Il calendario maya e la cultura azteca

 


Ora ve lo posso dire, l’oroscopo maya è  una rivisitazione congetturale di José Argüelles, il quale essendo deceduto alcuni  anni fa non potrà nemmeno controbattere.

Il fatto è che i Maya si erano già belli che estinti da parecchi anni prima della conquista spagnola e quando Arguelles si dedicò allo studio del loro calendario astrologico i reperti ai quali egli fece riferimento erano tutt’al più esumazioni avvenute durante la successiva cultura azteca.

Gli Aztechi erano la civiltà presente in Messico quando arrivarono i conquistadores ed il loro sistema zodiacale può essere considerato affidabile e controllabile… Sembrerebbe che i maya avessero un loro sistema numerico e di calcolo da lungo tempo caduto in disuso. Generalmente, molti autori che se ne occuparono in passato lo trattarono con estrema sufficienza, qualificando i maya come una sorta di popolazione quasi preistorica, probabilmente perché non svilupparono una particolare metallurgia, e nemmeno la ruota.

Certo, riguardo l’uso della numerazione, si può constatare che il calendario maya (lo tzolkin), od almeno il calendario che a loro viene attribuito, è estremamente razionale. L’anno solare è diviso in 13 mesi lunari di 28 giorni, con l'aggiunta di un giorno “senza tempo” (è detto così). 28 x 13 + 1 = 365, e la scansione della rivoluzione terrestre intorno al sole è scansionata attraverso quella della luna, in modo più logico della suddivisione arbitraria in 12 mesi, alcuni di 30, altri di 31 ed uno persino di 28, ma una volta su quattro 29, giorni. chiunque può apprezzare il fatto che il ciclo lunare, oltre ad essere un orologio naturale, ha relazioni con l’agricoltura, i cicli mestruali femminili, e con alcuni cicli solari.

Però da qui a fondare un mito sulle loro conoscenze astrologiche e divinatorie ce ne passa. Ma per alcuni studiosi la capacità proiettiva dei maya, utilizzando i parametri menzionati, si estendeva sino a fornire tabelle di previsioni astronomiche su tempi eccezionalmente lunghi, fino alle decine di migliaia di anni. conteggiavano cicli di coordinazioni celesti fino a periodi di 40.000 e 50.000 anni, prevedendo la comparsa di comete o congiunzioni particolari (vedi per esempio Michael Coe, i maya, thames and hudson, Londra, ed newton compton).

Beh, anche nella cultura vedica indiana c’era il vezzo di calcolare il tempo in eoni millenari... ma evidentemente il gioco della matematica è una cosa mentre la conoscenza degli eventi futuri è un’altra.

Insomma tutto quel che si dice sul  calendario maya viene dalla fantasia di un teorico New Age, cittadino statunitense, José Argüelles a partire dagli anni 1970. Ma la sua materia era la storia dell’arte, non l’archeologia o la cultura Maya. Inoltre egli ha francamente dichiarato che molte sue teorie derivano da “visioni” che avrebbe avuto sotto l’influsso dell’LSD. Neppure un solo specialista accademico dei Maya ha mai preso sul serio Argüelles.

Ma del sistema zodiacale azteco possiamo tranquillamente parlare, esso è ben documentato.

Prima vediamo chi fossero questi Aztechi (o Mexica). Essi dominavano nel più grande splendore dal Messico al Nicaragua nel 1519 quando vi penetrarono gli invasori spagnoli. Questo popolo originario di Aztlan (forse l’attuale Utah) succedette alle precedenti civiltà centro-americane: Olmeca, Maya e Tolteca .

Sulla cultura Azteca abbiamo notizie storiche decifrabili, essendo la loro cultura pienamente viva sino a cinquecento anni fa. Tonalamatl era il libro della divinazione che contiene i misteri dell’oroscopo Atzeco, il calcolo dell’appartenenza ai vari segni era basato sul ripresentarsi ciclico di gruppi di sei anni distanziati da 13 anni ciascuno. I “segni” di appartenenza venivano calcolati nella suddivisione dell’anno in settori che comprendevano da 1 a 12 giorni ciascuno ripartiti fra i 20 archetipi originari.

Detto così non sembra facile calcolare le caratteristiche di nascita ed infatti pare che questi elaborati calendari fossero accessibili a pochi eletti. Per accertare gli ascendenti, ad esempio, c’era un calendario composto di 18 mesi di 20 giorni, questa suddivisione consentiva di interpretare le caratteristiche del mese correttamente.

I loro nomi sono molto evocativi: mese dell’Acqua (predisposizione alla magia), della Primavera (fascino), dei Fiori (generosità), dei Campi (ottimismo), della Siccità (ossessività), degli Alimenti (concretezza), del Sale (acutezza), del Mais (ambivalenza espressiva), delle Feste (generosità), del Fuoco (ambizione), della Madre Terra (tranquillità), del Ritorno degli Dei (capacità di osservazione), della Montagna (amore ed amicizia), della Caccia (passionalità), delle Piume (determinazione), della Pioggia (dispersione), degli Astri (concentrazione) ed infine della Crescita (ingegnosità). Ma ora torniamo ai 20 archetipi originari, essi sono: Vento (sincerità), Coccodrillo (simpatia), Aquila (esuberanza), Ocelot (ambizione), Coniglio (diplomazia), Capriolo (emotività), Fiore (istintività), Canna (contraddittorietà), Morte (fortuna), Pioggia (allegria), Erba (estroversione), Serpente (drammatizzazione), Pietra Focaia (indipendenza), Scimmia (idealizzazione), Lucertola (naturalità), Movimento (attività), Avvoltoio (metodicità), Acqua (volubilità), Cane (scrupolosità), Casa (vulnerabilità).

Nella cultura Azteca la teologia e gli aspetti caratteriali erano collegati, lo percepiamo ad esempio nell’inno dedicato alla Festa Venusiana. “Il fiore del mio cuore si è aperto, ecco la signora di mezzanotte, lei è venuta – nostra madre – lei è venuta, lei la dea Tamoanchan…”

 Paolo D’Arpini - Comitato per la spiritualità laica



L'importanza della coesione nel movimento bioregionale ed eco-spiritualista-pacifista...


Risultati immagini per movimento bioregionale

La parcellizzazione ed i continui distinguo che si vengono a creare nel movimento bioregionale ed  eco-spiritualista-pacifista sono alcune delle   cause che impediscono l'affermazione, nella psiche collettiva, delle idee portanti utili al cambiamento.  Con il passare degli anni, dei mesi e dei giorni siamo sempre più consapevoli che la nostra  comunità e lo stato del pianeta versano in condizioni sempre più precarie. Non è più tempo di sottigliezze dottrinali sul come attuare l'ecologia profonda se attraverso una "fuga" in montagna o se tramite un'infiltrazione politica nelle maglie della società. Forse entrambi questi aspetti sono necessari, come pure lo è l'idea del disarmo e della rinuncia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie. Secondo me finché si parteggia per un blocco, che sia quello pseudo democratico americano sionista o quello "popolare" cinese russo si resta impelagati nel gioco delle parti.  

Occorre distaccarsi completamente da ogni posizionamento ideologico poiché questo  gesto  "laico" è l'unico che può consentirci una visione equanime.

L'ideologia politica o religiosa e l'illusione materialistica sono i blocchi mentali che impediscono all'umanità di guardare le cose come sono e di riconoscersi componenti della stessa "sostanza" e della vita.    

Il senso di separazione è alla base  dello scollamento sociale e della alienazione dal senso di comune appartenenza.   Perciò il posizionamento ideologico, pur che appaia portatore di un ipotetico bene, mette a repentaglio l'esistenza di un movimento che sta cercando con poche forze di contrastare un meccanismo potentissimo com'è quello del consumismo e degli interessi bellici (che tutti sappiamo preponderanti e condizionanti ogni politica). 

Qualsiasi  diatriba ideologica interna al movimento bioregionale ed ecologista è  basata su congetture e opinioni  sulle quali non possiamo comunque intervenire o stabilire la verità. Non vorrei che anche i "reati di opinione" entrassero nel nostro consesso. Spesso succede, in piccoli gruppi, che quando non si può intervenire direttamente per cambiare il corso drammatico delle cose e delle situazioni in cui oggettivamente ci si trova allora si litighi sulle "possibili soluzioni o situazioni regresse", comunque non attuabili o appurabili. 

Bisogna essere saldi nella discriminazione e nella determinazione a perseguire la causa comune ma leggeri nel sostenere il proprio punto di vista su argomenti sui quali non abbiamo un reale controllo o dei quali non possiamo effettivamente stabilire la veridicità. Se la nostra "battaglia" bioregionale e spirituale può avere qualche speranza di riuscita è soprattutto nell'adesione indiscussa alla compartecipazione "comune" all'esistenza, e nella prosecuzione del percorso. 

L'alchimia riesce quando pur essendoci elementi che non collimano fra loro in modo diretto si riesce a farli collimare in modo indiretto e cinetico. Per questo gli elementi alchemici sono sempre tre... per una ricerca di equilibrio fra le componenti, per evitare che l'opposizione fra i due conduca alla deflagrazione di quel che è appena aggregato. 

Vi ringrazio per la pazienza sin qui dimostrata... e buona continuazione di proficuo "lavoro" a noi tutti...

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana


La prostituzione secondo Sant'Agostino e la liberazione sessuale secondo Paolo D'Arpini...

 

Il pensiero di Sant'Agostino: La "cloaca" della società: Nel De ordine, Agostino sostiene che se si togliessero le prostitute dalla società, il disordine delle passioni e i vizi peggiori rovinerebbero ogni cosa.  Per il santo, la lussuria incontrollata degli uomini causerebbe stupri e perversioni ben più gravi se non trovasse sfogo in questo mercato. Dal punto di vista morale l'atto è peccaminoso  ma sul piano pratico viene tollerato dai governanti umani per evitare mali maggiori alla comunità.

Eva offre la mela della conoscenza... - Religioni patriarcali astratte e Saggezza matristica concreta...


Eva offre la "conoscenza" ad Adamo

Insistere troppo su valori astratti  "teisti"  non aiuta la mente umana al superamento del pensiero patriarcale. Dobbiamo -secondo me- abbandonare la speculazione religiosa e ritornare ad una spiritualità priva di dogmi e non specificatamente  legata al genere (il sacerdozio nelle religioni monoteiste di origine semita  è precluso alle donne).

Per carità, va anche bene fare un'analisi storica sulla formazione del cristianesimo e di come  questa religione di origine "semita" abbia attinto al paganesimo pre-esistente. Tra l'altro  la rivalutazione del paganesimo è una delle caratteristiche portanti non solo nel filone New Age ma anche in ricerche storiche serie,  come ad esempio quella di  Daniel Danielou sul mito di Dioniso-Shiva.

Ma dovremmo andare anche più in là riscoprendo i culti più antichi e vicini alle nostre radici, ovvero l'adorazione della Grande Madre o Energia Primordiale  (Shakti).

Spesso,  al Circolo vegetariano VV.TT.,  durante le feste da noi organizzate, soprattutto quelle in concomitanza con i solstizi e gli equinozi o per la luna piena e nuova, mettiamo in evidenza gli aspetti sincretici fra cristianesimo e   “neo-paganesimo”, facendoli coincidere con   il nostro spirito laico e simpatetico con la Spiritualità della Natura.

Ad esempio, è avvenuto che durante alcune cerimonie,  già da noi predisposte, si aggiungessero  riti diversi  con offerte alle divinità e fate dei boschi o dei corsi d'acqua, il tutto magari collegandolo a credenze o leggende cristiane... (tanto per fare un esempio ricordo la Vigilia di San Giovanni, con il battesino dell'acqua e del fuoco, etc.).  Io  lascio fare perché in fondo il riconoscere  il Genius Loci e la sacralità della natura in tutte le sue forme è uno degli aspetti della spiritualità laica e dell’ecologia profonda, che ci contraddistingue.  

In effetti la spiritualità della natura  è un aspetto riconosciuto anche nella fede cristiana antica, soprattutto nel misticismo (sia in quello primitivo che in quello francescano)  in cui prevale  la consuetudine di ritirarsi in grotte, boschi e deserti in stretta comunione con gli elementi naturali e con il mondo animale.

Aspetti pagani erano presenti persino nella religione ebraica, sia pur condannati, come ad esempio l’adorazione della vacca sacra durante la traversata del Sinai, oppure riconosciuti e facenti parte della tradizione  come avvenne presso la setta degli Esseni che vivevano in strettissima simbiosi con la natura e con  i suoi aspetti magici, avendo essi sviluppato anche la capacità di trarre il loro nutrimento dal deserto, un grande miracolo questo considerando  che erano persino vegetariani….

Il rispetto e l’adorazione  della natura, definito dalla chiesa cattolica (un po’ dispregiativamente) “panteismo” è uno degli stimoli da sempre presenti nell’uomo, tra l’altro questo sentimento panteista è  alla base dell’exursus evolutivo della specie.

Ciò  mi fa  ricordare  una storiella,  che amo spesso raccontare,   sull’origine della specie umana. Ormai è certo che ci fu una “prima donna”, un’Eva primordiale. L’analisi   del patrimonio genetico femminile mitocondriale lo dimostra inequivocabilmente.  Mi sono così immaginato una donna, la prima donna, che avendo raggiunto l’auto-consapevolezza (la caratteristica più evidente dell’intelligenza) ed avendo a disposizione solo “scimmioni” (tali erano i maschi a quel tempo)  dovette compiere una opera di selezione certosina per decidere con chi accoppiarsi in modo da poter avere le migliori chance di trasmissione genetica di quell’aspetto evolutivo. E così avvenne conseguentemente  nelle generazioni successive ed è in questo modo che pian piano dalla cernita nell’accoppiamento sono   divenute rilevanti qualità come: la sensibilità verso l’habitat, l’empatia,  la pazienza,  la capacità di adattamento e di gentilezza del maschio verso la prole e la comunità, etc. etc.

Pregi che hanno  portato la specie  verso una condizione “intelligente” che riconosciamo (o riconosceremmo se nel frattempo non fosse subentrata una spinta maschilista involutiva).

Purtroppo in questo momento storico, in seguito all’astrazione dal contesto vitale e alla manifestazione della religiosità in senso  metafisico (proiettata ad un aldilà ed ad uno spirito separato dalla materia),  molto di quel rispetto (e considerazione) verso la natura e l’ambiente e la comunità è andato scemando,  sino al punto che si predilige la virtualizzazione invece della sacralità vissuta nel quotidiano. Ed in questo buona parte della responsabilità è da addebitarsi al radicamento dei credo monoteisti (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam).

Ma quello che era stato scacciato dalla porta spesso rientra dalla finestra, infatti la psicologia sta riscoprendo i miti, le leggende e le divinità della natura descrivendole in forma di “archetipi”.

All’inizio della  civilizzazione umana, nel periodo paleolitico e neolitico matristico, la sacralità era incarnata massimamente in chiave femminea, poi con il riconoscimento della funzione maschile nella procreazione tale sacralità assunse forme miste  maschili e femminili, successivamente con i monoteismi patriarcali fu il maschile che divenne preponderante.

Ora è tempo di riportare queste energie al loro giusto posto e su un totale piano paritario. Anche se già in una antica civiltà, quella Vedica,  questa parità era stata indicata, come nel caso della denominazione (maschile) “Surya” che sta ad indicare l’identità del sole in quanto ente divino, che  viene completato dall’aspetto femminile “Savitri”  che è la capacità irradiativa dell’energia solare.

E noi sappiamo che fra il fuoco e la  sua capacità di ardere  non vi è alcuna differenza....  

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


Conoscere la volontà dell'ignoto....

 


...come può un individuo conoscere la volontà dell'ignoto? Non può. Ma se riesce a lasciarsi andare, se riesce a dissolvere la propria identità, la conoscerà immediatamente. In quel momento diventerà una cosa sola con l'ignoto.

Una goccia non può sapere che cosa sia l'oceano finché non si dissolve in esso.

Un individuo non può conoscere la volontà di dio. Finché mantiene la propria identità separata, non potrà mai conoscere l'ignoto. Ma se cessa di esistere come individuo separato dal divino, rimane soltanto la volontà di dio, perché la volontà dell'individuo non esiste più.

A quel punto la questione di conoscere la volontà dell'ignoto non si pone più: l'individuo vive semplicemente nel modo in cui l'ignoto vuole che viva.

In questa condizione, la volontà dell'individuo, il suo desiderio di ottenere successo, la sua aspirazione a raggiungere qualcosa, il suo tentativo di imporre la propria volontà all'esistenza, tutto questo scompare, perché è l'individuo stesso a non esistere più.

Finché l'individuo è consapevole di sé, la volontà dell'ignoto non può mai essere conosciuta.

Quando l'individuo non c'è più, non rimane alcun bisogno di conoscere la volontà dell'ignoto. Qualunque cosa accada, è l'ignoto a farla accadere; l'individuo diventa semplicemente uno strumento.

In tutta la Bhagavad Gita, Krishna consiglia precisamente questo ad Arjuna: abbandonare se stesso nelle mani dell'ignoto, arrendersi completamente all'ignoto. Perché coloro che moriranno, moriranno per mano dell'ignoto. E anche se si sente responsabile, in realtà non lo sarà affatto.

Naturalmente, se continua a considerarsi un individuo separato, sarà certamente responsabile. Ma se riesce a lasciarsi andare e a combattere come uno strumento, come un testimone, non sarà più responsabile.

Se l'individuo riesce a dissolversi nell'universo, se riesce ad arrendersi totalmente, se riesce ad abbandonare il proprio ego, la volontà dell'esistenza si compie, e soltanto allora.

In realtà essa si sta già compiendo; non esiste alcun modo di modificarla. Ma noi continuiamo a lottare, continuiamo a rovinarci, continuiamo a distruggerci nella speranza di cambiare la volontà di dio.

Racconto spesso questa breve storia.

Ci sono due fili di paglia trascinati dalla corrente di un fiume in piena.

Uno dei due è disposto di traverso rispetto alla corrente e cerca di fermare il fiume. Continua a gridare che non permetterà al fiume di andare avanti.

Il fiume continua naturalmente a scorrere e il filo di paglia non ha alcun potere di fermarlo, eppure continua a urlare che il fiume sarà arrestato. Proclama a gran voce che, vivo o morto, fermerà il fiume.

E intanto continua a essere trascinato dalla corrente.

Il fiume non ascolta la sua voce e non sa nemmeno che quel filo di paglia sta cercando di opporsi. È soltanto un minuscolo filo di paglia di cui il fiume è completamente inconsapevole.

Per il fiume non fa alcuna differenza.

Per il filo di paglia, invece, è una questione di enorme importanza.

La sua vita è diventata una grande sofferenza. È trascinato dalla corrente e, alla fine, raggiungerà comunque la stessa destinazione, che lotti oppure no.

Ma quel tratto intermedio, quel tempo che intercorre prima di arrivare, sarà per lui pieno di dolore, tristezza, conflitto e ansia.

L'altro filo di paglia, invece, si è lasciato andare.

Non è disposto di traverso rispetto alla corrente; è allineato con il fiume, rivolto nella stessa direzione del suo flusso e pensa addirittura di aiutare il fiume a scorrere.

Anche di lui il fiume è completamente inconsapevole.

Il filo di paglia immagina che, poiché lo sta accompagnando verso l'oceano, il fiume riuscirà ad arrivarci.

Ma il fiume è del tutto inconsapevole anche di questo aiuto.

Per il fiume non cambia assolutamente nulla.

Eppure, per entrambi i fili di paglia, la differenza è enorme.

Quello che pensa di accompagnare il fiume è pieno di gioia; danza in una felicità immensa.

Quello che combatte contro il fiume è immerso nel dolore. La sua non è affatto una danza: è un incubo. Non è altro che un contorcersi disperato. È nei guai, è continuamente sconfitto.

L'altro, invece, proprio perché scorre insieme al fiume, sta vincendo.

L'individuo non può fare altro che ciò che corrisponde alla volontà dell'esistenza.

Ma possiede la libertà di opporsi e, opponendosi, possiede anche la libertà di procurarsi ansia e sofferenza.

Sartre ha espresso un'osservazione molto significativa: “L'uomo è condannato a essere libero”.

L'essere umano è costretto, è condannato, è quasi maledetto a essere libero.

Ma può usare questa libertà in due modi.

Può contrapporre la sua libertà alla volontà dell'esistenza e creare un conflitto. In questo caso la sua vita sarà piena di tristezza, dolore e angoscia e, alla fine, incontrerà inevitabilmente la sconfitta.

Oppure può fare della propria libertà un atto di resa all'esistenza.

Allora la sua vita sarà colma di beatitudine; diventerà una vita di danza e di canto.

E alla fine non ci sarà altro che vittoria.

Il filo di paglia che comprende di collaborare con il fiume è destinato a vincere. Non esiste alcuna possibilità che sia sconfitto.

Quello che tenta di fermare il fiume, invece, è destinato alla sconfitta. Non ha alcuna possibilità di vincere.

Perciò è impossibile conoscere la volontà dell'esistenza.

Ma è certamente possibile diventare una cosa sola con l'esistenza.

In quel caso la propria volontà scompare e rimane soltanto la volontà dell'esistenza.
 

Osho, Early Talks




Storie di gatti.... anzi storia dei miei gatti...



Da quando mi sono re-iscritto a facebook ho notato che gran parte dei post e delle foto pubblicate dagli amici riguardano i gatti. Anche Caterina  spesso e volentieri inserisce immagini delle sue gatte, commentandole con vari aneddoti di vita. Beh, non voglio essere da meno e mi inserisco nella scia per narrare brevemente la storia del mio rapporto con i gatti. 

Debbo confessarvi che non sempre amai i gatti, per via di una esperienza  che vissi da bambino piccolissimo. Avevo si e no un anno e mezzo, anzi sicuramente di meno (poiché mia sorella Maria che ha quasi due anni meno di me non era ancora nata) allorquando feci il mio primo incontro con un gatto: il Gatto Mammone.  

E voi direte "ma come puoi ricordare qualcosa così lontana nel tempo?" Beh, debbo confessarvi che i miei ricordi vanno anche oltre ed arrivano persino a quando ero ancora nel grembo materno.  Ma, per rendere più credibile la mia storia, vi dirò che quando ebbi quell'esperienza col Gatto Mammone l'impatto emotivo fu talmente forte da restare indelebilmente impressa nella mia memoria. 

Ed ora ve la riciclo...

A quel tempo vivevo a Roma, nella casa in cui ero nato, in Via Ariberto da Intimiano, assieme ai miei genitori. Era una delle prime notti in cui ero stato sistemato in un lettino a fianco del letto matrimoniale dei miei genitori e non sentendo il calore dei loro corpi stentavo ad addormentarmi. Anzi ero ben sveglio. Imploravo di andare con loro, al caldo, ma evidentemente mio padre e mia madre avevano altre intenzioni. Infatti mentre stavo lì ad occhi aperti udivo rumori strani. Al che chiesi "cosa sono questi rumori che sento?" e loro mi risposero "Taci, c'è il gatto mammone alla finestra che vuole entrare, se ti sente entra e ti acchiappa". Già l'idea del gatto mammone mi aveva impaurito poi il sapere che voleva pure entrare per portarmi via mi sconvolse del tutto e me ne stetti lì immobile e intimorito, mentre i rumori ed i miagolii mi sembravano sempre più vicini. A dire il vero avevo avuto pure l'impressione di vedere 'sto gatto mammone che spingeva alla finestra... 

Ecco fatto con questa bella esperienza di primissima infanzia vi potete immaginare come potessi amare i gatti... Infatti li evitavo il più possibile. Anche una seconda esperienza con questi magici felini non mi aiutò ad amarli. A quel tempo ero a Verona, da pochi anni mia madre era morta e  mio padre si era risposato con una donna veronese.  In città abitava anche una mia zia, sorella di mio padre, stava con la sua famiglia in una casa sui tetti con un grande terrazzo e lì tenevano un grosso gattone tigrato. Padrone di tutto il territorio. Di solito questo gatto se ne stava su una sdraio, che evidentemente riteneva sua, ma  anch'io amavo  sedermi sulla sdraio e così quando andavo in terrazzo scacciavo il gatto e prendevo il suo posto. Un giorno con la coda dell'occhio percepii che il gatto stava meditando qualche vendetta. Infatti feci appena in tempo a scostarlo bruscamente con la mano mentre mi saltava sugli occhi. Se ne andò umiliato e sconfitto. Ma i gatti non demordono mai e sanno come fregare noi poveri umani, soprattutto se innocenti (o quasi) ragazzini. Durante i giorni successivi il gattone veniva a strofinarsi sulle mie gambe ma io non me lo filavo per niente. Lui insisteva, finché pensai che forse voleva far pace ed allungai la mano per accarezzarlo.. ma nel momento preciso in cui lo stavo per fare  la belva si avventò sulla mia mano protesa e la morse a fondo senza staccarsi dalla presa per un bel po', e poi se ne fuggì soddisfatto sui tetti. Vendetta era compiuta. Da quel momento in poi non osai più uscire in terrazza. Il gatto stava alla finestra e mi guardava fisso ed io -da dentro casa- guardavo lui.

Ed arriviamo ora al momento dell'armistizio con la specie. Avvenne ancora a Verona  ma a quel tempo ero ormai un baldo giovanotto che viveva d'arte e d'amore, occupando una vecchia casa romantica in Piazzetta San Marco in Foro, avendo inoltre  al piano terra un grande locale, che era stato un'osteria, in cui fondai la mia prima associazione culturale. Si chiamava Ex. Stando al centro storico di Verona non occorre aggiungere che la zona era frequentata da topi,  in quantità, ed avendo provato vari sistemi senza successo per allontanarli, alla fine decisi di adottare un gatto, un bel grigione e sveglio pure. Che sovente mi faceva trovare un cadavere alla porta (e pure dentro casa). Così feci amicizia e acquistai una certa confidenza, tant'è che me lo portavo in giro sulla spalla come niente fosse.

Bene,  passarono un  po' di anni. Nel frattempo mi ero trasferito a Calcata ed avevo aperto il Circolo VegetarianoVV.TT. Un bel giorno venne a trovarmi Antonio D'Andrea, il fondatore degli Uomini Casalinghi, e si presentò con un "regalo": due micetti, una femmina chiamata Cleope, ed un maschio, chiamato Adone.


Malgrado le mie proteste mi impose di tenermeli, con la scusa che anche a Calcata c'erano i topi... Cleope  era decisamente la più sveglia dei due fratelli.. ma qualcosa avvenne che me la allontanò. Forse fu rubata o spontaneamente mi lasciò, non so...   Rimase Adone e tanto si adattò a me che alla fine, malgrado continuasse ad essere estremamente indipendente e padrone della situazione, mi seguiva ovunque andassi come un'ombra difensiva. Il paragone all'ombra non è esagerato poiché si trattava di un bel gattone nero, nero (però aveva un unico pelo bianco sul petto). 

In diverse occasioni con la sua energia protettiva mi salvò da situazioni incresciose con vari satanassi che facevano il loro sporco lavoro contro di me. La presenza di Adone era rassicurante e anche quando c'erano pericoli incombenti, di vario genere, con rischio di aggressioni violente da parte dei detti satanassi, egli mi si accovacciava al fianco o sulle ginocchia, come ad avvertire i malintenzionati  "attenti, qui ci sono io..". Inutile dire che i malintenzionati pensarono bene di avvelenarlo e lo vidi spirare davanti a me con la bocca vomitante una schiuma verde. Mi restò fedele fino alla morte e lo seppellii nel giardino del Circolo, vicino al terreno del capo nemico satanico, che stava facendo di tutto per distruggermi o distogliermi dal Dharma.

Ritengo che la protezione di Adone si protrasse nel tempo (anche dall'aldilà) e mi risparmiò parecchi guai, tra l'altro avvenne che spostai di sede il Circolo, in una posizione più defilata e difendibile,  facendone un piccolissimo nucleo di Verità. Il Circolo perse ogni fascinazione per le masse, così che da una lato fui sconfitto ma dall'altro ne uscii vittorioso. 

Ed ancora una volta a sancire l'alleanza ormai consolidata con  gli esponenti del mondo felino. Stabilii una stretta amicizia con una saggia gatta selvatica, che viveva in campagna, come "guardiana" (o nume tutelare) nel Tempio della Spiritualità della Natura. La chiamavo semplicemente "Grigia", forse in omaggio al mago Gandalf, "il Grigio". Essa - o lei- mi insegnò a non essere attaccato alle cose. Partorì diverse volte e quando i mici erano abbastanza cresciuti li allontanava dal terreno. Così da restare permanentemente padrona del luogo e di se stessa, non dipendente da nulla. 
Ricordo che una volta, per una forma di sentimentalismo, "rapii" uno dei suoi gattini, prima che lei lo scacciasse, e lo adottai tenendolo nel giardinetto della mia casarsa sulla fogna. 

Rapito, figlio della Grigia

Lo chiamai "Rapito" ed anch'egli fu un vero gatto selvatico, da caccia, grande acchiappatore di serpenti topi ed altri animaletti ma -chi la fa l'aspetti- e finì cacciato da qualcuno più "cattivo" di lui.... 

Ma torniamo alla madre Grigia. La mia  amicizia con la gatta guardiana del Tempio era cominciata come gesto di riconoscenza che  lei ebbe nei miei confronti, per il fatto che un giorno le salvai la vita, bloccando la mia cana Vespa, grande uccisora di gatti, che stava per sbranarla, anche se effettivamente sembrava quasi che la Grigia riuscisse con i suoi soffi minacciosi a tenerla a bada. Dovete sapere però che la cana Vespa era una vera nemica dei gatti e non temeva nulla.... Da quella volta la gatta -che precedentemente e per diversi anni non si fece mai avvicinare da me- prese a volermi bene, fino al punto di venire a dormire con me nella capanna che avevo nel Tempio, restando ai miei piedi. Se andavo in in giro nel Parco mi seguiva anche per chilometri ma appena mi dirigevo verso il paese si arrestava alle prime case e se ne tornava nel suo territorio. Caterina vi potrà raccontare di quando lasciai Calcata, per andarmene a Treia nella sua casa avita, e dopo un anno tornammo assieme  e visitammo il Tempio, la gatta stava lì all'ingresso come se mi aspettasse. Vecchia e malandata ma viva e affettuosa come sempre, inarcò la schiena a mo' di saluto e poi scomparve. Insomma aveva atteso il mio ritorno per morire.  

La mia regola con i gatti è che non bisogna mai averne più di uno o due, nello stesso luogo, poiché sono animali molto "psichici" e come possono essere di grande aiuto in un rapporto personale, possono invece prendere il sopravvento se in gruppo. Infatti quelli che ospitano molti gatti ne divengono succubi. Forse per questa ragione (magari inconsciamente)  durante il medio evo gli ecclesiastici e gli inquisitori credevano che questi animaletti incarnassero il demonio.  Così furono sterminati tutti i gatti d'Europa, con il risultato che dilagò la peste, in quanto i topi aumentarono a dismisura (la propagazione avviene attraverso le pulci). 

La mia memoria sui gatti termina qui. Al momento non ho altro da raccontare,  nessun gatto mi accompagna in questa fase della mia vita. A Treia, vivendo praticamente in un appartamento e non mantenendo una presenza fissa, non posso tenere un gatto con me. 

Spilamberto - Gatta Bianca di Caterina


Mi accontento della compagnia e dell'amicizia che mi dimostrano le due gatte di Caterina quando vado a trascorrere qualche periodo da lei a Spilamberto.


Paolo D'Arpini 

          Caterina e Paolo a Spilamberto

"L'Uomo della valle del Treja: La Storia di Paolo D'Arpini, da Calcata alla Nuova Vita a Treia"



Nei mesi di primavera ed inizio estate prima di lasciare definitivamente Calcata, nel luglio 2010, per trasferirmi a Treia, ci fu tutta una serie di incontri di commiato tenuti in varie parti della Tuscia. A Viterbo, ad esempio, si tenne l’inaugurazione della prima biennale d’arte creativa, con contemporaneo mio ultimo saluto. A Faleria ci fu la recita in piazza di Agenzia Fregoli... ed ovviamente a Calcata stessa dove per il solstizio estivo ci furono tutta una serie di eventi con addii strappalacrime nel Centro Visite del Parco del Treja (a dire il vero erano tutti felici e contenti e nessuno mai mi chiese di restare). Allo stesso tempo, sul web, come ultimo ricordo di una mia presenza “aliena” fu pubblicata una edizione speciale di “Calcata on line News”, proprio dedicata alla dipartita degli alieni… Divertitevi a leggerla.

(Paolo D’Arpini)

Avevamo sperato in una vita breve, con fine incruenta, delle trasmissioni virtuali di Calcataonline News… ma come in “Hollywood Party” i folletti “Vitali” dei redattori si sollevano e declamano ad libitum… Colpiti a morte, tacitati in tutti i modi, tappate le bocche, incartate le dita, spenti i computers..  ma i “Vitali” continuano a produrre deliranti News… Stavolta è la volta degli alieni… e potevano mancare gli alieni a Calcata?

Quindi ancora una volta a reti unificate ecco a voi l’edizione “fantascientifica” di Calcataonline News,  le notizie di cronaca  spiccia sono in calce al presente notiziario.

Ed ora proseguiamo senza pietà…

Schiere di astronomi, linguisti, matematici, filosofi, da decenni si interrogano su come comunicare correttamente con un alieno, per evitare equivoci. Intanto, però, vengono inviati nello spazio migliaia di messaggi in ordine sparso. Oltre alle trasmissioni TV che potrebbero essere il nostro involontario biglietto da visita cosmico. (Sylvie Coyaud).

NOTA, in attesa della trasmissione su Italia 1 del prossimo 1 luglio, dedicata agli “alieni”, occorre riflettere su quanto finora hanno fatto gli alieni sulla nostra Terra.

Cosa sono infatti le antiche divinità mediterranee se non alieni conosciuti da tutti i popoli? E questo andare su e giù delle divinità in questione, non sono forse piccoli viaggi spaziali? Io sono convinto che Noi potremmo avere ulteriori informazioni dal nostro amico e protettore PRIAPO! Proprio in questo momento s’ode l’aere circostante inebriarsi di un suono profondo, che sembra sgorgare dalla natura. E’ la voce maschia e baritonale di Priapo che, come una melodia di zampogna, si espande per i boschi, i campi gialli di messi mature, di calli, di collinette e di borghi arrampicati in cima ad improbabili e friabili rocce, come Calcata d’altronde. La stessa Voce che fu udita dal famoso Erasmus di Rotterdam, esperto in similitudini, quando giunse a Calcata, nel 1513 (Mense Dicembri, Anno MDXIII), alla ricerca del “preputius Christi”, onde scrivere un trattato sulla corretta conservazione dei prepuzi e prostate di santi e madonne).

Scriveva infatti Erasmus, nella lettera dedicatoria all’amico Pietre Gilles, pubblicata in anteprima sul ” Monitore di Faleria”, tessendo l’elogio della Metafora come strumento pedagogico per insegnare a scrivere bene, come sosteneva Cicerone. La metafora è l’artificio sommo che conferisce ad uno scritto non solo splendore, ma l’intera sua eleganza: e il “paragone” è una Metaphora esplicata, una metafora sciolta, distesa, adatta ed efficace in ogni tipo di scrittura. (Scrive pertanto l’illustre protagonista: Come le briciole di un cristallo non si possono assolutamente ricomporre, così è difficilissimo riconciliare coloro che da una strettissima confidenza passarono all’odio reciproco.

Orbene, è proprio qui, a Calcata, che il costruttore di metafore colse l’arcano che circonda questa straordinaria Civitas. Quando, per esemplificare, è invalso l’uso di nomare in istrano modo i Frati dermatologi (dell’Ospedale dell’Immacolata, giustamente da questi romiti, curanti cutanee macchie, invocata in quanto priva di macchie), e questo nomignolo essendo a loro dato dalla marmaglia romana quali “frati teppisti”, trattasi ciceronianamente di metafora in quanto giro di parole, perché da frati si giunge a frati trappisti e da questi alla già nomata teppisti.

Ordunque, essendo giunto con la propria carrozza, dalle brume di Rotterdam in quel di Calcata, avendo Egli ordinato al fiaccheraio di tirare le briglie ai corsieri, già provati dal viaggio, onde poter discendere per andare ad orinare nel prospiciente boschetto, da questo sentì provenire il canto melodioso che con intelligenza Erasmus non potè che attribuire ad una possente divinità: era proprio la vellutata voce di Priapus che così elevava i suoi gorgheggi al cielo:

“Un’ora sola ti vorreiiiiiiiiii…..

per darti quello che non saiiiiiiii….”

(Ma come poteva saperlo il pur esperto Erasmus non conoscendo egli la costumanza di Priapus a locarsi nei pressi del Tempio ove giaceva religiosamente conservato in una teca finemente arabescata dalle trepide mani di verginali romite, il prepuzio del Divin Fantolino??).

Udì egli invece un’altra voce elevarsi dal bosco incantato. Essa voce diceva:

“Ma l’amore noooooooo!!!

l’amore mio non puòòòòòòòòò

dissolversi nei gorghi del rio Trejaaaaaaa……”

Era dessa la voce di Lupo Mannaro, che in precedenza ebbi a significare quale amante di Lupa Capitolina- Ma Erasmus nol sapea e pertanto, credendo avere a che fare col diabolico Mephisto, amico di Fausto, l’intrigante alchimista, emulo di tale berluska o burlesca o matrioska, nella seduzione coattiva d’ingenuotte villane, si diede invettivamente ad apostrofarlo in latino: “FAUSTE! FAUSTE! IN AETERNUM DAMNATUS ES!!” Profilavasi pertanto, in mente a Priapus, di ricorrere ad un ossimoro o alla peggio ad uno jojaro. Egli infatti gorgheggiò:

“C’era un Grillo (Beppe) in un campo di lino,

la formicuzza glie ne chiese un pochettino…..”

Ed infine un po’ di programmatica spinta… Ricordiamo a tutti gli affezionati lettori di Calcataonline News che sicuramente l’edizione viene chiusa, anche perché il “direttore” emigra altrove. Nel prossimo futuro potrebbe nascere l’inserto Spilambertoonline News, oppure Treiaonline News, dipende dall’ubicazione dell’Arpinate. Nel frattempo invitiamo gli accorti lettori e collaboratori a visionare sulle carte geografiche le posizioni di Spilamberto (anticamente Spilimberto) che si trova in provincia di Modena e di Treia (anticamente Atreia) che é in provincia di Macerata, studiandone attentamente la storia e le origini.

Il 29 giugno 2010, alle h. 16.30, nel centro visite del Parco Valle del Treja a Calcata, si tiene una commovente cerimonia di commiato con la redazione e con il direttore Paolo D’Arpini. Nell’occasione verranno anche riferiti i veri avvistamenti di UFO, angeli, demoni ed altre entità più o meno paranormali che si sono verificati nei secoli e nei millenni, fra Calcata, Pizzo Piede e Monte Li Santi…

Ma non volendo entrare in tema di ermeneutica dell’affettività, al momento ci s’impone ad indurre il lettore a sospendere la lettura.

Georgius Vitalicus Veientis et Saulus Arpinate  Treiensis