non hanno senso alcuno, come si può separare quello che non è mai stato diviso dalla natura e non è nemmeno divisibile? Prendete un cristiano, se lo accoppiate con un’animista prolificano; prendete una ebrea, se la accoppiate con un taoista, prolificano; prendete un musulmano se lo accoppiate con una atea, prolificano…. Tra l’altro i musulmani, che sono furbi, l’avevano già affermato “indirettamente” che non c’è differenza alcuna, infatti hanno insegnato che tutti i figli nati da un musulmano sono musulmani (anche se hanno un genitore diverso) e tutte le donne che si accoppiano con un musulmano vengono assorbite nella “religione”.

Le religioni e le fedi son solo etichette messe lì da furbi “speculatori” per creare scompiglio fra gli uomini, soprattutto fra quelli che amano pensare in termini separativi…. e che non hanno nient’altro da fare se non vedere differenze fra se stessi e gli altri… ed in questo ovviamente sono bravissimi anche i cristiani, i musulmani, gli ebrei, i nazisti, i comunisti, i flippatisti… e tutti quelli che spaccano l’umanità in nome di un “nome”
Coraggio….. Esseri Umani

 Paolo D’Arpini