La storia di Mastarna e l'influsso etrusco nella Roma dei re


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Quello di cui ci accingiamo ora a parlare è un capitolo della storia di Roma che manca completamente nei racconti degli storici di età tardo-repubblicana e imperiale, cioè nella storiografia ufficiale romana, pur trattandosi di un capitolo d'importanza non trascurabile, come vedremo. È questo un esempio tra i più evidenti della distanza che intercorre tra le memorie dei tempi protostorici c arcaici e la grande stagione della letteratura latina. Dei fatti in questione abbiamo tuttavia qualche sentore più che dalle opere di storia dagli scritti di erudizione: frammenti di notizie sparse e perfinodiscordanti, fra le quali tuttavia non mancano spunti di autorevole credibilità e alle quali documenti archeologico-epigrafici originali offrono un appoggio determinante. Nella sua forma più semplice il racconto si riferiva ad un nobile condottiero etrusco chiamato Caele Caelius Vibenna venuto a Roma ai tempi di Romolo per dargli aiuto contro i Sabini, ovvero al tempo del re Tarquinio (s'intende Prisco), e che in ogni caso avrebbe dato il suo nome al Monte Celio da lui occupato e abitato. La prima variante cronologica è riportata essenzialmente da Vatrone (de lingua Lat. V, 46), accolta per cosl dire incidentalmente da Dionisio di Alicarnasso là dove si parla di Romolo, e altrimenti piuttosto nota e diffusa. Ma questa versione faceva genericamente riferimento agli Etruschi o ai Lucumoni o a personaggio denominato Lucumone (Cicerone in de Republica II, 8,14). L'altra versione che abbassa l'avventura di Vibenna all'età dei Tarquinii cioè al VI secolo ha dalla parte l'autorità di Tacito, Annali IV, 65,1-2 e soprattutto l’importantissimo anche se estremamente mutilato frammento di Festo sotto Tuscum Vicum, 486,12-19, in cui si parla di Cele e di un fratello Vibenna originari di Vulci (se l’aggettivo etnico che li definisce va reintegrato Volcientes come è pressochè certo sulla base di altre fonti), e con loro di un Maxtarna (del cui nome sono conservate solo le prime tre lettere, ma la cui completa restituzione non dovrebbe dar luogo a dubbi).

C'è poi una.testimonianza il cui valore supera quello di ogni altro argomento, e cioè l'annotazione contenuta in un discorso al senato dell'imperatore Claudio (riportato nelle tavole di bronzo di Lione), nel quale si affèrrria che secondo autori etruschi Servio Tullio era stato in origine un personaggio chiamato Mastarnafedelissimo sodalis e compagno di ogni avventura del duce Caelius Vivenna, del cui esercito variamente provato dagli eventi ed uscito dall'Etruria egli avrebbe condotto i resti ad occupare il Monte Celio; cambiato nome avrebbe poi ottenuto il regno di Roma con grande vantaggio per lo stato. L'autorità di questa fonte, rispetto ad ogni altra attestazione letteraria, è garantita dalla certezza del testo, dalla ufficialità della sede e dalla solennità dell'occasione in cui fu pronunciata l'orazione claudiana, tali da escludere ogni irresponsabile fantasia, infine ovviamente dalla pedantesca competenza dell'imperatore etruscologo.
Tutti questi dati della tradizione sono confermati, collegati e per così dire illustrati da quel singolare documento che è il fregio dipinto della Tomba Francois di Vulci, databile intorno agli ultimi decenni del IV secolo a.C., che è quanto dire poco più di due secoli dopo gli avvenimenti presumibilnente descritti. Le figure sono accompagnate dalle didascalie con i nomi relativi. Il fregio si sviluppa su tre tratti di parete; vi è rappresentato un combattimento con cinque coppie di personaggi, in gran parte in nudità o seminudità (eroica?): partendo da sinistra (vicino alla porta della cella iella tomba), Caile Vipinas {Celio Vibenna) liberato da Macstrna (Mastarna) che gli taglia i ceppi alle mani con la spada ed ha pronta per lui un'altra spada; seguono Larfs UIfes (Larth Ulthes), indossante una tunica, che trafigge Laris Papasfnas Velznax, cioè Laris Papathnas di Volsinii; Rasce in atto di colpire Pesna Arcmsnas Sveamax, cioè Pesna Arcmsna di una città chiamata *Sveama, forse Sovana, avvolto in un nanto listato che gli copre il capo; Avle Vipinas, cioè Aulo libenna, che afferra la chioma e infila la spada sotto il braccio di un nemico di apparente chioma bionda, designato da ma scritta mal conservata come Vensficau... plsaxs (nome inidentificabile: si è pensato anche ad un etnico Venthi perVeletus, e città d'origine anch'essa non riconoscibile); infine Marce Camitlnas che ha atterrato o sorpreso a terra e tiene per i capelli Cneve arxunies RumaX, cioè Gneo Tarquinio di Roma che abbiamo già menzionato, il quale tenta di fermare con la destra la spada che sta per inferirgli il colpo fatale. Analizziamo la scena cominciando dai personaggi.


 L'ultimo duello è per noi il più significativo perché ci garantisce l'ancoraggio cronologico dell'intera storia con l'età dei Tarquinii, oltre che il suo diretto rapporto con Roma, offrendo così il più puntuale riscontrò con le fonti di Claudio e di Tacito. Un altro dato importante è l'apparizione di Aulo Vibenna, il fratello di Celio che dalle fonti letterarie citate non era contemplato se non nel tormentato passo di Festo dove peraltro non è leggibile il prenome. Ma la coppia dei due fratelli torna a presentarsi comunque chiaramente appaiata, con le relative didascalie(Caile Vipinas Avle Vipinas), in procinto di aggredire un giovane cantore vaticinante di nome Cacu (ma quanto diverso dal Caco feroce brigante della leggenda romana!), nella figurazione di uno specchio del Museo Britannico proveniente da Bolsena; lo stesso tema si riscontra in rilievi di urne cinerarie di Chiusi ma senza i nomi. È evidente da queste figurazioni che i due personaggi sono considerati eroi ed entrati nel mito.

Considerando ora tutto il complesso del fregio vulcente distinguiamo chiaramente le due parti in conflitto. Sei figure costituiscono il gruppo vincente: oltre Macstrna che libera Caile Vipinas, quattro combattenti che colpiscono i nemici con la spada, di cui soltanto uno tunicato (Larth Ulthes), gli altri nudi (Rasce, Avle Vipinas, Marce Camitlnas). Va sottolineato che la maggior parte di questi personaggi è designata con la formula onomastica bimembre, prenome e gentilizio, rivelando con ciò la sua appartenenza alla classe dotata di diritti civili, cioè i due Vibenna, Larth Ulthes (l'unico che sia parzialmente vestito) e Marce Camitlnas; mentre Macstrna e Rasce hanno un unico nome individuale e dovrebbero quindi ritenersi di condizione servile o comunque inferiore, secondo quanto sappiamo del sistema onomastico etrusco. I loro quattro avversari soccombenti sono tutti caratterizzati da prenome e gentilizio, cui si aggiunge un terzo elemento in posizione di cognomen (ma non con le caratteristiche morfologiche di un cognomen, e perciò piuttosto un derivato con valore di « etnico ») indicante la città di provenienza o di appartenenza: Volsinii per Laris Papathnas, *Sveama- per Pesna Arcmsna, nome non leggibile per Venthicau..., Roma per Cneve Tarchunies. L'intenzionalità della precisazione etnica per i quattro sconfitti è evidente: si direbbe che la si sia voluta contrapporre ad aggressori «senza patria». La presenza tra loro di un Tarquinio di Roma fa ragionevolmente pensare che per tutti si tratti di personaggi di alto rango, se non addirittura di capi o re delle rispettive città.

Dalle persone si può passare ora alla natura dell'azione. Tutta una serie di indizi prova chiarissimamente che qui non si è inteso offrire un quadro generico di battaglia, ma si è voluto rappresentare un episodio storico molto particolare e ben definito. Tale episodio presuppone che Caile Vipinas, capo di una certa consorteria (come mostra il risalto datogli dal fregio), sia stato preso prigioniero da uno schieramento avversario. I suoi compagni ne hanno predisposto la liberazione con un'azione che coglie di sorpresa, forse nel sonno, i catturatori. La scena appare ritratta con una simultaneità di movimenti quasi come una «istantanea». Ogni assalitore colpisce un avversario con la spada snudata; ad uno degli assaliti scivola il manto dal capo; un altro lascia cadere lo scudo che non ha fatto in tempo ad abbracciare; un altro ancora è a terra, non ancora levato o caduto. Per quel che riguarda il primo gruppo, che naturalmente è il principale, mentre intorno la lotta infuria vediamo il liberatore Mastarna tagliare i legami del prigioniero e portargli la spada destinata a farlo entrare nel combattimento.

Che cosa significa tutto questo? Si tratta senza dubbio di un fatto importante, presumibilmente decisivo; di vicende concernenti le avventure dei Vibenna e dei loro seguaci, contrastate da avversari potenti. Di una prigionia e conseguente liberazione di Cele Vibenna la tradizione letteraria non parla, almeno per quanto essa è giunta tanto lacunosamente fino a noi. Che questo evento e in generale la storia dei Vibenna siano presenti tra i soggetti pittorici della grande Tomba Francois di Vulci, unico tema «storico» locale tra i molti ispirati dalla mitologia greca (a parte il «ritratto» in apparente costume trionfale di Vel Saties, titolare e membro della famiglia proprietaria della tomba, di cui non è qui il caso di discutere), si spiega con l'intento di glorificare antichi personaggi, se non già addirittura eroi, della città come i Vibenna e in pari tempo alludere alla loro vittoria sul romano Tarquinio, in un momento (fine del IV secolo) in cui Vulci doveva essere gravemente minacciata dai Romani già penetrati a fondo in Etruria.
S'intende che anche proprio per questo l'episodio rappresentato dalla liberazione di Caile Vipinas deve intendersi come vittoria, e vittoria clamorosa, della sua parte contro la parte avversa. Resterebbe forse da spiegare perchè questa parte avversa veda schierarsi simultaneamente e parallelamente quattro «rappresentanti» eminenti di quattro città che, con la loro uccisione, debbono intendersi vinte. Qui sospettiamo che il realismo della scena episodica abbia ceduto almeno parzialmente il campo ad un certo simbolismo figurativo, per cui si sia voluta considerare presente e soccombente l'intera coalizione nemica attraverso i suoi capi, eventualmente anche fondendo in uno altri fatti, con quella visione contemporanea di momenti diversi che sarà poi caratteristica della pittura e del rilievo trionfali romani. Chiaro sembra anche il proposito di contrapporre alla pari ed elevata dignità dei vinti la mancanza di qualificazione etnica e l'eterogeneità sociale dei vincitori (partecipazione dei due individui senza gentilizio: Mastarna e Rasce).

Un ultimo gruppo di testimonianze, interessante proprio Roma in maniera più diretta, va preso in esame a proposito di Aulo Vibenna, il fratello del «capo». Meno illustre e meno ricordato per quel che riguarda l'avventura primaria, egli sembra apparirci protagonista di vicende conseguenti incentrate a quanto sembra attorno a Roma. Il documento fondamentale, tanto ricco di dati interessanti quanto poco chiaro, è un lungo passo dello scrittore cristiano Arnobio (Adversus gentes VI, 7) in cui si fa riferimento a diverse fonti annalistiche risalendo in ultima analisi fino a Fabio Pittore. In forma retorica e alquanto complicata si allude ad eventi della vita di Olus (cioè Aulus) Vulcentanus e in particolare si accenna al fatto che egli fu ucciso per mano di un servo, che non si vollero accogliere le sue spoglie in patria, che fu sepolto sul Campidoglio e che il tempio capitolino (con il colle) prese nome dal suo cranio ritrovato dopo qualche tempo (caput Oli Capitolium).

La leggenda della scoperta del cranio al momento della fondazione del tempio di Giove ricorre in diversi autori romani; in particolare l'etimologia caput Oli è ricordata da Servio nel commento all'Eneide (VIII, 345) e dalla fonte del Cronografo di Vienna (anno 354 d.C.), che precisa che sul cranio era scritto in lettere etrusche «caput Oli regis»; di una iscrizione in lettere etrusche parlava anche Isidoro, Origines XV, 2,31. Da notare che questo prodigioso rinvenimento, ritenuto augurale per la futura grandezza di Roma anche da interpreti etruschi interpellati in proposito, è riportato da Livio (I, 55) al regno di Tarquinio il Superbo, cioè in tempi posteriori agli ipotetici eventi del «periodo serviano». Ma a fronte di queste memorie favolose noi possediamo una testimonianza concreta di straordinario valore, rappresentata con pressochè assoluta certezza da un documento originale dello stesso Aulo Vibenna, cioè una iscrizione dedicatoria etrusca trovata nel santuario di Portonaccio a Veio con il suo nome in forma arcaica Avile Vipiiennas, incisa sopra un piede di vaso di bucchero databile tra il secondo quarto e la metà del VI secolo. La presenza nello stesso deposito di oggetti offerti da personaggi di alto rango come i Tulumne che poi regneranno a Veio ci autorizza a credere che qui si tratti veramente di quell'Aulo Vibenna di cui era rimasta a Roma una cosl cospicua memoria. Ma c' è pi più. In una coppa etrusca di imitazione greca dipinta a figure rosse della metà circa del V secolo proveniente molto probabilmente da Vulci, attualmente conservata a Parigi nel Museo Rodin, c'è una dedica Avles Vi(i)pinas la quale fa pensare che questo personaggio fosse stato ben presto addirittura eroizzato (personalmente e singolarmente, cioè in un quadro diverso dalla tradizione dei racconti mitici da cui derivano le citate figurazioni dei due fratelli nello specchio di Bolsena e nelle urne chiusine).

 Da tutto l'insieme di dati sin qui raccolti, anche se scarni e di tanto diversa natura, non è tuttavia impossibile cercare un’interpretazione storica. E’ cosa certa che nella prima metà del VI secolo un grosso sconvolgemento ha turbato l’Etruria meridionale e Roma (riguardo all’Etruria questa vicenda appare tanto più importante se si considera quanto poco sappiamo della storia politica etrusca in generale). Si tratta di un'azione militare guidata da un condottiero originario di Vulci, Caile Vipinas, e dai suoi seguaci, presumibilmente a scopo di rapina e di conquista, senza peraltro escludere altre eventuali ragioni di carattere ideologico o sociale che ci sfuggono. L 'impresa come già sappiamo è un esempio tipico dell'avventurosità delle aristocrazie arcaiche (i Vibenna erano di stirpe nobile come risulta da Varrone e, presumibilmente, dalle fonti di Arnobio) e sembra avere, almeno inizialmente, il carattere di un'iniziativa privata o se si preferisce «gentilizia»: non certo espressione della politica di una città, nella fattispecie Vulci, anche se più tardi Vulci la esaltò come una sua gloria nelle pitture della Tomba Francois (che probabilmente sono copie della decorazione di un edificio pubblico).

Tuttavia non si può del tutto escludere che nel movimento suscitato dai Vibenna possa essersi inserito qualche elemento di tendenza riformistica e antioligarchica, forse maturata proprio a Vulci città apertissima alle influenze della Grecia e quindi anche possibilmente alle sue innovazioni socio-politiche. Ciò porterebbe ad un contrasto con gli ambienti più conservatori soprattutto dell'Etruria interna; e sarebbe una spiegazione, peraltro del tutto ipotetica, di quell'estendersi della sfera d'azione della potenza armata dei Vibenna fino ad investire e minacciare grandi città come Volsinii e Roma. Bene inteso non sarà da pensare a cambiamenti politici ingenti e durevoli, se non forse per Roma, come vedremo. La presentazione dei rappresentanti vinti ed uccisi delle quattro città nel fregio della tomba Francois è verosimilmente un'amplificazione di singoli e più modesti avvenimenti reali. Le forze degli aggressori saranno passate come un uragano attraverso l'Etruria meridionale interna e la valle del Tevere, con vicende alterne, come provano da un lato la «varia fortuna» del testo di Claudio, da un altro lato gli episodi della cattura e della liberazione dello stesso capo della spedizione Caile Vipinas testimoniate dalle pitture vulcenti. La quasi totalità di questi avvenimenti deve essersi svolta in Etruria. A Roma, stando alla versione claudiana, sarebbero giunti solo i resti dell'esercito sotto la guida di Mastarna, ciò che implicherebbe l'uscita di scena di Caile.

 Che cosa accadde poi? Per rispondere a questa domanda conviene. considerare più da vicino le persone degli attori del dramma. Si è già detto dei Vipina (forma originaria arcaicaVip(i)ien(n)a, forma latina Vibenna con la variante Vivenna della registrazione epigrafica del discorso di Claudio); si può aggiungere che questo nome gentilizio apparirà diffuso in tutta l'Etruria per l'intero corso della storia etrusca, con particolare riguardo all'area vulcente, centro-etrusca e chiusina: deriva da una forma semplice «prenominale» Vipi (latino Vibius)comune anche all'onomastica delle lingue italiche e più frequente nell'Etruria meridionale (ricordiamo tra l'altro il Vel Vibe veiente del frammento di Nevio). La compagnia di Caile Vipinas nella Tomba Francois appare, ripetiamo, socialmente mista: la presenza di parenti (Aulo), amici di pari rango (Larth Ulthes, Marce Camitlnas) e coadiutori di rango inferiore (Macstrna, Rasce) ricorda molto da vicino la composizione delle consorterie che accompagnavano la migrazione del futuro Tarquinio Prisco o sdstenevano Servio Tullio aspirante al regno nel racconto degli storici. Larth Ulthes ha un raro gentilizio attestato in tempi più recenti anche con forme affini in area centro-etrusca.

Quanto al nome Camitlnas, in verità isolato, l'ovvia assonanza con Camillus può essere fuorviante; anche se non sarà da rigettare a priori; il richiamo più pertinente potrebbe essere con il tipo Camcdius e derivati, di area laziale, campana, umbro-sannitica: dunque forse un commilitone «meridionale» (al quale sarebbe toccato il gesto più pregnante, quello di colpire Tarquinio). Restano i due «senza nome»: Mastarna e Rasce, per il quale ultimo si può pensare ad un semplice ausiliare designato genericamente dalla sua nazionalità (Ras-ce con formazione equivalente a Rasna, Rascnna, cioè « l'etrusco» o « un etrusco »?).

Mastarna esige un più particolare esame perchè il suo nome e la sua personalità costituiscono il problema centrale di ogni possibile tentativo di interpretazione storica di questi fatti per quanto essi riguardano Roma. Che la forma onomastica etrusca Macstrna (latinizzata in Max(tarna), Mastarna) contenga la parola latina magister è una vecchia certezza che non può dar luogo a dubbi. La questione è invece quella del suffisso -na che in etrusco è un sicurissimo indicatore di appartenenza. La forma macstr-na non può quindi equivalere semplicemente amacstr- cioè magister; ma deve piuttosto significare qualcosa come «relativo al magister», «appartenente a magister». Cadrebbero di conseguenza tutte le ipotesi formulate in precedenza, anche dall'autore di questo libro, circa una funziont di potere esercitata dal personaggio Mastarna in Roma con il titolo di magister, sia come comandante militare luogotenente di Tarquinio Prisco, sia come magister populi più o meno di estrazione popolare, o simili. Il magister al quale si riferisce il nome di Mastarna non sembra possa essere altro che Cele Vibenna, quel capo di cui Mastarna era stato sodalis fidelissimus secondo la tradizione claudiana. Proprio questa sodalitas si esprime nella forma che indica grammaticalmente il concetto di appartenenza, e può spiegare in pari tempo la condizione di inferiorità sociale di Mastarna, privo di un nome gentilizio e contraddistinto solo da una qualifica funzionale, e l'intimo legame di personale devozione al suo comandante di cui è testimonianza, oltre al fidelissimus claudiano, la scena della liberazione nel fregio di Vulci. Si può e si deve immaginare uno speciale rapporto di fiducia e di amicizia di Cele verso il suo «scudiero», tale da porre quest'ultimo in una posizione di privilegio, di cui si vedranno forse nel futuro le conseguenze.

Quanto al fatto che il capo etrusco della grande spedizione possa essere stato ricordato con il titolo latino di magister senza dubbio esso costituisce per noi un motivo di perplessità: non però gravissimo se si pensa che il termine latino appare, sia pure in tempi assai più recenti, nella titolatura dei magistrati etruschi (macstrev in un sarcofago di Tuscania, Corpus lnscriptionum Etruscarum 5683), ma ancor più supponendo antiche profonde interferenze fra mondo etrusco e mondo latino in particolari settori del linguaggio tecnico-istituzionale, o la possibilità di usare un termine straniero alla moda, o qualche altra cosa di simile. L'estremo punto d'arrivo dello sconvolgente movimento dei Vibenna calato per la valle tiberina - via che diverrà tradizionale per ogni invasione dal nord - è, come si diceva, Roma; ed a Roma si svolgeranno gli ultimi atti di questa vicenda storica, per quanto sappiamo. Non si può dire se la versione data dalle fonti di Claudio circa la presenza a Roma solo dei resti della spedizione senza più il suo capo sia integralmente accettabile sul piano storico. Nella testimonianza figurata del fregio vulcente il rappresentante di Roma Cneve Tarchunies cade vinto in presenza di Calle Vipinas, il quale dunque è da considerarsi responsabile della sconfitta di Roma simboleggiata in questa scena e potrebbe aver colto il frutto della sua vittoria occupando in tutto o in parte la città nemica. Ne si può escludere la eventualità che realmente al suo nome si ricolleghi quello del Caelius mons come voleva unanimemente la tradizione antica, anche se è più sensato credere con gli storici moderni che si tratti di una falsa etimologia. Comunque l'idea che il capo della spedizione sia personalmente arrivato fino a Roma nel corso delle sue azioni militari non è da scartare. Ciò che conta è quanto accade dopo la sua scomparsa (dovuta alla morte o a una qualsiasi altra ragione) ed è adombrato nel racconto claudiano, cioè il fatto che una parte residua del suo esercito sarebbe rimasta affidata a Mastarna il quale l'avrebbe impiegata per installarsi definitivamente in Roma.

A questo punto il discorso si fa più complesso ed ipotetico. Tutte le notizie che abbiamo raccolto su Aulo Vibenna indipendentemente dagli scenari nei quali egli appare in coppia con il fratello inducono a pensare che egli abbia avuto una propria storia probabilmente da collocare in una fase posteriore alla scomparsa di Cele. E’ facile immaginare che questa scomparsa abbia creato problemi di successione e che, la stretta parentela e la comunanza delle imprese abbiano naturalmente portato Auto ad assumere l'eredità del fratello nel comando della spedizione e dell'esercito. E’ sospettabile che a questa designazione abbia concorso soprattutto la parte «aristocratica» della consorteria, quelli che le fonti storiografiche designano in casi analoghi, come «parenti» ed «amici» del capo. Ma l'esercito di Cele Vibenna comprendeva anche i sodales, le clientele e in genere gli ausiliari, come si indovina in qualche maniera nella stessa scena pittorica della Tomba Francois. Soprattutto esisteva il fatto certissimo (concordemente provato dalla testimonianza claudiana e dalle pitture vulcenti) del rapporto molto stretto di fedeltà e di fiducia tra Cele Vibenna e Mastarna, che può aver procurato a quest'ultimo un potere illimitato evidentemente prolungatosi oltre la morte del capo.

Una fondamentale rivalità ed un finale scontro fra Auto Vibenna e Mastarna sono da immaginare logicamente e oseremmo dire con certezza. In Roma conquistata (per merito di Mastarna) Aulo avrà avuto inizialmente la supremazia, per i suoi diritti familiari di successione al fratello: ne abbiamo qualche indizio nelle fonti già citate a proposito del caput Oli e tra queste il ricordo di una supposta iscrizione etrusca che lo designava addirittura come re. Ma Mastarna, capo di fatto con l'appoggio dell'esercito, avrà finito con il prevalere eliminando il rivale. Di questi ipotetici avvenimenti non esistono testimonianze. Tuttavia un filo tenue di prova potrebbe intravedersi nel citato confuso testo di Arnobio, dove, certo sulla scorta di remote fonti annalistiche (forse dello stesso Fabio Pittore), si accenna come a fatto notorio alle ragioni per cui Olus sarebbe stato ucciso da un servo, «...cur manu servuli vita juerit spoliatus et lumine». Un sicario di Mastarna? o Mastarna stesso designato dal primo relatore del fatto come «servo» per le sue originarie condizioni d'inferiorità sociale?
L'occupazione di Roma da parte degli invasori etruschi, i Vibenna, Mastarna, i loro compagni, le loro truppe, è conseguenza e causa del crollo della monarchia dei Tarquinii. Non abbiamo dati sufficienti per indicarne con precisione la cronologia (e con essa naturalmente la fine del «periodo di Tarquinio Prisco» e l'inizio del «periodo serviano»); tuttavia una proposta che la collocasse intorno al 570-560 non sarebbe forse troppo lontana dal vero. La caduta di Cneve Tarchunies nella scena di combattimento della Tomba Francois fa pensare logicamente a scontri cruenti e alla soppressione violenta del potere della dinastia regnante, con una eventuale sostituzione dei nuovi dominatori nel ruolo e nel titolo regio. Sarebbe questa la spiegazione dell'« Olo (Aulo) re» della favolosa iscrizione del Campidoglio (pur ricordata da fonte tardissima e incerta); si potrebbe cioè immaginare che Aulo Vibenna sia senz' altro salito sul tropo degli spodestati Tarquinii (anche se il suo nome, obliterato o cancellato, non apparirà nella lista canonica dei re di Roma); e potrebbe essere che in questa posizione e in questo periodo Aulo Vibenna offrisse un suo donario nel santuario di Veio. Ma si può pure pensare, in modo diverso, che la sovranità dei Tarquinii non sia stata subito e del tutto annullata e che, pur sotto la dominazione o la soverchiante presenza degl'invasori, essi abbiano continuato a portare il titolo regio e a conservare una loro sede in un settore della stessa città, con vicende alterne di convivenza e di conflitti (di cui potrebbe darci qualche idea la stessa tradizione a proposito dei rapporti fra i Tarquinii e Servio Tullio).

Ci chiediamo se nell'insediarsi a Roma degli epigoni delle imprese di Cele Vibenna possano essere emersi, ed aver acquistato rilievo, quei motivi di irrequietezza sociale e di tendenza ad un riformismo in senso antioligarchico diffusi in Etruria, di riflesso dal mondo greco, che abbiamo già sospettati presenti all'inizio del movimento dei Vibenna. E’ possibile che proprio in queste fasi finali della occupazione di Roma l'originario carattere «gentilizio» del movimento stesso sia andato attenuandosi e gli elementi di estrazione subalterna abbiano preso sempre maggiore risalto nella conduzione delle milizie.

L'affermazione di Mastarna e la ipotetica ma verosimile eliminazione di Aulo Vibenna possono essere considerate come le manifestazioni più appariscenti di queste tendenze. Lo stimolo sovvertitore o almeno perturbante proveniente dall'esterno può aver avuto importanti ripercussioni anche sugli ambienti locali di Roma. Rivendicazioni e innovazioni possono aver trovato il loro terreno più favorevole nelle zone di Roma più aperte ad influenze straniere e alle sfere del commercio e del lavoro, in particolare come è naturale attorno al porto tiberino (è un fatto interessante che proprio qui nel santuario di S. Omobono si sia trovata tanta ceramica etrusco-corinzia di produzione vulcente: un rapporto con la patria dei Vibenna?). La politica conservatrice restò probabilmente legata alla tradizione dei Tarquinii e ai loro circoli. Immagineremmo volentieri la loro roccaforte su quel monte capitolino sul quale si avviava a sorgere il grande tempio di Giove (dedicato da Tarquinio Prisco, compiuto dal Superbo secondo gli storici romani), massima espressione della pietà, della magnificenza e della potenza della dinastia. 

Resta ora da affrontare il problema che ci si attenderebbe come conclusione a questo punto: quello della identità di Mastarna e di Servio Tullio affermata dalle fonti etrusche di Claudio. In realtà non possiamo sfuggire, ne sfuggì un certo settore dell'erudizione antica, alla suggestione di coincidenze rilevantissime. Mastarna è a Roma uno straniero privo di nome gentilizio e perciò appartenente ad una classe inferiore; Servio Tullio è ricordato dalla tradizione come straniero e apolide, cioè originariamente senza diritti di cittadinanza. Mastarna si impone a Roma a seguito di eventi che implicano la sconfitta e presumibilmente l'uccisione di un Tarquinio; Servio Tullio salirà al trono, o piuttosto si impossesserà del regno dopo l'uccisione di Tarquinio Prisco. Si può aggiungere che le riforme attribuite a Servio Tullio comprendono la creazione di un sistema di rappresentanza (e pertanto una fonte di potere politico), cioè i comizi centuriati, essenzialmente basato sopra una struttura militare: ciò che fa pensare alla importanza che potrebbe aver avuto per la vita pubblica di Roma la presenza di un esercito organizzato come quello di cui, dopo la scomparsa. di Cele Vibenna, era diventato arbitro Mastarna.

Sembra dunque lecito argomentare senza eccessivo sforzo di fantasia che Mastarna, rimasto ormai solo a capo delle milizie stanziate in Roma dopo l'eclissi dei due Vibenna, abbia inteso progressivamente stabilizzare il suo potere, assumendo un nome gentilizio e cercando localmente una legittimità a quella dignità regia alla quale forse con effimera esperienza si era accostato Aulo Vibenna. Ma in ultima analisi che i fatti si siano svolti in un certo modo e che propriamente Servio Tullio sia la stessa persona di Mastarna è non solo non dimostrabile con cettezza, ma forse anche irrilevante per il nostro giudizio storico finale. Ciò che conta è che esiste un possibile e logico legame di continuità fra ciò che rappresentano nelle loro rispettive sfere le figure di Mastarna e di Servio Tullio.

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