Jagadish Chandra Bose e la sensibilità nel mondo inorganico e organico

Jagadish Chandra Bose (1858 - 1937)

Jagadish Chandra Bose nasce a Mymensingn, , il 30 novembre 1858, nel distretto di Bikrampur nel Bengala indiano, dal 1947 Bangladesh, fisico e botanico è uno dei più importanti scienziati indiani. Suo padre, deputato, magistrato, uomo di grande cultura e amante delle scienze spingerà suo figlio verso la carriera di scienziato e dottore. J.C.Bose, nel 1869, frequenta il Collegio di S. Saverio a Calcutta (Kolkata dal 2001) presieduto da Padre Eugene Lafont, noto per una raffinata capacità didattica che influenzerà non poco l’attitudine alla ricerca del giovane. Nel 1879 J.C.Bose supera l'esame di laurea in Fisica a Calcutta e se, per andare in soccorso alle necessità finanziarie del padre, inizialmente rinvia la partenza per l’Inghilterra, in seguito, dopo aver abbandonato il suo piano di studiare medicina, vi giunge e tra 1881 e il 1885 consegue a Cambridge i diplomi in, Fisica, Chimica e Botanica, mentre a Londra quello in Scienze Naturali.

Al ritorno in India insegnerà Fisica presso il Collegio della Presidenza fino al 1916, ma già dal 1894 decide di dedicarsi alla ricerca scientifica, e in una piccola stanza del Collegio impianta il suo laboratorio. Inizia così una prolifica serie di esperienze: si interessa alle onde hertziane, costruisce un nuovo generatore d’onde, individua per primo le microonde e nel 1895, nel municipio di Calcutta mostra come queste possano essere inviate non solo attraverso l'aria, ma anche le pareti e perfino i corpi delle persone; perviene alla costruzione di un ricevitore di onde radio, il‘coherer’ (coesore), più efficiente del modello di Edouard Branly, si tratta in realtà di un diodo a semiconduttore, che chiama ‘radiometro universale’, brevettandolo in seguito senza mai sfruttarne i diritti (US Patent No. 755.840), sperimenta così 2 anni prima di Marconi la trasmissione senza fili; finisce per dedicare la sua vita alle indagini su l’elettrofisiologia delle piante.

Una menzione particolare va riservata all’invenzione del crescografo, uno strumento talmente sbalorditivo che varrà allo studioso il titolo di Sir, capace di ingrandimenti fino 10.000.000 di volte (a fronte dei 1000-2000 dei microscopi dell’epoca) e valido per mostrare in diretta la crescita delle cellule nei tessuti vegetali e la loro reazione ai vari stimoli esterni, quali la temperatura, i suoni, il metallo, le onde radio, i fertilizzanti; è evidente che questo strumento mostrando in diretta l’azione, ad esempio, delle sostanze sui vegetali può risultare utile per un’enormità di applicazioni.

Presto il genio di J.C.Bose viene riconosciuto, nonostante la sua permanenza a Londra sia spesso rabbuiata dall’atteggiamento ostile di una parte della comunità scientifica, nel 1903 riceve il titolo di Comandante dell'Ordine dell'Impero indiano a Delhi dal governo britannico, nel 1912 quello di comandante della Stella di India e nominato Cavaliere dal governo britannico nel 1916. Nel 1917 fonda il Bose Institute a Calcutta, nel 1928 diventa un Fellow della Royal Society di Londra.

Pubblica: ‘Risposta nel vivente e Non vivente’ nel 1902 e 'Il meccanismo nervoso delle piante' nel 1926 e vari altri saggi di fisica e fisiologia; ma curiosamente si mostra scrittore di talento, in lingua bengalese, anche nel filone della fantascienza. Muore il 23 novembre 1937 a Giridih in Bihar, nel Bangladesh britannico. Più autori si sono occupati della sua biografia, Pete Geddes con “The life and work of Sir Jagadis C. Bose” e D. P. Sengupta e altri con “Remembering Sir J C Bose”, sicchè sono conosciute buona parte delle vicende private e professionali dello scienziato.
Su tutte svetta un episodio memorabile, ossia la celebre dimostrazione tenutasi a Londra nel maggio 1901 nella sala centrale della Royal Society stracolma di ospiti e scienziati, dove J.C.Bose esegue il famoso esperimento nel quale mostra le variazioni elettriche a cui va incontro una pianta immersa in un recipiente contenente una soluzione di bromuro, un veleno. Lo strumento che registra la corrente, tramite un punto luminoso, indica le variazioni elettromagnetiche e descrive il lento morire della pianta, un pulsare sempre più flebile fino ai sussulti finali seguiti da un brusco arresto. Questo esperimento susciterà molta impressione, così di fatto J. C. Bose dimostra ad un vasto e qualificato pubblico, che le piante sono sensibili agli stimoli esterni, al calore, al freddo, ai suoni ecc.

Ancora più toccante è il resoconto dell’esperimento su una pianta di felce, reso vivido dall’immagine prodotta col crescografo durante la visita presso il suo laboratorio, nel Bose Institute, da parte di Paramahansa Yogananda, il quale ricorda: ‘Fissavo con grande aspettativa lo schermo che rifletteva la sagoma ingrandita della felce. Ora si distinguevano tenui movimenti di vita; la pianta cresceva lentamente dinanzi ai miei occhi incantati. Lo scienziato toccò la sommità della felce con una barretta di metallo: i movimenti si arrestarono bruscamente, per riprendere il loro sintomatico ritmo appena la barretta fu allontanata. “Avete visto come la più piccola interferenza esterna sia nociva a questi sensibili tessuti”, commentò Bose. “Osservate: ora somministrerò alla pianta del cloroformio e subito dopo un antidoto”. Il cloroformio arrestò la crescita; l’antidoto la riattivò. Il susseguirsi delle immagini sullo schermo era per me più avvincente della trama di un film. Il mio compagno, che ora impersonava la parte del cattivo, trafisse la felce con uno strumento affilato. Spasmodiche contrazioni indicarono l’intensità del dolore. Quando egli affondò nel gambo la lama di un rasoio, la sagoma si agitò convulsamente, poi si acquietò nell’arresto finale della morte’.

Va sottolineato che il rilancio critico della sua figura di J.C.Bose, specie in Occidente, è dovuto proprio al capitolo a lui dedicato in ‘Autobiografia di uno Yogi’ da parte di Paramahansa Yogananda.

Ma cerchiamo di capire perché J.C.Bose orienta la propria ricerca verso la sensibilità delle piante, tutto nasce da un osservazione che compie sulla singolarità del comportamento degli elementi di metallo posti all’interno del suo radiometro universale, il‘coherer’, infatti dopo un uso prolungato, questo sembra mostrare segni di affaticamento, tanto che dopo un po' di riposo riacquista la sensibilità iniziale, il comportamento risulta proprio simile a quello degli esseri viventi, ciò fa pensare a J.C.Bose che la materia possa avere una sorta di sensibilità e che ciò possa valere anche, ad esempio, per le piante.

E’così che, nel piccolo laboratorio di Calcutta, inizia l’indagine sulle reazioni nei viventi e non viventi e sulle proprietà fisiologiche dei tessuti vegetali e sulla somiglianza del loro comportamento con quello dei tessuti animali. Di fatto verifica sperimentalmente come determinati stimoli provochino nei metalli, nei tessuti delle piante e in quelli animali, le medesime reazioni; queste reazioni vengono rilevate attraverso il fluire di una corrente, dall’intensità e dalla forma della curva di risposta. L’attenzione in particolare alla sola risposta elettrica, quale manifestazione fondante della sua teoria sulla sensibilità della materia inorganica e organica, e quale indicatore principale della reazione agli stimoli, è ispirata, al nostro autore, dal fisiologo Auguste Desiré Waller e ai suoi studi sull’elettrofisiologia, studi dai quali J.C.Bose prende spunto e che approfondisce con la sperimentazione.

Quindi vediamo come stimoli meccanici, termici elettrici, chimici producano risposte elettriche sia nei sistemi organici che inorganici, come a mostrare una indistinta sensibilità propria della materia. Questa sensibilità secondo J.C.Bose ha la sua causa fisica in un fenomeno elettromagnetico dovuto all’alterarsi e ricomporsi degli equilibri molecolari, equilibri che perturbati dagli stimoli, all’atto del ristabilirsi generano un flusso elettromagnetico, misurato dagli strumenti appunto come corrente.

Alla luce delle conoscenze attuali potremmo spiegare più nel dettaglio questo fenomeno considerando i flussi eterici, ma per il nostro fisico, più macroscopicamente tutto dipende dall’energia che si sposta per ristabilire la condizione di equilibrio persa, a causa del disequilibrio molecolare.
In questa sede prescinderemo dagli ambiti applicativi delle scoperte di J.C.Bose, che sono innumerevoli e in buona parte misconosciuti in Occidente, e che possono essere dedotti dalle stesse considerazioni in calce ai vari esperimenti illustrati nell’opera, resta invece da speculare sulla natura di questa attitudine alla sensibilità della materia, sensibilità che rimanda ad una fascinosa immagine di un universo vitale pregno di un’intelligenza che non trascura nessuna sua, seppur minima, parte.
Come interpretare quindi queste reazioni agli stimoli presenti nell’organico e nell’inorganico, se non come presenza di una vitalità, che facilmente associamo agli esseri viventi e non certo all’inorganico? Ossia è sensato asserire che il mondo inorganico al pari di quello organico possieda un’anima senziente, ossia una coscienza, oppure in maniera più riduttiva pensare che per entrambi l’intelligenza che più o meno dimostrano di possedere sia in realtà la manifestazioni di dinamiche proprie della sola fisicità della materia?

Personalmente non me la sento di cavalcare l’ultima ipotesi, ricadendo in un sordo materialismo, quando ormai anche la stessa fisica quantistica, seppur timidamente, va riconoscendo i principi per i quali la materia e le sue manifestazioni nell’universo sono governati da un‘Intelligenza che tutto regola.

E’ ora di superare i preconcetti filosofici del recente passato che hanno dedicato a questa idea uno spazio sempre più ristretto se non addirittura nullo, nella visione di una separazione forzata tra spirito e scienza, più marcatamente dal dopoguerra, grazie al positivismo, al materialismo e ad un esacerbato ateismo; mentre in precedenza, a cavallo dei primi del 900, la fisica indagava sulla sostanza che compone la materia e i fenomeni dell’universo come materia sulla quale operava in ultima istanza un che di ineffabile riconducibile ad una concezione spirituale, diremmo divina.
Accordando una vitalità alla materia, in senso lato, che sia vivente o meno, si sposta con l’indagine il limite della ricerca dal mondo fisico verso quello metafisico, ambito quest’ultimo piuttosto delle idee o meglio dello spirito, per il quale forse le parole e ancor più i numeri, più vi ci si inoltra, più rischiano di non chiarire.

Questa diatriba è presente anche nel dibattito che il lavoro di J.C.Bose suscita, del resto non poteva essere altrimenti essendo il nostro originario di una terra dove è fortissima la componente spirituale, anche le scoperte proposte da un fisico non possono non diventare oggetto di disquisizioni filosofiche, avendo con queste indagini invaso proprio il campo della metafisica. A tal proposito proprio al termine del volume viene rigettata la teoria dei vitalisti che assegnano ad una fantomatica ‘forza vitale’ la causa dei fenomeni di sensibilità nel mondo organico, sia per la sua inconsistenza sperimentale e sia perché inadatta a spiegare la sensibilità nell’inorganico.
Piuttosto il J.C.Bose fisico, pur ponendosi la domanda riguardo quale sia il limite tra fisico e fisiologico, spinto dalla sua cultura spiritualista, inquadra i fenomeni in una visione unitaria, ove attraverso l’universalismo scompare la differenza tra vivente e non vivente e i confini tra i due mondi diventano qualcosa di indefinito.

Restando fedeli al primo assunto, ossia che tutto in quest’universo ha una coscienza, forse il compito dell’indagine in fisica può essere quello di capire quale può essere la natura materiale della coscienza, come sia fatta fisicamente, per rintracciare la sua appartenenza anche nel mondo inorganico; mentre più in generale, deve restare chiaro che se da una parte esiste una materia grossolana o sottile dall’altra c’è un Principio che la permea e la governa.

Questo contributo di indagine, oltre alla schietta sperimentazione fisica, invade l’astratto campo della metafisica per cercare di svelarne una parte di quell’inconoscibile che la fonda; senza però la pretesa di ridurre ad idea meccanicista questa materia dello spirito, l’operazione piuttosto è finalizzata alla figurazione di come l’universo funzioni, senza dimenticare che quello che osserviamo è un’emanazione della coscienza di ognuno, e universalmente della Coscienza in cui le fenomenologie fisiche e metafisiche si fondono.

Va ricordato che tantissimi ricercatori, a torto obliati, avevano già costruito sin dal finire XIX secolo e poi in quello a seguire, un sapere scientifico a riguardo delle energie sottili; oggi la ricerca su queste realtà fisiche ha reso palesi certe conoscenze attraverso le certezze sperimentali, un esempio su tutti, apparentemente fuori tema, quello delle ricerche sulla memoria dell’acqua di Masaru Emoto, che ci dimostra che l’acqua è sensibile, che ha memoria, ricorda e quindi riceve informazioni e così le rimanda, e questo come vale per l’acqua vale per tutta la materia, come non considerare quindi che questa non abbia coscienza; continuare a pensare che l’universo possa essere ridotto ad un puro schema meccanico razionale è diventato un assurdo, anche presso i filosofi e gli scienziati dell’occidente.

In ultimo, in onore alla antica e profonda cultura spirituale indiana, all’onesta etica ed intellettuale di tanti suoi concittadini, e in omaggio alla saggezza che essi ci hanno tramandato vale la pena di citare cosa dice il saggio Vasistha a riguardo delle relazioni tra mondo vegetale, animale e inorganico, in una parola nell’universo: Tutto è Braham, tutto è Coscienza, essa è Una e pervade l’intero Creato, ogni sua parte ne è parzialmente o totalmente consapevole.

Giuseppe Moscatello 
pep65@tiscali.it


Modello di Crescografo presso il Bose Institute

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