
Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana
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Qualche anno fa una maestra per una lezione di educazione ambientale ci chiese di parlare della paglia. Ci pensammo un po' nel gruppo di lavoro e decidemmo di montare nel giardino della scuola cinque o sei balle di paglia in cerchio. Il giorno dopo portammo i ragazzi e ci sedemmo tutti in cerchio semplicemente ad esprimere ciò che si sentiva in quel preciso momento.
Usammo il bastone della parola e sarà stato per la sicurezza e la morbidità delle balle di paglia, sarà stato per la carica energetica del cerchio, sara stato per il bastone della parola che assicurava a chi lo aveva in mano l’ascolto ed il silenzio di tutti gli altri che i ragazzi si sentirono così rinfrancati e rassicurati che vollero fare diversi giri della parola.
Il passaggio successivo fu l’introduzione di alcuni suoni con voci e percussioni con materiale riciclato cartoni e scatole o con il semplice battito delle mani e iniziammo una session musicale di corpo e voce perché tra i temi che erano usciti dal feed back preventivo c era l’ hip hop, molti di loro praticavano questo ballo, anzi alcuni a turno si lanciarono nel cerchio trasformato in piccola arena ballando e recitando alcuni versi nella forma della poesia ritmica urbana o letteratura ritmica metropolitana.
Tutti volevano danzare e a un certo punto una delle balle si ruppe e l interno del cerchio si riempi di paglia, così come impazziti di gioia iniziarono tutti a tuffarsi e a nuotare nella piscina di paglia che si era creata. Nella doppia azione sensoriale con i cinque sensi avevano sperimentato l’odore forte e dolciastro il colore giallo oro il tatto e il gusto con gli steli e il suono, lo scricchiolio delle balle, nella fase emozionale si erano lasciati andare al gioco e all’improvvisazione attraverso il canto la danza e l’aggrovigliasi tutti assieme nella paglia Alla fine fu una esperienza bellissima e senza mai parlarne avevano trasmesso l’idea che la paglia è profumata, morbida, resistente, rassicurante, comoda anche che pizzica fa arrossare la pelle, provoca orticaria e che fa pure starnutire. Resistente flessibile e leggera, una delle fibre più perfette che ci son in natura.
C’è da dire che nella lezione successiva ci ritagliammo uno spazio per parlare dell ecologia della pianta del grano, del seme: il tegumento, la protezione del chicco (la crusca), l endosperma (la farina) la riserva di energia che nutre la piantina embrionale fino allo sviluppo dell apparato radicale e delle prime foglioline per attivare il processo di fotosintesi, del germe o embrione all’interno del quale è conservato il corredo genetico della futura pianta e i sensori che si attivano in presenza di luce calore e acqua dando il via al processo vitale.
Parlammo pure del grano come pianta che ha modificato in modo sostanziale la morfologia di tutti i paesaggi della civiltà occidentale perché il grano impoverisce i terreni in cui è coltivato, ha una bassa resa produttiva quindi occorrono grandi aree di terreno per coltivarlo, con notevoli disboscamenti ogni volta che nel corso della storia l’umanità si è trovata davanti a uno sviluppo demografico. Il grano ha poche qualità nutrizionali quindi per ogni uomo come razione giornaliera ce ne vuole tanto, quasi un chilo di pane al giorno, in compenso è molto buono e si conserva a lungo. Alcuni termini di ecologia vegetale furono usati dai ragazzi poi per fare hip hop nel giardino tra le balle.
Lasciammo da parte in quella occasione il discorso sulla magia della farina dell’amido, della coltivazione del grano in rapporto ai cicli dell anno nella cultura rurale e soprattutto di tutti i miti storie e leggende legati alla sacralità della pianta del grano, riconosciuta in tutte le culture che lo coltivano. In un altro laboratorio di educazione ambientale usammo come facilitatore un burattino fatto con giornali riciclati che si esibiva all’interno di un piccolo teatrino di cartone anch’esso riciclato che rappresentava proprio un seme e spiegava tutto quel che ho appena raccontato con evidente attenzione da parte dei ragazzi che si presentarono nella lezione successiva tutti con un teatrino di cartone riarrangiato e riadattato da ognuno con la propria fantasia e espressività.
Nell’incontro successivo fu un piacere stare tutto il tempo ad ascoltare da spettatore le storie che avevano preparato e ai personaggi che avevano inventato, alcuni pure fuori tema perché molti di loro erano stati più attratti dal medium riproduttivo che dall’argomento trattato che era la biodiversità…
Ferdinando Renzetti - Rete Bioregionale Italiana

Leonardo da Vinci nasce fuori dagli schemi. Figlio illegittimo, cresciuto ai margini, mai davvero dentro un posto preciso nel mondo.
Ed è forse proprio questa distanza a renderlo diverso: uno sguardo libero, inquieto, incapace di fermarsi alla superficie.
Fin da giovane osserva ogni cosa. I volti, i movimenti impercettibili, i silenzi più eloquenti delle parole. Non gli basta guardare: vuole comprendere. Andare oltre ciò che appare. Dentro i corpi, dentro le emozioni, dentro la realtà invisibile.
Scriverà: «Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri.»
A soli quattordici anni entra nella bottega del Verrocchio. Ma la pittura, per lui, non è un punto d’arrivo. È solo l’inizio. Studia, prende appunti, sperimenta senza sosta. E soprattutto immagina. Non separa mai ciò che conosce da ciò che crea. Ed è proprio da questa fusione che nascono le sue opere.
Nell’Ultima Cena non si limita a raffigurare un momento. Mette in scena una frattura. Cristo parla, e tutto cambia. Gli apostoli reagiscono: chi si ritrae, chi si agita, chi resta sospeso, chi è già attraversato dal dubbio. Ogni volto racconta qualcosa di diverso. Ogni gesto è una risposta. Non è solo pittura: è tensione viva. È l’istante in cui l’essere umano si trasforma.
Perché ogni cambiamento nasce da una rottura. E spesso è proprio lì che la vita prende forma.
Poi dedica anni a un volto. Quello di una donna. Un sorriso che sfugge, che non si lascia definire. Lo studia nei minimi dettagli, tra muscoli e luce, tra ombre e percezioni.
Nasce così la Gioconda.
Ma quel sorriso non è un sorriso. È qualcosa di più profondo. È instabile, mutevole, impossibile da fissare. Come a dire che la verità non è mai una sola. Che tutto è in movimento. Che anche ciò che crediamo fermo, in realtà cambia continuamente.
Negli anni successivi Leonardo non si arresta. Studia il cuore umano e il funzionamento delle sue valvole. Disegna il feto nell’utero con precisione sorprendente. Progetta sistemi per l’acqua e il territorio. Per lui non esistono barriere: arte e scienza, natura e corpo, pensiero e materia sono parti di un unico dialogo.
Tutto è collegato. Tutto si influenza.
Oggi, invece, viviamo in un’epoca diversa. Abbiamo competenze sempre più specifiche, figure sempre più specializzate. Ma manca qualcosa: una visione capace di unire.
È per questo che ricordare Leonardo è ancora fondamentale. Ci ha insegnato che sapere non significa accumulare informazioni, ma metterle in relazione. Che la conoscenza non è un confine da spostare, ma uno spazio da ampliare.
Leonardo non è stato solo un genio. È stato un modo di pensare.
E forse è proprio quel modo di pensare che oggi abbiamo perduto.
Salvo Nugnes
Vincenzo Zamboni