Facciamo "Vela verso Itaca" con Simon Smeraldo...

 

"C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico..." (G. Pascoli)


Dialogo con l'autore Simon Smeraldo:

INTERVISTATORE: “Smeraldo, il titolo di questa sua opera è molto suggestivo ma anche piuttosto enigmatico. Cosa intende per VELA VERSO ITACA?”

AUTORE: “Itaca, nell’immaginario omerico, più che un luogo vero e proprio è un archetipo: il simbolo dello stato interiore in cui si risolvono i propri conflitti. Un porto di approdo, insomma, a uno stato d’animo acquietato, dopo il travaglio di un viaggio periglioso e sfiancante attraverso gli imprevisti e le trappole della vita, come quello di Ulisse, che a sua volta è l’archetipo dell’uomo in cammino verso sé, al nucleo autentico del suo essere, alla scoperta del suo senso di esistere. Nell’immagine simbolica di Itaca si potrebbe appunto riconoscere l’approdo al sé; come dicevo, quello vero, sostanziale, la propria autentica essenza. Per questo ho incluso nel testo, come sigillo finale, la famosa lirica di Konstatin Kavafis, intitolata appunto “Itaca”, in cui egli delinea magistralmente, in toni splendidi e pittoreschi, l’arduo e al tempo stesso entusiasmante viaggio della vita, e l’arrivo a ciò che si può definire un punto fermo dell’animo. Questa poesia sintetizza in pochi versi ispirati tutto il senso del mio romanzo e della vita stessa”

D: “Tutto ciò che riscontro trova nel suo romanzo?”

R: “Il personaggio centrale della storia affronta una sua odissea personale, costellata di avventure e disavventure, incontri belli e sgradevoli, pericoli e momenti di pace, avventure amorose e perdite sentimentali. In più, come nel poema omerico, c’è l’intervento di forze non umane, a favore del protagonista ma anche a lui ostili. E’ tutto uno snodarsi di vicende colorite e a volte picaresche, anche se il tono sottostante è quello, fantastico e incantato, della fiaba. Un percorso alla ricerca di sé, simboleggiato nelle fiabe dalla conquista della principessa di turno, come nei romanzi cavallereschi dalla “cerca” del Graal. In termini moderni comunque lo si potrebbe definire un romanzo “on the road”, con tutti i suoi annessi e connessi. La simbologia occulta qui gioca un ruolo preminente nel percorso dell’eroe protagonista. Il mito, la leggenda, la fiaba e perfino la storia si intrecciano inestricabilmente sullo sfondo di una vicenda apparentemente bizzarra che invece ha un suo senso profondo, magari non del tutto evidente perché da decodificare”

D: “I suoi personaggi sono molto pittoreschi, e ognuno spicca per il suo carattere che si staglia in modo netto nello scorrere delle vicende narrate”

R: “Una frase trita è che la realtà supera la fantasia. Non voglio allinearmi a frasi fatte di una certa banalità, ma devo dire che ognuno dei personaggi del libro può percepirsi molto reale, in un mondo, quello tratteggiato nel romanzo, in cui l’individualità non è ancora stata sottomessa dalla generale anonimità che vediamo attorno a noi nel mondo cosiddetto “reale”.

D: “In questo suo romanzo lei mette sul tavolo il tema dell’alchimia. Ce ne può illustrare brevemente gli scopi e le caratteristiche?

R: “L’alchimia è una disciplina molto stimolante, che sfugge però a una classificazione ben definita; perciò non si può inquadrare secondo parametri esatti come quelli scientifici. Più che un metodo o una serie di tecniche è un sistema di vita, un’impostazione di vita”

D: “Può essere più specifico?”

R: “Come gli alchimisti stessi sostengono, la si può definire una forma d’arte: l’arte di mettersi in gioco costantemente, perseguendo una meta che si sa che c’è ma non si sa bene qual è e seguendo una mappa immaginaria, non tracciata chiaramente: queste indicazioni, per aleatorie e paradossali che possano sembrare, hanno lo scopo di sviluppare nel cercatore il fiuto, per così dire, per seguire la traccia giusta. D’altronde il paradosso è la cifra peculiare dell’alchimia”

D: “Ma questo approccio è del tutto empirico…come si può esser certi di ottenere dei risultati in questo modo così poco scientifico?”

R: “E’ ben questo il punto: una sfida che si intraprende, quale che sia, non permette di intravederne in partenza il risultato. Potrei citare, applicandola all’alchimia, la massima che si dice sia iscritta all’ingresso dei monasteri tibetani: “mille monaci, mille religioni”. In altre parole, la soggettività e l’interpretazione personale sono la chiave per sviluppare un sistema di alchimia – cioè, in termini pratici, di trasformazione interiore - a propria misura, con lo scopo di ottenere, idealmente, uno spostamento interiore permanente. Come vede, si tratta di una via individuale, soggetta al livello di impegno e alla lungimiranza del praticante”

D: “Ma ci saranno pure dei punti fermi, dei principi di base da cui partire, immagino?”

R: “Certo: bisogna trasformare il piombo in oro”

D: “Lei mi sembra volutamente enigmatico. Non crederà certo che tale leggendaria trasmutazione sia davvero possibile, no?”

R: “Invece sì, se il piombo è, come lo è nell’ambito alchimico, simbolico di uno stato interiore confuso, aggrovigliato, inerte, addormentato, come quello dell’umanità in generale. In questo caso l’oro, in accordo alla stessa metafora, è la conquista di un risveglio a una consapevolezza superiore, che apre orizzonti talmente vasti da permettere il passaggio ad un altro livello di realtà, un altro piano di esistenza. Un salto quantico, si direbbe nei termini della fisica moderna”

D: “Tutto ciò è molto misterioso e di difficile comprensione”

R: “Difatti. La comprensione, in questo processo delicato e difficile che ben poco ha di razionale, va lasciata da parte, perché l’intuizione non ne ha bisogno, ed è guida sufficiente per la psiche”

D: “In conclusione ci può lasciare, in sintesi, una descrizione atta a darci un’idea del metodo alchemico in poche parole?”

R: “Spiritualizzare il corpo e corporizzare lo spirito”


Simon Smeraldo

Per ulteriori informazioni: Vela verso Itaca di Simon Smeraldo | Cartaceo (youcanprint.it)

Il valore del dubbio...


"Credere è monotono. Dubitare, invece, è profondamente appassionante" (Oscar Wilde)


“Il dubbio è una energia propulsiva, è utile per indagare sulla nostra vera natura. Il sé pensò: “Come può essere tutto questo senza di me? Se l’eloquio è fatto dalla lingua, il respiro dai polmoni, la vista dagli occhi, l’udito dagli orecchi, l’odorato dal naso e la meditazione dalla mente, allora, chi sono io?” (Aitareya Upanishad) Nel dubbio ci si chiede "chi sono io?". Anche se l'io non può essere un oggetto della nostra conoscenza poiché è il Conoscitore, il fissare l'attenzione sulla Coscienza, che è l'Io, aiuta ad uscire dalla concettualizzazione. Infatti come detto nell'articolo qui sotto segnalato "il nichilismo (il non credere) apre la porta del satori". Perché è così importante il non credere? Beh, non serve credere per sapere che “io sono”, lo sappiamo senza ombra di dubbio da noi stessi. Mentre per sentenziare l’assunzione di una fede o la mancanza di una fede, o l'identificazione con un personaggio che crediamo di essere, non possiamo fare a meno di usare il termine “credo” oppure “non credo”. Se ne deduce che l’essere ed esserne contemporaneamente coscienti è naturale ed inequivocabilmente vero, mentre sostenere qualcosa che ha il suo fondamento nel pensiero, cioè nella speculazione mentale, è solo un processo, una  concettualizzazione. D'altronde anche questo discorso lo è... è una indicazione di percorso, come il dito che indica la luna, non è la sostanza...”

Paolo D'Arpini



Il grande inganno della religione…


“…c’è gente che ancora gli crede…” (Saul Arpino)


Il Vaticano vuole avere il controllo assoluto dottrinale e politico su tutti i cattolici che operano sul pianeta terra. Soprattutto i vertici ecclesiastici, vescovi e cardinali, debbono essere tutti nominati dal Vaticano.

Cosa contraria persino all’antica tradizione cristiana. Infatti sino al V secolo le nomine dei vescovi (i cardinali non esistevano) venivano effettuate dal popolo, dai fedeli stessi. Il vescovo di Roma, che poi si tramutò in papa, era eletto dall’ecclesia dei credenti, con una votazione libera.

Di secoli ne son trascorsi ed ormai il papa è solo un monarca assoluto, ed il vaticano è uno stato totalitario e un potentato economico.

Il papa, uno specialista in storie costruite per ingannare le masse, può continuare a sperare che qualcuno creda alla sua “religiosità”, ma quelli che gli “credono” son solo i suoi sottoposti e gli scherani politici di convenienza.

Ma forse “alcuni” non sono al corrente di tante nefandezze ecclesiastiche… a quando bruciavano la gente o mandavano i fedeli a scannarsi alle crociate affermando che “dio lo vuole”….

Magari “qualcuno” dirà che la mia è una battaglia contro i mulini a vento, ma trovo che agire ed intervenire sui mali correnti delle religioni sia utile e necessario per l’elevazione della coscienza.

Sospetto però che non sarà facile scardinare il potere vaticano, che non è spirituale ma economico e politico. Inoltre se vogliamo parlare di “religione” facciamo prima un’analisi sul termine che significa “unire” (e non dividere)…. poi seguiamo un tracciato solido per stabilire ciò che “non” è coscienza religiosa, neghiamo ogni costrutto, assioma, assunzione, pretesa di descrivere ed incarnare la coscienza (o lo spirito, che è comune a tutti e non ha bisogno d’intermediari).

Ed è proprio in questi termini, di spiritualità laica, che si configura la mia opposizione verso fedi cieche ed ideologiche, soprattutto quelle ipocrite e funzionali al potere dei “sepolcri imbiancati”.

Purtroppo di fronte all’acquiescenza di tanti “fedeli” serve solo la discriminazione ed il distacco, una partita a scacchi del pensiero.

Paolo D’Arpini




Il disastro meccanicista che imperversa...

 

“La scienza la fanno gli uomini: considerazione banale, ma troppo spesso dimenticata”. (Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1929-1965, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 17.)



Finché l’incantesimo materialista contiene i pensieri e la creatività, nulla di quanto osservabile diviene reale se non è misurato, quantificato, scomposto, separato.

Tutta la scienza – fino a poco fa – come la quasi totalità degli uomini della strada, ovvero esperti e profani, è rimasta impigliata tra le fitte maglie della sindone newtoniana-cartesiana.

Sotto il ferreo regime del sortilegio tutto il reale è stato compresso entro le quattro regolette del meccanicismo. Non solo pianeti e pietre, ma anche l’uomo.

La legge è uguale per tutti, è lì davanti allo scranno del giudice, o sopra il crocifisso, in mostra a tutti, a decretarlo. Ma lo è dappertutto, a scuola con il pornografico mito della meritocrazia, con la bacchettosa modalità frontale, con il potere del giudizio e del voto che decreta, come la legge, chi si è comportato secondo il modello di riferimento cui attenersi. Lo è nello sport, dove qualcuno può dire a chiunque tu sei negato. Tutti attori della medesima recita meccanicista. Tutti intenti alla competizione dove conta solo vincere. Nessuno in grado di cogliere il potere presente in tutti noi e majeuticamente coltivarlo, secondo l’ordine che tutti abbiamo, secondo il percorso della nostra realizzazione oltre i binari dell’irreggimentazione, dell’uniformizzazione, dell’assoggettamento, della sottomissione, della classificazione. Ma alla cultura non interessa, tantomeno alla politica, vagolante entità alla quale è opportuno non riferirsi, per evitare almeno l’imbambolamento della falsa democrazia. Il futuro dell’assegno di cittadinanza, antipasto del reddito universale, è luminoso. Neppure le veline dei tg, parlano più degli investimenti per la riduzione della disoccupazione. Lo stato progressista-ordoliberista – che include le false destre a pieno titolo – è fallito. Il sistema Occidente è in agonia. L’accanimento terapeutico per tenerlo in vita ha molti effetti detti collaterali, ma estremamente funzionali alla residua speranza di mantenimento dell’egemonia sul mondo. Chi non li vede sta marciando al passo dell’oca. Alla fine, se dovesse andargli male, non gli resterà che nascondersi dietro al solito stavo solo ubbidendo agli ordini.

Ma il disastro meccanicista non ha bisogno di grandi teatri per essere mostrato. Esso circola liberamente in ogni relazione ordinaria tra persone. Quando la cultura dell’ascolto si radicherà in noi – suerte – tutti i conflitti avranno di che spegnersi, nella misura in cui, oggi, basta niente per accenderli. Un niente colmo di convinzione che l’altro abbia davanti a sé lo stesso mondo che vedo io. Assolutamente ignaro dell’eventualità che l’altro sia in un punto del suo universo che noi non possiamo immaginare.

Il principio di causa-effetto, i principi della logica, il tempo lineare e non reversibile, tutti i referenti di base della fisica classica, hanno dominato su di noi fino a ignorare la dimensione umana, fino a nascondere a noi stessi l’autoreferenzialità della scienza, fino a farci inginocchiare ad essa. Poter dire o scrivere scientificamente provato è ancora – purtroppo – una mannaia che taglia la testa a tutti i tori. E tutti cercano di metterselo in bocca o un qualunque motivo per stamparlo.

La cultura scientista, come il pesce, al quale se chiedi “Com’è l’acqua oggi?”, ti guarda allibito rispondendo “Acqua? Quale acqua?”, non ha consapevolezza di sé. Anche, si gonfia il petto per avere sconfitto nel duello della conoscenza i suoi nemici. Almeno, così crede lei che non ha neppure la dignità di ammettere di aver barato. In che altro modo si può definire chi detta le regole del gioco, senza renderle note?

“Eravamo attratti dalla ricerca d’una spiegazione definitiva, della chiave che avrebbe svelato la nascita dell’universo e della vita. Da questo punto di vista la fisica teorica ci sembrava molto più adatta che non la vecchia filosofia che si studiava nei licei. Platone, e Aristotele, Cartesio e Kant e Hegel, ci sembravano insufficienti di fronte alle domande fondamentali […] Einstein, Planck, Bohr, Eddington, Born, Ruthenford erano i veri maestri della conoscenza che con il lume della ragione e della scienza sperimentale avrebbero definitivamente scacciato le tenebre dell’ignoranza e della superstizione religiosa, svelando i misteri e lacerando il velo di maya che nasconde la realtà agli occhi degli uomini. […] Il principio di indeterminazione scoperto da Heisenberg […] ci calò sulla testa come una mazzata”. Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1929-1965, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 7-8, (dall’introduzione di Eugenio Scalfari).

Sì, regole del gioco. Null’altro che questo. E niente di più di quelle del Monopoli, del poker e dei quattrocento rana (se li ripristineranno).

Se l’organizzazione richiede una norma e se la norma ha ragione d’essere per amministrare la storia, ciò non significa, né dovrebbe comportare, che l’intera dimensione umana ne sia sottomessa, ovvero che dell’infinito che è in noi si tenga buona soltanto qualche squama.

Sebbene la conoscenza suprema, mica quella superficiale cognitiva, sia disponibile agli uomini da diversi millenni, ci sono evidentemente state ragioni e motivi che ne hanno impedito l’avvento. Forse quella più accreditabile è relativa ad una sorta di equilibrio della natura che implica la dimensione esoterica della conoscenza, in quanto, se essoterizzata non ne resterebbe che una vulgata superficiale e quindi il rischio di disperdere, ancora una volta nella democrazia, il bene dell’uomo.

Fanno da sfondo a quella conoscenza profonda una serie di dinamiche che – semplicemente – non sono compatibili con l’attuale concezione quantitativistica del mondo e degli uomini.

Alcune di queste possono essere descritte come segue.

Campi

Tutti noi, sempre cerchiamo di permanere in campi di coerenza, ovvero in situazioni a noi idonee, dove non ci sentiamo spaesati, perduti, impauriti. Vale per il pusillanime quanto per il coraggioso. Estremi tra i quali il genere umano tutto gongola, soffre e sciama, trovando i suoi convenuti, a volte nel campo dei codardi, altre in quello degli intrepidi.

In sostanza, dire campo è come dire coerenza, insieme, compatibilità, autoreferenzialità. È anche dire destino e recinto. È dire storia, identità, separazione, giudizio.

I campi sono detti chiusi quando tutti i giocatori sanno tutto il necessario per giocare la partita che si sta svolgendo all’interno, come nel Monopoli. Non sono ammesse scelte differenti da quelle dettate e concesse dal regolamento, come per fare una raccomandata, gonfiare una ruota, combattere sul ring. Chi non conosce le regole, ma vuole entrare in campo, desidera impararle per assoggettarsene e quindi dialogare – senza rischio di equivoco – con gli altri avventori.

I campi chiusi, amministrativi, di gioco o condivisi sono rappresentabili e sottostanno alle dinamiche del principio di causa-effetto, della logica aristotelica e al tempo lineare, tutti pilastri della meccanica classica.

Relazioni

In Il codice cosmico – La fisica moderna decifra la natura, di Heinz R. Pagels, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, a pagina 68 si legge: “Per qualche ragione il linguaggio corretto per descrivere l’atomo era quello delle matrici anziché quello dei semplici numeri” e, nelle prime righe di pagine 69, “il cui prodotto non è necessariamente commutativo”.

Sono parole che offrono una sintesi delle dinamiche nelle relazioni aperte, le più comuni. Se i numeri erano utili per definire il comportamento di una parte in contesto chiuso, meccanico, uno spettro assai più vasto, come quello offerto da una matrice, diviene più consono a predire il fare in contesti privi di dominio comune e condiviso. Non solo, invertendo i ruoli delle parti o spostando la relazione in altro tempo, se ne riscontra anche la similitudine con il concetto di non commutabilità.

Quando due campi – che significa anche noi stessi, in relazioni con il prossimo, in quanto di momento in momento vediamo la realtà secondo noi – entrano in contatto, in relazione, entrambi credono che l’altro riconosca le regole del gioco, ovvero il proprio punto di vista, la propria interpretazione, il proprio linguaggio, verbale e non, e le sue accezioni, la propria ironia e l’illuminazione che le proprie metafore gli recherebbero, che abbia l’identico sentimento e le stesse esigenze. Entrambi credono che l’altro riconosca le nostre esigenze emozionali e sentimentali, sebbene entrambi, spesso, neppure percepiscono come sorgente del mondo che vedono nelle loro reciproche visioni.

Nel contatto tra campi aperti il gioco non è oggettivo, il mondo non è lo stesso per entrambi e quello dell’altro non è riconosciuto, a volte anche con la disponibilità dell’ascolto. La possibilità di dialogo ha uno spettro limitato ed è, tendenzialmente, sempre incerta. Il campo individuale fa sempre testo anche quando viene apparentemente tralasciato per esprimersi poi in frustrazione, a sua volta una determinatrice di campo.

Entrambi si aspettano infatti di trovare opportuna corrispondenza alle proprie affermazioni. Fintanto che questo accade, magari condividendo per qualche tempo il medesimo contesto, sussiste il dialogo, l’intesa, l’esonero dell’equivoco.

Quando la corrispondenza cessa si aprono le cateratte del fraintendimento, dell’incomprensione, della delusione, del risentimento, del conflitto, della sopraffazione, della squalifica.

Basta poco per passare da uno stato amichevole e disponibile, dalle buone relazioni, ad uno governato da qualche sentimento negativo, di chiusura in se stessi. Una diversa morale, una differente interpretazione di un evento, una certa accezione non intesa. Dunque passare dallo scambio, neutro o accorato, al conflitto è frequente. È una specie di dimostrazione dell’inconsapevolezza che siamo universi diversi, con regole personali. Consapevolezza quindi utile per ridurre il gradiente di rischio di conflitto e contemporaneamente alzare quello di vivere esperienze relazionali soddisfacenti, fenomenologicamente vissute, e insufflate di rispetto autentico, non buonistico-politico.

Universi che solo l’arroganza assolutista dello scientismo applicato all’umano si arroga il diritto maldestro di uniformare e poi di classificare e giudicare sempre, anche fuori dai contesti dei campi chiusi e condivisi, nei quali invece risulta fisiologico alla concezione bidimensionale della realtà.

“Ma Niels Bohr risponde: ‘Il contrario di un’affermazione corretta è un’affermazione falsa, ma il contrario di una verità può darsi che sia un’altra verità.’”. Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1929-1965, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 13, (dall’introduzione di Eugenio Scalfari).

Se le relazioni amministrative sono rappresentabili dalla meccanica classica, quelle aperte si possono vestire con la foggia di quella quantistica. In queste non è possibile prevedere la posizione che gli interlocutori assumeranno nel corso della relazione. Un’imprevedibilità che assomiglia tanto a quella della particella della quale non è possibile prevedere, se non statisticamente, la posizione e la quantità di moto contemporaneamente, come accade invece nella meccanica classica. Non solo, ma la sovrapposizione tra fisica quantistica e relazioni aperte si estende ulteriormente riconoscendo che il comportamento dei due interlocutori risente dell’altro. Esattamente come avviene in occasione dell’osservazione di esperienti con le particelle, il cui comportamento oltre che imprevedibile, risente della presenza dell’osservatore.

“Tra i fenomeni osservabili e l’apparato mentale che li osserva esistono reciproche interferenze […]. Il concetto stesso di realtà subisce da queste osservazioni un attacco dal quale non si è mai più ripreso”. Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1929-1965, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 12, (dall’introduzione di Eugenio Scalfari).

Inoltre, le reazioni delle parti della relazione aperta possono variare anche nel gradiente, nell’intensità o nella sostanza, proprio come una particella che può essere onda o materia.

Infine, come nell’uomo un’idea aggrega l’energia necessaria alla sua realizzazione, si può considerare che la materia non è altro che energia condensata.

L’infinito

L’insieme di tutti i campi corrisponde all’infinito. Un volume che tutto contiene, dal quale gli uomini pescano secondo la loro biografia il necessario per alimentarla e mantenerla, al fine di potersi riconoscere in essa e avere una direzione di vita, fosse anche nichilistica, patologica, disperata.

L’Iperuranio di Platone è un infinito, un volume abitato da tutti gli opposti riuniti insieme, cioè da quelle parti che gli uomini estraggono a metà per loro gusto e necessità. Se da un lato l’infinito è rappresentabile dall’Uno, dall’altro si può riconoscere quanto la consapevolezza di questo stato delle cose possa implicare sia l’elevazione all’evoluzione umana che tende alla invulnerabilità e, non disponendo in sé dell’idea della storia come territorio evolutivo, la forte eventualità di subirne il peso fino al nichilismo e alle patologie. Ovvero la difesa di qualunque faccenda umana, o meglio, l’identificazione di noi stessi con qualunque faccenda umana, tende ad impedire l’evoluzione e a procurare sofferenza.

Fisicamente parlando, l’infinito è limitato in un concetto nella fisica classica, ed è invece il solo ambito concreto che permette alla fisica quantistica di recuperare la dimensione alogica, di vedere il tempo nella sua circolarità e la durata nella sua variabilità, di liberarsi dai vincoli materiali come l’entanglement permette di pensare. Tutti aspetti che riscontriamo nell’umano a mezzo delle emozioni e dei sentimenti, ma forse, quantisticamente parlando, certe categorie e differenziazione non hanno più ragione d’essere intese in senso stretto o algebrico. Forse è opportuno intenderle come matrici sensibili alle relazioni.

Comunque, con le prime – le emozioni – ritorniamo nel passato, con i secondi – i sentimenti – manteniamo legami più forti di una gomena, indipendentemente dalla distanza del nostro affetto o nemico. Con entrambi replichiamo l’eterno ritorno. Sono infinite emozioni e infiniti sentimenti, potremmo muoverci su una linea retta che in ogni momento si allontana via via di più dal punto di origine.

Recuperare la dimensione della realtà è recuperare la dimensione magica, che non è un coniglio dal cilindro, ma semplicemente, se non banalmente, il saper vedere e maneggiare i flussi di energia che andranno a concretizzarsi in scelte e oggetti, che permettono o impediscono una relazione.

Il finito

Ogni affermazione comporta l’estrazione del volume degli elementi utili a realizzarla. Questa crea un campo, detto anche bidimensione in quanto l’affermazione è possibile soltanto in un’istantanea del volume vorticante. Come in un’immagine fotografica potremo allora sostenere che il nonno è a sinistra del nipotino e che sullo sfondo c’è un grande tiglio. Cioè potremo descrivere la realtà e credere nella nostra descrizione. Dell’arbitrarietà e parzialità di fondo non ce ne avvediamo. Così fa anche il prossimo e, come detto, se le estrazioni dal volume, se l’esigenza biografica, se il linguaggio e se l’intento non è il medesimo per entrambi, la relazione si interrompe o diviene conflittuale.

Come detto, l’ordine è realizzato nel campo quando ci si trova in riflessione e nelle interlocuzioni se queste hanno carattere amministrativo. Anche un’esperienza-emozione vissuta insieme, rientra nel campo tutti che sano tutto. È quanto accade in contesto meccanicistico. Non solo, è anche quanto la concezione meccanicistica sia dilagata anche in campo umanistico. Di essa è pregna la cultura, nonostante le sue falle. Ovvero la messa in evidenza che la dimensione logico-razionale del pensiero e del linguaggio speculativo-analitico, in quanto gabbia di contenimento, non potrà mai, sua ontologia, indagare ciò che essa definisce mistero. Non farà sentire la liberazione del nostro potenziale profondo e si limiterà a godere di se stessa seduta al tavolo a giocare a Monopoli.

Siamo atomi dal potere enorme – che la fissione e la fusione nucleare ben rappresentano in quanto a quantità – ma con il denotatore inceppato. Una messe di pulviscolo di convinzioni e consuetudini di superficie, cioè autoreferenziali, tappi dell’effervescenza creativa, che impediscono la conoscenza di noi e del prossimo, relegati in categorie inventate, che annullano il paradiso terrestre che immaginiamo e che, nel tentativo di raggiungerlo, distruggiamo.

“Ne risulta in modo particolarmente efficace il percorso che la fisica teorica compì nel primo quarantennio del XX secolo: la scoperta di un universo profondamente diverso da quello che la scienza precedente aveva trasmesso”. Werner Heisenberg, Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1929-1965, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 11, (dall’introduzione di Eugenio Scalfari).

Stabilità dei campi

Come un’idea, che è necessaria per generare un tavolo che non sia una replica di idee altrui, rappresenta la stabilità di un campo, così si può convenire che ogni campo stabile implica la materializzazione di quanto vi è contenuto. Un cinico, un intrepido, un pauroso, uno studioso e un atleta, hanno davanti a sé una visione costante e ferma, un campo impermeabile che permette loro la concentrazione, la continuità, la fiducia e la capacità di soffrire che, se dovessero venire a mancare, le loro aspirazioni si vanificherebbero.

Vivere entro un campo instabile, positivisticamente parlando, corrisponde infatti ad una conduzione di se stessi vagolante, incerta, debole. Ma corrisponde anche alla permeabilità serendipidica latente e alla disponibilità creativa, in quanto permette una relazione con il flusso energetico libero, dagli esiti imprevedibili, non più strumentalmente irreggimentato, razionalmente ordinato e strumentalmente predefinito.

“L’ordine che voi vedete nella creazione è quello che ci avete messo voi, come un filo in un labirinto, per non smarrirvi. Infatti l’esistenza ha il suo proprio ordine, tale che nessuna mente umana possa abbracciarlo, perché la mente stessa non è che un fatto in mezzo ad altri fatti”. Cormac McCarthy, Meridiano di sangue, Torino, Einaudi, 2014, p. 219-220.

Microcosmo

L’energia che transita nel corpo e lo costituisce, in quanto esigenza della natura o del cosmo, attraverso il microcosmo che siamo, reifica il mondo a nostra immagine e somiglianza, cioè in coerenza con la nostra biografia aggregandosi in campi richiamati dal senso di coerenza o mente condivisa.

Nient’altro che un procedere magico sotto gli occhi di tutti i disponibili a vederlo. Se le particelle risentono della presenza dell’osservatore e se il campo d’azione ha a che vedere con l’infinito, la fisica quantistica ha a che vedere con la magia. Se essa mina le basi della meccanica classica, così la consapevolezza dei campi e delle dinamiche relazionali ci svincola dal tentativo meccanicista di intendere l’uomo e i suoi comportamenti, come educabili secondo l’ordine storico vigente e – questo è il punto – credendo di fare opera universale, dimenticando infatti che la coerenza non è quella delle categorie della logica o della scienza, è quella dell’osservatore, dei suoi bisogni e scopi. Sono gli stessi vincoli della particella osservata?

L’architettura della fisica quantistica ci permette di riconoscere nella sua interpretazione della realtà le caratteristiche che si possono riscontrare nelle relazioni aperte, quelle senza recinzione né assoggettamento, che in sede delle regole condivise, hanno a che fare con l’infinito autoreferenziale che è in noi.

Lorenzo Merlo



Nel 2022 al Salone del Libro di Torino c'ero anch'io... (in remoto)

 

Intervista di Alvin Crescini con Paolo D'Arpini al Salone del Libro di Torino, 22 maggio 2022 - Presentazione del libro "Chi sei tu?"



Domanda -  Il tema  emblematico, il filo conduttore, che qualifica questo salone del libro di Torino del maggio 2022 è "Cuori selvaggi" ha qualche attinenza con il tuo libro "Chi sei tu?", basato sull'I Ching e sul  sistema archetipale  cinese con integrazioni del sistema elementale indiano?

Risposta - Nella filosofia taoista, che è una componente essenziale della cultura cinese,  si dà una grande importanza alla naturalezza ed  alla selvaticità. L'armonia tra l'uomo e la natura è la condizione che consente al cuore dell'uomo di battere in sintonia con tutto ciò che vive. Il taoismo, di cui la cultura cinese è imbevuta, non è una religione ma una sorta di  naturalismo  che affonda le sue radici  nell’intuizione analogica,  nelle espressioni sacre della coscienza di appartenere ad un Tutto.  
Le religioni tradizionali,  presupponendo un dio creatore "separato", definiscono in tal modo una "differenza" tra "creatore e creato" e quindi si forma una scala gerarchica, che dal punto di vista  taoista non esiste, in quanto ogni cosa è il risultato dell'unica matrice,  che muta nelle forme Yin (passivo) e Yang (attivo), senza però condurre ad una  scissione nelle sue manifestazioni. Ogni cosa è sempre complementare e pienamente integrata nell'Insieme, nell'intero. Questo è il senso profondo della "selvaticità" di cui anche il Libro dei Mutamenti è impregnato.  Ma  una precisazione rispetto al tema  da lei menzionato  "Cuori selvaggi"  (come portatore di valori  al salone del libro di quest'anno)  è necessaria.  
In generale "selvatico" significa che nasce vive e cresce in natura non in contatto o quasi con l'attività umana. Mentre "selvaggio"   significa  non adatto o adattato alla civiltà, intesa come sistema di regole di convivenza umana e funzionamento della società. Un  "cuore selvatico" od un "cuore selvaggio"  devono trovare una sintesi, non basata sulla ribellione o sulla inconsapevolezza bensì sulla capacità di integrare istinto e ragione. 
Perciò nel mio libro   cerco di indicare un percorso che va nella direzione di  integrare questi due aspetti dell'intelligenza e della coscienza  in modo da raggiungere un'armonia e riconoscersi in  una interezza.  Interezza che non è mai andata perduta ma solo dimenticata.

Domanda - Come è nata questa tua ricerca di interezza, e che attinenza ha con l'integrazione tra autoconoscenza e conoscenza del mondo?

Risposta - La mia curiosità innata di conoscere me stesso, sia dal punto di vista dell'identità personale che da quello dell'identità ambientale e sociale, mi ha sempre accompagnato e spinto all'analisi. Avendo vissuto varie esperienze  -e quindi  definibili dirette-   in chiave di riconoscimento degli aspetti psichici e comportamentali che contraddistinguono  l'uomo e il mondo dei viventi, insomma avendo cercato per quasi l'intero capitolo della mia esistenza di giungere alla conoscenza, ho percorso  diverse vie e finalmente ho trovato un modo  idoneo, un punto d'incontro,  che unisce varie scuole e che  trova conferma sia in campo analogico che logico. 
Forse  la mia tendenza innata alla laicità mi ha portato a  lasciar da parte  tutto ciò che è basato su un "credo",  privilegiando il metodo delle esperienze vissute.  Il momento cruciale  della mia ricerca risale all'età di 29 anni, in cui miracolosamente la mia energia psicofisica e spirituale fu risvegliata dal mio maestro Muktananda, attraverso Shaktipat (risveglio dell'energia Kundalini).  Da allora spontaneamente -come una crescita naturale-  proseguii nel riconoscimento della "verità"  che si manifesta all'interno ed all'esterno di noi.  Questo progressivo riconoscimento mi ha messo nella condizione di poter ricevere e   dare risposte condivisibili, poiché l'esperienza della vita è comune ad ogni essere pur nelle diverse funzioni,  partendo dalla conoscenza della persona incarnata.  Mi ritrovai così -dopo una analisi comparata di vari metodi di autoconoscenza-  ad  adottare (come base di condivisione esperienziale) gli archetipi  del Libro dei Mutamenti,   integrandoli al sistema zodiacale cinese ed al sistema elementale indiano e ad altri aspetti psicoanalitici. Questo metodo, da me testato in centinaia (o  migliaia) di analisi archetipali compiute su persone sconosciute, mi è stato  confermato nella sua accuratezza. 
Attenzione però questo è solo un passaggio per la conoscenza della "persona", cioè l'identità del soggetto empirico (ego), un ulteriore passo  avanti va poi compiuto per riconoscere l'identità suprema (il  Sé). Ed anche  di questo, in alcuni capitoli, se ne parla nel libro "Chi sei tu?"

Domanda - Nel tuo libro si fa riferimento ad alcuni ricercatori maceratesi che ti hanno preceduto nella indagine da te perseguita, in particolare a Matteo Ricci e Giuseppe Tucci. Perché ritieni che vi siano delle attinenze con questi personaggi?

Risposta - Credo che un filone di ricerca abbia le sue origini  attraverso le spinte sincroniche che l'hanno messo in atto. Non sono nativo di Macerata ma una parte della mia esperienza è radicata nel maceratese. Mio padre morì ed stato sepolto a Macerata,  da dodici anni mi sono trasferito a Treia, una cittadina del maceratese, la casa editrice Ephemeria è di Macerata ed è  gestita da un maceratese, Antonello Andreani, ed è per la sua insistenza che ho infine messo nero su bianco la mia esperienza con  la stesura di questo libro, che per tanti anni era rimasto "nel cassetto".
Debbo dire perciò che  ho trovato molto significativa la  ricerca di chi mi ha preceduto, ovvero i  due insigni maceratesi, Matteo Ricci e Giuseppe Tucci,  attraverso i quali ho ricevuto una sorta di  incentivo a scrivere questo  libro,  pieno di premonizioni psichiche e di riflessioni filosofiche, utili alla “conoscenza di sé”.
Nel riconoscere  l’importanza di chi mi ha preceduto nella conoscenza culturale dell’estremo oriente  vorrei descrivere alcuni aspetti   dell'investigazione  di questi due precursori maceratesi…
Il primo fu il gesuita Matteo Ricci (1552/1610), che soggiornò lungamente presso la corte imperiale cinese scrivendo diversi libri in Mandarino (la lingua dotta); la sua più importante composizione fu il Grande Mappamondo, la cui sesta edizione fu fatta ristampare su ordine dell’imperatore stesso. Egli cercò di integrare la cultura cinese con quella occidentale in una sintesi più apprezzata in Cina, ove morì a Pechino, che presso la chiesa cattolica che lo aveva inviato in Cina come "missionario“.
L’altro grande indagatore fu il professor Giuseppe Tucci (1894/1984), fondatore e curatore dell’ISMEO, l’istituto italiano per lo studio della cultura orientale che ha sede nel museo  di Via Merulana a Roma. Io ebbi la fortuna di visitare quel museo e fui toccato dal rispetto con il quale le reliquie di religioni esterne alla nostra cultura avessero trovato ospitalità e idonea spiegazione.  In particolare apprezzai l'interesse dimostrato da Tucci nei confronti  della cultura nepalese e tibetana  estremamente affini all’antica matrice cinese rivolta al benessere dello stato e del popolo. In particolare Giuseppe Tucci è stato in grado di offrire un quadro suggestivo dei due indirizzi culturali originari  della Cina, il Confucianesimo ed il Taoismo, la via della correttezza e la via della spontaneità, successivamente integrati dal buddismo. e perfettamente evidenti anche nel Libro dei Mutamenti

Domanda - Date queste premesse chi ritieni possa essere interessato a leggere il  libro "Chi sei tu?"

Risposta -  Chiunque sia interessato a conoscere se stesso può trarre giovamento dalla lettura di questo testo, che non è pedante o  di difficile comprensione, bensì basato su esempi concreti e buoni consigli. Una sorta di mappa utile al viaggio verso l'autoconoscenza. Sempre considerando però che la mappa non è il territorio e che quindi la vera conoscenza subentra allorché si intraprende il viaggio.  Nel  concludere questa presentazione del mio libro debbo confermare che la fonte primaria degli aspetti trattati è l' I Ching,  forse il testo di saggezza più antico dell’umanità. In esso sono integrati diversi commenti di Confucio e di Lao Tze, nonché considerazioni più tardive di matrice Chan (meditazione Buddista), oltre alle considerazioni di Jung e di altri studiosi della psiche collettiva. All’I Ching, sono riconducibili anche gli archetipi psichici basilari dello zodiaco cinese. La mia pluridecennale ricerca, compiuta sia attraverso contatti personali con vari insegnanti  che su testi originali  di matrice cinese e indiana (come ad esempio Il Potere del Serpente di Arthur Avalon),  mi ha portato a elaborare un sistema archetipale integrato, basato sugli esagrammi radice dell’I Ching,  sui cinque elementi indiani e su altri aspetti. Ed ora, grazie alla fiducia dimostratami dall'editore del libro,  posso trasmettere  i miei studi e le mie sperimentazioni nella speranza che possano ispirare il lettore verso la conoscenza di sé, anche in senso spirituale…

Disse un saggio: "Il cuore dovrebbe essere il capo, allora tutto si sistemerebbe spontaneamente. Se riesci a fidarti della natura, a poco a poco diventerai quieto, silenzioso, felice, gioioso, festoso, perché la natura è in festa. La natura è una festa...”



Salone del Libro di Torino, 22 maggio 2022 - Alvin Crescini con  l'editore Antonello Andreani e  Paolo D'Arpini in remoto


Il senso del peccato (che conviene alle religioni)...

 


Alla base della riproduzione c’è il rapporto sessuale ma la sessualità non si ferma lì… Così avviene che per molti uomini e donne, con variegata scala di intensità e in diversi stadi della vita, possano manifestarsi pulsioni sessuali “altre” da quelle eterofile.
Ed è normale che sia così.  Il danno delle religioni sta nel fatto che hanno voluto condannare queste pulsioni creando il senso del peccato.  Alcune religioni hanno esteso il senso del peccato persino alla normale eterofilia, se non consacrata da un vincolo religioso e questa è stata una grande tragedia per tutta l’umanità.
Le religioni hanno poco o nulla di buono, quel poco di buono che forse hanno avuto in passato, ovvero la spiritualità naturale e spontanea tesa alla conoscenza di Sé (chiamalo “dio” se vuoi), è stata cancellata per interessi di mantenimento del potere acquisito sulle masse. Sommergendo le masse di norme etiche e morali che sono a volte impossibili da soddisfare, consentendo però che venissero trasgredite purché “confessate” come peccati, di cui pentirsi…
Di tale ipocrisia e finzione ne abbiamo avuto abbastanza ed il recupero di una laicità spirituale, a tutto campo, compresa una laicità sessuale, è l’unico modo per riscattare l’uomo dalle gabbie in cui volente o nolente è stato rinchiuso dalle religioni e dalle ideologie…
Paolo D’Arpini

"Il libro degli insegnamenti di Lao Tzu" di Thomas Cleary

 


"Gli aforismi che seguono sono tratti da "Il libro degli insegnamenti di Lao Tzu", scritto da Thomas Cleary,  secondo me fondamentale al pari di "L'arte della guerra" di Sun-Tzu. Leggendoli sono certo che scatteranno nella vostra mente un sacco di associazioni." (Nando Mascioli)


Lao-tzu disse:
Esistono tre tipi di morte innaturale.
Se bevi e mangi smodatamente e tratti il corpo distrattamente e grossolanamente, allora la malattia ti ucciderà.
Se sei smisuratamente avido e ambizioso, allora sarai ucciso dalle preoccupazioni.
Se permetti che piccoli gruppi vìolino i diritti delle masse e che il debole sia oppresso dal forte, allora ti uccideranno le armi.

Lao-tzu disse:
Quando le leggi sono intricate e le punizioni severe, allora il popolo diventa infido. Quando chi sta in alto ha molti interessi, chi sta in basso assume molte pose.
Quando si cerca molto, si ottiene poco. Quando le proibizioni sono molte, si combina poco.
Lasciare che gli interessi producano altri interessi,e poi utilizzare gli interessi per fermare gli interessi,è come brandire il fuoco cercando di non bruciare niente.
Lasciare che la conoscenza produca problemi, e poi usare la conoscenza per risolverli, è come agitare l'acqua sperando di chiarificarla.

Lao-tzu disse:
Quando un paese combatte ripetute guerre e ottiene ripetute vittorie, perirà. Quando combatte ripetute guerre, il popolo si logora: quando ottiene ripetute vittorie, i capi diventano arroganti. Se capi arroganti utilizzano popoli logorati, quali paesi non periranno ?
Quando i capi  si fanno gaudenti, e quando diventano gaudenti, dilapidano ricchezze.
Quando il popolo si stanca si riempie di risentimento, e quando è pieno di risentimento smarrisce il proprio equilibrio. Quando governanti e governati raggiungono simili estremi la distruzione è inevitabile.
Pertanto, la Via della Natura richiede di ritirarsi quando si è svolto il proprio compito con successo.



Soccombere al degrado sociale ed umano o prepararsi a superarlo?

 


Le varie nazioni del pianeta, con l'aumento di  attentati terroristici e conflitti, dimostrano la loro incapacità di affrontare l’emergenza  che si profila all’orizzonte, mancando completamente di “intelligenza” e di idee idonee a contrastare le violenze ed i rovesciamenti delle strutture sociali e comunitarie.

Anche  l’Italia è presa da una deriva guerrafondaia,  seguendo una escalation matematica che ormai  sembra destinata a sfociare in una guerra aperta, i vertici politici nazionali e sovranazionali  risultano inidonei ad affrontare questa “emergenza”.

Tempo fa predissi che l’Italia è destinata alla frammentazione, né più né meno come all’inizio del basso medio evo. Piccoli poteri regionali sostituiranno lo Stato. Poteri che non sempre saranno rappresentativi del popolo italiano. A macchia di leopardo si costituiranno piccoli “ducati” indipendenti come sta già avvenendo, ad esempio, per quelle regioni dominate da mafia, ndrangheta, camorra ed altre associazioni. Alcune città si circonderanno di nuove mura difensive, le basi NATO si attrezzeranno a proteggere i propri territori, etc. etc. insomma l’Italia scomparirà in quanto Paese sovrano divenendo una sorta di terra di nessuno  fra l’Europa del nord,  il mondo islamico e sionista, gli Stati Uniti ed i nuovi potentati  di Cina e Russia.

Certo i Paesi occidentali avranno di che pentirsi della loro politica aggressiva, da un lato, nei confronti dei paesi islamici sconvolti da guerre finalizzate alla rapina, e dall’altro dalla totale impossibilità di attuare politiche “integrative” (vedasi ad esempio la drammatica situazione in Palestina e la politica razzista d'Israele). 

Eppure non è detto che sia impossibile creare una “integrazione” ed una collaborazione anche fra membri di culture ed etnie diverse. Siamo tutti esseri umani e non c’è alcuna differenza fra un nero, un bianco ed un giallo, per non parlare poi delle diversità religiose che sono semplici  illusioni. Il problema subentra quando una certa comunità vuole far prevalere la sua “cultura” o “religione” o “idea politica” o dominio "finanziario ed economico" e cerca di imporla in un modo o nell’altro agli altri. 

Ricordo, durante i miei viaggi in Africa od in vari paesi dell’Asia, che se ci si relaziona su un piano esclusivamente umano con gli altri non c’è nessuna difficoltà a dialogare e condividere emozioni e bisogni. L’amore è possibile quando ci si apre, se ci si chiude vince l’egoismo e l’ignoranza. 

Ma cosa possiamo fare se l’opponente che manifesta quell’egoismo, che sia un banchiere ricchissimo, un industriale, un re, un papa, un mullah, od un “poveretto” che cerca di farsi largo nella società, arraffando quel che può, pur di ottenere almeno i galloni da “caporale”? Possiamo difenderci o dobbiamo semplicemente soccombere, dobbiamo porgere l’altra guancia o dobbiamo armarci ad armi pari? Sinceramente non lo so, non ho una ricetta precisa, forse dipende dalle situazioni e dalle condizioni in cui ci si trova.

Parlavo oggi con Caterina, la mia compagna, della necessità di mantenere una rete di relazioni simbiotiche con i nostri affini, con le persone con le quali condividiamo valori e intelligenza. Di fatto è esattamente quel che sta avvenendo in tutti gli ambiti della nostra comunità umana: i delinquenti e gli arroganti si uniscono per fini di potere e prevaricazione e gli umili ed i consapevoli incontrano i loro simili, al fine di non disperdersi e di mantenere una civiltà “umana e spirituale” (una civiltà della Vita in generale).

Paolo D’Arpini

L'autore, alcuni anni fa a Calcata,  con la nipotina Mila e sullo sfondo il nipotino Teo, un po' italiani ed un po' russi


La realtà che si vede è solo illusione...

 


Chi sei dei due? Ovvero, guarda la luna e lascia il dito.

“La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni”. Paul Watzlawick, La realtà della realtà.

Crea dieci segni differenti tra loro. Ad ognuno attribuisci un suono. Combinali tra loro. Inizia a comporre parole che avranno il significato che vorrai. Vedrai comparire le cose e il mondo intero. Quel mondo sarà condiviso, e chi lo farà crederà che esso sia la realtà, vera e sola, come crederà che dire sedia sia semplicemente dire ciò che già è della sedia. Chi non lo condivide proverà a farti presente la natura autoreferenziale della tua improvvisata cosmogonia, ma non ci sarà niente da fare, continuerai a guardare il dito, a parlare di realtà oggettiva, di ciò che è vero e di quanto non lo è.

Ora dimentica tutto e riparti da capo. La sedia non c’è più, si chiama in altro modo. Quindi esci di casa per andare a comprare il xxxx (non si sa ancora cosa hai combinato con i dieci segni). Per strada incontri uno, quello per cui la sedia è una sedia. Ti chiede l’ora ma non capisci che vuole, nel tuo alfabeto di dieci segni e suoni, quello che chiede non esiste. Lui insiste e se la prende perché tu vuoi andartene e non vuoi aiutarlo, crede lui. Ti ha solo chiesto l’ora, che c’è da prendersela? Si domanda. A dire il vero è lui che se la prende, tu sei soltanto seccato, anche perché il negozio poi chiude. Te ne vai. Lo lasci lì. Lui non capisce anzi, non ammette. Nel suo mondo non è possibile che accada quanto sta accadendo. Potrebbe allora restare basito, invece – guarda un po’ –, se la prende. Infatti, mentre tu te ne vai, ti afferra una spalla come fanno i terzini con l’attaccante in fuga. Ora è troppo. Ma che fa? Ti chiedi. È pazzo? Domanda retorica. No, in realtà è sostanziale, perché non c’è altro da tirar fuori dai tuoi dieci segni.

Linguaggio: ciò che resta di tutto il pensiero per l’ineludibile necessità storica di sbrigare le sue faccende. Già averne consapevolezza basterebbe per evitare di crederlo idoneo alla gestione delle relazioni. Queste sono un territorio mobile, in cui le cose non stanno ferme come un posacenere sul comò, ma fluttuano come un universo di stelle, che non sono poche come le lettere di una tastiera o i tuoi dieci segni, ma infinite.

L’emozione corre più veloce della luce, e ti è saltata addosso. Se non l’anticipi con qualche espediente di consapevolezza, una volta che arriva ricorda Gengis Khan: sei catturato e lei farà di te qualunque cosa, anche un assassino e tutto il peggio che i dieci segni permettono di pensare e quindi di realizzare. Avviluppati da un’emozione, non c’è più niente da fare, scende il buio. Anzi, di più: tutto sparisce. Tutto quello che sapevi, che volevi, i valori in cui credevi e di cui ti vantavi. E adesso? Che fai? Non scherziamo. Non c’è proprio lo spazio fisico per queste domande. Per nessuna domanda. Nel tuo mondo occupato dall’azione, non c’è neanche un angolino per la riflessione. Sempre che i tuoi dieci segni te l’avessero a volte permessa. Nell’emozione il dubbio, puff, svanisce dal panorama.

Ti giri come se fossi in diritto di fare ciò che stai per compiere. A dire il vero, non come se, ma proprio in pieno diritto, come una biglia da flipper che altro non può fare che eseguire l’ordine della leva che l’ha spinta su. Se prende il fungo e fa punti, il suo padrone-lanciatore sarà contento, diversamente, se la prenderà col mondo – delle volte fino al tilt – quando, alla fine dei suoi pazzi rimbalzi finirà in buca.

Ecco sì, con la cecità e irresponsabilità di una biglia di flipper, ti giri – o ti eri già girato? Non ricordo più chi era uno e chi era l’altro – e con una forza che non sapevi di avere, gli vomiti un urlo che Joseph Conrad (vedi sotto) è niente al confronto. Sì, perché non ragionato, architettato, organizzato. È un bolo di violenza, un misto di tutto quello che, goccia dopo goccia, eri stato capace di stivare nel tuo profondo e avevi creduto d’aver dimenticato. La legge del quieto vivere era il tuo solo comandamento, il buon senso la tua medicina. Anche se, per la verità, avvertivi qualcosa di artificioso, o peggio, di disumano, in quella prassi razionale, con cui incassavi più di Jake La Motta contro Sugar Ray, che tutti ti invidiavano per la purezza con la quale ne pennellavi la vita.

La tracimazione è un modo gentile, e perciò anche improprio, per definire l’evento e il suo cuore di tenebra che sta per irrompere sull’altro. Uno scroscio di parole lo investono da tutti i lati, anche da sopra e da sotto. Non c’è freno, l’argine golenale è scavalcato, e quello maestro non basterà. Non c’è speranza che possa salvarsi. Si divincola cercando parole che non trova. E anche se ne trova non escono dalle labbra, e le poche sgusciano fiori impiastricciate di rabbia e sono soltanto frammenti, balbettii, affanni di una reazione da flipper.

Come se i suoni e i rispettivi significati fossero proietti scoccati, si sente scosso, si trova disarmato, si accorge di essere ferito e forse morente, con soltanto il tempo per chiedersi il perché di tutto ciò, pur sapendo che la domanda era stupida in assoluto e anche in particolare. Come mille altre volte durante le loro vite se l’erano posta senza mai trovare una risposta degna, all’altezza della loro grande razionalità, così capace di osservare con logica i fatti del mondo, così adatta a risolvere tutti i problemi, a piallare i picchi e gli abissi esplorati dagli uomini. Quella, come altre volte, il loro vantato sapere non sarebbe bastato. Come altre volte, non avrebbe avuto risposta.

Di fatto, a parte il momento di un baleno, in cui quel ma perché? si era affacciato alla loro coscienza, non c’erano state le condizioni per tenerla ferma. E neppure per lasciare al moralismo l’agio di darle dignità e la forza di rinchiuderla, all’autostima di soddisfarla e al fato di prendersela, se proprio altro non si poteva.

Tutte considerazioni pertinenti e realistiche, ma sostanzialmente inefficaci. Infatti, seppur non l’avesse visto arrivare, non aveva dubbi, un pugno l’aveva colpito in pieno volto. Anche per lui si fece tutto buio. Anzi no, anche per lui sparì il mondo o meglio, si ridusse al sapore di sangue in bocca. Quell’organo acquoso, con quel fastidioso retrogusto, che dire metallico è forse ciò che più si avvicina, pure restando molto lontano.

In altre occasioni era stato capace di rinunciare a sé, e non gli era neppure costato in autostima. Mentre il sangue lo ingozzava e la sensazione che un altro colpo stesse per raggiungerlo, pensò al passato con lo straniamento di colui che non lo vede tornare indietro per lasciargli tra le mani un presente che lo ricrei diverso, senza dolore. Solo l’istante successivo, si ritrovò solo e stranito da se stesso per non essere stato capace di lasciar perdere anche quella volta. Eppure lo sapeva, ne aveva esperienza.

Questa volta arrivò dal lato opposto. Gli prese l’orecchio e secondo lui, quell’altro si fece pure male alla mano. Non voleva trovarsi lì. Per un attimo si trovò faccia a faccia ancora con l’idea della reversibilità del tempo. Che in quell’istante non gli pareva idiota.

Anzi, lei, l’idea della reversibilità del tempo, c’era e non era per niente idiota nel mondo senza peso dei quanti. Forse in quell’infinitesimo di eternità aveva dato tutto se stesso per farla esistere anche nel mondo pesante della materia. Prima o poi qualcuno ci sarebbe riuscito. L’orecchio gli doleva e l’aria pareva ovattata come dopo una granata. Tuttavia viveva in lui la speranza che si potesse verificare anche nel mondo degli oggetti. Anche se da un lato la sentiva forte e vivida, dall’altro vedeva che si impiccava da sola. Una volta materia, le leggi dell’energia sottile vengono meno. Ma allora cosa l’aveva portato dove non voleva essere?

Erano finiti a terra e l’altro gli stava sopra. Sarebbe bastato, avrebbero detto in tanti. E invece no. Seguitava a colpirlo in preda al demonio. Nessuno e nessun ragionamento lo avrebbe fermato. I dieci segni della ragione sono diversi dai dieci segni dell’emozione. Ma a loro non era stato insegnato e continuando a guardare il dito non avevano mai visto la luna.

Chi sei dei due? La domanda è retorica, provocatoria e fuorviante. La risposta è che se non vediamo la luna, saremo sempre entrambi.

“Fin da quando nasciamo, gli altri ci dicono che il mondo è in un determinato modo, e naturalmente noi non abbiamo altra scelta che accettare che il mondo sia così come gli altri hanno detto che è”  Carlo Castaneda, Una realtà separata, Roma, Astrolabio, 1972.

“Gli uomini erano vittoriosi o sconfitti, e a seconda di ciò diventavano persecutori o vittime. Quelle due condizioni prevalevano fin quando un uomo non arrivasse a ‘vedere’; il ‘vedere’ scacciava l’illusione della vittoria, o della sconfitta, o della sofferenza”.  Carlo Castaneda, Una realtà separata, Roma, Astrolabio, 1972, p. 122.

“La mente dell’uomo è capace di qualunque cosa – perché in essa c’è qualsiasi cosa, tutto il passato come tutto il futuro. […] I principi non servono. Sono acquisizioni, abiti, stracci graziosi – stracci che volerebbero via al primo serio scrollone. […] Naturalmente, uno sciocco, tra la semplice paura e i nobili sentimenti, è sempre al sicuro”. Joseph Conrad, Cuore di tenebre, Milano, Mursia, 1978, p. 111.

“Ma prima che potessi giungere a una qualunque conclusione mi venne in mente che parlare o tacere, invero qualunque mio gesto, sarebbe stato del tutto futile. Che importava ciò che chiunque sapesse o ignorasse”. Joseph Conrad, Cuore di tenebre, Milano, Mursia, 1978, p. 117.

Lorenzo Merlo