Dice Covelluzzo da Viterbo: “Anno 1379; fu recato in Viterbo il gioco delle carte che viene da Seracenia e chiamasi naibi…”
Tarocchi che tirano… e trucchi da maghi!
Dice Covelluzzo da Viterbo: “Anno 1379; fu recato in Viterbo il gioco delle carte che viene da Seracenia e chiamasi naibi…”
"Dal Treja a Treia"- Nuova vita per me e per la Rete Bioregionale Italiana...
Sto raccogliendo memorie sugli eventi della mia vita, relativi al periodo vissuto a Calcata, nella valle del Treja, fino al mio trasferimento a Treia. Lo scopo è quello di raccogliere notizie per un nuovo libro dal titolo "Dal Treja a Treia".
Quello che segue è il capitolo riguardante i primi eventi da me vissuti a Treia...
"Diciamo che "abbandonata Calcata al suo destino" dall'estate del 2010 iniziò la mia nuova avventura in quel di Treia. In questo anno fatidico non solo dovetti affrontare una "ripartita" logistica ma anche una nuova posizione all'interno della Rete Bioregionale Italiana e da questo voglio partire per raccontarvi i cambiamenti affrontati.
La narrazione -per quel che ci interessa- comincia da un articolo pubblicato sul notiziario "Lato Selvatico", in cui Giuseppe Moretti descrive le vicende peregrine della Rete Bioregionale, partendo dalla descrizione della sua fondazione nel 1996 e proseguendo sino al momento in cui l'esperienza aggregativa subisce una scissione, nel 2010, dalla quale sorse il nuovo gruppo "Sentiero Bioregionale". Ed è proprio dalla descrizione di questo fatto, come percepito e vissuto da Giuseppe Moretti, che vorrei ripartire per integrarvi il mio punto di vista su quello stesso tema.
Allora, il n. 37 del 2010 di Lato Selvatico inizia con l'annuncio dell'uscita di buona parte dei suoi referenti, giustificata da Giuseppe Moretti in questi termini: "Dunque cosa è successo nella Rete Bioregionale? Niente che non sia già successo nell'ambito di comunità o gruppo di persone in ogni luogo, società e latitudine del pianeta. E' successo che una minoranza degli aderenti ha iniziato a chiedere che la pratica vegana diventasse una linea guida della Rete Bioregionale Italiana.... (...) Un atteggiamento questo che andava a cozzare con l'ultimo paragrafo del "documento d'intesa" della Rete stessa, che così recita: "nell'introdurre questo concetto (riferito al bioregionalismo) si richiede la sensibilità di esporlo in modo che ogni persona, gruppo o realtà sociale, lo senta proprio e nel proprio luogo si organizzi per realizzarlo.". Dire perciò che per essere un buon bioregionalista occorre essere vegani poneva dei "paletti" inammissibili ad una Rete che aveva fatto del rispetto per i percorsi, le storie e le vite di chi, con spirito sincero e volontà d'intenti, si accosta all'ipotesi bioregionalista. Insomma la visione bioregionale è una visione inclusiva, non esclusiva, e questo perché l'obiettivo che si propone (il ritornare ad essere un filo della trama della vita) è molto più importante della somma delle nostre peculiarità, inclinazioni o convincimenti (per quanto in buona fede essi siano). Inutile dire che s'è fatto l'impossibile da parte nostra per evitare la rottura ma alla fine ci siamo arresi all'evidenza che non si poteva più lavorare costruttivamente e serenamente assieme, e così prima uno poi altri buona parte dei referenti locali ha lasciato la Rete Bioregionale. Ora si dirà "ma se c'era una maggioranza come mai questa non si è imposta?". Semplice, perché la Rete era (ed è ancora?) una organizzazione orizzontale, cioè senza capi, dirigenti o amministratori, e quindi il rivendicare una maggioranza significava imporre il volere di una parte sull'altra. Detto questo e per sgomberare la strada a possibili fraintendimenti non è stata una diatriba fra bioregionalismo e veganismo, poiché queste anime all'interno della Rete da sempre convivono nel rispetto reciproco. Il punto è che quando ci si lascia travolgere dall'idealismo è facile che questo poi sfoci nel fondamentalismo."
Ecco qui ho riportato, quasi integralmente, la spiegazione fornita da Giuseppe Moretti, che ringrazio per la chiarezza e la sincerità, in merito alle ragioni che lo spinsero a "dimettersi" da coordinatore e da membro della Rete Bioregionale (vedi il relativo scambio di email del luglio 2010:
http://paolodarpini.blogspot.
Ordunque, cosa ho da dire io al proposito di questa "scissione"? Espressi il mio parere in diversi miei articoli e risposte a persone che mi chiedevano ragguagli. Il fatto è che da un lato mi trovo d'accordo con Giuseppe Moretti sul "metodo" inclusivo e pertanto pur essendo io frugivoro/vegetariano dal 1973 (quindi non specificatamente "vegano") ed avendo illustrato le ragioni ecologiche e salutistiche di questa mia scelta, sin dall'incontro fondativo della Rete nella primavera del 1996 ad Acquapendente, ma non avendo il mio perorare tale causa incontrato il favore della maggioranza dei convenuti accettai tranquillamente di far parte della Rete, sapendo -appunto- che ognuno ha il proprio percorso e non si possono mettere paletti alle altrui funzioni e modi di vita.
Continuai a restare quel che sono accettando di convivere in un contesto pressoché composto da onnivori, a cominciare da alcuni membri della mia famiglia sino ai compagni di viaggio bioregionalisti, spiritualisti od ecologisti che fossero.
Ovviamente non smisi di ritenere valide le mie scelte alimentari -espresse anche nel mio libro "L'alimentazione bioregionale"- limitandomi però a spiegarne le ragioni senza imposizioni. Il problema all'interno della Rete, in verità, subentrò allorché uno dei suoi membri fondatori, convertitosi nel frattempo per sue ragioni personali al veganesimo, iniziò una campagna "confessionale" per spingere gli altri membri ad accettare le sue conclusioni. Questo atteggiamento, facendosi un po' insistente, "costrinse" Giuseppe Moretti, Etain Addey ed altri bioregionalisti, che non ritenevano opportuno piegarsi alle "imposizioni vegane" (in quanto il loro modo di vita rientrava nella categoria dei contadini/allevatori) e quindi optarono per l'uscita dalla Rete Bioregionale.
Io ed altri, che condividevano la mia visione, rimanemmo nella Rete, per le stesse ragioni espresse nell'articolo di Lato Selvatico su riportato, ovvero non ritenevamo argomento sufficiente quella differenza di opinione sul modo di alimentarsi, tale da obbligarci a prendere una decisione partigiana in proposito, sì o no che fosse. Diceva bene Giuseppe Moretti riguardo all'esercizio di potere di una maggioranza sulla minoranza, ed essendo sempre convissuto con tutti, non ritenni opportuno accodarmi ad una fazione di onnivori e nemmeno pensai di accodarmi ad una setta vegana. Restai quindi laicamente nella Rete perché non vedevo ragioni per andarmene... Infatti con la partecipazione alla Rete, che non è una associazione verticistica, ognuno poteva e può convivere nell'accettazione delle differenze (pur fastidiose che siano), d'altronde non avviene così anche nella società (in senso ampio) e nel contesto della natura?
Siamo forse d'accordo con tutti i nostri fratelli umani, possiamo accettare la comunanza con gli altri animali indistintamente? Eppure nel contesto bioregionale siamo tutti presenti e vivi! Certo se una presenza è troppo fastidiosa ed impossibile da sostenere non è obbligatorio conviverci, in quel caso come ultima ratio si potrà allontanare l'importuno, come avveniva nelle tribù dei pellirossa in cui un elemento socialmente insostenibile veniva prima rabbonito e si tentava di emendarlo dalle sue fisime ma se proprio non era possibile si ricorreva al suo allontanamento dalla comunità. Un buon modo per insegnare la convivenza civile a chi non sa mantenerla.
Eppure anche questo, forse, è un esercizio di potere di una maggioranza su una minoranza? Può darsi... Ma in questo caso la maggioranza non se ne andava dalla tribù originaria...!
Da parte mia un tentativo di “riappacificazione” con i membri transfughi dalla Rete non è mai stato escluso, ho continuato a cercare un dialogo con i "colleghi" del Sentiero Bioregionale. Ad esempio nel maggio 2016 mi recai con Caterina all'incontro di Sentiero Bioregionale (avendo ottenuto il permesso di Giuseppe Moretti), che si teneva in Val Samoggia, cercando un riavvicinamento e riproponendo le mie buone intenzioni. Giuseppe rispose che i "tempi non erano ancora maturi"... quindi attendo che maturino un dì, magari prima della dipartita visto che l'anzianità avanza, e se non sarà in questa vita magari succederà nella prossima, chissà?
Non si finisce mai d'imparare.
Questa lunga premessa per anticipare quel che avvenne il 30 e 31 ottobre 2010, al convegno nazionale di rifondazione della Rete Bioregionale Italiana, in quel di San Severino Marche (Macerata). La cosa avvenne allorché, da poco trasferitomi a Treia, ebbi la buona sorte di conoscere una persona intelligente e gentile, Lucilla Pavoni, la quale era al corrente delle vicende della Rete Bioregionale, avendo conosciuto Etain Addey ed il suo esperimento come riabitante agricolo/pastorale nel borgo di Pratale in Umbria. Con Lucilla trovai subito un'intesa ed apprezzai il suo atteggiamento "ragionevole e moderato". Le chiesi quindi di contribuire alla riappacificazione tra bioregionalisti organizzando nel suo casale di San Severino, dove conduceva il suo esperimento di ritorno alla natura, un incontro rifondativo della Rete. Purtroppo i transfughi rifiutarono la proposta ma noi egualmente tenemmo l'incontro invitando tutti i membri ed ex membri al meeting. Giunsero così da varie parti d'Italia diversi bioregionalisti e per due giorni cercammo un punto d'intesa attraverso la proposta del rilancio dell'Agricoltura Contadina. Non tutti i partecipanti erano al corrente delle tristi vicende che squassavano la Rete Bioregionale ma in linea di massima quasi tutti i partecipanti condivisero l'idea di continuare un percorso condiviso, iniziato nel 1996, il più possibile unitariamente. Persino alcuni che avevano aderito alla nuova aggregazione "Sentiero Bioregionale" furono d'accordo di mantenere contatti e collaborazioni con la rinata Rete Bioregionale Italiana.
Per dare un segnale di ulteriore compartecipazione fu deciso di organizzare un incontro collegiale a Treia, l'8 dicembre del 2010, con l'intento di proporre il senso del "riabitare" il nostro luogo. L'occasione portante fu la presentazione di un nuovo libro di Lucilla Pavoni, “La figlia del sarto”, in cui raccontava il suo personale ritorno alla terra. L'evento si svolse nella Sala Consiliare del Comune, alla presenza dell'allora sindaco Luigi Santalucia e della sua giunta, assieme ad un nutrito numero di "bioregionalisti in fieri”, artisti, produttori agricoli, poeti, suonatori di organetto, ecc. Insomma un revival culturale paesano. E con esso ebbi anche l'occasione di presentarmi alla comunità treiese..."
Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana
Video collegato: Paolo D'Arpini. L'alimentazione bioregionale frugivora: https://www.youtube.com/shorts/CSdrYYx9iNM?t=80&feature=share
La ricerca spirituale laica non è un percorso ma un riconoscimento...

C’è una sostanziale differenza, nell’atteggiamento interiore, se noi crediamo di aver scelto il compimento di una determinata azione (o corso di azioni) oppure se noi semplicemente sentiamo di star affrontando delle contingenze (se rispondiamo cioè allo stimolo degli eventi in corso). Nel primo caso ci sentiamo responsabili ed abbiamo precise aspettative verso i risultati del nostro agire, nel secondo sappiamo che la nostra energia si muove in sintonia con le situazioni in cui ci troviamo e non calcoliamo di dover adempiere ad un preciso fine.
E’ evidente che nel primo caso sperimentiamo un senso di costrizione, delusione o speranza, mentre nel secondo il nostro comportamento molto somiglia ad un gioco infantile. Sappiamo bene che il distacco e la quiete interiore sono un fattore importante per la riuscita, tant’è che al momento di superare un esame facciamo di tutto per sentirci rilassati, anche se –in verità- lo sforzo stesso di rilassarci non produce l’effetto desiderato… Eppure, nel mondo parliamo di “riuscita” in ben altri termini e cerchiamo sempre di porre l’accento sul nostro “sforzo personale”.
Ma torniamo a considerare il primo caso, in cui definiamo il nostro agire una “libera scelta”, agendo come bulldozers e seguendo regole precise auto-imposte o subite, affermando “questa è la nostra decisione” e seguendola con fede cieca. Magari non siamo consapevoli che nel secondo caso potremmo facilmente galleggiare -o nuotare- seguendo la corrente e che la nostra volontà corrisponderebbe spontaneamente alla nostra disposizione innata.
Vediamo ora che i risultati ottenuti nel primo caso sono per noi frutto di preoccupazione e sconforto mentre nel secondo caso, navigando a vista, ogni risultato è una scoperta, ogni approdo un arricchimento.
Ma –stranezza del caso- sentiamo affermare nel mondo “…quello è un uomo tutto d’un pezzo e di successo che si è fatto da sé lottando con le unghie e coi denti…” e per contro “…quella persona è un sempliciotto che vive in beata innocenza, senza interessi e non sa nemmeno cosa è bene e cosa è male…”.
Ed a questo punto vorrei chiedervi, non furono cacciati Adamo ed Eva dal paradiso terrestre proprio per aver assaggiato il frutto del bene e del male? Eppure di tutta la Genesi questo, che mi sembra il passaggio più significativo, viene spesso descritto come una favola… in realtà è un’allegoria dell’uscita dall’armonia dell’unità primigenia e l’entrata nell’inferno del dualismo e della separazione.
Per fortuna non dobbiamo aspettare molto (né tante .. e neppure una vita, basta un momento) per capire il trucco dell’illusione, della proiezione egoica duale, giacché l’unità nella coscienza non è mai venuta meno, è proprio qui ed ora… e non allora o domani…
Paradiso ed inferno son solo paradigmi della mente, nel divenire.
Si chiedeva Eric Fromm: “essere o avere?”
Paolo D’Arpini - Comitato per la spiritualità laica

In un certo senso sono maceratese anch'io..
rapporto particolare che deriva dall’universale.
di amore. Sia questo il desiderio ardente, il sogno di tutti gli uomini riflessivi e sinceri.
Con l’esempio e la parola facciamo tutto quello che dipende da noi per diffondere l’evangelo di compassione e di amore, per far cessare il regime della brutalità e per affrettare l’avvento del grande regno di giustizia nel quale la volontà del padre nostro sarà fatta nella terra come in cielo.
"Vita senza tempo" di Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini...
Nel libro "Vita senza tempo" si parla della storia d’amore di Paolo D’Arpini e Caterina Regazzi, e di come in seguito alla maturazione di questo amore karmico avvenne anche il trasferimento a Treia del Circolo Vegetariano VV.TT.
Il libro si dispiega in maniera graduale, partendo dall’iniziale fase amichevole della conoscenza reciproca di Paolo e Caterina, nutrendosi di un corposo segmento intermedio di approfondimento e approdando, infine, a una relazione stabile sentimentale. Un ruscello che convoglia le proprie acque in modo equilibrato prima di diventare fiume e sfociare in una conclusione ideale, quella di apertura verso il mare e verso la vita stessa, rivista da Caterina e Paolo in un’ottica di condivisione e comprensione l’una per i punti di forza e i punti di debolezza dell’altro e viceversa, come in un amore maturo e realmente fruibile dovrebbe sempre essere.
Un sentimento forte e corposo ma non scevro da dubbi, piccole incertezze, sussulti dovuti alla frenesia del vivere quotidiano sperimentati da Caterina, veterinaria, accolta in un abbraccio ideale dalla disponibilità “appassionata/spassionata” di Paolo, spirito libero e pensionato, spesso ago della bilancia della quotidianità di entrambi.Il dialogo procede secondo ritmi variabili, trattando moltissimi temi attuali e contemporanei: relazioni umane e loro spendibilità nel reale e nel web (quest’ultimo visto come modalità privilegiata e catalizzante di comunicazione, seguita tuttavia da una indispensabile conoscenza “de visu”); accettazione amorevole e consapevole di se stessi come premessa indispensabile per l’instaurazione di rapporti affettivo-sentimentali-
L’attribuzione, infine, di un peso rilevante al momento presente, da gustare intensamente scevro da ombre passate (o forse, meglio, non appesantito ma arricchito dalla positività di ciò che è stato) e di moderata propedeuticità verso un futuro ancora tutto da costruire con i piedi ben piantati per terra in un hic et nunc concreto e costruttivo.
Lucia Guida
Una memoria sulla mia battaglia bioregionale, laica e vegetariana...

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana
bioregionalismo.treia@gmail.com

“Simboli, didattica empatica e viceversa"...
Qualche anno fa una maestra per una lezione di educazione ambientale ci chiese di parlare della paglia. Ci pensammo un po' nel gruppo di lavoro e decidemmo di montare nel giardino della scuola cinque o sei balle di paglia in cerchio. Il giorno dopo portammo i ragazzi e ci sedemmo tutti in cerchio semplicemente ad esprimere ciò che si sentiva in quel preciso momento.
Usammo il bastone della parola e sarà stato per la sicurezza e la morbidità delle balle di paglia, sarà stato per la carica energetica del cerchio, sara stato per il bastone della parola che assicurava a chi lo aveva in mano l’ascolto ed il silenzio di tutti gli altri che i ragazzi si sentirono così rinfrancati e rassicurati che vollero fare diversi giri della parola.
Il passaggio successivo fu l’introduzione di alcuni suoni con voci e percussioni con materiale riciclato cartoni e scatole o con il semplice battito delle mani e iniziammo una session musicale di corpo e voce perché tra i temi che erano usciti dal feed back preventivo c era l’ hip hop, molti di loro praticavano questo ballo, anzi alcuni a turno si lanciarono nel cerchio trasformato in piccola arena ballando e recitando alcuni versi nella forma della poesia ritmica urbana o letteratura ritmica metropolitana.
Tutti volevano danzare e a un certo punto una delle balle si ruppe e l interno del cerchio si riempi di paglia, così come impazziti di gioia iniziarono tutti a tuffarsi e a nuotare nella piscina di paglia che si era creata. Nella doppia azione sensoriale con i cinque sensi avevano sperimentato l’odore forte e dolciastro il colore giallo oro il tatto e il gusto con gli steli e il suono, lo scricchiolio delle balle, nella fase emozionale si erano lasciati andare al gioco e all’improvvisazione attraverso il canto la danza e l’aggrovigliasi tutti assieme nella paglia Alla fine fu una esperienza bellissima e senza mai parlarne avevano trasmesso l’idea che la paglia è profumata, morbida, resistente, rassicurante, comoda anche che pizzica fa arrossare la pelle, provoca orticaria e che fa pure starnutire. Resistente flessibile e leggera, una delle fibre più perfette che ci son in natura.
C’è da dire che nella lezione successiva ci ritagliammo uno spazio per parlare dell ecologia della pianta del grano, del seme: il tegumento, la protezione del chicco (la crusca), l endosperma (la farina) la riserva di energia che nutre la piantina embrionale fino allo sviluppo dell apparato radicale e delle prime foglioline per attivare il processo di fotosintesi, del germe o embrione all’interno del quale è conservato il corredo genetico della futura pianta e i sensori che si attivano in presenza di luce calore e acqua dando il via al processo vitale.
Parlammo pure del grano come pianta che ha modificato in modo sostanziale la morfologia di tutti i paesaggi della civiltà occidentale perché il grano impoverisce i terreni in cui è coltivato, ha una bassa resa produttiva quindi occorrono grandi aree di terreno per coltivarlo, con notevoli disboscamenti ogni volta che nel corso della storia l’umanità si è trovata davanti a uno sviluppo demografico. Il grano ha poche qualità nutrizionali quindi per ogni uomo come razione giornaliera ce ne vuole tanto, quasi un chilo di pane al giorno, in compenso è molto buono e si conserva a lungo. Alcuni termini di ecologia vegetale furono usati dai ragazzi poi per fare hip hop nel giardino tra le balle.
Lasciammo da parte in quella occasione il discorso sulla magia della farina dell’amido, della coltivazione del grano in rapporto ai cicli dell anno nella cultura rurale e soprattutto di tutti i miti storie e leggende legati alla sacralità della pianta del grano, riconosciuta in tutte le culture che lo coltivano. In un altro laboratorio di educazione ambientale usammo come facilitatore un burattino fatto con giornali riciclati che si esibiva all’interno di un piccolo teatrino di cartone anch’esso riciclato che rappresentava proprio un seme e spiegava tutto quel che ho appena raccontato con evidente attenzione da parte dei ragazzi che si presentarono nella lezione successiva tutti con un teatrino di cartone riarrangiato e riadattato da ognuno con la propria fantasia e espressività.
Nell’incontro successivo fu un piacere stare tutto il tempo ad ascoltare da spettatore le storie che avevano preparato e ai personaggi che avevano inventato, alcuni pure fuori tema perché molti di loro erano stati più attratti dal medium riproduttivo che dall’argomento trattato che era la biodiversità…
Ferdinando Renzetti - Rete Bioregionale Italiana
Il "Riconoscersi in ciò che è..." di Paolo D'Arpini
Scartabellando in questo archivio telematico ho ritrovato un messaggio, una domanda, rivoltami dall'amica ecologista e spiritualista, Gloria Germani, che mi scrisse un commento su un articolo (ora scomparso) pubblicato sul suddetto blog (chiuso da Terra Nuova): http://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/La-comunicazione-su-internet-cambiera-la-storia -: “Caro Paolo, ti stimo molto e quindi ti domando se davvero credi che Internet cambierà la storia in positivo. Sono sicura per esperienza diretta che il cinema e la televisione hanno provocato soltanto una propaganda più efficace e distruttiva nel giro di pochissimo tempo.. Aspetto una tua risposta”
Mia rispostina: "Cara Gloria, in un certo modo internet può cambiare la storia, quella della comunicazione, nel modo in cui la comunicazione diventa utilizzabile a chiunque e nei termini e negli argomenti che chiunque può o vuole utilizzare. Ho avuto ed ho tutt'oggi esperienza di comunicazione a mezzo stampa o tv o radio, etc. e so bene che i temi trattati vengono scelti e controllati da chi detiene tali mezzi di comunicazione. So anche che su internet c'è il rischio di creare confusione avendo tutti a disposizione lo stesso mezzo comunicativo "aperto" e quindi internet è anche un mezzo di disinformazione. Per questa ragione parlavo di "forme pensiero che siano sostenute da immagini accompagnate da emozioni e sentimenti, oltre che da intelligenza.. (continua)...". Insomma internet copia e funziona come nella psiche la formazione dell'inconscio collettivo, per questo è importante che vengano emesse "forme pensiero" espressioni di verità e di coscienza spirituale, ecologica e simili. Sì, all'inizio ero molto schizzinoso anch'io sull'uso di internet, poi ho realizzato che come ognuno di noi è in grado di influenzare positivamente la memoria collettiva attraverso pensieri positivi, meditazione, etc. altrettanto si può fare con internet che altro non è che una forma "espansiva energetica grossolana" della nostra mente. Ti invito pertanto a rileggere l'articolo da te menzionato con queste premesse... Inoltre la vera ecologia profonda deve necessariamente potersi attuare nella situazione presente, nei modi in cui tale situazione è manifesta, per questo in altre occasioni ho affermato che non serve regredire al primitivismo bensì è necessario ecologizzare completamente il sistema."
Ed oggi cosa ne dice AI del mio "Riconoscersi in ciò che è..." Questo è un concetto centrale nella filosofia e nel pensiero bioregionale di Paolo D'Arpini, scrittore, animatore culturale e fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Questo approccio invita a percepire l'ambiente, le persone e ogni manifestazione del mondo come una proiezione della stessa coscienza, superando la divisione tra "io" e "altro".
Ecco i punti chiave del pensiero di Paolo D'Arpini:
Spiritualità Laica e Olistica: D'Arpini propone una visione olistica in cui coscienza e materia non sono separate, portando a una consapevolezza in cui ogni parte compartecipa al tutto.
"Colui che cerca è il cercato": Nei suoi scritti, come quelli pubblicati sul blog del Circolo Vegetariano Treia, D'Arpini sottolinea che comprendere se stessi significa comprendere gli altri e viceversa, superando la contrapposizione dell'ego.
Il Giornaletto di Saul: È noto per la sua attività di diffusione di notizie e riflessioni elaborate o riportate da Paolo D'Arpini, un bollettino giornaliero che tratta temi di spiritualità, bioregionalismo, politica e attualità.
Il suo percorso, descritto anche nel libro "Riciclaggio della Memoria", si focalizza su un'esistenza simbiotica con l'ambiente e su una profonda comprensione della natura umana.
E così sia!
Paolo D'Arpini, scritto (ed in parte riscritto) l'8 maggio 2026, a Treia.
P.S. Per chi fosse interessato al libro "Riciclaggio della memoria" può rivolgersi al curatore editoriale, Michele Meomartino: 393.2362091
Deriva militarista dell'intelligenza artificiale e imperialismo digitale...
- 1.Dario Guarascio, “Imperialismo digitale”, ed. Laterza, 2026
- 2.Emily M. Bender, Alex Hanna, “L’inganno dell’Intelligenza Artificiale”, ed. Fazi, 2026



