Cristiani si nasce o si diventa?
Disfida, ortodossia e dissenso...
Considerazioni sui cali radicali di energia al Master 1000 di Montecarlo 2026 e al Roland Garros dello stesso anno, sulle preoccupanti prestazioni d’avvio a Wimbledon 2026 di Jannik Sinner, numero 1 del mondo, e sull’assenza di reazione dei media.
Al Roland Garros 2026 (maggio|giugno) si gioca il secondo turno, a Sinner manca un solo game per vincere la partita. Il punteggio è due set a zero e, cinque game a uno nella terza partita, ma ha perso l’incontro. L’avversario argentino, Juan Manuel Cerundolo ha, infatti, gradualmente rimontato il set, l’ha vinto e ha vinto i due successivi, eliminando Sinner e guadagnando così il passaggio di turno.
La scena è straziante, le gambe non vanno, la lucidità è ridotta, l’efficacia dei colpi mortificata.
“Colpo di calore, nausea e vertigini” hanno tagliato le energie al giovane ventiquattrenne altoatesino, che non ha più il necessario per far fronte all’avversario argentino, oggi numero 42 della classifica ATP (Association of Tennis Professionals).
Nei giorni successivi ripete ai media che farà accertamenti. Nessuno – a mia conoscenza – gli domanda quale sia la dieta (troppi zuccheri?), non si parla del dietologo e neppure del preparatore atletico.
Eppure anche nel precedente Master 1000 di Montecarlo aveva accusato un problema alla schiena e accumulato 30 errori non forzati, mostrando un livello nettamente inferiore all’abituale.
Nell’intervallo di tempo tra l’eliminazione dal Roland Garros e la vigilia del torneo di Wimbledon di fine giugno 2026, l’ufficio comunicazione di Sinner diffonde le notizie e le immagini del campione mentre fa la spesa e gira in scooter per il Principato con la fidanzata e quelle delle sue visite mediche presso l’ospedale San Raffaele di Milano, nonché l’esito degli esami ai quali è stato sottoposto per scovare le ragioni del suo malessere, che però non emergono. “Tutto a posto”, dicono lo staff e i dottori. Ma poi, “Abbiamo capito, potrebbe ricapitare, la cosa non si risolve in fretta”, dice Sinner, senza aggiungere spiegazioni. Ci sono di mezzo ipotesi che coinvolgono i vaccini Covid19? In questo caso molto si spiegherebbe, almeno per noi cosiddetti complottisti.
Come in precedenza nessun accenno a dieta e preparazione. Segreti professionali o occultamento pianificato? E perché i media non indagano e tacciono buoni buoni?
Intanto, il tempo è passato e viene il 29 giugno, giornata d’avvio di Wimbledon, in cui Sinner gioca la prima partita.
Jannik vince in cinque set, cosa nuova per lui, ma con una difficoltà che lascia perplessi. L’avversario è il serbo Miomir Kecmanović numero 50 del mondo. Perplessità ingigantita dalla considerevole quantità di errori di ogni genere (doppi falli, errori non forzati, volée, smash, smorzate) estremamente oltre la media abituale.
In conferenza stampa dice soltanto che non ha giocato al suo meglio ma è contento e che era la prima partita, su un terreno a cui doveva adattarsi, con l’aggravante emotiva dell’esordio al campo centrale del torneo più importante del mondo. E per gli altri? Per Kecmanović non lo era? Quelle di Jannik sono quindi parole che, purtroppo, hanno anche il retrogusto della scusante, dette per tacere altro.
I media pare accettino le ragioni, piuttosto diversive, della modesta prestazione e elogiano il rosso per avere vinto al quinto set, effettivamente un’evidenza positiva, visto che nelle 18 occasioni precedenti aveva vinto solo 6 partite di lunga durata. Nient’altro, ovvero nessuno (?) tra i media del mondo gli domanda se, per caso, ha fortemente lavorato sul potenziamento muscolare e sull’impiego di nuove tattiche di gioco nel periodo di riposo tra il Roland Garros e Wimbledon.
Inoltre, mantenere il primato nella classifica mondiale richiede di tener conto degli avversari, in particolare di Alcaratz. Quindi allenare i colpi e le variazioni di gioco in cui l’altoatesino difetta, circa gli stessi nei quali lo spagnolo eccelle, appare come un dovere professionale e competitivo.
Tendenzialmente, il circo mediatico è soddisfatto dell’ampliamento dello spettro dei colpi tecnici che Sinner impiega nelle partite. Ma, a differenza del rivale spagnolo, il numero uno è un giocatore di passo, senza artistiche variazioni. Il suo gioco spontaneo asfissiava gli avversari togliendogli il respiro per la velocità, la forza e la precisione delle risposte. Snaturarlo con l’implemento di tattica e colpi a lui estranei in tempi brevi sta forse alla base della quantità considerevole di errori visti nella prima partita inglese, inclusi i lunghi scambi dal fondo, che sempre vinceva e che ora, tendenzialmente, perde. Un epilogo che ha al momento ha stravolto le doti di fondo di Jannik e che, perciò, in questa misura tocca e coinvolge l’identità non del giocatore ma della persona, con relativi riflessi d’insicurezza.
Nel turno successivo incontra Nuno Borges, un argentino considerato promettente. Il nostro campione vince anche questo incontro ma ancora con difficoltà visto che si tratta del numero 48 del mondo.
Nella conferenza stampa che segue la partita, Sinner ha un viso teso e l’espressione spaventata, a un certo punto, insolitamente, si mangia un’unghia. Ripete più volte frasi che lasciano intendere che sicurezza e forza non sono più con lui. “Sai è la seconda partita sull’erba”; “Ho tentato di migliorare, poi vedremo come andrà”; “Vediamo come va la prossima partita” ed altre espressioni... d’incertezza, che se in precedenti occasioni alludevano alla modestia ora ammiccano alla preoccupazione. Lo sguardo rilassato e forte al quale ci aveva abituati ora appare contratto e spaventato.
Qualcosa è successo? L’impressione che stia attraversando una crisi importante, identitaria direi, è completamente fuori luogo?
Forse. Ma come tralasciare di dare importanza che un ragazzo possa precipitare in una debolezza di quella portata (Roland Garros), forse il solo tra tutti i partecipanti al torneo afflitti dalla medesima calura? Uno sfinimento che lo aveva già acciuffato anche in precedenti tornei. Come tralasciare che lui e lo staff non abbiano neppure fatto un cenno alla dieta, per rassicurare chi, invece, ci avrà pensato, per escluderla dal problema, per renderla di dominio pubblico ed eventualmente porla sotto critica.
Il regime alimentare di Sinner non è finito sul lentino degli esperti e dei media dopo il crollo, né successivamente.
Crisi, addirittura identitaria, dicevo. Come succede ad alcuni adolescenti soggetti ad una crescita repentina e, a volte, disomogenea, dei segmenti articolari, la goffaggine, la scoordinazione, la maldestria, li investe. Un’eventualità disponibile a chiunque sia costretto ad indossare appendici, per esempio tacchi, guanti, protesi anatomiche, eccetera. Infatti, finché l’aggiunta del pezzo-novità non viene integrata nel corpo, ma sarebbe meglio dire nell’identità psicomotoria della persona, la scoordinazione e l’impaccio ne sono la conseguenza. Integrazione che sottostà a tempo e motivazione personali.
Tutto ciò vale anche con attrezzi artigianali e sportivi. Passare da uno sci lungo ad uno sciancrato, cambiare la racchetta da tennis, da quella in legno a quelle attuali, improvvisare un salto con l’asta e utilizzare i ramponi la prima volta, stare in sella, far muovere e condurre un cavallo, sono passi che richiedono un tempo variabile affinché la nuova ed imposta motricità venga riconosciuta ed integrata negli schemi motori in cui la persona esiste e si riconosce in quanto, a mezzo di essi, realizza l’equilibrio, ovvero l’efficienza di sé.
Un epilogo che, tra l’altro, si ripete quando ci muoviamo in qualsivoglia contesto, senza essere ciò che stiamo facendo, distaccati dal movimento e dal corpo a causa di un pensiero estraneo, di una preoccupazione, di una mancanza di motivazione.
Non dovrebbe essere difficile osservare tale verità in sé e negli altri.
Tornando a Sinner. A fronte delle sue prestazioni sottotono nelle prime due gare di Wimbledon, mi pare che gli allenamenti specifici ai quali si è sottoposto per migliorare i colpi in cui si riteneva carente e quelli per implementare la massa muscolare, entrambi da lui stesso resi noti, non siano stati oggetto d’interesse da parte dei media se non per plaudirli. Come se nessuno li avesse ipotizzati quale causa dei numerosi e preoccupanti errori che ha commesso nelle gare d’avvio.
Eppure, secondo quanto scritto sopra – che non è voce mia, ma della ricerca psicomotoria – potrebbero essere proprio queste implementazioni eccessivamente repentine e compresse nel tempo, non ancora integrate nel gioco e nell’identità all’origine della crisi del campione rosso.
Se prima il suo gioco, come del resto quello di chiunque, godeva di schemi motori consolidati in automatismi che gli permettevano di dominare sé stesso, il ritmo e anticipare l’avversario, ovvero gli lasciavano la mente sgombra dall’impegno di dover fare bene e giusto, ora, secondo l’ipotesi qui descritta, i nuovi schemi potrebbero aver inceppato quelli esistenti. Prima entrava vincente in campo, ora titubante. Un po’ come l’estroverso e l’introverso: uno entra vincente nelle relazioni, l’altro no.
Siccome non v’è differenza tra corpo e spirito ora, quella libera circolazione di energia, quel libero flusso di realtà che si realizzava, sembra essersi frantumato, tanto che Sinner appare un giocatore di vulnerabilità che lo equipara ai suoi colleghi. Dalla sua ha la lunga stagione che dal rientro dalla squalifica lo ha visto in cima alla cresta dell’onda del tennis mondiale.
Pur dando per scontato il certo lavoro psico-protettivo operato dalla sua squadra, Sinner è stato al centro di un salto di stato. Un cambio, come per ogni altra rivoluzione abituale, non facile da sostenere soprattutto se compiuto in breve tempo. Un balzo che ha comportato guadagni e notorietà, ma anche che l’ha lanciato nel turbine di una vita sotto stress.
Frantumazione della precedente idea di sé, di un’emozione che gli permetteva di realizzare al meglio le potenzialità. Una specie di Alex Honnold della racchetta con la differenza che lo scalatore – e qualunque altra persona capace di prestazioni sopra la media – può scegliere il tempo delle sue opere verticali ad alta tensione in base al suo stato interiore, mentre Jannik Sinner deve rispettare un calendario.
L’idea competitiva di dover fare di tutto – come è competitivamente giusto – per stare in sella al mondo e al passo delle artistiche prestazioni di Carlos Alcaraz gli hanno forse giocato uno scherzo che, anche nella terza partita di Wimbledon contro l’americano Jenson Brooksby, 81°, ha allungato la sua manina diabolica, costringendolo ancora una volta a dire: “Sono felice, ma devo gestire meglio alcune situazioni”. Sembrano parole degne dello stato di vulnerabilità che sta attraversando. Se contro il numero 48, dover “gestire meglio alcune situazioni” lanciano preoccupazioni, il tempo dell’integrazione dei nuovi schemi e tattiche evidentemente non è ancora esaurito. Dunque, solo i giorni potranno dire di che misura e di che durata, le invasive – sconsiderate? – novità che ha voluto, o qualcuno gli ha consigliato, portare nel suo tennis, saranno i patemi di tutti i suoi tifosi.
Sul quarto incontro, in cui ha sfidato e battuto con una certa difficoltà il giapponese Shintaro Mochizuki 92° nella classifica ATP, si possono segnalare diversi momenti: Sinner pare essersi almeno parzialmente ritrovato, che significa che la quantità di errori messi in campo oltre la media fa ancora testo vista la distanza in classifica tra i due giocatori, anche se in particolare stato di flusso considerato che il giapponese, nel turno precedente, aveva battuto lo spagnolo Rafa Jodar, 26°.
Con tali considerazioni ha senso mantenere il timore che qualcosa di importante si sia incrinato e che la corsa al ripristino non sia ultimata?
Oltre a ciò, è ancora una volta la stampa, più del calo di Sinner, a sorprendere. I loro titoli dopo il quarto turno ricordano più gli house organ, le riviste aziendali che l’indipendenza, il controllo, la critica e la verifica quali missioni del giornalismo. Il Corriere dello Sport: “Spettacolo Sinner, battuto Mochizuki in tre set”; La Gazzetta dello Sport: “Sinner, che forza: battuto Mochizuki in tre set”. Elogi difficili da condividere per chi ha visto la partita.
Sul turno seguente, i quarti di finale contro il tedesco Jan-Lennard Struff, 74°, il commento di Jannik, precedente alla partita: “Avversario aggressivo”, non appare soltanto tecnico, relativo alle caratteristiche di gioco dell’avversario, ma ha l’aspetto di un piede nella porta per preparare tutti a una eventuale sconfitta. Un commento di chi non si sente ancora a posto.
Poi vince anche questo incontro tre a zero, dopo aver faticato per la solita quantità di errori nei primi due set.
Alla semifinale lo aspetta Novak Djoković, 8°, trentanove anni, che in oltre cinque ore ha vinto i suoi quarti contro il giovane Félix Auger-Aliassime numero 3 del mondo.
Durante la sfida contro il numero 1, il più anziano e il più blasonato del circo della racchetta dimostra d’aver pienamente recuperato lo sforzo della lunga partita precedente. Entrambi giocano al meglio del loro potenziale e, soprattutto, entro la bolla della loro identità tennistica: molto dal fondo, molta forza e precisione, poche variazioni, tattiche semplici ma efficaci, come accade quando ci si esprime secondo le proprie doti fondamentali. Nel complesso una partita esemplare con rari errori, direi fisiologici. Paolo Bertolucci, in alcuni commenti durante e dopo la partita, non manca di sottolineare il livello espresso dall’altoatesino: “Stiamo rivedendo il vero Sinner”; “Che dobbiamo fare abbiamo solo da applaudire”; “Più che imbattibile” e cita Alcaraz che a suo tempo, riferendosi a Jannik, ebbe a dire al proprio allenatore “non lo tengo”.
Sinner pare un'altra persona, ma siccome è sempre la medesima entità, ha, semplicemente, cambiato dimensione. Il nume dell’avversario gli ha indotto una concentrazione pressoché cristallina, ovvero il miglior stato per stare nel presente. Anche la battuta di Boris Becker contiene l’arco delle prestazioni del monegasco acquisito: “Jannik Sinner è diverso rispetto al resto del torneo”.
Durante la partita, dopo alcuni errori sorride con se stesso, come fosse superiore al fatto d’aver perso un punto, come fosse certo si sia trattato di un momento impotente di distrazione dall’emozione di vincente che lo ha preso, come se quella della paura d’aver perso sé stesso, non solo si fosse infranta, ma non l’avesse mai costretto alla sofferenza. Il valore tecnico e storico dell’avversario comporta per Sinner una sorta di salto quantico che gli schiude l’incantesimo dell’insicurezza.
Jannik pare rispettare un ordine di scuderia di basare tattica e colpi giocando dal fondo. Una scelta evidente, che pare mettere in luce anche l’autocritica dell’intera squadra dopo la scarsa efficacia ottenuta nelle prime partite ricche di variazioni di colpi. Sta in questa marcia indietro tecnico-tattica il “grazie al team” che il nostro campione esprime – senza più l’espressione spiritata che non era riuscito a nascondere in precedenza, ma felice e sorridente – durante l’intervista sul campo di gara? Come dire: abbiamo fatto la scelta giusta, abbiamo sfangato partita e paura.
Certa stampa, senza vergogna per il proprio silenzio devoluto ai momenti negativi di Jannik, torna a elogiarlo. La Gazzetta dello Sport: “Questo e il vero Sinner”. C’è da chiedersi se prendono soldi dagli sponsor del tennista.
Anche due citazioni tratte da Il fatto quotidiano dell’11 luglio sintetizzano con sollievo il momento: “L'italiano ha offerto una prestazione impeccabile nella partita più difficile e i numeri lo confermano: 40 vincenti, solo 15 non forzati, 65% di prime in campo e 45 punti su 51 vinti con la prima di servizio”; “[Sinner] Finalmente sorridente”.
Se la dieta, gli implementi dei colpi e la preparazione atletica hanno ragione d’essere ipotizzati dietro alle modeste prestazioni del nostro campione, non c’è problema. Dispiace, ma tutti possono sbagliare, quindi, sarebbe da concludere con un niente di male. Ma se così fosse andata resta un peccato averlo occultato e, ancor di più, un malore vedere anche la stampa sportiva aver abiurato alla propria missione. Che altro significa sennò che solo oggi, dopo la vittoria raffinata contro Nole, a Sinner resuscitato, accennano ai timori che le prime partite di Wimbledon avevano provocato in loro e in tutti?
La storia di "Altra Calcata... altro mondo" ed il passaggio "Dal Treja a Treia"...
Negli anni passati avevo coniato il motto “Una, cento, mille Calcata..” per significare come l’esperimento in corso nel vetusto borgo potesse essere esemplificativo di un nuovo modo di rapportarsi con la natura e con se stessi. Non è certo Calcata, in quanto comunità o località, che va riprodotta ma un modo di percepire la presenza umana nel luogo. Una presenza inserita nel contesto della natura, nel consesso dei viventi, in condivisione olistica e simbiotica.
Infatti – come disse Nisargadatta Maharaj – noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati.
Molto spesso però ho notato che l´uomo tende a dare maggiore importanza al contesto sociale in cui egli vive. E´ nella società umana, con le sue esigenze e movimenti, che si fa la storia e si sancisce la caratteristica di un posto, molto spesso dimenticando l’appartenenza al tutto, ignorando l´inscindibile co-presenza della natura e degli animali. Per tentare di riscoprire le nostre radici naturali, continuando a prendere ad esempio un certo modo di vivere il luogo e nel luogo, ho pensato di affidare le mie riflessioni a questo blog. In esso si parla di tutto il mondo, ma potremmo dire che è un altro mondo…
Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana

seguii le tracce della mia compagna Caterina Regazzi in una nuova "Altra Calcata", chiamata Treia, anch'essa situata su un cucuzzolo, e dotata di potenzialità umane ed ambientali idonee per un nuovo inizio (o per finire in bellezza la mia esistenza).
Il risveglio di Titania e la menzogna etica e religiosa...

…in questi giorni di luglio di parecchi anni fa, quando il Circolo vegetariano aveva ancora sede a Calcata, vissi un momento magico nelle grotte di Jorgen, dove fu messa in scena una commedia mitologica e misterica: Il Risveglio di Titania.
Nella storia Titania è una splendida creatura fatata che se ne va in giro per i boschi col suo fedele corteo di spiritelli. Shakespeare ha scritto del loro litigio e della vendetta del suo legittimo sposo Oberon, dopo che Titania non ha voluto vendergli il suo prezioso
paggio indiano, motivo delle gelosie di Oberon.
Così Oberon sorprende Titania addormentata e le spreme sugli occhi il succo della viola del pensiero, fiore fatato capace di far innamorare chiunque della prima cosa che vedrà. Così, al suo risveglio, Titania si innamora di Bottom, un orribile uomo dotato di una testa d’asino.
Questa storia, come tutti i racconti di Shakespeare, evoca diversi significati. L’addormentarsi di Titania è come la morte ed il risveglio è in verità il sogno che noi prendiamo per realtà. In esso godiamo l’illusione dei sensi ed amiamo ciò che non possiamo riconoscere. La riconciliazione è il momento del ritorno alla libertà, il superamento delle illusioni e della schiavitù dei sentimenti imposti.
Etica e morale, due pensieri cangianti e relativi, i cinesi antichi avevano l’onestà di ammettere che queste due qualità fossero solo una convenienza sociale. Nel Taoismo erano considerate due forme ipocrite di asservimento alle consuetudini. La morale e l’etica sono state usate da tutte le religioni monoteiste come bandierine simboliche per giustificare il bene programmato a sistema, mentre l’amoralità e il “difetto” di contegno sono indicati come grave carenza sociale e religiosa.
In fondo l’esempio di Titania è alquanto leggero e ludico, il risveglio “vero” avviene attraverso l’amore, che purifica gli occhi e rende chiaro l’intelletto. Ben diverso il caso in altre storie mitologiche in cui la sofferenza volontaria od espiativa degli eroi viene descritta in termini di emancipazione, come nella storia di Odino o Prometeo.
Cristo e Dioniso anch’essi morirono volontariamente per la salvezza altrui… Insomma nella morale e nell’etica si accetta tranquillamente che il sacrificio di sé sia un bene supremo se rivolto ad una causa ritenuta nobile e degna… ma dal punto di vista della vita dov’è la differenza fra un suicida per disperazione ed un esaltato religioso?
Scriveva Elemire Zolla, in Discesa all’Ade e resurrezione: “Senza l’Essere l’ente non sussiste: infatti ne promana e ne fa parte. Ma l’essere non si restringe a spazio e tempo. Senza lo spazio non
spaziale del luogo efficiente, suscitatore, dove si figura il punto, non nasce la geometria del mondo in divenire. Come designare questa fonte eterna? In latino proporrei “februare”, che Semeraro fa derivare dall’accadico “haburu”, germoglio, dal dio agrario Ha-ab-bu-ru; Servio informa che “februm” era un tratto di pelle lupesca, salata; nelle cerimonie februanti si celebrava il dio dell’impulso primaverile, Lupercus, e i luperci erano giovani coribanteschi che animavano, flagellandole, le donne, con fruste di pelle lupesca, i “febri”.
Ben diversa questa morale non-morale dalla moralità religiosa e bacchettona dei nostri “santi padri” cristiani che predicavano e praticavano l’autoflagellazione, la misoginia, l’allontanamento dalla natura, la menzogna etica e religiosa, evidentemente anche mal-interpretando il messaggio salvifico del Cristo (ove quest’ultimo fosse realmente esistito…).
Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica
Salvataggio del resoconto della Festa dei Precursori del 2019 di Caterina Regazzi...
A.S. - Quello che segue è il resoconto della Festa dei Precursori del 2019 del Circolo Vegetariano VV.TT. scritto da Caterina Regazzi e scomparso dal web perché originariamente pubblicato nel vecchio blog del Circolo di Calcata. Siamo riusciti a recuperarlo perché ripreso (a nostra insaputa) da un altro blog.
Sunto:
- Caterina descrive la "Festa dei Precursori 2019" (25-28 aprile), coincisa con la candidatura di Paolo per le elezioni comunali del 26 maggio 2019 a Treia.
- L'evento principale del 27 aprile è stata una discussione sulla spiritualità con interventi di Alberto Meriggi, Peppino Moscatello (su Ramana Maharshi) e Caterina Regazzi (sull'India).
- Il 28 aprile si è tenuta la recita zen coordinata da Paolo D'Arpini, basata su storie zen e cristiane.
- E' stata anche menzionata la gita ai ruderi di Pitino (a San Severino Marche).
Treia. Resoconto della Festa dei Precursori tenutasi dal 25 al 28 aprile 2019
Quest’anno, dal 25 al 28 aprile 2019, la Festa dei Precursori del Circolo vegetariano VV.TT., è stata “condita ” da una novità: dopo un periodo di molto travagliata amministrazione del Comune di Treia, che è stato anche commissariato (e ringraziamo il Commissario, Salvatore Angieri, che si è dimostrato degna persona), ci saranno a breve (il 26 maggio 2019) le elezioni comunali, oltre a quelle europee e il mio caro Paolo ha deciso di candidarsi nella Lista Civica “Democratici per Treia”. Per cui ci sono state riunioni, raccolta adesioni alla lista, etc., insomma tanta attività che, per me che andrei a Treia per rilassarmi non è il massimo, ma si sa, io vado dalla necessità di riposo a quella di rendermi utile in qualche modo, per cui, è stato un bel darsi da fare! Anch’io ho fatto la mia parte, se non altro di connessione tra Paolo (che è tutt’ora privo di cellulare) e gli altri del team.
La Festa è stata una riunione familiare; avevo già scritto e detto che mi sento parte della faamiglia del Circolo Vegetariano e così è stato. Certo, la nostra è una famiglia “allargata” e chiunque, volendo, può entrare ed entra a farne parte, ed è una situazione fluida, c’è che viene e c’è chi va. C’è anche chi c’è ma non fisicamente: alcune persone amiche non sempre possono essere presenti ma noi li abbiamo nel cuore e ci sono persone che se ne sono andate magari sbattendo la pora, ma noi le teniamo comunque nel cuore e speriamo che un dì quella porta possano riaprirla. Ecco queste cose difficilmente mi viene da dirle a parole, mentre scrivo,, non so com’è, escono da sole.
E allora via con una piccola descrizione degli eventi: il 25 aprile una bella passeggiata-escursione in una meravigliosa giornata di sole, a Pitino, dopo la riunione all’Auser per la modifica dello statuto, con Giampaolo (Piero) che ci ha ospitato nella sua auto ed ha fatto tante bellissime foto, Orietta, la sua amica Giusy, sua sorella Margherita, Mara, l’immancabile (evviva Mara!), Silvana, Liana (le due attrici), Simonetta e Fernando.
Il 26 non avevamo alcun programma particolare, solo aspettare l’arrivo di alcuni amici da Vignola: Maria, Peppino e Grazia e che dovevano passare a prendere a Riccione, Upahar e Venu, con i loro mille strumenti, e Kamin ed Ettore da Follonica. Amici che ormai sono come fratelli. La sera siamo andati al centro Adesso Yoga per la prova finale della recita zen “Il teatro delle Immagini Parlanti”, spettacolo previsto per il 28 aprile.
Il 27, al mattino, una micropasseggiata per Treia, io e pochi coraggiosi. Intanto che eravamo in piazza, vedevamo vari gruppi di candidati delle varie liste che si muovevano. Era l’ultimo giorno per la presentazione delle liste, comprese le firme. Ho così avuto modo di chiacchierare un po’ con Mozzoni e con Patassini (che non conoscevo), sostenitori di una delle due liste avversarie. Al pomeriggio ci siamo riuniti al Circolo, con alcuni altri partecipanti, tra cui il fedele prof. Alberto Meriggi, che ci ha edotto delle storie di alcuni santi e beati treiesi. Infatti l’argomento principale di questa edizione era la Spiritualità. Ha fatto seguito Peppino Moscatello con una dissertazione su Ramana Maharshi, avendo appena tradotto e pubblicato un testo su di questo grande maestro indiano, che viveva sull’Arunachala, la montagna sacra, a Tiruvannamalai, dove io, nel mese di febbraio u.s. mi sono recata ed ho soggiornato per circa due settimane, con le amiche e sorelle Mara e Tina. E così ho anch’io raccontato la mia vita spirituale, che è culminata proprio con questo mio soggiorno in India. Upa e Venu hanno condito il tutto con i loro bellissimi canti anche durante il dopo cena ed Upa a sua volta ha parlato della sue esperienza spirituale. Upa, speriamo di averti presto ancora con noi!
Al mattino del 28, domenica, alcuni amici venuti da fuori hanno cominciato a ripartire, prima Maria, Peppino, Upa, Venu e Mara, poi, dopo una lunga chiacchierata durante la quale Paolo ha fatto un riassunto delle sue esperienze spirituali del suo incontro con Muktananda, molto forti, e sempre molto interessanti per me da ascoltare, anche Ettore e Kamin ci hanno salutato con abbracci, baci e promesse di rivederci presto. Dopo pranzo e riposino necessario, verso le 16 io e Paolo siamo andati a piedi, ma per fortuna abbiamo incontrato Nunzio che andava in auto nella stessa direzione (aveva iniziato a piovere) al Centro Adesso Yoga, dove era stata programma la piece teatrale zen, pensata e coordinata da Paolo, basandosi su alcune storielle tratte dal libro “101 Storie zen” ed altri racconti inventati. Storie di monache cristiane e zen, e un aneddoto su un maestro zen e di come era avvenuta la sua conversione, da ubriacone a santo. Gli attori erano tutti amici treiesi o dei dintorni: Liana, Maurizio Angeletti, Nunzio, Morena Oro, Orietta, Silvana, e Paolo stesso. La performance è stata molto molto carina, penso che tutti gli spettatori ed anche gli attori stessi abbiamo apprezzato ed anche recepito i messaggi di determinazione, modestia, semplicità, verità, che le storie volevano trasmettere e che sono insegnamenti validi per tutti, di qualsiasi religione si sia, o anche per chi non segue nessuna religione, ma tutti accomunati da una spiritualità “laica” che va al di là delle credenze per le quali ci sentiamo più in sintonia.
Piccola postilla: mentre ero a Treia, in attesa dell’edizione 2019 (mi pare la 34esima) della Festa dei Precursori ho ricevuto inaspettatamente e graditamente una richiesta di amicizia su Fb da parte di un vecchio amico di Roma di quando avevo 14 anni col quale abbiamo iniziato una piccola corrispondenza. L’ultima mail che gli ho inviato dice così (e non so se dopo questa penserà di lasciar perdere): “Ciao, G.. Non sapevo neanche che quel sito (Politicamentecorretto) aveva pubblicato quell’ articolo che tu hai letto, a mia firma, grazie al quale ti è venuta la curiosità di cercarmi su FB. Era un semplice resoconto di un evento che facciamo tutti gli anni a Treia, intorno al 25 aprile, quello dell’anno scorso (la Festa ei Precursori), condito di qualche semplice considerazione, anche un po’ intima. E’ stata, l’anno scorso, l’ultima volta che la mia cagnetta Magò è venuta a Treia con me, fra un po’ sarà un anno che non c’è più .
Anche quest’anno lo abbiamo fatto (l’evento), ero a Treia proprio quando tu mi hai scritto! Nonostante non sia una brillante scrittrice, spinta da Paolo,mi sono un po’ lanciata: serve anche a guardare meglio dentro se stessi e poi ad esprimere meglio anche con gli altri (intendo anche a parole) i propri pensieri, i propri sentimenti, che a volte ci fanno un po’ paura, o vergogna. Serve, a me è servito, ad accettarmi un po’ di più. Non mi sono mai piaciuta molto, avevo esempi attorno a me che mi parevano molto più interessanti (Raffaella, Denise, Miriam, Tiziana, ecc.ecc.) dal punto di vista estetico e soprattutto perché le trovavo molto più spregiudicate di me. Chissà esattamente cosa significa la parola “spregiudicata”… a naso direi “che se ne infischia del giudizio”, mentre invece io sono sempre stata molto succube del giudizio che pensavo che gli altri potessero avere di me (i miei genitori in primis, poi gli amici, l’eventuale “moroso”, ecc.).
Ora lo sono molto meno, anche se fatico ancora un po’ ad accettarmi completamente, ma queste “autoanalisi”, più che i due anni e mezzo di psicoterapia, mi pare mi facciano bene. Almeno provo la soddisfazione, il “gusto” di conoscermi meglio. Si dice “fino alla bara sempre si impara” ed io questo detto lo applico a me stessa. Come leggi (se sei arrivato fino a qui) forse sono un po’ cambiata, ma neanche tanto. Sono andata a riguardarmi, a Treia, dei quaderni che scrivevo intorno a quegli anni, dei diari, che in parte ho distrutto, in parte ho tenuto e mi sono vergognata da quanto ero sciocca… e forse un po’ lo sono ancora!…”
E la vita continua!
Caterina Regazzi

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………………………
Una memoria del 24 agosto 2009 su come ebbi l’ispirazione di visitare Treia e poi di trasferirmici. Scrivevo a Caterina: “Cara Caterina, oggi mentre stavo al Tempio della Spiritualità della Natura a fare un po’ di siesta nella grotticella e poi mentre tagliavo qualche ramaglia sul sentiero mi è venuta in mente la descrizione della tua casa di Treia. Ho rivisto nella fantasia i particolari di questa casa su più piani simile ad una torre, ma c’è una porta anche nel piano più basso o si entra solo da quello alto? Non credo che potrò mai spostarmi da Calcata ma intanto mi è venuta la curiosità di conoscere meglio quel tuo posto. Magari una volta che hai una settimana libera puoi venire qui, stare uno o due giorni e poi anche andare assieme uno o due giorni a Treia. Che ne dici?…” – Il 2 gennaio del 2010 in effetti andammo a Treia. E vista la città e la casa di Caterina sentii che questo è il mio posto!”
Stati Uniti 250° anniversario - 4 luglio 1776/2026
L’antefatto
La Dichiarazione d’Indipendenza proclamata il 4 luglio 1776 a Filadelfia è il risultato della sollevazione dei coloni anglosassoni contro la madrepatria Inghilterra.
La miccia che dà fuoco all’insurrezione è il tè. L’Inghilterra importa a basso costo dall’India e dalla Cina le foglie da tè, le lavora ed esporta il prodotto finito.
Lo esporta anche nell’America del Nord, creando un pesante rapporto di sudditanza economica attraverso l’uso delle tasse d’importazione previste dalla legislazione britannica di globalizzazione coloniale.
L’imposizione di balzelli e regole che deprimono l’economia locale stimola nelle colonie inglesi la richiesta di una autonomia che Londra non concede, innestando uno scontento che si trasforma in disobbedienza civile e movimento d’indipendenza.
La repressione che ne segue spinge i coloni a staccarsi dalla madrepatria e, il 4 luglio 1776, a darsi un proprio Stato con una Dichiarazione d’Indipendenza in cui sono scritte queste parole “Consideriamo verità evidenti per sé stesse che tutti gli uomini sono creati uguali”.
La nascita di fatto degli Stati Uniti d’America avverrà, dopo una guerra di sette anni, con la vittoria dei coloni.
Il nuovo Stato
Tredici anni dopo, nel 1789, a Filadelfia il varo della Costituzione dà compiuta forma istituzionale al nuovo Stato.
Ma la prima Costituzione repubblicana della storia dimentica la base etica contenuta nella Dichiarazione del ’76.
Il principio “tutti gli uomini sono creati uguali”, base sociale della democrazia che arriva dall’Europa col Secolo dei Lumi e si realizzerà con la Rivoluzione Francese, non c’è più, sostituita da “Noi, popolo degli Stati Uniti”
Nel testo della Costituzione neanche la parola “democrazia” c’è, deliberatamente esclusa dai padri fondatori che temono la “tirannia della maggioranza” (testuale).
E il macchinoso e controverso sistema elettorale presidenziale è solo uno degli argini alla volontà dell’elettore, il quale
· deve registrarsi e rivelare a quale partito fa riferimento;
· non voterà direttamente per il suo candidato alla presidenza, ma per delega a “grandi elettori” che potrebbero anche non rispettarne il mandato non avendone l’obbligo in quasi la metà degli Stati dell’Unione;
· sarà chiamato a votare il martedì, giorno lavorativo che limita l’affluenza ai seggi.
Per i padri fondatori i concetti di uguaglianza e democrazia risultavano contradditori dato che il motore dell’economia statunitense era lo schiavismo, “senza il quale c’è da domandarsi se questa nazione sarebbe diventata una nazione”. (Stephen J. Mount, Constitutional Topic: Slavery).
Pudicamente i redattori della Costituzione sostituirono la parola schiavi con la formula “quelle persone”. E poiché bisognava legittimare anche la tratta di “quelle persone”, cioè degli schiavi, estesero l’ipocrisia scrivendo “il commercio di quelle persone non sarà vietato prima dell’anno 1808”.
La Carta fondante degli Stati Uniti legittima la schiavitù e, per i successivi vent’anni dalla sua stesura, legittima pure l’importazione di “quelle persone”.
La tratta degli schiavi, carne umana trasportata in condizioni spaventose e considerata merce fra le tante, sarà utile pure al bilancio statale in quanto soggetta a tariffe doganali. (Il XIII emendamento “abolizione della schiavitù” arriverà 76 anni dopo).
Per i popoli nativi, i veri e soli americani, che già la Dichiarazione d’Indipendenza definiva “i crudeli, selvaggi indiani”, il colonialismo d’insediamento anglosassone significò genocidio. Gli Stati Uniti stipularono 371 trattati con le nazioni native e non ne rispettarono alcuno.
Le vistose falle che gli Stati Uniti esibiscono nel 250o, hanno queste radici e illustrano il quadro storico in cui si colloca la celebrazione.
Giorgio Stern