La creazione e la presunzione antropocentrica

Diversamente dal conosciuto – direbbe Krishnamurti – tutto il sapere che vantiamo non è che idoneo a tenerci lontani dalla conoscenza.


Presunzione antropocentrica

Per Kurt Gödel, logico-matematico del 1900, anche partendo da assiomi matematici certi non necessariamente le evoluzioni che ne seguiranno saranno certamente vere o certamente false. Nel rispetto delle medesime inafferrabili ragioni del principio di incompletezza – come lo studioso aveva chiamato quella parte dei suoi studi che metteva in crisi la presunta veridicità e inattaccabilità del linguaggio matematico – forse è possibile esaminare altre osservazioni che riguardano però il mondo delle relazioni. Se queste dovessero rivelarsi attendibili, molto stupore nei confronti delle faccende umane verrebbe meno.

Uno stupore la cui origine è da attribuire anche all’atteggiamento proiettivo (Freud) di noi stessi verso il cosiddetto fuori da noi. La proiezione di noi sul mondo implica la creazione di un mondo a nostra immagine e somiglianza. Una modalità di esserci nel mondo (Heidegger), che ci impone l’identificazione con i nostri sentimenti e pensieri e che perciò impedirebbe l’identificazione del proprio sé (Jung). Ovvero, quella condizione necessaria per tendere all’ armonia, all’equilibrio e all’invulnerabilità. In pratica, ci stupisce tutto ciò di non previsto con cui entriamo in relazione, così come tutto ciò che non è per noi accettabile tende a generare il nostro stupore, giudizio di valori e sentimenti di repulsione.

In ambienti relazionali chiusi, tendenzialmente puri e composti da piccoli numeri, l’imprevisto tende a non generarsi. In tal caso, diversamente, la reazione del gruppo/cominità sarebbe terapeuticamente unanime: il corpo estraneo sarebbe estromesso e l’equilibrio, in breve, recuperato. Si potrebbe dire che si tratti di un previsto imprevisto.

Quando la purezza originaria viene meno – cosa implicata con il crescendo dei componenti e delle relazioni – tendono a generarsi reti di realtà non previste dagli assiomi originari. In fisica quantica questo tipo di accadimenti ha il nome di entanglement, un termine introdotto da Erwin Schrödinger.

È necessario osservare che gli “assiomi originari” non solo sono caricati dal principio psicologico dell’io, detto di proiezione. Essi sono ulteriormente gravati dal peso del razionalismo e del meccanicismo. Due prospettive in una, in quanto rispettano e agiscono con medesima modalità logica: elaborare un ordine del mondo che contenga l’oggettività, che rappresenti il sempiterno. Una lettura degli assiomi originali che induce un tempo uguale per tutti, una realtà definitivamente corrispondente alla descrizione che ne fa la fisica (meccanica classica), un uomo assimilato alla macchina, un’indagine analitica del mondo, ovvero un mondo scomponibile dove la verità organica ed olistica neppure è presa in considerazione. In una parola, gli assiomi d’origine della concezione razionalistica del mondo prevedono una reale pressoché bidimensionale, pressoché paragonabile ad un’immagine fotografica, composta dagli elementi contemplati dalla nostra proiezione.



Sinapsi irriverenti

Tornando alle relazioni moltiplicate dagli scambi di comunicazione, a maggior ragione se in epoca digitale, si può sostenere provochino l’accensione di sinapsi altrimenti dormienti. E che stiano alla base di creazioni di idee e pensieri, posizioni e consapevolezze, politiche e sentimenti, ruoli e contraddizioni altrimenti inibite, prive dell’habitat utile al loro avvento. Dinamiche occultamente euristico-serendipidiche perciò, tendenzialmente impreviste e imprevedibili e che non riguardano soltanto le relazioni tra individui e/o entità organizzate, ma anche tra noi e la nostra concezione di noi stessi.

Allora, come i puri che entrano in politica e a un certo punto tradiscono le loro originarie posizioni – tradiscono per noi, che guardando le pagliuzze imbracciamo il vessillo della coerenza e la spada della moralità, ma non per loro stessi – anche noi nel tempo mutiamo di ruolo e convinzione. In questi due casi, e in tutti i suoi consimili, assistiamo alla generazione di novità che, a ben guardare, sono soltanto mutamenti, trasferimenti, cambiamenti che il modello razionalistico e moralistico, per mantenere se stesso, non contempla e non accetta. Mutamenti che, quando non ne sappiamo riconoscere la biografia, non esitiamo a chiamare novità. Come a dire che ciò che ci hanno detto Gödel e la fisica quantica non solo va oltre una concezione del mondo sempliciotta, ma allude alla caducità del pensiero bidimensionale, di cui – penso si possa affermarlo – ne trova il limite e il conseguente terreno d’applicazione relativo alla sola vita amministrativa. Una critica che ha in sé il seme per avviare una cultura alternativa a quella in essere, idonea per generare le consapevolezze utili al miglioramento delle relazioni interpersonali e intrapersonali, per recuperare o raggiungere la condizione di armonia.

Non solo. Dalle dinamiche dei grandi numeri possiamo osservare che tutti i perché ci sono già e così tutta la conoscenza, e hanno a che fare con l’infinito. Esse ci dicono che la vanità ci impedirà di esserlo, ci costringerà a seguire tracciati noti, ci costringerà alla ripetizione e all’alienazione, ci impedirà la realizzazione di noi stessi, ovvero, di vivere una vita piena, creativa, armonica. Se la vita durasse un istante, chi lo vorrebbe passare in pena? E chi in armonia?



Siamo creatori

Ritornato a terra, l’astronauta Buzz Aldrin ha detto che guardando a noi da lontano, pensava alla Terra come a un’oasi di pace, che se fosse venuto da altri mondi si sarebbe sorpreso di tanto dolore che la abita. E noi, immaginando altri pianeti abitati, li immaginiamo abitati da entità in conflitto? O possiamo sospettare altre modalità di vita? Forse sono sufficienti questi interrogativi per cogliere la concreta opportunità, già in noi, per vederci tutti terminali di una sola vita, per vedere che la storia sarebbe privata dell’energia conflittuale che la alimenta appena prendiamo le distanze dai nostri sentimenti, dall’importanza personale, appena cioè cessiamo di credere di avere da difendere idee e cose, in nome di cui sopraffare o farci sopraffare.

Non lo sapevamo, ma in fondo avevamo a che fare con assiomi, supposizioni, superstizioni, tutti espedienti autoreferenziali, tutti investiti di sapere e colmi d’intelligenza, che per la solita egoica vanità avevamo scambiato per verità.

Lorenzo Merlo




Kundalini e la realtà dell'immateriale



Il paranormale ha la sua realtà. Il termine “paranormale” indica un altro livello di realtà: quella immateriale. Per la mente realtà e materia sono diventati sinonimi, ma non lo sono. La realtà è molto più vasta della materia. La materia è solo una dimensione della realtà. 

Anche un sogno ha la sua realtà. Non è materiale, ma non è irreale. È solo un’altra dimensione della realtà.

Anche un pensiero ha la sua realtà, sebbene non sia materiale. Ogni cosa ha la sua realtà e ci sono livelli di realtà, gradi di realtà, dimensioni di realtà diversi. Ma per la mente la materia è diventata l’unica realtà, perciò quando diciamo “paranormale”, quando diciamo “mentale”, si pensa subito a qualcosa di irreale.

La kundalini è simbolica, è paranormale: la realtà è paranormale. Ma il simbolo è qualcosa che è stato aggiunto, non è una sua parte integrante. 

Il fenomeno è paranormale. Qualcosa sorge in te, senti che qualcosa di molto potente si sta risvegliando. Qualcosa dal basso si muove verso la mente. È una penetrazione potente. Puoi sentirla, ma quando devi esprimerla usi un simbolo. Anche se cominci a comprenderla, usi un simbolo. E non lo usi solo per esprimere il fenomeno agli altri. Tu stesso non puoi capirla senza usare un simbolo.

Quando diciamo che “sale”, anche questo è un simbolo. Quando diciamo “quattro”, anche questo è un simbolo. Quando diciamo “alto” e “basso” sono simboli: nella realtà niente è alto e niente è basso.

Nella realtà ci sono sensazioni esistenziali, ma non ci sono simboli attraverso i quali comprendere ed esprimere queste sensazioni. Perciò quando arrivi alla comprensione, usi una metafora. Dici: “È come un serpente”. E diventa come un serpente. Assume la forma del simbolo che hai creato, comincia ad apparire come l’hai descritta. Le dai una forma particolare, altrimenti non riusciresti a comprenderla.

Quando la tua mente percepisce che qualcosa ha cominciato ad aprirsi e a fiorire, sei costretto a trovare un modo per dare forma a ciò che sta accadendo. Nel momento in cui arriva al pensiero, il pensiero usa le sue categorie. Quindi dici “fioritura”, “apertura”, “penetrazione”. La cosa in se stessa può essere compresa attraverso molte metafore, ma la metafora dipende da te, dipende dalla tua mente. E ciò da cui dipende è legato a molte  cose, ad esempio alle tue esperienze.

Tra duecento, trecento anni, è possibile che sulla Terra non ci saranno più serpenti, perché l’uomo elimina ogni forma di vita antagonista. A quel punto il termine “serpente” avrà solo un valore storico, qualcosa che esisterà unicamente nei libri. Non sarà una realtà. Perfino oggi non è molto reale per la maggior parte della gente. 

A quel punto la bellezza e la forza di questa immagine saranno perdute, morte, e si dovrà descrivere la Kundalini in un modo nuovo.

Potrebbe diventare “un aumento improvviso di elettricità”. Il termine “elettricità” sarà più congeniale, più adatto rispetto al termine “serpente”. Potrebbe diventare “come un aereo che decolla, o una navicella che parte per la Luna”. L’immagine della velocità sarà più adatta: come un aereo. Se riesci a sentirla e se la tua mente riesce a immaginarla come un aereo, diventerà simile a un aereo. La realtà è una cosa, ma la metafora la crei tu, la scegli in base alle tue esperienze, perché per te ha un significato.

Lo yoga si è sviluppato in una società agricola e perciò usa simboli agricoli: il fiore, il serpente etc. Ma sono solo simboli. Buddha non parla neppure di kundalini, ma se lo avesse fatto, non avrebbe usato il simbolo del serpente. E neppure Mahavira. Provenivano entrambi da famiglie reali e i simboli adatti ad altre persone non erano congeniali a loro: usavano altri simboli.

Buddha e Mahavira provenivano da palazzi reali dove non c’erano serpenti. Ma per i contadini il serpente era una realtà importante: non potevano rilassarsi, era pericoloso, dovevano starci continuamente attenti. Ma per Buddha e Mahavira i serpenti non erano una realtà.

Buddha non poteva parlare di serpenti, parlava di fiori. Conosceva i fiori, più di chiunque altro. Aveva visto moltissimi fiori, ma solo fiori vivi. I giardinieri del palazzo avevano ricevuto istruzioni dal re affinché Gautama non dovesse mai vedere dei fiori morti. Doveva vedere solo fiori giovani e freschi. Perciò durante la notte i giardinieri preparavano i giardini per lui. E la mattina, quando arrivava, non c’era nemmeno una foglia secca, o un fiore morto; vedeva solo fiori che si aprivano alla vita.

Perciò la fioritura per Buddha era una realtà diversa rispetto a ciò che è per noi. Quando si illuminò, parlò dell’illuminazione come di un processo simile alla fioritura di migliaia di fiori. La realtà è qualcos’altro, ma Buddha usò questa metafora.

Queste metafore non sono reali, sono immagini poetiche che corrispondono alla tua natura: tu appartieni a loro e loro appartengono a te. La negazione dei simboli si è dimostrata troppo drastica e pericolosa. Avete negato e rinnegato tutto ciò che non è materia e i riti e i simboli si sono vendicati. Ritornano, riescono a intrufolarsi ovunque. Nei vestiti, nei templi, nelle poesie, nelle vostre azioni. I simboli si vendicano e ritornano. Non possono essere negati, perché appartengono alla vostra natura.

La mente umana non è capace di pensare in termini puramente astratti, non le è possibile. La realtà non può essere descritta in termini di pura matematica: siamo capaci di descriverla solo attraverso i simboli. La capacità di creare i simboli è una caratteristica fondamentale della natura umana. In realtà solo la mente umana crea simboli, gli animali non sono in grado.

Un simbolo è un’immagine vivente. Quando ti accade qualcosa dentro, devi usare un simbolo esteriore. Quando cominci a sentire qualcosa, automaticamente crei un simbolo e nel momento in cui si crea il simbolo, la forza è plasmata attraverso di esso. In questo modo la kundalini diventa come un serpente. Diventa un serpente: puoi sentirla e vederla. E per te sarà più reale di un serpente vivo. Sentirai la kundalini come un serpente, perché non sei capace di sentire un’astrazione. Non puoi!

 



Questo è il paradosso, quando conosci qualcosa che non è un fatto materiale, ma che non è neppure immaginazione (ma è una necessità, è reale), devi trascendere il simbolo. Devi andare al di là e conoscere anche ciò che c’è di là.

Ma la mente è incapace di concepire l’al di là. E la mente è il solo strumento che abbiamo. Ogni concetto passa attraverso la mente. Perciò sentirai il simbolo e per te diventerà una realtà. E per un’altra persona diventerà realtà un altro simbolo, come è accaduto a te. Da qui nascono le controversie. Per ogni individuo il proprio simbolo è autentico, reale, ma siamo tutti ossessionati dalla realtà oggettiva. Deve essere reale per tutti, altrimenti non può essere reale.

Diciamo: “Questo giradischi è reale”, perché è reale per tutti. È oggettivamente reale. Ma lo yoga riguarda la realtà soggettiva. La realtà soggettiva non è reale come quella oggettiva, ma a modo suo è reale.

L’ossessione per l’oggettività deve essere abbandonata. La realtà soggettiva è reale tanto quanto quella oggettiva, ma nel momento in cui la crei, le dai un’impronta che è solo tua. Le dai un nome tuo, crei una metafora che è solo tua. Questo modo di percepire la realtà deve essere individuale. Anche se un altro ha la stessa esperienza, la vivrà in maniera diversa. Anche due immagini di serpente saranno diverse, perché la metafora è stata creata da due individui diversi.

Perciò queste metafore (il sentire che la kundalini si muove come un serpente, per esempio) sono solo simboliche. Ma corrispondono alla realtà. C’è il movimento, il sottile movimento, simile a quello del serpente. C’è la forza e il colore simile all’oro. Tutte queste caratteristiche corrispondono al simbolo del serpente. Se ti è congeniale, va bene.

Ma potrebbe non esserlo! Quindi non dire mai a nessuno che quello che è accaduto a te accadrà anche a lui. Non dirlo mai a nessuno! Può accadere e può anche non accadere. Il simbolo è adatto a te, ma può non esserlo per lui. Se riuscite a capire questo, non nasceranno controversie.

Le differenze si sono create a causa dei simboli.

Ogni esperienza soggettiva è tradotta in simbolo, ma qualunque nome o simbolo le attribuiamo, non è irreale. Per noi è reale. Perciò ognuno deve difendere i propri simboli, ma non deve imporli agli altri. Bisognerebbe dire: “Anche se tutti sono contro questo simbolo, a me è congeniale. Mi è arrivato spontaneamente, naturalmente. Il divino arriva a me in questo modo. Non so come arriva agli altri”.

Per questo esistono moltissimi modi per indicare queste cose, migliaia e migliaia di modi. Ma quando dico che è soggettivo, mentale, non mi riferisco solo al nome. Non è solo un nome. È la tua realtà. A te arriva in questo modo e non può essere diversamente. Se non confondiamo la materia con la realtà e non confondiamo l’oggettività con la realtà, tutto diventa chiaro. Ma se li confondiamo, le cose diventano difficili da capire.

Osho

Tratto da: Osho, Meditazione Dinamica, Edizioni Mediterranee



 

Nella narrazione sistemica c'è un "orrore" di fondo...

 


Nonostante si sia a un passo dal baratro, avanziamo spediti col vento in poppa della scienza e della tecnologia verso i successi nascosti nell’era digitale. Nonostante qualcuno ci stia informando che potrebbe andare diversamente, non sappiamo rispondergli altro che: “Che vuoi tu, stupido essere inferiore?” E allora, ecco qualche stupida illazione.

L’ecosistema può essere definito come un corpo al quale non si possono sottrarre o aggiungere parti. Se così fosse, ecosistema e bioregione sarebbero sinonimi di equilibrio.

È una considerazione banale. Ma non per tutti.

A capitanare la crociata di un’altra verità, non naturale ma arrogante, quindi umana, è la cosiddetta scienza, quella con la quale chiunque è disposto a riempirsi la bocca per dimostrare che più in là non si può andare. Per affermare l’ultima verità. E chi non ci crede è semplicemente un idiota. È il trionfo dello scientismo, religione che vede tra i propri adepti la maggioranza degli scienziati. Lo si trova nei sussidiari delle elementari, nei genitori fieri di mostrare come girino gli elettroni, nei copy pubblicitari, in bocca ai giornalisti, nei titoli dei giornali. Lo si sente risuonare al bar tra quelli della briscola e al pub tra quelli con l’ipad. “Scientificamente dimostrato” è la loro parola d’ordine, con la quale avanzano spediti attraverso tutte le porte della vulgata, di chi crede che non sapere sia un peccato che giustamente devono pagare.

La scienza citata è quella più recente, che ha caratterizzato il pensiero dal 1600 in qua, fisica quantica e psico-neuro-endocrino-immunologia a parte. Quella detta newtoniana o meccanicistica, per sua ontologia scompositrice – o demolitrice – dell’intero, per sua missione convinta che nell’analisi risieda la conoscenza, per sua necessità costretta a classificare e nominare. Un percorso interessante che ci ha fatto presente che i muschi procreano con le spore, che il nucleo atomico è pieno di cose ancora più piccole, ecc. Una strada che vanta la convinzione di conoscere la natura, ma di fatto se ne allontana. Che ha perso per strada il principio dell’intero, dell’ecosistema, che ha creduto di poter mettere sotto i suoi vetrini qualunque cosa riuscisse ad afferrare e poi ha pure creduto che ciò che vedeva fosse veramente un paramecio o una nanoparticella, che appartenesse veramente a quella categoria e reagisse veramente a quello stimolo. Nell’entusiasmo della conoscenza non si è avveduta che le proprietà di ciò che aveva isolato non erano che sue proiezioni. Un disastro.

Ora, in tempo digitale, l’arroganza di certo scientismo non si è ridotta, anzi. Il totem che ci vede tutti genuflessi davanti ai suoi poteri si chiama tecnologia. Se prima era il denaro il vascello che avrebbe permesso di navigare in tutti i mari, adesso è l’idolatrata tecnologia, che alcuni chiamano scienza, la nostra certa salvatrice. L’epoca digitale ne ha esponenzializzato le presunte doti. La distanza dalla natura è proporzionalmente cresciuta.

Ce lo dicono molte evidenze. Crediamo che conoscenza voglia dire erudizione; non sappiamo muoverci in natura se non affardellati di strumenti a batteria, non possiamo andare ad un appuntamento senza navigatore. Ma sono piccoli campioni della perdizione dell’uomo.

Meno piccoli ma più inosservati – se non spettacolarmente – nel loro significato ultimo ed esiziale, sono i campioni provenienti dal mondo animale. Folti gruppi di cetacei che spiaggiano, cioè che muoiono soffocati o ustionati, che, aiutati da anime buone, rifiutano il mare o non possono più riconoscerlo e testardamente dirigono a terra. Basterebbe questo e la sua ripetizione che in questi ultimi anni tutti osserviamo, con sdegno, naturalmente, con gli scientisti in prima fila – come credono gli spetti di diritto divino – a domandarsi come mai?

Testuggini capaci di ritornare al luogo di nascita dopo anni e migliaia di miglia di distanza, farfalle che interrompono la migrazione, api, lucciole, cervi volanti che spariscono, addensamenti di meduse, balene e delfini arenati, e con loro una quantità di altri animali, tutti i migratori di terra, aria e di mare, mostrano con frequenza crescente cosa significa vivere entro una biosfera i cui naturali campi geomagnetici, loro sola bussola, sono corrotti da deviazioni di origine umana, anzi, meglio dire tecnologica e scientifica, affinché i devoti del 5G non dimentichino il costo vero dei loro giga-per-secondo.

La rete di frequenze digitali, di trasmissioni satellitari, di localizzazioni micrometriche, di tutto lo sconosciuto militare, quello necessario a gestire le condimeteo, le rotte delle armi e dei droni, le barriere di disturbo verso il nemico, come possono essere innocue?

Come possono esserlo i rumori e i disturbi che modificano l’habitat, la pesca predatoria, le risonanze negative di tutte le esplosioni nucleari nell’inerte e insofferente Terra? Come possono non generare anomalie al campo magnetico terrestre gli elettrodotti e gli oleodotti? L’inquinamento riversato in aria, terra e acqua può essere inerte? Innocuo?

Non è un caso che tra le cause che si vedono riferite dalla stampa ci sia, insieme alle più irrilevanti, il cambiamento climatico, e non compaia invece mai qualcosa di relativo a quanto accennato qui, nonostante la banalità di certe ipotesi. Non lo è in quanto il cambiamento climatico è, per buona parte del mondo scientifico, quello forse più colluso con i potentati economici e militari, un fatto del tutto naturale, per nulla relativo alle scelte dell’uomo. Come potrebbero affermare diversamente visto il loro datore di lavoro?

Il fenomeno di animali che perdono la via è noto da secoli. Vittime forse di occasionali naturali deviazioni magnetiche. Ma tende a trattarsi di singole unità, non di gruppi e non frequentemente. Certo sono illazioni utili a sostenere la tesi secondo cui abbiamo commesso un errore – ma meglio dire orrore – di fondo, quello di aver prediletto il sapere alla conoscenza, il prodotto dell’intelletto, al sapere estetico. Recuperare il conoscere attraverso il sentire, la sapienza attraverso la bellezza, permette di uscire dalle scatolette delle classificazioni e toccare l’infinito che è in noi.



Cosa fare?

Niente, a parte prendere coscienza che non siamo fuori dall’ecosistema, che ogni azione che lo disturba implica denaro per qualcuno e pena per il resto del pianeta. Che siamo terra sebbene corrotti dalle idee di superiorità nei suoi confronti.

In una parola, che la strada sulla quale siamo in trionfale marcia preceduti da fanfare e adornata da gran pavesi non è quella umana.

E anche se le generazioni che verranno o coloro che sopravvivranno non si assumeranno la responsabilità di ciò che è stato, se non saranno in grado di non colpevolizzare i loro padri, l’esperienza del disastro andrà perduta e a loro volta con la fanfara in testa e il gran pavese ai lati troveranno una nuova via verso effimeri successi. La storia è maestra solo nell’assunzione di responsabilità di quanto non abbiamo commesso. Solo identificandosi con quanto commesso da altri giochiamo il nostro jolly evolutivo. Diversamente la sua – ma nostra stessa – mannaia, al prossimo giro del tempo non farà sconti.

Ma fin da questa tornata, basta! Basta attendere qualche scientificamente provato. Non servono gli scienziati per salvare la terra, né maestri di scuola, insegnamenti universitari o apprendimenti da guru.

Lorenzo Merlo



In principio sorse una questione...

 Nonostante si sia prossimi a festeggiare il centenario del Principio di Indeterminazione e di Incompletezza, rispettivamente dal tedesco Werner Heisenberg, 1927, e dall’austriaco Kurt Gödel, 1930, la loro potenza rivoluzionaria nella concezione della natura e della realtà non è stata sufficiente ad aggiornare l’assolutismo razionalistico, materialistico ed economico delle culture del mondo.



Einstein, con Podolsky e Rosen, affermò che il senso comune – ben codificato nella Meccanica classica – fa a pugni con la conoscenza della materia/realtà affermata dalla Meccanica quantica. Non riusciva a inscrivere nella sua Relatività ristretta quanto affermato dalla cosiddetta interpretazione di Copenaghen, nella quale si sostenevano per la prima volta il principio di complementarità e quello di dualità. Il primo afferma che a livello subatomico non è possibile conoscere contemporaneamente posizione e velocità della particella; il secondo, afferma la natura corpuscolare e ondulatoria delle particelle elettromagnetiche. La nota lettera del 1935, detta EPR come dalle loro iniziali, esordisce così: “La descrizione quantica della realtà può essere considerata completa?

La perplessità di Einstein era del tutto plausibile, comprensibile e condivisibile se osservata in termini empirici, sensoriali, egocentrici. Che di una particella si potesse conoscere solo uno dei due dati fondamentali della Meccanica classica, posizione e velocità, non era accettabile. Che la materia potesse essere un’onda, neppure.

La medesima perplessità si origina generando il proprio pensiero filtrato dal dominio assolutistico del razionalismo. Da questo discende l’idolatrata oggettività. Un plinto meccanicista che prevede la realtà come oggetto disponibile ad essere posto sul vetrino della conoscenza. Ma anche un cancello che impedisce di accedere alla verità affermata tanto dal Principio di indeterminazione di Heisenberg, quanto da quello di incompletezza che emerge dall’indagine dell’aritmetica attuata dal logico-matematico Kurt Gödel.

Se il principio del fisico tedesco – in collaborazione con Niels Bohr – afferma che di una particella elementare è possibile misurare solo la velocità o solo la posizione e che il comportamento di questa è relativo all’osservatore, quello del matematico austriaco osserva che entro la sintassi aritmetica si possono verificare situazioni per le quali non è possibile affermare univocamente siano vere o siano false, per le quali non si può altro dire che non siano vere e non siano false.

Ma se nel loro ambito tecnico il valore di Werner Heisenberg e di Kurt Gödel ha carattere dirompente rispetto allo stato della fisica e della logica a loro precedente, per il resto del mondo è altrettanto rivoluzionario per ragioni filosofiche, metafisiche, esistenziali. La valenza filosofica implica che la descrizione meccanicistica e logica della realtà, sulla quale abbiamo costruito la cultura dominante, e abbiamo fatto coincidere con la verità ultima – nonostante la scienza stessa sia la prima ad affermare la provvisorietà dei suoi enunciati – era un abbaglio. Che non tutto è misurabile dai rozzi strumenti dei tecnici; che c’è una realtà impalpabile ben più potente e capace di quanto non possano le note forze fisiche. La questione non riguarda infatti soltanto le microparticelle per Heisenberg e alcuni estremi ambiti della logica per Gödel, in quanto entrambi i Principi prendono massima forma nel mondo sottile delle relazioni. La realtà dipende infatti dal destinatario, è funzione del destinatario. E la relazione con il destinatario modula la natura dell’emissione, modula la verità, l’affermazione pronunciata dall’emittente. Ugualmente accade nella relazione con se stessi, dove la realtà è modulata da valori ed esigenze, tutte referenti di sentimenti ed emozioni.

Nella rete del Tutto – che partecipiamo a fare e modificare, e che agisce su noi – tanto gli altri, quanto noi stessi, tendiamo a modificare nel tempo la posizione originaria. Ciò che prima stava in un modo, ora sta in un altro. Ciò che era intollerabile lo è divenuto. Ciò che prima era corpuscolo ora è onda. Ciò che credevamo vero, si mostra falso. Nella rete il tempo è di tipo circolare e sussultoriamente stocastico. È burrasca e bonaccia, buono e cattivo. Corrisponde a noi. I nostri sentimenti sono il solo orologio per misurare il tempo. Quello dei ragionieri della vita conta solo per i ragionieri della vita.

Perciò la questione perché onda o corpuscolo?, dilemma che assilla solo gli scienziati classici, è poca cosa rispetto alla verità dell’ontologico mutamento della realtà. Non solo. È l’evidenza della contiguità, o meglio, dell’unità tra fisica e metafisica. Rispettivamente espressione e matrice di una realtà-trinità in quanto per esistere ha bisogno di noi. Così, l’affermazione del mutamento in funzione dell’osservatore allude alla sostituzione dell’ego con la relazione, della realtà oggettiva con la realtà creata. È l’ultima spiaggia della laguna del mondo, dove il razionalismo dei marosi arriva spento, senza più forza per obbligarci a farci remare in un senso piuttosto che in un altro, pur di far sopravvivere il dominio del nostro io e il mondo che questo ci impone. Ma anche per evitare una patologica immobilità: l’indecisione porta alla morte fisica e metafisica. È la respirazione che, prima di altro, ce lo insegna.

Il mutamento come sola verità afferma che la descrizione del reale che possiamo esprimere e sulla quale edifichiamo cultura, valori e politica, è autoreferenziale, arbitraria, strumentale. In sostanza truffaldina. È una descrizione che sussiste a causa della concezione egocentrica della realtà, fisiologicamente inetta a riconoscere come questa si avvalga di un autopoietico fermo immagine. Una costruzione del tutto idonea ad affermare la logicità, l’oggettività, la dignità e la legittimità del nostro pensiero. Un’istantanea dell’essere che distorce il divenire secondo lenti d’interesse personale.

La virtuale cornice di quell’immagine delinea un campo la cui natura è bidimensionale, dove le nostre esigenze atrofizzano la vitale e dinamica rete della realtà. È un campo in cui il tempo è lineare e proteso all’infinito, lo spazio è de-finito dalla nostra scientifica capacità d’indagine e noi non ne facciamo parte. Un terreno in cui, come impavidi registi, distribuiamo canovacci e tiriamo i fili secondo aulica logica, riconosciuta autorevolezza e competenza specializzata.

Da Heinsenberg e da Gödel possiamo cogliere il necessario per riconoscere i limiti di ciò che consideravamo definitivamente vero. Dal grande oceano cosmico fisica quantica e logica approdano alla medesima terra. Le osservazioni del matematico austriaco lo portano a concludere che se il razionalismo ci induce ad argomenti utili per sostenere la veridicità o meno di certe affermazioni, il principio di incompletezza giunge ad affermare che non possiamo sostenere siano definitivamente vere o definitivamente false nonostante la non contraddittorietà degli assiomi d’origine.

La potenza del logos, in quanto creatore di realtà, se costretto dalla logica aristotelica e dalla razionalistica, bidimensionale, matrice del nostro pensare – al quale è da aggiungere l’invadente principio moralistico della coerenza/senso di colpa quale virtù assoluta, senza lato B – a dispetto dell’imperante scientismo, non è sufficiente per comprimere la realtà – la cui natura è di per sé infinta, cangiante e relazionale – entro le sue piccole categorie, specializzazioni, classificazioni, distinzioni, giudizi. La natura della realtà non è semplicemente più complessa della nostra volontà di ordinarla, essa è inafferrabile, in particolar modo quando si cerca di prenderla con attrezzatura inadatta.

Tanto nel principio di indeterminazione quanto in quello di incompletezza troviamo dunque le verità prescientifiche, quelle del mondo magico, del Tutto e dell’Uno, quelle della conoscenza già in noi. È una conclusione accessibile ed accettabile soltanto a condizione che le energie necessarie ad avvedersene non vadano più ad alimentare la babelica impalcatura egoica con la quale crediamo di raggiungere Dio, ovvero di poter conoscere la natura attraverso la sua misurazione strumentale, attraverso la volontà egoica.

Liberati dall’io, i dilemmi e la ricerca della verità svaniscono. L’interpretazione della storia, nella quale altro non vi è che determinazione, suggestione, superstizione e inconsapevoli congetture, da bidimensionale ritorna ad essere se stessa, volumetrica: una dimensione nella quale ciò che l’io sostiene è già accaduto ed è prevedibile, nella quale le babeliche verità e analitici distinguo del tutto mostrano la loro architettura da castelli di carta.

Dopo le tradizioni esoteriche, Heisenberg e Gödel rappresentano l’approdo della ricerca occidentale e cosiddetta scientifica ai lidi in cui tutte le tradizioni sapienziali della terra pazientemente la attendevano per la cerimonia del Sé, la cui natura sta in una riga.

Non più ripetizione ma creazione, non più sopraffazione ma legittimazione, non più pena ma forza.



Per una realtà nella relazione.

“Ma i concetti scientifici esistenti abbracciano sempre solo una parte molto limitata della realtà, mentre l’altra parte, quella tuttora incompresa, è infinita”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla. È qualcosa, questo, cui Descartes poteva non aver pensato, ma che rende impossibile una netta separazione tra il mondo e l’Io”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“[…] è nella teoria dei quanta che hanno avuto luogo i cambiamenti più radicali riguardo al concetto di realtà. […] Ma il mutamento del concetto di realtà che si manifesta nella teoria dei quanta non è una semplice continuazione del passato; esso appare come una vera rottura nella struttura della scienza moderna.

“La fisica classica partiva dalla convinzione – o si direbbe meglio dall’illusione? – che noi potessimo descrivere il mondo, o almeno delle parti di esso, senza alcun riferimento a noi stessi”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“[…] han cominciato a spostarsi gli stessi fondamenti della fisica […] il terreno stesso su cui poggiavamo. […] La progredita tecnica sperimentale del nostro tempo porta nella prospettiva della scienza nuovi aspetti della natura che non possono essere descritti nei termini dei comuni concetti”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“[…] il rigido determinismo della fisica newtoniana o classica è stato colpito alla base. Nello stato d’un sistema fisico entra, secondo Heisenberg, il concetto di probabilità, escluso assolutamente, invece, non solo dalla fisica newtoniana ma anche da quella di Einstein”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia (dall’introduzione di Guido Gnoli)


“[…] nessun sistema rigorosamente definito di assiomi corretti può comprendere tutta la matematica oggettiva, dal momento che la proposizione che afferma la coerenza del sistema è vera ma non dimostrabile nel sistema stesso”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“In corrispondenza con la formulazione in termini di dilemma del teorema principale sull’incompletabilità della matematica, le implicazioni filosofiche prima facie avranno anch’esse l’aspetto di una disgiunzione; però ambedue le alternative sono decisamente in contrasto con la filosofia materialistica”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“[…] la maggior parte dei matematici negarono che la matematica, così come si era fino ad allora sviluppata, rappresentasse un sistema di verità; piuttosto questo venne riconosciuto solo per una parte della matematica […] e tutto il resto fu mantenuto nel caso migliore in un senso ipotetico, secondo il quale la teoria affermava propriamente soltanto che da certe ipotesi (da non giustificarsi) si aveva diritto di trarre certe conclusioni”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“Infatti risulta chiaro che nello stabilire in modo sistematico gli assiomi della matematica, divengano evidenti sempre nuovi assiomi che non seguono logicamente da quelli stabiliti in precedenza”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“Ma la situazione cambia completamente se riguardiamo le proprietà come generate dalle nostre definizioni”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“[…] una delle più sorprendenti e controintuitive tesi di Kant, vale a dire la parte della sua dottrina del tempo […] [il tempo] esiste solo in senso relativo. L’entità relativamente alla quale esso esiste, secondo Kant, è il soggetto percipiente o, più precisamente la sua ‘sensibilità’”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“È probabilmente vero in linea di massima che della storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti d’interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le loro radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se esse realmente si incontrano, cioè, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a un’effettiva interazione, si può allora sperare che possano seguire nuovi e interessanti sviluppi”.

Werner Heisenberg in Fritjof Capra, Il Tao della fisica.


“Ottant’anni dopo i lavori di Heisenberg e Schroedinger e quarant’anni dopo la pubblicazione del libro di Capra [Il tao della fisica, ndr], ben pochi scienziati hanno accettato intimamente e completamente il fatto che le conseguenze filosofiche della fisica quantistica, o il paradigma che ne consegue, coincidono praticamente con la visione del mondo della filosofia buddhista (e di qualche aspetto del pensiero indù e taoista). In fondo, molti ancora pensano in modo semi-conscio che non è possibile che 2000 anni fa si potessero avere concezioni considerate molto “moderne”. Non riescono a liberarsi dal pregiudizio del progresso, cioè dall’idea “ottocentesca” che l’umanità proceda in un’unica direzione, verso conoscenze sempre maggiori e ‘più vere’”.

Guido dalla Casa, La fisica e l’Oriente, [articolo].


“Come scrisse Heisenberg: Ciò che osserviamo non è la natura stessa, ma la natura sottoposta al nostro modello di indagine”.

Gary Zukav, La danza dei maestri Wu Li.


Lorenzo Merlo



Bibliografia

Albert Einstein, Relatività: esposizione divulgativa, Torino, Boringhieri, 1967

Kurt Gödel, Scritti scelti, Torino, Bollati Boringhieri, 2011

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia, Milano, Il Saggiatore, 1963

Gary Zukav, La danza dei maestri Wu Li, Milano, Corbaccio, 1995

Fritijof Capra, Il Tao della fisica, Milano, Adelphi, 1983

Guido Dalla Casa, La fisica e l’Oriente, https://www.fisicaquantistica.it/scienza-di-confine/la-fisica-e-loriente

Einstein, Podolsky, Rosen, Lettera EPR, http://www.sciacchitano.it/Eziologia/Einstein%20Podolski%20Rosen.pdf


La scelta senza scelta...

 


Essere senza scelta significa che si deve scegliere, ma si deve rimanere distaccati, nelle cose pratiche. Riguardo a cose che non sono pratiche puoi rimanere senza scelta. Sulle cose che sono al di là di te puoi rimanere senza scelta; la tua scelta non è necessaria.

Ad esempio, la morte. Non hai niente da scegliere. Accadrà un giorno, quindi va bene. L’amore. Non devi fare niente. Se succede, succede; se scompare, scompare. Non è una cosa pratica. È qualcosa di misterioso che non ha niente a che fare con te.

Quindi resta aperto al mistero e continua a decidere nelle cose pratiche e mondane, ma non attaccarti. Ad esempio, ora non sai se vuoi stare qui o se vuoi andartene. Non c’è bisogno di preoccuparti molto per questo. Se hai voglia di stare qui – che sembra più importante – allora stai qui. Non hai niente da perdere, cosa potresti perdere? Forse a livello finanziario ci perderai, ma se, spiritualmente, hai qualcosa da guadagnare, puoi rimanere. Ma se ritieni che non ne trarrai alcun guadagno spirituale e che ci perderai finanziariamente, allora perché restare? Parti!

Le cose dovrebbero essere osservate in un baleno, non nei dettagli, meditandoci su, riflettendoci e preoccupandosi. In un baleno. Se ritieni che qui stia accadendo qualcosa di importante, che è più prezioso della perdita finanziaria, è fatta! Non pensarci più! O se pensi che possa accadere la prossima volta, che non c’è fretta e che non sei impaziente rispetto alla tua crescita spirituale, non c’è problema; puoi semplicemente andartene.

Ma qualunque cosa tu faccia, rimani distaccato. Se rimani qui, non pensare di aver fatto qualcosa di eccezionale; altrimenti ci sarà attaccamento. Se te ne vai, non iniziare a preoccuparti di aver fatto la scelta sbagliata; altrimenti ti attacchi. E una volta che hai preso una decisione, nelle cose pratiche, fallo e dimenticatelo; non hai bisogno di perderci del tempo.

Le persone perdono troppo tempo prima di fare e troppo tempo dopo aver fatto. E quasi il novanta percento dell’energia è sprecata a rimuginare ed è la maggior parte della vita. Solo il dieci per cento della vita è usato per fare e solo il fare può portare soddisfazione. Quel restante novanta percento è semplicemente andato sprecato, è finito nello scarico.

Quindi fai tutto ciò che hai voglia di fare, ma non attaccarti. Questa è assenza di scelta nel mondo normale e pratico. E c’è anche la possibilità che un giorno, rimanendo senza scelta su cose veramente essenziali, tu possa decidere di diventare senza scelta anche nelle cose pratiche. Questo è il vecchio concetto di sannyas e molte persone hanno vissuto in questo modo, senza decidere nulla.

Osho



Tratto da:  Don’t Just Do Something, Sit There - Osho Times n. 273

Vincenzo Brandi: "Conoscenza, scienza e filosofia. Profili di scienziati e filosofi della scienza da Talete alla fisica contemporanea" - Presentazione del libro




"Conoscenza, scienza e filosofia. Profili di scienziati e filosofi della scienza da Talete alla fisica contemporanea" -  Vorrei cercare di spiegare perché scrivere un libro su questi argomenti che possono essere considerati noiosi, troppo specialistici ed apparentemente lontani dalla vita reale di tutti i giorni.


Certamente nello scrivere di scienza e nel riportare i profili di molti scienziati e filosofi della scienza che si sono distinti nel corso dei secoli e dei millenni mi è stata utile la mia esperienza quarantennale presso un grande istituto di ricerca pubblica italiano. Essendo un ingegnere chimico mi sono specializzato nello studio della chimica del sodio liquido (che viene usato in alcuni tipi di reattori nucleari), delle energie alternative, delle pile a combustibile (un particolare tipo avanzato di pila) e dell’idrogeno come combustibile.

Tuttavia, non intendevo fare un libro specialistico. La tesi fondamentale di questo libro è che non vi è contraddizione tra la “scienza” e la conoscenza comune di tutti i giorni, cui anche una persona comune – magari con un grado di istruzione limitato come la mitica “casalinga di Voghera”-  può arrivare osservando con attenzione il mondo che ci circonda. D’altra parte il termine stesso “scienza” viene dal verbo latino “scio” che significa “conoscere”. Scienza e conoscenza sono sinonimi. La semplice massaia che cuoce la pasta sa perfettamente che, se mette una pentola piena d’acqua sul fuoco, l’acqua bollirà a 100 gradi centigradi. Lo scienziato approfondisce questa conoscenza empirica con esperimenti ripetuti, con il ragionamento, e sviluppando teorie per poter spiegare il fenomeno. Quindi scopre che nell’acqua si agitano miliardi di piccole molecole. Se aumentiamo la temperatura, fornendo energia all’acqua, le molecole si agitano sempre più velocemente, finché non possono essere più contenute nel liquido e si disperdono disordinatamente nell’ambiente determinando l’ebollizione.

Tutti sappiamo che se lasciamo andare libero un oggetto che abbiamo in mano (ad esempio una penna) questo “cade” verso terra. Galilei determinò le leggi di questa caduta sulla superfice terrestre con esperimenti ripetuti scoprendo che tutti gli oggetti cadono nel vuoto a velocità crescente e con la stessa accelerazione di 9,81 m/secindipendentemente dal peso proprio. Newton scoprì che ciò avviene perché tutti i corpi si attraggono a vicenda, per cui la penna che “cade” è in realtà attirata verso il centro della Terra (Legge della Gravitazione Universale). Tutto il sistema solare è stabile solo perché esiste questa legge (l’attrazione del Sole è equilibrata dalla forza centrifuga dovuta alla velocità della Terra).

Ma il criterio della verità scientifica basata sull’esperienza ci può orientare correttamente in qualsiasi settore dell’attività umana, anche nella politica, l’economia, la morale, la storia, la psicologia, le relazioni interpersonali ed amorose, e così via. Il grande fisico viennese Boltzmann diceva che “la scienza è verità”, in quanto la verità è un’affermazione che corrisponde alla realtà che osserviamo. Se diciamo che la mano dell’uomo ha cinque dita, che il gatto ha una coda, o che tutti gli uomini sono mortali (come detto nella premessa del famoso “sillogismo”, figura logica creata da Aristotele), diciamo la verità perché queste affermazioni corrispondono ai fatti reali osservati (anche da persone comuni). 

Quando diciamo che la Terra è piatta, diciamo una cosa sbagliata perché contraddetta da una serie di evidenze sperimentali. Quando Aristotele diceva che la velocità di un corpo che cade è proporzionale al peso, diceva una cosa errata come ha dimostrato Galilei con i suoi esperimenti. I dirigenti statunitensi ed i nostri giornali ossequienti dicevano che gli eserciti USA e della NATO andavano a distruggere l’Iraq perché Saddam possedeva tremende armi di distruzione di massa pronte a colpirci, ma dicevano una bugia, perché queste armi non erano reali. Quando in epoche per fortuna passate si diceva che i mali del mondo erano portati dalle streghe che si accoppiavano col demonio o che la peste era portata dagli “untori”, dicevano cose non vere perché non rispondenti a fatti reali. Galilei diceva che si fidava di quello che vedeva nel suo cannocchiale, piuttosto che di ciò che era scritto nelle Sacre Scritture. Il suo collega scienziato a Padova, Cremonini, si rifiutò di guardare nel cannocchiale, preferendo ricorrere alla vecchia filosofia metafisica di Aristotele piuttosto che all’evidenza sperimentale.

Vincenzo Brandi



TUBI A VUOTO E RAGGI CATODICI, LA SCOPERTA DELL’ELETTRONE ED IL PRIMO MODELLO ATOMICO

 


Una delle tecniche di ricerca fisica che si dimostrò tra le più ricche di risultati nella seconda metà dell’800 fu quella dei “tubi a vuoto”, sviluppata già nel 1854 dal tecnico e fisico tedesco Johann Heinrich Wilhelm Geissler (1814-1879), e poi da altri due fisici tedeschi: Julius Plucker (1801-1868) e Johann Wilhelm Hittorf (1824-1914)(1).

Alle estremità dei tubi, in cui era stato fatto il vuoto, erano posti due elettrodi, uno positivo, cioè a potenziale elettrico più alto (“Anodo”), ed uno negativo, a potenziale più basso (“Catodo”), tra cui si poteva avere una scarica elettrica (come nei moderni tubi al Neon). Fu notata presso il catodo una particolare fluorescenza. Il fisico inglese Cromwell Varley (1828-1883) interpretò correttamente (nel 1871) questo fenomeno come emissione di particelle cariche elettricamente dal catodo. Un altro fisico tedesco, Eugen Goldstein (1850-1930) sostenne, invece, (nel 1876) che si trattava di radiazioni, cui fu dato il nome di “Raggi Catodici”, termine improprio che poi è rimasto. Infine un altro fisico inglese, William Crookes (1832-1919), dimostrò definitivamente che si trattava di emissioni di natura corpuscolare.

Negli anni 1890-97 anche il valente fisico francese Jean Perrin (1870-1942) – futuro premio Nobel di cui ci occuperemo anche nel prossimo numero su Einstein – studiò i raggi catodici. Infine, nel 1897, l’intelligente ingegnere e fisico inglese Joseph John Thomson (1856-1940), premio Nobel nel 1906 (da non confondersi con l’omonimo William Thomson - Lord Kelvin), dimostrò che i raggi erano in realtà formati da particelle elementari dotate di una piccola massa, in quanto capaci anche di girare meccanicamente una paletta. Inoltre le particelle erano cariche elettricamente (di elettricità “negativa”) in quanto potevano essere deviate da un campo magnetico. Su suggerimento del fisico irlandese George Stoney (1826-1911) fu dato loro il nome di “Elettroni”.

La scoperta di Thomson dette un grande contributo alla teoria atomica che era stata contestata in quegli anni da Mach, Ostwald, e da tutta la corrente “energetista” ed “empirio-criticista” (ne abbiamo parlato al numero precedente a proposito delle polemiche tra Mach, Boltzmann e Lenin). Si poteva infatti intuire che gli elettroni erano elementi fondamentali della struttura atomica, e che gli “atomi” moderni di Dalton e Mendeleev (vedi NN. 69 e 89) – definibili come la più piccola quantità possibile di un elemento chimico - erano divisibili in particelle più piccole, a differenza degli antichi atomi di Leucippo e Democrito (senza che ciò inficiasse il principio dell’indivisibilità della materia all’infinito, principio – ora - da stabilirsi su scala non più atomica, ma subatomica).

Questi sviluppi portarono alla formulazione del primo modello atomico della storia dovuto a Thomson. Egli ipotizzò che gli elettroni fossero inseriti nel più vasto nucleo atomico come le uvette sono inserite nella pasta del panettone, da cui il suo modello fu definito scherzosamente “Modello Panettone”. Nel 1911 un altro grande ricercatore, il neo-zelandese Rutherford, allievo di Thomson, dimostrerà che la maggior parte dell’atomo è vuota e che gli elettroni si muovono all’estrema periferia dell’atomo, a grande distanza dal nucleo.

Thomson inventò anche un importante apparecchiatura di misura, atta ad individuare diverse sostanze: lo “Spettrometro di Massa”. Lo strumento, ben noto a chimici e fisici, utilizza campi magnetici per separare molecole “ionizzate” con flussi di elettroni (cioè caricate elettricamente), sfruttando il diverso rapporto tra massa e carica elettrica caratteristico di ogni sostanza. Il figlio di Thomson, George Paget, ottenne a sua volta il Nobel nel 1937 per aver dimostrato che gli elettroni si comportano anche come onde.

La scoperta degli elettroni portò anche alla spiegazione di vari fenomeni elettrici consistenti nella formazione di correnti elettriche a partire da metalli sollecitati termicamente o mediante fasci di radiazioni (luminose e non). Il primo è l’effetto “Termoionico”, che avviene scaldando un metallo oltre un certo limite, scoperto nel 1879 dall’inventore statunitense Thomas Alva Edison (1847-1931). Edison produsse anche la prima lampadina a filamento di Carbonio incandescente, come già abbiamo visto al N. 93.

L’altro effetto è quello “Fotoelettrico”, scoperto da vari fisici tra il 1887 ed il 1890, in cui il metallo emette elettroni se illuminato da una radiazione di energia sufficiente. Quest’ultimo fenomeno fu poi oggetto di una celebre memoria di Einstein nel 1905, che gli valse il premio Nobel. Ne riparleremo a proposito della nascita della fisica quantistica.

Per completare il discorso sugli studi con tubi a vuoto, si può ricordare che essi permisero la produzione anche di altre particelle diverse dagli elettroni. Nel 1886 il già citato fisico tedesco Eugen Goldstein ottenne in un tubo a vuoto dotato di un catodo forato anche delle particelle cariche positivamente (ovvero degli “ioni” positivi, termine usato in fisica, chimica ed elettrochimica per particelle elettricamente cariche). Goldstein aveva ottenuto dei protoni, particelle molto più pesanti degli elettroni (circa 1800 volte più pesanti) che però solo circa trenta anni dopo furono individuati da Rutherford come componenti essenziali dei nuclei atomici(2).

Vincenzo Brandi


(1) Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

(2) RBA, “Le grandi Idee della Scienza – Rutherford”

La creazione del mondo nella descrizione di Ramana Maharshi



Sri Ramana Maharshi  adottò tre diversi punti di vista quando parlò della natura del mondo fisico. Egli li patrocinò tutti in momenti differenti, ma dai commenti che in genere esprimeva sull’argomento è chiaro che considerava vere o utili solo le prime due teorie qui descritte:


1. AJATA VADA
(Teoria della non causalità). Questa è un’antica dottrina advaita che afferma che la creazione del mondo non avvenne mai. E’ un completo diniego di tutta la causalità del mondo fisico. Sri Ramana appoggiò quest’opinione dicendo che secondo l’esperienza del ‘jnani’ nulla viene mai in esistenza o cessa di essere perché solo il Sé esiste come la sola e immutabile realtà. Un corollario di questa storia è che il tempo, lo spazio, la causa e l’effetto, i componenti essenziali di tutte le teorie della creazione, esistono soltanto nelle menti degli ‘ajnani’ e che l’esperienza del Sé rivela la loro non esistenza.
Questa teoria non è un diniego della realtà del mondo, ma solo del processo creativo che lo portò in esistenza. Parlando della sua stessa esperienza, Sri Ramana disse che il jnani è consapevole che il mondo è reale, non come una riunione di materia ed energie interagenti, ma come un’apparizione senza motivo nel Sé. Egli sviluppò questo dicendo che siccome la natura reale o il substrato di questa apparizione è identica all’esistenza del Sé, necessariamente partecipa alla sua realtà.
Ciò significa che il mondo non è reale per il jnani semplicemente perché appare, ma solo perché la natura reale dell’apparizione è inseparabile dal Sé.
L’ajnani d’altra parte è totalmente inconsapevole della natura unitaria e della sorgente del mondo e, come conseguenza, la sua mente costruisce un mondo illusorio di oggetti separati interagenti, fraintendendo continuamente le impressioni sensoriali che riceve. Sri Ramana indicò che questa visione del mondo non ha maggiore realtà di un sogno poiché sovrappone una creazione della mente alla realtà del Sé. Egli riassunse la differenza fra il punto di vista del jnani e dell’ajnani dicendo che il mondo è irreale se viene percepito dalla mente come un insieme di oggetti distinti ed è reale quando viene sperimentato direttamente come un’apparizione del Sé.

2. DRISHTI-SRISHTI VADA
Se i suoi interlocutori trovavano impossibile da assimilare l’idea di ‘ajata’ o non causalità, egli insegnava loro che il mondo veniva in esistenza simultaneamente con l’apparizione del pensiero “io” e che cessa di esistere quando il pensiero “io” è assente. Questa teoria è nota come ‘drishti-srishti’, o creazione simultanea e in effetti afferma che il mondo che appare a un ajani è il prodotto della mente che lo percepisce e che in mancanza di quella mente cessa di esistere.
La teoria è vera quando la mente crea un mondo immaginario per se stessa, ma dal punto di vista del Sé, un “io” immaginario che crea un mondo immaginario non è affatto una creazione, così la dottrina di ajata non è sovvertita.
Sebbene Sri Ramana a volte abbia detto che drishti-srishti non era la verità ultima sulla creazione, incoraggiò i suoi seguaci ad accettarla come un’ipotesi di lavoro. Giustificò quest’approccio dicendo che se si può considerare il mondo coerentemente come una creazione irreale della mente, allora esso perde la sua attrazione e diventa più facile mantenere senza distrazioni la consapevolezza del pensiero “io”.

3. SRISHTI-DRISHTI VADA
(Creazione graduale). Questa è l’opinione del senso comune che afferma che il mondo è una realtà oggettiva governata dalle leggi di causa ed effetto che possono essere fatte risalire a un singolo atto di creazione. Essa include virtualmente tutte le idee occidentali sull’argomento, dalla teoria del “big bang” al resoconto biblico della Genesi. Sri Ramana si appellò a teorie di questa natura solo quando stava parlando con interlocutori che erano restii ad accettare le implicazioni delle teorie ‘ajata’ e ‘drishti-srishti’. Anche allora, solitamente indicava che tali teorie non dovrebbero essere prese troppo seriamente poiché erano promulgate solo per soddisfare la curiosità intellettuale.

Letteralmente, ‘drishti-srishti’ significa che il mondo esiste solo quando è percepito, mentre ‘srishti-drishti’ significa che il mondo esisteva prima della percezione di chiunque. Sebbene la prima teoria sembri viziosa, Sri Ramana sostenne che i veri ricercatori dovevano esserne soddisfatti, sia perché è un’approssimazione vicina alla verità, sia perché è l’attitudine più benefica da adottare se si è seriamente interessati a realizzare il Sé.


Insegnamenti tratti da "Talks with Ramana Maharshi"  rielaborati da "Vedanta.It Forum"