Aldo Capitini, il Movimento Nonviolento, l'Associazione Vegetariana ed il Circolo Vegetariano VV.TT.


Pochi sanno che in Italia il Movimento Non Violento fu fondato da Aldo Capitini contemporaneamente alla fondazione della Società Vegetariana Italiana, successivamente Associazione Vegetariana Italiana (alla quale il nostro Circolo Vegetariano VV.TT. ha collaborato dalla sua fondazione nel 1984).
Avvenne nei primi anni ’50 quando parlare di non violenza e di vegetarismo sembrava  un’utopia…. Il mondo era appena reduce da una guerra mondiale e si viveva in piena guerra fredda, mentre il messaggio  della bistecca facile cominciava ad imporsi come nuovo modello alimentare e sociale.
Aldo Capitini maturò la sua esperienza vegetariana e non violenta  attraverso lo studio e l’esempio di Gandhi, il liberatore pacifico dell’India dal giogo coloniale inglese. Capitini fu un accademico famoso e stimato ma allorché si oppose alla conquista dell’Etiopia da parte del governo di Benito Mussolini fu ostracizzato e messo in disparte. Purtroppo anche dopo la caduta del fascismo non fu riabilitato come sarebbe stato giusto (infatti l’Italia era caduta sotto l’influenza americana, che non è  propriamente una potenza pacifista).
Gandhi nella sua minuscola stanzetta dell’ashram da lui fondato teneva alle pareti solo due ritratti, quello di Giuseppe Mazzini e quello di San Francesco d’Assisi, che lui riteneva esempi ispirativi per la non violenza e per l’acume politico sul concetto  di libertà.  
Vorrei ora spendere qualche parola sulla figura di Gandhi. Tanto per cominciare mi  sembra di capire dall’etimologia del nome che si tratti di una combinazione di “gana” e “dhyan”. I Gana sono i custodi della verità assoluta, i difensori del monte Kailash  la dimora di Shiva (l’Assoluto) e Dhyan  significa “meditazione”. Si potrebbe arguirne che il nome Gandhi  significhi “Colui che medita sulla difesa della Verità”. Ed infatti per Gandhi la “Verità” fu il primo comandamento e per essa egli sacrificò l’intera sua vita.  
Ricordo tanti anni fa (ai primi dell’80 del secolo scorso) quando a Bombay potei assistere alla prima del film “Gandhi”, la sala era stracolma e tutti gli spettatori –me compreso- piangevano lacrime di commozione ma anche  di gioia  nell’assistere alla determinazione e santità di un uomo, piccolo e non violento, assolutamente sincero e  verace nel suo perseguire l’ideale.

Paolo D’Arpini
Treia - Ingresso del Circolo VV.TT.


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Commento ricevuto:

Ho letto il Tuo intervento su Capitini. Sul rapporto fondamentale tra Capitini e il vegetarianesimo sono anni che insisto. A questo tema ho dedicato un intero capitolo ("Realtà di distanze e d'ignoto, Capitini filosofo antispecista") del mio ultimo libro "Al punto di arrivo comune. Per una critica della filosofia della mattatoio" (Mimesis, 2012). Tra l'altro, desta amarezza che questo aspetto sia del tutto trascurato, peggio ancora minimizzato, persino da chi si richiama alla sua testimonianza politica e filosofica. 

La colpevole abrasione  dell’antispecismo (con tutto ciò che sul piano individuale e politico ne consegue) dall'orizzonte della nonviolenza, attuata dal movimento nonviolento italiano (auto)relegato nel ristretto orizzonte di un rivendicazionismo antropocentrico (con la riduzione del diritto e dei diritti all’interno di margini esclusivamente umani), rivela non soltanto un’incomprensione di fondo della portata innovativa della prospettiva capitiniana ma addirittura una drammatica, se non tragica, deviazione da una concezione estremamente feconda e, nel suo insieme, radicalmente rivoluzionaria. 

Il vegetarianesimo non va disgiunto dall'antifascismo capitiniano, dal momento che il filosofo perugino - per sua ammissione - divenne vegetariano proprio per affermare con evidenza il suo rifiuto della violenza totalitaria. A. Capitini, La nonviolenza oggi, in A. Capitini,  Scritti sulla nonviolenza, cit., 161: «Confesso che io diventai vegetariano proprio sotto il regime della violenza fascista che preparava la guerra, perché pensavo che se si imparava a risparmiare l’uccisione di animali, con maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini».

In A. Capitini, Antifascismo tra i giovani, Trapani, Célèbes, 1966, 28, ricorda: «Gentile mi dimise (dove svolgeva fuinzioni di segretario della Normale di Pisa nonché di assistente volontario di Attilio Momigliano, n.d.r.)  mi invitò ad andarmene. E venuto a Pisa nei primi del gennaio 1933 mi fece chiamare per salutarmi e mi disse: “Credo che non riuscirei a persuaderla”. Non risposi altro che “Credo che anch’io non riuscirei a persuadere Lei”. Il vicedirettore mi disse poi che Gentile era impaziente che io sistemassi le mie cose e me ne andassi perché ero divenuto di colpo vegetariano (per la convinzione che esitando davanti all’uccisione degli animali, gli italiani - che Mussolini stava portando alla guerra - esitassero ancor più davanti all’uccisione di esseri umani), e a Gentile infastidiva che io, mangiando a tavola con gli studenti come continuavo a fare, fossi di scandalo con la mia novità!». 

Un'ultima annotazione: nonviolenza, mi raccomando, va scritta come una sola parola, proprio come suggerì lo stesso Capitini ne "Le tecniche della nonvioelnza" (Feltrinelli, Milano, 1967, p. 9), perché "Se si scrive in una sola parola, si prepara l'interpretazione della nonviolenza come di qualche cosa di organico, e dunque, come vedremo, di positivo."

Un caro saluto. Francesco Pullia

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