Erba gatta e sballo felino



Frank, il mio ultimo, malconcio gatto domestico, secondo me mangiava d’abitudine piante stupefacenti per avere allucinazioni. Ogni sera d’estate, alle cinque in punto, Frank si trascinava nell’orto per un aperitivo a base di Nepeta cataria, o erba gatta. Prima l’annusava, poi mordeva le foglie e le strattonava, quindi iniziava a rotolarsi sulla schiena in una parossismo simile all’estasi sessuale. 

Le pupille gli si restringevano fino a diventare capocchie di spillo e assumeva uno sguardo fisso leggermente impaurito, che precedeva un balzo su un nemico o – chi può dirlo – un’amante invisibile. Frank atterrava maldestramente, si rialzava, faceva qualche buffo passo laterale e poi ricominciava, fino a quando, esausto, si metteva a dormire all’ombra di una pianta di pomodoro. 

Più tardi ho appreso che l’erba gatta contiene un composto chimico, il nepetalactone, che imita il ferormone presente nell’urina dei gatti durante la stagione degli amori. Questa chiave chimica sembrerebbe combaciare con un recettore afrodisiaco nel cervello del gatto e solo con quello. Era divertente osservare il mio gatto scombussolato da una pianta, ma anche sconcertante: per quel breve momento, Frank barcollava per il giardino come se fosse letteralmente fuori di sé. 


Eppure il giorno dopo era di nuovo lì, ma, cosa curiosa, mai prima delle cinque. Forse ritualizzava la pratica per tenerla sotto controllo; oppure gli ci voleva il momento migliore della giornata per ricordare dove cresceva quella pianta magica. 

Avevo piantato l’erba gatta esclusivamente per il piacere di Frank, ma ripensandoci a volte mi domando se non fosse nel mio giardino anche in qualità di sostituto della pianta proibita che avrei voluto coltivare per me. Mi riferisco alla canapa. Inebriante, curativa e utilizzabile come fibra tessile, la canapa è una delle piante più formidabili che potrebbero crescere in questi luoghi; ma, mentre scrivo, è anche la più pericolosa da coltivare. 


Ogni giorno, il rituale pomeridiano di Frank mi ricordava che il mio giardino poteva produrre molto più che cibo o bellezza, che poteva generare prodigi piuttosto interessanti per la chimica del cervello, e appagare così desideri più complessi...

(Tratto da: La Botanica del desiderio di Michael Pollan)

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