Dall’Odissea del Saul Arpino smarrito in Emilia - Ed altre facezie!

“Mentre Eraclito è il filosofo del divenire e della dinamicità, Parmenide è il filosofo dell’essere e della staticità… Ma valà..?!” (Saul Arpino)


…cari amici vicini e lontani, sono qui a narrarvi emozioni e  fortissime sensazioni. Un grandioso avvenimento è trascorso sotto i nostri occhi: La transumanza dell’apparentemente inamovibile  Saul Arpino, detto il Parmenide. La sua fuga o rapimento voluttuoso da Calcata a Spilamberto.  Un volo d’amore! Un poema dell’Anima degno del Boccaccio! O dell’Ariosto, a scelta!

Dunque, riepiloghiamo.

Ho ancora nelle orecchie gli echi del canto che ha accompagnato il commiato del Nostro da Calcata (http://www.circolovegetarianocalcata.it/2010/06/10/calcata-29-giugno-2010-chiusura-dei-festeggiamenti-per-il-solstizio-destate-tavola-rotonda-le-stagioni-come-metro-sociale-sessuale-e-riproduttivo-nella-societa-umana-ed-in-natura%e2%80%9d/ )

Sento ancora la voce melodiosa provenire dal boschetto di Priapo che intonava….

“Non dimenticar che ti ho voluto tanto bene………” mentre la cricca delle 12 verginelle, 12 devote al gran Dio (Priapo….),  gorgheggiava con voci gutturali e urla scimmiesche:  “Woof woof, ah, ha, ahhh!”

I portatori della lettiga sulla quale erasi mollemente adagiato l’Arpino intonavano con voce virile…  “Addio, mia bella addio, che l’Arpino se ne va…..e se non lo portassi anch’io sarebbe una viltà….”

 L’aspetto più portentoso di tutta la processione era la presenza di un Coro Celeste  Oscuro (misto di angeli e demoni)  che anticipavano la mesta compagnia. Gli angeli volavano a mezza altezza sopra la lettiga trasportando un grande striscione con la scritta…. “Il coro degli Angeli mi fa sognare ancora….dolcemente dolcemente, un sogno fatto di felicità…..”,  mentre i demoni si sfregavano le corna ed intrecciavano le code suonando “Il trillo del Diavolo” su violini infernali.  

Infatti  i luoghi santi calcatensi, per il principio della “pariglia” non hanno solo presenze benigne ma anche malvagie. La dimostrazione veniva anche  dal corteo (che seguiva ignominiosamente) di un gruppo di gay, travestito da gaypride, che stonava….”Noi siam come le lucciole ya ya ya yaaaa, viviamo nelle tenebre..ya ya ya yaaaa…schiavi d’un mondo brutal…popopopopopopo ( gorgheggio di  bassotuba), noi siamo i fior del maaaaaal…” 

Nel  frattempo in lontananza, e precisamente da Faleria,  giungeva ad ondate, portato dal vento caldo d’Oriente,  un canto di ottimistico saluto. Questo, che usciva da una tromba da giradischi “ La Voce del Padrone”  a 78 giri, che ci ricordava la voce di don Marino Barreto Jr che sussurrava…..”arrivederci….con una estretta di mano, da buoni amici sinceri… ci salutiamo col dir….  arrivederci…”

Ma ora eccoci qui, cari amici, davanti alla porta principale di Spilamberto, sotto la quale in passato sfilarono prenci et cavalieri (anche perché, nelle vicinanze, eravi un loco ove scaricare le proprie vergogne).  Sotto gli archi di questo torrione antico mendicò Spillo, un frate cantautore che, a comando, e dietro lauta mancia, improvvisava Laudi al Signore. In questa cittadina, posta a due passi dallo Spielberg, castello dedicato nei secoli passati alle cure reumatiche, come ricorda nei suoi diari salutistici il noto naturopata Silvio Pellico, vi fiorì anche il grande scrittore e poeta Friedrich Spielhagen, nato nel 1829 e seguace della Grande Cermanya. Gran parte dell’opera di questo poeta è però comunque sciupata dalla tendenziosità politica. Insomma, un luogo ameno e tranquillo (od almeno così pare..).

Così pertanto vi appare il Saul Arpino Parmenide, pelato, canuto e barbuto, nonché munito dalla tradizionale valigia di cartone legata con spago santo di canapa oleosa, Egli è stato scambiato dalla popolazione di villici locali per un santone, erede di un tal padre Pio pi pio pio….detto anche  “Delle Gallinelle”.  Santone giramondo e giraluna, vagamente hippie e yuppie (come tutti i frati, con un sovraccarico per i cappuccini.)

Quelle brave persone di villici spilambertiani( o spiambertesi come dir si voglia) non si sono fatti attendere e, di diritto e di rovescio, hanno trovato un asinello su cui caricare l’Arpino (da ora denominato: “Colui che siede sull’asìno”). Tutto ciò mentre alcuni fanatici della nuova religione  materialistica “newagemarketing” si esibiscono danzando coi piedi nudi su finti carboni ardenti.  Et voilà  arriva anche la grande orchestra strumentale Northern Kamurra composta esclusivamente di camorristi al konfino. Il complesso strumentale è così articolato: caccavella, triccheballacche, scetatevaiasse e putipù. In disparte, alcuni coreuti vestiti di velluto nero assicurano il ritmo con l’uso magistrale delle guimbard, o scacciapensieri.

Un Coro di Gallinacci del vicino mercato dei polli intona:  “La gallina fa coccodèèè, il galletto chicchiricchiiiii..” E s’ode di lato:  “Vieni amore il sole spunta già.. Quaqquaraquaqquaquà… quaqquaraquaqqualààààààà” che è l’inno corale delle voci grezze di anatra pseudo selvatica di un  allevamento intensivo, mentre in lontananza si disperde il ritmo della caccavella….. “Voooom, vooom, vooom…”.

Si tratta, cari amici vicini e lontani, di uno spettacolo entusiasmante, al quale tutti voi vorreste partecipare, pari solo alla trasfigurazione di  Priapo nell’orto delle fragole.

Mentre il ciuchino, affittato dal vicino tendone del Circolo Orfei, s’inchina ogni tre passi rendendo precaria la permanenza dell’Arpino sulla sua groppa,  ed alcuni animalisti vegetariani vengono a porgere doni (al ciuchino ed all’Arpino): si tratta di manciate di grano saraceno, di orzo, di uva ursina, di caramelle  al permanganato, dette “della buona creanza”, quelle che tingono le urine di uno splendido colore verde. Arpino però preferisce attingere  al contenuto di una catana (sacchetta calcatese) che porta a tracolla  e sparpagliando a destra ed a manca, manciate di pangrattato secco misto a scorze di formaggio pecorino e di prugnole amare tagliate molto fine.

E’ a questo punto che nugoli di badanti ucraine lo acclamo e proclamano “Grandissimo Atamano”.



IL DISCORSO.

Assembratasi la turba,  l’Arpino è invitato dai seguaci più stretti a tenere un discorso. Salito pertanto su di un trogolo rovesciato, egli pronuncia il  “DISCORSO DEL TROGOLO”

Care, cari… Fratelli e sorelle, cugini e cugine, zii e zie… nonni et nonne, fratelli carnali, di sangue e di latte, amici vecchi e nuovi eccomi infine tra voi che mi vedete, per diffondere la Lieta Novella (ed egli mostra, tra gli applausi del pubblico, il nuovo numero di…Novella 2000!)

Poi continua… “I Nostri Comandamenti sono direttamente impartiti a voi dal Gran Dio Priapo, calcatense, protettore di Calcata e dei suoi fiumi, che mi ha inviato al vostro cospetto affinché possiate assistere all’emissione del Verbo…  I nostri Comandamenti sono dieci imperocchè non vanno oltre il numero delle nostre dita.

Essi sono i MEMORABILIA (detti memorabili.)

1)      Siano le babbucce calzate in ordine. Quella sinistra calzi il piede sinistro, mentre quella destra il piede rimanente.

2)      Siano introdotte nel naso le dita della mano destra (o della sinistra per i mancini…) nel seguente ordine: mignolo, anulare, medio, indice ed indi: pollice.

3)      E’ vietato mangiare le unghie dei piedi.

4)      Sono vietate le flatulenze ed i carmi emessi sotto vento.

5)      Siano tutte le strade rinominate coi nomi benedetti degli adepti del Maestro Parmenide.

6)      Al risveglio e all’atto di prendere sonno sia invocato cinque volte il sacro nome del Dio Priapo.

7)      Sia istituita nella data ricorrenza del mio ingresso a Spilamberto, che coincide con l’apparizione della Dea delle Selve, Priapa, la Festa cittadina, dedicata alla santa Priapa Spilambertina.

8)      Non desiderare i rifiuti già differenziati da altri.

9)      Non inserire bigliettini contenenti barzellette oscene negli anfratti del muro del pianto.

10)  Traversando a piedi nudi e con gli occhi bendati il deserto di sale, non devi toglierti le mutande. Imperocchè la luce solare, rimbalzata dal biancore di sale, ferisce i glutei.

Eccovi, o amici vicini e lontani, il resoconto verace di una grande giornata, occorsa nella presentazione del Saul Arpino Parmenide a Spilamberto.

Alla prossima riporterò “I sermoni del ponte sul Panaro ad Altolà”

Omerus Georgius Vitalicus




Dall’Ashram di Swami Muktananda al Tempio della Spiritualità della Natura, le due incarnazioni del cane Shankar e della cagna Vespa



Si chiamava Vespa, questo il nome che le era stato affibbiato dai suoi vecchi padroni, due anziani contadini di Faleria. Ma da parecchio tempo non stava più nella campagna faleriana essendosi trasferita, con il mio consenso, nel Tempio della Spiritualità della Natura in quel di Calcata.

Ed infine  se n’era andata  la cana guardiana, ormai vecchia e malandata, che custodivo in un recinto al Tempio. Il fatto stesso di tenerla ristretta in un recinto era motivo di continui interrogatori da parte di nuovi visitatori.

“Perché  tu che ti dichiari animalista tieni questa cagna rinchiusa? Ma la fai uscire ogni tanto? La porti a spasso, La curi a sufficienza, la spulci quando serve, la fai visitare dal veterinario, quanti anni ha?….” Ed infinite altre domande mi venivano poste senza ritegno…

Ed ogni volta ero costretto a raccontare la storia di Vespa, dall’inizio, dalla sua vita “precedente” in forma di un  cane denominato Shankar che stava nell’ashram di Swami Muktananda a Ganeshpuri (India). Un cane che non si era mai assuefatto alla disciplina ashramitica, che scappava fuori a far danni e faceva danni persino dentro... infastidendo gli altri animali lì custoditi.  Per questa ragione era un po’ ostracizzato dagli ashramiti e tenuto sotto stretto controllo e pure punito all’occorrenza.  Ricordo diverse volte in cui vidi questo cane che incrociando Baba (il mio Guru) si metteva a tremare dando segni di insofferenza.  In una occasione, in cui aveva combinato qualche guaio più serio del solito, alla vista del Guru si mise a latrare e sbavare e Baba, che passeggiava sempre con un bastoncino da  Sadhu (dandha) glielo tirò dietro colpendo Shankar nel di dietro… Il lancio era perfetto ma la forza non era eccessiva e il dandha toccò appena la bestia che comunque guaendo si allontanò..

Eppure io, abituato a pensare in termini “animalisti” occidentali, non apprezzai molto quella scena e siccome dormivo in uno stabile agricolo nel giardino esterno, dove lo stesso Shankar bazzicava,  iniziai a familiarizzare con il cane, accarezzandolo e dandogli importanza… Forse mettendomi anche in contrapposizione al Guru, ritenendo la sua severità immotivata od esagerata.. “In fondo bisogna essere compassionevoli con tutti gli esseri, animali compresi, perché  Baba ha manifestato tanta severità?” Dicevo fra me e me  sentendomi io stesso più buono del Guru…

Il caso volle che di lì a poco tempo io stesso ricevessi una lezione esemplare sulla testardaggine e mancanza di rispetto da parte del cane Shankar. Una sera caldissima di luglio decisi di passare la notte fuori della ex stalla, nella quale  solitamente dormivo, anche se fra il dentro ed il fuori, essendo le pareti composte di muretti bassi appena un metro e venti, non c’era molta differenza,  ma io speravo che a cielo aperto spirasse un po’ di venticello che mi desse refrigerio e scacciasse le fastidiose zanzare che mi perseguitavano ogni notte.  Siccome dentro la stalla dormivo sul pavimento in cemento e fuori avrei dovuto sdraiarmi sulla terra andai a chiedere al magazzino una stuoia in vimini spiegandone la ragione. Il magazziniere, forse già sospettando qualcosa, si raccomandò che l’indomani restituissi la stuoia come l’avevo ricevuta. Io un po’ meravigliato per la pignoleria affermai che sarebbe stato così e afferrai il rotolino già alquanto consunto che mi avrebbe fatto da giaciglio e me ne andai.

Giunta la sera, tutto contento, mi accinsi a cercare uno spazio comodo sulla spianata antistante la stalla, presi un paio di longi (lenzuolini leggeri, che avevano varie funzioni, ivi compresa quella di gonnellino, scialletto ed asciugamano) e mi sdraiai beatamente a contemplare il cielo stellato… mi sentivo in paradiso!

Ma la mia goduria fu di breve durata, di lì a poco apparve sulla scena il grosso cane Shankar, il quale memore delle simpatie da me dimostrate nei suoi confronti si mise subito a saltarmi addosso ed a balzellare sul mio corpo… avevo un bel cercare di scansarlo.. niente da fare non sentiva ragioni..  continuava tutto il tempo a spiaccicarmi e mordicchiarmi senza ritegno. Mi alzai,  lo scacciai ripetutamente ma lui restava lì dappresso ed appena giacevo mi ripiombava addosso, uno sfinimento senza soluzione alcuna..  Alla fine mi arresi, smisi di reagire e mi sottoposi alla mercé di Shankar, restai immobile sperando che con il mio fermarmi anche lui si sarebbe fermato… Ma non fu affatto così… Egli prese a sbrodolarmi sulla faccia ed in tutto il corpo.. poi, visto che ormai non mi muovevo più, cominciò ad addentare e rosicchiare i miei longi.. ed ovviamente se la prese con la stuoina, che anzi  sembrò particolarmente di suo gusto tant’è che  la ridusse a minuti brandelli, salvo la parte coperta dal mio corpo sfiancato….

Altro che sollievo e refrigerio, altro che pace sotto il cielo aperto, non chiusi occhio tutta la notte, neanche un minuto, mentre il cane soddisfatto compiva la sua opera devastatrice e le zanzare imperversavano contente della mia immobilità (se avessi fatto cenno di scacciarle il cane avrebbe ripreso a tormentare il mio braccio).

Finalmente giunse il mattino,  potevo così rientrare nella stalla appena aperta, ove andai a riporre i longi ed i resti della stuoia, e poi mi recai subito ai bagni per darmi una bella rinfrescata.   Terminata la routine mattutina (meditazione, canti, lavoro, etc.)  tornai in magazzino per restituire la stuoia avuta in prestito. Il magazziniere mi guardò interrogativo:  “What is this mess?” –  “It is your mat that I bringing back” – “What, watth..?” – “The fault is  of Skankar, the dog.. he did all the michief..” – “But you were responsible for the mat.. non the dog..”

Insomma mi dovetti sorbettare la predica… e starmene zitto!

In seguito il cane deve averne combinata una veramente grossa perché scomparve sia dall’ashram che dal paese di Ganeshpuri in cui andava sovente a compiere le sue scorribande selvagge, probabilmente aveva fatto secca una gallina di troppo e qualche paesano l’aveva finito a  bastonate.

E questo è il primo tempo. Ed ora passiamo a Vespa.

Quando ancora gestivo il circolo vegetariano di Calcata, usavo acquistare alcuni prodotti biologici da una anziana coppia di  contadini di Faleria che mi fornivano di vino, verdure, olio, etc. Siccome vivevano da soli ed erano già alquanto acciaccati (operazioni varie, malattie, strascichi, etc.) avevano pensato di farsi un cane di grossa taglia per far la guardia alla casa ed al fondo. Qualcuno gli aveva procurata una bastarda nera e robusta, piena di energia. Anzi troppo piena di energia... tant’è che era completamente ingovernabile, correva appresso ai polli, scavava buche profonde nell’orto distruggendo ogni cosa. Saltellava addosso ai visitatori, senza però minimamente svolgere la funzione per la quale era stata presa: fare la guardia!

La bestia per la sua irrispettosità e incontrollabilità fu così denominata “Vespa”.

Gli anni passavano senza che si potesse far nulla per addomesticarla.  Fu tenuta legata con una catena che scorreva su un lungo filo d’acciaio ma a forza di scorrere e tirare la cagna riusciva sempre a staccare la catena che si consumava sino a fendersi,  una volta addirittura, tirando quando era tenuta al guinzaglio del vecchio padrone, che cercava di riportarla al suo posto, fece cadere  l’anziano che si ruppe un femore.  Inutile dire che i due vecchietti non sapevano più che fare, infine costruirono un piccolissimo recinto di bandoni in lamiera e vi richiusero la cagna.

Ogni volta da allora che andavo a comprare le verdure vedevo l’animale lì rinchiuso che saltellava,  e mi faceva pena.. le portavo perciò qualcosa da mangiare e magari le davo pure una carezza. I vecchi continuavano a lamentarsi dicendo che non potevano più occuparsene, che dovevano andare all’ospedale e non sapevano come fare con il cane, etc. Infine presero il coraggio a due mani e mi dissero: “Beh, lì a Calcata tu hai quel terreno dove tieni tutte quelle bestie, prenditi anche questa cagna e sollevaci da questo peso..” 

A  quel tempo nel Tempio ospitavo diversi animali, capre, pecore, galline, papere, conigli, etc, e pure un cane a me fedelissimo e bravo di nome Herman, che aveva già una decina d’anni. Così pensai che in fondo potevo tenermi pure Vespa e che l’avrei educata io a dovere… ed inoltre avrebbe sostituito Herman, ormai un po’ vecchiotto,  nella sua funzione di guardiano. Ero lì davanti alla cagna, incerto sul da farsi ma i due contadini erano così imploranti e la cagna così saltellante che infine acconsentii e presa la bestia  al guinzaglio la feci salire in macchina e me la portai via……

Tirava, tirava… mai era stata avvezza a camminare affiancata, tirava e tirava. Ma io ero ancora giovane e forte e strattonandola cercavo di insegnarle l’educazione… Tirava ancora di più davanti alle pecore ed agli altri animali e compresi subito che forse l’educarla avrebbe preso più tempo del previsto. 

“Poco male –mi dissi-  intanto la metto qui con questa bella catena lunga e poi giornalmente la addestro,  magari facendomi aiutare dal mio  fedele Herman”.

Passano i giorni, passano i mesi.. la cagna tirava e tirava e di tanto in tanto scappava pure e una gallina oggi, un gatto domani, ed un coniglio dopodomani,  pian piano stava assottigliano la fauna locale, in questo dando anche il cattivo esempio al pur fedele Herman. Non c’era catena che reggesse al suo sfregamento continuo. Dovetti rinforzare tutti i recinti degli animali, ma  Vespa era bravissima a scavare, una vera cacciatrice indomabile. Poi accadde che Herman si prese una leshmaniosi e dopo un mesetto di agonia spirò in pace, era già vecchio e credo che il suo tempo l’avesse comunque vissuto, Cercai allora di concentrami sull’addestramento di Vespa… ma non ci fu nulla da fare… (riuscì pure a far secca una mia affezionata pecora che avevo da quando era agnellina) ed inoltre  scappava fuori dal terreno per  andare a far razzie negli ovili del paese nuovo di Calcata.

“Guarda… -mi disse qualche pecoraro- già abbiamo avuto danni, se la tua cagna la ritroviamo su non torna più giù…”. L’avviso era chiaro e decisi perciò di costruire un bel recinto grande con vecchie reti da letto e pali di ferro e vi rinchiusi la cagna “for good”.  Ancora di tanto in tanto cercavo di portala in giro al guinzaglio nel tempio  ma anch’io un paio di volte inciampai… e il ricordo del contadino faleriano e la mia età avanzata mi consigliarono infine di lasciar la cagna dove stava.. nel suo bel recinto e di nutrirla al meglio, con gli avanzi di casa, senza più toccarla. Le crocchette  e le scatolette che non avrei mai comprato me le portò Luisa per quattro o cinque anni e questa fu la consolazione di Vespa, che passava il suo tempo ad abbaiare ai gatti di passaggio, che però non poteva più azzannare (solo una volta o due riuscì a scappare ed a farne secchi un paio)…

A modo sua Vespa ha pagato il suo karma e compiuto il suo dharma,  nella forma migliore che le fosse possibile… quando stavo per lasciare Calcata, il 3 luglio del 2010, era bell’e morta... Ha aspettato fino all’ultimo giorno e se ne é andata mentre anch’io  dovevo andarmene  a Treia…


Paolo D’Arpini




Scorrere nel grande flusso dell'esistenza...



Secondo Ramana Maharshi, tutto ciò che noi viviamo è stabilito dal momento della nascita, la nostra libertà sta nel sentirci  o meno coinvolti, reagendo con desideri o repulsioni nei confronti del vissuto in corso. Desideri e repulsioni producono forme pensiero che vengono successivamente proiettate in altre "incarnazioni" (non intendendo particolarmente  incarnazioni dello stesso ente). Queste forme pensiero insomma producono nuovi nomi e nuove forme che cercano un completamento. E' un meccanismo spontaneo dell'evolversi della coscienza nello spazio tempo. 


Comunque -sempre menzionando Ramana Maharshi: "dal punto di vista del Sé (Coscienza impersonale assoluta) non esiste progresso o regresso ma dal punto di vista della mente l'evoluzione è continua."

Ed in verità se assumiamo un atteggiamento distaccato, lasciandoci scorrere nel grande flusso evolutivo, non significa che le nostre predisposizioni non possano interagire con le situazioni. Il distacco consente una migliore prestazione. Ma anche questo atteggiamento è in qualche modo "determinato" dal processo evolutivo in corso. 

Per questo nel Libro dei Mutamenti  (I Ching) si distinguono le due tendenze:  involutiva (la via degli ignobili) ed evolutiva (la via dei nobili), come indicatrici del livello di adesione alla realtà. 

E la vita si gode quando non c'è repulsione o desiderio ma quando si persegue la propria natura con soddisfazione ed innocenza.

Paolo D'Arpini



La filosofia di Costanzo Preve...



La filosofia è un campo di battaglia, Costanzo Preve condivideva questa affermazione di Kant, naturalmente “campo di battaglia di idee”, in questi giorni constatiamo quanto tale affermazione sia negata nella sua prassi. La famiglia Preve ha dovuto difendere il compianto Costanzo Preve dall’accusa di negazionismo. La parola negazionista è tornata a circolare in quest’ultimo anno. La parola frecciata è utilizzata nella sua tragica associazione all’Olocausto per tacitare coloro che vorrebbero dialogo e maggiori e più trasparenti informazioni sullo stato attuale della pandemia. La parola “negazionista” è utilizzata, in generale, per tacitare le idee dissenzienti e coloro che sfuggono dalle maglie della gabbia d’acciaio e che si sottraggono alla ghigliottina del pensiero unico. Non è garanzia di verità sottrarsi al conformismo generale, e la ragione non è detto che stia dalla parte dei dissenzienti, ma in una democrazia ci si confronta sulle idee e sulle argomentazioni come Platone ci ha insegnato nei suoi dialoghi. L’accusa di “negazionismo” a Costanzo Preve non ha ragion d’essere alcuna.

Chiunque abbia letto i suoi innumerevoli testi non troverà mai una sola affermazione che possa essere associata al negazionismo. Costanzo Preve da libero pensatore con l’abitudine alla complessità e all’inserimento degli eventi storici all’interno di contesti e prospettive concrete ha sempre denunciato l’uso dell’Olocausto a fini politici ed imperiali. Il mondo accademico abituato alla “citatologia”, come affermava il filosofo Preve. Per Costanzo Preve l’Olocausto è stato un crimine contro l’umanità doppio: la prima volta con l’assassinio di milioni di esseri umani inermi, la seconda volta con l’uso strumentale di tale crimine per occultare crimini eguali come le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e per congelare il presente in un tempo mitico senza futuro ed alternative.

 

Per la democrazia del confronto

Non vi sarà democrazia sostanziale fin quando non saranno riconosciuti i crimini dei vincitori e dei vinti. L’Olocausto è stato trasformato nell’ottica di Preve in una religione da usare per impedire la vista delle forze che umiliano e sussumono l’umanità nella contemporaneità, per cui si spingono i giovani ad immaginare che il nazista è sempre alle porte, di conseguenza le forze che precarizzano e privano della loro dignità intere generazioni possono tranquillamente operare, in quanto l’attenzione è orientata al passato, mentre il presente è un Eden in cui regna la tecnocrazia con i suoi servi. Costanzo Preve è stato un filosofo, perché ha pensato e vissuto la filosofia, in un mondo accademico che, in media, è banalmente allineato sulla linea del potere. Preve ha testimoniato nella carne vissuta che è possibile rendere la filosofia prassi vissuta, e forse, questo lo ha reso pericoloso ed incomprensibile. Alla filosofia come campo di battaglia è succeduta la filosofia come mezzo per adeguare le menti alla globalizzazione e all’economicismo. Normalmente la filosofia, in tal modo, è tradita ed uccisa. Il crimine che fu compiuto contro Socrate continua a perpetuarsi anche nel presente in modo differente, anche semplicemente con l’ostracismo mediatico delle idee. Il consiglio che avrebbe dato Preve a coloro che lo accusano di negazionismo o altro, sono convinto, sarebbe stato di leggere le sue opere e poi giudicarlo. Tale invito sarebbe stato dato con notevole “passione”. Concludo riportando ciò che Costanzo Preve affermò in una intervista effettuata da Alessandro Monchetto:

La mia bussola di orientamento oggi si basa su tre parametri interconnessi:

    1. a) il principio di eguaglianza massima possibile all’interno di un popolo su diritti, consumi, redditi, partecipazione alle decisioni. Centralità del tema dell’occupazione. Posto fisso preferibile al lavoro temporaneo, flessibile e precario. Diritti eguali agli immigrati (che non significa immigrazione incontrollata). Messa sotto controllo del capitale finanziario speculativo di ogni tipo. Preferenza del lavoro rispetto al capitale. Difesa della famiglia e della scuola pubblica;

    2. b) il rifiuto del colonialismo e dell’imperialismo, che oggi hanno come aspetto principale l’impero USA ed in Medio Oriente il suo sacerdozio sionista, che utilizza per i suoi crimini il senso di colpa dell’Europa e dei suoi intellettuali rispetto al genocidio effettuato da Hitler, che ovviamente non mi sogno affatto di negare. Diritto assoluto alla lotta per la liberazione patriottica (lo stato nazionale esiste, eccome, ed è un bene e non un male, come dicono i seguaci di Negri e del Manifesto) per l’Iraq, l’Afganistan e la Palestina. Appoggio a tutti i governi “sovranisti” indipendenti (Venezuela, Iran, Birmania, Corea del Nord, Bolivia, eccetera), il che non implica necessariamente l’approvazione di tutti i loro profili interni ed esteri;

    3. c) considerazione dell’elemento geopolitico e rifiuto della sua virtuosa ed infantile rimozione. A differenza di Losurdo, non penso affatto che la Cina abbia una natura sociale “socialista”. Ma la appoggio egualmente, perché un equilibrio multipolare è preferibile ad un unico impero mondiale USA con vari vassalli (fra cui l’Italia è la più servile, con possibile eccezione di Panama e delle Isole Tonga). Chi appoggia questa cose è per me dalla parte giusta. Se poi si dichiara di destra o di sinistra, questo è affare suo, della sua biografia politica e della sua privata percezione valoriale. Ma la percezione valoriale è un affare privato, come i gusti sessuali e letterari e la credenza o meno in un Dio creatore1.

Il pensiero plurale e complesso non è facile che “passi” in un’epoca in cui domina il semplicismo ideologico in generale, e l’astratto contro il concreto. In attesa di tempi all’altezza della nostra condizione umana si deve ricominciare ad andare alle fonti per sottrarsi al campo di battaglia, in cui le idee muoiono ed il falso vive.

Salvatore Bravo















Fonte: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/19556-salvatore-bravo-calunnie-nel-campo-di-battaglia.html

Note
1 Alessandro Monchietto : Intervista a Costanzo Preve (ESTATE 2010, «SOCIALISMO XXI»),in Petite Plaisance blog 24/10/2015

Parità di coscienza nella differenza di genere ...

 



Mi chiedo in base a quello che dice Paolo e non solo, come mai se le donne all'epoca del matriarcato sceglievano i maschi in base alle qualità positive di questi, come la solidarietà, la cura verso la prole (?), la disponibilità (in che senso?), il senso di appartenenza alla comunità, e io ci metterei la capacità di proteggere la comunità e la capacità di procacciare il cibo (o anche questo era appannaggio delle donne visto che all'epoca saranno stati vegetariani o per meglio dire, frugivori?) allora come mai poi c'è stata questo cambiamento di rotta verso il patriarcato?

Forse la scelta dei maschi non era stata così attenta? La scelta del compagno forse é ancora oggi appannaggio della donna, quando c'è a disposizione una popolazione maschile entro cui scegliere, e così l'accudimento della prole durante l'infanzia, tranne casi isolati... siamo ancora noi responsabili dello sviluppo emotivo dei giovani uomini e delle giovani donne, ma essendo isolate l'una dalle altre non abbiamo più quella che Sabine chiama "la forza dello sciame" e siamo noi e solo noi che possiamo riscoprire il valore di questa comunità femminile, non dobbiamo aspettare che siano gli uomini a concedercela, no?

Caterina Regazzi 

........... 

Mia rispostina: 

La domanda di Caterina è molto significativa... e merita un'accurata risposta. Ma allo stesso tempo non può essere una risposta esaustiva e definitiva perchè nel rispondere su questo tema si mettono in gioco energie che sono ancora in movimento.

L'evoluzione mentale della nostra specie, come diceva lo stesso Ramana Maharshi, non ha mai fine.. Attenzione si parla di "mente" non di " pura consapevolezza". La mente individuale ed anche quella   collettiva sono  costantemente in un processo di conoscenza -in divenire-, quindi il  percorso è illimitato e perfettibile, mentre la "pura consapevolezza" (il Sè) è al di là dello spazio tempo e non può essere misurata in alcun modo.  In Cina viene definita Tao, in India la chiamano Atman, noi  spiritualisti laici la conosciamo come lo Spirito Universale o Forza Vitale.  

Tornando alla mente, diciamo  che ad un certo punto della nostra storia  il processo di maturazione intellettiva aveva consentito alla donna di assumere l'autoconsapevolezza psicofisica e quindi di prendere coscienza dell'io, uno stadio che tutti gli zoologi conoscono bene quando analizzano i comportamenti degli animali, per vedere se essi sono in grado di riconoscersi allo specchio, ad esempio, o in altre forme.  

Ovviamente non si tratta dell'autoconsapevolezza del Sé (nel senso superiore) ma della coscienza di rappresentare uno specifico nome forma, ovvero la mente ed il corpo... insomma si tratta dell'ego.  
Ma l'ego è una pietra miliare importante per lo sviluppo della coscienza. In ogni caso la crescita intellettuale deve partire dall'ego.

Quindi allorché questo stadio venne raggiunto da un'ipotetica "prima donna" (quella Eva che gli scienziati definiscono la madre di tutte le madri, sulla base del  messaggio DNA mitocondriale contenuto nel midollo spinale femminile), sorse il problema di come elevare nell'uomo (s'intende il maschio) lo stato di autocoscienza e giudizio.

Per far ciò era possibile la sola via genetica, quella della trasmissione di certe caratteristiche ritenute evolute. Però nelle società matriarcali antiche l'uomo non poteva esercitare (perché non in grado) ruoli di responsabilità sociale, o poteva farlo molto limitatamente, per cui si rese necessario nel gioco dell'evoluzione della specie che l'uomo assumesse su di sé la conduzione della società umana. Da qui la nascita del patriarcato, con il bene ed il male che ne consegue. Il bene è la ragione portata alle sue vette, il pensiero astratto, la filosofia, etc. il male è la dominanza e lo sfruttamento "utilitaristico" non solo delle donne ma anche delle altre specie e delle risorse naturali.

Oggi siamo arrivati al punto in cui l'uomo (il maschio) ha compiuto i passi necessari per pareggiare il suo livello di autocoscienza ed intelligenza a quello della donna. Pertanto non è più necessario il mantenimento del patriarcato, che è stato comunque utile nel  piano di sviluppo globale della specie umana -come lo fu il matriarcato precedentememente.  

Ora il maschile ed il femminile  possono camminare fianco a fianco utilizzando entrambe le  capacità mentali all'unisono. La capacità analogica (femminile) e quella logica (maschile). L'integrazione di queste due forme d'intelligenza consentirà -come anche afferma lo psicologo Michele Trimarchi- alla specie umana di compiere il successivo passo evolutivo, verso una più matura "coscienza spirituale" (laica).

Se non si autodistrugge prima...

Paolo D'Arpini

 Paolo D'Arpini e Caterina Regazzi



In approfondimento al discorso contenuto in un precedente articolo:http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2011/12/biospiritualita-evoluzionismo-relazione.html


Ricapitolando tra fisica e metafisica...

 


Ricapitolare significa rivedere i fatti penosi della realtà fisica e metafisica al fine di sciogliere la perturbazione e la mortificazione che hanno comportato in noi.

Ricapitolare consiste nel rivedere gli eventi assumendocene la responsabilità incondizionata e piena. Solo così possiamo sciogliere le perturbazioni, possiamo chiudere il loro rubinetto che sgorga e disperde le nostre energie fisiche e creative, la nostra qualità della vita.

Portando l’attenzione sull’origine delle proprie pene fisiche e metafisiche, possiamo riconoscere che esse originano da fatti esterni, cattivi comportamenti e/o giudizi nei nostri confronti.

Portando l’attenzione su di noi, possiamo riconoscere che le medesime pene non derivano da proprietà di fatti esterni. Possiamo prendere coscienza di averle inconsapevolmente attribuite noi secondo un fondamentale processo psicologico, detto della proiezione, secondo la nostra morale e i nostri valori.

A quel punto nulla più osta a riconoscere in noi stessi la genesi dei nostri mali fisici e metafisici.

Il passaggio dell’origine del male si inverte: da esogeno diviene endogeno. A quel punto l’arcano della sfortuna è svelato e da misterico segreto diviene banalità. Vedremmo infatti che tutto era dipeso da nostre scelte e da nostre interpretazioni.

In merito c’è tutta la letteratura di filosofia di comunicazione e di psicoterapia, che passa sotto il nome di costruttivismo. Un titolo che fa subito comprendere quanto si sia totalmente responsabili della realtà che narriamo e di come la viviamo. Basta poco per rappresentare il principio costruttivista. Davanti al medesimo evento subìto persone diverse reagiscono – lo vivono – diversamente.

I razionalisti hanno qui gioco facile a sostenere che è normale che biografie differenti non abbiamo reazioni assimilabili. Tuttavia, accade che l’esperimento – un evento/differenti vissuti – si verifichi anche riducendo lo spettro delle differenze dei soggetti. Questi risentono più o meno dell’evento – ovvero ne vengono più o meno coinvolti emotivamente – in modo proporzionale al gradiente di consapevolezza di sé di cui dispongono.

Il discorso sarebbe finito qui.

In realtà, il passo evolutivo verso la vita piena e nel bene presuppone anche un'altra emancipazione.

Riguarda l’io. Finché ci identifichiamo in esso e con esso, non avremo possibilità di fuggire al suo dominio e alle sue leggi, in particolare sono da richiamare qui quelle dell’orgoglio o dell’importanza personale.

Poter prendere le distanze dall’io potrebbe essere articolato e impegnativo. In fondo siamo nati e cresciuti in un ambito culturale che in nessun modo ci agevola a riconoscerne la struttura, il significato, il servizio e la virtualità. All’opposto, ancora in fasce siamo intitolati e per tutta la vita crediamo davvero di essere lorenzo merlo; per tutta la vita crediamo davvero che la storia che narriamo sia davvero la storia della vita e non quella che replica le modalità di narrazione che abbiamo appreso. Per tutta la vita crediamo in una realtà oggettiva e dei fatti, nella quale ci muoviamo, alla stregua di visitatori nel museo. Ma là fuori non c’è alcunché che non corrisponda ad una nostra creazione ad immagine e somiglianza del nostro io.

In ogni caso, colui che è motivato certamente avrà modo di arrivare alla finestra dalla quale osservare come, quando e perché aveva creduto di essere lorenzo merlo, e come quella certezza lo abbia vincolato alla giostra karmica della ripetitività.

Emanciparsi dall’io tende a riconoscere il sé nostro e altrui. Jung lo chiama processo di individuazione. Muoversi secondo il proprio sé tende a fare della nostra vita qualcosa di autentico e originale, in cui equilibrio e creatività ci permettono di donare a noi e al prossimo miglior benessere in questa vita.

Ma i costruttivisti, per quanto siano l’ultima frontiera della psicoterapia, sono anche gli ultimi ad aver compreso quanto le Tradizioni sapienziali comparse sul pianeta da sempre sanno e affermano.

Queste sanno anche che, integrato nel processo evolutivo che porta alla liberazione dal conosciuto, come diceva Krishnamurti, è necessario citare l’accettazione e l’assunzione di responsabilità.

Per la prima, ancora una precisazione per i positivisti: non è e non ha nulla a che vedere con la passività, col misticismo, con l’impossibilità; è soltanto una linea filosofica nella quale possiamo realizzare la libertà dall’io.

Per la seconda vale quanto detto finora: partire da noi ci permette di fare il meglio per modificare il mondo.

Ricapitolare dunque non è un fatto intellettuale. Esso è l’avvento di un cambio di paradigma con il quale interpretare il mondo. Accettare la vita alza il rischio di migliorarla e riduce quello di peggiorarla.

E non significa che la fortuna sarà con noi, almeno finché ogni ricaduta nella non accettazione e nell’orgoglio dell’importanza personale non si tramuti in lezione evolutiva.

Non si tratta dunque di mirare alla santità, ma semplicemente di ricapitolare gli eventi della vita secondo un parametro di accettazione e di assunzione della responsabilità.

Lorenzo Merlo 



Libertà dal conosciuto e spiritualità laica

 


Nel corso dei secoli e dei millenni la civiltà umana ha attraversato momenti di crescita e di decrescita. Nel tentativo di uniformare un codice di giustizia funzionale alla gestione della  comunità sono sorte leggi e dettami religiosi utili a dare un indirizzo legittimo  alla conduzione sociale.

I comandamenti ed i dettami, qualsiasi essi siano e di qualsiasi religione o governo,  vanno bene per una attuazione  etico-morale finalizzata all'ordinamento  della società in cui si vive, quindi dal punto di vista della spiritualità laica sono "impedimenti" alla coscienza dell'unitarietà nella diversità della vita. Infatti nelle filosofie non duali, come il Taoismo, non esistono imposizioni categoriche ma il consiglio a muoversi in sintonia sincronicamente  con la qualità del tempo... rispondendo alle necessità vitali,  di volta in volta,  seguendo l'ispirazione del momento.

Inconsciamente però ciò avviene anche volendo seguire gli ordinamenti civili e i dettami religiosi. Infatti  leggendo la Bibbia, il Vangelo, il Corano, un codice legislativo,  ecc.  a seconda del  livello intellettivo  e delle propensioni del lettore,  se ne ricava  il significato e l'indirizzo  che  ad ognuno aggrada. Leggi una frase, analizzala, troverai dentro ciò che cerchi. Poiché nella miscellanea dei contenuti vi saranno sempre  indicazioni per soddisfare o giustificare  ogni propensione comportamentale ed ogni "interpretazione" adatta al proprio scopo.  I libri  cosiddetti sacri sono un compendio di contraddizioni che soddisfano così il "voler credere" e giustificano ogni azione.  E ciò avviene sempre a livello del "conosciuto",  ovvero nell'ambito della memoria tesa al soddisfacimento delle intenzioni egoiche o della supremazia religiosa o ideologica.

Per queste ragioni la conoscenza "libresca" delle cosiddette "sacre scritture" non viene tenuta in gran conto nella spiritualità laica. Nell'advaita (non-dualismo) viene definita "artha wada", che sta per: arricchimento letterario o materiale aggiunto, il cui scopo è semplicemente quello di soddisfare la curiosità mentale di chi non può accettare la verità assoluta e continua a crogiolarsi nel "divenire". Infatti il dichiarare di "credere in qualcosa", è solo un modo  per qualificare l'oggetto in cui si crede. Ma usare il verbo "credere", per descrivere il moto del divenire, è una limitazione alla conoscenza (basata sulla memoria). Si crede in ciò che si presume di conoscere, e che ci conviene, quindi il divenire viene compreso attraverso un processo fondato unicamente sul conosciuto. 

Da qui il "crogiolarsi nel credere del divenire".  Ma la verà libertà è  libertà dal conosciuto.

Paolo D'Arpini



Siamo ancora al "bovero negro"...? - Analisi della situazione ideologica del gennaio 2021

 


Ho sentito le alterazioni di Mughini alla tv, erano d’isteria orripilata. Erano dedicate alle scelte violente della compagnia degli Angeli, ovvero di quei bifolchi e incivili che, a Washington, capitale federale degli Stati Uniti, hanno preso d’assalto il Campidoglio, la sede del Congresso americano. Sbraitava come chi ammonisce affermando il giusto. Muovendosi a destra e a sinistra, col mento insù, gli occhi sbarrati e le mani roteanti, che si vedevano bene. Avevano dita sottili, conoidi, arcuate al rovescio. Dita di mani che non hanno mai impugnato altro che Bic, né martellato altro che tastiere, annerite dall’officina, incallite dalla sopravvivenza.

Prima per anni, ho sentito chiamare “fascisti” tutti quelli che in qualunque modo possibile fossero o avessero preso le distanze dalla politica dei progressisti. In alternativa – quando anche loro avevano capito che non si poteva dare del fascista a un’intera, crescente moltitudine, optarono per chiamare populista quel popolo impoverito e alienato, che nel frattempo si era radunato, in un modo o nell’altro, a contestare le politiche che lo avevano dimenticato.

Dimenticato. La parola non è scelta a caso, è quella giusta. Come è stato possibile dimenticarsi di chi ci si doveva prendere cura? In questo caso, assai datato, di distrazione non si può parlare. Dove cercare per trovare una ragione di come si sia potuto perdere di vista il proprio popolo, motivo dell’esistenza stessa della sinistra? Non si era mica nascosto. E con quale intelligenza avrebbe potuto farlo, lui, così ignorante? Doveva necessariamente esserci un’altra ragione per dimenticare ciò che più gli stava a cuore. Doveva essere qualcosa di pari valore.

Eh sì, erano riusciti nell’intento della radicale dimenticanza, anzi radical-chic. Ma l’impresa non era dovuta a qualche colpo di genio interno alla congrega. Tra loro stessi, se lo saranno detto e ridetto, non c’erano grandi cime sulle quali contare per un colpo di mano che passasse inosservato, che li lasciasse senza macchia, o che, con una piroetta, riuscisse a dare la responsabilità politica del loro ammutinamento alla causa filo-socialista. Che riuscisse a spacciare lo straccio dell’articolo 18 come un raggio di radioso futuro, nuce di una nuova futura, flessibile Internazionale.

No, c’hanno renzianamente provato ma non ci sono riusciti. Non è stata opera loro, la farina era del sacco di altri, di una politica alla quale avevano deciso di aderire, anche se alcuni preferiscono dire, di genuflettersi. Sì, perché la scelta implicava la famosa dimenticanza. E il raggio di futuro che paventavano ne era il giusto contrappeso, l’opportunità per lavarsene le mani.

Tuffarono così le loro misere acque torbide di vergogna nel grande fiume placido e terroso della globalizzazione liberista. Dispersero la vergogna e con essa anche l’identità, sempre che qualcuno di loro fosse consapevole di ciò che stavano compiendo. Ovvero, dell’assassinio strutturale di quella base che per decenni avevano vantato come un valore supremo e coccolato come un genitore con il figlio.

Ormai presi dalla corrente superiore alla loro determinazione d’autonomia, indipendenza e sovranità, sostenevano di non aver avuto alternative. O meglio, che ogni alternativa era azzardata, economicamente suicida, perfino utopica. Solo abbracciare, anzi essere, la globalizzazione, avrebbe salvato il salvabile. Avrebbe ridato valore a quell’Italia che nel frattempo era stata svenduta e tralasciata, a quell’identità che – lo può dire chiunque – il mondo ci ha invidiato e c’invidierebbe, se ancora rappresentasse un popolo, una terra, una nazione: ma che ora rappresenta un mercato, e l’invidia, limitata al suo prezzo, si è tramutata in investimento. L’arte, i paesaggi, la varietà, la bellezza che credevamo inalienabili sono sui banchi del mercato mondiale. Gli offerenti ci sono già e non fanno fatica a comprare ciò che vogliono e ne faranno sempre meno. Nessuna contropiroetta potrà restituirceli.

Ecco, tutto è chiaro. Si sono dimenticati del loro popolo perché nella globalizzazione-salvamondo, nel globo robotizzato, nella smart-civiltà, nella precario-flessibilità, nell’implicita identità uniformata, nella fede nella tecnologia, i consensi di quattro neri, bifolchi e poveracci non servono più. E non è il caso di puntualizzare che non serviranno più neppure quelli di coloro che un tempo facevano il terziario, avevano due auto, due case, entrambe piene di oggetti, metà dei quali superflui e dimenticati. Non è il caso perché la direzione del mondo non è in mano di chi lo abita, ma solo di una parte di questi, ormai con portafogli, tecnologia e intelligence più spessi di quelli degli stati. Nel grande fiume limaccioso che tutto trascina e macina, la democrazia non è risparmiata. Arriverà al gelido mare della Tranquillità con un altro spirito rispetto a quello di nascita, e neppure la solita manciata di bombaroli anarchici, neri e poveracci potrà disturbarne l’arido equilibrio.

E se poi anche il voto puzzolente dei miserabili dovesse tornare utile – la facciata è importante – la potenza di fuoco della comunicazione non dovrà fare altro che attenersi alle nuove veline. Non dovrà che edulcorare le promesse, quelle che ormai – è ufficiale – “una cosa è quanto si dice in campagna elettorale, un’altra è la politica vera”. Non dovrà che colpevolizzare il nemico, sia esso la parte avversa, sia l’incerto votante; non dovrà che dare del populista apolitico a chi non ne può più di farse istituzionalizzate. La democrazia liberistica non ha mutuato il suo valore da quella umanistica, la sua vittima. Un matricidio d’interesse le cui conseguenze sociali e antropologiche non interessano alla politica, oggi detta liberismo. Immorale mostro divoratore di qualunque cosa gli si opponga. La lacerazione tra popolo e suoi rappresentati è una cancrena infetta. Ci si chiede se e con quali risorse il moribondo possa riprendersi. Interrogativo doveroso, legittimo, ma inficiato all’origine. Le risorse umaniste non hanno esistenza in una concezione del mondo materialista, positivista, fondata sull’avere. È un annuncio di disastro catastrofico, la cui sola gestione possibile è la repressione a suon di false soddisfazioni.

Il terreno sul quale siamo cresciuti è franato e scambiato per un benefit. Anche il Parlamento, le Istituzioni e il Governo hanno fatto la stessa tritata fine: anche se all’occorrenza servono eccome e vengono tenuti in vita nonostante la morte cerebrale. La storia è un canestro pieno di palline che, invece di Anquetil, Bitossi e Gimondi, ha maschere e fantocci. Come Ashraf Ghani e Hamid Karzay, ultimo e penultimo presidente dell’Afghanistan. Agli ordini sì di un popolo ma non di quello che il ruolo direbbe presiedano.

Che c’entra l’Afghanistan? La domanda è legittima. La risposta è: indichi la Luna e raccogli commenti sul Dito. Franando, per galleggiare, abbiamo scelto di fare da maschera e comparsa nel grande spettacolo in scena. Quello in cui – Pasolini, Debord e tanti altri ci avevano avvisato – solo ciò che vi accade, solo quanto previsto dalla sceneggiatura e pilotato da una regia, è reale. Ma il raggiro sfugge sempre a meno persone, per queste la narrazione è un’altra. Ci vorrebbe il denaro per fare anche il loro film. Per raccontare che tutti i neri e i poveracci messi insieme non spacciano, non evadono, non frodano, non detengono che le briciole di quanto cade dal tavolo di chi non si ricorda più di loro.

Così quella moltitudine dimenticata si è trovata in compagnia di Angeli e soci, neri e poveracci. Il mondo è spaccato in un modo che la democrazia non poteva farci immaginare. Il coro di lunghe dita sottili che, alla notizia dell’assalto al Campidoglio, si è levato a celebrare il sopruso agli Stati Uniti, “faro di democrazia” sul mondo, ne marca e ne misura l’abisso. Giù in fondo, nel buio profondo insondabile da chiunque sia distratto dai mille diversivi strumentalmente messi in campo dai fuochisti del momento, si trovano le leve del “faro”. Con’esse abbagliano di luce democratica i nativi digitali, carne da mercato per eccellenza. Insieme ad esse giacciono le tastiere originarie dei Social e della Comunicazione. I pochi addetti a maneggiarle sono privati che sanno di governare un timone più grande di quello delle silenti, sottomesse, istituzioni. Abili montagisti, tagliano le scene del film affinché la realtà che hanno in mente, tra applausi, tette e gossip, gradualmente si trasferisca nelle persone, tramutandole dall’infinito che hanno in sé a domati criceti sulla ruota che chiameranno vita. Così, bifolchi con forconi improvvisati, li autorizzano all’invettiva inquisitoria e santa condanna. Così, per esempio, il “faro” e la sua Cia rimangono indisturbati al lavoro. Non sono improvvisati e dispongono di centinaia di milioni di dollari per organizzare il loro democratico lavoro. La “più grande democrazia del mondo”, così la chiamano i giornalisti professionisti passacarte, quella di Hiroshima, del Golpe militare di Pinochet, di quello Noriega, delle torture di Guantanamo, dell’invasione dell’Afghanistan, delle Primavere arabe – allungare l’elenco è inutile e noioso – non ha nulla da temere. “È nel giusto”, così dicono dalla ruota i criceti in forma umana che li replicano, certi che la realtà sia proprio quella del film passato dai tg.

E dagli al fascio, una volta di più e ancora con più diritto di verità, a quelli che per protestare non hanno la dialettica. E che, a differenza di quelli che ce l’hanno, non hanno il lavoro, la casa, un futuro. Non hanno un’idea che li conduca se non quella di adeguarsi per limitare i danni o di trascinare giù gli smemorati per sentire come urlano perdono, per vedere come si prostrano sinceri dopo aver visto come era arredata la trincea della vita dei neri e dei poveracci. Proprio quelli che, con un beffardo e rivelatore proverbio, avevano creduto di poter buttare a mare come zavorra inutile e fare di tutta l’erba un fascio.

Era un epilogo d’origine ideologica. Cioè di quel genere di chiusura mentale ad essa ontologica, inetta all’ascolto dell’altro, dell’altra concezione del mondo. Diversamente, avrebbero potuto raccogliere, anche dai neri e dai poveracci, qualche momento utile ad una coesistenza meno slabbrata, ad una socialità meno paurosa. Invece, in sostituzione dell’ascolto, a mezzo del quale avrebbero anche trovato come evolvere, come scoprire la sede di un mea culpa, come riconoscere e imparare dai propri errori, hanno preferito colpevolizzare e squalificare neri, poveracci e chi con essi.

Lorenzo Merlo - force@victoryproject.net




“La Scienza Occulta” di Rudolf Steiner

 



Mi sono appena finito di legger tutto d’un fiato “La Scienza Occulta” di Rudolf Steiner ma, contrariamente alle generiche aspettative di chi vorrebbe sentirsi dare sul testo e sul personaggio Steiner un giudizio “tranchant”, estremamente positivo, entusiasta, sino al fanatismo, da una parte, o estremamente negativo, ipercritico, deluso e stroncatorio, dall’altra, il giudizio di chi scrive, non propende né per l’una, né per l’altra opzione, bensì ad un composito sguardo d’insieme, costituito da un insieme di chiaroscuri tale che, alle volte, diviene concretamente difficile arrivare ad una visione d’insieme completa ed obiettiva. Ad onor del vero, va anzitutto detto che, quello steineriano, è un testo risultante da un pensiero visionario e come tale andrebbe, pertanto, preso ed interpretato. La ricerca di una coerente definizione ed esplicazione di una “Scienza Occulta”, conosce in Steiner, vari momenti. L’autore con il nitore ed il linguaggio semplificato di chi ben naviga con una certa collaudata maestria nella materia, mette il lettore scettico e dubbioso dinnanzi ad una primaria e ben mirata considerazione: è perfettamente inutile cercare di interpretare con criteri razionali, ciò che tale non è…lo sforzo sarebbe inutile e dannoso; è necessario, invece, cercare di porre la propria mente su un piano superiore e differente a quello della semplice e lineare cartesiana razionalità. 

Solo in questo modo si potranno recepire appieno le istanze di un sapere, altrettanto “scientifico”, quanto distante e non comprensibile e perciò stesso “occulto”, rispetto a quello usuale. Una distinzione questa, salutare e necessaria alla continuazione di questa, ma anche di qualsiasi altra narrazione, che voglia frantumare e superare i parametri culturali della modernità illuminista, permettendo così, alla obnubilata mente di chi muove i primi passi in questa direzione, di poter spaziare ed arrivare a percepire dimensioni spirituali, altrimenti precluse. Diciamo che Steiner raccoglie e rielabora quelli che, delle scienze occulte, rappresentano i motivi più salienti. Nel rifarsi un po’ alla narrazione platonica, Steiner ci parla dei vari stadi della natura umana, partendo da un corpo meramente “fisico”, per passare via via ad uno stadio “eterico”, “astrale” e così via discorrendo, sino quasi ad arrivare a far coincidere l’animo umano con lo Spirito Assoluto, ricalcando, in questo, come in altri motivi, le elaborate indicazioni della metafisica Hindu che, a tal riguardo, ci parla di Atman, come manifestazione ultima di quanto poc’anzi accennato. La stessa metempiscosi delle anime, con tutto il processo di morte e rinascita, la teoria sull’accesso alle dimensioni superiori dell’Essere attraverso i vari stadi della meditazione e del pensiero (razionale, intuitivo, etc….), sembrano in qualche modo ripetere, attraverso l’interpretatio steineriana, i più classici motivi delle varie tradizioni esoteriche. Laddove, invece, varrebbe la pena soffermarsi, al fine di estrapolare degli elementi non esenti da una certa originalità, è proprio la parte riguardante la genesi dell’uomo contestualizzata in una originale cosmologia, a detta della quale, ad ogni pianeta corrisponde uno stato dell’essere umano che, inizialmente presente solo ad uno stato gassoso, andrà via via condensandosi, partendo da Saturno sino ad arrivare alla Terra, attraverso vari pianeti (Giove,Luna, Venere), rappresentanti altrettanti stati dell’essere. La stessa umana civiltà è vista come una prosecuzione di questo processo di “condensazione”. 

Ad una fase “Atlantidea”, caratterizzata da una superiore conoscenza iniziatica, succederà una spiritualizzata e contemplativa civiltà Hindu, passando per tutta una serie di fasi (“persiana”, greco-latina, etc.), tutte caratterizzate da una graduale perdita di quella superiore carica di spiritualità che, retaggio dei precedenti stadi ontologici, vanno però consolidandosi verso un nuovo modello umano, in cui la figura del Cristo, assume un ruolo centrale, in quanto simbolo della nascita della pienezza di coscienza razionale, in Occidente e nel mondo intero. Quella stessa presa di coscienza, genererà una civiltà i cui effetti sono tutt’oggi ravvisabili ed i cui sviluppi sono forieri di nuovi ed ulteriori stadi di evoluzione dell’umanità intera. Qui, la visione steineriana sembra attraversata da suggestioni tutte provenienti dall’emanazionismo gnostico, caratterizzato da un peculiare atteggiamento “negativo”, verso la materia, a sua volta vista come prodotto di una graduale ma irrimediabile caduta dello Spirito verso il basso. Tutto questo se non fosse che, il buon Steiner, ci parla di “evoluzione” della specie umana verso differenti e peculiari forme di spiritualità, per ogni epoca da questa attraversata. 

Quale che sia la risposta certa, in grado dipanare il bandolo della matassa antroposofica, quello di Steiner rappresenta sicuramente uno di quei tentativi destinati a lasciare un segno, nella lunga scia di pensiero vitalista ed irrazionalista che ha caratterizzato il 19° ed il 20°secolo, in quanto la Scienza dello Spirito, qui sembra offrire un modello alternativo all’evoluzionismo darwiniano, non rappresentato dai soliti richiami chiesastici e fideistici. Al pari di altri autori a lui più o meno contemporanei, (basti pensare al Kremmerz o al precedente Eliphas Levi, sic!) anche lo Steiner cerca di dare una veste “scientifica” al sapere occulto, commettendo, a detta di chi scrive, un madornale errore. Nel riprendere le varie suggestioni offerte dal Platonismo, dalla Gnosi, dalla cultura Hindi, dallo stesso Hegel (per quanto riguarda la figura cristologica…), guardando anche a Dilthey ed a Nietzsche, il nostro nell’intento di edificare una “Nova Scientia”, si fa prender troppo la mano ed arzigogola all’eccesso. Ampollose e pesanti le sue visioni sulla natura umana e sul suo rapporto con la morte. Altrettanto ampollose e contorte quelle sulla antropogenesi. 

Peggio ancora, va per la parte finale del testo steineriano, incentrato sulle prospettive del genere umano, stavolta declinate all’insegna di uno strabordante sentimento di “amore”, che tanto sembra possedere il dolciastro sapore di una sgangherata utopia progressista o di una narrazione New Age “ante litteram”. Il tutto, molto incerto e confusionario, visto che non si riesce a capire cosa per “amore” il nostro voglia intendere. Steiner fu uomo sicuramente animato da grandi intuizioni e da una forte carica visionaria. Nell’alveo culturale della Teosofia, l’originalità della sua visione, sta proprio nella sua visione fortemente “occidentocentrica” ed imperniata sulla figura del Cristo, la qual cosa lo porterà alla rottura con la Teosofia di Madame Blavatskji e di Annie Besant che, anche se animata dai medesimi presupposti culturali, guardava ad Oriente ed alla cultura Hindu, sebbene interpretata e riletta ad “usum delphini”, secondo le suggestioni blavatskjiane. Steiner lascerà sicuramente influenze in vari esponenti del pensiero esoterico, ma anche in quello più propriamente filosofico. Per quel che riguarda l’esoterismo, basti ricordare due importanti esponenti del Gruppo di Ur: Giovanni Colazza e Giovanni Antonio Colonna di Cesarò. Non senza voler ricordare anche la figura di Massimo Scaligero. Per quanto concerne il pensiero filosofico, la Jaspersiana teoria dell’Età Assiale dell’umanità, tutta incentrata su una generale e qualitativa presa di coscienza del genere umano, in un determinato arco di tempo della storia, sembra voler ricalcare delle mai sopite suggestioni steineriane. Il pensiero dello Steiner, sembra volerci prepotentemente riproporre l’interrogativo, mai definitivamente risolto, sul senso della umana civiltà. 

Ovverosia se, quel nostro progressivo “solidificarci”, quel nostro allontanarci da un primigenio rapporto di osmosi ed immediatezza con l’Essere, abbia rappresentato una reale e positiva “evoluzione” per il genere umano o, invece, non sia stata la parabola di una caduta verso la dannazione della occidentale schiavitù alla civiltà Tecno Economica. Una risposta che, neanche lo Steiner, sembra riesca a darci, non riuscendo egli stesso a motivare e giustificare l’intero processo antropogenetico, tanto minuziosamente descritto, con le future ed “evoluzionistiche” prospettive del genere umano. Ma forse, va bene così. Forse la non-risposta, la mancanza di certezza e definizione, rientra in ambedue delle più pregnanti espressioni dell’umano pensiero: quello filosofico e quello, più propriamente, esoterico. Nel primo, a prevalere delle volte, non è tanto la ricerca di una soluzione alla ricerca del senso della realtà, quanto il percorso indicato per cercare di pervenire al tanto agognato fine. Nel secondo, invece, a sovrastare il tutto, un’immagine direttamente mutuata dalla antica sapienza alchemica ed ermetica: quella di una sostanza universale che, nel cambiar continuamente forma e stato, permane, alfine, sempre la stessa. 

E’ l’Azoth, o Azoto degli alchimisti, che va riaffacciandosi prepotentemente sulla scena e non solo per quanto riguarda l’umana microfisica, attraverso la ricerca della Pietra Filosofale, ma anche per quel che riguarda l’intero Ordine Universale ed il Destino del genere umano, intesi alla stessa guisa di una sostanza che, anche se in perenne mutamento, senza soluzione di continuità, resta nel proprio fondo sempre identica. E forse, questa potrebbe essere la risposta più appropriata a tutti quei tentativi che, nel cercare di trovare una soluzione a problemi come quelli della genesi del genere umano, della sua civiltà e dello stesso Universo, si infrangono costantemente sulla infinita complessità e contraddittorietà delle risposte che incontrano sul cammino.   

Umberto Bianchi