La crescita non materiale... bioregionale


Foto di Gustavo Piccinini

Eduardo Zarelli  è uno dei fautori nella costituzione della Rete Bioregionale Italiana. Nel 1996, più o meno verso la fine di aprile o primi di  di maggio (la memoria non mi aiuta), durante un incontro tenuto nel Parco Regionale di Monte Rufeno ad Acquapendente (Vt),  l’apporto d’idee alla compilazione della Carta degli Intenti della Rete, da parte di Zarelli, fu sostanziale. Egli era già un esponente di spicco del filone teorico filosofico dell’ecologia sociale  in  un percorso di riavvicinamento o ritorno alla natura. Sento, oggi più che mai,  che l'attuazione bioregionale sarebbe necessaria per garantire la continuità della civiltà umana... per non parlare della sua sopravvivenza “bruta” (anche in considerazione dell’alienazione sempre più forte con i cicli naturali e dell’avvelenamento dell’habitat). 

E di questo parleremo anche durante l'imminente Festa dei Precursori: -https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2015/02/14/treia-festa-dei-precursori-31a-edizione-25-e-26-aprile-2015-presentazione/

Ed anche al prossimo Incontro Collettivo ecologista: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2014/11/montecorone-preparazione-degli-eventi.html



Qui di seguito la seconda parte di un saggio scritto da Edoardo Zarelli dal titolo: “Critica della ragione mercantile – 2” – La prima parte è pubblicata su:
http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2011/05/bioregionalismo-ante-litteram-da-alain.html

Paolo D’Arpini

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Testo:

L’idea di una crescita senza fine e di un progressivo arricchimento delle condizioni di tutti i popoli della Terra, è stata introdotta ufficialmente nel mondo dal discorso d’insediamento del presidente statunitense Truman, il 20 gennaio 1949. Fu lui, al comando della più imponente potenza economica mai apparsa sul nostro Pianeta, a parlare per la prima volta di sviluppo come gioco globale a “somma positiva” e in quel preciso istante tre miliardi di abitanti della Terra diventarono di colpo “sottosviluppati”.

Decenni dopo, la civiltà occidentale è ancora fondata su quell’assunzione, ma le condizioni oggettive in cui si trova il nostro Pianeta ne hanno già da tempo segnalato il fallimento. La fede nel progresso e nella tecnologia supporta il culto dello “sviluppo” e gli economisti sono i grandi sacerdoti di questa nuova religione positiva e razionale che accompagna l’espansione senza precedenti dell’Occidente. Il potere di autorigenerazione della natura è stato rimosso, distrutto a beneficio di quello del capitale e della tecnica. La natura è stata ridotta a un serbatoio di materia inerte, ad una pattumiera.

La globalizzazione sta completando l’opera di distruzione dell’oikos planetario; infatti, la concorrenza spinge i Paesi industrializzati a manipolare la natura in modo incontrollato e i Paesi in “via di sviluppo”, stretti nella morsa debitoria, a esaurire le risorse non rinnovabili.

Con lo smantellamento delle regolamentazioni delle sovranità politiche, non c’è più un limite all’abbassamento dei costi in un gioco al massacro tra i popoli e a detrimento della natura che li sostiene. Nell’agricoltura, l’uso intensivo di concimi chimici e di pesticidi, l’irrigazione sistematica, il ricorso agli organismi geneticamente modificati hanno per conseguenza l’impoverimento dei suoli, il prosciugamento e l’avvelenamento delle falde freatiche, la desertificazione, la diffusione di parassiti indesiderabili, il rischio di devastazioni microbiche. Tutti i Paesi sono coinvolti in questa spirale suicida, ma nel Terzo Mondo, essendo in gioco la sopravvivenza biologica immediata, la riproduzione degli ecosistemi è completamente sacrificata. In pratica, ciò che è comunemente inteso dalle economie occidentali come “sviluppo” è un’ingannevole allucinazione, un drammatico fallimento. Due motivi di questo fallimento sono facili da intendere e riassuntivi della contraddizione del termine: l’insostenibilità sociale e quella ambientale.

L’emergenza sociale è rappresentata dal cumulo di violenza compressa che sta montando nel mondo, spesso riconducibile alla reazione degli indigenti prodotti dall’occidentalizzazione del mondo, che, con un processo ineludibile, prima li cattura e poi li esclude; quella ambientale è determinata dalla limitatezza delle risorse della Terra oggi egemonizzate da un 20% scarso dell’umanità. Se, per una sorta di miracolo, si riuscisse ad annullare la prima emergenza, cioè il libero mercato planetario riuscisse a distribuire a tutti gli abitanti della Terra l’accesso ai consumi, immediatamente la seconda emergenza si farebbe terminale e apocalittica. Lo sviluppo economico continuo è un fenomeno impossibile sulla Terra, perché incompatibile con il suo funzionamento.

L’unico “sviluppo” che consente la vita della biosfera è un processo completamente non-materiale, qualcosa che significhi l’evolversi di cultura, arte, spiritualità.

Qual è quindi il destino del concetto stesso di “sviluppo”?
- Lo sviluppo economico prosegue ad oltranza: in tal caso si arriva ad un mondo totalmente degradato, con gli ecosistemi naturali scomparsi, migliaia di specie estinte o degenerate, le foreste distrutte, l’atmosfera irrespirabile, fino a manifestazioni macroscopiche di impossibilità di vita nell’illusione che la tecnica possa rimediare a ciò che si è irrimediabilmente perso;
- Lo sviluppo economico prosegue fino a un punto “di collasso”, dopo il quale si ha la rinascita di culture umane con valori diversi da quelli attuali;
- Lo sviluppo economico si arresta gradualmente per la progressiva sostituzione della mentalità sensistica che ne costituisce il fondamento: il materialismo.

L’ipotesi più pessimista sembra la prima, quella più probabile la seconda; resta la volontà culturale per contribuire al verificarsi della terza.
L’impossibilità di analizzare le contraddizioni dei nostri tempi sulla base delle logore categorie di destra e sinistra, obbliga trasversalmente a rilanciare un’ipotesi altra, in controtendenza, alle ricette sviluppiste che contraddistinguono entrambe gli schieramenti.

In tal senso, la decrescita è un appello sull’urgenza di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante dello sviluppo e della crescita illimitati. Un’inversione di tendenza che si rende necessaria per il semplice motivo che l’attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto ed incompatibile con gli equilibri omeostatici della natura. Esso porta con sé, sulla scia dell’occidentalizzazione, perdita di autonomia, alienazione, nichilismo pragmatista, aumento delle disuguaglianze sociali e dell’insicurezza personale e collettiva. La decrescita non è una ricetta ma un segnale di controtendenza, un segnavia per intraprendere un sentiero diverso. Un percorso che ci conduca verso un nuovo immaginario, un paradigma alternativo, un’originale prospettiva metapolitica. È l’orizzonte di un’altra economia: giusta e sostenibile, cioè comunitaria. È il sostrato materiale di un principio universale di giustizia internazionale: l’autodeterminazione dei popoli.

Lo sconvolgimento climatico avanza di pari passo con le guerre per le fonti energetiche, cui seguiranno quelle per l’acqua. La società della crescita non può essere sostenibile, perché si scontra con i limiti della biosfera. Se si assume come indice dell’impatto ambientale del nostro stile di vita l’”impronta” ecologica, misurata in termini di superficie terrestre, i risultati che emergono sono insostenibili, tanto dal punto di vista dell’equità dei diritti di prelievo sulla natura quanto da quello della capacità di rigenerazione della biosfera.

La società della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché dispensa un benessere materialistico illusorio; perché incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie e perché non offre un tipo di vita filosoficamente o religiosamente giusta, conviviale e comunitaria.

È un’”antisocietà” malata della propria ricchezza, egoismo, utilitarismo. Il miglioramento del tenore di vita di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei paesi “sviluppati” è un’illusione come ci ricorda Serge Latouche.

Indubbiamente, molti possono spendere di più per acquistare beni e servizi mercantili, ma dimenticano di calcolare i costi che il consumismo fa ricadere sulla natura e la collettività. Il criterio stesso di “qualità della vita” è oramai ostaggio del nichilismo individualista che affoga nell’inautenticità della mercificazione universale, disponendo come essenziale per una fattiva controtendenza il reincantamento del mondo su principi certi inerenti alla sacralità del vivente e l’irriducibilità della condizione esistenziale dell’uomo come parte consapevole del cosmo.
Per concepire e realizzare una società di decrescita bisogna letteralmente uscire dall’economia ed il suo immaginario pragmatico e utilitarista. Ribaltare le gerarchie imposte dall’egemonia utilitaristica su tutti gli ambiti della vita, riponendo l’economia a sostenere la comunità più che distruggerla.

Un primo passo per una teoria della decrescita è segnato da una pratica “rilocalizzazione” dell’economia. Lo scambio deve riguardare la reciprocità dell’indispensabile, cioè dei prodotti specifici dei luoghi e delle culture, l’inverso della delocalizzazione anonima dei prodotti specializzati della tecnica.

In senso generale, se in ogni luogo c’è un centro del mondo possibile, è necessario che gli uomini tornino abitanti del loro territorio, riprendano cioè in mano la questione ecologica e spirituale della loro sopravvivenza, dal momento che è oramai minacciata nella sua stessa sostanza dai meccanismi razionalistici che si insinuano a livello cellulare fino al fondamento stesso del vivente.

In questo orizzonte l’esigenza identitaria va politicamente reinterpretata come energia costruttiva per la crescita della coscienza del luogo e per l’affermazione di modelli di sviluppo autocentranti, fondati sulle peculiarità socioculturali, sulla cura e la valorizzazione delle risorse locali (territoriali, cioè ambientali e quindi produttive e sostenibili) e su reti di scambio complementari e reciprocitarie piuttosto che gerarchiche fra entità locali.

Il principio di sussidiarietà deve partire dall’entità fondamentale della comunità naturale (la famiglia), delegando alle entità superiori solo ciò che non è assolvibile dal livello fondamentale, autonomo e libero e quindi coeso e comunitariamente partecipe dell’organismo complessivo.

L’uomo, parte di una comunità, da essa protetto e verso di lei, dunque, responsabile e consapevole. Si vede subito quali sono i valori prioritari da anteporre a quelli oggi dominanti: la sacralità della vivente sulla mercificazione; l’altruismo dovrebbe prevalere sull’egoismo; la reciprocità comunitaria sulla competizione; il piacere ludico e relazionale sull’ossessione del lavoro; l’importanza della vita sociale sul consumo; il gusto del bello, del bene e del vero sull’efficientismo pragmatico. Il problema è che i valori attualmente dominanti sono sistemici, poiché suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.

Certo, la scelta di un’etica personale diversa, come quella della sobrietà volontaria, può incidere sull’attuale tendenza e minare alla base l’immaginario del sistema. Ma senza una sua radicale contestazione, il cambiamento rischia di rimanere limitato al piano della coscienza individuale. Un nuovo paradigma ha la necessità di persuadere dell’indispensabilità del mutamento epocale sul piano generale, culturale e sociale.

Abbiamo un’unica certezza tragica in un’epoca di transizione; la scelta di rendersi spettatori passivi o attori coscienti dipende solo dalla forza di volontà degli uomini, indipendentemente dal destino delle cose ed i suoi esiti ultimi.

Eduardo Zarelli


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