- 1.Dario Guarascio, “Imperialismo digitale”, ed. Laterza, 2026
- 2.Emily M. Bender, Alex Hanna, “L’inganno dell’Intelligenza Artificiale”, ed. Fazi, 2026

Leonardo da Vinci nasce fuori dagli schemi. Figlio illegittimo, cresciuto ai margini, mai davvero dentro un posto preciso nel mondo.
Ed è forse proprio questa distanza a renderlo diverso: uno sguardo libero, inquieto, incapace di fermarsi alla superficie.
Fin da giovane osserva ogni cosa. I volti, i movimenti impercettibili, i silenzi più eloquenti delle parole. Non gli basta guardare: vuole comprendere. Andare oltre ciò che appare. Dentro i corpi, dentro le emozioni, dentro la realtà invisibile.
Scriverà: «Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri.»
A soli quattordici anni entra nella bottega del Verrocchio. Ma la pittura, per lui, non è un punto d’arrivo. È solo l’inizio. Studia, prende appunti, sperimenta senza sosta. E soprattutto immagina. Non separa mai ciò che conosce da ciò che crea. Ed è proprio da questa fusione che nascono le sue opere.
Nell’Ultima Cena non si limita a raffigurare un momento. Mette in scena una frattura. Cristo parla, e tutto cambia. Gli apostoli reagiscono: chi si ritrae, chi si agita, chi resta sospeso, chi è già attraversato dal dubbio. Ogni volto racconta qualcosa di diverso. Ogni gesto è una risposta. Non è solo pittura: è tensione viva. È l’istante in cui l’essere umano si trasforma.
Perché ogni cambiamento nasce da una rottura. E spesso è proprio lì che la vita prende forma.
Poi dedica anni a un volto. Quello di una donna. Un sorriso che sfugge, che non si lascia definire. Lo studia nei minimi dettagli, tra muscoli e luce, tra ombre e percezioni.
Nasce così la Gioconda.
Ma quel sorriso non è un sorriso. È qualcosa di più profondo. È instabile, mutevole, impossibile da fissare. Come a dire che la verità non è mai una sola. Che tutto è in movimento. Che anche ciò che crediamo fermo, in realtà cambia continuamente.
Negli anni successivi Leonardo non si arresta. Studia il cuore umano e il funzionamento delle sue valvole. Disegna il feto nell’utero con precisione sorprendente. Progetta sistemi per l’acqua e il territorio. Per lui non esistono barriere: arte e scienza, natura e corpo, pensiero e materia sono parti di un unico dialogo.
Tutto è collegato. Tutto si influenza.
Oggi, invece, viviamo in un’epoca diversa. Abbiamo competenze sempre più specifiche, figure sempre più specializzate. Ma manca qualcosa: una visione capace di unire.
È per questo che ricordare Leonardo è ancora fondamentale. Ci ha insegnato che sapere non significa accumulare informazioni, ma metterle in relazione. Che la conoscenza non è un confine da spostare, ma uno spazio da ampliare.
Leonardo non è stato solo un genio. È stato un modo di pensare.
E forse è proprio quel modo di pensare che oggi abbiamo perduto.
Salvo Nugnes
Vincenzo Zamboni
Non è possibile essere in uno stato in cui pensi al tuo Sé, perché se conosci, conosci: non hai bisogno di pensarci. Pensiamo solo a ciò che non conosciamo e continuiamo a pensarci su. Possiamo però credere di conoscere noi stessi attraverso conoscenze prese in prestito e allora possiamo riflettere sul Sé, sull’atma, sulla natura del Sé, sulla sua esistenza, sulla sua origine e possiamo andare avanti all’infinito. Ma questo non è conoscere.
Nella meditazione non pensi al Sé, ma conosci. E il momento del conoscere è un momento di esplosione. La mente esplode, diventi qualcos’altro. Non sei più la persona di prima: quella vecchia è scomparsa, è nata una nuova persona. E questa nuova persona vive, ama ed esiste in modo completamente diverso, perché ha conosciuto se stessa. Il primo passo della conoscenza è stato compiuto. Ora può conoscere anche gli altri.
Esistiamo in un paradosso: non conosciamo noi stessi, eppure crediamo di conoscere gli altri. Cerchiamo di conoscere gli altri senza conoscere noi stessi ed è impossibile. Se ignoro il mio centro, come posso conoscere qualunque altra cosa? Se la radice è nell’oscurità, come posso trovare la luce altrove?
La prima scoperta, la prima esplosione di luce, deve avvenire in noi stessi. Poi si espande, si allarga sempre più. Questo momento di trasformazione è la conoscenza di Sé. Poi, come un sasso gettato nell’acqua, i cerchi si propagano fino a raggiungere ogni riva. L’esplosione avviene nel Sé, ma si diffonde fino a comprendere tutto. Alla fine diventa conoscenza divina.
Prima c’è la conoscenza di Sé, poi questa si espande fino all’infinito e diventa conoscenza del divino. La conoscenza di Sé è la porta, l’apertura verso il divino. Ma noi non conosciamo noi stessi e pretendiamo di conoscere perfino Dio. Discutiamo, litighiamo, sosteniamo che questo è giusto e quello sbagliato, che una religione è vera e un’altra no… E tutto questo senza avere alcuna apertura interiore.
L’apertura arriva con l’esplosione del Sé.
C’è ancora una cosa da capire: questa esplosione è anche la dissoluzione dell’ego. Quando conosci veramente te stesso – che è un mistero – il Sé, così come lo intendi, scompare. Esiste solo nell’ignoranza. Parliamo di “conoscenza del Sé”, ma in realtà, quando la conoscenza accade, il Sé svanisce. Resta solo il conoscere. Non c’è più un “io”: c’è solo l’essere.
Questo essere è l’atman.
L’atman non è l’ego. Non puoi conoscere te stesso nel senso abituale, perché nel momento in cui conosci, non c’è più un “io” separato: rimane solo la conoscenza, senza ego, senza confini.
Osho - Early Talks