Nuova vita a Treia per me e per la Rete Bioregionale Italiana...

 


Sto raccogliendo  memorie sugli eventi della mia vita, relativi al periodo vissuto a Calcata, nella valle del Treja,  fino al  mio trasferimento a Treia. Lo scopo è quello di raccogliere notizie per un nuovo libro dal titolo "Dal Treja a Treia".

Quello che segue è il capitolo riguardante i primi eventi da me  vissuti a Treia...

"Diciamo che "abbandonata Calcata al suo destino" dall'estate del 2010 iniziò la mia nuova avventura in quel di Treia. In questo anno fatidico non solo  dovetti affrontare una "ripartita" logistica ma anche una nuova posizione all'interno della Rete Bioregionale Italiana e da questo voglio partire per raccontarvi i cambiamenti affrontati.

La narrazione -per quel che ci interessa- comincia da un articolo pubblicato sul notiziario "Lato Selvatico", in cui Giuseppe Moretti descrive le vicende peregrine della Rete Bioregionale, partendo dalla descrizione della sua fondazione nel 1996 e proseguendo sino al momento in cui l'esperienza aggregativa subisce una scissione, nel 2010, dalla quale sorse il nuovo gruppo "Sentiero Bioregionale". Ed è proprio dalla descrizione di questo fatto, come percepito e vissuto da Giuseppe Moretti, che vorrei ripartire per integrarvi il mio punto di vista su quello stesso tema.

Allora, il n. 37 del 2010 di Lato Selvatico inizia con l'annuncio dell'uscita di buona parte dei suoi referenti, giustificata da Giuseppe Moretti in questi termini:   "Dunque cosa è successo nella Rete Bioregionale? Niente che non sia già successo nell'ambito di comunità o gruppo di persone in ogni luogo, società e latitudine del pianeta. E' successo che una  minoranza degli aderenti ha iniziato a chiedere che la pratica vegana diventasse una linea guida della Rete Bioregionale Italiana.... (...) Un atteggiamento questo che andava a cozzare con l'ultimo paragrafo del "documento d'intesa" della Rete stessa, che così recita: "nell'introdurre questo concetto (riferito al bioregionalismo) si richiede la sensibilità di esporlo in modo che ogni persona, gruppo o realtà sociale, lo senta proprio e nel proprio luogo si organizzi per realizzarlo.". Dire perciò che per essere un buon bioregionalista occorre essere  vegani poneva dei "paletti" inammissibili ad una Rete che aveva fatto del rispetto  per i percorsi, le storie e le vite di chi, con spirito sincero e volontà d'intenti, si accosta all'ipotesi bioregionalista. Insomma la visione bioregionale è una visione inclusiva, non esclusiva, e questo perché l'obiettivo che si propone (il ritornare ad essere un filo della trama della vita) è molto più importante della somma delle nostre peculiarità, inclinazioni o convincimenti (per quanto in buona fede essi siano). Inutile dire che s'è fatto l'impossibile da parte nostra per evitare la rottura ma alla fine ci siamo arresi all'evidenza che non si poteva più lavorare costruttivamente e serenamente assieme, e così prima uno poi altri buona parte dei referenti locali ha lasciato la Rete Bioregionale. Ora si dirà "ma se c'era una maggioranza come mai questa non si è imposta?". Semplice, perché la Rete era (ed è ancora?) una organizzazione orizzontale, cioè senza capi, dirigenti o amministratori, e quindi il rivendicare una maggioranza significava imporre il volere di una parte sull'altra. Detto questo e per sgomberare la strada a possibili fraintendimenti non è stata una diatriba fra bioregionalismo e veganismo, poiché queste anime all'interno della Rete da sempre convivono nel rispetto reciproco. Il punto è che quando ci si lascia travolgere dall'idealismo è facile che questo poi sfoci nel fondamentalismo."


Ecco qui ho riportato, quasi integralmente, la spiegazione fornita da Giuseppe Moretti, che ringrazio per la chiarezza e la sincerità, in merito alle ragioni che lo spinsero a "dimettersi" da coordinatore e da membro della Rete Bioregionale (vedi il relativo scambio di email del luglio 2010:
http://paolodarpini.blogspot.it/2010/07/rete-bioregionale-italiana-sunto-della.html)


Ordunque, cosa ho da dire io al proposito di questa "scissione"? Espressi il mio parere in diversi miei articoli e risposte a persone che mi chiedevano ragguagli. Il fatto è che da un lato mi trovo d'accordo con Giuseppe Moretti sul "metodo" inclusivo e pertanto pur essendo io frugivoro/vegetariano dal 1973 (quindi non specificatamente "vegano") ed avendo illustrato le ragioni ecologiche e salutistiche di questa mia scelta, sin dall'incontro fondativo della Rete nella primavera del 1996 ad Acquapendente, ma non avendo il mio perorare tale causa incontrato il favore della maggioranza dei convenuti accettai tranquillamente di far parte della Rete, sapendo -appunto- che ognuno ha il proprio percorso e non si possono mettere paletti alle altrui funzioni e modi di vita.


Continuai a restare quel che sono accettando di convivere in un contesto pressoché composto da onnivori, a cominciare da alcuni membri della mia famiglia sino ai compagni di viaggio bioregionalisti, spiritualisti od ecologisti che fossero.


Ovviamente non smisi di ritenere valide le mie scelte alimentari  -espresse anche nel mio libro "L'alimentazione bioregionale"-  limitandomi però a spiegarne le ragioni senza imposizioni. Il problema all'interno della Rete, in verità, subentrò  allorché uno dei suoi membri fondatori, convertitosi nel frattempo per sue ragioni personali al veganesimo, iniziò una campagna "confessionale" per spingere gli altri membri ad accettare le sue conclusioni. Questo atteggiamento, facendosi un po' insistente, "costrinse" Giuseppe Moretti, Etain Addey ed altri bioregionalisti, che non ritenevano opportuno piegarsi alle "imposizioni vegane" (in quanto il loro modo di vita rientrava nella categoria dei contadini/allevatori) e quindi optarono per l'uscita dalla Rete Bioregionale.


Io ed altri, che condividevano la mia visione,  rimanemmo nella Rete, per le stesse ragioni espresse nell'articolo di Lato Selvatico su riportato, ovvero non ritenevamo argomento sufficiente quella differenza di opinione sul modo di alimentarsi,  tale da obbligarci a prendere una decisione partigiana in proposito, sì o no che fosse. Diceva bene Giuseppe Moretti riguardo all'esercizio di potere di una maggioranza sulla minoranza, ed essendo sempre convissuto con tutti, non ritenni opportuno accodarmi ad una fazione di onnivori e nemmeno pensai di accodarmi ad una setta vegana. Restai quindi laicamente nella Rete perché non vedevo ragioni per andarmene... Infatti con la partecipazione alla Rete, che non è una associazione verticistica, ognuno poteva e può convivere nell'accettazione delle differenze (pur fastidiose che siano), d'altronde non avviene così anche nella società (in senso ampio) e nel contesto della natura?


Siamo forse d'accordo con tutti i nostri fratelli umani, possiamo accettare la comunanza con gli altri animali indistintamente? Eppure nel contesto bioregionale siamo tutti presenti e vivi! Certo se una presenza è troppo fastidiosa ed impossibile da sostenere non è obbligatorio conviverci, in quel caso come ultima ratio si potrà allontanare l'importuno, come avveniva nelle tribù dei pellirossa in cui un elemento socialmente insostenibile veniva prima rabbonito e si tentava di emendarlo dalle sue fisime ma se proprio non era possibile si ricorreva al suo allontanamento dalla comunità. Un buon modo per insegnare la convivenza civile a chi non sa mantenerla.
Eppure anche questo, forse, è un esercizio di potere di una maggioranza su una minoranza? Può darsi... Ma in questo caso la maggioranza non se ne andava dalla tribù originaria...!


Da parte mia un tentativo di “riappacificazione” con i membri transfughi dalla Rete non è mai stato escluso, ho continuato a cercare un dialogo con i "colleghi" del Sentiero Bioregionale. Ad esempio nel maggio 2016 mi recai con Caterina all'incontro di Sentiero Bioregionale (avendo ottenuto il permesso di Giuseppe Moretti), che si teneva in Val Samoggia, cercando un riavvicinamento e riproponendo le mie buone intenzioni. Giuseppe rispose che i "tempi non erano ancora maturi"... quindi attendo che maturino un dì, magari prima della dipartita visto che l'anzianità avanza, e se non sarà in questa vita magari succederà nella prossima, chissà?
Non si finisce mai d'imparare.


Questa lunga premessa per anticipare quel che avvenne il 30 e 31 ottobre 2010, al convegno nazionale di rifondazione della Rete Bioregionale Italiana, in quel di San Severino Marche (Macerata). La cosa avvenne allorché, da poco trasferitomi a Treia, ebbi la buona sorte di conoscere una persona intelligente e gentile, Lucilla Pavoni, la quale era al corrente delle vicende della Rete Bioregionale, avendo conosciuto Etain Addey ed il suo esperimento come riabitante agricolo/pastorale nel borgo di Pratale in Umbria. Con Lucilla trovai subito un'intesa ed apprezzai il suo atteggiamento "ragionevole e moderato". Le chiesi quindi di contribuire alla riappacificazione tra bioregionalisti organizzando nel suo casale di San Severino, dove conduceva il suo esperimento di ritorno alla natura, un incontro rifondativo della Rete. Purtroppo i transfughi rifiutarono la proposta ma noi egualmente tenemmo l'incontro invitando tutti i membri ed ex membri al meeting. Giunsero così da varie parti d'Italia diversi bioregionalisti e per due giorni cercammo un punto d'intesa attraverso la proposta del rilancio dell'Agricoltura Contadina. Non tutti i partecipanti erano al corrente delle tristi vicende che squassavano la Rete Bioregionale ma in linea di massima quasi tutti i partecipanti condivisero l'idea di continuare un percorso condiviso, iniziato nel 1996, il più possibile unitariamente. Persino alcuni che avevano aderito alla nuova aggregazione "Sentiero Bioregionale" furono d'accordo di mantenere contatti e collaborazioni con la rinata Rete Bioregionale Italiana.

Per dare un segnale di ulteriore compartecipazione fu deciso di organizzare un incontro collegiale a Treia, l'8 dicembre del 2010, con l'intento di proporre il senso del "riabitare" il nostro luogo. L'occasione portante fu la presentazione di un nuovo libro di Lucilla Pavoni, “La figlia del sarto”, in cui raccontava il suo personale ritorno alla terra. L'evento si svolse nella Sala Consiliare del Comune, alla presenza dell'allora sindaco Luigi Santalucia e della sua giunta, assieme ad un nutrito numero di "bioregionalisti in fieri”, artisti, produttori agricoli, poeti, suonatori di organetto, ecc. Insomma un revival culturale paesano. E con esso ebbi anche l'occasione di presentarmi alla comunità treiese..."

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana










La ricerca spirituale laica non è un percorso ma un riconoscimento...

 

 

C’è una sostanziale differenza, nell’atteggiamento interiore, se noi crediamo di aver scelto il compimento di una determinata azione (o corso di azioni) oppure se noi semplicemente sentiamo di star affrontando delle contingenze (se rispondiamo cioè allo stimolo degli eventi in corso). Nel primo caso ci sentiamo responsabili ed abbiamo precise aspettative verso i risultati del nostro agire, nel secondo sappiamo che la nostra energia si muove in sintonia con le situazioni in cui ci troviamo e non calcoliamo di dover adempiere ad un preciso fine.

E’ evidente che nel primo caso sperimentiamo un senso di costrizione, delusione o speranza, mentre nel secondo il nostro comportamento molto somiglia ad un gioco infantile. Sappiamo bene che il distacco e la quiete interiore sono un fattore importante per la riuscita, tant’è che al momento di superare un esame facciamo di tutto per sentirci rilassati, anche se –in verità- lo sforzo stesso di rilassarci non produce l’effetto desiderato… Eppure, nel mondo parliamo di “riuscita” in ben altri termini e cerchiamo sempre di porre l’accento sul nostro “sforzo personale”.

Ma torniamo a considerare il primo caso, in cui definiamo il nostro agire una “libera scelta”, agendo come bulldozers e seguendo regole precise auto-imposte o subite, affermando “questa è la nostra decisione” e seguendola con fede cieca. Magari non siamo consapevoli che nel secondo caso potremmo facilmente galleggiare -o nuotare- seguendo la corrente e che la nostra volontà corrisponderebbe spontaneamente alla nostra disposizione innata.

Vediamo ora che i risultati ottenuti nel primo caso sono per noi frutto di preoccupazione e sconforto mentre nel secondo caso, navigando a vista, ogni risultato è una scoperta, ogni approdo un arricchimento. 

Ma –stranezza del caso- sentiamo affermare nel mondo “…quello è un uomo tutto d’un pezzo e di successo che si è fatto da sé lottando con le unghie e coi denti…” e per contro “…quella persona è un sempliciotto che vive in beata innocenza, senza interessi e non sa nemmeno cosa è bene e cosa è male…”.

Ed a questo punto vorrei chiedervi, non furono cacciati Adamo ed Eva dal paradiso terrestre proprio per aver assaggiato il frutto del bene e del male? Eppure di tutta la Genesi questo, che mi sembra il passaggio più significativo, viene spesso descritto come una favola… in realtà è un’allegoria dell’uscita dall’armonia dell’unità primigenia e l’entrata nell’inferno del dualismo e della separazione.

Per fortuna non dobbiamo aspettare molto (né tante .. e neppure una vita, basta un momento) per capire il trucco dell’illusione, della proiezione egoica duale, giacché l’unità nella coscienza non è mai venuta meno, è proprio qui ed ora… e non allora o domani… 

Paradiso ed inferno son solo paradigmi della mente, nel divenire. 

Si chiedeva Eric Fromm: “essere o avere?”

Paolo D’Arpini - Comitato per la spiritualità laica

In un certo senso sono maceratese anch'io..

 

Macerata. Via Matteo Ricci


Lo scritto che segue fa parte di una raccolta di  racconti, considerazioni, poesie, etc. di mio padre: Aldo D'Arpini. Poco dopo la sua morte avendo "ereditato" la cassetta contenente i suoi scritti, lo inviai a mo' di "ad memoriam" alla rivista Alfa Zeta, di matrice cristiana, che lo pubblicò.  Sì perché mio padre gli ultimi anni della sua vita si scoprì  universalista "cristiano".

Egli inoltre divenne vegetariano, per conto suo senza che nessuno glielo consigliasse.  Abitò per parecchi anni a Macerata dove aveva gestito un albergo, in Via Matteo Ricci, prima di andare definitivamente in pensione. E lì nel capoluogo lasciò il corpo che è oggi sepolto nel cimitero comunale.  


Quindi -in un certo senso- sono un po' anch'io maceratese. Ed è bene che sia venuto a Treia, ormai in età avanzata, così potrò forse anch'io lasciare il corpo qui nelle Marche. 

Evidentemente questo fa parte del nostro destino di famiglia, evidentemente dal punto di vista karmico qui c'è una nostra radice. Però oggi non voglio dilungarmi su questo tema... Vorrei solo confermare il detto "buon sangue non mente" e che non c'è bisogno di andare  in giro a far proselitismo. 

L'evoluzione quando il momento è giunto ci fa compiere i passi necessari alla nostra crescita. Perciò, pur mantenendo in vita una delle associazioni vegetariane più vecchie d'Italia Il Circolo vegetariano VV.TT.,  difficilmente faccio opera di apostolato. Mi limito a raccontare la mia esperienza e se qualcuno sente una risonanza, buon per lui! 

Paolo D'Arpini




Verso una comunità umana ideale...

La crescita in tenerezza ed in maturità sono i veri segni del successo verso l’umanità e la creazione tutta.  Il grande errore di ogni etica è stato quello di immaginarsi di avere a che fare con i soli rapporti fra uomo ed uomo. Invece il vero problema riguarda la sua attitudine verso il mondo, verso tutta la vita che entra nel rapporto d’azione. 

Un uomo è morale soltanto quando considera la vita nel suo insieme, quella delle piante e animali come quella dei suoi simili, e quando si dedica ad aiutare disinteressatamente ogni altra vita che ha bisogno. 

Soltanto l’etica universale che sente la vicinanza di tutto ciò che vive, in una sfera sempre più ampia, soltanto quell’etica è fondata sul ‘pensiero’. L’etica del rapporto fra uomo ed uomo non è in verità un qualcosa a parte, è solo un
rapporto particolare che deriva dall’universale. 

L’etica del rispetto per la vita comprende  quindi tutto ciò che può essere rappresentato come amore, devozione e comprensione. Nella gioia, nella sofferenza e nella fatica. 

In un giorno a venire tutte le forze della natura si uniranno intelligentemente per raggiungere lo scopo finale, senza diffidenza, né ostilità reciproca, ma nel riconoscimento universale della fratellanza, di cui tutti facciamo parte 
essendo figli dello stesso padre. 

Cerchiamo allora ognuno nella nostra piccola cerchia di attività di preparare e prepararci a questa era di pace e
di amore. Sia questo il desiderio ardente, il sogno di tutti gli uomini riflessivi e sinceri.


Possiamo ben fare un piccolo sacrificio per avvicinare l’umanità  verso un glorioso avvenire. Purifichiamo i nostri pensieri e le nostre azioni assieme al nostro alimento.
Con l’esempio e la parola  facciamo tutto quello che dipende da noi per diffondere l’evangelo di compassione e di amore, per far cessare il regime della brutalità e per affrettare l’avvento del grande regno di giustizia nel quale la volontà del padre nostro sarà fatta nella terra come in cielo.


Settembre 1992:   Aldo D’Arpini - Alfa Zeta

"Vita senza tempo" di Caterina Regazzi e Paolo D'Arpini...

 


Nel libro "Vita senza tempo"   si parla della storia d’amore di Paolo D’Arpini e Caterina Regazzi,  e di come in seguito alla maturazione di questo amore karmico avvenne anche  il trasferimento a Treia del Circolo Vegetariano VV.TT.


Il libro in realtà è una  raccolta epistolare della selezione di un nutrissimo carteggio virtuale che inizia il 24 aprile 2009 a Calcata e si conclude il 7 luglio 2010 a Treia.

Il libro si dispiega in maniera graduale, partendo dall’iniziale fase amichevole della conoscenza reciproca di Paolo e Caterina, nutrendosi di un corposo segmento intermedio di approfondimento e approdando, infine, a una relazione stabile sentimentale. Un ruscello che convoglia le proprie acque in modo equilibrato prima di diventare fiume e sfociare in una conclusione ideale, quella di apertura verso il mare e verso la vita stessa, rivista da Caterina e Paolo in un’ottica di condivisione e comprensione l’una per i punti di forza e i punti di debolezza dell’altro e viceversa, come in un amore maturo e realmente fruibile dovrebbe sempre essere.

Un sentimento forte e corposo ma non scevro da dubbi, piccole incertezze, sussulti dovuti alla frenesia del vivere quotidiano sperimentati da Caterina, veterinaria, accolta in un abbraccio ideale dalla disponibilità “appassionata/spassionata” di Paolo, spirito libero e pensionato, spesso ago della bilancia della quotidianità di entrambi.Il dialogo procede secondo ritmi variabili, trattando moltissimi temi attuali e contemporanei: relazioni umane e loro spendibilità nel reale e nel web (quest’ultimo visto come modalità privilegiata e catalizzante di comunicazione, seguita tuttavia da una indispensabile conoscenza “de visu”); accettazione amorevole e consapevole di se stessi come premessa indispensabile per l’instaurazione di rapporti affettivo-sentimentali-relazionali positivi e durevoli di amicizia e amore; scelte esistenziali sentite con particolare riferimento alla salvaguardia dell’ambiente, alla tutela del benessere degli animali anche in rapporto a stili alimentari vegetariani. Accomunate sempre e comunque dal profondo rispetto di tutto ciò che ci circonda. L’idea di vivere spensieratamente ma non superficialmente per arrivare gradualmente ma in modo maggiormente sentito e con naturalezza a determinate scelte di vita, senza forzare la mano a un processo che, una volta innescato, porta inevitabilmente alle giuste conclusioni.

L’attribuzione, infine, di un peso rilevante al momento presente, da gustare intensamente scevro da ombre passate (o forse, meglio, non appesantito ma arricchito dalla positività di ciò che è stato) e di moderata propedeuticità verso un futuro ancora tutto da costruire con i piedi ben piantati per terra in un hic et nunc concreto e costruttivo.

Lucia Guida





Una memoria sulla mia battaglia bioregionale, laica e vegetariana...


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Sapete che sono nato nell’anno della Scimmia (1944), e tutti dicono che la scimmia è un animale dispettoso. Ma non è vero, ve l’assicuro, solo che la scimmia vuole scoprire le reazioni degli altri, la verità che si nasconde dietro le apparenze, ed è per questo che gioca tiri birboni a tutti quanti e li sfida in mille modi, per capire come reagiscono e come si manifestano nelle situazioni particolari.

Essendo questa la mia prerogativa va da sé che tutte le situazioni in cui mi son venuto a trovare comprendevano risvolti machiavellici in cui saggiavo il terreno dei compartecipi al gioco della vita.

Ciò è avvenuto anche con i membri della Rete Bioregionale Italiana, quelli che vengono definiti –solitamente- i più ecologisti fra gli ecologisti, il massimo dei massimi nella consapevolezza ambientale. Ma sarà poi vero? Di certo posso dire che alcuni suoi membri sono persone oneste e sincere e non si atteggiano a “santoni dell’ambiente”, ma altri soccombettero alle mie pesanti trovate… e restarono nudi sotto il mio sguardo imparziale e crudele.

Già alla riunione fondativa della Rete, che si tenne ad Acquapendente verso i primi anni ’90, compii diversi magheggi. Dovete sapere che conobbi il bioregionalismo (come termine ben inteso, in quanto si tratta semplicemente di considerarsi parte integrante del territorio e del contesto vitale in cui si vive, che è un principio antico ed universale) prima dalle pagine di Frontiere di Eduardo Zarelli (che successivamente fu esautorato perché di matrice destro-etno-europeista mentre nella Rete prese il sopravvento il ramo americanista di Snyder, Berg, etc.) e successivamente tramite  Stefano Panzarasa e la sua compagna Jacqueline Fassero. Essi mi invitarono all’incontro fondativo che era stato indetto da Zarelli (poi scomparso dalla scena) informandomi però che durante l’incontro della “crema degli ecologisti italiani” non avrei dovuto parlare di vegetarismo, perché molti di loro erano contrari, e soprattutto non avrei dovuto coinvolgere le istituzioni, perché la maggior parte erano fricchettoni. Promisi di attenermi alle direttive ma come potete immaginare non lo feci affatto.

In primis: invitai l’allora presidente della Provincia di Viterbo (della quale Acquapendente è un comune), Ugo Nardini, che nell’imbarazzo, considerando il gelo con il quale fu accolto, profferì qualche parola di saluto e buon auspicio e se ne partì. In secundis: quando fu il mio turno di intervenire nel cerchio dei convenuti, feci un accorato discorso sul salvataggio della terra che è possibile solo se si rinuncia agli allevamenti intensivi ed all’uso smodato di carne. Ricevetti molte critiche e non volendo creare separazioni me ne partii la sera stessa, dopo una cena alquanto insapore, lasciando come miei rappresentanti Claudio Viano, e la sua compagna Daniela, entrambi vegetariani convinti. Essi non poterono inserire alcuna istanza vegetariana ma fecero del loro meglio per ammorbidire ed accorciare il documento d’intesa che doveva essere approvato e che all’inizio constava di parecchie pagine, ora è ridotto ad una mezza paginetta.

Comunque in seguito inviai due lettere formali di adesione alla Rete, una a nome del Circolo vegetariano VV.TT. (ramo culturale, vegetariano e spiritualista) e l’altra a nome del Punto Verde Calcata (ramo politico laico). Poi iniziai la battaglia interna, tanto per cominciare avviai un discorso di attuazione bioregionale partendo dalla riaggregazione delle Regioni in nuovi ambiti amministrativi, prendendo ad esempio l’identità culturale ed ambientale della Tuscia od Etruria, che poteva fungere da esempio di un nuovo modello di bioregionalismo applicato agli ambiti omogenei. In questa battaglia fui lasciato quasi da solo, poiché molti altri bioregionalisti preferivano occuparsi di agricoltura e vita in campagna. Solo alcuni amici “intellettuali”, come Pietro Toesca, Aurelio Rizzacasa, Alessandro Curti, Fulvio di Dio ed altri mi accompagnarono in questo filone.

Poi fu la volta del nuovo approccio laico applicato all’ambiente. Sino allora gli ambientalisti si consideravano di sinistra e ciò comportava una sperequazione, ponendo l’ecologia in un settore che doveva invece esserne esente. Compii questa operazione allorché dapprima invocai la collaborazione dell’allora presidente della Regione Lazio, Piero Badaloni, che partecipò ad un convegno sul tema bioregionale, da me organizzato a Sant’Oreste, assieme a vari assessori e consiglieri, di cui ricordo Bonadonna (PRC), Daga (DS) e Bonelli (Verdi). E fin qui non ricevetti critiche di sorta dai miei co-membri, anche se nessuno d’essi si degnò di partecipare al convegno (considerato troppo ufficiale).


Poi successivamente, nel 2003, quando organizzai un incontro annuale della Rete a Calcata (sul tema dell’economia sostenibile) ed erano presenti gran parte dei capi-rete, durante il convegno nella sala consiliare del Comune ci fu -da parte dell’allora sindaco Luigi Gasperini- la lettura del patrocinio concesso e del saluto dell’allora presidente regionale Francesco Storace (sì proprio lui) e qui le facce di molti “compagni” bioregionalisti si fecero “nere” (si fa per dire..) ed alcuni si rifiutarono di fare un intervento in quel consesso, dominato tra l’altro da un numero incredibile di vegetariani ed animalisti. Quella volta, dopo il pranzo finale di commiato al Tempio della Spiritualità della Natura, la vidi brutta e sentii quasi il venticello della scomunica su di me… mi salvò solo l’intervento con invito al sincretismo di mia sorella Daniela, che aveva lavorato indefessamente al servizio della causa per due giorni, ed il silenzio benevolo di Etain Addey.

Ora potrei continuare a raccontare quanti altri “dispetti” ho fatto a questi benedetti bioregionalisti  primitivisti, ma ve li lascio immaginare… e chiudo.

Paolo D'Arpini  - Rete Bioregionale Italiana
bioregionalismo.treia@gmail.com

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Calcata. L'autore ai tempi sopra descritti

“Simboli, didattica empatica e viceversa"...

 

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Il maestro zen convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: “Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla”. Allora si alzò un semplice inserviente. Egli prese la brocca in mano e la mostrò a tutti senza dire nulla. Una sera di plenilunio, il maestro chiamò i suoi allievi e disse loro: “Chi ha capito l’insegnamento zen dev’essere in grado di spiegare che cos’è la luna senza nominarla”. 
Come ognuno dei racconti lascia intravedere la trasformazione senza nominarla, ma solo alludendovi, creando echi e risonanze così nella didattica empatica si spiegano gli argomenti senza parlarne direttamente. Difficile farlo o almeno riuscirci sempre, bisogna lasciarsi andare all’improvvisazione, alla spontaneità e all’intuizione e ci vuole pure un po' di fortuna. 

Qualche anno fa una maestra per una lezione di educazione ambientale ci chiese di parlare della paglia. Ci pensammo un po' nel gruppo di lavoro e decidemmo di montare nel giardino della scuola cinque o sei balle di paglia in cerchio. Il giorno dopo portammo i ragazzi e ci sedemmo tutti in cerchio semplicemente ad esprimere ciò che si sentiva in quel preciso momento. 

Usammo il bastone della parola e sarà stato per la sicurezza e la morbidità delle balle di paglia, sarà stato per la carica energetica del cerchio, sara stato per il bastone della parola che assicurava a chi lo aveva in mano l’ascolto ed il silenzio di tutti gli altri che i ragazzi si sentirono così rinfrancati e rassicurati che vollero fare diversi giri della parola. 

Il passaggio successivo fu l’introduzione di alcuni suoni con voci e percussioni con materiale riciclato cartoni e scatole o con il semplice battito delle mani e iniziammo una session musicale di corpo e voce perché tra i temi che erano usciti dal feed back preventivo c era l’ hip hop, molti di loro praticavano questo ballo, anzi alcuni a turno si lanciarono nel cerchio trasformato in piccola arena ballando e recitando alcuni versi nella forma della poesia ritmica urbana o letteratura ritmica metropolitana. 

Tutti volevano danzare e a un certo punto una delle balle si ruppe e l interno del cerchio si riempi di paglia, così come impazziti di gioia iniziarono tutti a tuffarsi e a nuotare nella piscina di paglia che si era creata. Nella doppia azione sensoriale con i cinque sensi avevano sperimentato l’odore forte e dolciastro il colore giallo oro il tatto e il gusto con gli steli e il suono, lo scricchiolio delle balle, nella fase emozionale si erano lasciati andare al gioco e all’improvvisazione attraverso il canto la danza e l’aggrovigliasi tutti assieme nella paglia Alla fine fu una esperienza bellissima e senza mai parlarne avevano trasmesso l’idea che la paglia è profumata, morbida, resistente, rassicurante, comoda anche che pizzica fa arrossare la pelle, provoca orticaria e che fa pure starnutire.  Resistente flessibile e leggera, una delle fibre più perfette che ci son in natura. 

C’è da dire che nella lezione successiva ci ritagliammo uno spazio per parlare dell ecologia della pianta del grano, del seme: il tegumento, la protezione del chicco (la crusca), l endosperma (la farina) la riserva di energia che nutre la piantina embrionale fino allo sviluppo dell apparato radicale e delle prime foglioline per attivare il processo di fotosintesi, del germe o embrione all’interno del quale è conservato il corredo genetico della futura pianta e i sensori che si attivano in presenza di luce calore e acqua dando il via al processo vitale. 

Parlammo pure del grano come pianta che ha modificato in modo sostanziale la morfologia di tutti i paesaggi della civiltà occidentale perché il grano impoverisce i terreni in cui è coltivato, ha una bassa resa produttiva quindi occorrono grandi aree di terreno per coltivarlo, con notevoli disboscamenti ogni volta che nel corso della storia l’umanità si è trovata davanti a uno sviluppo demografico. Il grano ha poche qualità nutrizionali quindi per ogni uomo come razione giornaliera ce ne vuole tanto, quasi un chilo di pane al giorno, in compenso è molto buono e si conserva a lungo. Alcuni termini di ecologia vegetale furono usati dai ragazzi poi per fare hip hop nel giardino tra le balle. 

Lasciammo da parte in quella occasione il discorso sulla magia della farina dell’amido, della coltivazione del grano in rapporto ai cicli dell anno nella cultura rurale e soprattutto di tutti i miti storie e leggende legati alla sacralità della pianta del grano, riconosciuta in tutte le culture che lo coltivano. In un altro laboratorio di educazione ambientale usammo come facilitatore un burattino fatto con giornali riciclati che si esibiva all’interno di un piccolo teatrino di cartone anch’esso riciclato che rappresentava proprio un seme e spiegava tutto quel che ho appena raccontato con evidente attenzione da parte dei ragazzi che si presentarono nella lezione successiva tutti con un teatrino di cartone riarrangiato e riadattato da ognuno con la propria fantasia e espressività. 

Nell’incontro successivo fu un piacere stare tutto il tempo ad ascoltare da spettatore le storie che avevano preparato e ai personaggi che avevano inventato, alcuni pure fuori tema perché molti di loro erano stati più attratti dal medium riproduttivo che dall’argomento trattato che era la biodiversità…

Ferdinando Renzetti - Rete Bioregionale Italiana

Il "Riconoscersi in ciò che è..." di Paolo D'Arpini

 


Deriva militarista dell'intelligenza artificiale e imperialismo digitale...

 

Ha destato scalpore il manifesto in 22 punti tratto dal libro “La Repubblica tecnologica” del noto Amministratore Delegato (CEO) della società di intelligenza artificiale, Palantir, Alex Karp, scritto insieme al collaboratore e co-fondatore della società, Nicolas Zamiska.
 
Vi si legge (punto 1) che l’elite ingegneristica della Silicon Valley (quella che ha creato i computer portatili, la rete internet, le grandi piattaforme digitali, ed ora l’intelligenza artificiale) ha l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione. Servire la nazione è un dovere universale anche per interventi militari all’estero (punti 6 e 7).
 
Sarà costruito hard-power sulla base di software, e armi sulla base dell’intelligenza artificiale (punti 4 e 5). La deterrenza atomica (come quella della Guerra Fredda basata sull’equilibrio del terrore atomico) è finita. Ora la deterrenza (punto 12) è basata sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale (che da ora in poi indicheremo con IA).
 
Ai punti 13 e 14 si esalta la potenza degli USA. Al p. 15 si parla di riarmare Germania e Giappone.
 
Al p, 17 si parla di lotta alla criminalità violenta e ai p. 16 e 18 si invitano i miliardari a intervenire in politica. Al p. 19 si invita a non usare prudenza e mediazione e al p. 22 si rifiuta un pluralismo vuoto e inclusivo.
 
Al p, 20 si invitava ad evitare l’intolleranza verso le credenze religiose.
 
Anche in altri punti del libro si moltiplicano gli appelli per un’uscita delle tecnologie prodotte dalla Silicon Valley da una loro (presunta) neutralità e si parla di culture inferiori da dominare.
 
Pochi giorni prima quello che è considerato il maggiore co-fondatore della società, Peter Thief, aveva tenuto a Roma una conferenza sul tema della presenza dell’Anticristo.
 
Questi deliri che mischiano paccottiglia pseudo-religiosa, nazionalismo suprematista, inviti all’uso spregiudicato delle nuove tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale per usi bellici e securitari, non sono da prendersi sottogamba visto che provengono dai dirigenti e co-fondatori di un’impresa che oggi vale 450 miliardi di dollari, riceve commesse dal Governo USA e dal Pentagono ed è specializzata in analisi ed integrazione di grandi moli di dati frammentati (Big Data) con il supporto della IA per poter prendere decisioni operative complesse.
 
La Palantir (il cui nome deriva dal nome dalla pietra veggente del “Signore degli Anelli” !) fornisce piattaforme software (Gotham, Foundry, Apollo) alla CIA, FBI, governi vari, uffici per l’immigrazione come l’ICE, grandi aziende private, ed anche all’esercito israeliano (IDF), per motivi di difesa, sicurezza logistica, finanza.
 
Oggi la Palantir ha preso contatti anche con il governo italiano per la firma di un contratto senza gara per motivi di cybersicurezza.
 
Alberto Contini, nella trasmissione Passo Doppio di aprile, si chiedeva se questa trasformazione delle tecnologie di Silicon Valley verso attività securitarie di sorveglianza di massa e belliche (è noto ormai che i bersagli nelle ultime guerre moderne sono determinati da analisi della IA sulla base di dati raccolti da satelliti, o altre fonti) sia completamente nuova o implicita già nelle tecnologie precedenti, durante la fase “buona” di Silicon Valley.
 
La risposta deve essere articolata. Da un lato vediamo decisioni di politici e ministri affidate completamente a risposte fornite con la IA, e guerre di droni condotte dall’interno di una stanza con tecniche da videogiochi; dall’altro non bisognerebbe mai rinunciare per principio al tentativo di utilizzare le nuove tecnologie digitali e la IA per fini utili al genere umano.
 
Lo sviluppo delle tecniche elettroniche, digitali ed informatiche è passato da una fase “democratica” con la creazione di computer miniaturizzati accessibili a tutti (anni ’70 e ’80) e poi con la creazione della rete internet per lo scambio libero di dati (anni ’90) e la fornitura dei servizi web supportati dalla rete.
 
Ma già il dominio che si è venuto a stabilire con l’affermarsi di grandi società informatiche e grandi piattaforme digitali per il marketing a distanza, lo scambio di informazioni con i social network (Facebook, Istagram, Youtube, ecc.), i pagamenti digitali (Paypal), per le esigenze della pubblica amministrazione (vedi ad esempio la Piattaforma Digitale Nazionale Dati italiana, PDND) ha creato quello che è definito nel libro omonimo di Dario Guarascio: “Imperialismo Digitale” (1).
 
Le cinque maggiori società che agiscono nel settore digitale-informatico (la Microsoft di Bill Gates, la Meta di Elon Musk, la Amazon di Jeff Bezos, la Google, la Apple) sono in grado di orientare la politica, finanziare candidati nelle campagne elettorali, assumere poteri sempre più evidenti ed accumulare enormi fortune paragonabili a quelle dei maggiori gruppi finanziari, come Blackrock, Vanguard, Deep State, anche essi in grado di orientare la politica nazionale ed internazionale.
 
Il successivo passo è stato quello dell’affermazione della IA che dovrebbe sostituire tutti i lavori amministrativi e ripetitivi quali quelli di impiegati amministrativi e contabili, cassieri, commessi, analisti finanziari, traduttori, giornalisti, autisti di mezzi pubblici, ecc.
 
Questo fenomeno, se non gestito con correttezza e giustizia (cosa piuttosto difficile nelle nostre società caratterizzate da forti diseguaglianze e dominate da oligarchie capitaliste) può causare gravi problemi di disoccupazione non compensati da addetti alle nuove tecnologie (certamente in numero molto più limitato). Anche le applicazioni “normali” della IA (non militari) non hanno dato comunque quelle risposte positive e spettacolari che venivano previste, come sottolineato in un altro bel libro sull’argomento: “L’inganno dell’Intelligenza Artificiale” di Emily M. Bender e Alex Hanna (2). Le due autrici sottolineano l’inadeguatezza o il fallimento di molte iniziative con l’uso di IA nei campi amministrativi, giuridici, del linguaggio, dell’arte, medicina, ecc.
 
La successiva preoccupante deriva securitaria e militare della IA ha conosciuto anche un noto episodio in controtendenza, ovvero il rifiuto della società Anthropic (che aveva ottenuto una serie di lucrosi contratti dal Pentagono) di permettere l’utilizzo della sua tecnica di IA Claude ai fini di controlli di massa e produzione di armi totalmente autonome (cioè indipendenti da qualsiasi decisione umana). Si tratta comunque di un episodio isolato.
 
Un pericolo molto grave è anche quello degli effetti psicologici e sociali dell’introduzione della IA. Vi sarà, da un lato, una perdita nell’ambito di tutte quelle attività umane che richiedono ragionamento, cultura, apertura mentale a causa dell’affidarsi a risultati automatici della IA; dall’altro lato una diminuzione drammatica della socialità in quanto l’uso esteso della IA porterà ad una diminuzione delle attività sociali (ad esempio nei luoghi di lavoro).
 
Infine è un gravissimo pericolo ritenere che le risposte date dai dispositivi di IA, capaci di incamerare moltissimi dati e analizzarli a grande velocità, siano obiettive, certe e inoppugnabili. Questa illusione può alimentare anche gravi manipolazioni delle persone facendo crescere il potere delle oligarchie che controllano le innovazioni tecnologiche. Gli esseri umani, utilizzando il complesso delle loro convinzioni politiche ed etiche, le esperienze sociali e personali, sono in grado di valutare più attentamente i contesti e giungere a risultati più affidabili che gli permettano una piena affermazione della loro umanità e della loro socialità.
 
Vincenzo Brandi

















  • 1.Dario Guarascio, “Imperialismo digitale”, ed. Laterza, 2026
  • 2.Emily M. Bender, Alex Hanna, “L’inganno dell’Intelligenza Artificiale”, ed. Fazi, 2026


Video collegato:  John Mearsheimer. Fine dell’ordine mondiale e rischio di guerra nucleare: https://www.youtube.com/watch?v=81w53Orm11Q



“La Brigata Ebraica” di Alberto Fazolo... ed altre storie - Recensione

 


1.  Il giornalista antifascista ed antimperialista, Alberto Fazolo, ha recentemente fatto pubblicare un libro, “La Brigata Ebraica” (1), in cui si smaschera il “bluff” costituito oggi dalla memoria di questa organizzazione. Essa fu formata nell’ambito dell’Esercito Britannico con la partecipazione di alcuni volontari della comunità ebraica della Palestina (che era allora un protettorato britannico) nell’ultimissima parte della Seconda Guerra Mondiale, e con il chiaro scopo di potersi sedere al tavolo dei vincitori. La brigata Ebraica venne in Italia durante gli ultimissimi mesi di guerra, e non partecipò ad alcuna azione militare importante. Il suo ruolo nella liberazione dell’Italia fu praticamente nullo.
 
Oggi i Sionisti italiani più accaniti si servono di questo mito per poter portare alle manifestazioni le bandiere di un’entità statale, Israele, che ormai gran parte dell’opinione pubblica italiana ha individuato come criminale e genocida per i massacri e le distruzioni che rendono la vita pressocché impossibile a Gaza. Questa entità statale continua ad occupare illegalmente e colonizzare la Cisgiordania e ha scatenato insieme al suo grande alleato, gli Stati Uniti, una guerra distruttiva contro Libano e Iran che mette in pericolo la pace del mondo.
 
Queste imprese criminali hanno caratterizzato sia la nascita che la storia decennale di Israele, ma oggi si manifestano con grande evidenza, e non possono essere più coperte.

 
2. Al fine di cancellare altri falsi miti sulla nascita e la storia del cosiddetto stato di Israele sono partite varie iniziative tese alla ripubblicazione di un altro sintetico, ma importante ed illuminante libro di Faris Yahia, già pubblicato per la prima volta in inglese nel 1978 con il titolo “Zionist relations with Nazi Germany”. Il libro era stato poi tradotto in italiano da Fabio De Leonardis nel 2008 per conto della casa editrice Città del Sole con il titolo “Le relazioni pericolose”(2).
 
le vicende storiche illustrate da questo libro, con il sostegno di un’accurata documentazione basata essenzialmente su fonti ebraiche per evitare contestazioni, contribuiscono a rivelare la vera natura del Sionismo e a distruggere i miti su cui si è basata la propaganda sionista (“Hasbara”),.
 
Nel libro sono documentati una serie di accordi tra Sionisti e Nazisti per il trasferimento di Ebrei tedeschi giovani e forti in Palestina, lasciando al loro destino di internamento in campi di sterminio i deboli e le persone non adatte ad un’attività pioneristica di colonizzazione.
 
Il più importante di questi accordi fu quello raggiunto nel 1938 a Vienna tra l’ufficiale nazista Adolf Eichmann ed il rappresentante sionista Bar-Gilad. Gli accordi distruggono l’immagine propagandista del Sionismo come movimento di massima opposizione all’Antisemitismo tedesco ed europeo.
 
In effetti gli interessi dei Sionisti e degli Antisemiti tedeschi, ed in genere europei, erano convergenti. Il programma sionista di colonizzazione della Palestina da parte di Ebrei europei convergeva con l’interesse degli Antisemiti di sbarazzarsi degli Ebrei locali. Alla base di questa convergenza era il dogma della non assimilabilità degli Ebrei, i quali avrebbero avuto come unica loro possibilità di salvezza l’emigrazione e la colonizzazione della Palestina (non importa se il paese era già occupato da migliaia di anni da un’altra popolazione).
 
Con questo atteggiamento i Sionisti si opponevano ed ostacolavano la lotta per l’emancipazione degli Ebrei condotta a fianco dei movimenti comunisti, socialisti, progressisti ed antirazzisti europei.
 
Yaha descrive anche la situazione creatasi nei ghetti dell’Europa Orientale e poi negli stessi campi di concentramento e sterminio, dove gli esponenti Sionisti entrarono spesso, in accordo con i Nazisti, in appositi organismi di gestione e sorveglianza degli Ebrei ghettizzati e dei deportati (“jugenrat”), anche con l’utilizzo di una “polizia ebraica” formata in genere da militanti sionisti. Vi furono forme di collaborazione con i Nazisti, che giunsero addirittura allo scoraggiamento ed impedimento di rivolte e fughe. Solo pochi privilegiati, forti e dotati, che dovevano colonizzare la Palestina, erano degni di salvezza.
 
Questo disprezzo e crudeltà nei confronti dei più deboli, anche se correligionari, e questa assoluta mancanza di scrupoli cui si aggiungono concezioni suprematiste e razziste molto simili a quelle del Nazismo, ben si accorda con la mentalità razzista e suprematista che oggi si accompagna allo sterminio e alla persecuzione dei Palestinesi visti come esseri inferiori o addirittura “animali umani” come detto dall’ex Ministro israeliano della Difesa Gallant.
 
Uno dei punti più significativi della convergenza di interessi comuni tra Sionisti ed il mondo europeo antisemita furono gli accordi tra il movimento sionista, rappresentato dal banchiere Rotschild, ed il Ministro degli Esteri britannico Lord Balfour che in una celebre dichiarazione del 1917 assicurava un “focolare” domestico agli Ebrei in Palestina.
 
In realtà Balfour era un noto antisemita interessato soprattutto ad evitare l’immigrazione in Gran Bretagna degli Ebrei che fuggivano dalla Russia, ed altri possedimenti zaristi coinvolti nei “pogrom” antiebraici.
 
La convergenza degli interessi era cementata dall’incontro tra il colonialismo di insediamento sionista ed il colonialismo britannico, in quanto i Sionisti si offrivano come alleati dei colonialisti britannici per il mantenimento del loro dominio nell’Asia Occidentale.
 
3. Un altro classico libro dello storico israeliano Ilan Pappé, “La pulizia etnica della Palestina” (3) distrugge un altro mito: quello della Guerra di Indipendenza per la creazione dello Stato ebraico condotta contro potenti stati arabi.
 
Questa guerra si aprì in realtà con una gigantesca operazione di pulizia etnica (chiamata dai Palestinesi ”Nakba”, la catastrofe), Tra il dicembre del 1947 e il maggio del 1948 vi fu la cacciata violenta dei tre quarti della popolazione palestinese, praticamente inerme, dai territori occupati, con la forza militare ed il terrore, dalle milizie sioniste, e con la distruzione di 500 villaggi. Un debole e scoordinato intervento di alcuni stati arabi, da poco indipendenti, avvenne a cose fatte solo dopo il Il 15 maggio, giorno della proclamazione unilaterale dello Stato di Israele
 
4. Un altro mito, quello che riguarda l’appropriazione sionista dell’Olocausto, è contestato dal noto intellettuale ebreo statunitense Finkelstein nel suo libro “L’industria dell’Olocausto” (4).
 
Appropriarsi della memoria di 6 milioni di assassinati, come se volessero andare tutti in Palestina, è un inganno. La stragrande maggioranza delle popolazioni ebraiche, sia tedesche che dell’Europa Orientale, non manifestò mai l’intenzione di emigrare in Palestina. La maggior parte degli Ebrei contava di riscattarsi aderendo a partiti comunisti e socialisti, e considerava pazzi i Sionisti che li invitavano ad emigrare in Palestina. Yahia ricordava che solo l’8% degli Ebrei dell’Europa orientale, che sono riusciti a fuggire dopo l’invasione nazista, è emigrato in Palestina. Il 75% (circa 2 milioni) è riparato in Unione Sovietica ed i restanti verso la Gran Bretagna e gli USA.
 
Dopo la creazione dello stato di Israele sono stati accolti in Palestina solo poco più di 200.000 superstiti dei campi di sterminio, cioè una parte nettamente minoritaria della popolazione complessiva di Israele.
 

5. Infine, il mito secondo cui esisterebbe una nazione ebraica cui tutti gli Ebrei della diaspora farebbero parte, e che sarebbe l’erede diretta dell’antico popolo ebraico è stato smentito dal Professore di Storia dell’università di Tel Aviv Shlomo Sand, che ha chiarito nel suo noto bestseller, “L’invenzione del popolo ebraico” (5), che non esiste una nazione ebraica. I veri fondatori dello stato di Israele, gli Askenaziti, sono in gran parte gli eredi di un impero turco-caucasico e slavo convertitosi un millennio fa all’Ebraismo, quello dei Kazari. I Sefarditi discendono da tribù berbere convertite. I veri discendenti degli antichi Ebrei e delle altre antiche popolazioni della Palestina sono proprio i Palestinesi, dopo le conversioni al Cristianesimo e all’Islam.
 
Yahia ricordava a questo proposito le parole dell’unico ministro ebreo del Governo Britannico dell’epoca, Montagu, che, opponendosi alla “dichiarazione Balfour” del 1917, dichiarò a sua volta che non esisteva una nazione ebraica, ma solo gli Ebrei di vari stati, e che quell’invenzione sarebbe servita solo come scusa per cacciarli tutti verso la Palestina.
 
In definitiva il libro di Fazolo, la ripubblicazione del libro di Yahia, e la lettura dei classici di Pappé, Finkelstein e Sand servono a smentire tutti i falsi miti sulla nascita e la storia di Israele alla luce dei tragici avvenimenti di oggi.
 
Vincenzo Brandi



 












 
  • 1.Alberto Fazolo, “La Brigata Ebraica, una stori controversa”, ed, 4Punte, 15 aprile 2026
  • 2-Faris Yahia, “Le relazioni pericolose”, prima ed. italiana: La città del Sole, 2008
  • 3.Ilan Pappé, “La pulizia etnica della Palestina”, prima ed. italiana: Fazi, 2008
  • 4.Norman G. Finkelstein, “L’Industria dell’Olocausto”, prima ed. italiana: BUR, 2004
  • 5.Shlomo Sand, “L’Invenzione del Popolo Ebraico”, prima ed. italiana: Rizzoli, 2010