UE. Gli pseudo-intellettuali "sciuscià" parlano inglese...

 

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Operatori culturali  "ueisti", la volete smettere di fare gli "sciuscià" dell’inglese?

L’italiano basta e avanza per farsi comprendere, non solo dagli Italiani ma da molti Bruxellesi, Belgi e dai funzionari europei i quali, se non lo conoscono, sarebbe bene che lo imparassero perché, nell’ambito del processo di integrazione dell’Europa e secondo la regolamentazione in vigore, l’italiano è lingua ufficiale e lingua di lavoro delle istituzioni europee e una tra le più importanti lingue di cultura dell’Europa. Il pragmatismo linguistico, installatosi in seno alle istituzioni europee, che favorisce l’inglese a discapito di tutta la civiltà greco-latina, sta distruggendo la concezione originale dell’Europa Unita e deviandone    il progetto di integrazione.

 In Belgio e in Europa la conoscenza dell’italiano è molto diffusa, siamo noi a disconoscerlo facendo sistematicamente uso dell’inglese per comunicare con i cittadini degli altri popoli europei. Quando mi reco nelle Fiandre e chiedo informazioni ai passanti, in francese, perché purtroppo non conosco il fiammingo, spesso i Fiamminghi mi rispondono in italiano perché, per ragioni ben note,  non vogliono utilizzare il francese e, dal mio accento, capiscono che sono Italiana. L’italiano è una lingua molto più conosciuta di quanto gli Italiani si permettono di ammettere sotto l’occupazione di cui sono vittime dalla fine della seconda guerra mondiale in poi.

Peraltro, nel corso dei miei viaggi di lavoro, nei quattro angoli del mondo, ho sempre incontrato persone che volevano parlarmi in italiano, non solo in tutta l’America Latina ma in tutti i Paesi del bacino mediterraneo e perfino in Corea e in altri Paesi dell’Asia. Svegliatevi e fatela finita di offuscare lo splendore culturale della nostra lingua e abbassarne il livello a quello delle lingue minori, allorché essa è una lingua appresa, conosciuta, ricercata ed amata nel mondo intero in virtù della sua chiarezza, della sua logica, del suo equilibrio, della sua intrinseca armonia e dell’immenso patrimonio culturale che l’Italia possiede e che la lingua veicola.

L’italiano è una grande lingua di cultura di livello mondiale ma gli Italiani lo ignorano.

Anna Maria Campogrande























Post Scriptum:

"Mi fa piacere che abbia diffuso il mio messaggio perché spero di poter sensibilizzare i nostri connazionali, i politici, le autorità del nostro povero Paese colonizzato, i quali non sono affatto coscienti del valore della nostra lingua e del suo livello culturale e, in sede comunitaria, hanno accettato discriminazioni inaudite a iniziativa e con la partecipazione attiva di Romano Prodi, all’epoca in cui era Presidente della Commissione Europea, il quale ha condannato l’italiano tra le lingue minori. È da allora che l’italiano è diventato la lingua più discriminata di tutte le lingue d’Europa.

A mio parere, un circolo-una librería che svolge un’attività culturale, ovunque essa sia ma in particolare in una Bruxelles europea deve affermare la sua identità. È accettabile che si aggiunga, eventualmente, in alcuni casi, la lingua ufficiale del Paese ospite, la lingua veicolare del luogo, ma cosa c’entra l’inglese? Non è lingua ufficiale del Belgio, né lingua veicolare di Bruxelles, è solo la lingua dei Padroni, di quelli che si sono abilmente infiltrati e stanno mandando a monte il progetto di integrazione dell’Europa per trasformarla tutt’intera in una colonia statunitense.

La ringrazio in particolare per quell’appropriatissimo "sciuscià" a cui non ho pensato pur essendomi posto il problema".

(Anna Maria Campogrande)




Commenti ricevuti:

Scrive Marina Neri a commento: “...nell'articolo di Anna Maria Campogrande scorgo solo amore per una lingua meravigliosa e il principio che se tu sei mio ospite forse dovresti sforzarti di apprendere i miei usi e costumi. Certo l'inglese è una lingua semplice e universalmente riconosciuta come veicolo immediato di comprensione. Ma non deve essere necessariamente la lingua ufficiale dell'Europa. Un tempo il mondo pieno di ideali aveva creato l'esperanto. Questo quando si tendeva ad unire e non vi era un Primo!”

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Scrive Fabio Orsini: Ma quanto mi piace quest'articolo! Io non sono un nazionalista, ma se vieni in Italia sei tu a doverti far capire, amico straniero. Poi se vogliamo cominciare a discutere su un linguaggio che permetta a tutto il mondo di capirsi, sono d'accordo. Importante che non si dica che già c'è ed è l'inglese, sta cosa mi fa incazzare!”

Bhuribai, una donna straordinaria...


Bhuribai è legata a me in modo molto stretto. Ho conosciuto migliaia di uomini, migliaia di donne, ma Bhuribai era unica tra loro.

Possiamo metterla accanto a Mira, Rabiya, Sahajo, Daya: merita di essere annoverata tra queste donne elette.

Ma poiché era analfabeta, forse il suo nome non diventerà mai famoso. Era una donna di villaggio, apparteneva alla gente rurale del Rajasthan. Ma il suo genio era unico: senza conoscere le scritture, conosceva la verità.

Bhuribai era al mio primo campo, vi partecipò. In seguito partecipò anche ad altri campi. Non per imparare a meditare, perché aveva già raggiunto la meditazione. No, semplicemente le piaceva stare vicino a me. Lei non faceva domande, io non davo risposte. Non aveva nulla da chiedere, non c'era bisogno di rispondere. Ma veniva e portava con sé una brezza fresca.

Si era connessa interiormente a me già dal primo campo. Era successo. Non era stato detto, non fu ascoltato. Era accaduto ed era reale!

Era presente al mio primo discorso… Le parole e gli avvenimenti del campo a cui partecipò Bhuribai sono raccolti in un libro intitolato The Path of Self-Realization (Il sentiero della realizzazione di sé). Era il primo campo e parteciparono soltanto cinquanta persone. Si teneva a Muchala Mahavir, una rovina isolata e disabitata nel Rajasthan più remoto. Con Bhuribai c’era Kalidas Bhatiya, avvocato dell'Alta Corte. Si prendeva cura di lei. Aveva lasciato tutto: l'attività forense, il tribunale. Lavava i vestiti di Bhuribai, le massaggiava i piedi. Bhuribai era anziana, aveva circa settant'anni.

Bhuribai era venuta e con lei erano venuti Kalidas Bhatiya e dieci o quindici dei suoi devoti. Alcune persone la riconobbero. Ascoltò il mio discorso, ma quando arrivò il momento di sedersi a meditare andò nella sua stanza. Kalidas Bhatiya rimase sorpreso, perché erano venuti per meditare. Corse da lei e le chiese: "Hai ascoltato il discorso con tanta attenzione; ora che è arrivato il momento di meditare, te ne vai?". Allora Bhuribai disse: "Tu vai! Io ho capito".

Kalidas rimase molto sorpreso. Se aveva capito, perché non meditava?

Venne da me e mi chiese: "Che cosa succede, che cosa sta accadendo? Bhuribai dice di aver capito, allora perché non medita? E quando gliel'ho chiesto mi ha detto: 'Vai, chiedilo a Baapji (intende a Osho, N.d.T.) in persona'”.

Bhuribai aveva settant'anni, ma mi chiamava ancora Baapji, papà. “'Vai, chiedilo a Baapji'. E così sono venuto da te", disse Kalidas. “Non dice nulla, sorride. E quando stavo per andarmene ha aggiunto: 'Tu non capisci niente. Io ho capito!'".

Allora dissi: "Ha ragione, perché io ho spiegato la meditazione: è non-agire. E tu sei andato a dire a Bhuribai di venire a fare la meditazione. Non poteva che ridere: fare meditazione? Come si può fare, se è non-agire? Ho anche spiegato che la meditazione consiste semplicemente nel diventare silenziosi, quindi deve aver pensato che fosse più facile stare in silenzio nella sua stanza che in mezzo a questa folla. Ha capito bene. E la verità è che non ha bisogno di meditare. Conosce il silenzio. Anche se non lo chiama meditazione, perché meditazione è diventata una parola erudita. Lei è una donna di villaggio, semplice e diretta, dice: ‘Chup!’, silenzio!".

Quando tornò a casa dopo il campo, Bhuribai chiese a qualcuno di scrivere questo sutra sulla parete della sua capanna:

Il silenzio è il mezzo, il silenzio è la meta, nel silenzio permea soltanto il silenzio.

Il silenzio, la conoscenza di ogni conoscenza: comprendilo e diventi silenzio.

Il silenzio è il mezzo, il silenzio è la meta, nel silenzio soltanto il silenzio permea. Se vuoi comprendere, se vuoi capire, allora c'è una sola cosa che vale la pena di comprendere: il silenzio. Nel momento in cui lo conosci, diventi silenzioso. Non c'è nient'altro da fare: il silenzio, la conoscenza di ogni conoscenza.

I suoi discepoli mi dissero: "A noi non dà retta, ma se glielo dici tu, lo accetterà. Non ti rifiuterà mai nulla, farà ciò che le dici. Dille di far mettere per iscritto la sua esperienza di vita. Lei non sa scrivere, perché non ha ricevuto un'istruzione scolastica. Ma comunque, qualunque cosa abbia conseguito, fagliela mettere per iscritto. Ora è anziana, si avvicina il momento della sua dipartita. Falla scrivere; sarà utile alle persone che verranno in seguito".

Le chiesi: "Bai, perché non fai mettere per iscritto la tua vita?".

Lei rispose: "Baapji, se lo dici tu, lo farò. Quando verrò al prossimo campo, potrai pubblicarlo tu stesso. Lo porterò già scritto".

Al campo successivo i suoi discepoli aspettavano con impazienza, pieni di entusiasmo. Aveva messo il libro in una scatola e l'aveva fatta sigillare. Aveva fatto mettere un lucchetto e portava con sé la chiave.

I suoi discepoli sollevarono la cassa sulle loro teste e me la portarono. Mi chiesero di aprirla. La aprii e tirai fuori un libretto, un libretto piccolissimo di una decina o quindicina di pagine; ed era minuscolo: circa dieci centimetri per otto. E le pagine erano nere, senza alcun bianco!

Dissi: "Bhuribai, hai scritto bene. Gli altri scrivono, ma anneriscono la pagina solo un po'. Tu hai scritto in modo che non rimanesse neppure un po' di bianco". Aveva scritto e scritto e scritto.

Disse: "Solo tu puoi capire. Loro proprio non capiscono. Ho detto loro: 'Guardate. Gli altri scrivono. Scrivono poco: sono istruiti, possono scrivere solo un po'. Io non ho ricevuto un'istruzione scolastica, quindi ho scritto e scritto, ho scritto tutto. Non ho lasciato spazio. E come avrei potuto far scrivere tutto questo a qualcun altro? Così ho continuato a scrivere: ho reso tutto il libro completamente nero! Ora presentalo tu".

E io lo presentai. I suoi discepoli rimasero molto sorpresi.

Dissi: "Questa è una vera scrittura sacra. Questa è la scrittura delle scritture. I Sufi hanno un libro bianco. Lo chiamano Il Libro dei Libri. Ma le sue pagine sono bianche. Il libro di Bhuribai è andato oltre. Le sue pagine sono nere".

Bhuribai non diceva mai nulla. Quando qualcuno andava a chiederle: "Che cosa devo fare?", si limitava a portare un dito alle labbra: "Rimani semplicemente in silenzio. Non c'è nient'altro da fare".

Il suo amore era straordinario. Aveva il suo modo, unico! Non deve più tornare in questo mondo. È andata via per sempre. “Nel silenzio, permea soltanto il silenzio”. Si è dissolta. Il fiume si è dissolto nell'oceano. Non ha mai fatto nulla, è semplicemente rimasta in silenzio. E chiunque andasse a casa sua lo accoglieva e serviva personalmente. Lo serviva in ogni modo e in silenzio, quietamente.

Era una donna straordinaria.

 


Fonte: Osho, Early Talks #8


Osho raccontò questa storia, accaduta molti anni prima, l’11 Settembre 1980, in occasione della morte di Bhuri Bai.