Vignola, 23 giugno 2013 - Due storie sull'umiltà... in chiusura dell'Incontro Collettivo Ecologista



“Lasciateci essere come pietre, come piante, come alberi. Lasciateci essere animali, lasciateci pensare e udire come loro.   Ascolta l’aria! Tu puoi udirla, sentirla, odorarla e gustarla. L’aria sacra che rinnova tutto con il respiro. Spirito Vita respiro, rinnovamento, la parola significa tutto questo.   Noi sediamo gli uni vicini agli altri, non ci tocchiamo, ma qualcosa è qui; noi sentiamo che qualcosa è presente tra noi.” (Madre Natura)
Due storie significative sull'umiltà...

La recita si svolve il 23 giugno 2013, alle h. 18.30, nel campo dell'azienda agricola La Bifolca in Via dei Gelsi a Vignola (Mo) nell'ambito dell'Incontro Collettivo Ecologista. Al temine della performance, per la ricorrenza della vigilia di San Giovanni, ci sarà un rinfresco agricolo, una esibizione di eccellenze contadine ed un concertino di musica popolare a cura del gruppo Lanterna Magica. 
Un fuoco sarà acceso....  
I racconti qui sceneggiati sono basati sull’immediatezza del messaggio.
Il dialogo, scarno e sintetico, e la scenografia, pressoché inesistente o neutra,  sono lo sfondo amorfo sul quale rappresentare  l’immagine. In questo caso l’immagine che viene proiettata è simbolica e rappresentativa di una “comprensione” di sé e del mondo che non può essere adeguatamente descritta attraverso la concettualizzazione. 
Per questa ragione le storie riportate non si riferiscono  ad una specifica  matrice culturale, si discostano da ogni forma costituita di filosofia o religione o cultura,  chiamarle storie zen o cristiane, orientali od occidentali, sarebbe una negazione del loro messaggio universale….

Prima storia: Umiltà non è una frazione di Nepi 
Ambientazione scenica: Un paesino della Tuscia
Narratore:  C’è una località nel territorio di Nepi che si chiama Umiltà, lì vicino si trovano le sorgenti dei Gracchi, famose per l’acqua minerale. Ma non è questa la materia che  intendo  trattare,  uso il nome del luogo “Umiltà” come  pretesto per  giocare sul significato della parola, cosa vuol dire?  Da una parte  evoca una semplicità, innocenza e spontaneità di comportamento libero da ogni affettazione dall’altra può essere interpretata come una professione, un atteggiamento costruito sulla modestia ma destinato all’esibizione della qualità stessa.  
Siamo nei pressi di Viterbo, la cosiddetta Città dei Papi, ove sorgono numerosi monasteri ed abbazie.  Tre  conventi vicini, ma appartenenti a congregazioni diverse,  sono famosi in tutta la Tuscia per la loro religione. Un giorno  le tre badesse che li dirigono si trovano contemporaneamente a passeggiare in un parco, si incontrano e decidono di sedersi assieme all’ombra di un albero. 
(Qui si vedono entrare in scena separatamente, una dopo l'altra le tre badesse. La prima entra con un librone in mano e finge di leggere e ponderare, ha gli occhiali e l'aria molto seria; la seconda entra sferruzzando e guardandosi attorno cercando qualcuno da aiutare, magari accarezza un astante e fa sorrisi a destra ed a manca; la terza  avanza a testa bassa tutta coperta anche in testa con un velo ed ha l'aria di essere molto schiva. Dopo aver girato un po' attorno fanno sembianza di incontrarsi, si salutano e si siedono tutte e tre con sorrisi e facendo gesti di benedizione e di preghiera.)
La prima badessa esordisce: “Noi tutte siamo impegnate a salvare le anime perse per la gloria del signore. Ed oggi ci siamo incontrante per la maggior gloria di madre chiesa. Ed  è vero che anche voi siete al servizio della religione.. però... per quanto riguarda lo studio delle scritture e della bibbia, per la divulgazione delle preghiere e delle novene  il mio convento è certamente il  più  rinomato”. 
Dopo un po’  interviene la seconda badessa: “Certo è così, in effetti noi tutte siamo al servizio della religione ed è vero che nella abbazia della qui presente santa madre lo studio delle scritture è  importante  e riconosciuto... però...  per l’assistenza ai poveri ed ai bisognosi,  agli ignudi ed agli affamati,  agli infermi e malati il mio monastero è certamente il più famoso”. 
La terza badessa, che dirige  un eremo  di suore penitenti,  resta per un po' in silenzio non sapendo bene cosa dire, poi sussurra con parole dolci e condiscendenti: “Quel che voi dite, sante madri, è corretto e senz’altro giusto,  infatti i vostri conventi sono famosi per lo studio della religione e per le opere pie...  però... vorrei precisare che nella pratica dell’umiltà il mio eremo è il  migliore…”.
Suono di gong e la scenetta si congela per un momento

Gli attori escono  di scena e vanno a cambiarsi d'abito, il narratore resta e dopo un po' riprende a raccontare.

Seconda storia: Io non ho parlato
Ambientazione scenica: Un monastero in Giappone
Narrazione:  In un monastero buddista vivono tre suore che  un giorno, per celebrare la nascita del fondatore della loro religione, decidono di compiere  un rito che comporta il mantenimento di un  assoluto silenzio. Per un intero giorno devono meditare di fronte alla statua del Buddha in contemplazione, senza muoversi dal sedile e senza mai emettere un suono, il silenzio e l'immobilità sono essenziali per la riuscita del rito come pure è indispensabile che un lume resti sempre acceso per tutta la durata della cerimonia. La mattina presto inizia la meditazione con tutti i buoni auspici e viene dato l'incarico di alimentare  il lume ad olio ad un inserviente... 
Scena. Entrano  le tre monache, accendono un lumino, sistemano il tempietto con offerte floreali  e si siedono. La badessa batte le mani ed appare un inserviente (il narratore stesso) al quale  viene detto: "Tu dovrai alimentare il lume santo, senza mai farlo spegnere, né di giorno né di notte.. mentre noi resteremo in assoluto silenzio" - L'inserviente annuisce e si siede nei pressi del lume. 
Intanto le tre monache restano sedute compiendo mudra  in  silenzio. Di tanto in tanto l'inserviente versa olio nel lumino e tutto sembra procedere per il meglio. Giunge la notte  e la  monaca più anziana che sovrintende alla cerimonia si avvede che la fiamma è tremolante,  segno che l'olio sta per finire. Guarda in direzione dell’inserviente facendogli dei gesti ma questi si è appisolato su un fianco.
La monaca  sembra indecisa (combattuta fra l’obbligo del  silenzio e la responsabilità della conduzione cerimoniale) e non sa che fare, non potendo alzarsi né  parlare… si agita un po' cercando di attirare l'attenzione dell'inserviente ma questi ronfa beato.  
Alla fine  essa sbotta: “Sveglia, l’olio della lampada sta esaurendosi”. 
Al che l'inserviente si riprende ed alimenta il lumino per poi riaccoccolarsi.
La seconda monaca  esterrefatta, avendo udito la prima parlare, dopo un po' esclama: “... ma come, noi abbiamo fatto voto di silenzio perché hai parlato?”  e poi si mette la mano davanti alla bocca vergognosa mentre la prima la osserva severa facendole segno di tacere... 
La terza dopo essersi pavoneggiata un po’ e facendo mostra di superiorità,  aggiunge, quasi rivolta a se stessa,  “Ah,  io sono l’unica che non ha parlato..”.

Suono di gong e la scenetta si congela per un momento.

(Narrazione di Paolo D'Arpini)
Info. circolo.vegetariano@libero.it 

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