Essere in pace... per trovare la pace...



In 81 anni di era nucleare militare nessuno si è mai azzardato ad attaccare in guerra una potenza atomica, per quanto piccola possa essere (tranne gli scontri di confine tra India e Pakistan nella zona del Kashmir, anch'essi evitati dopo che il Pakistan si dotò di armamento atomico, costringendo entrambi i contendenti ad una maggiore prudenza).

Si tratta chiaramente di una semplice impossibilità di guerra, dunque di una situazione di pace limitata e dimezzata, e sub condizione, con riserva, cioè niente affatto piena mentre le nazioni non nucleari vengono attaccate in guerra comunque, quando fa comodo.


Il deterrente nucleare si manterrà dispositivo efficace (anche se non universale) contro la guerra fintanto che non sarà raggiunta una tecnologia capace di difesa sicura contro un attacco atomico, cosa che per il momento nessuno è ancora in grado di realizzare.


Ma se un giorno la scienza si svilupperà fino a rendere possibile una simile contromossa, allora il tabù dell'impossibilità di attacco contro le nazioni atomiche comincerà a cadere.

Dovrebbe allora risultare evidente l'importanza degli sforzi internazionali per la costruzione di una sempre più estesa rete di stabili relazioni politiche pacifiche tra le nazioni, e di organismi internazionali capaci di garantirla.

Ma né gli incontri insistentemente richiesti dalla neonata Unione Sovietica, né la Società delle Nazioni, né le conferenze di Losanna e di Monaco, né L'Onu, o le conferenze Pugwash, sono mai riuscite ad raggiungere l'obiettivo dichiarato. 


Uno dei costruttori della bomba atomica americana, Julius Oppenheimer, come molti altri scienziati ed intellettuali (Bertrand Russell, Albert Einstein, Harold Coxeter, Jean Paul Sartre...), dedicò per molti anni, durante la guerra fredda, parecchi sforzi a propagandare la consapevolezza che la bomba impediva la guerra ma non costruiva la pace, risultato indispensabile per la popolazione umana.

Ma nemmeno le parole dei migliori intellettuali hanno raggiunto il risultato fallito pure dagli organismi istituzionali.


Forse ci vorrebbe un Gandhi. Ma posto che un Gandhi non si inventa, e non compare facilmente, anch'egli andò incontro ai propri limiti, quando, dopo essere riuscito a condurre alla separazione complessivamente pacifica della Gran Bretagna dall'India non riuscì ad evitare i feroci e sanguinosi scontri tra mussulmani e indù, che condussero al frazionamento tra India e Pakistan, cui si aggiunse successivamente la separazione del Bangladesh (nell'ultimo secolo, d'altronde, il pianeta non si è mosso verso l'unione transnazionale, bensì verso una maggiore frammentazione, e se alla fine della seconda guerra mondiale le nazioni della Terra erano una settantina, oggi sono due centinaia).
Ci vorrebbe un altro Don Milani, ma perfino della sua patria la maggioranza lo ignorò.


Davanti a questa collezione di insuccessi, e nella situazione complessivamente di pericolo a lungo termine in cui viviamo, è sbalorditiva l'indifferenza della maggior parte del mondo politico, ad alto e basso livello, al tema della pace, che viene affrontato sporadicamente in modo retorico, e quasi mai in modo concretamente operativo, dimostrando spesso una doppiezza desolante. Si tratta di un atteggiamento superficiale e pericoloso. 


Ma siccome il mondo politico sussiste solo sulla base della sufficiente accettazione ed obbedienza della popolazione, non rimane che riconoscere la necessità che la pretesa teorica e concreta di coesistenza, pace, cooperazione e disarmo sorga dallo sviluppo attivo della coscienza del popolo, con tutta la capacità di pressione che esso riesca a progettare e realizzare.


Evidentemente, la specie umana non si è ancora evoluta in modo sufficientemente pacifico, sicché proseguire, completandolo, il lavoro mancante tocca a tutti noi, attraverso una profonda rivoluzione culturale, mentale, psichica.


Bisogna ancora trasformare, in modo profondo, la mente umana.  Compito inarrestabile di tutti e ciascuno.


Ignorandolo, tutti perderemmo qualcosa, poiché tutti siamo coinvolti nelle conseguenze della guerra. Non si tratta di un problema sentimentalmente astratto, si tratta di un problema concretissimo. La guerra, molto banalmente, è sempre una operazione decisa dai ricchi contro i poveri. La guerra non produce popoli vincitori e popoli vinti, bensì solo pochi profittatori arricchiti a spese di popolazioni tutte sconfitte.


Ogni volta che il problema verrà nuovamente posto, si sarà sempre fatto qualcosa di insufficiente ma utile, contribuendo a disgregare almeno un poco l'ipocrisia dominante.


La pace non può essere disgiunta dalla pretesa di equità sociale, e l'equità sociale non può essere disgiunta dalla pretesa di pace.


Namastè, Shanti Om.


Vincenzo Zamboni



Giudizio accademico sul sistema giudaico etnocentrico...



Scriveva Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla California State University: “…il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razionalizzano quale religione, altro non è che «una strategia evoluzionistica ecologicamente specializzata [...] sostanzialmente centrata sulla difesa del gruppo», massimo tra i paradigmi di etnocentrismo e competizione per il successo economico-riproduttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]».
Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudaismo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della componente ebraica; fu una religione nazionale non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927].
Di conseguenza, -ad esempio- il convertirsi dei khazari all’ebraismo (vedi anche: https://paolodarpini.blogspot.com/2016/10/ebrei-uscire-dal-concetto-di-razza.html) non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – “essere adottati dalla razza ebraica” (in MacDonald I), ribadendo che «possiamo concepire il giudaismo soprattutto come un’invenzione culturale, mantenuta in vita dai controlli sociali che operano per strutturare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’interno del gruppo il comportamento sia nei confronti dei membri del gruppo sia nei confronti degli estranei» (in MacDonald II)”
Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



Post Scriptum:
“Questi “conversi” kazari, formarono la componente ebraica dell’Europa orientale. Il sionismo comincia da loro. Infatti si sa che gli ultimi saranno i primi e che i nuovi aderenti ad un credo divengono spesso i più fanatici, anche perché sanno di non averne realmente diritto e quindi se lo conquistano con un reiterato zelotismo ed odio sia nei confronti degli opponenti originari, i cristiani ed i musulmani, sia contro i loro “fratelli maggiori” gli ebrei ortodossi. Sono i successori di questi kazari,  da cui  deriva la fondazione d'Israele, che sono diventati la maggioranza del così detto popolo eletto…” (P.D'A.)

BIBLIOGRAFIA:
MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994
MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998
MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998
MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000
MacDonald K. (V), prefazione alla nuova edizione di The Culture of Critique, 1stbooks Library (in proprio), 2002, in csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html
MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.

La differenza tra sionismo ed ebraismo...

 

Finti ebrei sionisti


“E' importante fare chiarezza su cosa sia l'antisemitismo e l'antisionismo... I veri ebrei  sono i primi a denunciare il sionismo e i crimini di Israele in Palestina…" (Laura Caselli)



Vi siete mai chiesti cosa sia l'antisemitismo?  Lo so... Sembrerebbe una domanda banale, per molti addirittura stupida; eppure oggigiorno sono in tanti a chiederselo, ebrei compresi. Qualche esempio? 

Norman G. Finkelstein, figlio di sopravvissuti ebrei, professore universitario ed autore di diversi libri tra cui «Beyond Chutzpah: On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History». In questo libro Finkelstein denuncia le accuse di antisemitismo proferite da alcune organizzazioni ebraiche nei confronti degli oppositori alla politica dello Stato d'Israele. 

Shea Hecht, rabbino e leader della comunità ebraica, ha affermato che l'ADL (Lega Anti-diffamazione) crea casi di antisemitismo laddove non ci sono, al fine di giustificare l'esistenza della lega stessa.

Yoav Shamir, regista Israeliano, in seguito ad accuse di antisemitismo rivolte al suo primo film, ha deciso di affrontare il tema delicato nel suo secondo documentario "Defamation". Qui di seguito vi riporto alcune parti della recensione del film: "Shamir intervista diversi esponenti del mondo israeliano, a partire dalla propria nonna fino a eminenti rabbini, dalla lega anti-diffamazione, a veri e propri accademici considerati cani sciolti (intellettualmente parlando), esclusi dall'intellighenzia israelita, e accusati perfino di negare l'olocausto. Shamir viaggia da Gerusalemme a New York, da Roma a Mosca, da Kiev ad Auschwitz e getta anche uno sguardo sull'educazione ricevuta dalle nuove generazioni, a cui viene inculcato un esasperato sentimento di persecuzione e terrore che a volte sconfina quasi nel ridicolo.

Da un punto di vista dei contenuti, è coraggioso nell'indagare dall'interno il senso di persecuzione di alcuni ebrei, nel sottolineare le contraddizioni di un razzismo incrociato attraverso le minoranze (come afro-americani ed ebrei) e dentro lo stesso stato israeliano, e nel mettere in discussione il vero significato dell'antisemitismo oggi, chiedendosi se l'olocausto non venga adoperato, a volte, come uno strumento di comodo per distorcere le prospettive negli scontri con i musulmani, ad esempio, e per mascherare altri interessi politici ed economici internazionali legati allo stato di Israele - come alcuni sostengono.

La diffamazione del titolo, quindi, non è solo l'insieme di riprovevoli atti razzisti che creano una spirale di odio, ma la strumentalizzazione della memoria della Shoah.

A questo punto vi starete domandando dove voglia andare a parare, vero?   Voglio solamente sottolineare che non esistono "domande banali".

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


A Calcata - Nella Stanzetta del Pastore



Articolo collegato: "Cos'è lo "stato ebraico sionista...?":   https://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2026/09/cose-lo-stato-ebraico-sionista-ce-lo.html

UE. Gli pseudo-intellettuali "sciuscià" parlano inglese...

 

Risultati immagini per sciuscià

Operatori culturali  "ueisti", la volete smettere di fare gli "sciuscià" dell’inglese?

L’italiano basta e avanza per farsi comprendere, non solo dagli Italiani ma da molti Bruxellesi, Belgi e dai funzionari europei i quali, se non lo conoscono, sarebbe bene che lo imparassero perché, nell’ambito del processo di integrazione dell’Europa e secondo la regolamentazione in vigore, l’italiano è lingua ufficiale e lingua di lavoro delle istituzioni europee e una tra le più importanti lingue di cultura dell’Europa. Il pragmatismo linguistico, installatosi in seno alle istituzioni europee, che favorisce l’inglese a discapito di tutta la civiltà greco-latina, sta distruggendo la concezione originale dell’Europa Unita e deviandone    il progetto di integrazione.

 In Belgio e in Europa la conoscenza dell’italiano è molto diffusa, siamo noi a disconoscerlo facendo sistematicamente uso dell’inglese per comunicare con i cittadini degli altri popoli europei. Quando mi reco nelle Fiandre e chiedo informazioni ai passanti, in francese, perché purtroppo non conosco il fiammingo, spesso i Fiamminghi mi rispondono in italiano perché, per ragioni ben note,  non vogliono utilizzare il francese e, dal mio accento, capiscono che sono Italiana. L’italiano è una lingua molto più conosciuta di quanto gli Italiani si permettono di ammettere sotto l’occupazione di cui sono vittime dalla fine della seconda guerra mondiale in poi.

Peraltro, nel corso dei miei viaggi di lavoro, nei quattro angoli del mondo, ho sempre incontrato persone che volevano parlarmi in italiano, non solo in tutta l’America Latina ma in tutti i Paesi del bacino mediterraneo e perfino in Corea e in altri Paesi dell’Asia. Svegliatevi e fatela finita di offuscare lo splendore culturale della nostra lingua e abbassarne il livello a quello delle lingue minori, allorché essa è una lingua appresa, conosciuta, ricercata ed amata nel mondo intero in virtù della sua chiarezza, della sua logica, del suo equilibrio, della sua intrinseca armonia e dell’immenso patrimonio culturale che l’Italia possiede e che la lingua veicola.

L’italiano è una grande lingua di cultura di livello mondiale ma gli Italiani lo ignorano.

Anna Maria Campogrande























Post Scriptum:

"Mi fa piacere che abbia diffuso il mio messaggio perché spero di poter sensibilizzare i nostri connazionali, i politici, le autorità del nostro povero Paese colonizzato, i quali non sono affatto coscienti del valore della nostra lingua e del suo livello culturale e, in sede comunitaria, hanno accettato discriminazioni inaudite a iniziativa e con la partecipazione attiva di Romano Prodi, all’epoca in cui era Presidente della Commissione Europea, il quale ha condannato l’italiano tra le lingue minori. È da allora che l’italiano è diventato la lingua più discriminata di tutte le lingue d’Europa.

A mio parere, un circolo-una librería che svolge un’attività culturale, ovunque essa sia ma in particolare in una Bruxelles europea deve affermare la sua identità. È accettabile che si aggiunga, eventualmente, in alcuni casi, la lingua ufficiale del Paese ospite, la lingua veicolare del luogo, ma cosa c’entra l’inglese? Non è lingua ufficiale del Belgio, né lingua veicolare di Bruxelles, è solo la lingua dei Padroni, di quelli che si sono abilmente infiltrati e stanno mandando a monte il progetto di integrazione dell’Europa per trasformarla tutt’intera in una colonia statunitense.

La ringrazio in particolare per quell’appropriatissimo "sciuscià" a cui non ho pensato pur essendomi posto il problema".

(Anna Maria Campogrande)




Commenti ricevuti:

Scrive Marina Neri a commento: “...nell'articolo di Anna Maria Campogrande scorgo solo amore per una lingua meravigliosa e il principio che se tu sei mio ospite forse dovresti sforzarti di apprendere i miei usi e costumi. Certo l'inglese è una lingua semplice e universalmente riconosciuta come veicolo immediato di comprensione. Ma non deve essere necessariamente la lingua ufficiale dell'Europa. Un tempo il mondo pieno di ideali aveva creato l'esperanto. Questo quando si tendeva ad unire e non vi era un Primo!”

..........

Scrive Fabio Orsini: Ma quanto mi piace quest'articolo! Io non sono un nazionalista, ma se vieni in Italia sei tu a doverti far capire, amico straniero. Poi se vogliamo cominciare a discutere su un linguaggio che permetta a tutto il mondo di capirsi, sono d'accordo. Importante che non si dica che già c'è ed è l'inglese, sta cosa mi fa incazzare!”

Bhuribai, una donna straordinaria...


Bhuribai è legata a me in modo molto stretto. Ho conosciuto migliaia di uomini, migliaia di donne, ma Bhuribai era unica tra loro.

Possiamo metterla accanto a Mira, Rabiya, Sahajo, Daya: merita di essere annoverata tra queste donne elette.

Ma poiché era analfabeta, forse il suo nome non diventerà mai famoso. Era una donna di villaggio, apparteneva alla gente rurale del Rajasthan. Ma il suo genio era unico: senza conoscere le scritture, conosceva la verità.

Bhuribai era al mio primo campo, vi partecipò. In seguito partecipò anche ad altri campi. Non per imparare a meditare, perché aveva già raggiunto la meditazione. No, semplicemente le piaceva stare vicino a me. Lei non faceva domande, io non davo risposte. Non aveva nulla da chiedere, non c'era bisogno di rispondere. Ma veniva e portava con sé una brezza fresca.

Si era connessa interiormente a me già dal primo campo. Era successo. Non era stato detto, non fu ascoltato. Era accaduto ed era reale!

Era presente al mio primo discorso… Le parole e gli avvenimenti del campo a cui partecipò Bhuribai sono raccolti in un libro intitolato The Path of Self-Realization (Il sentiero della realizzazione di sé). Era il primo campo e parteciparono soltanto cinquanta persone. Si teneva a Muchala Mahavir, una rovina isolata e disabitata nel Rajasthan più remoto. Con Bhuribai c’era Kalidas Bhatiya, avvocato dell'Alta Corte. Si prendeva cura di lei. Aveva lasciato tutto: l'attività forense, il tribunale. Lavava i vestiti di Bhuribai, le massaggiava i piedi. Bhuribai era anziana, aveva circa settant'anni.

Bhuribai era venuta e con lei erano venuti Kalidas Bhatiya e dieci o quindici dei suoi devoti. Alcune persone la riconobbero. Ascoltò il mio discorso, ma quando arrivò il momento di sedersi a meditare andò nella sua stanza. Kalidas Bhatiya rimase sorpreso, perché erano venuti per meditare. Corse da lei e le chiese: "Hai ascoltato il discorso con tanta attenzione; ora che è arrivato il momento di meditare, te ne vai?". Allora Bhuribai disse: "Tu vai! Io ho capito".

Kalidas rimase molto sorpreso. Se aveva capito, perché non meditava?

Venne da me e mi chiese: "Che cosa succede, che cosa sta accadendo? Bhuribai dice di aver capito, allora perché non medita? E quando gliel'ho chiesto mi ha detto: 'Vai, chiedilo a Baapji (intende a Osho, N.d.T.) in persona'”.

Bhuribai aveva settant'anni, ma mi chiamava ancora Baapji, papà. “'Vai, chiedilo a Baapji'. E così sono venuto da te", disse Kalidas. “Non dice nulla, sorride. E quando stavo per andarmene ha aggiunto: 'Tu non capisci niente. Io ho capito!'".

Allora dissi: "Ha ragione, perché io ho spiegato la meditazione: è non-agire. E tu sei andato a dire a Bhuribai di venire a fare la meditazione. Non poteva che ridere: fare meditazione? Come si può fare, se è non-agire? Ho anche spiegato che la meditazione consiste semplicemente nel diventare silenziosi, quindi deve aver pensato che fosse più facile stare in silenzio nella sua stanza che in mezzo a questa folla. Ha capito bene. E la verità è che non ha bisogno di meditare. Conosce il silenzio. Anche se non lo chiama meditazione, perché meditazione è diventata una parola erudita. Lei è una donna di villaggio, semplice e diretta, dice: ‘Chup!’, silenzio!".

Quando tornò a casa dopo il campo, Bhuribai chiese a qualcuno di scrivere questo sutra sulla parete della sua capanna:

Il silenzio è il mezzo, il silenzio è la meta, nel silenzio permea soltanto il silenzio.

Il silenzio, la conoscenza di ogni conoscenza: comprendilo e diventi silenzio.

Il silenzio è il mezzo, il silenzio è la meta, nel silenzio soltanto il silenzio permea. Se vuoi comprendere, se vuoi capire, allora c'è una sola cosa che vale la pena di comprendere: il silenzio. Nel momento in cui lo conosci, diventi silenzioso. Non c'è nient'altro da fare: il silenzio, la conoscenza di ogni conoscenza.

I suoi discepoli mi dissero: "A noi non dà retta, ma se glielo dici tu, lo accetterà. Non ti rifiuterà mai nulla, farà ciò che le dici. Dille di far mettere per iscritto la sua esperienza di vita. Lei non sa scrivere, perché non ha ricevuto un'istruzione scolastica. Ma comunque, qualunque cosa abbia conseguito, fagliela mettere per iscritto. Ora è anziana, si avvicina il momento della sua dipartita. Falla scrivere; sarà utile alle persone che verranno in seguito".

Le chiesi: "Bai, perché non fai mettere per iscritto la tua vita?".

Lei rispose: "Baapji, se lo dici tu, lo farò. Quando verrò al prossimo campo, potrai pubblicarlo tu stesso. Lo porterò già scritto".

Al campo successivo i suoi discepoli aspettavano con impazienza, pieni di entusiasmo. Aveva messo il libro in una scatola e l'aveva fatta sigillare. Aveva fatto mettere un lucchetto e portava con sé la chiave.

I suoi discepoli sollevarono la cassa sulle loro teste e me la portarono. Mi chiesero di aprirla. La aprii e tirai fuori un libretto, un libretto piccolissimo di una decina o quindicina di pagine; ed era minuscolo: circa dieci centimetri per otto. E le pagine erano nere, senza alcun bianco!

Dissi: "Bhuribai, hai scritto bene. Gli altri scrivono, ma anneriscono la pagina solo un po'. Tu hai scritto in modo che non rimanesse neppure un po' di bianco". Aveva scritto e scritto e scritto.

Disse: "Solo tu puoi capire. Loro proprio non capiscono. Ho detto loro: 'Guardate. Gli altri scrivono. Scrivono poco: sono istruiti, possono scrivere solo un po'. Io non ho ricevuto un'istruzione scolastica, quindi ho scritto e scritto, ho scritto tutto. Non ho lasciato spazio. E come avrei potuto far scrivere tutto questo a qualcun altro? Così ho continuato a scrivere: ho reso tutto il libro completamente nero! Ora presentalo tu".

E io lo presentai. I suoi discepoli rimasero molto sorpresi.

Dissi: "Questa è una vera scrittura sacra. Questa è la scrittura delle scritture. I Sufi hanno un libro bianco. Lo chiamano Il Libro dei Libri. Ma le sue pagine sono bianche. Il libro di Bhuribai è andato oltre. Le sue pagine sono nere".

Bhuribai non diceva mai nulla. Quando qualcuno andava a chiederle: "Che cosa devo fare?", si limitava a portare un dito alle labbra: "Rimani semplicemente in silenzio. Non c'è nient'altro da fare".

Il suo amore era straordinario. Aveva il suo modo, unico! Non deve più tornare in questo mondo. È andata via per sempre. “Nel silenzio, permea soltanto il silenzio”. Si è dissolta. Il fiume si è dissolto nell'oceano. Non ha mai fatto nulla, è semplicemente rimasta in silenzio. E chiunque andasse a casa sua lo accoglieva e serviva personalmente. Lo serviva in ogni modo e in silenzio, quietamente.

Era una donna straordinaria.

 


Fonte: Osho, Early Talks #8


Osho raccontò questa storia, accaduta molti anni prima, l’11 Settembre 1980, in occasione della morte di Bhuri Bai.

Dharma and Laity...


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“Considering your dharma, you should not waver. For a warrior, there is nothing better than fighting evil. The warrior who faces such a war should be happy, Arjuna, for it presents itself as an open gate to heaven. But if you do not participate in this battle against evil, you will suffer disgrace, violating your dharma and your honor.” (Bhagavad Gita II, 31-33)
It is often asked whether and how the teaching of Advaita (non-dual), the spearhead of Indian philosophy, can be of advantage, or simply received by Western minds that are extremely speculative and devoted to dualistic empiricism. In fact, only some seekers of truth, who sanctify their existence in search of the Self, are truly interested in the Knowledge and Awareness of the unity and inseparability of life, manifested in its single parts (individuals) as in a sort of hologram that repeats in each of its fractions the knowledge of the whole.
Yet in the Hindu tradition there is a scripture of non-dualistic matrix that seeks to integrate a teaching of dharmic implementation (carrying out one's duties in harmony between innate propensities and the evolutionary drive) with the theory of the Absolute that contains everything and in which everything manifests itself by its spontaneous emanation. This text is the Bhagavad Gita, the most spiritual part of the epic poem the Mahabharata.
In the Bhagavad Gita it is equally stated that "All is One" and that the Atman (the Absolute Self) is already perfect in itself and is present, as an intimate nature, in each of us, but at the same time advice (or instructions) is given on how to realize this truth. In a certain sense in the text the sage Krishna, metaphorically addressing Arjuna, his disciple, incites him to act, as if the small self (ego), which he recognizes as his self, were real. At the same time he instructs him not to consider the advantages or disadvantages of his actions as his own but as a simple consequence of a dharmic fulfillment.
This inner attitude of acting with "detachment" is also considered in the Buddhist doctrine of anatman, according to which man is devoid of any "I" and even of the Self, but it warns the seeker about such teachings that can, if disseminated indiscriminately and interpreted inappropriately, produce decidedly deleterious results. Nagarjuna himself, a great Buddhist logician and founder of Vacuism or the Middle Way (Madhyamaka), warns: "Emptiness, misunderstood, ruins the man of short-sightedness, just like a snake badly grasped or a magic formula badly applied". For this reason, Krishna's teaching contains apparently conflicting indications, sometimes the Absolute is indicated as the only reality, other times it is urged to carefully consider the conveniences and opportunities of dharmic action.
Perhaps this swing between freedom and justice is what is really necessary for the Western mentality, whose direct proceeding in a straight line, essentially justified by contingent and utilitarian reasons (also defined as scientific to give them a complete sense) has made individuals lose the capacity for personal discernment and discrimination.
But truth is not something that can be transmitted as a common knowledge of external things, as a process. Truth is the quality of Being and can only be experienced directly and not told.
The great mysteries based on silence are not profaned with impunity. Approaching them lightly or believing that they can be transmitted without the necessary qualifications exposes one to serious risks: first of all, madness and loss of orientation. The language commonly used (vaikhari) possesses only a quarter of the power of the word; the Vedic rishis maintained that it cannot describe the trace left by a bird in the air. Hence the need to perceive one's true Essence through empathic communion with a true Master who has realized the Truth in Himself.
From this it can be deduced that even the most refined scripture, such as the Bhagavad Gita (not to mention scriptures such as the Bible, the Gospels or the Koran) cannot transmit Knowledge, it can only awaken an interest in research on the part of the reader genuinely interested in the Truth.
This is totally contrary to the dictates of religions that are based on the "book", the so-called "revealed" dogmatic texts that lead to the exasperation of the conflict between man and nature of Judeo-Christian origin, to the nihilism and materialism implicit in a certain ritualistic Buddhism and to the dualism disguised as non-dualism arising from the misunderstanding of the advaita doctrine in a certain new age – which considers the phenomenal world a sort of
appearance that is neither real nor unreal (maya). These obscurantist positions have favored the development of pernicious forms of scientism that reduce the person to a mere biological mechanism.
And it is in the Bhagavad Gita that it is possible to find some very explanatory sentences on the subject, that is, on the meaning of acting in the world and the formation of individual karma, which obviously must be read with the understanding that even such teachings are an ignorance (disguised as knowledge) to erase other ignorance (which we call empirical knowledge). Because... spirituality is something that concerns the interiority of the individual and cannot be learned from any book. And this is exactly what we Westerners would need, imbued as we are with scientistic or religious dogmatism.
Paolo D'Arpini - Lay Spirituality Committee

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La trinità della nuova filosofia della natura…

"Ecologia profonda, bioregionalismo e spiritualità laica formano un unico cammino di consapevolezza. Mettono al centro l'armonia tra l'essere umano e la Terra, superando l'idea che l'uomo sia il padrone del mondo. Questi tre concetti si fondono per creare un nuovo modo di vivere, basato sul rispetto per ogni forma di vita..." (P.D'A.)  



L’ecologia profonda analizza l’organismo, le componenti vitali e geomorfologiche, le loro correlazioni e funzionamento organico ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali (bioregioni) in cui tali processi si manifestano in forma qualificata di “organi” territoriali e culturali. Come terzo elemento componente c’è “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo, da me definita “spiritualità laica”. Ovvero la capacità e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. E soprattutto la sua messa in pratica.
 
Secondo me non vale la pena di risalire all’inventore del termine “bioregionalismo” poiché, come in effetti è per l’ecologia e per la spiritualità, è qualcosa che è sempre esistita, in quanto espressione della vita, perciò nelle diverse epoche storiche questi processi hanno ricevuto nomi diversi: panteismo, spiritus loci, animismo, etc. Ed in ogni caso questi tre modi descrittivi sono indivisibili l’uno dall’altro, come è indivisibile l’esistenza. Diceva un grande saggio: “Noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati” (Nisargadatta Maharaj).
 
Ed ora alcune espressioni al vento:
 
“E’ buona norma, nell’approccio bioregionale, prima di tutto tentare di conoscere l’ambito in cui si vive, delimitandolo attraverso lo studio geomorfologico del territorio, della flora e della fauna. La bioregione è un’area omogenea definita dall’interconnessione dei sistemi naturali e dai viventi che le abitano. Una bioregione è un insieme di relazioni in cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte della più ampia comunità naturale che ne definisce la vita”
 
“L’idea bioregionale consiste essenzialmente nel riprendere il proprio ruolo all’interno della più ampia comunità di viventi e nell’agire come parte e non a parte di essa, corregendo i comportamenti indotti dall’affermarsi di un sistema economico e politico globale, che si è posto al di fuori delle leggi della natura e sta devastando, ad un tempo, la natura stessa e l’essere umano”
 
“La limitazione e separazione nella coscienza non è reale, allo stesso modo in cui la luce del sole non risulta compromessa o menomata dallo specchio, parimenti la pura consapevolezza è intonsa e non divisa dall’operato immaginario della mente individuale. Dove sono interno ed esterno per la coscienza suprema che entrambi li compenetra e li supera? In realtà la sola idea di una tale separazione è impensabile nella sorgente di luce che unicamente è..”
 
“….la necessità di “ridurre e dare delle spiegazioni” sta proprio nel distacco che la lo spirito intelligente ha nel momento del concepimento una parte del tutto si contestualizza un un modulo storico. La singola parte ancestralmente sa di appartenere al tutto e quindi nelle condizioni ristrette dello spazio tempo tende in continuazione (ascesi) a ricongiungersi con lo spirito intelligente infinito di cui fa parte e cui inevitabilmente tende..”
 
“Che cosa sarebbe la vita senza memoria?… Mi sono posta questa domanda osservando alcune persone ammalate di Altzeimer. Questi esseri, che pure hanno vissuto una intensa vita, di lavoro, di relazioni, di affetti, oggi per qualche strano meccanismo, sono “uscite” dalla realtà con cui non condividono più nulla…. Chi erano prima?…dove e come hanno vissuto? … appartenevano ad una cultura, ad un territorio, avevano un carattere, delle abitudini, celebravano dei riti, rispettavano delle tradizioni, parlavano una lingua o più d’una!…tutto questo è cancellato nella loro memoria…. Essi non ricordano più nulla… sono semplicemente dei corpi ancora in vita che vivono senza relazioni: respirano, mangiano, osservano ciò che gli sta’ intorno…..ma non sono collegati a niente… le relazioni originano identità….”
 
“L’attuazione bioregionale in chiave politica. Il Bioregionalismo ha due obiettivi: recuperare e tutelare al massimo l’ambiente naturale; ridisegnare nuovi confini delle regioni, tenendo finalmente conto delle loro caratteristiche etniche, ambientali, linguistiche, sociali e produttive. Il tutto in una visione della Stato che ”invece di amministrare se stesso, attraverso la sola tutela della burocrazia, (tra le più arretrate del mondo), si occupi finalmente e seriamente dei grandi problemi nazionali e della tutela dei cittadini”
 
“..l’immagine che si vuole evocare con la parola “bioregionalismo” un neologismo usato dallo stesso Peter Berg. Diciamo che il “bioregionalismo” contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo. Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro…”
 
“Riconoscendo l’esistenza delle diverse realtà delle nostre quotidianità siamo in grado di coglierne la ricchezza e l’unicità, conservandone la memoria quale eredità culturale. Possiamo in tal modo cogliere l’anima del luogo dove abitiamo, ove mente e corpo si fondono in un atto profondo d’amore e di gratitudine verso questa terra che ci ha donato la vita, la quale racchiude le leggi cosmiche. Difenderla implica tutto questo, nella piena consapevolezza che esiste un’altra realtà molto insidiosa, quella della perdita delle identità, della distruzione delle culture con i loro paesaggi uniformi, prossimi ai deserti..”
 
“L’esperienza degli orti e dell’agricoltura urbana, seppur con qualche anno di ritardo, si sta diffondendo molto velocemente anche in Italia. Se esistesse una mappatura, vedremmo migliaia di puntini disegnati sulla cartina dell’Italia: gruppi auto-organizzati, orti didattici, orti sul balcone, aiuole coltivati a lattuga, orti sinergici. Tra tangenziali, cavalcavia, ponti, semafori, autostrade, ecco apparire qua e là un orto in tutta la sua bellezza”
 
“…non si può fare a meno della biodiversità, ovvero i sistemi naturali che sostengono la sopravvivenza di noi tutti. Osserviamo che ovunque avanza la desertificazione (non soltanto siccità bensì perdita dell’humus in seguito al dilavamento dei terreni di superficie), la deforestazione, l’utilizzo improprio dei terreni per produzione elettrica, l’impoverimento dei suoli dovuti a monoculture, la modifica dell’ambiente e, in generale, la dispersione del patrimonio biologico delle specie animali e vegetali, tutti aspetti che dederminano una perdita economica considerevole anche nell´economia….”
 
“L’unico “sviluppo” che consente la vita della biosfera è un processo completamente non-materiale, qualcosa che significhi l’evolversi di cultura, arte, spiritualità”
 
“Il nostro è un lavoro di chi ama osservare l’inverno che finisce e la primavera che avanza, sentire tamburrellare il picchio, sentire l’improvviso fruscìo degli stormi di fringuelli sopra la testa come l’ala di un angelo. Quale calcolo economico possiamo fare di questo lavoro, che faccia rientrare anche la sensazione di essere lambiti da un’ala di angelo? Ho cercato di dare un esempio piccolo e concreto di un modo di lavorare che abbia cura della terra e degli altri esseri perché vorrei fare una domanda. E’ concepibile un’amministrazione politica -di qualunque livello organizzativo- che legifera attorno a questa modo di lavorare slow?”
 
“…continuo a dedicarmi, in teoria ed in pratica, a questa ricerca, occupandomi magari di agricoltura biologica, alimentazione bioregionale, cure naturali, spiritualità e arte della natura.. Io personalmente sono giunto, per mezzo di esperienze vissute e di considerazioni e riflessioni sugli eventi, a condividere pienamente il pensiero ecologista profondo, il vegetarismo e la spiritualità laica”
 
“Il mondo è un grande laboratorio bioregionale. Forse non abbiamo bisogno di ricorrere alla Storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà dei tempi. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è il mondo oggi. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle popolazioni presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta lo stato più avanzato della tecnologia. Questo gioco della natura ci consente un’osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro”
 
“…per me ecologia profonda vuol dire: amore per la vita, per la natura, per gli esseri viventi, solidarietà umana, ognuno secondo la propria natura e le proprie possibilità: una tendenza a…. nei limiti del possibile. I cambiamenti non avvengono in un giorno, ma ognuno di noi può fare la sua parte”

“Chi può definirsi bioregionalista? Questo termine non denota una appartenenza etnica bensì la capacità di rapportarsi con il luogo in cui si risiede considerandolo come la propria casa, come una espansione di sé. La definizione diviene appropriata nel momento in cui si vive in sintonia con il territorio e con gli elementi vitali che lo compongono. Infatti chiunque può essere bioregionalista indipendentemente dalla provenienza di origine se segue la pratica dell’ecologia profonda…” 
 
Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana

Il Fiume Invisibile e il Maestro del Silenzio...

 




Prefazione

Fiumi di righe versiamo nell’etere profondo,
sul bianco della carta e nel soffio del mondo.
Tessiamo vuoti teli, frastuoni ed echi vani,
per scacciare il Silenzio dai destini umani.
Lo temiamo come un abisso senza fine,
ma è la sua quiete a spezzare le catene divine.
L’anima assetata cerca quel regno di luce e quiete,
quando sfuma il rumore della terra e delle sue mete.
Ci addentriamo nel petto, in una caverna oscura,
un sacrario segreto privo d'ogni paura.
Lì non servono lettere, formule né sapere,
spogliati d’ogni dogma, d’ogni umano volere.
Resta il battito nudo della pura esistenza,
l’incontro ineffabile con la Sacra Presenza:
la luce nascosta che nel buio risplende,
il Maestro del Silenzio che l’anima comprende.
15 Agosto 2026
Un ruggito d’acciaio squarcia il cielo sereno,
un Chopper che spezza quel mattino d'inteso veleno.
È il quindici d’agosto del duemilaventisei,
il tempo si ferma tra i dogmi e i suoi dei.
Fuori il mondo è sospeso in un sonno pesante,
tra le ombre di case e l'asfalto bruciante.
Ma nelle pieghe di questo vuoto d’estate,
l’aria si fa pura, le menti placate.
Compiendo i brevi gesti di un rito profano,
spezzando il pane caldo con la solita mano,
sullo schermo digitale due icone s’avviano:
il volto del Maestro e l’Inizio sovrano.
In un battito d’ali il tempo si spezza,
torno a un autunno antico, a una fredda carezza.
Novembre ottantotto, le lezioni di yoga finite,
con mani magnetiche, tra ombre custodite,
cercai quel fascicolo nel buio nascosto,
e di fronte al Suo sguardo trovai il mio posto.
Un'esclamazione affiorò, affilata e sincera:
«Lo sapevo che mi avresti fregato», dissi in quella sera.
Parlava la voce senza guida del pensiero,
mentre l'anima presagiva il tranello del Cielo.
La nave del viaggio prendeva il suo mare,
ma la rotta era scritta prima ancora d’iniziare.
“Il Guru non ha carne, non vive nella forma,
eppure s'incarna e in umano si trasforma,
per scendere nel fango d'ogni umana sorte
e guidare i nostri passi oltre la mente e la morte”.

L’immagine antica che custodisco nel petto
è un fiume sotterraneo dal corso perfetto:
scorre invisibile tra le rocce più scure,
nutrendo le radici di ere immemori e pure.
Poi il tempo matura, la roccia s'apre al mattino,
l’acqua riaffiora alla luce per svelare il Cammino.
L’Innominabile prende un volto d’argilla,
perché la mente umana non comprende ciò che brilla.
Ma il Maestro non incatena alla forma mortale:
prende la mente pesante e la rende spirituale.
Compiuto il disegno, il fiume torna nel fondo,
pronto a riemergere a dissetare il mondo.
Ricevuta la scintilla del sacro Inizio,
l'opera è compiuta oltre ogni giudizio.
Sarà Lui a decidere se apparire sul velo,
o lasciar che la Grazia ci guidi verso il Cielo.
Dir "il mio Guru è il solo", nell'orgoglio accecato,
è la trappola tetra in cui cade l'iniziato.
Non è la forma che salva il nostro cuore,
ma quel filo dorato che ci annoda all'Eterno Amore.
Egli è il canale puro, limpido e trasparente,
la forma di Parama Puruṣa incarnata tra la gente.
Oggi, mentre la terra riposa nell’ozio d'estate,
celebro la Sua festa con le porte spalancate.
Celebro ciò che risplende nel tempio del mio cuore,
eterno e sotterraneo, come un incanto d'amore.

Francesco Balestro