Cosmogonie ed "Avere. Essere. Storia" - Saggio di Lorenzo Merlo


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Genitori della perfezione. L’idea della perfezione, allusione all’equilibrio, si può riconoscere in tutte le cosmogonie.

È anche vero che Platone, Aristotele, Socratici e presocratici avevano dedicato il loro tempo al tema della perfezione. Ma, insieme alla questione dell’ordine, fu da parte loro trattata in termini prettamente filosofici e ontologici, vuoti di strumentalizzazione diretta verso alcuna ideologia. La loro indagine non ebbe ricadute politico-sociali paragonabili a quanto poi avvenne con l’illuminismo e il cristianesimo.


Fatti salvi questi i profondi legami filosofici relativi al binomio uomo-perfezione, per noi comuni moderni e postmoderni, può valere che, l’idea della perfezione derivi dall’Illuminismo, dalla sua capacità d’aver colto che il dominio della ragione avrebbe risolto molti dei problemi che avevano assillato la storia fino a quel momento. Un ordine si affacciava all’orizzonte. E sarebbe stata luce.


Ma, se l’epoca dei lumi ha generato il talento della ragione, il seme della paternità dell’idea di perfezione è da far risalire ad una precedente idea dell’ordine compiuto, quella cristiana. È quindi nella triade della compiutezza divina il gene di quella razionalista.


Se l’evocazione cristiano-metafisica concede a se stessa di sussistere, quella fisica, fatta di storia, esclusiva dell’intento illuminista, ha in sé il fallimentare virus dell’improprietà: cosa di più inadeguato all’uomo della perfezione? Come ridurre l’infinito umano entro lo stretto campo del razionalismo?


Lo sciamare da corpo a corpo di identici sentimenti ci rende individui-burattini. Appesi ai loro fili scambiati per realtà, il tirare e rilasciare non è mai del tutto nostro, almeno fino all’emancipazione nei confronti della loro tirannide.

Il movimento è invece relativo a come viviamo le relazioni. In queste, frugano le emozioni, incontrollabili detonatori o estintori di azioni, scelte, comportamenti, sentimenti. Veri e propri interruttori che aprono o interrompono il flusso di energia vitale.


Come detto, è un evento che accade indipendentemente dalla nostra volontà finché la serie di consapevolezze opportune non permetta l’osservazione del meccanismo del dominio e della dipendenza da emozioni e sentimenti e conduca alla liberazione.


Anche se abbiamo a che fare con due perfezioni, una della ragione, l’altra divina, una storica e una universale, il loro orizzonte immaginativo è il medesimo: per entrambe sussiste una possibilità evolutiva.


Luogo comune

La ribadita (come salvifica per chi la pronuncia) voce del Sommo: Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, è una formula che vale per ambo gli ideali di uomo perfetto.

Germina da un humus cristiano; nasce nel momento di un cambio di passo epocale (apertura al volgo); si afferma come comandamento morale e intellettuale. Autoreferenzia il portatore.

Contiene l’intero arco spettrale per riconoscere come la suggestione evolutiva possa farci indurre a credere di poterci separare o elevare dalla storia, dal suo fango, dal suo sangue.


Virtù come definitivamente acquisibili e conoscenza come se il sapere intellettuale, coincidesse con il bene, con il giusto e con il dovere santo. Non solo, come se esso fosse disponibile e acquisibile da chiunque.


Senza contare infine che la perfezione razionalista non ha più un’opzione aperta all’equilibrio. Nella sua tronfia corsa, perde per strada l’uomo. Essa si esaurisce infatti nel

superamento tecnologico permanente e nell’accumulo ad infinitum.


Astrazioni dal conosciuto

Sebbene non secondo la via della ratione e dei saperi cognitivi, nella storia delle culture del mondo, ci avevano provato anche altri – e ci erano pure riusciti – ad affermare uno stato umano perfetto in quanto in equilibrio e nel benessere, definitivamente alieno alle forme caduche della mondanità, libero dai dogmi delle ideologie e dai tanto facili, quanto inutili moralismi, stregua di fuorvianti superstizioni.

Erano, sono stati i tentativi tradizionali uniti dal comune svincolamento dall’incantesimo dell’io, quale autentico sarcofago che ci segreta a noi stessi.


Si può infatti vivere nutrendosi di prana; si può liberarsi dal conosciuto e rientrare nell’Uno; si può denudarsi di se stessi fino a recuperare la condizione energetica della materia e muoversi con i suoi flussi; si può perdonare e accettare e recuperare la felicità, vivere nella gratitudine.

Tutto si può una volta svincolati dalla rete a strascico dell’illusione scambiata per realtà.


Entro questa dimensione starebbe anche il cattolicesimo, purché nella sua lettura esoterica. Quella della vulgata è solo uno strumento politico-economico che nulla ha a che vedere con l’evoluzione personale che porta anche a camminare sulle acque.


Così in alto come in basso

Nonostante la lezione alchemica sia disponibile a tutti, nonostante essa abbia avuto sostenitori non certo considerati occultisti e quindi ciarlatani, essa pare scivolare anche sopra il più ruvido campo razionalista.

“Solve et coagula” – “Per orientarti nell’infinito, distinguer devi e poscia unire”. Goethe


Ma, tra la perfezione Razionalista e quella delle Tradizioni, sussiste una differenza fondamentale. La si può rappresentare graficamente adottando il piano cartesiano.

Per quella razionalista, troviamo disegnato un segmento diagonale che si allunga all’infinito. La luce è sempre accesa.

Per l’altra, un ingarbuglio di sali-scendi-avanti-indietro.

Una non ammette ricadute, la sua crescita è per sua natura permanente; l’altra sa che proprio nelle indefesse ricadute, trova il necessario al suo scopo. Nel buio la sua luce.


Avere

La prima via alla perfezione, quella razionalista, ha un carattere meccanico. La seconda, euristico e serendipidico.

Una esaurisce se stessa nel sapere cognitivo, l’altra è in grado produrre conoscenza attraverso molteplici doti genericamente estetiche.

Una, per essere, separa. L’altra vede l’insieme.

Una si libra nel futuro superando ogni ostacolo, dopo aver creduto di cacciare via gli umori umani come scorie svuotate di sostanza dall’intelligenza superiore che afferma. E anche, accompagnata e sostenuta dalla certezza che le acquisizioni intellettuali sono necessarie allo scafandro iperboreo, a sua volta indispensabile per sentirsi definitivamente superiori a coloro che non adottano il medesimo protocollo di perfezione.


La loro inconsapevole bandiera tecnologica, in cui si nasconde un ché di feticistico, è autosuggellata più che mai dalle potenzialità digitali. È vero, mostruose rispetto a quelle analogiche, ma anche mostruosamente superficiali sempre rispetto a quelle estetiche.

Sembra sventoli un preciso motto: oltre all’ego non c’è verità.


Ma c’è una controindicazione.


«Una delle conseguenze dell'era tecnologica è l'incidenza diretta che questa ha avuto sulla sfera del sentimento, colpendo anzitutto la percezione che l'uomo ha di se stesso. Questo perché, per la prima volta nella storia, nasce un nuovo tipo di vergogna: non più quella tra uomo e uomo ma quella tra uomo e macchina, tra l'uomo ed il suo prodotto, verso il quale viene avvertito un senso d'inferiorità. Il problema fondamentale dell'inadeguatezza dell'uomo, nell'incapacità di tenere il passo con il mondo dei suoi stessi prodotti, viene utilizzato da Anders per introdurre la vergogna prometeica. All'interno di un mondo altamente tecnologizzato l'uomo è chiamato al confronto con un'infinità di prodotti perfetti, una fabbricazione calcolata nei minimi dettagli che va a contrastare con il «processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita»1.2


Essere

L’altra modalità di perfezione umana, cristiana non caccia via nulla, semmai utilizza tutte le pochezze umane quali strumenti per accedere ai luoghi oscuri di noi stessi; per specchiarsi e riconoscersi nel prossimo, in particolare quello prima denigrato. Sa che le sue acquisizioni non sono definitive, non sono sue, non separano. Sa che possono essere perdute, sache il precipizio nella follia dell’identificazione con l’io è sempre a un passo. Una qualunque orgogliosa distrazione può farci precipitare negli abissi delle supreme superstizioni della scienza e dei suoi ideologici derivati.

Non ritiene che studiando e conoscendo cognitivamente si possano compiere passi avanti, semmai è consapevole che ogni dato di quel genere, se aggiunto come verità, rischia di appesantire, di opacizzare, se non annientare la nostra creatività o libertà di essere noi stessi.


«[…] perché devo infatti affermare che la verità è solo quello ciò che io posso affermare come vero? Chi ci dice che la verità non ci sorpassa o che la nostra mente (mens) è la misura di ogni cosa invece che lo specchio (la riflessione) della “misurabililità” dell’essere? E perché, poi, dovrei accettare solo ciò che mi si presenta in modo chiaro e distinto? Forse che la mia mente è sensibile solo all’evidenza razionale? Io devo– naturalmente – accettare come chiaro e distinto ciò che io vedo come chiaramente e distintamente; né d’altronde sono tenuto ad accettare come evidente ciò che non mi appare come tale; ma perché dopo tutto dovrei rifiutare ciò che ascolto, o ciò che vedo con minore evidenza? Non lo accetterò come “chiaro”, ma potrò sempre accettarlo nel modo in cui mi viene offerto. E non può darsi il caso che precisamente le cose “supreme” e le più importanti siano aldilà del campo visivo proprio al mio occhio nudo e limitato? Se io identifico la verità con ciò che vedo chiaramente come vero, io escludo con questo atto tutto quanto sta al di sopra o al di sotto o al di là di un elemento particolarissimo della mia facoltà conoscitiva, della mia ragione».3


Entrambe le prospettive, quella razionalista e quella cristiana, sono promesse di evoluzione.

Una con passaggi di accumulo di dati come gradini progressivi a garanzia. Misurabile.

L’altra con dolore, dedizione permanente e nessun titolo sancitorio di alcunché.

Una esogena, l’altra endogena; vanitosa e virtuosa; ufficiale e ufficiosa; riconosciuta, segreta; diretta e circolare; curricolare, senza valore per il Pil.


«Un momento irripetibile, uno sguardo, un sorriso, un’intuizione un sospetto, hanno un valore che non si lascia imprigionare dalla ripetibilità. Vale a dire che se riduciamo la conoscenza a ciò che può essere ripetuto, a ciò che può essere formulato con leggi, impoveriamo la conoscenza».4


Storia

Entro l’ambito di questi argomenti non si può omettere una terza concezione del mondo. È quella dell’Islam sunnita, il più diffuso.

In essa non v’è che la storia. Alcuna evoluzione umana è concepita. I sufi, prevalentemente sciiti, sono tollerati in quanto sorta di altra fede. Nel mondo sunnita hanno vita assai più dura. È la loro interpretazione spirituale del Corano a renderli negletti dai loro stessi fratelli musulmani.


Nell’Islam esiste dunque solo la storia. L’aldilà, la janna, di pascoli rigogliosi, freschi boschi di montagna, ruscelli effervescenti e 42 huri, vergini cadauno – purché non divorziati –, sono una promessa strumentale alla politica. Ma forse più rispettabile rispetto a quella cristiana in quanto si riferisce, nuovamente alla sola ma assoluta dimensione storica.

(Per le donne è promesso il ritorno all’età della giovinezza inteso come condizione di sposa, che implica anche la soddisfazione sessuale. Gli omosessuali non hanno accesso al Giardino del Paradiso).


L’umma, il popolo dei musulmani, rammenta che se il rapporto con Dio è individuale, non c’è alcuna distinzione tra i fedeli, qualunque sia la loro condizione individuale nella società. Non c’è neppure alcuna forma di clero. Il rapporto col Supremo non è mediato, né mediabile. L’imam, guida, conduce la preghiera a mo’ di funzionario competente, non è tramite di niente.


Anarchia compiuta

Ogni uomo, indipendentemente dalla sua estrazione sociale, è tenuto a comportarsi secondo la shaaria, la legge divina che regolamenta ogni aspetto sociale. Il massimo possibile è semplicemente essere un buon musulmano, cioè assoggettarsi ai cinque precetti dell’Islam: la testimonianza di fede, Shahaada (Ašhadu an lā ilāha illā Allāh - wa ašhadu anna Muḥammadan Rasūl Allāh, Non vi è altro Dio che Allah e Maometto è il suo profeta), la preghiera, Salaat (cinque volte al giorno), l’aiuto ai bisognosi, Zakat (dare ai poveri per permettersi di godere quanto guadagnato), il digiuno, Ramadan (per gli adulti, un mese all’anno, cibo e bevande sono al bando durante le ore di luce solare), il pellegrinaggio a La Mecca, Haji (almeno una volta nella vita, corredato ad altri rituali).


Fatto questo null’altro è chiesto al musulmano per entrare nel regno dei cieli. La sua condizione non prevede alcuna evoluzione verso una condizione ultrastorica. Il perdono cristiano, e non solo, è sostituito con la legge del taglione, a sua volta di copyright non islamico. Ed è forse in questo punto – simbolicamente inteso – che si apre il bivio in cui le strade della cristianità e dell’Islam si separano da quella magistrale tracciata dall’Ebraismo. Sufficiente a sostenere le due visioni o le due psicologie. Quella cristiana orientata al cielo, quella islamica orientata alla terra.


Forze telluriche

Per l’islam, la storia si ripeterà in eterno perché gli uomini saranno sempre identici a se stessi. Così come hanno fatto in passato, faranno in futuro. Il loro dovere è dunque uno soltanto, non è scisso tra religioso e laico. La loro società è integrale, non a caso nelle moschee non si va soltanto a pregare, sono edifici sociali.


L’islam ha un centro esclusivamente terreno, in esso c’è il nucleo della sua forza. Un centro che altrove si è disciolto tra gli umori liquidi e arroganti del narciso individualismo dell’ultimo uomo nietzscheano.


Nessuna escatologia metafisica lo può far dubitare di se stesso o anche solo criticare. Nessun razionalismo o logica aristotelica, né bieco positivismo può nuocere l’ontologia dell’islam.


Anche in una loro espressione si trova la presenza dell’esigenza di perfezione. Così come la rappresentazione umana a mezzo di pitture, sculture, eccetera corrisponde ad un oltraggio nei confronti di Allah, la ricerca architettonica, artigianale e decorativa – nota nel mondo per la sua particolare estetica e precisione formale – rappresenta tanto la totalizzante devozione a Dio, quanto la massima tenzone che gli uomini possono compiere per innalzarsi al medesimo.


Tre perfezioni

Le tre perfezioni, quella razionalista, quella delle tradizioni e quella storicistica dell’islam hanno in sé tre diversi epiloghi o destini per l’uomo.


I

Per la prima, quella della positivistica tirannia della ragione, si può prevedere il crollo, l’implosione. Come infatti tifare – consapevoli della finitezza della storia – ad una crescita infinita se non ipotizzanto una permanente obsolescenza di ciò di cui si dispone? Come non valorizzare il crescente impoverimento umano generato dalla sottrazione di uno scopo esistenziale, sostituito da merci e da valori ad esse soggetti? Come non tenere in considerazione il crescente numero di disturbi psicologici, di incapacità di gestire se stessi.

Ma anche, come considerare accettabile la sua riduzione dell’uomo a cosa o carne da mercato? È proprio del liberismo ridurre la realtà – politica inclusa – al solo paradigma del mercato, celebrare l’individuo e disgrerare le comunità.

Esso è consapevole che l’infinito presente in noi non è comprimibile, che eccedere nella pressione ha forti controindicazioni. Provvede al problema con la soporiferizzazione attraverso la comunicazione, ormai anche elaborata attraverso il furto dei dati che le servono per soddisfarci.

La realtà dello spettacolo non è più un monito situazionista, non c’è più bisogno di scomodare Orwell, The Truman Show, Quarto Potere, Matrix, Huxley, Nietzsche, basta affacciarsi alla finestra.


Viviamo addormentati dentro la logica della Torre di Babele. Scambiamo il sogno per realtà ultima nei confronti della quale l’Intelligencija che si crede tale, i titolati, gli specialisti, i curriculati, non sanno fare altro che assecondare il sogno.


La perfezione razionalista, supportata dalla fisica meccanica classica ritiene di produrre conoscenza seguitando a scomporre l’unità. Forse la fisica quantistica, apparentemente la salverà, di fatto la ridimensionerà, obbligandola ad abdicare al trono supremo sul quale ha per qualche secolo dominato le menti. Finalmente potrà occuparsi di amministrazione delle quantità e lasciare che delle qualità e dell’invisibile si occupi chi è in grado di interpretare il mondo nelle relazione, in modo volumetrico, scorgendo cioè il flusso energetico degli intenti particolari e generali che vi fanno campo.

Un compito che la fisica quantica è in grado svolgere sebbene non supportata da nessun grande network del mondo affinché la nuova concezione della realtà si diffonda.

Il suo potere è inoltre sincretico. Tende a riconoscere – se già non si possa dire l’abbia già fatto – l’attendibilità della ricerca espressa dalle tradizioni storiche. Ecco dunque, la sola sopravvivenza del vecchio reame razionalista rimarrà soltanto nel settore amministrativo della realtà.


II

La seconda, quella della ricerca evolutiva, comunemente intesa come spirituale, è in realtà una via in cui si arriva ad avere a che fare con se stessi. Si arriva cioè a prendere coscienza che fino a prima si aveva a che fare con l’idea di se stessi, con l’io.

Sebbene anch’essa, come il cristianesimo, la scienza e ogni profondità umana, sia soggetta ad una dimensione degradata a vulgata, definita da luoghi comuni che nulla hanno a che spartire con la nuce dei principi originari – solo poi esoterici –, in essa si può cogliere la disponibilità di un equilibrio possibile, per quanto da non considerare definitivo.

Il connotato essenziale della vulgata è circoscrivibile a un’impropria interpretazione dei concetti in questione. Improprietà che deriva dall’inconsapevole impiego di strumenti logico-positivisti applicati a formule che si rivelano nella loro natura soltanto se ricreate attraverso l’ascolto e ad una sorta di nolontà, una libertà dal conosciuto e quindi dalle pretese dell’io.

Ma c’è un secondo livello di degrado che è opportuno riconoscere: la comprensione intellettuale, l’acquisizione concettuale scambiata per l’ultimo gradino da superare per accedere ai segreti. Un equivoco assai sconveniente per il ricercatore e di non facile isolamento. Tuttavia, quando subentra una presa di coscienza opportuna, compare la cima dell’incarnazione. A quel punto, l’anticima della comprensione cognitiva dimostra la sua distanza dalla vetta. Dunque non si tratta di riconoscere la vetta ma di esserla. Cessare di riflettere luce e divenirla.


Resta vero che si tratta di una evoluzione che sebbene sulla carta possa interessare tutti, di fatto l’attuale realtà dello spettacolo certo non invita ad avviare attenzioni in profondità, così come l’individualismo edonistico non favorisce la dedizione permanente necessaria a questo percorso. Rimane perciò una ricerca ristretta a coloro che, avendone l’esigenza, come l’acqua che trova il passaggio più carsico, in autonomia trovano come perseguirla.

Il destino della ricerca di sé implica la tendenza alla forza e alla stabilità dell’essere umano. Al momento appare ancora utopica per la maggioranza, ma molti segni dispersi negli oceani delle forme, fanno sospettare che l’accelerazione possa stringere i tempi. L’eventuale o la prevista implosione del paradigma egoico, potrebbe essere un elemento scatenante la cultura della natura, o psicologea come ho sentito dire.


III

La terza, o islamica, ha il forte argomento che tende ad essere soddisfacente per tutti i generi e le categorie d’uomo, fatto salvo le nature più sottili; tende a tenere uniti ciò che altre forze della vita hanno separato. Se il dramma esistenziale è sintomatico di un corpo che si concepisce come una macchina, nell’islam, il rischio di psicopatologia tende a non sussistere.

L’uomo è quello che è, indipendentemente dalla condizione sociale che riveste. Se il suo compito è rispettare la parola di Allah, come sospettare possa disperdere la sua intelligenza tra i rigagnoli di una realtà mercificata e opulente?


È anche in questo punto che l’invasività della cultura occidentale ha premuto eccessivamente fino a provocare il risentimento nei confronti dei musulmani – secondo gli islamisti – permissivi, degli sciiti e dei cristiani.


Diventa allora facile, intendere strumentale a certo pensiero uniformato, riconoscere il carattere fondante della jihad, la guerra al kafir, all’infedele in quanto corruttore di una stabilità e di una forza dell’uomo che appare doverosamente invidiabile dai molli castelli del nostro assistenzialismo, dai nostri corridoi di ospedali, di scuole, di parlamenti.

Purché non si creda che gli strumenti razioni si possano aprire gli scrigni di queste verità, diventa facile comprendere l’intento della shariaa, la sua offerta di serenità. La grande diffusione della Poesia che si dispiega nel mondo musulmano forse ne è una conseguenza.


«L’islam nasce in posizione di protesta contro un ordine sociale religioso, quello tribale pagano che lo precedeva in Arabia nel secolo VII, ma non in posizione di critica o di negazione del mondo terreno in quanto tale.

Fin dall' inizio l’islam si presenta come un movimento che intende rivendicare a sé l’intero ciclo dell’esperienza, del sapere, della volontà, della vita umana individuale e sociale, per portare a compimento nel mondo i disegni di Allah. Dunque niente posizione ambigua rispetto alle realtà mondane: non c’è bisogno di far capriole metafisiche per accettare insieme i ricchi e certe parabole sulla cruna degli aghi, la guerra e l’amore universale, lo stato e la chiesa, la carne e lo spirito, per superare tutti quegli innumerevoli dualismi che minano l’endocosmo cristiano e la civiltà occidentale»5.


«[…] la parola religione - se intesa in senso cristiano - è intraducibile in termini dell’islam ortodosso sunnita. Siamo di fronte a due endocosmi strutturalmente diversi»6.


«Il termine stesso di islam (abbandono alla volontà divina) non esprime tanto, come si suol credere, l’accettazione passiva del fato, quanto la coscienza della signoria totale ad Allah»7.


«[…] una fede che investe tutta la vita attuale, reale, immediata, terrena, soda, succosa, integrale, con la sua politica e le sue guerre, i suoi affari ed i suoi amori, senza innalzare divisioni tra sacro e profano, tra chiesa e stato, tra sacerdozio e laicato. Questo, non v’è dubbio, è un formidabile elemento di forza, è la famosa «democrazia musulmana», che spiega in qualche modo la costante vitalità dell’islam e il suo fascino per tanti popoli lungo i secoli».


Lorenzo Merlo 



1 Gunther Anders, L'uomo è antiquato. I. Considerazioni sull'anima nell'epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati-Boringhieri, Torino, 2003, p. 32.

https://mondodomani.org/dialegesthai/vru01.htm#

3 Paolo Calabrò, Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne, Reggio Emilia, Diabasis, 2011, pp. 64-65.

4 Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza, Rizzoli, Milano, 2005, p 217

5 Fosco Maraini – Paropàmiso – Leonardo da Vinci, Bari, 1963

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Intervista con Paolo D'Arpini di Lorenzo Merlo su bioregionalismo, ecologia profonda, spiritualità laica



LM: Paolo, come sei definito dalle persone?

P D’A: Sderenato. Anzi mezzo sderenato, perché sono anche una persona abbastanza equilibrata e anche un po' impegnata.

Ma mezzo sderenato penso sia una tua definizione di te stesso, le persone, come ti definiscono?

Se potessero conoscere il significato del termine mezzo sderenato credo che lo userebbero volentieri perché mi rappresenta.

Ma non conoscendolo?

Non conoscendolo forse potranno dire che sono un tipo particolare molto strano, un po’ mezzo sciroccato in sostanza, anche perché il mio modo espressivo si manifesta in questa forma.

In occasione della tua presentazione a una mia pubblicazione, ho scritto di te: "Uno dei referenti della ricerca umanistica, per non dire spiritualistica italiana". In che termini ti calza? O non ti calza?

Ci sta perché nella ricerca spirituale non è importante ricoprire una carica autorevole anzi, è esattamente il contrario. Se noi andiamo a vedere la funzione che svolsero gli insegnanti, o santi, o maestri che furono, erano sempre sotto traccia. Poi dopo, successivamente magari, venivano portati in auge e descritti come chissà che, ma nel momento in cui vivevano la loro normale esistenza terrena, erano persone normalissime, probabilmente anche abbastanza emarginate. È un aspetto da tenere in considerazione.


C’è una sorta di piccola vanità – senza accezione negativa – nel ricordare questa similitudine?

Certo, senza accezione negativa. Perché effettivamente non ci si può vantare di essere un maestro. E se non c’ è il vanto, non c’è neanche l’esposizione di se stessi nel mondo; ne è una conseguenza. O perché si è magari incapaci di esprimere sentimenti, pensieri o, scusa la parola, insegnamenti. Non si può fare come se fosse un insegnamento cattedratico dove uno si erge a maestro. Il compito o la missione deve essere, o può essere fatto soltanto in una forma del tutto semplice e conviviale.

Quanto hai appena detto, ha dei legami con la tua educazione, la tua famiglia, la tua biografia diciamo giovanile?

Può darsi. Nel senso che devi sapere che la mia famiglia (dal lato paterno) era di origine ebraica. Durante il periodo fascista, per evitare i problemi che tutti possiamo immaginare, mio nonno decise di cambiare il cognome e di convertirsi al cristianesimo e così evitò di essere perseguito. In seguito a ciò, non è che la nostra famiglia fosse diventata cristiana, però era diventata laica. Nel senso che non seguiva più nessuna forma religiosa. Questo imprinting in qualche modo mi è rimasto, nonostante a quel tempo non è che fossi particolarmente consapevole di ciò che era avvenuto. In seguito ne venni a conoscenza e compresi il motivo per cui non c’erano particolari convenzioni religiose nella mia famiglia e ci si limitava nel perseguimento di un’etica umana. Tutto ciò è stato importante per me, perché non sono stato impregnato di una particolare religione. In seguito alla morte di mia madre fui invece mandato in collegio dai salesiani e lì cominciai ad apprendere anche qualcosa della religione cattolica. La novità mi prese però per breve tempo, nel senso che appena capii che il cattolicesimo non era altro che una sequela di dogmi e favole, capii che tutto sommato non faceva per me e quindi proseguii sulla strada della laicità. Nella prima parte della vita tutti i bambini vivono in una dimensione dove ciò che sognano si realizza, perciò se sognano di cavalcare nel cielo, prendono una scopa e la cosa si compie. E non possono che riferire di aver cavalcato nel cielo.


Quell’incanto quando si è interrotto per te? Ti ricordi il momento, o la circostanza o l’episodio che ha provocato l’infrazione?

L’interruzione avvenne per un fatto fortuito che improvvisamente mi rese consapevole della vacuità di ciò che appare. Avvenne tantissimi anni fa quando i miei si erano trasferiti a Trieste a causa di mio padre che lavorava nelle ferrovie. Ero un bambino piccolissimo, avrò avuto forse tre anni, o qualcosa di più. Una sera, voci sotto casa annunciavano lo spettacolo di un circo. La promessa dei miei genitori, che mi avrebbero portato a vedere lo spettacolo, accese – come sarebbe accaduto ad ogni bimbo – la mia eccitazione.
Mi ero piazzato sotto al tavolo e mi agitavo come fa un bambino che cerca di attirare la attenzione. Improvvisamente, alzandomi in piedi sbattei la testa e persi i sensi. O forse no, perché ricordo che ero perfettamente consapevole di ciò che stava accadendo. Tuttavia caddi a terra senza più riuscire a muovermi. Intanto però vedevo che i miei genitori mi prendevano, mi portavano a letto, cercavano di rianimarmi. Ero completamente cosciente e allo stesso tempo non compivo alcun gesto, alcun movimento.
Fu da quell’esperienza che mi resi conto, che ciò che consideriamo reale, non è la realtà come se fosse un oggetto, ma è soltanto uno stato interiore della consapevolezza. Quello stato permaneva nonostante l’apparente o effettivo svenimento. Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in mezzo al mondo con questa consapevolezza. Per la prima nella mia vita mi accorsi di non essere nel mondo pur essendo del mondo, almeno in qualche forma.



Lungo il tuo percorso ti sei avvicinato alla dimensione altra, alla dimensione che la cultura non ci passa, chiamiamola genericamente spirituale. Pur condividendo la tua critica al concetto di insegnamento, hai avuto un maestro?

Da un punto di vista formale intendi?

Volevo arrivare a chiederti, da cosa è scaturita la tua ricerca spirituale?

È scaturita soltanto da esperienze vissute, non da trasmissioni consapevoli, di conoscenza se così vogliamo chiamarla. A parte l’apprendimento attraverso libri in cui magari venivo a conoscenza di una certa forma di spiritualità “altra” basata sull’autoconsapevolezza e sulla ricerca di sé. Ma quello era un accrescimento se vogliamo intellettuale. Dal punto di vista invece spirituale vero e proprio, quella conoscenza non può essere trasmessa sul piano intellettuale. Può essere invece assorbita soltanto attraverso una trasmissione diretta, attraverso un riconoscimento diretto. Potremmo chiamarlo energetico, vibratorio o estetico. Ed è esattamente il tipo di rapporto che ebbi in primis con il mio maestro spirituale. Con il quale scambiai pochissime parole, ma tutto quanto passò attraverso una trasmissione energetica, diretta, immediata. Non c’era assolutamente bisogno di spiegazioni perché la consapevolezza avveniva da sé. Usare il termine telepatia è limitante. Avveniva perché c’era un’osmosi totale, una totale condivisione. E quindi quello che passava era semplicemente ciò che veniva risvegliato. Non poteva proprio essere definito un insegnamento.


Da allora, dalla giovinezza ad oggi, sono passati diversi decenni. Puoi puntualizzare i passaggi della tua evoluzione, della tua ricerca?

Corrispondono alle fasi della vita. Nei periodi in cui la giovinezza ci rende più baldi, più fieri e più dediti all’agire, le forme di esperienza si manifestavano anche in modi concreti come attraverso ad esempio dei viaggi. Intrapresi infatti un lungo viaggio in Africa con mezzi di fortuna, spesso a piedi. Tutta l’Africa nera mi insegnò il ritorno alla presenza nella natura, mi sentii vicinissimo agli animali. Incontrai anche animali che consideriamo pericolosi come leoni, elefanti, scimmie soprattutto. Sono una forma di riconoscimento della nostra origine che ci fa capire quanto siamo loro affini.

Il momento in cui sei inserito ora, sul quale sei concentrato, si chiama spiritualità laica, ecologia profonda e bioregionalismo?

In questa fase è come quando si va avanti con l’età. A un certo punto si fa una sintesi di tutto quello che si è vissuto e che si è appreso attraverso l’esperienza. In qualche modo si chiama elaborazione e rielaborazione, memoria, visione all’interno e proiezione. Accade anche in forma di dialogo, come stiamo facendo in questo momento.
Magari, come negli anni trascorsi, quando non ero così propenso a un dialogo di questo tipo, che in qualche modo comporta anche una concettualizzazione se vogliamo così chiamarla, avevo uno spirito più poetico, scrivevo poesie o raccontini. Adesso invece per poter condividere non disdegno l’uso anche di terminologie che forse potrebbero essere definite intellettualismi, perché comunque è un modo per precisare il significato.
Mi viene in mente un amico, Massimo Angelini. Un giornalista anche lui, che ha scritto (e che abbiamo presentato qui a Treia) un libro dal titolo Ecologia della parola. In cui, attraverso il percorso etimologico, si scoprono i cambiamenti dei significati. Si da un valore alla parola attraverso la sua vera accezione. È uno studio sui significati reali che le parole hanno assunto nel tempo, senza mai trascurare l’accezione originale. Quindi, quando si parla di spiritualità laica – un tema sul quale scrivo da diversi anni per la rivista NonCredo – Il primato laico del dubbio, tengo presente che il primo punto della spiritualità laica è quello di non identificarsi con qualsiasi credo, con qualsiasi fede religiosa, perché la spiritualità laica non è soltanto una forma di laicità o di laicismo, è la spiritualità naturale dell’uomo. Quella che in forma di ecologia profonda possiamo definire l’intelligenza-coscienza, che ci consente di poter testimoniare la vita.
Tuttavia, nella spiritualità laica c’è una predilezione della relazione con la natura o addirittura un annullamento della relazione con la natura, a causa di un’identificazione di noi stessi come parte della natura.



Questo non è in qualche modo legato al paganesimo o all’animismo e perciò con un contenuto di fede?

Ci sono delle affinità. La differenza sostanziale è che nel paganesimo si faceva riferimento ad enti, ad entità reali rappresentative della natura. Quindi Genius Loci o, Spiritus Loci. Mentre invece nella spiritualità laica si tiene conto della valenza di tutti gli elementi viventi, o anche non viventi che però rappresentano una sostanzialità nella natura, ma non come forme di dignità altre, sono solo espressioni diverse della totale manifestazione naturalistica. Allora potremmo definire l’ecologia profonda una forma di naturalismo, ma nell’accezione in cui tutto è, non nell’accezione di una parcellizzazione delle forme.
Questa differenza delle forme è chiaro che esiste come esiste la differenza tra tutti gli esseri umani o fra tutto ciò che è vivente. Non c’è una foglia dello stesso albero che sia uguale all’altra. Non c’è un granello di sabbia su migliaia e migliaia di granelli che sia uguale all’altro. Ciò non toglie che tutti rappresentino la medesima sostanza, origine, madre. Questo è importante.
Per cui la spiritualità laica, è laica perfino nei confronti della spiritualità laica.


Proviamo a descrivere la natura o l’identità del Bioregionalismo e dell’Ecologia profonda.

Inizialmente il bioregionalismo aveva un carattere prevalentemente geografico. Adottava gli habitat naturali per suddividere le regioni della natura. Dava all’area considerata il titolo di entità organica. In quanto i suoi differenti abitatori, minerali, vegetali e animali si erano aggregati a mo’ di organismo unico.
Peter Berg è stato colui che s’è inventato la parola. Di lui ricordiamo Alza la posta. Saggi storici sul bioregionalismo. La sua scia è stata seguita da altri, tra cui Gary Snyder con La pratica del selvatico. Buono, selvatico, sacro e altri titoli.
Nel frattempo – la questione era iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, negli Stati Uniti, connessa alla Cultura Beat – il bioregionalismo ha evoluto il suo contenuto andando praticamente a condividere il principio base dell’Ecologia Profonda, ovvero che c’è una sola vita, che tutto è sua espressione.
Ma il tuo stesso libro Sul fondo del Barile - Crisi sociale e recupero del sé o quello di Guido della Casa, Ecologia Profonda, sebbene, appunto, in chiave di ecologia profonda fanno riferimento alle espressioni della natura come differenze formali, tutte interdipendenti, di una sola vita. Come è per i vari organi di un organismo vivente. Solo successivamente interviene la descrizione degli organi specifici, ma sempre tenendo presente che esso, come tutti gli altri sono terminali della stessa natura. Una montagna, un fiume, un deserto, una pianura, cioè ogni cosa, ha la sua specificità, in cui la vita si manifesta in un certo modo, con forme differenti e con aggregazioni funzionali. Un’eventuale pan-ingegneria sarebbe disastrosa.


Siamo espressioni di un grande corpo dunque?

Questo grande corpo non è soltanto la terra. Di solito nell’ecologia profonda ci occupiamo del pianeta Terra, Gaia, come una forma vivente in se stessa no? Allo stesso tempo l’ecologia profonda compie un passo verso quello che potremmo definire anche panteismo, secondo la visione di Giordano Bruno, dove tutto quanto ciò che è Uno si manifesta in ciò che è in tutte le forme.


Rispetto a questi tre temi Spiritualità Laica, Ecologia Profonda e Bioregionalismo, e coniugando la tua ricerca e contemporaneamente la conduzione di un blog e di diversi siti dedicati a questi argomenti, pensi di avere il polso della diffusione di questi concetti e della cultura che implicano? Oppure, qual è la maggiore difficoltà o il più frequente equivoco in cui le persone rischiano di incappare nei confronti di questi temi che interessano lo Spirito e il Tutto? Il Tutto in che cosa viene colto, in che cosa viene equivocato?


L’equivoco si manifesta a tutti i livelli, ad esempio nell’ambito bioregionale, ricordo che tanti anni fa partimmo con La Rete Bioregionale Italiana (ufficialmente nata ad Acquapendente nella primavera del 1996) e con l’idea di diffondere il bioregionalismo. Se ne appropriò la Lega Nord per definire le bioregioni come ambiti etnici, dove la vita delle persone era praticamente condizionata dalla cultura locale e quindi dall’etnia che viveva in quel luogo. Questo è stato un fraintendimento, perché tutti noi bioregionalisti ci riconosciamo nel luogo in cui siamo nati o viviamo.
Quindi bioregionalista può essere anche una persona che non è nata nel luogo, ma che vivendolo lo riconosce come un’espressione di sé. A quel punto si integra completamente nel luogo. Ma non solo nel luogo, anche nella comunità con cui vive. E non solo quella umana, ma di tutti gli esseri viventi che vi partecipano. Per questo chiunque può essere bioregionalista in qualsiasi luogo, perché è soltanto un’apertura verso la presenza nel luogo. Questo è stato il primo fraintendimento.
Il secondo fraintendimento riguarda l’ecologia profonda. Come dicevi prima si fa quasi menzione a una sorta di New-age, dove tutto quanto è legato alla natura e i riti Wicca e questo e quell’altro.
Anche noi bioregionalisti organizziamo le celebrazioni dei vari equinozi e solstizi… ci sono determinati momenti dell’anno che vanno riconosciuti come importanti. Però non gli diamo un’importanza assoluta in quanto riconoscimento di una qualche divinità naturalistica. È soltanto un percorso da celebrare per essere felici di poter vivere nel momento in cui siamo. Un modo per riconoscere che altri, più belli o più brutti, hanno un loro significato e valore.
La maggior parte della gente, soprattutto quelli che fanno riti un po', diciamo così, pagani, magari preferisce festeggiare il solstizio d’estate, ricordare i Celti, Stone Ange e tutte le cose di quel genere, per contemplare la bellezza del sole nella sua pienezza. Ma altrettanto importante, chiaramente, è il solstizio invernale perché dopo la vita che si è richiusa ad approfondire le radici, risorge e pian piano ritorna ad esprimersi. Oppure l’equinozio di primavera, dove la vita ci riporta ad una bellezza. O quello d’autunno, come in questa occasione, dove condividiamo la consapevolezza che questa bellezza ha un grande valore.
Se in primavera di questo valore non ce ne rendiamo conto perché tutto quanto fiorisce, in autunno le cose che cominciano pian piano a scemare, hanno un significato più forte. Non a caso si dice che proprio l’autunno è il momento per la raccolta dei frutti migliori dell’uomo, per l’uomo. Come ad esempio la vite e l’ulivo. L’ulivo è simbolo di vita in assoluto, non soltanto in termini cristiani. La vite perché è quello spirito, il senso dello spirito e non a caso anche nella religione cristiana viene utilizzato il vino per la comunione.

Il mio pensiero è che il messaggio di Cristo abbia un grande valore, che i contenuti del cristianesimo abbiano un grande valore, mi riferisco per esempio non solo all’amore ma al perdono, soprattutto rispetto a quanto succede in altre religioni, dove il perdono è sostituito dalla legge del taglione. Il vero messaggio cristico più che cristiano, nella vulgata è andato perduto e sono rimasti quelli i dogmi, gli schemi, le gerarchie. Sei d’accordo con questa lettura? Sei d’accordo con il fatto che il cristianesimo abbia un grande annuncio da fare e l’ha fatto a suo tempo, del tutto frainteso, del tutto dimenticato?

Certamente sono d’accordo per quanto riguarda l’insegnamento del Cristo di cui noi abbiamo ricevuto soltanto briciole e anche travisate e manipolate. Sarebbe bella una ricerca, soprattutto per quanto riguarda dei messaggi più genuini di quelli che sono chiamati i Vangeli Apocrifi e anche dei famosi Rotoli di Qumran, dove c’è l’insegnamento esseno che corrisponde a quello cristico ma a lui antecedente. Comunque possiamo riscontrare che questa filosofia, continuiamo a chiamarla cristica, è sicuramente un messaggio innovativo all’interno di tutta una serie di impostazioni religiose che in quel periodo erano dominanti nel Medio Oriente mediterraneo.
Il senso del perdono che non è come viene inteso, un calcolo per sottrarci alle nostre responsabilità, come molti fanno nei confronti della confessione. Come stavo leggendo in un testo scritto da Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani – Ventuno giorni per rinascere – Mondadori, dove il perdono è un reggente della guarigione se autentico amore.
Poi c’è il perdono razionale che calcola, che si considera valido per cancellare dalla nostra mente la tendenza alla recriminazione. E poi c’è quello emozionale, che è invece rivolto ad un perdono verso se stessi e quindi alla cancellazione anche del senso dell’offesa, perché si rivede nella trasposizione della posizione come: “è successo” e basta. E quindi non c’è neanche più bisogno del perdono.


Il perdono perciò corrisponde o è sovrapponibile a quello che la tradizione orientale ci tramanda come accettazione?

Io direi che è molto simile al concetto della compassione buddista. In quel caso la compassione equivale al perdono.

Quindi il perdono, la compassione, hanno un valore terapeutico nei confronti dell’individuo che riesce ad arrivare a quel livello per non ritenersi più offeso nell’orgoglio?

Certo non solo quello, ma è anche la porta di ingresso per poter accedere all’autoconoscenza. Perché poi essendo in grado di poterci identificare nell’altro attraverso il perdono, automaticamente siamo anche più propensi ad accettare noi stessi per quel che siamo e quindi siamo in grado di poterci vedere sempre più in profondità, fino a superare quel velo dell’illusione che ci fa identificare con un nome e una forma. Quel vedersi sempre più in profondità è ulteriormente terapeutico. Beh a quel punto direi che la terapia scompare. Fino ad un certo punto ci può essere, fino alla psicologia transpersonale noi possiamo intuire che c’è un percorso attraverso l’approfondimento, ma poi c’è una fase successiva che non può essere più razionalmente analizzata e quindi non ci può essere più neanche una terapia. Se vogliamo intraprendere un percorso in cui piano piano ci liberiamo della zavorra e dalle sovrastrutture è comunque corretto interpretarlo come perdono-terapia. Le vie spirituali, se sono sincere ed oneste tutto sommato danno questo indirizzo. Nel Taoismo, c’è l’abbandono. Pian piano impariamo a rilasciare ciò che ci aveva fatto assumere una posizione, che ci faceva considerare particolarmente benedetti, fino al punto di pensare di essere in grado di poter decidere, per la natura, per la vita, per gli altri esseri senzienti. Quindi fino a farci credere nel nostro egoismo.

Intervista rilasciata a Treia il 21 settembre 2019


Oriente ed occidente sono solo nella mente


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La specie umana non può essere suddivisa in razze e ciò vale anche dal punto di vista culturale e spirituale. Se l'uomo si è fisicamente differenziato, nel colore epidermico e nelle fattezze somatiche, ciò è dovuto semplicemente all'adattamento al luogo, alla latitudine in cui si è insediato. Che egli  appartenga ad un'unica specie lo dimostra inequivocabilmente la sua capacità di fertilizzarsi e riprodursi unendosi a qualsiasi altro essere umano di qualsiasi etnia.    
Prima della grande diaspora  l'uomo ha sviluppato comuni modi espressivi, anche dal punto di vista del pensiero, e come esistette una lingua originaria, il così detto "nostratico", parimenti  si sviluppò un sentire emozionale condiviso, che possiamo definire spiritualità naturale. I modi espressivi di questa spiritualità mutarono attraverso i millenni in base alle differenziazioni sociali ed ambientali, oltre che genetiche,  che vennero a crearsi nei diversi gruppi stanziatisi nel cosiddetto Oriente ed Occidente. 
Ma oriente rispetto a cosa? Occidente rispetto a cosa? Il pianeta è una palla che gira ed il trovarsi in oriente o in occidente è solo una considerazione utilitaristica.  Ogni religione è stata “creata” per confondere, mentre per fare chiarezza occorre distinguere, rinunciando a posizioni ideologiche precostituite. 
“Solve et coagula” – “Per orientarti nell’infinito, distinguer devi e poscia unire” (Goethe). Ma attenzione un conto è il giudizio ed un altro la discriminazione…
Malgrado  la ammissione di incongruenza descrittiva tra quella cultura che noi definiamo occidentale (meglio chiamarla mediterranea con sue diramazioni in America ed in Australia ed in parte anche in Africa) e quella che si è sviluppata  ed affermata in Asia (soprattutto in Cina, India, Giappone, Mongolia,  etc.) di fatto   si è venuta a creare nei secoli una radicale differenziazione.
La differenza sostanziale sta nel fatto che in oriente  si contempla  l’esistenza di un “Dio” assoluto ed onnipervadente, trascendente e immanente  che, essendo la sola presenza reale, comprende in sé ogni aspetto del manifesto e dell’immanifesto. Tutto esiste nell'Uno "non essendovi altro all'infuori di Quello". 
Mentre il Dio, meglio definito “arconte”, delle religioni monolatriche che prevalgono in occidente (giudaismo, cristianesimo ed islam) è frutto di una  assunzione e proiezione mentale dualistica. Un Dio diverso dalle sue creature e dalla sua creazione  di cui egli  è giudice ed osservatore esterno.  
La “religione” occidentale  dovrebbe in effetti essere definita "separazione"  e questo suo  dividere ha l'evidente funzione di sostenere i suoi  sacerdoti, papi, rabbini e mullah che utilizzano per fini speculativi il moto naturale, presente in ogni essere umano, del “ritorno” all'Uno! Essi hanno compiuto il più grande imbroglio, verso se stessi ed il loro prossimo, essi hanno  svolto la funzione ingannatrice separando ciò che è inseparabile per poi pretendere di volerlo”ri-unire” attraverso il perseguimento di un dettame religioso e la promessa di una “salvezza” riservata ai “credenti”.
In verità non v’è alcun obbligo a restare impantanati in un “credo” (il momento che ne abbiamo capito le conseguenze). Solo colui che insiste nel voler credere è compartecipe e succube di quel credo. Come chi vuole dividere l'umanità in razze elette e razze inferiori non è in grado di comprendere od accettare l'unitarietà della specie.
Eppure, non è il credere un semplice pensiero, una opinione? Quindi perché restare avvinghiati ad un qualcosa che è mera illusione, un emblema della separazione? Ed in questo caso viene persino oscurata quella naturale spiritualità di cui parlavamo all'inizio,  sostituendo  lo “spirito universale”  con la caparbietà e l’illusione egoica  di ritenersi separati.
Durante i vari appuntamenti che seguiranno  in questa rubrica cercherò comunque  di non entrare nel merito della  veridicità o falsità  delle religioni. Dal punto di vista della laicità di pensiero il credere è una libera scelta personale, quindi: “de gustibus non est disputandum!”. Cercherò comunque di aprire una fessura discriminativa, analizzando i vari modi espressivi delle religioni o delle filosofie che si sono affermate e conservate in Oriente ed in Occidente.  
La prima differenza sostanziale verte nel metodo di ricerca spirituale.  In occidente si predilige il credere, mentre in oriente prevale l’esperimentare. Il credere è statico ed è il risultato della memoria e dell’accettazione cieca, l’esperimentare è  dinamico ed è il risultato di una azione e di una discriminazione selettiva.
L’unica verità incontrovertibile è quella corroborata dalla propria esperienza… ma a meno che non si abbia una rivelazione diretta interiore affermare di credere in una religione è un esercizio mentale di volontà ed è privo di ogni sostanzialità. Cosa diversa nel caso di esperienza diretta o “realizzazione”. Siccome la “realizzazione” avviene nel Sé, e non è conseguenza di una ipotetica "salvazione" esterna,  possiamo tranquillamente affermare che  la “verità intrinseca” è l’unica reale verità, tutto il resto essendo semplice proiezione mentale.
Taluni, i  professionisti della religione, che prevalgono nelle fedi monolatriche,  ritengono che la pratica spirituale sia una sorta di “occupazione” come quella di uno studente o di un lavoratore che deve espletare specifici compiti per “ottenere” la salvazione. Questo atteggiamento “volontaristico” crea spesso aspettative e dal punto di vista spirituale addirittura allontana dalla vera conoscenza, poiché ci si fissa sul mezzo senza guardare il soggetto che vuole raggiungere la conoscenza.
Il vero  soggetto è il nostro stesso Sé ma noi lo ignoriamo e lo rendiamo un “oggetto” da perseguire. E  questo è il gioco dell'ego che si traveste da poliziotto per cercare il ladro che egli stesso è.
A proposito di questo “gioco” ricordo la frase pronunciata dal re Janaka di Videha *  che, dopo aver ascoltato e compreso l’insegnamento nondualistico impartitogli dal suo guru Vasishta, esclamò: “Ora ho compreso chi è il ladro e lo sistemerò immediatamente” (riferendosi alla tendenza a identificarsi con il corpo-mente che ritiene di compiere l’azione).
Insomma la foga nello svolgere il cosiddetto “dovere” religioso e la compulsione a praticare per ottenere risultati attraverso la volontà e la penitenza, può procurare forme di dipendenza e di illusione “spirituale” ed è una devianza rispetto alla sincera ricerca interiore.
Questo avviene quando ci si lega ad una setta, quando si aderisce ad una specifica religione e ci si affida alle indicazioni di un ipotetico “salvatore” o pontefice. Sembra che alcune persone abbiano bisogno di sentirsi “radicate” e affratellate in un gruppo compatto (spesso succede con i cristiani ed i maomettani, e simili fedi), soprattutto se stanno vivendo momenti di vuoto affettivo o di altro genere (preoccupazioni mondane, senso di mancanza o inadeguatezza, etc.).
Però mettersi contro apertamente o denigrare le scelte compiute da tali persone non le aiuta a comprendere la causa del loro bisogno di riempire un buco, che risiede nella loro incapacità di accettare se stessi per quel che sono senza pensare di voler forzatamente modificare lo stato di cose o la propria natura in funzione di un ipotetico ottenimento “altro”.
L’accettarsi soltanto può interrompere il meccanismo del desiderio e della paura, perché accettando si comprende la situazione vissuta nella sua interezza e la risposta confacente sorge spontanea. Ma l’accettazione talvolta è anche dolorosa. Questo riguarda ognuno di noi che vive nel mondo. Ma vivendo consapevolmente nel mondo si può comprendere la natura del mondo e della coscienza.
Comunque non si può definire od impartire una “cura” universale per le diverse anomalie di interpretazione della propria realtà, dicendo “fai questo o fai quello”. A volte abbiamo anche bisogno di perderci per poi ritrovarci. Ognuno deve poter crescere a modo suo.
Per sviluppare la chiarezza interiore ci vuole discriminazione e distacco. L’auto-indagine è la via più diretta per individuare il “ladro” che ci deruba della Consapevolezza (trascinandoci nel mondo della dissociazione e della speculazione).
L'auto-indagine non richiede altri aiuti se non la rimembranza e l’attenzione rivolta al Sé. in questo abbandono ed in questo arrendersi al proprio Sé sorge l’amore, e la comprensione di ciò che realmente noi siamo, aldilà della forma e del pensiero.
E di questo parleremo in seguito...
Paolo D’Arpini  
Risultato immagini per paolo d'arpini
*) il Re Janaka fu un regnante illuminato vissuto circa 5000 anni prima di Cristo, all’epoca in cui è ambientato il Ramayana. Janaka era il re dell’attuale Janakpur e il padre di Sita che divenne la moglie di  Sri Rama (Avatar  di Vishnu).

Cronistoria parziale sulle nefandezze della "santa inquisizione" cattolica


Risultato immagini per santa inquisizione"
L’Inquisizione possedeva un vero e proprio apparato di informazione con un grande numero di agenti, che godevano di privilegi fiscali e dell’eccezionale permesso di girare armati.
L’8 marzo 2000, papa Wojtila pronunciava la “richiesta di perdono” per i
mali inferti dalla chiesa nei secoli a tutta l’umanità. In particolare,
Giovanni Paolo II recitava il “mea culpa” pensando alle vittime della Santa
Inquisizione. Il processo che metteva sotto esame il tribunale medievale
accanitosi nei secoli contro coloro che venivano definiti eretici, si
concludeva con le pubbliche scuse del papa, dopo essersi aperto 6 anni
prima. Nel 1994, con la lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente
datata 10 novembre, Giovanni Paolo II avviava la preparazione del Giubileo
chiedendo ai cristiani di “pentirsi” soprattutto per Giovanna d’Arco alla
testa del suo esercito “l’acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli,
a metodi di intolleranza e perfino di violenza nel servizio della verità.”
La lettera papale aprì la strada a due incontri che si tennero, il primo nel
‘98 dedicato alla “Shoah”, sulla quale si invitava a riflettere, mentre il
secondo, che più ci interessa, aveva come tema centrale l’”Inquisizione” e
si svolse tra il 29 e il 31 ottobre 1999 in Vaticano. Il Simposio
internazionale fu presieduto dal Cardinale Roger Etchegaray e dalla
Commissione teologico-storica del Comitato centrale del Grande Giubileo,
sovrintendente del quale era il domenicano padre Georges Cottier. Dando
inizio ai lavori, quest’ultimo ha specificato che “la considerazione delle
circostanze attenuanti [quelle storiche riguardanti la società dei tempi e
la sua grettezza] non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi
profondamente per le debolezze di tanti suoi figli, che ne hanno deturpato
il volto”.
Queste “debolezze”, per usare il termine di Cottier, provocarono decine di
migliaia di morti che formano un filo nero ininterrotto capace di dare alla
storia della Chiesa di quei secoli che fanno l’età medievale e moderna, un
unico e macabro denominatore.

Il grande pubblico identifica la storia delle persecuzioni religiose con
uomini importanti come Galileo Galilei e Giordano Bruno o più in generale
con i roghi delle streghe. Ciò che si scopre studiando la storia della Santa
Inquisizione è qualcosa che, per noi figli del XX secolo ha
dell’incredibile. I Pensieri e i fatti che hanno generato tale meccanismo di
morte ci appaiono così distanti, eppure anche gli ultimi decenni non sono
stati privi di quelle distorsioni ideologiche che più appaiono come il
sostrato di scempiaggini catastrofiche come quella esemplare generata dalla
mente malata di Adolf Hitler. L’accostamento può sembrare azzardato
soprattutto perché poche sono le coincidenze, nei tempi e nei fatti, tra
l’odio nazista per gli ebrei e lo stesso sentimento mostrato dalla Chiesa
cattolica nei confronti degli eretici.
Ciò che comunque appare confrontabile è la perdita di ogni senso della
realtà in nome di un’idea delirante che genera morte.
Oltremodo, la lotta della Chiesa contro i suoi nemici solletica un vasto
interesse nel pubblico, dovuto in parte al fascino morboso che aleggia
intorno ai metodi inquisitori. L’Inquisizione, che si affermò alla fine del
XII secolo, quando in Occidente si diffondevano movimenti eretici come il
manicheismo, il valdismo e poi il catarismo, trae il suo nome dalla
inquisitio, una procedura del diritto romano sconosciuta e basata sulla
formulazione di un’accusa da parte dell’autorità giudiziaria pur in assenza
di denunce sostenute da testimoni attendibili. Tale procedura trova con il
decreto Ad abolendam, emanato da papa Lucio III nel 1184, quando cioè si
cominciò a infliggere ai peccatori la pena del rogo, la sua codificazione.
Alcuni anni dopo venne autorizzata la confisca dei beni degli eretici e
l’impiego della tortura in questioni di fede, mentre si stabilivano
particolari disposizioni che garantissero la segretezza delle procedure,
l’anonimato dei testimoni e l’applicazione delle sentenze. Con il papato di
Gregorio IX (1227-1241) la procedura inquisitoria si trasforma in una nuova
istituzione che avrà in principio larga diffusione nella Francia meridionale
e che verrà ufficializzata nei suoi compiti con il nome di Sacra
Inquisizione. Tra i tanti manuali scritti all’epoca per riassumere la
procedura sulla base della quale lavorava il tribunale è rimasta celebre la
Practica Inquisitionis hereticae pravitatis (ca.1320).
Il successore di Gregorio IX, Innocenzo IV, non trascurò di proseguire
nell’opera iniziata dal suo predecessore. Nel 1252, infatti, con la bolla Ad
extirpanda ribadiva l’importanza della ricerca dei peccatori che si
nascondevano nella società minandone non solo le basi religiose ma anche
quelle politiche, e rafforzava il significato della punizione corporale
indicando la tortura come mezzo per “portare alla luce la verità”.
Durante il XIII e il XIV secolo, l’Inquisizione, parallelamente alla
crescita di alcuni dei più importanti movimenti considerati eretici,
accrebbe le proprie zone d’influenza e le proprie competenze. All’inizio del
‘300, in buona parte dell’Europa erano attivi dei tribunali inquisitori
competenti a livello territoriale che avevano l’ordine di indagare anche su
reati quali la blasfemia, la bigamia e la stregoneria, e gli utopisti della
politica e della religione.
(vedi la storia di FRA DOLCINO:
http://www.cronologia.it/storia/biografie/fradolci.htm)
La stregoneria, della quale parleremo diffusamente più avanti, nasce dalla
trasformazione in reato di tutti quei riti pagani, bagaglio di una forte
tradizione popolare ancora parte irrinunciabile della vita di molte zone
dell’Europa. Attraverso i secoli bui, la Santa Inquisizione, come abbiamo
visto, seppur brevemente, accresce la sua importanza, ma soprattutto la sua
ingerenza nella vita sociale. Di fondamentale importanza in questo processo
di penetrazione sarà il ruolo svolto dai re cattolici Isabella di Castiglia
e Ferdinando d’Aragona. Unendo le loro corone in un grande e potente regno i
due monarchi trasformarono il tribunale dell’Inquisizione in uno strumento
di controllo del loro potere. Esercitarono pressioni sul pontefice affinché
istituisse una nuova Inquisizione nel regno di Castiglia che ancora non ne
aveva conosciuto le opere.
Fu così che con la bolla papale, Exigit sinceras devotionis affectus, del 1°
novembre 1478 Sisto IV concesse ai sovrani spagnoli la potestà di nominare
due o tre inquisitori nelle città e nelle diocesi dei loro regni. Da quel
momento si aprì una contesa tra la concezione ecclesiastica della Santa
Inquisizione e quella temporale dei due re Cattolici, che vedevano nel
tribunale antiereticale un valido collaboratore attraverso il quale
mantenere e rafforzare il proprio potere. Il braccio di ferro si protrasse
fino all’ottobre 1483 quando con la nomina del frate Tomás de Torquemada….
… a inquisitore generale dei regni di Castiglia e di Aragona, nasceva
l’Inquisizione moderna. Il papa Sisto IV, al quale ormai la situazione era
sfuggita di mano non aveva potuto far altro che riconoscere l’estensione
delle competenze giuridiche anche al regno di Aragona, per il quale
inizialmente il pontefice aveva negato la concessione.
A questo punto la chiesa di Roma si trovava ad aver ceduto, passo dopo
passo, al regno governato da Isabella e Ferdinando, il controllo sui
tribunali della Santa Inquisizione in Spagna.
Sostanzialmente, il potere di nominare il Grande Inquisitore demandava nei
fatti alla Corona la gestione di tutta la macchina costruita in difesa della
verità dei dogmi, pur rimanendo il papa il depositario dell’autentica
legittimità dell’istituzione.
Tra le figure più importanti dell’Inquisizione spagnola, spicca per la sua
spietatezza verso gli ebrei il già ricordato Tomás de Torquemada. Al momento
dell’investitura, gli inquisitori spagnoli recitavano davanti al Grande
Inquisitore, una formula che rimase invariata fino al 1820:
“Noi, per misericordia divina inquisitore generale, fidando nelle vostre
cognizioni e nella vostra retta coscienza, vi nominiamo, costituiamo,
creiamo e deputiamo inquisitori apostolici contro la depravazione eretica e
l’apostasia nell’inquisizione di [qui veniva inserito di volta in volta il
nome del luogo dove l'inquisitore veniva mandato] e vi diamo potere e
facoltà di indagare su ogni persona, uomo o donna, viva o morta, assente o
presente, di qualsiasi stato e condizione che risultasse colpevole, sospetta
o accusata del crimine di apostasia e di eresia, e su tutti i fautori,
difensori e favoreggiatori delle medesime”.
Negli altri paesi europei si ebbero situazioni anche molto diverse tra loro.
La Francia non conobbe l’Inquisizione nella sua forma moderna. I Parlamenti
continuarono ad occuparsi dei processi agli eretici senza che per questi
reati venisse aggiornata la versione medievale dell’istituto.
Il Portogallo vide nascere il tribunale dell’Inquisizione solo nel 1547,
mentre in Italia apparvero solo verso la fine del XVI secolo, qualche
decennio più tardi della nascita di un’Inquisizione tutta speciale che il
papa aveva creato appositamente per “se” nel 1542. Ad oggi, quella papale è
l’unica Inquisizione sopravvissuta con il nome di Congregazione per la
Dottrina della Fede.
Il funzionamento del Santo Uffizio era garantito in primo luogo dal lavoro
dell’inquisitore generale che si appoggiava al Consiglio della Suprema, e in
secondo luogo dalla presenza capillare sul territorio dei tribunali di
distretto. Nella carica di inquisitore generale si è già visto che il più
tragicamente illustre fu il frate Tomás de Torquemada. Sulla sua figura sono
stati dati pareri contrastanti: lo storico Juan Antonio Llorente ne parla
come di “…una persona dai tratti raccapriccianti responsabile della morte
sul rogo di 10.280 persone, e della punizione con infamia e confisca dei
beni di altre 27.321″. Al contrario lo storico inglese Walsh dice che
Torquemada “era un pacifico dotto che abbandonò il chiostro per espletare un
incarico sgradevole ma necessario, cosa che fece con spirito di giustizia
temperato da pietà e sempre con grande abilità e prudenza.[…] Fu l’uomo che
più efficacemente contribuì alla grandezza della Spagna dell’epoca del siglo
de oro.”
È abbastanza evidente che il giudizio dello storico ha in entrambi i casi
influenzato il racconto della vita di un uomo che comunque al di là di
queste critiche senza appello fu un grigio ed efficiente funzionario che
servì i re cattolici con esemplare lealtà, pur tributata a idee sbagliate,
fornendo il modello essenzialmente politico a cui si sarebbero ispirati gli
inquisitori generali per un lunghissimo arco di tempo.
A partire da questa che era la carica più importante, l’inquisizione era
organizzata in base ad una struttura fortemente gerarchizzata che prevedeva
il Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione che si riuniva tutte le
mattine dei giorni non festivi per discutere le questioni di fede, mentre
nelle sedute pomeridiane del martedì, giovedì e sabato si tenevano i
processi pubblici e si parlava dei casi si sodomia, bigamia, stregoneria e
superstizione.
Da questo organo dipendevano i tribunali distrettuali in ognuno dei quali
operavano due inquisitori. Quasi sempre erano un teologo e un giurista così
da poter avere una competenza che coprisse tutti gli aspetti della
problematica inquisitoria. Nel XVI secolo si accentuò, fra gli inquisitori,
il predominio del clero secolare nei confronti di quello regolare (i membri
degli ordini religiosi). La maggior parte degli inquisitori, comunque,
proveniva dalla piccola nobiltà e aveva frequentato l’Università.
Tra le altre cariche previste dal Santo Uffizio per il suo funzionamento va
sicuramente ricordata quella importantissima dei famigli (familiares),
ovvero di quei servitori laici che collaboravano con i funzionari
dell’Inquisizione, partecipavano alle ricerche e agli arresti e costituivano
un vero e proprio apparato di informazione e spionaggio. Il loro numero
crebbe smisuratamente nei tempi. Fare parte di quella che con termini
attuali potremmo chiamare la “polizia segreta” della Santa Inquisizione
comportava numerosi vantaggi: i famigli godevano di un privilegio
giurisdizionale secondo il quale potevano essere giudicati solo dalla stessa
Inquisizione, inoltre avevano privilegi fiscali e il permesso di girare
armati. poiché si poté presto intuire il rischio che questa casta
privilegiata diventasse molto potente, ogni distretto adottò un regolamento
che innanzitutto fissava il numero massimo dei famigli. L’estrazione sociale
di questi ultimi era assai eterogenea.
A Valencia nel XVI secolo oltre i tre quarti erano di origine popolare, ma
il rapporto si sarebbe presto ribaltato a favore delle classi medie. In
Andalusia i famigli vennero invece reclutati tra la piccola nobiltà
all’interno della quale alcune dinastie finirono per imporre un vero e
proprio monopolio servendosi della mansione per esercitare un’assoluta
autorità locale sintomo di corruzione e di nepotismo.
Gli apparati inquisitori vennero messi sotto inchiesta raramente, nonostante
la loro condotta riprovevole e spesso macchiata dalla scorrettezza fosse
sotto gli occhi di tutti. Il lavoro svolto dai famigli era il punto di
partenza della fase istruttoria dei processi che proseguiva con la denuncia
e l’immediato arresto della persona oggetto della denuncia stessa. Seguivano
poi tre udienze durante le quali veniva presentata l’accusa ed era prevista
una discolpa dell’imputato.
Il verdetto era pronunciato collegialmente dagli inquisitori e dal vescovo.
Al termine del processo, ogni sentenza prevedeva tre categorie di pene:
spirituali, corporali e finanziarie. Momento culminante di ogni processo era
l’autodafé, “atto di fede”, cerimonia solenne con messa, sermone e lettura
delle sentenze che nel tempo si trasformò in una specie di evento teatrale
che nella sostanza doveva attirare quanta più gente possibile per mostrare
il potere della Santa Inquisizione nel riportare le anime smarrite sulla
strada della verità.
Di solito l’autodafé si celebrava una volta l’anno. La condanna a morte era
comminata ai recidivi o rei convinti che rifiutavano di ammettere la falsità
delle loro credenze. La sanzione più comune per chi decideva di collaborare
era l’abiura alla quale erano connesse diversi tipi di penitenza: obbligo di
indossare il sambenito (termine derivante da saco bendito “sacco
benedetto”), ovvero una mantellina gialla, con una o due croci disegnate
diagonalmente, che i penitenti erano obbligati a portare in segno di
indegnità per un periodo che poteva essere lungo pochi mesi ma anche tutta
la vita; c’erano poi le pene corporali come le frustate, con un numero che
poteva variare da 100 a 200; lavoro forzato sulle galere e confisca dei
beni.
Una delle abiure più importanti che la storia ricorda è senza dubbio quella
di Galileo.
Davanti al tribunale che lo inquisiva di eresia, l’autore del Dialogo dei
massimi sistemi pronunciò il 22 giugno 1633 queste parole: “… avendo
davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie
mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio
crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa
Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo S. Offizio, per aver io,
dopo essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che
omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del
mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si
muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia
modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi
notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e
dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e
apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna
soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver
tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra
non sia centro e che si muova.
Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e d’ogni fedel
Cristiano queste veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor
sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e
eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta
contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più ne
asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me
simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia
lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o ordinario del
luogo, dove mi trovarò.
Giuro anco e prometto d’adempiere e osservare intieramente tutte le
penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Offizio imposte […] Io
Galileo soddetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obbligato come
sopra […] In Roma nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.”
(vedi altre pagine in GALILEO GALILEI:
http://www.cronologia.it/storia/biografie/galilei.htm)
Spesso durante i processi lo strumento più utilizzato per portare il
peccatore alla confessione dell’errore era la tortura. Rigorose norme ne
fissavano durata, modalità e frequenza. Le dichiarazioni rese sotto tortura
erano considerate nulle se non venivano confermate 24 ore dopo. I metodi più
usati erano la garrocha, la toca e il potro . Nel primo caso la vittima
veniva appesa per i polsi a una corda pendente dal soffitto che serviva per
issare il corpo poi fatto ricadere di colpo. La Toca era invece più
complicata: la vittima veniva immobilizzata su un telaio inclinato,
costretta a spalancare la bocca nella quale veniva introdotto un panno che
costringeva il torturato a inghiottire tutta l’acqua che veniva versata
lentamente. Infine c’era il potro, il sistema più utilizzato a partire dal
XVI secolo che consisteva nel legare il peccatore a un cavalletto con canapi
che si avvolgevano intorno al corpo e alle estremità. Accorciando la
lunghezza delle corde il carnefice le faceva penetrare nel corpo del
torturato.
Le migliaia di persone, si parla di 150.000, che furono chiamate a rendere
conto in molti casi di una vita “normale” inquisita a volte perché i
funzionari potessero dimostrare zelo e attaccamento al lavoro senza però che
ce ne fosse neanche il pretesto, appartenevano al movimento dei catari, a
quello valdese, oppure erano ebrei, musulmani, marranos, cioè ebrei e
mussulmani convertiti, o ancora protestanti e templari. Se non rientravano
in nessuno di questi gruppi potevano essere streghe o semplicemente
individui dalle “strane” convinzioni non coincidenti con quelle
ecclesiastiche, come Giordano Bruno
(http://www.cronologia.it/storia/biografie/bruno.htm), filosofo arso sul
rogo a Roma nell’anno 1600, Gioachino da Fiore teologo e filosofo le cui
idee vennero condannate dal Concilio lateranense nel 1215, Arnaldo da
Brescia canonico e riformatore religioso impiccato e arso come eretico a
Roma nel 1155, Copernico che sostenendo che la terra gira intorno al sole
vide la sua opera messa all’indice nel 1616, il già ricordato Galileo
Galilei accusato di avere sostenuto le tesi copernicane e costretto ad
abiurare, e poi ancora Giovanna D’Arco
(http://www.cronologia.it/storia/biografie/arco.htm) messa al rogo nel 1431
con l’accusa di essere eretica recidiva, apostata e idolatra.
In modo del tutto indicativo e assolutamente casuale nella scelta degli
esempi, questa breve lista dà però un’idea di quanto profondamente
l’Inquisizione seppe condizionare la crescita del pensiero impedendo quella
libertà d’espressione fonte del progresso della società civile.
Le vicende di questi uomini e donne vittime della Santa Inquisizione non
sembra poter acquisire un senso preciso. Pur invocando un vago rispetto del
dogma cristiano si rimane senza risposte di fronte ad un così diffuso uso
della violenza, ad una così spietata quanto gratuita umiliazione del
pensiero umano.
Dopo la decadenza della Santa Inquisizione iniziata nel XVIII secolo ed in
conseguenza all’apertura degli archivi del tribunale avvenuta negli anni ‘20
dell’800 sono comparsi una messe di studi che hanno fatto chiarezza sulle
vicende oscure legate all’organismo nato nel medioevo e sono riuscite a
spiegare motivandole, alcune delle condanne e delle azioni più eclatanti.
La parte che sembra ancora avvolta dal mistero, ma che forse non potrà mai
trovare un suo perché, data la stessa assurdità che la caratterizza, è
l’inquisizione delle streghe. Tra i tanti episodi che fanno parte di questa
storia si è scelto di raccontarne uno in particolare che per la quantità di
documenti ritrovati si presta ad una ricostruzione precisa. Ha poi
particolare senso, quando si parla di persecuzione delle streghe, fare
riferimento a casi particolari evitando di abbandonarsi così ad una
caratterizzazione generica che toglierebbe all’argomento il sapore intenso
dei suoi particolari.
La caccia alle streghe attuata, con spietata intensità, soprattutto tra i
secoli XVI e XVII è stata letta dalla storiografia come uno scontro
culturale tra il mondo colto rappresentato dalla chiesa e il mondo popolare
identificato nelle pratiche magico-tradizionali. Spinta da un rinnovato
spirito di evangelizzazione, la chiesa mosse sistematicamente guerra, dal
‘500 in avanti, a superstizioni, vecchie credenze, riti post-pagani facenti
parte della cultura folklorica e pratiche magiche.
Gli storici che hanno tentato di fare una stima numerica delle vittime delle
accuse di stregoneria si sono sempre fermati di fronte alla mancanza delle
fonti cioè alla mancanza dei verbali dei processi. Nei rari casi in cui si
può disporre di queste carte si rimane sconvolti dalla loro durezza e
drammaticità e dalla capacità in essi insita di trasmettere un vivido
spaccato del mondo delle streghe e della sua persecuzione.
È quanto accade con il Corpus di carte riguardanti i processi eseguiti nella
valle di Poschiavo, una valle della Svizzera italiana. L’insieme di questi
documenti unici per quantità e coerenza interna permette di studiare,
attraverso l’analisi dei rescritti di 65 processi, le caratteristiche di una
caccia alle streghe che in questo luogo assume caratteristiche diverse da
tutti gli altri episodi che fanno parte della stessa vicenda.
Non emerge infatti, in questo caso particolare, quella cesura tra mondo
colto degli inquisitori e mondo popolare degli inquisiti che invece sotto
forma di scontro aperto è la base di ogni processo di stregoneria. In questa
valle delle Alpi Retiche non si riscontra un nucleo di credenze pagane o
precristiane conviventi con quelle della religione ufficiale. Solo alcune
imputate ammettevano di usare scongiuri o antiche parole magiche che pareva
potessero aiutarle a fronteggiare una vita sempre al limite della
sussistenza.
Nella maggioranza dei casi però le imputate erano povere donne, come povera
era la buona parte della popolazione, accusate più che per pratiche o
comportamenti sospetti, per futili motivi che possono essere ricondotti alla
difficoltà di un vivere sociale nel quale rancori, battibecchi, invidie e
liti, che spesso animavano i rapporti di vicinato, diventavano le reali
cause che portavano all’accusa.
Oltretutto, in quegli stessi anni la Valtellina era stata pesantemente
colpita dalla peste che aveva reso, se possibile, ancora più fragile
l’economia della zona. Considerando tutte le varianti endogene, nell’accusa
di stregoneria si possono vedere riflesse tutte quelle paure e quelle
angosce da sempre caratteri del mondo contadino, “che da se rivelavano i
punti deboli di quella economia, creando un rapporto di causa-effetto tra le
presunte streghe con le loro pratiche che “agivano” e le disgrazie della
vita che diventavano il risultato del loro agire; dall’altra, l’accusa
sconvolgeva i rapporti sociali e familiari di chi era accusato […]
incrinando equilibri e generando reazioni a catena”.
Motivo cardine della persecuzione delle streghe erano i loro ritrovi
notturni: i sabba, come venivano chiamati. Secondo i persecutori, durante
queste adunanze presiedute dal diavolo, si svolgevano riti che parodiavano
in modo blasfemo la liturgia cristiana, cui si aggiungevano unioni bestiali,
orge collettive, balli, banchetti e sacrifici umani. Anche le presunte
streghe di Poschiavo avevano le loro riunioni sataniche. A questi incontri,
che si svolgevano quasi sempre di giovedì, mancava però, quella ritualità
blasfema tipica di queste riunioni. Le donne della valle si incontravano per
ballare e divertirsi non compivano riti di nessun genere, anche se dalle
testimonianze rese durante i processi sembra che il diavolo fosse presente,
pur con sembianze del tutto normali e non mostruose.
Le donne interrogate dicevano che satana aveva le sembianze di un uomo di
mezza età o di un giovane ragazzo. Più raramente veniva descritto come un
animale, anche se non è da escludere che le sue repellenti malformazioni
fossero più il frutto delle fantasie morbose degli inquisitori che non delle
imputate, come si rileva dal processo a Orsola Lardo, durante il quale la
descrizione si delinea, a poco a poco, sotto l’insinuante interrogatorio dei
giudici che le chiedono (le parole dell’imputata vengono lasciate nel
dialetto del luogo): “Era come un homo?”
e l’imputata risponde:
“Al pareva alli vestimenti, ma l’era il demonio”
e ancora:
“Come era in faccia?”
“Al’era un brut lavor [= cosa], era negro in facia”.
“haveva barba, et capelli in testa?”.
“L’aveva una brutta barbascia, et in testa l’era come motto [= calvo]“.
“Haveva corni in testa?”.
“Signor no ma l’haveva come dei cap [= corna]“.
“Haveva mani come homo?”.
“Signor no che l’haveva come due griffe [= artigli]“.
“E li piedi come li haveva?”.
“Li haveva come quelli di un bosc [= caprone]“.
“Et nella vitta come era, et come lo cognoscevate?”.
“Mi nol sei l’era un soz lavor”.
Altre donne raccontano anche di avere avuto con il diavolo rapporti
sessuali…
… ma il tutto si limita a qualche descrizione che comunque sia non muta il
carattere modesto di questi incontri che di satanico non avevano granché.
Durante il loro svolgimento non vi erano riti parodistici del culto
cristiano, né un uso blasfemo degli oggetti sacri, né riti sacrificali di
nessun genere. In conclusione i ritrovi di Poschiavo sembrano essere state
semplici e allegre feste che dato il clima di censura morale venivano
volutamente visti come la realizzazione di riti satanici.
Tutt’al più, gli incontri di queste donne, peraltro quasi tutte provenienti
dalle stesse famiglie e dalle stesse contrade, il che indica una limitata
pubblicizzazione dei ritrovi stessi, potevano essere visti come una
compensazione delle privazioni materiali a cui erano sottoposte ogni giorno.
La conoscenza delle erbe, che in alcuni casi potevano provocare lievi
allucinazioni, le aiutava così a straniarsi da una realtà spesso troppo
dura.
Questi innocui tentativi di evasione venivano invece scambiati per pratiche
di magia nera che facevano paura soprattutto per il loro impatto sulla
società e non per la sfida religiosa che essi ponevano. Ciò di cui ci si
preoccupava maggiormente era la loro capacità di recare danno a tutta la
società attraverso la distruzione dei raccolti che poteva essere ottenuta
facendo grandinare, piovere, tempestare, facendo franare il terreno. Era
così che queste donne venivano ritenute capaci di sovvertire e distruggere
un’esistenza quotidiana difficile, dalla quale esse cercavano di sottrarsi
con metodi del tutto innocui, ma capaci di rendere insicuri e sospettosi
uomini e donne attaccati alla consuetudine, prime che alla religione, e
spaventati dalla loro stessa ignoranza.
Ilaria Tremolada
BIBLIOGRAFIA
Il martirio delle streghe, di Tiziana mazzali, Xenia edizioni, Milano, 1988
Il giudice e l’eretico, di John Tedeschi, Vita e Pensiero, Milano, 1997
L’inquisizione, di Ricardo Garcia Cárcel, Fenice 2000, Milano, 1994
Domenico Scandella detto Menocchio, a cura di Andrea Del Col, Edizioni
biblioteca dell’immagine, Pordenone, 1990
Il manuale dell’inquisitore, a cura di Louis Sala-Molins, Fanucci, Roma,
2000
Storia generale dell’Inquisizione corredata da rarissimi documenti, di
Pietro Tamburini, Bastogi, Foggia, 1998
Giordano Bruno: tra magia e avventure, tra lotte e sortilegi la storia
appassionata di un uomo che, ritenuto mago dai contemporanei, fu condannato
per eresie dall’Inquisizione e arso vivo sul rogo, di Gabriele La Porta,
Newton Compton, Roma, 1988
L’Avvocato delle streghe: stregoneria basca e Inquisizione spagnola, di
Gustav Henningsen, garzanti, Milano, 1990
Ringrazio per l’articolo concesso gratuitamente il direttore di: http://www.storiain.net/index.htm
(VEDI QUI UN DOCUMENTO DEL 1559:
http://www.cronologia.it/biogra2/inquisiz.htm)
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