Entropia e sintropia nella visione di Paolo D'Arpini...

 


Ante Scriptum: 
"In questo articolo  riprendo la formulazione del matematico italiano Luigi Fantappiè, il quale postulò che l'universo sia governato da due forze opposte e complementari. La stessa cosa, secoli e secoli addietro, fu postulata nella teoria Taoista e nella filosofia Advaita Vedanta.

L'Entropia: È la forza della scomposizione, del disordine, della dissipazione energetica e della vecchiaia. Domina i sistemi chiusi e il mondo inorganico secondo una causalità lineare (dal passato al presente). La Sintropia: È la forza dell'ordine, della concentrazione di energia, della crescita e dell'armonia. È tipica dei sistemi biologici e viventi ed è guidata dal principio di finalità.

Cerco di esplorare il legame tra entropia e sintropia all'interno delle mie riflessioni su ecologia profonda, bioregionalismo e spiritualità laica. Come quelle descritte nel mio  percorso di vita  (ad esempio nel mio ultimo libro "Dal  Treja a Treia" - Edizioni Ephemeria) in cui  la mia esistenza viene vista come un equilibrio dinamico tra queste due forze opposte e complementari (Yin e Yang), dove l'essere umano deve superare la visione meccanicistica per integrarsi in una rete vitale rigenerativa". (P.D'A.)


L'esistenza è un alternarsi di energia entropica e sintropica...

"Andavano al buio, nella deserta notte, attraverso le ombre, attraverso le vuote case di Dite e i regni muti, e il cammino era incerto nel bosco sotto pallida luna, quando Giove il cielo raccoglie in un nero velo e la notte tetra al mondo cancella il colore" (Eneide, Libro Sesto)

Nel mondo dei concetti e delle convenzioni sociali possiamo dare il
nome “spiritualità laica” a quella “nostalgia” per ciò che realmente
siamo: quel Cuore. I cercatori spirituali che riconoscono in sé e
negli altri la presenza dello spirito (coscienza ed intelligenza) si
fondono nel tutto in una condivisione “alchemica”, un’unione osmotica
di intelligenza laica e libera da dogmi ma “vicina” al Cuore di
ognuno.

Si parla tanto, in questo periodo, di riscoperta della sacralità della
natura! E cosa è quest’ultima se non la visione spirituale di tutti
coloro che si sentono parte indivisa della natura e del cosmo?
Correttamente parlando questa “spiritualità laica” (comune a tutti)
non è una religione, come non lo è l’ecologia profonda, ma un moto
spontaneo interiore dell’uomo che riconosce l'integrità dell' "olos" e
di se stesso.

Uno degli aspetti più coinvolgenti del panteismo, o della spiritualità
laica, è il culto della vita, l’adorazione delle forze naturali
identificate nella Terra Madre e le sue stagioni. In questa riscoperta
si inserisce ad esempio la spiritualità centrata sul femmineo sacro,
il matrismo e lo shaktismo, e la venerazione degli aspetti femminili
che rappresentano la creazione, il sostentamento e la trasformazione,
insomma: morte e rinascita.

Questo movimento olistico tende soprattutto alla rivalutazione del
femminile in un mondo dominato dal patriarcato e dalla ragione. E ciò
è anche un bene... ma finché la sacralizzazione non coinvolge anche il
mascolino restiamo nei termini di una dualità in cui una parte viene
ad essere considerata migliore dell’altra. Occorre quindi riconoscere
il sacro in entrambi i generi: maschile e femminile.

La nobiltà del maschile sovente è anch’essa collegata alla nascita ed
alla morte, ad esempio il sangue versato dall’eroe rappresenta il
sacrificio che conduce alla vita allo stesso modo del sangue mestruale
femminile che significa fecondità.

La sacralità dell’energia sessuale maschile, unita al femminile, è
simboleggiata orograficamente, in chiave bioregionale, allorchè si
osserva una collina circondata da uno o più corsi d'acqua, un acrocoro
erto in una valle, un'isola nell'oceano, etc. In India questa immagine
si definisce shivalingam-yoni e rappresenta l’incontro creativo del
maschile e del femminile. Il lingam è il fallo di Shiva e la yoni
umidificata dalle acque fecondanti è la vagina della matrice
universale.

Nel bellissimo romanzo di Maria Castronovo “Il silenzio del fauno”
l'attenzione è tutta centrata, come il titolo stesso lascia supporre,
su una religiosità maschile che è rimasta in silenzio ma che chiede
riconoscimento, questo romanzo secondo me è stato il primo vero
tentativo di riscoperta della venerabilità maschile compiuto negli
anni recenti. Ricordo inoltre il libro "Shiva e Dioniso" di Daniel
Danielou, in cui si parla dell'adorazione fallica e della vagina e
delle analogie di questo culto, nella tradizione induista, in quella
della antica Grecia ed in altre culture.

La Resurrezione del Dio Pan, che non è mai morto nelle coscienze degli
uomini delle grandi civiltà, non è semplicemente un fatto ritualistico
è un modo per elaborare una “filosofia politica”, intendendo con ciò
una potenzialità culturale ed un percorso esistenziale capaci di
amalgamare persone coscienti della crisi in atto per le quali il
cambiamento sia condizione per l’esistenza.

Sulla base della teoria unitaria del mondo fisico e biologico in
natura esistono due opposte tendenze. Una entropica, verso la
degradazione ed il livellamento, caratteristica dei fenomeni fisici,
ed una opposta tendenza sintropica verso l’organizzazione e la
differenziazione, caratteristica dei fenomeni biologici. Tale doppia
tendenza si manifesta a tutti i livelli, e dalla lotta tra l’ordine ed
il disordine ha origine il divenire.

Secondo la teoria shivaita, l'aspetto maschile viene visto come
latenza, o coscienza, mentre l'aspetto femminile, o Shakti,
rappresenta l’energia creatrice, o Madre Divina, che tutti ci
compenetra e che produce ogni fenomeno. Nella consapevolezza di questo
costante flusso, presente in tutto ciò che vive, si manifesta la
libertà espressiva della Spiritualità Laica.

Ma una volta accettata la teoria come si fa a realizzarla nella
pratica, nel contesto della vita quotidiana, senza dover ricorrere a
forme religiose? Il metodo consigliato, è quello dell’interrogarsi sul
“qui ed ora” sul “carpe diem” soprattutto chiedendoci: “Chi è che vive
questo momento?” “Cosa è questo sé che percepisce i fenomeni?” “Non è
forse la stessa mente cosciente della sua esistenza, la consapevolezza
priva di esternalità e di pensieri?”.

Infatti si dice che la mente pulita dai pensieri è il Sé supremo, il
substrato, la base, senza cui non potrebbe esserci alcunché… Ogni
pensiero è solo un riflesso, un’increspatura, in questa pura
coscienza. Nella quiete dell’osservazione distaccata ci godiamo la
presenza, restiamo assorti nella eterna beatitudine dell'Essere.

Questa sì che è Vita!

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica






La legge di causa ed effetto è valida nella concettualizzazione spazio-temporale ma non ha significato nell’Eterno Presente...

 


L’ipotesi evoluzionista è basata sull’osservazione del processo trasformativo della materia e della vita conseguente alla modificazione od espansione dello spazio/tempo. In un certo senso questa teoria deve in ogni caso tener conto di un “inizio” e pertanto è vicina all’altra teoria della creazione progressiva del mondo, comunque basata sulla presenza di un Dio creatore da cui l’universo viene creato.

Secondo l’ipotesi del Big Bang l’inizio del momento creativo viene posto nell’esplosione primordiale del nucleo originario della materia, in seguito alla quale incomincia pian piano il processo manifestativi della vita. Infatti i religiosi apprezzano molto la teoria del Big Bang come “dimostrazione” della volontà creatrice di Dio ma dovrebbero altrettanto accettare, per essere coerenti con i loro credo, anche il processo evoluzionistico delle varie forme vitali prefigurato da Darwin e dai suoi successori.

Nella visione dell’unica realtà a-causale ed assoluta solo dal punto di vista empirico dualistico la creazione può essere “progressiva”, in quanto svolgentesi nel contesto del divenire nello spazio tempo ma, come evidenziò anche Einstein, l’esistenza spazio temporale è puramente figurativa, non ha cioè vera sostanza essendo un relativo configurarsi di eventi costruiti e proiettati nella mente. Perciò nella visione della assoluta Esistenza-Coscienza la creazione è un “apparire”, che si manifesta simultaneamente all’osservatore, sia pur considerata dall’osservatore stesso uno svolgimento conseguente allo scorrere del tempo nello spazio.

La manifestazione è di fatto un semplice riflesso nella mente del percipiente che riesce a captarla ed elaborarla solo attraverso il “fermarla” nella coscienza (un simile processo avviene ad esempio nel sogno). Un singolo fotogramma della totale manifestazione che, sia pur sempre presente nella sua interezza, viene illuminato dalla coscienza individuale, visto nella mente e srotolato nel contesto spazio-temporale e denominato “processo del divenire”.

Da ciò se ne deduce che la descrizione evoluzionista di Darwin è “relativa” tanto quanto la visione “creazionista” dei più retrivi religiosi"

Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana




Prima e dopo l'uomo venne il topo...

 

Risultati immagini per il primo mammifero a forma di topo

L’immagine del topo serve a “veicolare” le qualità che vengono riconosciute a questo animale, che è anche un archetipo primordiale, sia in India che in Cina.  Se pensiamo bene alle capacità miracolose del topo scopriamo che egli è un vero genio della sopravvivenza,  un maestro in se stesso nella rimozione di ogni ostacolo che si frappone fra lui e la vita.  

Un topo sa come arrampicarsi su una superficie verticale, purché vi sia la minima asperità,  persino meglio di una lucertola, di un geco od altri animali arrampicatori.  Se precipita da una grande altezza, anche mille volte superiore alla sua, ne esce perfettamente indenne, è un vero planatore in caduta libera.  Che dire poi della sua preveggenza che gli fa capire quando è ora di abbandonare la nave che affonda?  Egli è un ottimo nuotatore e sa come  salvarsi meglio di qualsiasi naufrago, ed infatti in ogni angolo del mondo prima degli umani sono arrivati i topi.  Anche nella sua vita sociale  è ben attrezzato, chi non conosce l’astuzia del topo nello sfuggire alle trappole? I sistemi di anti-rattizzazione sono impotenti contro le orde di roditori cittadini che dispongono di appositi assaggiatori,  vecchi e malandati elementi che fungono da cavie per testare i cibi sospetti, così la tribù si salva sempre.

Non basterebbe una biblioteca di psicologia animale per descrivere i suoi sotterfugi e le sue furbizie che gli garantiscono la sopravvivenza in ogni occasione, persino in caso di esplosione nucleare i topi saprebbero cavarsela meglio di noi.  Inoltre occorre specificare che in verità il topo è stato l’iniziatore della stessa specie umana, il capostipite primo, non sto raccontando una balla (stavolta), state calmi… 

Risultati immagini per il primo mammifero a forma di topo

Accadde proprio quando ci fu il grande cataclisma che distrusse tutti i grandi rettili, che a quel tempo dominavano il pianeta,  e già era nato un piccolo roditore, il primo mammifero, per correttezza chiamiamola “mammifera”  la quale aveva la taglia di una pantegana (un po’ più piccola della nutria), e mentre attorno a lei c’era solo morte e nubi nere,  la saggia topa campò benissimo sui cadaveri e sul marciume, e di lì a pochi millenni diede vita a tutte le specie di mammiferi sulla terra, ivi compreso l’uomo.  

Che grande miracolo… in mezzo alla carneficina,  quella santa  pantegana  trasformò gli ostacoli della distruzione  del mondo in vittoria…  la supremazia della sua  capacità di adattamento. Mi sa che saprebbe ancora farlo questo gioco, se l’uomo andrà avanti a sfidare la vita sul pianeta… sappiamo già chi è in grado di resistere all’olocausto.   

Paolo D’Arpini - Rete Bioregionale Italiana




Essere in pace... per trovare la pace...



In 81 anni di era nucleare militare nessuno si è mai azzardato ad attaccare in guerra una potenza atomica, per quanto piccola possa essere (tranne gli scontri di confine tra India e Pakistan nella zona del Kashmir, anch'essi evitati dopo che il Pakistan si dotò di armamento atomico, costringendo entrambi i contendenti ad una maggiore prudenza).

Si tratta chiaramente di una semplice impossibilità di guerra, dunque di una situazione di pace limitata e dimezzata, e sub condizione, con riserva, cioè niente affatto piena mentre le nazioni non nucleari vengono attaccate in guerra comunque, quando fa comodo.


Il deterrente nucleare si manterrà dispositivo efficace (anche se non universale) contro la guerra fintanto che non sarà raggiunta una tecnologia capace di difesa sicura contro un attacco atomico, cosa che per il momento nessuno è ancora in grado di realizzare.


Ma se un giorno la scienza si svilupperà fino a rendere possibile una simile contromossa, allora il tabù dell'impossibilità di attacco contro le nazioni atomiche comincerà a cadere.

Dovrebbe allora risultare evidente l'importanza degli sforzi internazionali per la costruzione di una sempre più estesa rete di stabili relazioni politiche pacifiche tra le nazioni, e di organismi internazionali capaci di garantirla.

Ma né gli incontri insistentemente richiesti dalla neonata Unione Sovietica, né la Società delle Nazioni, né le conferenze di Losanna e di Monaco, né L'Onu, o le conferenze Pugwash, sono mai riuscite ad raggiungere l'obiettivo dichiarato. 


Uno dei costruttori della bomba atomica americana, Julius Oppenheimer, come molti altri scienziati ed intellettuali (Bertrand Russell, Albert Einstein, Harold Coxeter, Jean Paul Sartre...), dedicò per molti anni, durante la guerra fredda, parecchi sforzi a propagandare la consapevolezza che la bomba impediva la guerra ma non costruiva la pace, risultato indispensabile per la popolazione umana.

Ma nemmeno le parole dei migliori intellettuali hanno raggiunto il risultato fallito pure dagli organismi istituzionali.


Forse ci vorrebbe un Gandhi. Ma posto che un Gandhi non si inventa, e non compare facilmente, anch'egli andò incontro ai propri limiti, quando, dopo essere riuscito a condurre alla separazione complessivamente pacifica della Gran Bretagna dall'India non riuscì ad evitare i feroci e sanguinosi scontri tra mussulmani e indù, che condussero al frazionamento tra India e Pakistan, cui si aggiunse successivamente la separazione del Bangladesh (nell'ultimo secolo, d'altronde, il pianeta non si è mosso verso l'unione transnazionale, bensì verso una maggiore frammentazione, e se alla fine della seconda guerra mondiale le nazioni della Terra erano una settantina, oggi sono due centinaia).
Ci vorrebbe un altro Don Milani, ma perfino della sua patria la maggioranza lo ignorò.


Davanti a questa collezione di insuccessi, e nella situazione complessivamente di pericolo a lungo termine in cui viviamo, è sbalorditiva l'indifferenza della maggior parte del mondo politico, ad alto e basso livello, al tema della pace, che viene affrontato sporadicamente in modo retorico, e quasi mai in modo concretamente operativo, dimostrando spesso una doppiezza desolante. Si tratta di un atteggiamento superficiale e pericoloso. 


Ma siccome il mondo politico sussiste solo sulla base della sufficiente accettazione ed obbedienza della popolazione, non rimane che riconoscere la necessità che la pretesa teorica e concreta di coesistenza, pace, cooperazione e disarmo sorga dallo sviluppo attivo della coscienza del popolo, con tutta la capacità di pressione che esso riesca a progettare e realizzare.


Evidentemente, la specie umana non si è ancora evoluta in modo sufficientemente pacifico, sicché proseguire, completandolo, il lavoro mancante tocca a tutti noi, attraverso una profonda rivoluzione culturale, mentale, psichica.


Bisogna ancora trasformare, in modo profondo, la mente umana.  Compito inarrestabile di tutti e ciascuno.


Ignorandolo, tutti perderemmo qualcosa, poiché tutti siamo coinvolti nelle conseguenze della guerra. Non si tratta di un problema sentimentalmente astratto, si tratta di un problema concretissimo. La guerra, molto banalmente, è sempre una operazione decisa dai ricchi contro i poveri. La guerra non produce popoli vincitori e popoli vinti, bensì solo pochi profittatori arricchiti a spese di popolazioni tutte sconfitte.


Ogni volta che il problema verrà nuovamente posto, si sarà sempre fatto qualcosa di insufficiente ma utile, contribuendo a disgregare almeno un poco l'ipocrisia dominante.


La pace non può essere disgiunta dalla pretesa di equità sociale, e l'equità sociale non può essere disgiunta dalla pretesa di pace.


Namastè, Shanti Om.


Vincenzo Zamboni



Giudizio accademico sul sistema giudaico etnocentrico...



Scriveva Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla California State University: “…il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razionalizzano quale religione, altro non è che «una strategia evoluzionistica ecologicamente specializzata [...] sostanzialmente centrata sulla difesa del gruppo», massimo tra i paradigmi di etnocentrismo e competizione per il successo economico-riproduttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]».
Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudaismo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della componente ebraica; fu una religione nazionale non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927].
Di conseguenza, -ad esempio- il convertirsi dei khazari all’ebraismo (vedi anche: https://paolodarpini.blogspot.com/2016/10/ebrei-uscire-dal-concetto-di-razza.html) non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – “essere adottati dalla razza ebraica” (in MacDonald I), ribadendo che «possiamo concepire il giudaismo soprattutto come un’invenzione culturale, mantenuta in vita dai controlli sociali che operano per strutturare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’interno del gruppo il comportamento sia nei confronti dei membri del gruppo sia nei confronti degli estranei» (in MacDonald II)”
Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



Post Scriptum:
“Questi “conversi” kazari, formarono la componente ebraica dell’Europa orientale. Il sionismo comincia da loro. Infatti si sa che gli ultimi saranno i primi e che i nuovi aderenti ad un credo divengono spesso i più fanatici, anche perché sanno di non averne realmente diritto e quindi se lo conquistano con un reiterato zelotismo ed odio sia nei confronti degli opponenti originari, i cristiani ed i musulmani, sia contro i loro “fratelli maggiori” gli ebrei ortodossi. Sono i successori di questi kazari,  da cui  deriva la fondazione d'Israele, che sono diventati la maggioranza del così detto popolo eletto…” (P.D'A.)

BIBLIOGRAFIA:
MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994
MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998
MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998
MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000
MacDonald K. (V), prefazione alla nuova edizione di The Culture of Critique, 1stbooks Library (in proprio), 2002, in csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html
MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.

La differenza tra sionismo ed ebraismo...

 

Finti ebrei sionisti


“E' importante fare chiarezza su cosa sia l'antisemitismo e l'antisionismo... I veri ebrei  sono i primi a denunciare il sionismo e i crimini di Israele in Palestina…" (Laura Caselli)



Vi siete mai chiesti cosa sia l'antisemitismo?  Lo so... Sembrerebbe una domanda banale, per molti addirittura stupida; eppure oggigiorno sono in tanti a chiederselo, ebrei compresi. Qualche esempio? 

Norman G. Finkelstein, figlio di sopravvissuti ebrei, professore universitario ed autore di diversi libri tra cui «Beyond Chutzpah: On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History». In questo libro Finkelstein denuncia le accuse di antisemitismo proferite da alcune organizzazioni ebraiche nei confronti degli oppositori alla politica dello Stato d'Israele. 

Shea Hecht, rabbino e leader della comunità ebraica, ha affermato che l'ADL (Lega Anti-diffamazione) crea casi di antisemitismo laddove non ci sono, al fine di giustificare l'esistenza della lega stessa.

Yoav Shamir, regista Israeliano, in seguito ad accuse di antisemitismo rivolte al suo primo film, ha deciso di affrontare il tema delicato nel suo secondo documentario "Defamation". Qui di seguito vi riporto alcune parti della recensione del film: "Shamir intervista diversi esponenti del mondo israeliano, a partire dalla propria nonna fino a eminenti rabbini, dalla lega anti-diffamazione, a veri e propri accademici considerati cani sciolti (intellettualmente parlando), esclusi dall'intellighenzia israelita, e accusati perfino di negare l'olocausto. Shamir viaggia da Gerusalemme a New York, da Roma a Mosca, da Kiev ad Auschwitz e getta anche uno sguardo sull'educazione ricevuta dalle nuove generazioni, a cui viene inculcato un esasperato sentimento di persecuzione e terrore che a volte sconfina quasi nel ridicolo.

Da un punto di vista dei contenuti, è coraggioso nell'indagare dall'interno il senso di persecuzione di alcuni ebrei, nel sottolineare le contraddizioni di un razzismo incrociato attraverso le minoranze (come afro-americani ed ebrei) e dentro lo stesso stato israeliano, e nel mettere in discussione il vero significato dell'antisemitismo oggi, chiedendosi se l'olocausto non venga adoperato, a volte, come uno strumento di comodo per distorcere le prospettive negli scontri con i musulmani, ad esempio, e per mascherare altri interessi politici ed economici internazionali legati allo stato di Israele - come alcuni sostengono.

La diffamazione del titolo, quindi, non è solo l'insieme di riprovevoli atti razzisti che creano una spirale di odio, ma la strumentalizzazione della memoria della Shoah.

A questo punto vi starete domandando dove voglia andare a parare, vero?   Voglio solamente sottolineare che non esistono "domande banali".

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


A Calcata - Nella Stanzetta del Pastore



Articolo collegato: "Cos'è lo "stato ebraico sionista...?":   https://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2026/09/cose-lo-stato-ebraico-sionista-ce-lo.html

UE. Gli pseudo-intellettuali "sciuscià" parlano inglese...

 

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Operatori culturali  "ueisti", la volete smettere di fare gli "sciuscià" dell’inglese?

L’italiano basta e avanza per farsi comprendere, non solo dagli Italiani ma da molti Bruxellesi, Belgi e dai funzionari europei i quali, se non lo conoscono, sarebbe bene che lo imparassero perché, nell’ambito del processo di integrazione dell’Europa e secondo la regolamentazione in vigore, l’italiano è lingua ufficiale e lingua di lavoro delle istituzioni europee e una tra le più importanti lingue di cultura dell’Europa. Il pragmatismo linguistico, installatosi in seno alle istituzioni europee, che favorisce l’inglese a discapito di tutta la civiltà greco-latina, sta distruggendo la concezione originale dell’Europa Unita e deviandone    il progetto di integrazione.

 In Belgio e in Europa la conoscenza dell’italiano è molto diffusa, siamo noi a disconoscerlo facendo sistematicamente uso dell’inglese per comunicare con i cittadini degli altri popoli europei. Quando mi reco nelle Fiandre e chiedo informazioni ai passanti, in francese, perché purtroppo non conosco il fiammingo, spesso i Fiamminghi mi rispondono in italiano perché, per ragioni ben note,  non vogliono utilizzare il francese e, dal mio accento, capiscono che sono Italiana. L’italiano è una lingua molto più conosciuta di quanto gli Italiani si permettono di ammettere sotto l’occupazione di cui sono vittime dalla fine della seconda guerra mondiale in poi.

Peraltro, nel corso dei miei viaggi di lavoro, nei quattro angoli del mondo, ho sempre incontrato persone che volevano parlarmi in italiano, non solo in tutta l’America Latina ma in tutti i Paesi del bacino mediterraneo e perfino in Corea e in altri Paesi dell’Asia. Svegliatevi e fatela finita di offuscare lo splendore culturale della nostra lingua e abbassarne il livello a quello delle lingue minori, allorché essa è una lingua appresa, conosciuta, ricercata ed amata nel mondo intero in virtù della sua chiarezza, della sua logica, del suo equilibrio, della sua intrinseca armonia e dell’immenso patrimonio culturale che l’Italia possiede e che la lingua veicola.

L’italiano è una grande lingua di cultura di livello mondiale ma gli Italiani lo ignorano.

Anna Maria Campogrande























Post Scriptum:

"Mi fa piacere che abbia diffuso il mio messaggio perché spero di poter sensibilizzare i nostri connazionali, i politici, le autorità del nostro povero Paese colonizzato, i quali non sono affatto coscienti del valore della nostra lingua e del suo livello culturale e, in sede comunitaria, hanno accettato discriminazioni inaudite a iniziativa e con la partecipazione attiva di Romano Prodi, all’epoca in cui era Presidente della Commissione Europea, il quale ha condannato l’italiano tra le lingue minori. È da allora che l’italiano è diventato la lingua più discriminata di tutte le lingue d’Europa.

A mio parere, un circolo-una librería che svolge un’attività culturale, ovunque essa sia ma in particolare in una Bruxelles europea deve affermare la sua identità. È accettabile che si aggiunga, eventualmente, in alcuni casi, la lingua ufficiale del Paese ospite, la lingua veicolare del luogo, ma cosa c’entra l’inglese? Non è lingua ufficiale del Belgio, né lingua veicolare di Bruxelles, è solo la lingua dei Padroni, di quelli che si sono abilmente infiltrati e stanno mandando a monte il progetto di integrazione dell’Europa per trasformarla tutt’intera in una colonia statunitense.

La ringrazio in particolare per quell’appropriatissimo "sciuscià" a cui non ho pensato pur essendomi posto il problema".

(Anna Maria Campogrande)




Commenti ricevuti:

Scrive Marina Neri a commento: “...nell'articolo di Anna Maria Campogrande scorgo solo amore per una lingua meravigliosa e il principio che se tu sei mio ospite forse dovresti sforzarti di apprendere i miei usi e costumi. Certo l'inglese è una lingua semplice e universalmente riconosciuta come veicolo immediato di comprensione. Ma non deve essere necessariamente la lingua ufficiale dell'Europa. Un tempo il mondo pieno di ideali aveva creato l'esperanto. Questo quando si tendeva ad unire e non vi era un Primo!”

..........

Scrive Fabio Orsini: Ma quanto mi piace quest'articolo! Io non sono un nazionalista, ma se vieni in Italia sei tu a doverti far capire, amico straniero. Poi se vogliamo cominciare a discutere su un linguaggio che permetta a tutto il mondo di capirsi, sono d'accordo. Importante che non si dica che già c'è ed è l'inglese, sta cosa mi fa incazzare!”

Bhuribai, una donna straordinaria...


Bhuribai è legata a me in modo molto stretto. Ho conosciuto migliaia di uomini, migliaia di donne, ma Bhuribai era unica tra loro.

Possiamo metterla accanto a Mira, Rabiya, Sahajo, Daya: merita di essere annoverata tra queste donne elette.

Ma poiché era analfabeta, forse il suo nome non diventerà mai famoso. Era una donna di villaggio, apparteneva alla gente rurale del Rajasthan. Ma il suo genio era unico: senza conoscere le scritture, conosceva la verità.

Bhuribai era al mio primo campo, vi partecipò. In seguito partecipò anche ad altri campi. Non per imparare a meditare, perché aveva già raggiunto la meditazione. No, semplicemente le piaceva stare vicino a me. Lei non faceva domande, io non davo risposte. Non aveva nulla da chiedere, non c'era bisogno di rispondere. Ma veniva e portava con sé una brezza fresca.

Si era connessa interiormente a me già dal primo campo. Era successo. Non era stato detto, non fu ascoltato. Era accaduto ed era reale!

Era presente al mio primo discorso… Le parole e gli avvenimenti del campo a cui partecipò Bhuribai sono raccolti in un libro intitolato The Path of Self-Realization (Il sentiero della realizzazione di sé). Era il primo campo e parteciparono soltanto cinquanta persone. Si teneva a Muchala Mahavir, una rovina isolata e disabitata nel Rajasthan più remoto. Con Bhuribai c’era Kalidas Bhatiya, avvocato dell'Alta Corte. Si prendeva cura di lei. Aveva lasciato tutto: l'attività forense, il tribunale. Lavava i vestiti di Bhuribai, le massaggiava i piedi. Bhuribai era anziana, aveva circa settant'anni.

Bhuribai era venuta e con lei erano venuti Kalidas Bhatiya e dieci o quindici dei suoi devoti. Alcune persone la riconobbero. Ascoltò il mio discorso, ma quando arrivò il momento di sedersi a meditare andò nella sua stanza. Kalidas Bhatiya rimase sorpreso, perché erano venuti per meditare. Corse da lei e le chiese: "Hai ascoltato il discorso con tanta attenzione; ora che è arrivato il momento di meditare, te ne vai?". Allora Bhuribai disse: "Tu vai! Io ho capito".

Kalidas rimase molto sorpreso. Se aveva capito, perché non meditava?

Venne da me e mi chiese: "Che cosa succede, che cosa sta accadendo? Bhuribai dice di aver capito, allora perché non medita? E quando gliel'ho chiesto mi ha detto: 'Vai, chiedilo a Baapji (intende a Osho, N.d.T.) in persona'”.

Bhuribai aveva settant'anni, ma mi chiamava ancora Baapji, papà. “'Vai, chiedilo a Baapji'. E così sono venuto da te", disse Kalidas. “Non dice nulla, sorride. E quando stavo per andarmene ha aggiunto: 'Tu non capisci niente. Io ho capito!'".

Allora dissi: "Ha ragione, perché io ho spiegato la meditazione: è non-agire. E tu sei andato a dire a Bhuribai di venire a fare la meditazione. Non poteva che ridere: fare meditazione? Come si può fare, se è non-agire? Ho anche spiegato che la meditazione consiste semplicemente nel diventare silenziosi, quindi deve aver pensato che fosse più facile stare in silenzio nella sua stanza che in mezzo a questa folla. Ha capito bene. E la verità è che non ha bisogno di meditare. Conosce il silenzio. Anche se non lo chiama meditazione, perché meditazione è diventata una parola erudita. Lei è una donna di villaggio, semplice e diretta, dice: ‘Chup!’, silenzio!".

Quando tornò a casa dopo il campo, Bhuribai chiese a qualcuno di scrivere questo sutra sulla parete della sua capanna:

Il silenzio è il mezzo, il silenzio è la meta, nel silenzio permea soltanto il silenzio.

Il silenzio, la conoscenza di ogni conoscenza: comprendilo e diventi silenzio.

Il silenzio è il mezzo, il silenzio è la meta, nel silenzio soltanto il silenzio permea. Se vuoi comprendere, se vuoi capire, allora c'è una sola cosa che vale la pena di comprendere: il silenzio. Nel momento in cui lo conosci, diventi silenzioso. Non c'è nient'altro da fare: il silenzio, la conoscenza di ogni conoscenza.

I suoi discepoli mi dissero: "A noi non dà retta, ma se glielo dici tu, lo accetterà. Non ti rifiuterà mai nulla, farà ciò che le dici. Dille di far mettere per iscritto la sua esperienza di vita. Lei non sa scrivere, perché non ha ricevuto un'istruzione scolastica. Ma comunque, qualunque cosa abbia conseguito, fagliela mettere per iscritto. Ora è anziana, si avvicina il momento della sua dipartita. Falla scrivere; sarà utile alle persone che verranno in seguito".

Le chiesi: "Bai, perché non fai mettere per iscritto la tua vita?".

Lei rispose: "Baapji, se lo dici tu, lo farò. Quando verrò al prossimo campo, potrai pubblicarlo tu stesso. Lo porterò già scritto".

Al campo successivo i suoi discepoli aspettavano con impazienza, pieni di entusiasmo. Aveva messo il libro in una scatola e l'aveva fatta sigillare. Aveva fatto mettere un lucchetto e portava con sé la chiave.

I suoi discepoli sollevarono la cassa sulle loro teste e me la portarono. Mi chiesero di aprirla. La aprii e tirai fuori un libretto, un libretto piccolissimo di una decina o quindicina di pagine; ed era minuscolo: circa dieci centimetri per otto. E le pagine erano nere, senza alcun bianco!

Dissi: "Bhuribai, hai scritto bene. Gli altri scrivono, ma anneriscono la pagina solo un po'. Tu hai scritto in modo che non rimanesse neppure un po' di bianco". Aveva scritto e scritto e scritto.

Disse: "Solo tu puoi capire. Loro proprio non capiscono. Ho detto loro: 'Guardate. Gli altri scrivono. Scrivono poco: sono istruiti, possono scrivere solo un po'. Io non ho ricevuto un'istruzione scolastica, quindi ho scritto e scritto, ho scritto tutto. Non ho lasciato spazio. E come avrei potuto far scrivere tutto questo a qualcun altro? Così ho continuato a scrivere: ho reso tutto il libro completamente nero! Ora presentalo tu".

E io lo presentai. I suoi discepoli rimasero molto sorpresi.

Dissi: "Questa è una vera scrittura sacra. Questa è la scrittura delle scritture. I Sufi hanno un libro bianco. Lo chiamano Il Libro dei Libri. Ma le sue pagine sono bianche. Il libro di Bhuribai è andato oltre. Le sue pagine sono nere".

Bhuribai non diceva mai nulla. Quando qualcuno andava a chiederle: "Che cosa devo fare?", si limitava a portare un dito alle labbra: "Rimani semplicemente in silenzio. Non c'è nient'altro da fare".

Il suo amore era straordinario. Aveva il suo modo, unico! Non deve più tornare in questo mondo. È andata via per sempre. “Nel silenzio, permea soltanto il silenzio”. Si è dissolta. Il fiume si è dissolto nell'oceano. Non ha mai fatto nulla, è semplicemente rimasta in silenzio. E chiunque andasse a casa sua lo accoglieva e serviva personalmente. Lo serviva in ogni modo e in silenzio, quietamente.

Era una donna straordinaria.

 


Fonte: Osho, Early Talks #8


Osho raccontò questa storia, accaduta molti anni prima, l’11 Settembre 1980, in occasione della morte di Bhuri Bai.