Storie di gatti.... anzi storia dei miei gatti...



Da quando mi sono re-iscritto a facebook ho notato che gran parte dei post e delle foto pubblicate dagli amici riguardano i gatti. Anche Caterina  spesso e volentieri inserisce immagini delle sue gatte, commentandole con vari aneddoti di vita. Beh, non voglio essere da meno e mi inserisco nella scia per narrare brevemente la storia del mio rapporto con i gatti. 

Debbo confessarvi che non sempre amai i gatti, per via di una esperienza  che vissi da bambino piccolissimo. Avevo si e no un anno e mezzo, anzi sicuramente di meno (poiché mia sorella Maria che ha quasi due anni meno di me non era ancora nata) allorquando feci il mio primo incontro con un gatto: il Gatto Mammone.  

E voi direte "ma come puoi ricordare qualcosa così lontana nel tempo?" Beh, debbo confessarvi che i miei ricordi vanno anche oltre ed arrivano persino a quando ero ancora nel grembo materno.  Ma, per rendere più credibile la mia storia, vi dirò che quando ebbi quell'esperienza col Gatto Mammone l'impatto emotivo fu talmente forte da restare indelebilmente impressa nella mia memoria. 

Ed ora ve la riciclo...

A quel tempo vivevo a Roma, nella casa in cui ero nato, in Via Ariberto da Intimiano, assieme ai miei genitori. Era una delle prime notti in cui ero stato sistemato in un lettino a fianco del letto matrimoniale dei miei genitori e non sentendo il calore dei loro corpi stentavo ad addormentarmi. Anzi ero ben sveglio. Imploravo di andare con loro, al caldo, ma evidentemente mio padre e mia madre avevano altre intenzioni. Infatti mentre stavo lì ad occhi aperti udivo rumori strani. Al che chiesi "cosa sono questi rumori che sento?" e loro mi risposero "Taci, c'è il gatto mammone alla finestra che vuole entrare, se ti sente entra e ti acchiappa". Già l'idea del gatto mammone mi aveva impaurito poi il sapere che voleva pure entrare per portarmi via mi sconvolse del tutto e me ne stetti lì immobile e intimorito, mentre i rumori ed i miagolii mi sembravano sempre più vicini. A dire il vero avevo avuto pure l'impressione di vedere 'sto gatto mammone che spingeva alla finestra... 

Ecco fatto con questa bella esperienza di primissima infanzia vi potete immaginare come potessi amare i gatti... Infatti li evitavo il più possibile. Anche una seconda esperienza con questi magici felini non mi aiutò ad amarli. A quel tempo ero a Verona, da pochi anni mia madre era morta e  mio padre si era risposato con una donna veronese.  In città abitava anche una mia zia, sorella di mio padre, stava con la sua famiglia in una casa sui tetti con un grande terrazzo e lì tenevano un grosso gattone tigrato. Padrone di tutto il territorio. Di solito questo gatto se ne stava su una sdraio, che evidentemente riteneva sua, ma  anch'io amavo  sedermi sulla sdraio e così quando andavo in terrazzo scacciavo il gatto e prendevo il suo posto. Un giorno con la coda dell'occhio percepii che il gatto stava meditando qualche vendetta. Infatti feci appena in tempo a scostarlo bruscamente con la mano mentre mi saltava sugli occhi. Se ne andò umiliato e sconfitto. Ma i gatti non demordono mai e sanno come fregare noi poveri umani, soprattutto se innocenti (o quasi) ragazzini. Durante i giorni successivi il gattone veniva a strofinarsi sulle mie gambe ma io non me lo filavo per niente. Lui insisteva, finché pensai che forse voleva far pace ed allungai la mano per accarezzarlo.. ma nel momento preciso in cui lo stavo per fare  la belva si avventò sulla mia mano protesa e la morse a fondo senza staccarsi dalla presa per un bel po', e poi se ne fuggì soddisfatto sui tetti. Vendetta era compiuta. Da quel momento in poi non osai più uscire in terrazza. Il gatto stava alla finestra e mi guardava fisso ed io -da dentro casa- guardavo lui.

Ed arriviamo ora al momento dell'armistizio con la specie. Avvenne ancora a Verona  ma a quel tempo ero ormai un baldo giovanotto che viveva d'arte e d'amore, occupando una vecchia casa romantica in Piazzetta San Marco in Foro, avendo inoltre  al piano terra un grande locale, che era stato un'osteria, in cui fondai la mia prima associazione culturale. Si chiamava Ex. Stando al centro storico di Verona non occorre aggiungere che la zona era frequentata da topi,  in quantità, ed avendo provato vari sistemi senza successo per allontanarli, alla fine decisi di adottare un gatto, un bel grigione e sveglio pure. Che sovente mi faceva trovare un cadavere alla porta (e pure dentro casa). Così feci amicizia e acquistai una certa confidenza, tant'è che me lo portavo in giro sulla spalla come niente fosse.

Bene,  passarono un  po' di anni. Nel frattempo mi ero trasferito a Calcata ed avevo aperto il Circolo VegetarianoVV.TT. Un bel giorno venne a trovarmi Antonio D'Andrea, il fondatore degli Uomini Casalinghi, e si presentò con un "regalo": due micetti, una femmina chiamata Cleope, ed un maschio, chiamato Adone.


Malgrado le mie proteste mi impose di tenermeli, con la scusa che anche a Calcata c'erano i topi... Cleope  era decisamente la più sveglia dei due fratelli.. ma qualcosa avvenne che me la allontanò. Forse fu rubata o spontaneamente mi lasciò, non so...   Rimase Adone e tanto si adattò a me che alla fine, malgrado continuasse ad essere estremamente indipendente e padrone della situazione, mi seguiva ovunque andassi come un'ombra difensiva. Il paragone all'ombra non è esagerato poiché si trattava di un bel gattone nero, nero (però aveva un unico pelo bianco sul petto). 

In diverse occasioni con la sua energia protettiva mi salvò da situazioni incresciose con vari satanassi che facevano il loro sporco lavoro contro di me. La presenza di Adone era rassicurante e anche quando c'erano pericoli incombenti, di vario genere, con rischio di aggressioni violente da parte dei detti satanassi, egli mi si accovacciava al fianco o sulle ginocchia, come ad avvertire i malintenzionati  "attenti, qui ci sono io..". Inutile dire che i malintenzionati pensarono bene di avvelenarlo e lo vidi spirare davanti a me con la bocca vomitante una schiuma verde. Mi restò fedele fino alla morte e lo seppellii nel giardino del Circolo, vicino al terreno del capo nemico satanico, che stava facendo di tutto per distruggermi o distogliermi dal Dharma.

Ritengo che la protezione di Adone si protrasse nel tempo (anche dall'aldilà) e mi risparmiò parecchi guai, tra l'altro avvenne che spostai di sede il Circolo, in una posizione più defilata e difendibile,  facendone un piccolissimo nucleo di Verità. Il Circolo perse ogni fascinazione per le masse, così che da una lato fui sconfitto ma dall'altro ne uscii vittorioso. 

Ed ancora una volta a sancire l'alleanza ormai consolidata con  gli esponenti del mondo felino. Stabilii una stretta amicizia con una saggia gatta selvatica, che viveva in campagna, come "guardiana" (o nume tutelare) nel Tempio della Spiritualità della Natura. La chiamavo semplicemente "Grigia", forse in omaggio al mago Gandalf, "il Grigio". Essa - o lei- mi insegnò a non essere attaccato alle cose. Partorì diverse volte e quando i mici erano abbastanza cresciuti li allontanava dal terreno. Così da restare permanentemente padrona del luogo e di se stessa, non dipendente da nulla. 
Ricordo che una volta, per una forma di sentimentalismo, "rapii" uno dei suoi gattini, prima che lei lo scacciasse, e lo adottai tenendolo nel giardinetto della mia casarsa sulla fogna. 

Rapito, figlio della Grigia

Lo chiamai "Rapito" ed anch'egli fu un vero gatto selvatico, da caccia, grande acchiappatore di serpenti topi ed altri animaletti ma -chi la fa l'aspetti- e finì cacciato da qualcuno più "cattivo" di lui.... 

Ma torniamo alla madre Grigia. La mia  amicizia con la gatta guardiana del Tempio era cominciata come gesto di riconoscenza che  lei ebbe nei miei confronti, per il fatto che un giorno le salvai la vita, bloccando la mia cana Vespa, grande uccisora di gatti, che stava per sbranarla, anche se effettivamente sembrava quasi che la Grigia riuscisse con i suoi soffi minacciosi a tenerla a bada. Dovete sapere però che la cana Vespa era una vera nemica dei gatti e non temeva nulla.... Da quella volta la gatta -che precedentemente e per diversi anni non si fece mai avvicinare da me- prese a volermi bene, fino al punto di venire a dormire con me nella capanna che avevo nel Tempio, restando ai miei piedi. Se andavo in in giro nel Parco mi seguiva anche per chilometri ma appena mi dirigevo verso il paese si arrestava alle prime case e se ne tornava nel suo territorio. Caterina vi potrà raccontare di quando lasciai Calcata, per andarmene a Treia nella sua casa avita, e dopo un anno tornammo assieme  e visitammo il Tempio, la gatta stava lì all'ingresso come se mi aspettasse. Vecchia e malandata ma viva e affettuosa come sempre, inarcò la schiena a mo' di saluto e poi scomparve. Insomma aveva atteso il mio ritorno per morire.  

La mia regola con i gatti è che non bisogna mai averne più di uno o due, nello stesso luogo, poiché sono animali molto "psichici" e come possono essere di grande aiuto in un rapporto personale, possono invece prendere il sopravvento se in gruppo. Infatti quelli che ospitano molti gatti ne divengono succubi. Forse per questa ragione (magari inconsciamente)  durante il medio evo gli ecclesiastici e gli inquisitori credevano che questi animaletti incarnassero il demonio.  Così furono sterminati tutti i gatti d'Europa, con il risultato che dilagò la peste, in quanto i topi aumentarono a dismisura (la propagazione avviene attraverso le pulci). 

La mia memoria sui gatti termina qui. Al momento non ho altro da raccontare,  nessun gatto mi accompagna in questa fase della mia vita. A Treia, vivendo praticamente in un appartamento e non mantenendo una presenza fissa, non posso tenere un gatto con me. 

Spilamberto - Gatta Bianca di Caterina


Mi accontento della compagnia e dell'amicizia che mi dimostrano le due gatte di Caterina quando vado a trascorrere qualche periodo da lei a Spilamberto.


Paolo D'Arpini 

          Caterina e Paolo a Spilamberto

"L'Uomo della valle del Treja: La Storia di Paolo D'Arpini, da Calcata alla Nuova Vita a Treia"



Nei mesi di primavera ed inizio estate prima di lasciare definitivamente Calcata, nel luglio 2010, per trasferirmi a Treia, ci fu tutta una serie di incontri di commiato tenuti in varie parti della Tuscia. A Viterbo, ad esempio, si tenne l’inaugurazione della prima biennale d’arte creativa, con contemporaneo mio ultimo saluto. A Faleria ci fu la recita in piazza di Agenzia Fregoli... ed ovviamente a Calcata stessa dove per il solstizio estivo ci furono tutta una serie di eventi con addii strappalacrime nel Centro Visite del Parco del Treja (a dire il vero erano tutti felici e contenti e nessuno mai mi chiese di restare). Allo stesso tempo, sul web, come ultimo ricordo di una mia presenza “aliena” fu pubblicata una edizione speciale di “Calcata on line News”, proprio dedicata alla dipartita degli alieni… Divertitevi a leggerla.

(Paolo D’Arpini)

Avevamo sperato in una vita breve, con fine incruenta, delle trasmissioni virtuali di Calcataonline News… ma come in “Hollywood Party” i folletti “Vitali” dei redattori si sollevano e declamano ad libitum… Colpiti a morte, tacitati in tutti i modi, tappate le bocche, incartate le dita, spenti i computers..  ma i “Vitali” continuano a produrre deliranti News… Stavolta è la volta degli alieni… e potevano mancare gli alieni a Calcata?

Quindi ancora una volta a reti unificate ecco a voi l’edizione “fantascientifica” di Calcataonline News,  le notizie di cronaca  spiccia sono in calce al presente notiziario.

Ed ora proseguiamo senza pietà…

Schiere di astronomi, linguisti, matematici, filosofi, da decenni si interrogano su come comunicare correttamente con un alieno, per evitare equivoci. Intanto, però, vengono inviati nello spazio migliaia di messaggi in ordine sparso. Oltre alle trasmissioni TV che potrebbero essere il nostro involontario biglietto da visita cosmico. (Sylvie Coyaud).

NOTA, in attesa della trasmissione su Italia 1 del prossimo 1 luglio, dedicata agli “alieni”, occorre riflettere su quanto finora hanno fatto gli alieni sulla nostra Terra.

Cosa sono infatti le antiche divinità mediterranee se non alieni conosciuti da tutti i popoli? E questo andare su e giù delle divinità in questione, non sono forse piccoli viaggi spaziali? Io sono convinto che Noi potremmo avere ulteriori informazioni dal nostro amico e protettore PRIAPO! Proprio in questo momento s’ode l’aere circostante inebriarsi di un suono profondo, che sembra sgorgare dalla natura. E’ la voce maschia e baritonale di Priapo che, come una melodia di zampogna, si espande per i boschi, i campi gialli di messi mature, di calli, di collinette e di borghi arrampicati in cima ad improbabili e friabili rocce, come Calcata d’altronde. La stessa Voce che fu udita dal famoso Erasmus di Rotterdam, esperto in similitudini, quando giunse a Calcata, nel 1513 (Mense Dicembri, Anno MDXIII), alla ricerca del “preputius Christi”, onde scrivere un trattato sulla corretta conservazione dei prepuzi e prostate di santi e madonne).

Scriveva infatti Erasmus, nella lettera dedicatoria all’amico Pietre Gilles, pubblicata in anteprima sul ” Monitore di Faleria”, tessendo l’elogio della Metafora come strumento pedagogico per insegnare a scrivere bene, come sosteneva Cicerone. La metafora è l’artificio sommo che conferisce ad uno scritto non solo splendore, ma l’intera sua eleganza: e il “paragone” è una Metaphora esplicata, una metafora sciolta, distesa, adatta ed efficace in ogni tipo di scrittura. (Scrive pertanto l’illustre protagonista: Come le briciole di un cristallo non si possono assolutamente ricomporre, così è difficilissimo riconciliare coloro che da una strettissima confidenza passarono all’odio reciproco.

Orbene, è proprio qui, a Calcata, che il costruttore di metafore colse l’arcano che circonda questa straordinaria Civitas. Quando, per esemplificare, è invalso l’uso di nomare in istrano modo i Frati dermatologi (dell’Ospedale dell’Immacolata, giustamente da questi romiti, curanti cutanee macchie, invocata in quanto priva di macchie), e questo nomignolo essendo a loro dato dalla marmaglia romana quali “frati teppisti”, trattasi ciceronianamente di metafora in quanto giro di parole, perché da frati si giunge a frati trappisti e da questi alla già nomata teppisti.

Ordunque, essendo giunto con la propria carrozza, dalle brume di Rotterdam in quel di Calcata, avendo Egli ordinato al fiaccheraio di tirare le briglie ai corsieri, già provati dal viaggio, onde poter discendere per andare ad orinare nel prospiciente boschetto, da questo sentì provenire il canto melodioso che con intelligenza Erasmus non potè che attribuire ad una possente divinità: era proprio la vellutata voce di Priapus che così elevava i suoi gorgheggi al cielo:

“Un’ora sola ti vorreiiiiiiiiii…..

per darti quello che non saiiiiiiii….”

(Ma come poteva saperlo il pur esperto Erasmus non conoscendo egli la costumanza di Priapus a locarsi nei pressi del Tempio ove giaceva religiosamente conservato in una teca finemente arabescata dalle trepide mani di verginali romite, il prepuzio del Divin Fantolino??).

Udì egli invece un’altra voce elevarsi dal bosco incantato. Essa voce diceva:

“Ma l’amore noooooooo!!!

l’amore mio non puòòòòòòòòò

dissolversi nei gorghi del rio Trejaaaaaaa……”

Era dessa la voce di Lupo Mannaro, che in precedenza ebbi a significare quale amante di Lupa Capitolina- Ma Erasmus nol sapea e pertanto, credendo avere a che fare col diabolico Mephisto, amico di Fausto, l’intrigante alchimista, emulo di tale berluska o burlesca o matrioska, nella seduzione coattiva d’ingenuotte villane, si diede invettivamente ad apostrofarlo in latino: “FAUSTE! FAUSTE! IN AETERNUM DAMNATUS ES!!” Profilavasi pertanto, in mente a Priapus, di ricorrere ad un ossimoro o alla peggio ad uno jojaro. Egli infatti gorgheggiò:

“C’era un Grillo (Beppe) in un campo di lino,

la formicuzza glie ne chiese un pochettino…..”

Ed infine un po’ di programmatica spinta… Ricordiamo a tutti gli affezionati lettori di Calcataonline News che sicuramente l’edizione viene chiusa, anche perché il “direttore” emigra altrove. Nel prossimo futuro potrebbe nascere l’inserto Spilambertoonline News, oppure Treiaonline News, dipende dall’ubicazione dell’Arpinate. Nel frattempo invitiamo gli accorti lettori e collaboratori a visionare sulle carte geografiche le posizioni di Spilamberto (anticamente Spilimberto) che si trova in provincia di Modena e di Treia (anticamente Atreia) che é in provincia di Macerata, studiandone attentamente la storia e le origini.

Il 29 giugno 2010, alle h. 16.30, nel centro visite del Parco Valle del Treja a Calcata, si tiene una commovente cerimonia di commiato con la redazione e con il direttore Paolo D’Arpini. Nell’occasione verranno anche riferiti i veri avvistamenti di UFO, angeli, demoni ed altre entità più o meno paranormali che si sono verificati nei secoli e nei millenni, fra Calcata, Pizzo Piede e Monte Li Santi…

Ma non volendo entrare in tema di ermeneutica dell’affettività, al momento ci s’impone ad indurre il lettore a sospendere la lettura.

Georgius Vitalicus Veientis et Saulus Arpinate  Treiensis



La storia di "Treia: storie di vita bioregionale" di Paolo D'Arpini... e qualcos'altro che so di lui...

 



Osho disse: "Se stai invecchiando, ricorda che la vecchiaia è il culmine della vita. Ricorda che la vecchiaia può essere l’esperienza più bella. Il vecchio si trova nello stesso stato di quiete dopo una tempesta, quando prevale il silenzio. Quel silenzio può avere una bellezza immensa, una profondità e una ricchezza incredibili. Se il vecchio è realmente maturo, allora diventa bello. Cresci, matura interiormente, diventa più attento e consapevole. La vecchiaia è l’ultima opportunità che ti viene concessa."

Ovviamente sono d'accordo con lui  e mi godo questa esperienza con grande calore e soddisfazione, anche perché ho avuto la fortuna di trovare, proprio in tarda età, una compagna adatta al mio percorso: Caterina Regazzi. E' stata lei, tra l'altro, a "rapirmi" da Calcata ed a condurmi  a Treia, dove ora abito nella sua bella casa nel centro storico (di cui leggerete nel libro). 

Ma non voglio dilungarmi sui preamboli, il fatto è che Michele Meomartino, il curatore editoriale, mi ha chiesto di scrivere una breve  auto-biografia  e perciò comincio col dire che son nato il 23 giugno 1944 a Roma, nella casa dei miei nonni paterni.  Son figlio della guerra e debbo ringraziare un ignoto contadino russo che salvò mio padre dall'abbandono nella steppe  e lo riportò entro le linee italiane dell'ARMIR in rotta, congelato alle gambe. Così fu rimandato a Roma come invalido  e lì conobbe mia madre.... 

Ma dopo dieci anni dalla mia nascita ella morì e io fui sballottolato fra collegi e una famiglia "matrigna",  ma fuggii presto, ancora adolescente,   alla ricerca di una nuova autonomia.  Nel frattempo mi ero trasferito a Verona dove rimasi sino all'età di ventotto anni. Lì iniziò la mia  "carriera" letteraria, scrivendo il primo libro "Ten poems and ten reflections", stampato con pressa manuale dal tipografo americano Gabriel Rummonds. 

Nel frattempo  mi cimentai anche  come artista concettuale, partecipando ad alcune mostre a Verona (ed anche a Padova). Nel 1970 fondai il Club EX, un centro culturale in cui si faceva teatro, musica, poesia,  mostre d'arte, etc. con sede  in Piazzetta San Marco in Foro,  ove prima c'era un'antica osteria. 

Verso la fine del 1972 scappai (per un viaggio di riflessione e di ricerca) in Africa che percorsi da una costa all'altra con mezzi di fortuna ed infine sbarcai in India il 23  giugno del 1973. La data era molto significativa.. ed infatti lì, a Ganeshpuri,   incontrai il mio Guru, Muktananda,  e la mia mente cambiò. 

Al ritorno in Italia lasciai definitivamente Verona e mi ristabilii a Roma, in una vecchia casa  di Via Emanuele Filiberto 29. Ove praticai la disciplina spirituale con fermezza e dedizione finché non trovai l'occasione di trasferirmi a Calcata (eravamo a metà degli anni '70) dove trovai una nuova dimensione per ricominciare un percorso  anche in senso sociale,  creativo ed ecologico. Nel 1984 fondai il Circolo vegetariano VV.TT., nel 1996 partecipai alla fondazione della Rete Bioregionale Italiana. La permanenza a Calcata, nella valle del Treja, fu molto intensa, combattendo per la causa ecologista e spiritualista laica con tutte le mie forze.  

Negli ultimi anni, a partire dal 2004,  dovetti però  ritirarmi in una specie di isolamento volontario, a causa della grande tensione e dell'opposizione morale e materiale a cui ero soggetto. Ormai ridotto nella ridotta di Via del Fontanile, in una casupola sopra la fogna comunale, infine incontrai la mia attuale compagna,  Caterina, con la quale avevo iniziato a corrispondere nel 2009,  che venne appositamente da Spilamberto per conoscermi. Dopo poco accettai, con riconoscenza, di essere sradicato da quella Calcata che ormai non potevo più considerare mia patria... e ritrovai serenità e nuova linfa vitale nella bella Treia.  

Risultati immagini per paolo d'arpini storie di vita bioregionale

Così, per riconoscenza verso Caterina Regazzi e verso Treia, ho pensato di scrivere il libro "Treia: storie di vita bioregionale"...  In esso racconto alcune storielle minute di eventi vissuti in questa città delle Marche, da quando mi sono qui trasferito nel 2010. Le osservazioni del mio vivere a Treia sono per me significative anche perché rappresentano la fase finale della mia esistenza. Avendo già raggiunto un'età in cui solitamente un uomo si definisce anziano, infatti ho già   superato gli ottanta anni... 

Il testo è corredato di  una presentazione di Michele Meomartino  e di una appendice con interventi di Antonella Pedicelli,  Alberto Meriggi, Caterina Regazzi, Simonetta Borgiani ed  Enzo Catani. Le immagini di copertina e contro-copertina sono state realizzate da Daniela Spurio.  

Paolo D'Arpini - Rete Bioregionale Italiana

Amazon.it: Treia. Storie di vita bioregionale - D'Arpini, Paolo ...
Copie del libro sono disponibili:   bioregionalismo.treia@gmail.com


E per finire in bellezza posso  annunciarvi l'imminente uscita del mio nuovo libro di memorie "Dal Treja a Treia", in cui descrivo gli eventi più significativi della mia vita, partendo dalla Valle del Treja (a Calcata) sino al mio arrivo a Treia... - Edizioni Ephemeria di Macerata: 338.9889440.




Ricorrenza della Presa della Bastiglia...

 


Il 14 luglio 1789 con la presa della Bastiglia inizia la Rivoluzione Francese. Sono molto legato a questa data anche perché sento che i tempi sono maturi per una nuova rivolta. Spero pacifica, senza inutili spargimenti di sangue. Un avanzamento di coscienza.

Luglio è un mese di fervidi intenti. L’antico calendario arcaico dei Romani lo chiamava Quintilio (il quinto mese) poi su proposta di Marco Antonio fu chiamato Iulius in memoria ed onore di Giulio Cesare. Ma oggi luglio richiama alla mente, di noi europei moderni, quello che fu il momento più entusiasmante e magico della nostra storia, ovvero la Rivoluzione Francese, e -sempre iniziando dalla Francia- venne un’altra rivoluzione contemporanea, quella dell’estate del 1968….. “la merce del consumismo è inutile, la bruceremo”…. Dicevano i sessantottini. Ed in questo momento storico la rivoluzione che ci attende è soprattutto spirituale ed ecologica…

Come diceva André Breton: “La rivolta, solo la rivolta crea la luce… e la luce non può avere che tre vie: la poesia, la libertà e l’amore…”. Cercando questa libertà e questo amore tenteremo di ri-conquistare l’autonomia intellettuale, salvandola dagli oscuri disegni maligni e speculativi in atto. Ma non lo faremo con un assalto bieco e violento, bensì con le armi della riflessione e della contemplazione.

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica











Integrazione di  Hari Atma: "Mi son spesso fermata a riflettere sul significato della nostra personale "Bastiglia", quella specie di fortezza che ci portiamo dentro: inespugnabile, oscura, piena di trappole e fantasmi! Siamo così fortemente uniti alla sua "robusta struttura" che guai a chi si permette di criticarne la presenza in uno "spazio" che forse sarebbe più opportunamente dedicabile ad un "giardino fiorito". Eh, già... distruggere la nostra Bastiglia è un'impresa quasi impensabile, perché il buio e le catene ci hanno ormai resi talmente "schiavi" delle vecchie abitudini, che solo l'idea di poter "intravedere" la luce ci spaventa. Il "vecchio regime" rappresenta l'ordinario, il quotidiano, rappresenta la possibilità di criticare chi se ne va in giro con un turbante in testa (ad esempio), chi mangia solo cipolle, chi cammina scalzo per strada, chi raccoglie mollette usate sotto i balconi delle case (mio nonno lo faceva sempre e quanto si divertiva!), chi si alza alle 5 la mattina per correre sulla riva del mare (spesso si sente dire: "ma chi glielo fa fare!). Questa è la nostra Bastiglia: un cumulo di "illusioni" che frenano la nostra innata creatività, trattenendo emozioni vive che non vogliamo far nascere! Il 14 luglio si festeggia la "presa della Bastiglia", in un atto di coraggio, forse, qualcuno romperà le catene e uscendo dal silenzio e dalla polvere saprà riconoscere la bellezza della luce in ogni creatura! Che il suo messaggio possa far "breccia" in ogni prigione e ricomporre solidamente la parola Pace in ogni esistenza!" 

Hari Atma




Cristiani si nasce o si diventa?

 


I primi cosiddetti cristiani non erano altri che appartenenti ad una setta ebraica che rifiutava il potere romano, anzi lo considerava “nemico”, anche in seguito alla distruzione di Gerusalemme completata da Vespasiano e Tito ed alla conseguente “diaspora”. 
In verità la “diaspora” era un fatto iniziato in tempi molto anteriori alla distruzione di Gerusalemme. Ebrei di varie sette già da secoli popolavano diversi paesi del mondo antico. La persecuzione dei romani contro alcuni membri di queste sette furono semplicemente una risposta alla mancanza di riconoscimento dell’autorità imperiale da parte dei suoi appartenenti. 
Presso i romani non esisteva alcuna persecuzione religiosa nei confronti di alcun credo. Infatti i romani furono maestri di sincretismo, ogni popolo aveva il diritto di conservare i propri dei ed usanze, purché riconoscesse l’autorità  rappresentata dall’Imperatore.
E qui sta il nodo. Gli adepti di alcune specifiche sette ebraiche che poi si definirono cristiani, non riconoscevano l’autorità imperiale e quindi erano condannati come “sovversivi” politici e non come praticanti d'una religione ”proibita".
Le cose cambiarono allorché queste sette ebraiche, che inizialmente, mantenevano la tradizione di appartenenza etnica alle “tribù d’Israele” e quindi a tutti gli effetti facevano parte dei giudei circoncisi, decisero di “convertire” anche i Gentili al loro credo e quindi accettarono nelle loro file anche i non giudei. Ovviamente questo segnò una linea di demarcazione fra i “giudei puri” (discendenti da madri ebree) e quelli “spuri” che si mescolavano ed accettavano i Gentili come correligionari. Ad un certo punto la frattura diventò insanabile ed i "cristiani", pur avendo accettato in toto l’antica tradizione biblica, per la loro promiscuità genetica si distinsero dai giudei e pian piano conquistarono terreno nelle classi povere e derelitte dell’impero fino a diventare una maggioranza numerica.
A quel punto le cose avevano assunto una forma completamente diversa e gli ultimi imperatori romani trovarono più conveniente usare il “cristianesimo” come legante per l’Impero. Ovviamente i capi cristiani stessi facilitarono questo gioco, interrompendo qualsiasi antagonismo con il potere politico, anzi pian piano con la decadenza imperiale si sostituirono ad esso. Infatti i papi di Roma erano in un certo senso considerati gli eredi degli imperatori.
Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


Disfida, ortodossia e dissenso...



Considerazioni sui cali radicali di energia al Master 1000 di Montecarlo 2026 e al Roland Garros dello stesso anno, sulle preoccupanti prestazioni d’avvio a Wimbledon 2026 di Jannik Sinner, numero 1 del mondo, e sull’assenza di reazione dei media. 

 

Al Roland Garros ­2026 (maggio|giugno) si gioca il secondo turno, a Sinner manca un solo game per vincere la partita. Il punteggio è due set a zero e, cinque game a uno nella terza partita, ma ha perso l’incontro. L’avversario argentino, Juan Manuel Cerundolo ha, infatti, gradualmente rimontato il set, l’ha vinto e ha vinto i due successivi, eliminando Sinner e guadagnando così il passaggio di turno. 

La scena è straziante, le gambe non vanno, la lucidità è ridotta, l’efficacia dei colpi mortificata.

“Colpo di calore, nausea e vertigini” hanno tagliato le energie al giovane ventiquattrenne altoatesino, che non ha più il necessario per far fronte all’avversario argentino, oggi numero 42 della classifica ATP (Association of Tennis Professionals).

 

Nei giorni successivi ripete ai media che farà accertamenti. Nessuno – a mia conoscenza – gli domanda quale sia la dieta (troppi zuccheri?), non si parla del dietologo e neppure del preparatore atletico.

Eppure anche nel precedente Master 1000 di Montecarlo aveva accusato un problema alla schiena e accumulato 30 errori non forzati, mostrando un livello nettamente inferiore all’abituale.

 

Nell’intervallo di tempo tra l’eliminazione dal Roland Garros e la vigilia del torneo di Wimbledon di fine giugno 2026, l’ufficio comunicazione di Sinner diffonde le notizie e le immagini del campione mentre fa la spesa e gira in scooter per il Principato con la fidanzata e quelle delle sue visite mediche presso l’ospedale San Raffaele di Milano, nonché l’esito degli esami ai quali è stato sottoposto per scovare le ragioni del suo malessere, che però non emergono. “Tutto a posto”, dicono lo staff e i dottori. Ma poi, “Abbiamo capito, potrebbe ricapitare, la cosa non si risolve in fretta”, dice Sinner, senza aggiungere spiegazioni. Ci sono di mezzo ipotesi che coinvolgono i vaccini Covid19? In questo caso molto si spiegherebbe, almeno per noi cosiddetti complottisti.

Come in precedenza nessun accenno a dieta e preparazione. Segreti professionali o occultamento pianificato? E perché i media non indagano e tacciono buoni buoni?

 

Intanto, il tempo è passato e viene il 29 giugno, giornata d’avvio di Wimbledon, in cui Sinner gioca la prima partita.

Jannik vince in cinque set, cosa nuova per lui, ma con una difficoltà che lascia perplessi. L’avversario è il serbo Miomir Kecmanović numero 50 del mondo. Perplessità ingigantita dalla considerevole quantità di errori di ogni genere (doppi falli, errori non forzati, volée, smash, smorzate) estremamente oltre la media abituale.

 

In conferenza stampa dice soltanto che non ha giocato al suo meglio ma è contento e che era la prima partita, su un terreno a cui doveva adattarsi, con l’aggravante emotiva dell’esordio al campo centrale del torneo più importante del mondo. E per gli altri? Per Kecmanović non lo era? Quelle di Jannik sono quindi parole che, purtroppo, hanno anche il retrogusto della scusante, dette per tacere altro.

I media pare accettino le ragioni, piuttosto diversive, della modesta prestazione e elogiano il rosso per avere vinto al quinto set, effettivamente un’evidenza positiva, visto che nelle 18 occasioni precedenti aveva vinto solo 6 partite di lunga durata. Nient’altro, ovvero nessuno (?) tra i media del mondo gli domanda se, per caso, ha fortemente lavorato sul potenziamento muscolare e sull’impiego di nuove tattiche di gioco nel periodo di riposo tra il Roland Garros e Wimbledon. 

 

Inoltre, mantenere il primato nella classifica mondiale richiede di tener conto degli avversari, in particolare di Alcaratz. Quindi allenare i colpi e le variazioni di gioco in cui l’altoatesino difetta, circa gli stessi nei quali lo spagnolo eccelle, appare come un dovere professionale e competitivo.

 

Tendenzialmente, il circo mediatico è soddisfatto dell’ampliamento dello spettro dei colpi tecnici che Sinner impiega nelle partite. Ma, a differenza del rivale spagnolo, il numero uno è un giocatore di passo, senza artistiche variazioni. Il suo gioco spontaneo asfissiava gli avversari togliendogli il respiro per la velocità, la forza e la precisione delle risposte. Snaturarlo con l’implemento di tattica e colpi a lui estranei in tempi brevi sta forse alla base della quantità considerevole di errori visti nella prima partita inglese, inclusi i lunghi scambi dal fondo, che sempre vinceva e che ora, tendenzialmente, perde. Un epilogo che ha al momento ha stravolto le doti di fondo di Jannik e che, perciò, in questa misura tocca e coinvolge l’identità non del giocatore ma della persona, con relativi riflessi d’insicurezza.

 

Nel turno successivo incontra Nuno Borges, un argentino considerato promettente. Il nostro campione vince anche questo incontro ma ancora con difficoltà visto che si tratta del numero 48 del mondo.

 

Nella conferenza stampa che segue la partita, Sinner ha un viso teso e l’espressione spaventata, a un certo punto, insolitamente, si mangia un’unghia. Ripete più volte frasi che lasciano intendere che sicurezza e forza non sono più con lui. “Sai è la seconda partita sull’erba”; “Ho tentato di migliorare, poi vedremo come andrà”; “Vediamo come va la prossima partita” ed altre espressioni... d’incertezza, che se in precedenti occasioni alludevano alla modestia ora ammiccano alla preoccupazione. Lo sguardo rilassato e forte al quale ci aveva abituati ora appare contratto e spaventato. 

 

Qualcosa è successo? L’impressione che stia attraversando una crisi importante, identitaria direi, è completamente fuori luogo?

Forse. Ma come tralasciare di dare importanza che un ragazzo possa precipitare in una debolezza di quella portata (Roland Garros), forse il solo tra tutti i partecipanti al torneo afflitti dalla medesima calura? Uno sfinimento che lo aveva già acciuffato anche in precedenti tornei. Come tralasciare che lui e lo staff non abbiano neppure fatto un cenno alla dieta, per rassicurare chi, invece, ci avrà pensato, per escluderla dal problema, per renderla di dominio pubblico ed eventualmente porla sotto critica. 

Il regime alimentare di Sinner non è finito sul lentino degli esperti e dei media dopo il crollo, né successivamente.

 

Crisi, addirittura identitaria, dicevo. Come succede ad alcuni adolescenti soggetti ad una crescita repentina e, a volte, disomogenea, dei segmenti articolari, la goffaggine, la scoordinazione, la maldestria, li investe. Un’eventualità disponibile a chiunque sia costretto ad indossare appendici, per esempio tacchi, guanti, protesi anatomiche, eccetera. Infatti, finché l’aggiunta del pezzo-novità non viene integrata nel corpo, ma sarebbe meglio dire nell’identità psicomotoria della persona, la scoordinazione e l’impaccio ne sono la conseguenza. Integrazione che sottostà a tempo e motivazione personali.

Tutto ciò vale anche con attrezzi artigianali e sportivi. Passare da uno sci lungo ad uno sciancrato, cambiare la racchetta da tennis, da quella in legno a quelle attuali, improvvisare un salto con l’asta e utilizzare i ramponi la prima volta, stare in sella, far muovere e condurre un cavallo, sono passi che richiedono un tempo variabile affinché la nuova ed imposta motricità venga riconosciuta ed integrata negli schemi motori in cui la persona esiste e si riconosce in quanto, a mezzo di essi, realizza l’equilibrio, ovvero l’efficienza di sé. 

Un epilogo che, tra l’altro, si ripete quando ci muoviamo in qualsivoglia contesto, senza essere ciò che stiamo facendo, distaccati dal movimento e dal corpo a causa di un pensiero estraneo, di una preoccupazione, di una mancanza di motivazione.

Non dovrebbe essere difficile osservare tale verità in sé e negli altri. 

 

Tornando a Sinner. A fronte delle sue prestazioni sottotono nelle prime due gare di Wimbledon, mi pare che gli allenamenti specifici ai quali si è sottoposto per migliorare i colpi in cui si riteneva carente e quelli per implementare la massa muscolare, entrambi da lui stesso resi noti, non siano stati oggetto d’interesse da parte dei media se non per plaudirli. Come se nessuno li avesse ipotizzati quale causa dei numerosi e preoccupanti errori che ha commesso nelle gare d’avvio. 

Eppure, secondo quanto scritto sopra – che non è voce mia, ma della ricerca psicomotoria – potrebbero essere proprio queste implementazioni eccessivamente repentine e compresse nel tempo, non ancora integrate nel gioco e nell’identità all’origine della crisi del campione rosso.

 

Se prima il suo gioco, come del resto quello di chiunque, godeva di schemi motori consolidati in automatismi che gli permettevano di dominare sé stesso, il ritmo e anticipare l’avversario, ovvero gli lasciavano la mente sgombra dall’impegno di dover fare bene e giusto, ora, secondo l’ipotesi qui descritta, i nuovi schemi potrebbero aver inceppato quelli esistenti. Prima entrava vincente in campo, ora titubante. Un po’ come l’estroverso e l’introverso: uno entra vincente nelle relazioni, l’altro no.

 

Siccome non v’è differenza tra corpo e spirito ora, quella libera circolazione di energia, quel libero flusso di realtà che si realizzava, sembra essersi frantumato, tanto che Sinner appare un giocatore di vulnerabilità che lo equipara ai suoi colleghi. Dalla sua ha la lunga stagione che dal rientro dalla squalifica lo ha visto in cima alla cresta dell’onda del tennis mondiale. 

Pur dando per scontato il certo lavoro psico-protettivo operato dalla sua squadra, Sinner è stato al centro di un salto di stato. Un cambio, come per ogni altra rivoluzione abituale, non facile da sostenere soprattutto se compiuto in breve tempo. Un balzo che ha comportato guadagni e notorietà, ma anche che l’ha lanciato nel turbine di una vita sotto stress.

Frantumazione della precedente idea di sé, di un’emozione che gli permetteva di realizzare al meglio le potenzialità. Una specie di Alex Honnold della racchetta­ con la differenza che lo scalatore – e qualunque altra persona capace di prestazioni sopra la media – può scegliere il tempo delle sue opere verticali ad alta tensione in base al suo stato interiore, mentre Jannik Sinner deve rispettare un calendario.

 

L’idea competitiva di dover fare di tutto – come è competitivamente giusto – per stare in sella al mondo e al passo delle artistiche prestazioni di Carlos Alcaraz gli hanno forse giocato uno scherzo che, anche nella terza partita di Wimbledon contro l’americano Jenson Brooksby, 81°, ha allungato la sua manina diabolica, costringendolo ancora una volta a dire: “Sono felice, ma devo gestire meglio alcune situazioni”. Sembrano parole degne dello stato di vulnerabilità che sta attraversando. Se contro il numero 48, dover “gestire meglio alcune situazioni” lanciano preoccupazioni, il tempo dell’integrazione dei nuovi schemi e tattiche evidentemente non è ancora esaurito. Dunque, solo i giorni potranno dire di che misura e di che durata, le invasive – sconsiderate? – novità che ha voluto, o qualcuno gli ha consigliato, portare nel suo tennis, saranno i patemi di tutti i suoi tifosi. 

 

Sul quarto incontro, in cui ha sfidato e battuto con una certa difficoltà il giapponese Shintaro Mochizuki 92° nella classifica ATP, si possono segnalare diversi momenti: Sinner pare essersi almeno parzialmente ritrovato, che significa che la quantità di errori messi in campo oltre la media fa ancora testo vista la distanza in classifica tra i due giocatori, anche se in particolare stato di flusso considerato che il giapponese, nel turno precedente, aveva battuto lo spagnolo Rafa Jodar, 26°. 

Con tali considerazioni ha senso mantenere il timore che qualcosa di importante si sia incrinato e che la corsa al ripristino non sia ultimata? 

Oltre a ciò, è ancora una volta la stampa, più del calo di Sinner, a sorprendere. I loro titoli dopo il quarto turno ricordano più gli house organ, le riviste aziendali che l’indipendenza, il controllo, la critica e la verifica quali missioni del giornalismo. Il Corriere dello Sport: “Spettacolo Sinner, battuto Mochizuki in tre set”; La Gazzetta dello Sport: “Sinner, che forza: battuto Mochizuki in tre set”. Elogi difficili da condividere per chi ha visto la partita.

 

Sul turno seguente, i quarti di finale contro il tedesco Jan-Lennard Struff, 74°, il commento di Jannik, precedente alla partita: “Avversario aggressivo”, non appare soltanto tecnico, relativo alle caratteristiche di gioco dell’avversario, ma ha l’aspetto di un piede nella porta per preparare tutti a una eventuale sconfitta. Un commento di chi non si sente ancora a posto.

Poi vince anche questo incontro tre a zero, dopo aver faticato per la solita quantità di errori nei primi due set.


Alla semifinale lo aspetta Novak Djoković, 8°, trentanove anni, che in oltre cinque ore ha vinto i suoi quarti contro il giovane Félix Auger-Aliassime numero 3 del mondo. 


Durante la sfida contro il numero 1, il più anziano e il più blasonato del circo della racchetta dimostra d’aver pienamente recuperato lo sforzo della lunga partita precedente. Entrambi giocano al meglio del loro potenziale e, soprattutto, entro la bolla della loro identità tennistica: molto dal fondo, molta forza e precisione, poche variazioni, tattiche semplici ma efficaci, come accade quando ci si esprime secondo le proprie doti fondamentali. Nel complesso una partita esemplare con rari errori, direi fisiologici. Paolo Bertolucci, in alcuni commenti durante e dopo la partita, non manca di sottolineare il livello espresso dall’altoatesino: “Stiamo rivedendo il vero Sinner”; “Che dobbiamo fare abbiamo solo da applaudire”; “Più che imbattibile” e cita Alcaraz che a suo tempo, riferendosi a Jannik, ebbe a dire al proprio allenatore “non lo tengo”.

 

Sinner pare un'altra persona, ma siccome è sempre la medesima entità, ha, semplicemente, cambiato dimensione. Il nume dell’avversario gli ha indotto una concentrazione pressoché cristallina, ovvero il miglior stato per stare nel presente. Anche la battuta di Boris Becker contiene l’arco delle prestazioni del monegasco acquisito: “Jannik Sinner è diverso rispetto al resto del torneo”.

 


Durante la partita, dopo alcuni errori sorride con se stesso, come fosse superiore al fatto d’aver perso un punto, come fosse certo si sia trattato di un momento impotente di distrazione dall’emozione di vincente che lo ha preso, come se quella della paura d’aver perso sé stesso, non solo si fosse infranta, ma non l’avesse mai costretto alla sofferenza. Il valore tecnico e storico dell’avversario comporta per Sinner una sorta di salto quantico che gli schiude l’incantesimo dell’insicurezza.

 

Jannik pare rispettare un ordine di scuderia di basare tattica e colpi giocando dal fondo. Una scelta evidente, che pare mettere in luce anche l’autocritica dell’intera squadra dopo la scarsa efficacia ottenuta nelle prime partite ricche di variazioni di colpi. Sta in questa marcia indietro tecnico-tattica il “grazie al team” che il nostro campione esprime – senza più l’espressione spiritata che non era riuscito a nascondere in precedenza, ma felice e sorridente – durante l’intervista sul campo di gara? Come dire: abbiamo fatto la scelta giusta, abbiamo sfangato partita e paura.


Certa stampa, senza vergogna per il proprio silenzio devoluto ai momenti negativi di Jannik, torna a elogiarlo. La Gazzetta dello Sport: “Questo e il vero Sinner”. C’è da chiedersi se prendono soldi dagli sponsor del tennista.

 

Anche due citazioni tratte da Il fatto quotidiano dell’11 luglio sintetizzano con sollievo il momento: “L'italiano ha offerto una prestazione impeccabile nella partita più difficile e i numeri lo confermano: 40 vincenti, solo 15 non forzati, 65% di prime in campo e 45 punti su 51 vinti con la prima di servizio”; “[Sinner] Finalmente sorridente”.

 

Se la dieta, gli implementi dei colpi e la preparazione atletica hanno ragione d’essere ipotizzati dietro alle modeste prestazioni del nostro campione, non c’è problema. Dispiace, ma tutti possono sbagliare, quindi, sarebbe da concludere con un niente di male. Ma se così fosse andata resta un peccato averlo occultato e, ancor di più, un malore vedere anche la stampa sportiva aver abiurato alla propria missione. Che altro significa sennò che solo oggi, dopo la vittoria raffinata contro Nole, a Sinner resuscitato, accennano ai timori che le prime partite di Wimbledon avevano provocato in loro e in tutti?


   Lorenzo Merlo











         Honi soit qui mal y pense