Le religioni sono ideologie utili al controllo sociale… sola l’auto-consapevolezza è vera spiritualità


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Nella società umana, soprattutto in seguito al predominio della cultura patriarcale, ha preso il sopravvento la parte giudicativa della mente, da qui la grande avanzata  delle religioni basate sulla separazione e sul senso del peccato, sulla arroganza dell'uso nei confronti delle altre creature e della natura. Queste religioni si autodefiniscono uniche e vere, ma opprimono i concorrenti considerandolo un proprio diritto, in considerazione della propria "superiorità" ideologica mascherata da "amore" e "tolleranza"

In ambito spirituale l’idea sincretica sembrerebbe la più laica… e questa idea era presente anche a Roma ed in tutti i paesi del vecchio continente, almeno sino al sopravvento dei  culti monolatrici oggi dominanti (giudaismo, cristianesimo ed islam), essa è l’unica forma di pensiero che garantisce pari dignità ad ogni credo, filosofico,  religioso o ateo, considerandolo parte del patrimonio intellettuale dell’umanità.

Purtroppo  in Italia non siamo ancora giunti ad un affrancamento dalla dominanza religiosa… Anzi alla dominanza cristiana si è affiancata quella musulmana ed oggi assistiamo ad una gara per la supremazia,  con lo stato che cerca di salvare capra e cavoli accontentando un po' gli uni ed un po' gli altri, senza dimenticare -ovviamente-  il lupo, cioè la "religione madre", ovvero il giudaismo da cui le altre due derivano.

E  non  ci si meravigli di questa associazione fra politica e religione: nel mondo semitico degli ebrei, come pure in quello cristiano ed islamico, la politica, l'economia  e la religione sono legate indissolubilmente da una concezione di vita prettamente teocratica.  Le religioni si fanno carico  di combattere il cosiddetto  male, che poi non è altro  che il "peccato" commesso  non ubbidendo alla volontà di Dio (o ai  comandamenti dei suoi rappresentanti in terra) . E chi  stabilisce questa volontà? Ovviamente sono le religioni stesse che si fanno interpreti e depositarie del dettame  divino.


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"I predicatori religiosi hanno convinto il mondo intero: "Voi siete peccatori!". E ciò va bene per loro, poiché se non ne foste convinti i lor affari non potrebbero prosperare. Dovete essere peccatori, solo così continueranno ad esistere chiese, moschee e templi. Il vostro permanere nel senso del peccato è la loro buona "stagione", la vostra colpa è il fondamento delle chiese più potenti, più vi sentite in colpa e più le chiese continueranno a consolidarsi. Esse sono costruite sule vostre colpe, sul vostro peccato, sul vostro complesso di inferiorità. Così hanno creato un'umanità inferiore".... (Osho Rajneesh)

Un tentativo di aggiustamento della supremazia teocratica  è stato compiuto dalla Società Teosofica secondo la quale  il Male in Natura non esiste… Il vero male è stato creato dall’uomo razionale che si è allontanato dalla Natura… Non è la Natura che crea le malattie ma l’uomo… Natura non nel senso di natus ma come somma di tutte le cose visibili ed invisibili …. in breve l’Universo infinito increato perché eterno”. Il problema del Bene e del Male crea così tanta confusione perché il cervello finito dell’umanità non può comprendere l’Infinito. Per questo si ricorre ad una personificazione del Bene (Dio) e del Male (Diavolo). Secondo la Teosofia  tutte le religioni hanno una radice comune ma su queste ognuna ha costruito i propri dogmi e sono i dogmi che la ricerca teosofica vuole evidenziare perché sono proprio questi dogmi che hanno allontanato molta parte dell’umanità dal pensare all’unità della Vita e all’immortalità e ad alimentare i più nefasti fondamentalismi.

Ma la Teosofia stessa è un'altra forma di religione, sia pur  inglobatrice  e sincretica, il suo scopo è quello di pacificare gli animi, non di renderli liberi dalle credenze.

Ma  a questo punto ci si potrebbe chiedere "come mai nell'uomo è sorta la necessità di credere in un Dio e soprattutto di sperare in una vita oltre  questa vita terrena?" La riposta è semplice. L'uomo a differenza degli animali ha coscienza di sé, il che significa che egli s'identifica con il suo corpo e mente che riconosce come "se stesso". L'animale vive la sua vita  spontaneamente e muore come vive, senza rimpianti, quando è giunta la sua ora ripiega il capo ed accetta la sua morte come un fatto naturale, alla pari della nascita. L'uomo ha imparato a riconoscersi nel suo percorso vitale, nelle sue azioni, nelle sue volontà, nei suoi desideri e paure, insomma  percepisce di essere un ente individuale, autonomo, dotato di consapevolezza e questa consapevolezza lo spinge a credere che il suo essere possa -o debba - continuare. 


Allora la morte per l'uomo diventa un passaggio verso un altro stato di coscienza, una coscienza extracorporea. Il guaio è che  essendosi identificato con le sue azioni, macchiate dal concetto di "peccato" o "male", teme che la sua sopravvivenza nell'aldilà possa essere pregiudicata o addirittura risultare in una punizione eterna (dalle religioni definita "inferno"). Questa paura della morte fa sì che la stragrande maggioranza degli uomini tendano a cercare rifugio nel concetto di Dio e si adattano all'obbedienza verso  i dogmi di chi di quel Dio si fa portavoce in terra.

Che poi queste punizioni del post mortem vengano comminate dal giudizio divino o dalla legge del karma fa poca differenza. Dal punto di vista delle credenze l'obbedienza ai dettami religiosi è la sola legge.

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Insomma si può dire che la morte è il più grosso affare della storia umana. E le religioni ci hanno tratto profitto
dai tempi più remoti, da quando cioè ci si illuse che è possibile "ingannarsi" sulla scomparsa dell’io individuale o sulla procrastinazione della vita corporale. L'uomo  nella sua hybris di credersi eterno ha continuato a seguire il mito della lunga vita o della vita oltre la vita. Pian piano offuscato il miraggio della immortalità fisica (ma ancora ci si prova con i trapianti, etc.) ecco che l’uomo si è adattato a credere nella continuazione dell’io in un aldilà.

Le varie leggende narrano di come gli "eroi" della nostra specie abbiano tentato il tutto per tutto per sopravvivere a se stessi ed ove non bastava il medico, lo stregone od il Dio miracolante, ci pensava l’imbalsamatore a preservare quel simulacro corporale buono almeno ad illudere i superstiti, i sopravvissuti in attesa di…  E così ogni civiltà ha avuto il suo stile nell’affrontare la morte ma la fede verso un oltretomba ha continuato e continua a consolare frotte di morienti.

La paura della morte è della scomparsa di sé, la perdita dell’auto-coscienza riferita ad una specifica forma e nome. Chiaramente la brama esistenziale è alla base di questo processo, ciò è riscontrabile non solo nel caso di desiderio di prolungamento della vita fisica ma anche nella speranza della continuazione in altra dimensione. Paradossalmente questo è il caso anche dei suicidi che apparentemente rifiutano la vita ma sostanzialmente sperano in un prosieguo più sopportabile.

In verità nel momento in cui la morte si approssima l’attenzione si fa più vivida e non si percepiscono gli stati di sofferenza ma si sperimenta una forte pulsione adrenalinica in cui non c’è percezione di angoscia o sgomento (questa è l’esperienza raccontata dai sopravvissuti ad incidenti, etc.).  Ma prima di quella fase, di assoluto distacco - che corrisponde al momento dell'abbandono sperimentato anche dagli animali - anche se si è stati atei o laici per l'intera vita,  il timore di incorrere nel giudizio di Dio fa sì che ogni capacità discriminate scompaia e si chiede perdono dei propri peccati davanti ad un prete benevolente chiamato per l'occasione.

A meno che non si sia un Socrate che, quando alcuni dei discepoli gli consigliarono  di salvare la pelle scappando da Atene,   imperterrito suggerì: “Prima o poi la morte arriva comunque, ora se io fuggissi per amore della vita negherei il valore della democrazia e del verdetto popolare liberamente espresso, inoltre non conoscendo ciò che mi attende nel “post mortem” la curiosità innata del ricercatore che è in me mi spinge a non scantonare da questa esperienza, che viene spontaneamente. Se dopo la morte non vi è più nulla potrò godermi un meritato riposo se invece vi è ancora coscienza ed esistenza allora potrò finalmente corrispondere con spiriti nobili ed elevati ed avere una interessante condivisione sul significa dell’Essere. In entrambi i casi perché preoccuparsi?” Con queste parole serene Socrate bevette l’infuso mortale e se ne morì descrivendo dettagliatamente le sue esperienze fisiche e psichiche in ogni momento del processo di dipartita.


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Quello di Socrate  fu un classico esempio di agnosticismo.  Ma qualcuno potrebbe obiettare che anche Socrate credette in qualcosa, nel suo ordinamento filosofico, insomma in una ideologia. Certo a questo punto occorre inserire nel discorso anche la tendenza dell'uomo a sostituire la religione con una ideologia. Secondo Marx il credere in Dio è solo un tentativo di sollevarsi al di sopra della realtà esistente. E così la pensarono anche Fuerbach, Nietzsche, Freud e Darwin... e tanti altri filosofi laici. Essi aiutarono la causa della laicità mettendo in dubbio le credenze religiose, come dire ripulirono il terreno sradicando le male erbe, ma non poterono andare oltre, poiché anche la filosofia è una forma di pensiero, un sistema ideologico come la religione, pur che segue altri criteri "speculativi".

“L’uomo che non voglia far parte della massa non ha che da smettere di essere accomodante con se stesso; segua piuttosto la propria coscienza che gli grida: ’sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora’. Ogni giovane anima sente giorno e notte questo appello e ne trema; infatti presagisce, rivolgendo il pensiero alla sua reale liberazione, la misura di felicità destinata dall’eternità; felicità che non riuscirà mai a raggiungere se incatenata dalle opinioni e dalla paura. E quanto assurda e desolata può divenire l’esistenza senza questa liberazione! Nella natura non c’è creatura più vuota e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio e ora volge di soppiatto lo sguardo a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Un tale uomo alla fine non lo si può neppure attaccare: è solo esteriorità senza nucleo, un marcio costume, pitturato e rigonfio, un fantasma agghindato che non può ispirare paura e tanto meno compassione.” (Friedrich Nietzsche)

Per ritrovare noi stessi bisognerebbe tornare a quella che fu la prima forma di  spiritualità naturale.  La ricerca della propria natura, del "chi sono io?", che è la prima forma di riconoscimento spirituale nell’uomo, che affonda le sue radici nello psichismo naturalistico, nell’intuizione analogica,  nelle espressioni sacre della coscienza prima dell’avvento di ogni religione.

Naturalmente è  possibile individuare  in alcune pseudo religioni del passato questa “spiritualità naturale” priva di dogmi, di libri sacri e di preghiere.


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Sono realmente esistite nell’evoluzione del pensiero umano almeno  tre forme “pseudo-religiose”  prive del concetto di un “Dio creatore” personale ma che mantengono la verità di un’unica matrice per tutte le cose. Questa matrice  è definita Tao o  Senza Nome, nel taoismo; Brahman o Assoluto Non-duale nell’Advaita;  Sunya o Vuoto nel buddismo.

 Nel Hua Hu Ching è detto: "Agli altri esseri comuni spesso si richiede tolleranza. Per gli esseri integrali non esiste una cosa come la tolleranza, perché non esiste nessuna cosa come le altre. Essi hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L'attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere. Pertanto l'essere integrale non è attaccato a nulla e può relazionarsi a tutti con una attitudine non strutturata".

Forse come non mai oggi sento che la attuazione di una proposizione ecologista profonda, in cui riconoscersi nella totalità della vita,  disgiunta dal credo religioso, sarebbe oltremodo necessaria per garantire la continuità della civiltà umana.. per non parlare della sua sopravvivenza “bruta” (anche in considerazione dell’alienazione sempre più forte con i cicli naturali e l’avvelenamento dell’habitat).

La specie umana è in continua evoluzione e così dovremmo poter prendere coscienza che il nostro vivere si svolge in un contesto inscindibile. Di fatto è così... solo che dobbiamo capirlo e viverlo, prima a livello personale e poi a livello di comunità. Ognuno può e deve "comprendere" la necessità di riequilibrare  il suo stile di vita non sentendosi però obbligato da una ideologia o da una spinta etica... la maturazione deve avvenire per auto-consapevolezza ecologica e fisiologica. Attraverso la meditazione o "interiorizzazione".

Capisco che questa condizione esistenziale richiede una maturazione individuale ed un riavvicinamento alla propria natura originale che non può essere il risultato di una “scelta” o di un “credo” … La vita al momento opportuno e con i modi che gli sono consoni  condurrà l'uomo verso la sua natura originale..

Questo ritorno, questa coscienza di Sé  nell'Esistenza universale, non è una esperienza particolare, non ha bisogno di nomi o di attributi, è semplice Riconoscersi in Ciò che è...

Paolo D'Arpini

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