"L'Uomo della valle del Treja: La Storia di Paolo D'Arpini, da Calcata alla Nuova Vita a Treia"



Nei mesi di primavera ed inizio estate prima di lasciare definitivamente Calcata, nel luglio 2010, per trasferirmi a Treia, ci fu tutta una serie di incontri di commiato tenuti in varie parti della Tuscia. A Viterbo, ad esempio, si tenne l’inaugurazione della prima biennale d’arte creativa, con contemporaneo mio ultimo saluto. A Faleria ci fu la recita in piazza di Agenzia Fregoli... ed ovviamente a Calcata stessa dove per il solstizio estivo ci furono tutta una serie di eventi con addii strappalacrime nel Centro Visite del Parco del Treja (a dire il vero erano tutti felici e contenti e nessuno mai mi chiese di restare). Allo stesso tempo, sul web, come ultimo ricordo di una mia presenza “aliena” fu pubblicata una edizione speciale di “Calcata on line News”, proprio dedicata alla dipartita degli alieni… Divertitevi a leggerla.

(Paolo D’Arpini)

Avevamo sperato in una vita breve, con fine incruenta, delle trasmissioni virtuali di Calcataonline News… ma come in “Hollywood Party” i folletti “Vitali” dei redattori si sollevano e declamano ad libitum… Colpiti a morte, tacitati in tutti i modi, tappate le bocche, incartate le dita, spenti i computers..  ma i “Vitali” continuano a produrre deliranti News… Stavolta è la volta degli alieni… e potevano mancare gli alieni a Calcata?

Quindi ancora una volta a reti unificate ecco a voi l’edizione “fantascientifica” di Calcataonline News,  le notizie di cronaca  spiccia sono in calce al presente notiziario.

Ed ora proseguiamo senza pietà…

Schiere di astronomi, linguisti, matematici, filosofi, da decenni si interrogano su come comunicare correttamente con un alieno, per evitare equivoci. Intanto, però, vengono inviati nello spazio migliaia di messaggi in ordine sparso. Oltre alle trasmissioni TV che potrebbero essere il nostro involontario biglietto da visita cosmico. (Sylvie Coyaud).

NOTA, in attesa della trasmissione su Italia 1 del prossimo 1 luglio, dedicata agli “alieni”, occorre riflettere su quanto finora hanno fatto gli alieni sulla nostra Terra.

Cosa sono infatti le antiche divinità mediterranee se non alieni conosciuti da tutti i popoli? E questo andare su e giù delle divinità in questione, non sono forse piccoli viaggi spaziali? Io sono convinto che Noi potremmo avere ulteriori informazioni dal nostro amico e protettore PRIAPO! Proprio in questo momento s’ode l’aere circostante inebriarsi di un suono profondo, che sembra sgorgare dalla natura. E’ la voce maschia e baritonale di Priapo che, come una melodia di zampogna, si espande per i boschi, i campi gialli di messi mature, di calli, di collinette e di borghi arrampicati in cima ad improbabili e friabili rocce, come Calcata d’altronde. La stessa Voce che fu udita dal famoso Erasmus di Rotterdam, esperto in similitudini, quando giunse a Calcata, nel 1513 (Mense Dicembri, Anno MDXIII), alla ricerca del “preputius Christi”, onde scrivere un trattato sulla corretta conservazione dei prepuzi e prostate di santi e madonne).

Scriveva infatti Erasmus, nella lettera dedicatoria all’amico Pietre Gilles, pubblicata in anteprima sul ” Monitore di Faleria”, tessendo l’elogio della Metafora come strumento pedagogico per insegnare a scrivere bene, come sosteneva Cicerone. La metafora è l’artificio sommo che conferisce ad uno scritto non solo splendore, ma l’intera sua eleganza: e il “paragone” è una Metaphora esplicata, una metafora sciolta, distesa, adatta ed efficace in ogni tipo di scrittura. (Scrive pertanto l’illustre protagonista: Come le briciole di un cristallo non si possono assolutamente ricomporre, così è difficilissimo riconciliare coloro che da una strettissima confidenza passarono all’odio reciproco.

Orbene, è proprio qui, a Calcata, che il costruttore di metafore colse l’arcano che circonda questa straordinaria Civitas. Quando, per esemplificare, è invalso l’uso di nomare in istrano modo i Frati dermatologi (dell’Ospedale dell’Immacolata, giustamente da questi romiti, curanti cutanee macchie, invocata in quanto priva di macchie), e questo nomignolo essendo a loro dato dalla marmaglia romana quali “frati teppisti”, trattasi ciceronianamente di metafora in quanto giro di parole, perché da frati si giunge a frati trappisti e da questi alla già nomata teppisti.

Ordunque, essendo giunto con la propria carrozza, dalle brume di Rotterdam in quel di Calcata, avendo Egli ordinato al fiaccheraio di tirare le briglie ai corsieri, già provati dal viaggio, onde poter discendere per andare ad orinare nel prospiciente boschetto, da questo sentì provenire il canto melodioso che con intelligenza Erasmus non potè che attribuire ad una possente divinità: era proprio la vellutata voce di Priapus che così elevava i suoi gorgheggi al cielo:

“Un’ora sola ti vorreiiiiiiiiii…..

per darti quello che non saiiiiiiii….”

(Ma come poteva saperlo il pur esperto Erasmus non conoscendo egli la costumanza di Priapus a locarsi nei pressi del Tempio ove giaceva religiosamente conservato in una teca finemente arabescata dalle trepide mani di verginali romite, il prepuzio del Divin Fantolino??).

Udì egli invece un’altra voce elevarsi dal bosco incantato. Essa voce diceva:

“Ma l’amore noooooooo!!!

l’amore mio non puòòòòòòòòò

dissolversi nei gorghi del rio Trejaaaaaaa……”

Era dessa la voce di Lupo Mannaro, che in precedenza ebbi a significare quale amante di Lupa Capitolina- Ma Erasmus nol sapea e pertanto, credendo avere a che fare col diabolico Mephisto, amico di Fausto, l’intrigante alchimista, emulo di tale berluska o burlesca o matrioska, nella seduzione coattiva d’ingenuotte villane, si diede invettivamente ad apostrofarlo in latino: “FAUSTE! FAUSTE! IN AETERNUM DAMNATUS ES!!” Profilavasi pertanto, in mente a Priapus, di ricorrere ad un ossimoro o alla peggio ad uno jojaro. Egli infatti gorgheggiò:

“C’era un Grillo (Beppe) in un campo di lino,

la formicuzza glie ne chiese un pochettino…..”

Ed infine un po’ di programmatica spinta… Ricordiamo a tutti gli affezionati lettori di Calcataonline News che sicuramente l’edizione viene chiusa, anche perché il “direttore” emigra altrove. Nel prossimo futuro potrebbe nascere l’inserto Spilambertoonline News, oppure Treiaonline News, dipende dall’ubicazione dell’Arpinate. Nel frattempo invitiamo gli accorti lettori e collaboratori a visionare sulle carte geografiche le posizioni di Spilamberto (anticamente Spilimberto) che si trova in provincia di Modena e di Treia (anticamente Atreia) che é in provincia di Macerata, studiandone attentamente la storia e le origini.

Il 29 giugno 2010, alle h. 16.30, nel centro visite del Parco Valle del Treja a Calcata, si tiene una commovente cerimonia di commiato con la redazione e con il direttore Paolo D’Arpini. Nell’occasione verranno anche riferiti i veri avvistamenti di UFO, angeli, demoni ed altre entità più o meno paranormali che si sono verificati nei secoli e nei millenni, fra Calcata, Pizzo Piede e Monte Li Santi…

Ma non volendo entrare in tema di ermeneutica dell’affettività, al momento ci s’impone ad indurre il lettore a sospendere la lettura.

Georgius Vitalicus Veientis et Saulus Arpinate  Treiensis



La storia di "Treia: storie di vita bioregionale" di Paolo D'Arpini... e qualcos'altro che so di lui...

 



Osho disse: "Se stai invecchiando, ricorda che la vecchiaia è il culmine della vita. Ricorda che la vecchiaia può essere l’esperienza più bella. Il vecchio si trova nello stesso stato di quiete dopo una tempesta, quando prevale il silenzio. Quel silenzio può avere una bellezza immensa, una profondità e una ricchezza incredibili. Se il vecchio è realmente maturo, allora diventa bello. Cresci, matura interiormente, diventa più attento e consapevole. La vecchiaia è l’ultima opportunità che ti viene concessa."

Ovviamente sono d'accordo con lui  e mi godo questa esperienza con grande calore e soddisfazione, anche perché ho avuto la fortuna di trovare, proprio in tarda età, una compagna adatta al mio percorso: Caterina Regazzi. E' stata lei, tra l'altro, a "rapirmi" da Calcata ed a condurmi  a Treia, dove ora abito nella sua bella casa nel centro storico (di cui leggerete nel libro). 

Ma non voglio dilungarmi sui preamboli, il fatto è che Michele Meomartino, il curatore editoriale, mi ha chiesto di scrivere una breve  auto-biografia  e perciò comincio col dire che son nato il 23 giugno 1944 a Roma, nella casa dei miei nonni paterni.  Son figlio della guerra e debbo ringraziare un ignoto contadino russo che salvò mio padre dall'abbandono nella steppe  e lo riportò entro le linee italiane dell'ARMIR in rotta, congelato alle gambe. Così fu rimandato a Roma come invalido  e lì conobbe mia madre.... 

Ma dopo dieci anni dalla mia nascita ella morì e io fui sballottolato fra collegi e una famiglia "matrigna",  ma fuggii presto, ancora adolescente,   alla ricerca di una nuova autonomia.  Nel frattempo mi ero trasferito a Verona dove rimasi sino all'età di ventotto anni. Lì iniziò la mia  "carriera" letteraria, scrivendo il primo libro "Ten poems and ten reflections", stampato con pressa manuale dal tipografo americano Gabriel Rummonds. 

Nel frattempo  mi cimentai anche  come artista concettuale, partecipando ad alcune mostre a Verona (ed anche a Padova). Nel 1970 fondai il Club EX, un centro culturale in cui si faceva teatro, musica, poesia,  mostre d'arte, etc. con sede  in Piazzetta San Marco in Foro,  ove prima c'era un'antica osteria. 

Verso la fine del 1972 scappai (per un viaggio di riflessione e di ricerca) in Africa che percorsi da una costa all'altra con mezzi di fortuna ed infine sbarcai in India il 23  giugno del 1973. La data era molto significativa.. ed infatti lì, a Ganeshpuri,   incontrai il mio Guru, Muktananda,  e la mia mente cambiò. 

Al ritorno in Italia lasciai definitivamente Verona e mi ristabilii a Roma, in una vecchia casa  di Via Emanuele Filiberto 29. Ove praticai la disciplina spirituale con fermezza e dedizione finché non trovai l'occasione di trasferirmi a Calcata (eravamo a metà degli anni '70) dove trovai una nuova dimensione per ricominciare un percorso  anche in senso sociale,  creativo ed ecologico. Nel 1984 fondai il Circolo vegetariano VV.TT., nel 1996 partecipai alla fondazione della Rete Bioregionale Italiana. La permanenza a Calcata, nella valle del Treja, fu molto intensa, combattendo per la causa ecologista e spiritualista laica con tutte le mie forze.  

Negli ultimi anni, a partire dal 2004,  dovetti però  ritirarmi in una specie di isolamento volontario, a causa della grande tensione e dell'opposizione morale e materiale a cui ero soggetto. Ormai ridotto nella ridotta di Via del Fontanile, in una casupola sopra la fogna comunale, infine incontrai la mia attuale compagna,  Caterina, con la quale avevo iniziato a corrispondere nel 2009,  che venne appositamente da Spilamberto per conoscermi. Dopo poco accettai, con riconoscenza, di essere sradicato da quella Calcata che ormai non potevo più considerare mia patria... e ritrovai serenità e nuova linfa vitale nella bella Treia.  

Risultati immagini per paolo d'arpini storie di vita bioregionale

Così, per riconoscenza verso Caterina Regazzi e verso Treia, ho pensato di scrivere il libro "Treia: storie di vita bioregionale"...  In esso racconto alcune storielle minute di eventi vissuti in questa città delle Marche, da quando mi sono qui trasferito nel 2010. Le osservazioni del mio vivere a Treia sono per me significative anche perché rappresentano la fase finale della mia esistenza. Avendo già raggiunto un'età in cui solitamente un uomo si definisce anziano, infatti ho già   superato gli ottanta anni... 

Il testo è corredato di  una presentazione di Michele Meomartino  e di una appendice con interventi di Antonella Pedicelli,  Alberto Meriggi, Caterina Regazzi, Simonetta Borgiani ed  Enzo Catani. Le immagini di copertina e contro-copertina sono state realizzate da Daniela Spurio.  

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana

Amazon.it: Treia. Storie di vita bioregionale - D'Arpini, Paolo ...
Copie del libro sono disponibili:   bioregionalismo.treia@gmail.com


E per finire in bellezza posso  annunciarvi l'imminente uscita del mio nuovo libro di memorie "Dal Treja a Treia", in cui descrivo gli eventi più significativi della mia vita, partendo dalla Valle del Treja (a Calcata) sino al mio arrivo a Treia... - Edizioni Ephemeria di Macerata: 338.9889440.




Ricorrenza della Presa della Bastiglia...

 


Il 14 luglio 1789 con la presa della Bastiglia inizia la Rivoluzione Francese. Sono molto legato a questa data anche perché sento che i tempi sono maturi per una nuova rivolta. Spero pacifica, senza inutili spargimenti di sangue. Un avanzamento di coscienza.

Luglio è un mese di fervidi intenti. L’antico calendario arcaico dei Romani lo chiamava Quintilio (il quinto mese) poi su proposta di Marco Antonio fu chiamato Iulius in memoria ed onore di Giulio Cesare. Ma oggi luglio richiama alla mente, di noi europei moderni, quello che fu il momento più entusiasmante e magico della nostra storia, ovvero la Rivoluzione Francese, e -sempre iniziando dalla Francia- venne un’altra rivoluzione contemporanea, quella dell’estate del 1968….. “la merce del consumismo è inutile, la bruceremo”…. Dicevano i sessantottini. Ed in questo momento storico la rivoluzione che ci attende è soprattutto spirituale ed ecologica…

Come diceva André Breton: “La rivolta, solo la rivolta crea la luce… e la luce non può avere che tre vie: la poesia, la libertà e l’amore…”. Cercando questa libertà e questo amore tenteremo di ri-conquistare l’autonomia intellettuale, salvandola dagli oscuri disegni maligni e speculativi in atto. Ma non lo faremo con un assalto bieco e violento, bensì con le armi della riflessione e della contemplazione.

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica











Integrazione di  Hari Atma: "Mi son spesso fermata a riflettere sul significato della nostra personale "Bastiglia", quella specie di fortezza che ci portiamo dentro: inespugnabile, oscura, piena di trappole e fantasmi! Siamo così fortemente uniti alla sua "robusta struttura" che guai a chi si permette di criticarne la presenza in uno "spazio" che forse sarebbe più opportunamente dedicabile ad un "giardino fiorito". Eh, già... distruggere la nostra Bastiglia è un'impresa quasi impensabile, perché il buio e le catene ci hanno ormai resi talmente "schiavi" delle vecchie abitudini, che solo l'idea di poter "intravedere" la luce ci spaventa. Il "vecchio regime" rappresenta l'ordinario, il quotidiano, rappresenta la possibilità di criticare chi se ne va in giro con un turbante in testa (ad esempio), chi mangia solo cipolle, chi cammina scalzo per strada, chi raccoglie mollette usate sotto i balconi delle case (mio nonno lo faceva sempre e quanto si divertiva!), chi si alza alle 5 la mattina per correre sulla riva del mare (spesso si sente dire: "ma chi glielo fa fare!). Questa è la nostra Bastiglia: un cumulo di "illusioni" che frenano la nostra innata creatività, trattenendo emozioni vive che non vogliamo far nascere! Il 14 luglio si festeggia la "presa della Bastiglia", in un atto di coraggio, forse, qualcuno romperà le catene e uscendo dal silenzio e dalla polvere saprà riconoscere la bellezza della luce in ogni creatura! Che il suo messaggio possa far "breccia" in ogni prigione e ricomporre solidamente la parola Pace in ogni esistenza!" 

Hari Atma




Cristiani si nasce o si diventa?

 


I primi cosiddetti cristiani non erano altri che appartenenti ad una setta ebraica che rifiutava il potere romano, anzi lo considerava “nemico”, anche in seguito alla distruzione di Gerusalemme completata da Vespasiano e Tito ed alla conseguente “diaspora”. 
In verità la “diaspora” era un fatto iniziato in tempi molto anteriori alla distruzione di Gerusalemme. Ebrei di varie sette già da secoli popolavano diversi paesi del mondo antico. La persecuzione dei romani contro alcuni membri di queste sette furono semplicemente una risposta alla mancanza di riconoscimento dell’autorità imperiale da parte dei suoi appartenenti. 
Presso i romani non esisteva alcuna persecuzione religiosa nei confronti di alcun credo. Infatti i romani furono maestri di sincretismo, ogni popolo aveva il diritto di conservare i propri dei ed usanze, purché riconoscesse l’autorità  rappresentata dall’Imperatore.
E qui sta il nodo. Gli adepti di alcune specifiche sette ebraiche che poi si definirono cristiani, non riconoscevano l’autorità imperiale e quindi erano condannati come “sovversivi” politici e non come praticanti d'una religione ”proibita".
Le cose cambiarono allorché queste sette ebraiche, che inizialmente, mantenevano la tradizione di appartenenza etnica alle “tribù d’Israele” e quindi a tutti gli effetti facevano parte dei giudei circoncisi, decisero di “convertire” anche i Gentili al loro credo e quindi accettarono nelle loro file anche i non giudei. Ovviamente questo segnò una linea di demarcazione fra i “giudei puri” (discendenti da madri ebree) e quelli “spuri” che si mescolavano ed accettavano i Gentili come correligionari. Ad un certo punto la frattura diventò insanabile ed i "cristiani", pur avendo accettato in toto l’antica tradizione biblica, per la loro promiscuità genetica si distinsero dai giudei e pian piano conquistarono terreno nelle classi povere e derelitte dell’impero fino a diventare una maggioranza numerica.
A quel punto le cose avevano assunto una forma completamente diversa e gli ultimi imperatori romani trovarono più conveniente usare il “cristianesimo” come legante per l’Impero. Ovviamente i capi cristiani stessi facilitarono questo gioco, interrompendo qualsiasi antagonismo con il potere politico, anzi pian piano con la decadenza imperiale si sostituirono ad esso. Infatti i papi di Roma erano in un certo senso considerati gli eredi degli imperatori.
Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


Disfida, ortodossia e dissenso...



Considerazioni sui cali radicali di energia al Master 1000 di Montecarlo 2026 e al Roland Garros dello stesso anno, sulle preoccupanti prestazioni d’avvio a Wimbledon 2026 di Jannik Sinner, numero 1 del mondo, e sull’assenza di reazione dei media. 

 

Al Roland Garros ­2026 (maggio|giugno) si gioca il secondo turno, a Sinner manca un solo game per vincere la partita. Il punteggio è due set a zero e, cinque game a uno nella terza partita, ma ha perso l’incontro. L’avversario argentino, Juan Manuel Cerundolo ha, infatti, gradualmente rimontato il set, l’ha vinto e ha vinto i due successivi, eliminando Sinner e guadagnando così il passaggio di turno. 

La scena è straziante, le gambe non vanno, la lucidità è ridotta, l’efficacia dei colpi mortificata.

“Colpo di calore, nausea e vertigini” hanno tagliato le energie al giovane ventiquattrenne altoatesino, che non ha più il necessario per far fronte all’avversario argentino, oggi numero 42 della classifica ATP (Association of Tennis Professionals).

 

Nei giorni successivi ripete ai media che farà accertamenti. Nessuno – a mia conoscenza – gli domanda quale sia la dieta (troppi zuccheri?), non si parla del dietologo e neppure del preparatore atletico.

Eppure anche nel precedente Master 1000 di Montecarlo aveva accusato un problema alla schiena e accumulato 30 errori non forzati, mostrando un livello nettamente inferiore all’abituale.

 

Nell’intervallo di tempo tra l’eliminazione dal Roland Garros e la vigilia del torneo di Wimbledon di fine giugno 2026, l’ufficio comunicazione di Sinner diffonde le notizie e le immagini del campione mentre fa la spesa e gira in scooter per il Principato con la fidanzata e quelle delle sue visite mediche presso l’ospedale San Raffaele di Milano, nonché l’esito degli esami ai quali è stato sottoposto per scovare le ragioni del suo malessere, che però non emergono. “Tutto a posto”, dicono lo staff e i dottori. Ma poi, “Abbiamo capito, potrebbe ricapitare, la cosa non si risolve in fretta”, dice Sinner, senza aggiungere spiegazioni. Ci sono di mezzo ipotesi che coinvolgono i vaccini Covid19? In questo caso molto si spiegherebbe, almeno per noi cosiddetti complottisti.

Come in precedenza nessun accenno a dieta e preparazione. Segreti professionali o occultamento pianificato? E perché i media non indagano e tacciono buoni buoni?

 

Intanto, il tempo è passato e viene il 29 giugno, giornata d’avvio di Wimbledon, in cui Sinner gioca la prima partita.

Jannik vince in cinque set, cosa nuova per lui, ma con una difficoltà che lascia perplessi. L’avversario è il serbo Miomir Kecmanović numero 50 del mondo. Perplessità ingigantita dalla considerevole quantità di errori di ogni genere (doppi falli, errori non forzati, volée, smash, smorzate) estremamente oltre la media abituale.

 

In conferenza stampa dice soltanto che non ha giocato al suo meglio ma è contento e che era la prima partita, su un terreno a cui doveva adattarsi, con l’aggravante emotiva dell’esordio al campo centrale del torneo più importante del mondo. E per gli altri? Per Kecmanović non lo era? Quelle di Jannik sono quindi parole che, purtroppo, hanno anche il retrogusto della scusante, dette per tacere altro.

I media pare accettino le ragioni, piuttosto diversive, della modesta prestazione e elogiano il rosso per avere vinto al quinto set, effettivamente un’evidenza positiva, visto che nelle 18 occasioni precedenti aveva vinto solo 6 partite di lunga durata. Nient’altro, ovvero nessuno (?) tra i media del mondo gli domanda se, per caso, ha fortemente lavorato sul potenziamento muscolare e sull’impiego di nuove tattiche di gioco nel periodo di riposo tra il Roland Garros e Wimbledon. 

 

Inoltre, mantenere il primato nella classifica mondiale richiede di tener conto degli avversari, in particolare di Alcaratz. Quindi allenare i colpi e le variazioni di gioco in cui l’altoatesino difetta, circa gli stessi nei quali lo spagnolo eccelle, appare come un dovere professionale e competitivo.

 

Tendenzialmente, il circo mediatico è soddisfatto dell’ampliamento dello spettro dei colpi tecnici che Sinner impiega nelle partite. Ma, a differenza del rivale spagnolo, il numero uno è un giocatore di passo, senza artistiche variazioni. Il suo gioco spontaneo asfissiava gli avversari togliendogli il respiro per la velocità, la forza e la precisione delle risposte. Snaturarlo con l’implemento di tattica e colpi a lui estranei in tempi brevi sta forse alla base della quantità considerevole di errori visti nella prima partita inglese, inclusi i lunghi scambi dal fondo, che sempre vinceva e che ora, tendenzialmente, perde. Un epilogo che ha al momento ha stravolto le doti di fondo di Jannik e che, perciò, in questa misura tocca e coinvolge l’identità non del giocatore ma della persona, con relativi riflessi d’insicurezza.

 

Nel turno successivo incontra Nuno Borges, un argentino considerato promettente. Il nostro campione vince anche questo incontro ma ancora con difficoltà visto che si tratta del numero 48 del mondo.

 

Nella conferenza stampa che segue la partita, Sinner ha un viso teso e l’espressione spaventata, a un certo punto, insolitamente, si mangia un’unghia. Ripete più volte frasi che lasciano intendere che sicurezza e forza non sono più con lui. “Sai è la seconda partita sull’erba”; “Ho tentato di migliorare, poi vedremo come andrà”; “Vediamo come va la prossima partita” ed altre espressioni... d’incertezza, che se in precedenti occasioni alludevano alla modestia ora ammiccano alla preoccupazione. Lo sguardo rilassato e forte al quale ci aveva abituati ora appare contratto e spaventato. 

 

Qualcosa è successo? L’impressione che stia attraversando una crisi importante, identitaria direi, è completamente fuori luogo?

Forse. Ma come tralasciare di dare importanza che un ragazzo possa precipitare in una debolezza di quella portata (Roland Garros), forse il solo tra tutti i partecipanti al torneo afflitti dalla medesima calura? Uno sfinimento che lo aveva già acciuffato anche in precedenti tornei. Come tralasciare che lui e lo staff non abbiano neppure fatto un cenno alla dieta, per rassicurare chi, invece, ci avrà pensato, per escluderla dal problema, per renderla di dominio pubblico ed eventualmente porla sotto critica. 

Il regime alimentare di Sinner non è finito sul lentino degli esperti e dei media dopo il crollo, né successivamente.

 

Crisi, addirittura identitaria, dicevo. Come succede ad alcuni adolescenti soggetti ad una crescita repentina e, a volte, disomogenea, dei segmenti articolari, la goffaggine, la scoordinazione, la maldestria, li investe. Un’eventualità disponibile a chiunque sia costretto ad indossare appendici, per esempio tacchi, guanti, protesi anatomiche, eccetera. Infatti, finché l’aggiunta del pezzo-novità non viene integrata nel corpo, ma sarebbe meglio dire nell’identità psicomotoria della persona, la scoordinazione e l’impaccio ne sono la conseguenza. Integrazione che sottostà a tempo e motivazione personali.

Tutto ciò vale anche con attrezzi artigianali e sportivi. Passare da uno sci lungo ad uno sciancrato, cambiare la racchetta da tennis, da quella in legno a quelle attuali, improvvisare un salto con l’asta e utilizzare i ramponi la prima volta, stare in sella, far muovere e condurre un cavallo, sono passi che richiedono un tempo variabile affinché la nuova ed imposta motricità venga riconosciuta ed integrata negli schemi motori in cui la persona esiste e si riconosce in quanto, a mezzo di essi, realizza l’equilibrio, ovvero l’efficienza di sé. 

Un epilogo che, tra l’altro, si ripete quando ci muoviamo in qualsivoglia contesto, senza essere ciò che stiamo facendo, distaccati dal movimento e dal corpo a causa di un pensiero estraneo, di una preoccupazione, di una mancanza di motivazione.

Non dovrebbe essere difficile osservare tale verità in sé e negli altri. 

 

Tornando a Sinner. A fronte delle sue prestazioni sottotono nelle prime due gare di Wimbledon, mi pare che gli allenamenti specifici ai quali si è sottoposto per migliorare i colpi in cui si riteneva carente e quelli per implementare la massa muscolare, entrambi da lui stesso resi noti, non siano stati oggetto d’interesse da parte dei media se non per plaudirli. Come se nessuno li avesse ipotizzati quale causa dei numerosi e preoccupanti errori che ha commesso nelle gare d’avvio. 

Eppure, secondo quanto scritto sopra – che non è voce mia, ma della ricerca psicomotoria – potrebbero essere proprio queste implementazioni eccessivamente repentine e compresse nel tempo, non ancora integrate nel gioco e nell’identità all’origine della crisi del campione rosso.

 

Se prima il suo gioco, come del resto quello di chiunque, godeva di schemi motori consolidati in automatismi che gli permettevano di dominare sé stesso, il ritmo e anticipare l’avversario, ovvero gli lasciavano la mente sgombra dall’impegno di dover fare bene e giusto, ora, secondo l’ipotesi qui descritta, i nuovi schemi potrebbero aver inceppato quelli esistenti. Prima entrava vincente in campo, ora titubante. Un po’ come l’estroverso e l’introverso: uno entra vincente nelle relazioni, l’altro no.

 

Siccome non v’è differenza tra corpo e spirito ora, quella libera circolazione di energia, quel libero flusso di realtà che si realizzava, sembra essersi frantumato, tanto che Sinner appare un giocatore di vulnerabilità che lo equipara ai suoi colleghi. Dalla sua ha la lunga stagione che dal rientro dalla squalifica lo ha visto in cima alla cresta dell’onda del tennis mondiale. 

Pur dando per scontato il certo lavoro psico-protettivo operato dalla sua squadra, Sinner è stato al centro di un salto di stato. Un cambio, come per ogni altra rivoluzione abituale, non facile da sostenere soprattutto se compiuto in breve tempo. Un balzo che ha comportato guadagni e notorietà, ma anche che l’ha lanciato nel turbine di una vita sotto stress.

Frantumazione della precedente idea di sé, di un’emozione che gli permetteva di realizzare al meglio le potenzialità. Una specie di Alex Honnold della racchetta­ con la differenza che lo scalatore – e qualunque altra persona capace di prestazioni sopra la media – può scegliere il tempo delle sue opere verticali ad alta tensione in base al suo stato interiore, mentre Jannik Sinner deve rispettare un calendario.

 

L’idea competitiva di dover fare di tutto – come è competitivamente giusto – per stare in sella al mondo e al passo delle artistiche prestazioni di Carlos Alcaraz gli hanno forse giocato uno scherzo che, anche nella terza partita di Wimbledon contro l’americano Jenson Brooksby, 81°, ha allungato la sua manina diabolica, costringendolo ancora una volta a dire: “Sono felice, ma devo gestire meglio alcune situazioni”. Sembrano parole degne dello stato di vulnerabilità che sta attraversando. Se contro il numero 48, dover “gestire meglio alcune situazioni” lanciano preoccupazioni, il tempo dell’integrazione dei nuovi schemi e tattiche evidentemente non è ancora esaurito. Dunque, solo i giorni potranno dire di che misura e di che durata, le invasive – sconsiderate? – novità che ha voluto, o qualcuno gli ha consigliato, portare nel suo tennis, saranno i patemi di tutti i suoi tifosi. 

 

Sul quarto incontro, in cui ha sfidato e battuto con una certa difficoltà il giapponese Shintaro Mochizuki 92° nella classifica ATP, si possono segnalare diversi momenti: Sinner pare essersi almeno parzialmente ritrovato, che significa che la quantità di errori messi in campo oltre la media fa ancora testo vista la distanza in classifica tra i due giocatori, anche se in particolare stato di flusso considerato che il giapponese, nel turno precedente, aveva battuto lo spagnolo Rafa Jodar, 26°. 

Con tali considerazioni ha senso mantenere il timore che qualcosa di importante si sia incrinato e che la corsa al ripristino non sia ultimata? 

Oltre a ciò, è ancora una volta la stampa, più del calo di Sinner, a sorprendere. I loro titoli dopo il quarto turno ricordano più gli house organ, le riviste aziendali che l’indipendenza, il controllo, la critica e la verifica quali missioni del giornalismo. Il Corriere dello Sport: “Spettacolo Sinner, battuto Mochizuki in tre set”; La Gazzetta dello Sport: “Sinner, che forza: battuto Mochizuki in tre set”. Elogi difficili da condividere per chi ha visto la partita.

 

Sul turno seguente, i quarti di finale contro il tedesco Jan-Lennard Struff, 74°, il commento di Jannik, precedente alla partita: “Avversario aggressivo”, non appare soltanto tecnico, relativo alle caratteristiche di gioco dell’avversario, ma ha l’aspetto di un piede nella porta per preparare tutti a una eventuale sconfitta. Un commento di chi non si sente ancora a posto.

Poi vince anche questo incontro tre a zero, dopo aver faticato per la solita quantità di errori nei primi due set.


Alla semifinale lo aspetta Novak Djoković, 8°, trentanove anni, che in oltre cinque ore ha vinto i suoi quarti contro il giovane Félix Auger-Aliassime numero 3 del mondo. 


Durante la sfida contro il numero 1, il più anziano e il più blasonato del circo della racchetta dimostra d’aver pienamente recuperato lo sforzo della lunga partita precedente. Entrambi giocano al meglio del loro potenziale e, soprattutto, entro la bolla della loro identità tennistica: molto dal fondo, molta forza e precisione, poche variazioni, tattiche semplici ma efficaci, come accade quando ci si esprime secondo le proprie doti fondamentali. Nel complesso una partita esemplare con rari errori, direi fisiologici. Paolo Bertolucci, in alcuni commenti durante e dopo la partita, non manca di sottolineare il livello espresso dall’altoatesino: “Stiamo rivedendo il vero Sinner”; “Che dobbiamo fare abbiamo solo da applaudire”; “Più che imbattibile” e cita Alcaraz che a suo tempo, riferendosi a Jannik, ebbe a dire al proprio allenatore “non lo tengo”.

 

Sinner pare un'altra persona, ma siccome è sempre la medesima entità, ha, semplicemente, cambiato dimensione. Il nume dell’avversario gli ha indotto una concentrazione pressoché cristallina, ovvero il miglior stato per stare nel presente. Anche la battuta di Boris Becker contiene l’arco delle prestazioni del monegasco acquisito: “Jannik Sinner è diverso rispetto al resto del torneo”.

 


Durante la partita, dopo alcuni errori sorride con se stesso, come fosse superiore al fatto d’aver perso un punto, come fosse certo si sia trattato di un momento impotente di distrazione dall’emozione di vincente che lo ha preso, come se quella della paura d’aver perso sé stesso, non solo si fosse infranta, ma non l’avesse mai costretto alla sofferenza. Il valore tecnico e storico dell’avversario comporta per Sinner una sorta di salto quantico che gli schiude l’incantesimo dell’insicurezza.

 

Jannik pare rispettare un ordine di scuderia di basare tattica e colpi giocando dal fondo. Una scelta evidente, che pare mettere in luce anche l’autocritica dell’intera squadra dopo la scarsa efficacia ottenuta nelle prime partite ricche di variazioni di colpi. Sta in questa marcia indietro tecnico-tattica il “grazie al team” che il nostro campione esprime – senza più l’espressione spiritata che non era riuscito a nascondere in precedenza, ma felice e sorridente – durante l’intervista sul campo di gara? Come dire: abbiamo fatto la scelta giusta, abbiamo sfangato partita e paura.


Certa stampa, senza vergogna per il proprio silenzio devoluto ai momenti negativi di Jannik, torna a elogiarlo. La Gazzetta dello Sport: “Questo e il vero Sinner”. C’è da chiedersi se prendono soldi dagli sponsor del tennista.

 

Anche due citazioni tratte da Il fatto quotidiano dell’11 luglio sintetizzano con sollievo il momento: “L'italiano ha offerto una prestazione impeccabile nella partita più difficile e i numeri lo confermano: 40 vincenti, solo 15 non forzati, 65% di prime in campo e 45 punti su 51 vinti con la prima di servizio”; “[Sinner] Finalmente sorridente”.

 

Se la dieta, gli implementi dei colpi e la preparazione atletica hanno ragione d’essere ipotizzati dietro alle modeste prestazioni del nostro campione, non c’è problema. Dispiace, ma tutti possono sbagliare, quindi, sarebbe da concludere con un niente di male. Ma se così fosse andata resta un peccato averlo occultato e, ancor di più, un malore vedere anche la stampa sportiva aver abiurato alla propria missione. Che altro significa sennò che solo oggi, dopo la vittoria raffinata contro Nole, a Sinner resuscitato, accennano ai timori che le prime partite di Wimbledon avevano provocato in loro e in tutti?


   Lorenzo Merlo











         Honi soit qui mal y pense

La storia di "Altra Calcata... altro mondo" ed il passaggio "Dal Treja a Treia"...

 


Ante Scriptum: Nella tarda primavera del  2009, un anno prima  di lasciare Calcata, ma non sapendo quel che sarebbe avvenuto di lì a poco, decisi di aprire un nuovo blog che chiamai  “Altra Calcata…  altro mondo”  per fare da tandem a quello già esistente del Circolo Vegetariano Calcata (ora diventato di Treia). La ragione? Pensavo che alcune notizie “diverse”  dovessero essere inserite in un contenitore più idoneo, che non fosse quello più “specifico” del Circolo. Ma poi -pian piano- come sempre succede nelle mie cose, in entrambi i blog cucinai la solita frikassea. Un melange di cose serie e meno serie, di Calcata ma soprattutto di fuori Calcata.

Riporto qui di seguito la presentazione che inizialmente  era stata pubblicata nel frontespizio di quel blog (poi andata persa per un mio errore): 

 “Altra Calcata… altro mondo” – Questo blog nasce per l’esigenza di restituire identità al luogo ed a noi  stessi.

Negli anni passati avevo coniato il motto “Una, cento, mille Calcata..” per significare  come l’esperimento in corso nel vetusto borgo potesse essere esemplificativo di un nuovo  modo di rapportarsi con la natura e con se stessi. Non è certo Calcata, in quanto  comunità o località, che va riprodotta ma un modo di percepire la presenza umana nel  luogo. Una presenza inserita nel contesto della natura, nel consesso dei viventi, in condivisione olistica e  simbiotica.

Infatti – come disse Nisargadatta Maharaj – noi non possiamo essere altro che una parte  integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera  possiamo esserne separati.

Molto spesso però ho notato che l´uomo tende a dare maggiore importanza al contesto  sociale in cui egli vive. E´ nella società umana, con le sue esigenze e movimenti, che si  fa la storia e si sancisce la caratteristica di un posto, molto spesso dimenticando  l’appartenenza al tutto, ignorando l´inscindibile co-presenza della natura e degli animali. Per tentare di riscoprire le  nostre radici naturali, continuando a prendere ad esempio un certo modo di vivere il  luogo e nel luogo, ho pensato di affidare le mie riflessioni a questo blog. In esso si  parla  di tutto il mondo, ma potremmo dire che è  un altro mondo…

 
E qui potete scoprirlo da voi stessi: https://altracalcata-altromondo.blogspot.com/
 
Paolo D’Arpini  – Rete Bioregionale Italiana
 
Immagine correlata


Ma non è finita qui...! 

Nel 2010, lasciata Calcata e la Valle del Treja  al suo destino, ed anche la casarsa sulla fogna che si vede nell'immagine superiore (all'esterno) ed in questa che segue (all'interno)...


seguii le tracce della mia compagna Caterina Regazzi in  una nuova "Altra Calcata", chiamata Treia, anch'essa situata su un cucuzzolo, e dotata di potenzialità umane ed ambientali idonee per un nuovo inizio (o per finire in bellezza la mia esistenza). 

Per raccontare questa storia "dal Treja a Treia" ho scritto un libro con ricordi e nuove proposte di vita, una sorta di diario che comprende metà, se non di più, della mia esistenza sul pianeta.  Il libro è praticamente in uscita, edito dalla casa editrice  maceratese Ephemeria di Antonello Andreani, che ha pubblicato anche il mio recente libro "Chi sei tu?". A breve  "Dal Treja a Treia" sarà disponibile nelle librerie e presso la casa editrice:    https://www.edizioniephemeria.it/Via Giuliozzi, 15 – Macerata - Tel. 3389889440
Questa che segue è una immagine evocativa realizzata dall'amico Sergio Orlando:


Il risveglio di Titania e la menzogna etica e religiosa...



 …in questi giorni  di luglio di parecchi anni fa, quando il Circolo vegetariano aveva ancora sede  a Calcata,  vissi un momento magico  nelle grotte di Jorgen, dove  fu messa in scena una commedia mitologica e misterica: Il Risveglio di Titania.

Nella  storia Titania è una splendida creatura fatata che se ne va in giro per i boschi col suo fedele corteo di spiritelli. Shakespeare ha scritto del loro litigio e della vendetta del suo legittimo sposo Oberon, dopo che Titania non ha voluto vendergli il suo prezioso
paggio indiano, motivo delle gelosie di Oberon.

Così Oberon sorprende Titania addormentata e le spreme sugli occhi il succo della viola del pensiero, fiore fatato capace di far innamorare chiunque della prima cosa che vedrà. Così, al suo risveglio, Titania si innamora di Bottom, un orribile uomo dotato di una testa d’asino.


La storia ha comunque un lieto fine, i due sposi magici si riconciliano superando i concetti restrittivi di gelosia, invidia, etica e morale.

Questa storia, come tutti i racconti di Shakespeare, evoca diversi significati. L’addormentarsi di Titania è come la morte ed il risveglio è in verità il sogno che noi prendiamo per realtà. In esso godiamo l’illusione dei sensi ed amiamo ciò che non possiamo   riconoscere. La riconciliazione è il momento del ritorno alla libertà, il superamento delle illusioni e della schiavitù dei sentimenti imposti.

Etica e morale, due pensieri cangianti e relativi, i cinesi antichi avevano l’onestà di ammettere che queste due qualità fossero solo una convenienza sociale. Nel Taoismo erano considerate due forme ipocrite di asservimento alle consuetudini. La morale e l’etica sono state usate da tutte le religioni monoteiste come bandierine simboliche per giustificare il bene programmato a sistema, mentre l’amoralità e il “difetto” di contegno sono indicati come grave carenza sociale e religiosa. 

Ma ora lasciamo da parte questi aspetti che riguardano specificatamente il comportamento ed i costumi nella società attuale.

In fondo l’esempio di Titania è alquanto leggero e ludico, il risveglio “vero” avviene attraverso l’amore, che purifica gli occhi e rende chiaro l’intelletto. Ben diverso il caso in altre storie mitologiche in cui la sofferenza volontaria od espiativa degli eroi viene descritta in termini di emancipazione, come nella storia di Odino o Prometeo.

Cristo e Dioniso anch’essi morirono volontariamente per la salvezza altrui… Insomma nella morale e nell’etica si accetta tranquillamente che il sacrificio di sé sia un bene supremo se rivolto ad una causa ritenuta nobile e degna… ma dal punto di vista della vita dov’è la differenza fra un suicida per disperazione ed un esaltato religioso?

Scriveva Elemire Zolla, in Discesa all’Ade e resurrezione: “Senza l’Essere l’ente non sussiste: infatti ne promana e ne fa parte. Ma l’essere non si restringe a spazio e tempo. Senza lo spazio non
spaziale del luogo efficiente, suscitatore, dove si figura il punto, non nasce la geometria del mondo in divenire. Come designare questa fonte eterna? In latino proporrei “februare”, che Semeraro fa derivare dall’accadico “haburu”, germoglio, dal dio agrario Ha-ab-bu-ru; Servio informa che “februm” era un tratto di pelle lupesca, salata; nelle cerimonie februanti si celebrava il dio dell’impulso primaverile, Lupercus, e i luperci erano giovani coribanteschi che animavano, flagellandole, le donne, con fruste di pelle lupesca, i “febri”. 


"Le potenze generatrici  non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte insieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione” diceva l’osservatore platonico alla conclusione del mondo antico.

Ben diversa questa morale non-morale dalla moralità religiosa e bacchettona dei nostri “santi padri” cristiani  che predicavano e praticavano l’autoflagellazione, la misoginia, l’allontanamento dalla natura, la menzogna etica e religiosa, evidentemente anche mal-interpretando il messaggio salvifico del Cristo (ove quest’ultimo fosse realmente esistito…).

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica