L’inquinamento musicale è diventato il nemico numero 1 per l’uomo...

 

Musicaccia  a Sanremo


"Nella pace e nel silenzio tutto si manifesta" (Saul Arpino)

Solitamente l’immagine che si ha del rumore è legata alle attività lavorative, si pensa ad un martellar di lamiere, colpi d’ascia, motori che sibilano, traffico, ululati di sirene…. Solo a pensarci ci si sente infastiditi sia nell’olfatto che nell’udito! Ma è soprattutto il “rumore da divertimento” che è irritante e dannoso anche se viene considerato fonte di delizia e di esaltazione. Mi riferisco ovviamente ai decibel delle tiritere strombazzate dalle auto in corsa, fuoriuscenti dalle porte di localacci ambigui, dalle finestre delle case con televisioni accesi giorno e notte, dagli stereo dei venditori ambulanti, dalle cadenze hard rock di discoteche e club privati, etc. etc.

Quali sono le conseguenze sulla mente e sul corpo umano di queste cadenze emesse senza sosta? L’elettroencefalogramma evidenzia rallentamento dei ritmi, alterazioni dell’attività elettrica delle cellule nervose, riduzione dei riflessi e della memoria, eccitabilità e mancanza di risposte adeguate alle situazioni contingenti, anche alcune forme di cefalea possono essere collegate a traumi acustici. Il sottoporsi a rumori eccessivi porta a disturbi urinari e mestruali, fertilità e libido ne risentono anch’esse.

Le persone che vivono o lavorano in ambienti rumorosi sono le più soggette a fenomeni quali l’ipertensione o l’improvvisa elevazione della pressione sanguigna, a rischio sono soprattutto le persone soggette a problemi cardiocircolatori. Alcuni test di laboratorio hanno infatti dimostrato che se sottoposti ad un rumore di 90 decibel per 10 minuti i malati presentano evidenti alterazioni nell’elettrocardiogrammma.

Insomma il rumore in eccesso è puro veleno per l’uomo!

“Beati quelli che stanno in Paupasia..” Ma forse pure loro sono ormai resi schiavi dall’auricolare… !

Il rumore di fondo al quale siamo esposti non dovrebbe superare i 60 decibel ma è un limiti ampiamente superato sia in Italia che all’estero. Tutto questo baccano oltre che portare ai disturbi sopra indicati ha anche altre disagevoli conseguenze: disabitua l’orecchio all’ascolto. Infatti l’inquinamento acustico ci porta ad ignorare (nel livello cosciente) quei suoni che il nostro udito non può sopportare, che è una sorta di sordità o distrazione psicologica. Oggi per combattere l’inferno del “baccano” si contrappone la semplice diminuzione (insonorizzazione) delle emissioni ma questo è un approccio meramente negativo.

Dobbiamo invece far sì che gli studi sull’acustica ambientale abbiano un valore positivo. Quali sono i suoni che intendiamo privilegiare, conservare, moltiplicare? Per capire questo discorso dobbiamo imparare a scegliere il rumore al quale sottoporci. Possiamo cominciare discriminando fra l’ascolto volontario della nostra melodia preferita ed il martellamento della musica indiretta. Questa presa di coscienza non ci potrà certo impedire l’ascolto della musica indiretta, spesso ammannitaci nelle forme più subdole come quando si va al supermercato o si ascoltano musiche strane su internet o televisioni (e dir si voglia), ma ci consentirà comunque di abituarci al distacco ed al discernimento in modo da non cadere vittime degli incantatori pubblicitari.

Infatti la sottomissione passiva (ignorante) alla musica indiretta è fonte di stravolgimento culturale e mutazione dei costumi (esattamente ciò che vuole la pubblicità..). Se restiamo vittime di questo influsso la musica, che è l’arte più vicina alla spirito (essendo nata proprio in funzione del nutrimento spirituale) ed orgoglio della nostra tradizione millenaria, smette di essere una cosa nata per “illuminare” la mente umana, allietando il nostro vivere, ma diventa fonte di confusione ed alienazione dalla vita (cosa tanto gradita a satana).

Oggi nella società in cui tutto è consumo ed appropriazione materialistica anche la musica è una merce di cui “godere” senza ritegno sino alla nausea ed alla negazione dell’armonia. “Gli uomini, cosiddetti civilizzati, sono diventati feroci uditori ma in realtà non sanno più ascoltare! Usano il suono come una droga stordente dimenticando così di godere del significato e del valore di quanto viene ascoltato” (Walter Maioli, etnomusicologo).

Come affermavo sopra anche le culture aborigene sono minacciate dalla massificazione musicale in corso, la musica dolce e profonda dell’oriente, delle Americhe o d’Australia rischia di restare contaminata irrimediabilmente dall’ondata volgare di suoni elettronici e decadenti della musicaccia occidentale di taglio consumista. “E’ pur vero che le diverse civiltà possono crescere attraverso ibridazioni e contatti, ciò è sempre avvenuto in passato, ma dovrebbero poter continuare ad evolversi senza subire una colonizzazione assoluta e perciò inaccettabile” (Roman A. Vlad, musicista).

Nell’ascolto non si tratta perciò di mettere in contrapposizione la musica elaborata, ricca di significati simbolici, con quella popolare e primitiva… piuttosto, ai vari livelli, di sottolineare la profonda e radicale differenza delle finalità fra un prodotto di consumo ed opere in cui la ricerca estetica continua ad essere portata avanti.

E qui torniamo al problema dell’inquinamento acustico… (e non solo nelle città, poiché ormai esso impera ovunque) per scoprire che mentre un pubblico sempre più vasto si sottopone, più o meno volontariamente, ai prodotti musicali di consumo, s’impone per “l’ascoltatore” di qualità un eccessivo sforzo discriminatorio e di pazienza per non restare coinvolto e sconvolto dal rumore della diffusione di massa.

Occorre evitare che la capacità melodica, che fece sognare l’uomo per millenni e che è ormai una componente emozionale della sua vita spirituale, cada vittima dei “petrolieri” musicali. La melodia, che ha il silenzio come base, non deve infatti soccombere ad un’era perversa e sordida frastornata da ogni rumore. Il rischio inverso, dicevo sopra, è l’assuefazione inconscia al frastuono e la perdita totale della capacità di ascolto.

E vorrei ora ricordare ai convalescenti desiderosi di cure melodiose un qualcosa che possiamo fare per recuperare l’amore per i suoni naturali. Quando ci rechiamo in campagna, sulla riva di un fiume, in qualsiasi ambito naturale, abituiamo l’orecchio al vuoto, spegniamo ogni brusio tecnologico, non parliamo, lasciamo che la natura trasmetta i suoi messaggi: il ronzio di un’ape sui fiori, il guizzo d’ala di un passero, un refolo di vento tra le foglie, il fruscio dei nostri passi sul sentiero… In tal modo sentiremo nascere dentro di noi una nuova armonia, che parte dal cuore…

Paolo D’Arpini



Chi erano gli Unni?



Quando parliamo di storia e di Eurasia, torna spesso nei nostri discorsi un popolo: gli Unni.

La natura di questi è controversa, poiché provenivano dall'area centrale del blocco euroasiatico (demograficamente ed etnicamente caotica) ed erano dediti al nomadismo. Questo rende tutte le ricostruzioni da ricavare da fonti antiche e indirette, spesso tendenziose.
Conosciamo gli Unni (occidentali), gli Unni bianchi (centroasiatici) e gli Unni rossi (Mongolia, Nord della Cina), ma abbiamo alcune difficoltà a capire se si tratti di diversi rami dello stesso popolo (la distanza e la differenze culturali farebbero pensare di no).
La teoria di un popolo unico deriva forse da una similitudine tra il nome attribuito a questi dalle fonti greco-latino e da quelle persiane. Gibbon sosteneva che gli Xiongnu in Mongolia, respinti dai cinesi, si fossero spostati verso Occidente, arrivando a dividersi in Asia Centrale nelle due diramazioni note: Unni bianchi (iranici) e Unni (europei).
Basava questa teoria sulla somiglianza tra i nomi dei popoli e il comune areale centro-asiatico (in realtà molto vasto).
Contro questa teoria vi erano alcuni elementi: profili fisiologici diversi, grande distanza spaziale e temporale (duecento anni) tra gli Xiongnu e gli Unni occidentali.
Le identità dei popoli nomadi erano spesso molto labili; diverse bande di guerrieri (non necessariamente un popolo) si riunivano dietro un leader carismatico e lo seguivano in migrazioni e saccheggi. Anche le lingue erano più fluide di quanto possiamo pensare oggi.


Ad esempio:
- Dopo la migrazione a Nord dei Rus di Kiev, l'influsso ugro-finnico fu determinante nel ripopolare le città e la nobiltà russa a lungo si mescolò con la nobiltà mongola, che a sua volta riceveva ciclicamente -come pegno di alleanza- giovani principesse cinesi.
- Gruppi come Vandali e Longobardi, nel loro spostamento verso Occidente, avevano incorporato gruppi minori. I Vandali portarono con loro Alani (di etnia iranica) e Suebi; i Longobardi portarono piccoli gruppi di Gepidi e Avari.
- Il dominio di Attila fu sempre composito: più che uno stato unno, dobbiamo immaginarlo come un'entità politica con un gruppo militare-banditesco al vertice (le cui truppe erano composte da: Unni, Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Sciri, Eruli, Turingi, Alani e Burgundi).
Dobbiamo dunque chiederci: e se "unno" non fosse il nome di un popolo, ma di una categoria militare? Di una compagnia guerriera?
Nella fucina di popoli e di eventi che fu l'Asia Centrale, la parola "unno" avrebbe potuto indicare un guerriero particolarmente valoroso, forte, feroce, determinate caratteristiche o comportamenti bellici, persino un gruppo di saccheggiatori dediti a una qualche divinità (l'etimologia cinese condurrebbe a un culto del cane - o all'uso dei cani nordici durante il combattimento?).
Gli Unni di Attila erano turcofoni, provenivano dall'Asia Centrale e inglobarono al loro interno alcune bande di combattenti di origine germanica. Mentre, gli Unni Bianchi erano di origine indoeuropea del ramo iranico e provenivano dall'odierna zona tra Iran e repubbliche centro-asiatiche.
Per affrontare lo studio storico-antropologico e linguistico delle steppe dovremo essere disposti a cambiare i nostri parametri e adattarci a una situazione più dinamica, caotica.
Le identità erano più labili, gli spazi più estesi, persino le differenze per noi oggi quasi insormontabili tra lingue e gruppi etnici erano più facili da appianare. Così, poteva capitare che un pastore di renne finnico sposasse nella tundra una donna di etnia slava o germanica; che molti secoli dopo le corti dei mongoli furono le più tolleranti con mercanti e predicatori di ogni tipo.
Alle due estremità dell'Eurasia erano due poli ad alta concentrazione demografica (Europa/Mediterraneo e Cina/Corea/Giappone), nelle aree più calde c'era un corridoio temperato di civiltà complesse (Medio Oriente, India, più tardi Russia e in alcuni periodi Indocina); tutte queste regioni sarebbero diventate imperi, città e stati, identità forti e guerre di religione.
Nella steppa, invece, rimaneva ancora in vita un'alternativa radicale, una strada che tracciava una separazione tra due mondi dai tempi della Rivoluzione Neolitica: quello delle città e quello dei nomadi, fatto di barbarie (almeno così percepite dalle città), ma anche di scambi e alleanze, di mescolanze culturali e tolleranza.
Non possiamo capire la storia d'Eurasia, senza questi pastori nomadi che canta Battiato: "Ancora oggi le renne della tundra, trasportano tribù di nomadi che percorrono migliaia di chilometri in un anno e a vederli mi sembrano felici".

Gabriele Germani





Integrazioni:

Stefano Sacchini
L’etnonimo 'xiongnu' è argomento di controversie in quanto non è traducibile. I due ideogrammi cinesi che lo esprimono, considerati nel loro valore semantico, significano "schiavi urlanti" o "schiavi malvagi". Ma nessun studioso ha mai preso 'xiongnu' nel suo significato letterale. L'opinione prevalente è che le due sillabe debbano considerarsi esclusivamente nel loro valore fonetico, quindi come trascrizione di un nome straniero. Ma quale fosse questo nome, nonostante le ipotesi avanzate, nessuno è stato finora in grado di dire. C’è da dire, inoltre, che gli studiosi non concordano neanche sull’appartenenza linguistica del popolo Xiongnu: oltre alla teoria proto-turca c’è anche quella paleosiberiana
Fabio Fiorillo
Gli unni probabilmente non sono mai stati un popolo, ma in origine una confederazione di gruppi nomadi. Dunque lo spostamento verso occidente sarebbe stato quello di una organizzazione militare (costituita da sempre nuovi elementi etnici) e non di una popolazione migrante.

"Chi domina i nostri dire e fare...?"



Fino a qualche anno pensavo di essere un uomo libero ma condizionato da chi aveva il potere. Mi sbagliavo sul fatto di credere di essere libero e soprattutto sul condizionamento da parte di chi aveva il potere.

In realtà come stavano le cose?


Non sono mai stato libero. Non ho deciso di nascere, da chi e dove. E quando sono nato corpo e cervello erano già impostati. I genitori e prima di tutti mia madre mi hanno condizionato. Crescendo la società in cui vivevo e le persone e i luoghi che frequentavo mi hanno ulteriormente condizionato. Ma di questo non ero consapevole. Pensavo di essere libero anche se notavo che molti miei comportamenti erano automatici, pensieri e azioni non corrispondevano esattamente a quel che avrei voluto pensare e fare.


Poi un giorno mi ammalai di una malattia che avrebbe condizionato il resto della mia vita. E quando decisi di curarmi mi si illuminò la mente e per un attimo intuì cosa mi aveva fatto ammalare e soprattutto che fino a quel momento non ero mai stato libero, che il libero arbitrio non era mai esistito, anche se Stato e Religione me lo avevano fatto credere. 


Ma soprattutto mi resi conto che la malattia era la conseguenza di questa mancanza di consapevolezza di non essere libero. Se uno non sa guidare l'auto e la guida l'unica libertà che ha è quella di farsi del male. Provate a dare in mano un coltello ad un neonato e vedrete subito che l'unica libertà che ha è quella di farsi del male.


Ma cos'è che ci rende liberi? Il compimento dei 18 anni? 

Per la religione, per ogni religione e per lo Stato e per ogni Stato la prima cosa che dobbiamo fare è trascurare il nostro corpo, sacrificarlo obbedendo ai condizionamenti dello Stato e della religione.


Trascurare il corpo e i suoi bisogni è la premessa per perdere il controllo del proprio corpo e della propria mente. E se non controlliamo noi il nostro corpo e la nostra mente ci penserà qualcun altro: Stato, Chiesa, chiunque vuol venderci qualcosa, chiunque vuol farci lavorare come volontario per i suoi interessi.


E così ci viene insegnato che siamo liberi, quando l'unica libertà che abbiamo è di obbedire a questi "insegnanti".


Ma io oggi sono consapevole del livello di libertà che ho. Più ascolto i bisogni del mio corpo e più la mia mente  è rilassata e sgombra di pensieri condizionati. E quello che fa una madre "rilassata" che ascolta i bisogni del neonato e li soddisfa. Ma se la madre non è rilassata a livello fisico e di conseguenza a livello mentale è facile che non colga i bisogni del neonato e lo trascuri. Infatti prendersi cura dei propri bisogni è la premessa per vedere i bisogni degli altri. 


In conclusione ho imparato ad ascoltare i miei bisogni e a rilassarmi e a vedere che spesso gli altri, come facevo io prima, non sono in grado di ascoltare i propri bisogni e di conseguenza non vedono la realtà, ma la vedono filtrata dalla confusione mentale che li domina dovuta al loro non prendersi cura dei bisogni del proprio corpo a causa dei condizionamenti sociali di cui non sono consapevoli.  

 

Paolo Mario Buttiglieri - trentomilano@gmail.com




I cattivi buoni ed i buoni cattivi



Ho sempre avuto gran rispetto per le persone che crudelmente volevano ammazzarmi. Quei loschi figuri che muovevano marionette e me le scagliavano contro.

Le marionette, ad un certo punto, potevano riposare. Loro no.
I cattivi, quelli veri, non si concedono famiglia e pace; nessun amore.
Completamente immersi nel loro mondo sacrificano tutto ciò che hanno di più caro per raggiungere uno scopo.
Ciò che chiamano figli, amore, è solo una parte buona da sacrificare. Magari una delle ultime scintille divine da dare in pasto ad un potere per averne di più.
In una discussione, giorni fa, sono stato spietato. Ho detto tutta la verità; magari appena, solo- un pò, velata.
L’uomo a cui l’ho detta ne è stato investito suo malgrado.
In genere non faccio cose così. A me m’accade che ciò che semino raccolgo…ed amo quando il mondo mi fa maestro poiché io tratto tutti da maestri.
Ma a volte accade.
Accade che per amore si debba dare una sgrullata ad una pianta piena di neve che sta per rompersi, oppure dare un ceffone ad un bimbo che, sonnambulo, s’avvicina ad un burrone.
Quel ceffone lo paghiamo quasi sempre. Pochissimi i casi in cui la forza non venga ricambiata.
Pochissimi quei casi e sempre legati al dover mutare un moto errato, per qualcuno di gran valore, per il fato.
Già.
Alcuni, per il fato, hanno così gran valore da impedire che errino lontano dalla loro orbita prescritta.
Troppe anime in attesa di essere qualcosa, per permettere a qualcuno d’essere una resa.
Ed allora accade che le condizioni spingano qualcuno a dire o a fare la cosa sbagliata che a ben vedere è quella giusta.
Ho sempre avuto gran rispetto per le persone che crudelmente volevano ammazzarmi. Quei loschi figuri che muovevano marionette e me le scagliavano contro.
Sono le marionette che amo molto meno. Coloro che guardano e non vedono.
Forse poiché sono stato uno di loro, forse poiché intimamente so che non hanno alcuna voglia di sfidare il vento contrario.
Le tempeste.
Come quella che si sta abbattendo oggi sul mio laboratorio silenzioso.
Buon giorno della Luna. Avevo bisogno di coraggio, avevo paura e mi hanno protetto.
Chi lo ha fatto sorrideva. Chi lo ha fatto erano molti. E' così che mi hanno insegnato che fare, qualcosa, equivale ad esserlo!
Qualcosa che c’è già. Qualcosa che è lento. Qualcosa che dura. Qualcosa che è amore e mai stucchevole al palato.

Andrea Santini



Una memoria su Marija Gimbutas… ed il ritorno all’umano condiviso!


Nel libro “La civiltà della Dea” l’autrice Marja Gimbutas utilizzava il termine “matristico” per definire le antiche società neolitiche, Riane Eisler per risolvere il problema ha coniato addirittura un nuovo termine, gilania, unendo la radice greca di femminile (gyn) e maschile (an) con una ‘l’, lettera che evoca il termine link, ‘legame’. Invece Heide Göttner Abendroth, che possiamo definire la fondatrice di questa corrente di studi, considera la parola adeguata da usare matriarcato, e lo spiega dal punto di vista etimologico non come ‘potere delle madri’, bensì come ‘antiche madri’, da cui la semplice evidenza che queste società tengono in alta considerazione la funzione materna come principio intorno a cui si organizza la società, per cui essendo il rapporto d’amore e di cura madre-figlio l’aspetto fondante della società non esistono le gerarchie tipiche del patriarcato”.

Ma a partire da cinquemila anni or sono, con il formarsi delle civiltà agricole e dell’urbanizzazione, iniziò la trasformazione in chiave patriarcale della società, anche se il patriarcato per legittimarsi adottò degli schemi matriarcali di facciata, che ovviamente dovevano far presa sulla gente cresciuta in quell’ambito. In tal senso quella dei sacrifici rituali maschili, descritti anche nella Bibbia, è stata una trasposizione letterale del rozzo spirito patriarcale dei miti di vita-morte-rinascita legati al ciclo naturale.

Ma non tutto nel patriarcato può essere considerato negativo. Infatti la società umana si è adattata alle diverse esigenze di vita e se non vi fosse stata una partecipazione attiva da parte dei maschi, nella cura della famiglia e nella conservazione e produzione dei beni (come pure nel mondo del pensiero e dell’arte) difficilmente sarebbero stati fatti passi avanti nella tecnologia e nella scienza empirica. Questo almeno è il mio pensiero e ricordo di averne discusso con fervore in passato con l’amica bioregionalista Etain Addey (che non era molto d’accordo con questa visione). D’altronde non possiamo cullarci in congetture, tipo “come sarebbe stato se…”, ma dobbiamo basarci su quel che è stato e su quel che conosciamo in seguito alle esperienze vissute, non potendo sfuggire alla realtà dei fatti, e dovremmo cercare di trarne insegnamento, anche aggiustando -ove necessario- la rotta da seguire.

Sono dell’idea che è inutile e fuorviante cercare di ricalcare un ipotetico periodo aureo del matriarcato quando sappiamo benissimo che era essenzialmente dovuto all’ignoranza ancestrale del fenomeno riproduttivo. A parte questo mi son trovato spesso in disaccordo con certe “femministe” per la loro mancanza di riconoscimento dello sviluppo della specie umana, nella sua interezza (relativamente all’intelligenza del maschile e del femminile), e ai diversi approcci psichici, comunque entrambi necessari all’evoluzione della specie.

Ed in questo senso una considerazione dell’amica Sabine Eck mi sembra necessaria…”ricordare questi eventi del passato matriarcale non significa voler tornare indietro, bensì cercare di integrare i due aspetti del maschile e femminile nella vita di ognuno, vivendoli in armonia e seguendo le reciproche tendenze senza imitazione né antagonismo”.

Insomma la nostra specie e la società umana hanno bisogno di riscoprire l’unitarietà della vita che si manifesta nei suoi diversi aspetti. Il Sole e la Luna. Femminile e Maschile, entrambi necessari come i due poli (positivo e negativo) che trasmettono la corrente della vita.

Paolo D’Arpini


Furto di carriola a Calcata e ricostruzione del tempio di Gerusalemme...

 


Resoconto di un evento accaduto a Calcata il 24 gennaio 2010


Siamo in pieno periodo carnevalizio e la stagione della caccia imperversa,  me ne accorgo dallo spargimento di coriandoli per le strade e nella piazze. Oltre alle solite immondizie,  involucri vuoti, cicche, lattine, bottigliette di birra e bevande gasate, carte di cioccolatini e caramelle, confezioni accartocciate di vari prodotti, etc. fanno bella mostra di sé una miriade di schizzi  colorati di gomme a spruzzo, coriandoli, stelle filanti, scherzetti rotti, etc. etc. Sì,  è proprio carnevale.

E  giunto su a Canossa  (paese nuovo di Calcata) nella piazza le tracce sono ancora più evidenti, inoltre c'è un bell’assembramento di cacciatori che fanno conciliabolo ed appena mi vedono da lontano assumono un’aria indifferente e tacciono. Si vede che si sono sparsi la voce che io sono vegetariano….

Al solito baretto mentre mangiucchio il cornetto ecco che appare il solito monsignore alla televisione per la solita predica domenicale… Mamma mia, anche stavolta riprende a parlare del ritorno degli ebrei dall’esilio di Babilonia e della ricostruzione del tempio di Gerusalemme… ma è una fissa… anche domenica scorsa la predica era la stessa.


In più dice che un certo Ezra sacerdote scriba prende il comando politico del popolo ebraico e fa l’esempio di altri casi –anche nei tempi moderni- in cui il potere politico e religioso viene congiunto in una sola persona…

Mi sa però che  l’unico esempio vivente sia il papa e magari si riferisce proprio a lui. Il barista percepisce il mio sbuffare e per fortuna cambia canale…

Ma non è di questo che volevo parlarvi  in questa mia Velina odierna. Più che altro volevo comunicare che  ho subito il furto della carriola. Sì, ieri l’altro dovendo andare a  comprare una bombola a Faleria (poiché a Calcata  nessun negozio vende più bombole del gas) ed avendo trovato un’amica gentile che mi accompagnava  mi sono munito di carriola  con la quale compiere quella parte di tragitto pedestre (dato il peso della bombola e la mia età non proprio verde). 

Lasciata la carriola all’angolo di una cantinetta, a fianco di un baretto della piazza ed a fianco dei secchioni di RSU traboccanti,  al ritorno da Faleria con la bombola piena.. ecco che scopro che la carriola è sparita…

Sparita?

Forse l’ha presa qualcuno per spostare qualcosa –penso fiducioso- e  caricatami la bombola a spalle svolgo il mio dovere a piedi. Poi vado in giro per il paese a cercare la carriola, nemmeno l’ombra… tutte le carriole che girano sono altre carriole e non quella…

Mi sovviene della prima carriola che mi fu rubata, credo fosse  nel  1998,  ma il caso fu diverso, quello fu uno sfregio di uno sderenato che andò sul terreno in cui custodivo la carriola, comprata da pochi giorni,  se la prese (lasciandone in cambio una vecchia e scassata)  e se la vendette a qualcuno, infatti  il giorno dopo vidi la mia carriola riverniciata che girava per il paese in mano al  proprietario di un pub di  Calcata.  Beh –direte voi- un furto di carriola ogni dodici anni non è molto! Sarà… ma …

Che noia!

Paolo D’Arpini  




La condizione femminile nelle tre religioni monolatriche: ebraismo, cristianesimo ed islam...

 


L’ebraismo era ed è una fede “etnica” che ha lo scopo di mantenere l’unità e l’identità culturale e genetica del popolo ebraico. La sua mitologia, che si fa risalire a quattro o cinque mila anni fa, attinse ampiamente a miti e leggende di quei popoli con i quali gli ebrei vennero, per varie ragioni, in contatto. Ma prima di tutto parliamo di come si è andata formando l’entità ebraica.

 Ebreo significa nomade e gli ebrei appartenevano a tribù pastorali di origine semitica che giravano in cerchio in un continuo andirivieni ai margini della Mezzaluna Fertile. Essendo pastori e girovaghi avevano sviluppato una cultura tipicamente patriarcale, per loro la donna era un mezzo per generare figli maschi che continuassero l’attività, quindi lo status femminile era molto basso rispetto a quello dei maschi. 

L’unico vantaggio che avevano le donne ebree era che potevano essere sposate, per continuare la “stirpe”. Mentre la condizione delle donne gohim (ovvero non ebree), con le quali tali pastori venivano in contatto, era ritenuta prossima a quella del bestiame. Le femmine gohim potevano essere violentate, fatte oggetto di commercio, usate come prostitute… ma si badava bene a non prolificare con esse poiché i nati da tali “femmine” non venivano riconosciuti come appartenenti al popolo “eletto”.

Malgrado tutte queste attitudini maschiliste e misogine -come avvenne ad altri popoli semitici- anche i giudei, per un certo periodo, accettarono la presenza nel loro gotha di una divinità femminile, Astarte, compagna di Geova, e garante di fertilità. Ci vollero 6 secoli prima che Astarte fosse obliterata, anche se per molto tempo i loro templi convissero fianco a fianco. Ma alla fine i patriarchi ebrei riuscirono a distruggere il culto della dea, e Geova, in solitario, occupò tutto il firmamento. Poverino, solo com’era sviluppò qualità perverse, era un dio vendicativo e crudele che chiedeva la totale sottomissione al suo disgraziato popolo “eletto” (infatti il Giudaismo è considerato una “religione” in senso genealogico), egli era la fonte di ogni male e andava propiziato con sacrifici cruenti (qui ricordiamo la storia di Caino, che offriva i frutti della terra, non graditi a Geova, e di Abele che uccideva e bruciava armenti sull’ara, del cui olezzo il dio si beava). D’altronde se leggiamo la bibbia scopriamo che tutta la storia degli ebrei è costellata di episodi truculenti, di avventure sodomitiche e di violenze.

Il patriarca Abramo, come uno squallido lenone, non esitò a cedere la moglie Sara al faraone d’Egitto per ottenere i favori del sovrano. Ma non vado oltre, mi limito a consigliare vivamente la lettura della bibbia per poter capire quali sono le radici di quella religione monolatrica (detta impropriamente “monoteista”).

Alcune chicche sulla misoginia e sulle norme “erotiche” ebree possiamo trovarle nel Talmud, il libro dei dettami religiosi: “Tutte le donne non ebree sono prostitute. Eben Haezar. – Un uomo può fare con la sua moglie ciò che più lo appaga, come se lei fosse un pezzo di carne che viene dal macellaio, e che lui può mangiare secondo il suo capriccio, salata, arrostita, bollita o come pesce comprato al mercato. Nedarim 20 b. – Una vergine di tre anni ed un giorno può essere ottenuta in matrimonio dopo un atto sessuale. Sanhedrin 55b. – I rapporti sessuali con un bambino al di sotto degli 8 anni d’età sono leciti. Sanhedrin, 69b. – Un giudeo può violentare, ma non sposare una non-ebrea. Gad. Shas. 2.2”

Che dire poi degli altri insegnamenti contenuti nella bibbia? Il lito-libro non è affatto un testo morale, almeno come lo intendiamo noi, e non contiene alcun principio etico. Accettare i dettami della bibbia significa approvare ogni vizio e crimine. In esso si autorizzano: i sacrifici umani, il cannibalismo, la schiavitù, la poligamia, l’adulterio e la prostituzione, l’oscenità, l’ingiustizia verso le donne, l’intolleranza e la persecuzione, etc. etc. 

Tra l’altro una delle maggiori colpe della bibbia è l’aver insegnato che “la donna ha portato il peccato e la morte nel mondo. Ella era stata creata per dipendere dall’uomo per tutte le sue necessità e per le informazioni di cui avrebbe avuto bisogno..”.

In tutto questo liquame, stranamente, comparve un fiore, si tratta del “Cantico dei cantici” di re Salomone (sull’autore però non v’è certezza). Forse fu l’influenza benefica della regina di Saba che ammorbidì il cuore di questo rude re israelita (anche se ha tutta l’apparenza di una favola il viaggio della regina di Saba che parte dal regno dei Sabei -un territorio dell’odierno Yemen- per far visita a Salomone accompagnata dai suoi cortigiani con doni preziosi). E suona strano che un poema così fortemente erotico sia stato assunto sin dal Concilio di Yavnè (90 d.C.), nel canone dell’Antico Testamento. Ma le tradizioni religiose, sia quella ebraica che quella cattolica cristiana, provvidero a falsare la letteralità del testo, che in verità descrive senza mezzi termini un amplesso, rimosso in favore di una interpretazione mistica (così forzata nel diniego dell’evidenza da apparire quasi assurda).

Alcuni stralci: “I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l’ho custodita. Dimmi, o amore dell’anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni… – Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino si effondano i suoi aromi. Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti. – Il coro: «Volgiti, volgiti, Sulammita, volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti».. – Il diletto: «Come son belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista. Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato. Il tuo ventre è un mucchio di grano, circondato da gigli. I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella….”

Con queste belle parole d’amore lasciamo ora il giudaismo e rivolgiamo gli occhi alla sua prima filiazione: il cristianesimo.

Dobbiamo prima di tutto dire qualcosa sull’ “inventore” del cristianesimo. Erroneamente si pensa che questa religione sia stata fondata da un certo Gesù, di cui per altro non esiste alcun riscontro storico della sua esistenza, in verità il cristianesimo è la pensata geniale di un ebreo pentito: Saulo di Tarso. Pentito perché passò da persecutore di ebrei che credevano nel messia Gesù a creatore di una nuova religione in cui Gesù diventava il messia di tutti. Ai tempi di Saulo, che per inciso mai conobbe Gesù, ci furono guerre di rivolta dei giudei contro i romani, Saulo stesso, pur essendo un ebreo, aveva la cittadinanza romana (non si sa come ottenuta, alcuni dicono perché facesse la spia) e in diverse occasioni si scontrò con i capi della comunità giudea mettendosi contro gli stessi discepoli di Gesù soprattutto perché, contrariamente a quanto stabilito dalla legge ebraica, Saulo decise di “convertire” al “cristianesimo” anche i gentili.

Questa fu la sua grande furbata: la figura di Gesù, da messia dei giudei divenne il Cristo o salvatore di tutte le genti. All’interno della originaria comunità ebraica, già allora sparsa in tutto l’impero ed anche oltre, si creò una frattura irreparabile e l’eretico Saulo andando per la sua strada fondò quel nuovo credo da lui chiamato “cristianesimo”.

Sin dall’inizio però, questo “cristianesimo”, fu marchiato e contaminato dall’originale misoginia ebraica. La libertà dei costumi femminili, tipica della società romana e greca, fu irregimentata in codici “morali/sociali” che restringevano sia l’espressività sessuale che l’importanza sociale e politica delle donne. L’esempio più eclatante di queste restrizioni fu l’uccisione della filosofa Ipazia, rea di essere troppo libera e di dare “scandalo” ai seguaci del nuovo corso “religioso”. Si dice che l’odio verso il mondo femminile, pur presente nell’ebraismo, fu esacerbato nel cristianesimo. Fino a raggiungere vette di totale annichilimento anche fisico delle donne che osavano manifestare autonomia di pensiero e di azione, accusate di connivenza con il “demonio”.

Anzi, dal 418 d.C. tutti diventarono “demoniaci”. Anche i bambini appena nati, erano definiti esseri demoniaci, in quanto nati da un atto sessuale e quindi destinati alla dannazione se non venivano battezzati al più presto. Queste belle pensate risultarono nell’acquisizione della chiesa cattolica di ogni potere, religioso e temporale, e la cosa si protrasse dal 375 d.C. fino al XVII secolo (in cui si affermarono le grandi eresie cristiane). Nel Concilio di Nicea fu stabilito, con il beneplacito di Costantino, che Gesù da “re degli ebrei” diventasse il “salvatore e Cristo dell’umanità”. Da allora gli eccidi dei pagani, la distruzione sistematica dei loro templi, soprattutto quelli dedicati alle varie dee, e delle biblioteche antiche, divennero legge (nel 391 d.C. i cristiani, per la prima volta, distrussero ad Alessandria una delle più grandi biblioteche del mondo che conteneva oltre 700.000 volumi sull’intero scibile umano, e successivamente l’opera fu completata dai musulmani).

Le stime degli studiosi, pur in mancanza di documenti ufficiali (poiché le porcherie si fanno nascostamente), sul numero delle persone torturate ed uccise nella sola Europa durante il dominio cristiano, va dalle 150.000 al milione. Ovviamente tali dati vanno integrati con gli stermini dei popoli indigeni nelle Americhe ed in altre parti del mondo.

Va da sé che nei 17 secoli di oppressione della sessualità e del mondo femminile si venne accentuando una sempre maggiore perversione nei costumi ecclesiastici. Quel che non poteva essere vissuto alla luce del giorno divenne oggetto di morbosità e di segreti sfoghi, da parte di papi, prelati e sacerdoti. Soprattutto nel chiuso delle chiese e delle sacrestie. I casi di abusi sessuali sui minori, le relazioni illecite nei conventi, le torture sado-maso contro streghe ed eretici, divennero pratiche correnti e in parte perdurano anche ai nostri giorni. Un esempio melodrammatico della deviata sessualità cristiana ci è fornito nelle feste di Halloween, promosse dalla feccia consumista e massonica, che vengono celebrate negli USA. In esse alcune chiese cristiane istallano delle Hell House, case infernali, per convincere i “credenti” dall’astenersi dal peccato, pena la dannazione eterna. In queste Hell House ci sono varie tappe, un po’ come nelle vie crucis, in cui vengono mostrati diversi peccati: un sacrificio satanico, medici masochisti che praticano aborti, prostitute e libertine che vengono torturate, etc. Alla fine dell’orrida processione si trova, di solito, una scena paradisiaca con Gesù fra gli angeli. Dopo essere stati minacciati di torture indicibili agli inferi i visitatori vengono invitati a prendere rifugio nel Cristo, loro signore e salvatore.

Negli anni, comunque, la figura femminile fu in parte rivalutata attraverso la venerazione della Madre di Dio, Maria. I preti non poterono impedirla e così, in qualche modo l’immagine della Madre Universale, che dona la vita, sopravvisse. Pur umiliata ed offesa, in quanto resa madre per costrizione e senza atto sessuale. Per quanto riguarda la presenza femminile nel mondo religioso, solo nella fede anglicana ed in altre poche eccezioni le donne possono assurgere alla carica sacerdotale. Una di queste sacerdotesse la conobbi, qualche anno fa a Pescara, che per conto della sua “chiesa” aveva sponsorizzato il “Festival della laicità”. Insomma il mondo femminile anche all’interno del cristianesimo sta cercando di ritrovare una sua dignità, riscoprendo anche la santità del rapporto sessuale, come espressione della creatività divina.

Quello che in passato poteva solo avvenire attraverso le estasi mistiche sta prendendo una forma più concreta e tangibile di amore carnale, non deprivato di spiritualità. Certo, se la chiesa cattolica accettasse il sacerdozio femminile ed il matrimonio fra i suoi membri, e se venisse abolito il potere temporale del papato (e la stessa figura del papa), la chiesa cattolica forse potrebbe riscattarsi dalle malefatte compiute in questi secoli. Ma dubito che ne abbia la forza… e quindi è destinata a scomparire. La storia non fa sconti e l’iniquità ha concluso il suo tempo.

Però ad onor del vero alcuni santi cristiani dimostrarono amore e rispetto verso la Madre Universale e verso il mondo femminile. In particolare questo atteggiamento fu vissuto da Francesco d’Assisi. La sua adorazione di dio essendo rivolta a tutte le creature. Francesco può essere considerato un amante della natura in cui riconosceva l’impronta divina. Sempre egli si adoperò di mantenere un comportamento adatto alla conservazione della vita, occupandosi di animali, di lavoro, di contemplazione delle bellezze naturali ed accettando nel novero dei suoi compagni anche diverse donne, che erano a lui devote e che in tutti i modi gli dimostrarono amore, sicuramente dal santo ricambiato, poiché essendo vissuto da laico conobbe l’amore e sapeva che questo non è contrario alla volontà di dio, anzi è la sua espressione.

In attesa, quasi nella speranza, che il cristianesimo trovi un nuovo Francesco, osserviamo ora l’ascesa sempre più rapida dell’ultimo ramo dell’ebraismo, trattasi dell’islam.

E pure qui dobbiamo cominciare a narrare le origini di questo credo. Anche nel caso dell’islam è indubbio che le radici affondino nell’ebraismo, con influssi cristiani, teoricamente potremmo definire l’islamismo una sorta di “eresia” degli insegnamenti biblici e paleo cristiani, se non che, ergendosi la figura di Maometto come “ultimo e vero profeta” e utilizzando questa preminenza a fini politici, gli arabi ne approfittarono per scatenare una campagna di conversioni forzate che portò l’islam a divenire il più grande impero medioevale, in concorrenza stretta con quello dei tartari in estremo oriente e con Bisanzio e Sacro Romano Impero in occidente. Ma la forza dell’impero bizantino non era decisamente in grado di contrastare la conquista islamica e l’Europa cristiana era divisa in vari stati spesso in antagonismo fra loro, di conseguenza l’Occidente corse il rischio di essere fagocitato. Già la Spagna, la Sicilia ed i Balcani erano divenute terre musulmane, mentre le città costiere di Francia ed Italia erano continuamente saccheggiate da pirati saraceni, che in diversi luoghi stabilirono anche capisaldi. Forse furono le crociate in terra santa che crearono un diversivo all’avanzata musulmana o forse le divisioni interne all’islam che ad un certo punto esaurirono l’alta marea della conquista e delle conversioni al Corano.

E qui dobbiamo inserire una recente notizia di cronaca relativa a questo sacro testo. Recentemente una ricercatrice italiana, Alba Fedeli, ha annunciato la scoperta della più antica copia del Corano che si conosca. Il “problema” è che l’esame del carbonio 14 avrebbe dimostrato che è stata scritta prima della predicazione del profeta islamico, vissuto tra il 570 e il 632 dopo Cristo. Gli storici britannici che hanno confermato l’originalità del documento hanno definito la scoperta “destabilizzante” per le sue implicazioni: una scoperta che dà credito all’ipotesi che Maometto e i suoi seguaci usassero un testo già esistente, che poi modellarono in base alla propria visione politica e teologica. Una spiegazione che va a smontare la versione ufficiale secondo cui il Corano venne scritto da Maometto, sulla base di una rivelazione divina…

Ma torniamo al tema principale di questo articolo, ovvero l’analisi di come è percepito l’erotismo e la condizione femminile nelle varie religioni di origine semitica. Anche nell’islam, come nell’ebraismo e nel cristianesimo, la forte impronta maschilista e patriarcale stabilisce il tipo di rapporti fra il maschile ed il femminile e fornisce indicazioni sulle diverse attitudini sessuali.

Vediamo ad esempio che Maometto all’inizio della sua carriera sposò una donna anziana ma ricca, il che gli permise di potersi dedicare alle sue visioni mistiche senza preoccuparsi della sopravvivenza. Più tardi però, per compensare, sposò una giovinetta appena adolescente in modo da poter soddisfare anche le sue pulsioni carnali. Ancora oggi nelle nazioni islamiche i matrimoni con bambine vergini sono assolutamente nella norma e spesso ne leggiamo le drammatiche conseguenze sui giornali. Un’altra caratteristica dell’islam è la poligamia. Un uomo può avere quante mogli riesca a mantenere ed anche qui l’origine dell’usanza è “religiosa”. Infatti siccome la donna è considerata proprietà dell’uomo e siccome anche le donne non musulmane una volta impalmate vengono cooptate nella religione, avere molte mogli (magari rapite in Europa) contribuisce alla formazione di nuovi adepti (la prole diventa tutta musulmana). Tra l’altro difficilmente chi era stato convertito all’islam poteva abiurare poiché era prevista la morte per chiunque rinnegasse la vera fede.

Un altro aspetto della sessualità nell’Islam è la “dichiarata” opposizione ai rapporti sodomitici ed alla zooerastia, e ciò era motivato (come avvenne per la proibizione a nutrirsi di maiale o di armenti non dissanguati) da ragioni pratiche e dalla necessità di correggere un’inveterata tendenza. Infatti, come per gli altri popoli di origine pastorale, l’abitudine a soddisfare le proprie voglie godendo di bestie e di giovinetti era talmente radicata che bisognava metterci un freno, con una precisa ingiunzione religiosa. Pena l’inferno eterno. All’inverso per i virtuosi che seguono diligentemente le norme coraniche e che muoiono combattendo per l’islam si aprono le porte del paradiso, con 70 vergini sempre pronte a soddisfare le loro voglie e fiumi di vino e miele. Ovviamente non si fa menzione di quale sia il vantaggio per le donne islamiche.

Ma lo stesso Maometto ha dichiarato la posizione gerarchica tra l’uomo e la donna, mostrando ai suoi seguaci come “educare le proprie mogli picchiandole con dei panni arrotolati”. Da questo atteggiamento, simbolico o meno, si capisce quanto i seguaci dell’islam disprezzino il mondo femminile (pur volendone godere a tutti i costi). E lo stesso corano raccomanda: “Ammonite quelle di cui temete l’insuburdinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele (Corano 4:34)”.

Lo status delle donne nel mondo islamico è veramente infimo e lo vediamo ogni giorno in quelle tristi immagini di donne in burka e lo leggiamo su tutti i giornali relativamente ai continui stupri e violenze subite. Addirittura se una donna si ribella allo stupro e reagisce viene condannata. E se lo stupro in questione viene compiuto da un congiunto questo è considerato “adulterio” e la vittima può essere anche lapidata a morte. Le donne che hanno subito la violenza carnale possono essere punite per la vergogna che hanno arrecato alla famiglia. La donna è vittima ma la colpa è della donna. Assurdità di un fondamentalismo cieco e disumano.

Nella patria di Maometto, l’Arabia saudita, la religione di stato è il wahabismo, una variante super-ortodossa dell’islam sunnita, che stabilisce, riguardo alle donne, di non poter assumere ruoli sociali, oltre alle funzioni servili, esse non possono nemmeno ottenere la patente di guida.

Leggiamo ancora nel sacro testo: “Le donne debbono abbassare lo sguardo in compagnia degli uomini e se un ospite visita la casa devono essere nascoste da una tenda o da una barriera. (Corano 24:31 e 33:53). Il fatto è che, come avviene per la bibbia, la premessa iniziale del corano è che tali ingiunzioni sono la “parola di dio, così come è stata rivelata al profeta Maometto” e quindi non possono assolutamente essere messe in dubbio. Come il giudaismo ed il cristianesimo anche l’islam è una religione creata da uomini, al solo scopo di controllare altri uomini, e soprattutto le donne, una cosa che non ha nulla a che fare con dio.

Per fortuna anche nell’islam c’è stata una componente “umana” che ha saputo mantenere l’amore. Si tratta della componente sufi. Un grande poeta sufi fu Omar Khayyâm del quale qui riporto alcune poesie: “Col mio amor, sotto due rami conserti, col mio amor, sul confine dei deserti, ove non giunge della gloria il suono; e avrei ciò che a Mahmud non dà il suo trono.” – “Se questa passion che un ordin pare mi vien dritta dal ciel, perché il divieto? Dovrò accostar la tazza al labbro lieto, accostarla, o Signore, e non versare?” – “Guai a quel cuore in cui non è ardor di passione, che non è pazzo per l’amore d’una bella persona . Un giorno che tu abbia trascorso senza amore, non v’è per te altro giorno più perduto di quello.” – “Non vietatemi di bere vino, di godere le donne, perché Dio è compassione. Non ditemi che sto peccando, lasciatemi peccare a volontà. Porre fine alle proprie azioni per paura della punizione è da miscredenti, significa dubitare della Sua compassione”

E con queste immagini amorose chiudo il discorso.

Paolo D’Arpini