Adi Shankaracharya, campione del Nondualismo


Adi Shankaracharya paramparam | Indian saints, Hindu art, Indian gods
"Nel puro Sé non sussiste alcuna conoscenza né ignoranza..." (Saul Arpino)

Per comprendere meglio le implicazioni del pensiero spirituale laico, aldilà di ogni teismo,  occorre fare un passo indietro nel tempo, riportando l’attenzione all’alba formativa dell’Advaita Vedanta, la conoscenza nonduale della Realtà, espressa nelle porzioni terminali dei Veda (Vedanta) e nelle Upanishad. 
Ad esempio nel commento sulla Taittirya Upanishad fatto dal grande saggio Shankaracharya (di cui più avanti parleremo in esteso) così viene detto: “Conoscenza e ignoranza appartengono al reame di nome e forma; essi non sono gli attributi del Sé… Ed essi - nome e forma - vengono “immaginati” (sovraimposti) così come lo sono il giorno e la notte in riferimento al sole”.
La similitudine con il sole è qui molto appropriata. Dal punto di vista del sole non c’è né giorno né notte, ciononostante senza il riferimento al sole non vi può essere né giorno né notte. È solo dal punto di vista dell’osservazione dalla Terra che giorno e notte hanno un significato e vengono sovrapposti al sole. Allo stesso modo nel puro Sé (l’assoluta Coscienza  non-duale) non sussiste alcuna conoscenza né ignoranza. Queste sono rilevanti solo per l’intelligenza finita (la mente duale), ma anch'esse possono assumere un significato solo se sovrapposte al Sé.
Il Sé, che è la Realtà Assoluta, ha la natura della Conoscenza Assoluta, non nel senso di una conoscenza mentale ma in quello di Consapevolezza incondizionata in cui non appare né un soggetto né un oggetto né l'atto del conoscere. Ma  quella stessa Consapevolezza, se osservata dal punto di vista della mente che è alla base della conoscenza-ignoranza empirica, produce il miraggio di nome e forma in cui la mente s'identifica…
Adi Shankaracharya (788 – 820 d.C.) è quel grande sapiente, saggio e santo che ristabilì in India la dottrina Advaita (Non Duale) che per un periodo era stata negletta a causa della propagazione del buddismo, del jainismo e di altri culti. Adi significa “originario” Shankara è uno degli epiteti di Shiva ed Acharya sta per “maestro”. I suoi commentari originali sulle Upanishad, sulla Bhagavad Gita e sui Brahmasutra riportarono in luce le profonde implicazioni spirituali dell’Advaita che stava stagnando anche in seguito ad una pratica religiosa ortodossa e superficiale (in auge a quel tempo), sostenuta dalla casta sacerdotale brahmina. 

Egli, nella sua pur breve esistenza, reintegrò il vero significato del Vedanta rendendolo inoltre comprensibile alle masse e confutando le formali dottrine buddiste (mahayana, etc.) che pian piano uscirono dalla consuetudine religiosa dell’intera India. Egli fondò inoltre quei “maths” (istituti spirituali) posti alle cinque direzioni, di cui i capi spirituali portano il suo nome. Al nord a Badrinath, nel sud a Kanchi, nell’est a Puri, nell’ovest a Dwarka ed al centro a Sringeri. In ognuno di questi monasteri c’è un maestro che deriva la sua autorità da uno dei principali discepoli di Adi Shankaracharya.

Shankara, dicevamo, è uno degli appellativi di Shiva. Shiva dal punto di vista tradizionale viene considerato l’aspetto della Trinità preposto alla distruzione. Ma tale distruzione comprende anche l’ego, o l’ignoranza, ovvero quell’identità separata che impedisce all’uomo di riconoscersi Uno con l’Assoluto. Perciò Shankara sta a significare “favorevole, propizio” . Egli è l’Assoluto stesso, l’amore indicibile che sorge dal principio “Io” privo da ogni identificazione, la pura consapevolezza di Sé (in sanscrito Atman). Shiva viene anche definito: “Satyam-Shivam-Sundaram” cioè Vero, Auspicioso e Incantevole.

Shankaracharya viene considerato uno dei massimi esponenti del Nondualismo, (in Sanscrito: Advaita) che è l’espressione più sottile e “scientifica” del pensiero spirituale umano. Agli effetti pratici non può essere definita una filosofia, in quanto si pone “prima” ed “aldilà” del pensiero, quindi non potrà mai divenire un argomento di studio o di dibattito. Il Non-dualismo è stato intelligentemente rappresentato da uno dei suoi più recenti fautori, Sri Poonja di Lucknow (detto Papaji), con queste parole: “Immagina l’Uno non seguito dal due e poi abbandona il concetto stesso di Uno”. Non è possibile alcuna speculazione mentale su quanto viene significato con questa netta e assoluta indicazione della realtà.

La concezione Non-duale si affaccia sulla scena del pensiero umano già cinquemila anni fa, nelle ultime porzioni dei Veda (Vedanta) dette Upanishad, in cui si afferma: “Dall’Uno sorge l’Uno, se dall’Uno togli l’Uno solo l’Uno rimane”. Nel VI° secolo a.C. la civilizzazione Indiana è preda di depressioni empiriche e matematiche, in quel periodo vennero accantonate le sottigliezze vedantiche e sostituite da formalismi rituali, teismi e sofismi di vario genere, per questo motivo la venuta del Buddha segnò un rifiorire dell’autentico spirito nel tentativo di superare il materialismo spirituale.

Avvenne così che la dottrina Buddista della “sunyata” (vacuità o vuoto), in cui si nega la sostanza ed il valore alle forme e alle manifestazioni del mondo, riportasse l’attenzione al percipiente. La descrizione dell’esistenza empirica come origine e fonte della sofferenza restituì stamina ed impeto alla realizzazione del puro spirito, ma già nel V° secolo d.C. le diatribe interne ai vari sistemi Buddisti andavano deteriorando la pulizia dell’insegnamento originario del Buddha.

Ed è proprio in quel contesto storico che apparve sulla scena il grande saggio Adi Shankaracharya, che fin da giovanissimo iniziò a riportare la società induista verso la comprensione dell’Uno senza un Due. Lo fece indicando la pratica spirituale quotidiana della rinunzia alle forme pensiero dualistiche: “Neti…Neti” (non questo… non questo). Il grande movimento che ne nacque è ancora vivo e vegeto ed ha quindi prodotto innumerevoli saggi che si riferiscono a questa linea.

Non si può affermare che il Nondualismo possa venir perfezionato, ma per quanto concerne il modo descrittivo possiamo dire che questa affermazione è appropriata nel caso di Ramana Maharshi, il saggio di Arunachala, la solitaria montagna sacra del Tamil Nadu, ove egli visse in ritiro permanente nella prima metà del secolo scorso. Ramana è universalmente riconosciuto come il divulgatore dell’Advaita Nondualista oltre i confini dell’India. Egli, nella strofa X del suo ‘Quaranta Versi sull’Esistenza’ così afferma: “Non vi è conoscenza separata dall’ignoranza, non vi è ignoranza separata dalla conoscenza. Di chi sono questa conoscenza e quest’ignoranza? Vera Conoscenza è quella che conosce la coscienza che conosce, che è il principio base”.

Secondo l’esperienza di Ramana, non vi è alcuna separazione, e tutto perciò viene ricondotto al Sé. Questa sublime espressione della Coscienza che conosce se stessa è stata susseguentemente spiegata, in modo raffinato e culturalmente accettabile per la nostra mente speculativa, dal saggio Indiano Nisargadatta Maharaj, il quale nella sua estrema semplicità descrittiva si limitò ad affermare: “Io sono Quello”. Nella diretta realizzazione del Sé non esistono descrizioni che possano adeguatamente trasmettere questa ineffabile esperienza, ed è per questo che il diniego o rifiuto di ogni assunzione e proposizione spirituale fu la caratteristica di un ultimo campione della linea, e cioè U.G. Krishnamurti – il santo che negava ogni santità che fosse altra dallo stato puro della consapevolezza – esclamando: “le mie parole sono come il raglio di un asino… esiste solo la vita che meravigliosamente compie il lavoro”. Con ciò segnalando il punto finale di “non ritorno” al dualismo empirico.

Molte le storie che potrei ancora raccontare sull’esperienza Advaita ma voglio tornare all’insegnamento di Shankaracharya, e passo alla traduzione del canto che, secondo me, più rappresenta l’insegnamento del grande Maestro, esso si chiama Nirvanasatkam, ovvero:

Sei strofe sulla salvezza

Io non sono né la mente cosciente né quella inconscia,
non l’intelletto né l’ego,
né le orecchie o la lingua, né i sensi dell’olfatto, vista o tatto,
e nemmeno l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua o la terra.
Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva.

Io non sono il prana o le cinque arie vitali,
né i sette componenti del corpo, né le cinque guaine o corpi.
Non la parola, né le mani od i piedi, non l’ano né l’organo sessuale.
Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva!

Neppure sono avversione od attaccamento, avarizia o illusione.
Non arroganza né il sentimento di gelosia, nulla di tutto ciò.
Né rettitudine, ricchezza o piacere sono miei.
Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva!

Io non sono la virtù né il vizio, né godimento o dolore.
Non sono la preghiera né il luogo sacro, non sono le scritture né i sacrifici.
Io non sono il cibo, né chi lo mangia, né l’atto di mangiarlo.
Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva.

Non la morte, né il dubbio, né il senso di classe,
nemmeno il padre, la madre o questa nascita mi appartengono.
Io non sono fratello o amico, neppure maestro o discepolo, veramente.
Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva.

Io sono senza pensiero, senza forma, io sono onnipervadente,
sono ovunque, eppure sono oltre in tutti i sensi.
Io non sono né il distacco né la salvezza, nulla che possa misurarsi.
Io sono Coscienza e Beatitudine. Io sono Shiva! Io sono Shiva!

Om Namah Shivaya. Possa Shiva (il Sé) illuminare la mente di chi legge!

Altro inno composto da Shankaracharya  è lo Shiva Manasa Puja, questo  inno, che dal 1973 canto ogni sera prima di addormentarmi.  ha una tale potenza da purificare completamente la mente del recitante.

E' un inno dalla musicalità molto delicata, è un elenco di azioni rituali, è una visione della Bhakti, il non-pensiero devozionale che ci rende Bacchi, secondo la fulminea intuizione di Danielou, il Bhakta è il Bacchos, colui che è posseduto dal divino entusiasmo,  sereno e con dolcezza consapevole del proprio Sé.

Secondo Adi Shankaracharya: "La realizzazione del Sé è sempre presente"

Sé, Self in inglese, è lo spirito che tutto compenetra, nell'advaita si definisce Brahman od Atman o Paramatmam. 

Una precisazione: allorché si parla del Sé già siamo in uno stato di dualità. Come dice Lao Tzu: il Tao che può esser detto non è il vero tao. Dal punto di vista concettuale, quindi con una descrizione all'interno della mente duale, il Sé rappresenta l'assoluta consapevolezza non consapevole di sé, ovvero l'Assoluto uno senza secondo. 

Il sé individuale (ego) è il riflesso nella mente di quella consapevolezza. E qui si chiede cosa è la mente? E' quel potere di riflessione che consente al Sé di manifestarsi nelle infinite forme (Maya o Shakti. - Tempo spazio energia). Siccome il riflesso delle immagini manifestate ha come substrato il Sé, si può dire -come diceva Shankaracharya- che il mondo è irreale se visto come separato dal Sé, ma diviene reale se visto come il Sé. Il realizzato non è quindi una persona ma è il Sé, Come un qualsiasi personaggio del sogno al momento del risveglio smette di esistere in quanto "individuo del sogno" e si risveglia come il soggetto sognatore. La similitudine è imperfetta... come detto sopra.... 

La Realizzazione quindi non è altro che risvegliarsi alla propria vera natura, essendo sempre stati quel Sé.

Paolo D'Arpini

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Comitato per la Spiritualità Laica

"Siamo tutti sempre in pericolo..." - Osho confida il segreto per trascendere il pericolo


The Whispered Transmission | Osho News

IN TEMPI DI CRISI PUOI FARTI PRENDERE DAL PANICO O USARE L’OPPORTUNITÀ PER VIVERE PIÙ PIENAMENTE E SVEGLIARTI! OSHO DICEVA QUESTE COSE IN OCCASIONE DI UNA GROSSA CRISI PLANETARIA DI QUALCHE ANNO FA, MA SONO PERFETTE ANCHE OGGI.

Domanda: Amato Osho, il recente disastro nucleare di Chernobyl rende dolorosamente chiaro quan­to tutto sia fragile e mortale. I miei genitori, mio figlio, mio fratello, mia sorella, i miei amici e le persone che amo, sono tutti in pericolo. È difficile per me immaginare che esista qualcosa oltre il momento presente...

Osho: Le catastrofi ti rendono consapevole della realtà così com’è. È sempre fragile, siamo sempre tutti in pericolo. Solo che normalmente sei così addormentato che non te ne accorgi: continui a sognare, immaginando le cose belle che accadranno nei prossimi giorni, nel futuro. Ma nei momenti in cui il pericolo è imminente improvvisamente ti accorgi che potrebbe non esserci un futuro, un domani, e che questo è l’unico momento che hai.

Quindi le catastrofi sono molto rivelatrici. Non portano nulla di nuovo nel mondo, ma semplicemente ti rendono consapevole del mondo così com’è, ti svegliano. Se non lo capisci, puoi anche impazzire; se lo comprendi, puoi svegliarti.

Dipende da come usi il momento: puoi farti prendere dal panico, puoi impazzire, puoi cedere alla paura, scoppiando in lacrime, ma non sarà di alcun aiuto alla tua famiglia, ai tuoi amici o ai tuoi cari. E non sarà di alcun aiuto neanche a te.

Questo disastro nucleare ha semplicemente creato una situazione in cui chi ha un po’ di intelligenza può iniziare a dedicare sempre più tempo alla meditazione, perché il domani è davvero incerto. È sempre stato incerto, ma ora è più incerto che mai. Questo disastro potrebbe anche essere solo l’inizio di una catena di catastrofi, perché nessuna di queste centrali nucleari è intrinsecamente sicura. Ma è possibile utilizzare questo momento come una grande opportunità.

Siamo tutti sempre in pericolo.

Conoscete il vecchio detto: “Non chiedere mai per chi suona la campana, suo­na sempre per te”. Quando qualcu­no muore, la campana della chiesa in­forma l’intero villaggio. Ma non chie­dere mai per chi suona la campana: suona sempre per te. Chiunque sia il morto, in questo momento... ogni mor­­te è la morte, perché ogni morte ti ricorda che non rimarrai qui per sempre. Ogni morte è una possibilità di risveglio. Prima che la morte arrivi, sfrut­ta l’opportunità della vita per raggiungere qualcosa che sta oltre la morte.

È inutile preoccuparsi, perché ti lascerai semplicemente sfuggire questo mo­mento e questo non gioverà a nessuno. Non solo i tuoi genitori, i tuoi amici e i tuoi cari sono in pericolo: tutto il mondo è in pericolo. Qualcuno è in pericolo oggi, qualcun altro sarà in pericolo domani, ma il pericolo c’è.

Quindi, impara il segreto… come trascendere il pericolo.

Il segreto è iniziare a vivere con più pienezza, con più totalità. Sii più attento, in modo da trovare dentro di te qualcosa che è irraggiungibile per la morte. Questo è l’unico rifugio, l’unica sicurezza, l’unica certezza. E se vuoi aiutare i tuoi amici e la tua famiglia, fa’ sì che anche loro prendano coscienza di questo segreto.

Ciò che è accaduto succederà ancora, perché ci sono così tanti impianti nucleari, anche in paesi sottosviluppati che non hanno nemmeno le competenze tecniche, che tecnologicamente sono ancora all’età della pietra, vivono ancora quasi come due o tremila anni fa. Ci saranno altri disastri. Questo è solo l’inizio.

Usa questa opportunità per essere sveglio, è tutto ciò che puoi fare, non c’è nient’altro.

Il pericolo è grande, ma visto che la vita stessa è sempre nella morsa della morte, è una buona occasione per diventarne consapevoli. A quel punto quando muori non c’è tristezza, nessuna infelicità e ti trasferisci semplicemente da questo corpo a un altro, o se ti illumini... un’improvvisa consapevolezza della morte può portarti all’illuminazione. Vi racconto una storia.

Eknath, bellissimo maestro e poeta, viveva in un tempio di Shiva. Era una persona molto indipendente. Il suo re era ateo, veramente razionale e polemico. Tutti i suoi studiosi e saggi si erano stancati di cercare di convincerlo dell’esistenza di dio, sembrava impossibile... quindi alla fine gli dissero: “Vai da Eknath. È l’unico che forse può riuscirci”.

Il re ci andò sotto mentite spoglie. Arrivò al mattino, alle 9, e Eknath dormiva profondamente. Il re disse: “Mio dio! Questo dovrebbe essere il mio maestro?”, perché di solito quelli che credono in dio, e in particolare i santi, si svegliano prima dell’alba. Mentre lui dormiva alle nove! Non solo, le sue gambe toccavano lo Shivalinga, la statua fallica di Shiva. Il re pensò tra sé e sé: “Nemmeno io posso toccare lo Shivalinga con i piedi. Anche se razionalmente penso che non esista alcun dio, in fondo ho paura… chi lo sa? Potrebbe esistere. Quest’uomo sembra fuori di testa e quegli idioti della mia corte mi hanno mandato qui”.

Aspettò. Eknath si svegliò e gli chiese: “Allora, per cosa sei venuto?”.

Il re rispose: “Sono venuto per capire se dio esiste o no, perché secondo i miei ragionamenti sembra che non esista. Ma il mio popolo, gli amici, la famiglia… tutti ci credono e volevano che ti incontrassi”.

Eknath disse: “Mostrami la tua mano”.

Il re pensò: “Quest’uomo sembra davvero pazzo! Che cosa ha a che fare la mia mano con dio?”.

Eknath guardò la mano e disse: “Di dio possiamo discutere più tardi... ma nel giro di sette giorni morirai. Dovevo dirtelo come prima cosa, perché la mia memoria non è molto buona, avrei potuto dimenticarmelo. La linea della vita è esaurita, ti restano al massimo sette giorni. E ora possiamo discutere”.

Ma il re non era più pronto a discutere, aveva paura di morire e stava già scendendo i gradini del tempio.

Ek­nath chiese: “Ma dove vai?”.

Il re disse: “Ora non c’è più bisogno di alcuna discussione. Non ho tempo! Solo sette giorni! Non posso sprecarli in una discussione”. Solo pochi istanti prima sembrava così forte ed ora, mentre scendeva i gradini, tremava. Solo sette giorni!

Arrivò a casa e disse: “Non so che genere d’uomo sia, ma è un grande chiromante, questo è certo. Ha dichiarato che tra sette giorni morirò. Mi ha mostrato la linea della vita, sta finendo, ne resta solo un pezzettino!”.

E visto che stava per morire, iniziò a prepararsi alla morte. Non avrebbe più lavorato. Si sdraiò e si fece debole e pallido. Arrivarono tutti i suoi parenti. Mol­te famiglie reali erano imparentate, quindi fu un grande raduno. Il re di­ventava ogni giorno più debole: la sua voce si era fatta fioca, i suoi occhi erano distanti. E Eknath aveva detto: “Il settimo giorno, mentre il Sole tramonta… finito! Quello è il tuo termine!”. E prima del tramonto l’intera famiglia piangeva, i parenti piangevano.

Eknath arrivò. Chiese: “Cosa succede? Perché tante lacrime?”.

Dissero: “ Il nostro re sta morendo”.

Eknath disse: “Vorrei vederlo”. Andò dal re, lo scosse e disse: “Svegliati e guardami, era solo uno scherzo! Non so nulla di chiromanzia e persino la linea che ti ho mostrato non è la linea della vita. Ho chiesto a dei chiromanti e mi hanno detto: ‘Dovresti almeno conoscere le linee esatte!’. Non morirai. Ora svegliati, siediti con me, e possiamo discutere la domanda che eri venuto a pormi”.

Il re disse: “Ora non c’è più bisogno di discutere. Dio non importa. Ma in questi sette giorni mi sono reso conto che ciò che conta... con la morte così vicina non potevo rimanere addormentato… è che dovevo essere sveglio. Non potevo sprecare il mio tempo in pensieri inutili. Ho dovuto guardare i miei pensieri in modo che potessero scomparire… e sono scomparsi. Avevi ra­gione: al tramonto – il Sole stava tramontando – l’uomo che era venuto a chiedere è morto davvero, io sono un uomo totalmente nuovo. Dio o non dio... non è più una mia preoccupazione. Ora ho una dimensione completamente nuova nel mio essere, conosco la mia immortalità, conosco la mia divinità. Che m’importa di un dio qualsiasi? L’intera esistenza è divina.

Il tuo scherzo ha davvero funzionato, ma hai degli strani modi di lavorare. Potevi uccidermi davvero. Se non fossi stato abbastanza attento, esattamente al tramonto sarei morto. Era così certo che non avrebbe potuto essere altrimenti. Ma in senso metaforico è vero: il vecchio uomo è morto e io sono un uomo nuovo. E non ho alcun problema con dio, che esista o non esista…”.

Eknath disse: “È vero, questa è la vera religiosità”.

E il re aggiunse: “Ora posso capire che un uomo come te dorma fino a tardi, fino alle nove, e appoggi i piedi sulla testa di Shiva. Ora non c’è problema, posso capire. Se senti la tua divinità, allora una statua è solo una pietra e non si pone la questione di svegliarsi prima dell’alba. Quando ti svegli, è l’alba. Diventi spontaneo, naturale”.

Quindi si tratta solo di come usare tutto, qualunque cosa sia. Usala nel modo giusto. Il disastro è grande, il pericolo è grande, ma grande è anche l’opportunità.
The Path of the Mystic: In Search of the Ultimate Freedom: Osho ...

Brano tratto da: Osho, The Path of the Mystic 

Dall’io al Sé



Io (psicologia) - Wikipedia



Natura dell’io
L’abitudine ha, o implica, una natura doppiamente interessante. Questa, è tanto ignota, o misconosciuta, quanto rivoluzionaria. Mi riferisco alla concezione comune dell’abitudine che le persone adottano nel concepire e definire se stesse e la realtà; per avere a che fare con il previsto a discapito dell’orrifico ignoto.

«Sul modello tecnico che ricalca l’esigenza del “tutto calcolabile”, le cose tendono sempre più a perdere la loro specifica valenza per consegnarsi alla mesta equivalenza della regola, che in modo univoco e prestabilito codifica il significato di tutto».
Enrico Grassani, L’altra faccia della tecnica. Lineamenti di una deriva sociale prodotta e subita dall’uomo

Quella comune concezione è un’adozione di tipo dogmatico: l’abitudine, il suo significato, non è mai in discussione, se non per aggiornarla o sostituirla con un’altra formalmente diversa ma, sostanzialmente identica in quanto a potere su di noi.
È proprio questo aspetto – il potere esercitato su di noi di un’abitudine o di una consuetudine – che è segreto a molti.
La cosa è culturalmente, e ancor più evolutivamente, interessante.
Lo è in quanto entro le abitudini esistiamo ed esiste la realtà. Fatto salvo uno spettro limitato già previsto, l’abitudine stessa, noi e realtà ci appaiono definitive e irrevocabili. Che lo spettacolo della realtà ci sia offerto dal presunto fuori di noi o si proietti direttamente al nostro interno non sposta il peso della questione.

«La realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale».
Guy Debord, La società dello spettacolo

La psicopatologia è una forma di esaurimento del mondo entro la propria idea. In essa, le ossessioni, forme-pensiero o egregore sono vera realtà oggettiva, tangibile, vera a tutti gli effetti. La sua terapia consiste nella presa di coscienza che si tratta di una nostra creazione. Se la cura ha effetto le forme-pensiero svaniscono e l’assunzione di responsabilità della propria condizione ha spazio per ridurre o eliminare la sofferenza precedente. L’io che si sentiva in dovere di lottare per qualcosa o contro qualcos’altro, non si sente più minacciato e le relazioni migliorano.

«Ogni volta che si adotta l’atteggiamento secondo il quale abbiamo un accesso privilegiato a una realtà indipendente, come accade costitutivamente nel percorso esplicativo dell’oggettività …: o si è con qualcuno o si è contro».
Humberto Maturana e Ximena Davila, Emozioni e linguaggio in educazione e in politica

Ma, anche entro l’ambito della cosiddetta normalità, l’inconsapevolmente creazione del mondo comporta l’esistenza di una realtà oggettiva, fuori, in attesa di noi, nella quale ci spostiamo come un’entità mobile e indipendente entro un plastico.
Tanto in situazione patologica quanto nell’ordinaria, ancora fa perno l’autoreferenzialità. Questa, come tale, crea dipendenza e ci fa esistere entro il legame che essa comporta. Nessuna differenza sostanziale si può trovare rispetto alle dipendenze da sostanze assuefanti.
Tutto ciò comporta una cultura nella quale – nuovamente inconsapevolmente – traiamo conforto. Vale per tutti e piuttosto profondamente.

«… gli scienziati troppo facilmente stimano il loro modo di pensare come il modo naturale di pensare le cose, mentre le vedute degli altri, in quanto differiscono dalle loro, sarebbero falsate dalle dottrine filosofiche preconcette e infondate, che la scienza imparziale deve evitare».
Paolo Calabrò, Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne

«La fisica classica partiva dalla convinzione — o si direbbe meglio dall’illusione? — che noi potessimo descrivere il mondo, o almeno delle parti di esso, senza alcun riferimento a noi stessi».
Werner Heisenberg, Fisica e filosofia

Ma dire cultura non basta più. È necessario impiegare il concetto di mente e del suo potere. Un’entità metafisico-reticolare che agisce sui suoi stessi generatori, senza però corrispondere alla loro somma. È l’intento che questi esprimono attraverso i sentimenti e i pensieri che genera la mente. Un ciclone dal quale non è possibile esonerarsi dal donare le proprie forze, se non a mezzo di un percorso evolutivo di emancipazione. Le aberrazioni compiute da individui su individui, perché sembrava normale, come è avvenuto e avviene, esprimono il potere della mente.

«Era facile essere presi dal proprio ego, ma se si riusciva ad ottenere almeno qualche grado di libertà da esso, si cominciava ad ascoltare e il linguaggio cominciava a cambiare; e allora, ma solo allora, si potevano dire cose nuove».
Humberto Maturana e Francisco Varela, Autopoiesi e cognizione

Prendere consapevolezza del potere coercitivo che le abitudini esercitano nei confronti della nostra evoluzione verso un’intelligenza non egoica riguarda il secondo aspetto interessante.
Riguarda la sua potenzialità rivoluzionaria. Il cambiamento però, non si realizza nel momento della presa di coscienza di come l’abitudine escluda l’accesso all’infinito. Essa, infatti, implica un campo esistenziale limitato a se stessa.
Piuttosto, il passaggio evolutivo si compie con un ulteriore movimento. Ovvero, attraverso l’evidenza che ciò che chiamiamo io – entità alla quale crediamo di corrispondere – non è che un’incastellatura di consuetudini e, nuovamente, di abitudini con le quali tessiamo una rete di valori, di morali e di significati, a loro volta indispensabili per guidare noi stessi nella vita.

«Ma critica è anche, ha scritto Foucault …. conoscenza del limite e ricerca di un suo superamento, tentativo di cogliere “nella contingenza che ci ha fatto essere ciò che siamo, la possibilità di non essere più, di non fare più o di non pensare più quello che siamo, facciamo o pensiamo”. La critica della vittima non può essere fatta dall’esterno».
Daniele Giglioli, Critica della vittima

Armati di quell’intelaiatura che corrisponde all’io – per i più forti, razionalisticamente ben controventata – ci battiamo con senso del dovere nel campo della vita per discernere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato. Fino a uccidere e a farci uccidere.
Con la stessa modalità è autopoieuticamente [che si genera da sé] organizzato il sistema. Sarà lui, con i suoi livelli superiori, a confortarci se perdiamo (terapia) e a esaltarci se vinciamo (premio).
Tuttavia sul ristretto campo di gioco o di battaglia dell’ego restano sempre e solo cadaveri di due tipi: vittime e sopravvissuti. Nella schizofrenia egoica, il loro ruolo si alterna. A chi tocca di restare, tocca anche il peso del senso di colpa o la mortificazione di una vita.
Compiere azioni all’esterno, svincolate dalle modalità sistemiche, non è concesso e comporta ammonimento e punizioni da parte della mente e frustrazione da parte nostra. Il super-io ci controlla anzi, controlla l’io.

«Un sistema vivente è autopoieutico in quanto si autoproduce: esso non può essere caratterizzato in termini di input e output, nessuna delle sue trasformazioni può essere spiegata come una funzione degli stimoli del suo ambiente; esso si modifica in base alla sua organizzazione, allo scopo di conservare costante la sua organizzazione stessa […]».
Humberto Maturana e Francisco Varela, Autopoiesi e cognizione

Se da un lato non è opportuno biasimare chi, inconsapevolmente, vede coincidenza tra consuetudini/abitudini e giusto, dall’altro non si può non vedere dove ci condurrà l’esplorazione in noi stessi, una volta nella consapevolezza della struttura dell’io. Le parole per narrarla corrispondono a quanto accade per un ritmo, una danza. Ad ogni istante conosciamo già con quale realtà avremo a che fare l’istante dopo. Una realtà o un ritmo dal gusto secondo la sola ricetta che abbiamo conosciuto. L’imprinting ci dà alcuni codici che crediamo i soli esistenti ma, come tutti i bimbi non sospettosi che prima di loro si andasse al pozzo a prendere l’acqua, così noi ci comportiamo partendo dai rubinetti dell’io.

«Ora striduli ora soporiferi, i media penetrano a forza nella comune, nel villaggio, nell’azienda, nella scuola. I suoni prodotti dagli autori e dagli annunciatori di testi programmati stravolgono di giorno in giorno le parole della lingua viva facendone tanti blocchi di frasario per messaggi prefabbricati. Oggi solo chi è tagliato fuori dal mondo oppure l’anticonformista ricco e ben protetto può far giocare i propri bambini in un ambiente dov’essi sentano parlare persone anziché divi, annunciatori o istruttori. In ogni parte del mondo si vede dilagare questa disciplinata acquiescenza che caratterizza lo spettatore, il paziente e il cliente. Aumenta rapidamente la standardizzazione del comportamento umano».
Ivan Illich, Disoccupazione creativa. Un nuovo equilibrio tra le attività svincolate dalle leggi di mercato e il diritto d'impiego

Una delle successive liberazioni si verifica nel riconoscere come quell’infrastruttura, che avevamo creduto essere noi stessi, abbia una vita sua propria. Si alimenta di tutto ciò in cui crediamo, dunque dell’energia che mettiamo in campo, necessaria per perpetuare la vita secondo le nostre convinzioni. È una specie di scimmia sulla schiena che ci incita a ripetere il noto, fino alla morte.

Contenido Cero: La conciencia testimonial

Il passo liberatorio si compie quando ci accorgiamo di vedere, interpretare e sapere attraverso filtri infrastrutturali, della rete di abitudini e consuetudini, tutti necessari alla rete stessa, alla sua sopravvivenza, al suo dominio. Vediamo allora negli altri come l’io divenga vampiro. Lo vedremo poi anche in noi stessi attraverso una specie di salto di livello. Un punto dal quale sarà evidente che gli altri sono dei noi in altra forma, tempo e spazio.

«La consapevolezza, o la coscienza, è infatti l’unico elemento che la maggior parte degli psicoterapeuti al giorno d’oggi riconosce come motore essenziale della trasformazione. Avere consapevolezza dei nostri processi significa portarli sotto il nostro controllo, renderli nostri».
Claudio Naranjo, Viaggio di guarigione. Il potenziale curativo della terapia psichedelica

Natura del sé
«C’è una quantità di persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminino ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di là di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Sono nel mondo soltanto provvisoriamente e presto ritorneranno al pleroma da cui hanno avuto inizio. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo; sono sospesi per aria, sono nevrotici che vivono una vita provvisoria.
[…] Bene, nascere è importantissimo; si deve venire in questo mondo, altrimenti non si può realizzare il Sé, e fallisce lo scopo di questo mondo. Se questo succede, semplicemente si deve essere ributtati nel crogiuolo e nascere di nuovo.
[…] Vedete, è di un’importanza assoluta essere in questo mondo, realizzare davvero la propria entelechia, il germe di vita che si è, altrimenti non si può mai mettere in moto Kudalinī e non ci si può mai distaccare.
[…] Se invece si entra in contatto con la realtà in cui si vive, vi si rimane per diversi decenni e si lascia la propria impronta, allora può avviarsi il processo impersonale. Vedete, il germoglio deve sbocciare dalla terra, e se la scintilla personale non è mai entrata nella terra, da lì non uscirà nulla, non ci saranno né Linga né Kudalinī perché si è ancora nell’infinità che c’era prima».
Carl Gustav Jung, La psicologia del Kundalini-Yoga

Ma l’incastellatura dell’ego dove appoggia?
La sua struttura si erge intorno al sé, la vera sede di noi stessi, e la nasconde proprio a noi.

«Poiché l'ego è solo il centro del campo della mia coscienza, non è identico alla totalità della mia psiche, ma è solo un complesso tra gli altri complessi. Pertanto distinguo tra l'ego e il Sé, in quanto l'ego è solo il soggetto della mia coscienza, mentre il sé è il soggetto della mia psiche totale, quindi anche dell'inconscio».
Carl Gustav Jung, Libro Rosso o Liber Novus

Essere giunti al cospetto del sé, essere in relazione al sé, muoversi nella vita nel rispetto del sé invece che nelle inconsapevoli egoiche coercizioni delle abitudini e delle consuetudini tende a fare di noi uomini in equilibrio, creativi, forti, invulnerabili.

«L’uomo, l’essere che era destinato ad essere magico, non lo è più. Si è ridotto ad un banale pezzo di carne. Non ci sono più i sogni degni dell’uomo, ma ci sono solo i sogni di un pezzo di carne: triti, convenzionali, stupidi».
Marco Baston, Disperdere il suggeritore. Come affrontare i voladores

Quell’uomo tende a permettere ulteriori stati evolutivi.
La relazione con il proprio sé tende ad essere mantenuta in numero crescente di emozioni se l’emancipazione nei confronti dell’io si è compiuta. Viceversa, l’oscillazione tra il sé e l’io tende a grandi escursioni se l’ambiente in cui viviamo è poco favorevole. In un contesto di vita più opportuno, l’ampiezza del dentro e fuori si riduce fino all’equilibrio.

«Il Sé potrebbe essere caratterizzato come una specie di compensazione per il conflitto fra l’interno e l’esterno […]. Pertanto esso è anche la meta della vita, perché è la più perfetta espressione della combinazione fatale che si chiama individuo […]. Quando si riesce a sentire il Sé come un irrazionale, come un ente indefinibile, al quale l’Io non è né contrapposto né sottoposto ma pertinente, e intorno al quale esso ruota come la terra intorno al sole, allora la meta dell’individuazione è raggiunta».
Carl Gustav Jung, Libro Rosso o Liber Novus

È però da precisare che la prima e sola responsabilità di quell’oscillare è in noi. Come per le abitudini, diveniamo consapevoli che abbracciarle o liberarcene abbia il connotato di una semplice scelta, altrettanto per mantenere una condotta a nostra misura, a misura del sé, non imputiamo più responsabilità a fattori esterni. Questi, in contesto evolutivo, costituiscono sempre e solo informazioni sui nostri punti deboli, di vulnerabilità fisica e psichica. Seguitare a vederli come responsabili del nostro comportamento e stato spegne la luce che ci gettavano in aiuto. Un lume che si attiva ad ogni nostra depressione o esaltazione, malessere o euforia.

«Lo so da molto tempo. Ma non riuscivo a comprendere la ragione per cui sprofondavi sempre più nel fango dopo esserne faticosamente, e tormentosamente, emerso. E poi, a poco a poco, a tentoni e osservando prudentemente, scopersi ciò che ti rende schiavo: TU STESSO SEI IL TUO AGUZZINO! Nessuno, se non tu stesso — questa fu la risposta — è colpevole della tua schiavitù. Non altri, ti dico!»
Wilhelm Reich, Ascolta piccolo uomo

«Jung è arrivato a capire che il Sé rappresenta l'obiettivo dell'individuazione [del Sé. NdR] e che il processo di identificazione [col Sé. NdR] non consente un percorso lineare [Causa-effetto/logico. NdR], ma consiste in una sorta di circomambulazione del Sé. […] Il processo di individuazione è stato quindi concepito come un modello generale di sviluppo umano e la psicologia analitica, secondo Jung, mancando di un'adeguata guida nella società contemporanea, è stata chiamata a una funzione di orientamento vicario nella transizione della gioventù alla maturità».
Carl Gustav Jung, Libro Rosso o Liber Novus, dalla prefazione di Sonu Shamadasani

Raggiunto il sé, liberi dal cricetico ciclo desiderio-soddisfazione-desiderio – e dai suoi alienanti/frustranti degradi – forti del riconoscere i diversi mondi che ci creiamo attribuendo o assumendo la responsabilità del mondo stesso, diventa esplicito come questo scaturisca da noi.
Siamo i creatori della realtà.
È una consapevolezza che non avviene da sola e, da sola, non si compie completamente: richiede infatti anche quella della cosiddetta accettazione. Che nulla ha a che vedere con la passività.
L’accettazione comporta la cessazione di due nodali azioni egoiche. Una, è quella di investire la realtà con il nostro giudizio, per poi credere che quella caratteristica sia della natura di ciò che abbiamo osservato. L’altra, di sentirsi personalmente coinvolti (emozione e sentimento negativi) da ciò che, nuovamente a nostro giudizio, è o va, contro noi stessi.
Il processo dell’accettazione comporta che, dal dovercela fare, quale fonte di autostima, si possa passare al rispetto di sé, quindi di non alterazione dell’equilibrio a causa dell’insuccesso.
Così fa il calciatore che, pur sbagliando la facile occasione di segnare, non lascia spazio alle emozioni che alimenterebbero la distrazione (perturbazione) per la sua migliore prestazione successiva.
Così già facciamo noi in molte occasioni, senza magari cogliere che possiamo mutuare quell’intelligenza a tutte le circostanze della vita, anche e soprattutto le più penose.
Allora, nel sé, condizione che implica l’accettazione, si apre per noi una creatività senza pari. Diviene possibile riconoscere le ragioni dell’altro, se ne scorgono la dignità che contengono e la parità con le nostre.

«Ci sono livelli dell’esistenza in cui possiamo non soltanto comunicare con gli altri, possiamo diventare uno parte dell’altro».
Ervin Lazslo, Wolrdshift. Società, scienza e nuova realtà

Prendendo le distanze dalla occulta arroganza delle abitudini, fatti e circostanze della vita non sono più interpretati secondo l’importanza personale o l’orgoglio, ovvero secondo ciò (l’incastellatura) che crediamo di essere. Non divengono quindi perturbazioni, seppure anche positive, esaltanti. Ci lasciano nell’equilibrio, quindi nel pieno possesso di noi stessi, della nostra creatività e bellezza. Invece di trascinarci nei gorghi neri delle emozioni – esaltanti o deprimenti non fa differenza –, ci sfilano via come acqua sulla prora, ci lasciano nel benessere.
È questo, o anche questo, essere nel sé.





Politica
«Tutto il nostro vivere come esseri umani è in quanto tale politico, perché genera mondi, e i mondi che generiamo con il nostro vivere e convivere nascono dalle emozioni che fondano le risposte […] . Al tempo stesso, tutto ciò che facciamo nel nostro vivere e convivere come esseri umani sarà di per sé anche educazione, perché opererà sempre come formatore dei sentimenti dei giovani […] ».
Humberto Maturana e Ximena Davila, Emozioni e linguaggio in educazione e in politica

Se vogliamo cambiare, facciamolo. Guardiamoci come fossimo altro da noi e diciamoci di smettere certe dipendenze, certe abitudini. Decidiamo di metterci alla ricerca del nostro io, andiamo a vedere di che pasta è fatto. E se gli altri non faranno altrettanto, allora è tutto inutile, è un pensiero, una certezza, una formula magica che contiene le ragioni per mantenere l’inerzia, per restare al divano, per accontentarsi d’aver capito e magari considerarsi superiori a chi ancora non c’è arrivato. Ma, è anche vero che contiene il perché è opportuno mettersi in moto.
A noi la scelta.
E il lavoro per compierla.
Nessuno può sostituirsi a noi, a nessuno possiamo delegare un mondo migliore.

«Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scelta” o “punto di svolta”, ora sta a significare: “Guidatore, dacci dentro!” […] Ma “crisi” non ha necessariamente questo significato. […] Può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa».
Ivan Illich, Disoccupazione creativa. Un nuovo equilibrio tra le attività svincolate dalle leggi di mercato e il diritto d'impiego

«Noi esseri viventi siamo sistemi determinati dalla nostra struttura. Nessuno di esterno a noi può specificare quello che accade. Ogni volta che si verifica un incontro, quello che ci capita dipende da noi. […] Anche in una conversazione come questa, ognuno ascolta a partire da se stesso; e costitutivamente, in ragione del proprio determinismo strutturale, non può che ascoltare a partire da se stesso. Quello che sto dicendo è un’alterazione che scatena in ognuno di voi un cambiamento strutturale determinato in voi, E non in quello che dico e, pertanto, non da me che sono soltanto la contingenza storica nella quale voi vi trovate a pensare ciò che state pensando».
Humberto Maturana e Ximena Davila, Emozioni e linguaggio in educazione e in politica

La via, il percorso, è tutto. Non c’è il successo conclamato in attesa. Sarebbe una pretesa egoica, contro la quale non dovremmo più battagliare. Esiste solo l’impegno per percorrerla, ognuno a propria misura, quella del sé. Ognuno ormai con l’apertura alla gratitudine per ciò che è.

«Qualsiasi via è solo una via, e non c’è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nell’abbandonarla, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare… Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione. Provala tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda… Questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona. Se non lo ha, non serve a niente».
Carlos Castaneda in Fritjof Capra, Il Tao della fisica

«”Questa, si questa è ormai la mia via: e la vostra dov’è?“ così rispondevo a quelli che mi “chiedevano la via”. Poiché la via, la via non esiste!».
Friedrich Nietzsche, Così Parlò Zarathustra

«La via è in noi, ma non in dei, né in dottrine, né in leggi. In noi è la via, la verità e la vita. Guai a coloro che vivono secondo modelli! La vita non è con loro. Se voi vivete seguendo un modello, allora vivrete la vita del modello, ma chi dovrebbe vivere la vostra vita, se non voi stessi? Dunque vivete voi stessi […]. Imporre leggi, migliorare o rendere facili le cose è diventato un errore e un male. Ciascuno cerchi la propria via. La via ci porta all’amore vicendevole nella comunione. Gli uomini vedranno e sentiranno la somiglianza e la comunanza delle loro vie.
[…] Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. […] Credevo che la mia anima potesse essere l’oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. […] Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori. […] Se possediamo l’immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa. L’altra metà è la conoscenza che si costituisce nella relazione con l’immagine».
Carl Gustav Jung, Libro Rosso o Liber Novus

È questo il qui ed ora.
La formula è breve ma profonda. Implica infatti la libertà dal ruminante turbinio di pensieri. Una presenza che per sua natura impedisce il qui ed ora e complica le cose all’accettazione.

«Il linguaggio delle emozioni comporta un fluire ininterrotto di segnali e controsegnali, mentre il linguaggio della cognizione autocosciente traccia di continuo differenze, contorni, soglie di discontinuità».
Sergio Manghi, La conoscenza ecologica. Attualità di Gregory Bateson

Nel sé, siamo Uno. Nell’io, il molteplice, sinonimo di avere e di perdizione, subiamo. L’io ha da difendere, e da attaccare. Il sé no. L’io è settoriale, il sé è sistemico.

Anche il grande ego dell’Occidente, la sua cuspide d’intelligenza, la Scienza, così originariamente autoreferenziale, affermativa del vero definitivo, analitico-scompositiva dell’intero, dopo aver ridotto l’infinito a sola materia misurabile e cognizione, attraverso il suo cuore esploratore, con la meccanica quantistica, ha superato la realtà data per riconoscere quella creata.

«[...] è nella teoria dei quanta che hanno avuto luogo i cambiamenti più radicali riguardo al concetto di realtà. [...] Ma il mutamento del concetto di realtà che si manifesta nella teoria dei quanta non è una semplice continuazione del passato; esso appare come una vera rottura nella struttura della scienza moderna».
Werner Heisenberg, Fisica e filosofia

In ogni caso, sulla via del sé siamo soli, dare colpe agli altri della nostra solitudine o pretendere aiuto per la nostra difficoltà, sono fughe che riguardano il piccolo campo dell’ego, quello che all’inizio sembrava il solo esistente.

Lorenzo Merlo  - force@victoryproject.net



Bibliografia impiegata
Marco Baston, Disperdere il suggeritore. Come affrontare i voladores - Edizioni Intento, 2016, s.l.
Paolo Calabrò, Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne, Diabasis, 2011, Reggio Emilia
Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai 2004, Milano
Daniele Giglioli, Critica della vittima, Nottetempo, 2015, Roma
Enrico Grassani, L’altra faccia della tecnica. Lineamenti di una deriva sociale prodotta e subita dall’uomo, Mimesis, 2002, Cinisello Balsamo (Mi)
Werner Heisenberg, Fisica e filosofia, Il Saggiatore, 1961, Milano
Ivan Illich, Disoccupazione creativa. Un nuovo equilibrio tra le attività svincolate dalle leggi di mercato e il diritto d'impiego, Red, 2013, Cornaredo (Mi)
Carl Gustav Jung, La psicologia del Kundalini-Yoga, Bollati Boringhieri, 2004, Torino
Carl Gustav Jung, Libro Rosso o Liber Novus, Bollati Boringhieri, 2015, Torino
Ervin Lazslo, Wolrdshift. Società, scienza e nuova realtà, Franco Angeli, 2008, Milano
Sergio Manghi, La conoscenza ecologica. Attualità di Gregory Bateson, Cortina, 2004, Milano
Humberto Maturana e Francisco Varela, Autopoiesi e cognizione, Marsilio, 2012, Venezia
Humberto Maturana e Ximena Davila, Emozioni e linguaggio in educazione e in politica, Eleuthera, 2006, Milano
Carlos Castaneda in Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi, 1982, Milano
Claudio Naranjo, Viaggio di guarigione. Il potenziale curativo della terapia psichedelica, Spazio Interiore, 2016, Roma.
Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1976, Milano.
Wilhelm Reich, Ascolta piccolo uomo, Sugarco, 1973, Milano

“…non esiste altro Dio all’infuori di Sé”. Questa è la mia Fede

Sé Superiore – che cos'è e come contattarlo
Quando dico che “non esiste altro Dio all’infuori di Sé” non significa che oggettivamente io non riconosca l’esistenza di Dio e neppure che per me Dio sia una soggettiva presenza interiore. Nella mia definizione di Dio c’è sia il soggetto che l’oggetto. Ma la definizione elude l’Essenza, la vera sostanza.
Riconoscere la presenza di Dio non è conseguente ad un credere in quella presenza. La mia fede in Dio è la capacità di aver fede in me stesso. La coscienza e la consapevolezza di essere cosciente nutrono quella fede.
Dio esiste perché io esisto ed io esisto perché Dio esiste. La separazione è solo nelle parole, nella descrizione. Perciò -a questo punto- non serve rinunciare alla Fede, poiché la fede non è rivolta ad un qualcosa di separato da sé.
La fede è volontà, la fede è capacità di riconoscersi, la fede è verità intrinseca che spontaneamente sorge dall’interno. Senza fede non sarei in grado di sperimentare la fiducia in me stesso. Il mio Maestro è questa fede. Essere “se stesso” è come essere “quel che sono”. Non potendo mai essere altro, come Dio lo è in se stesso. Questa fede sempre mi accompagna, è la mia natura.
Questa conoscenza è una grande “liberazione” poiché mi affranca dal dover credere in un dio, nel senso di un creatore diverso da me, una sorta di padre situato al vertice di una burocrazia “celeste”.
Questo il sentire della Spiritualità Laica, il sentire del Tao e dell’Advaita. Se crediamo nel divino capofamiglia, restiamo bloccati in uno stato adolescenziale. Se il divino è un supremo governatore del mondo noi restiamo vittime e succubi di una autorità insondabile. Sia essa definita indifferentemente dio o demonio, destino o libera scelta, bene o male.
L’abbandono del credere non esclude però il mantenimento della fede. La fede è necessaria non perché ci siano forze a cui dobbiamo appellarci per ricevere favori od evitare castighi. La fede è coscienza di appartenere indissolubilmente a ciò che è.
Possiamo definirla Tao, Shakti, Sé… tutti aspetti meravigliosi del nostro Essere, sono i modi espressivi dell’Energia Vitale che consentono alle cose di manifestarsi, sono le metafore indispensabili per l’esperienza spirituale.
Se questa fede non viene scossa od esaltata perché accadono cose piacevoli o spiacevoli, se la fede non ha più bisogno di essere confermata, se non siamo più noi con i nostri sforzi a sostenere la fede, allora la maturità è raggiunta. Avviene spontaneamente che il senso di manchevolezza o di inadempienza scompaiano e restiamo in pace. Shanti.
Ma fino a quel punto, coltiviamo la nostra fede come dei bambini che coltivano il proprio crescere accettandolo.
Paolo D’Arpini
Circolo Vegetariano VV.TT. Calcata » Blog Archive » “…non esiste ...

Pitagora, primo vero “Cristo” vegetariano


L'ALIMENTAZIONE E GLI ILLUMINATI: PITAGORA E L'ALIMENTAZIONE.

Pitagora nasce a Samo, in Grecia, nel. 570 a.C e muore a Metaponto, Italia, nel 496 a.C. La più antica testimonianza sulla vita di Pitagora, che apprese i principi delle scienze matematiche da Egizi, Caldei e Fenici, ci viene da Porfirio nella sua opera “Vita di Pitagora”. Di Pitagora parlano molti grandi filosofi: Porfirio, Giamblico, Platone, Aristotele, Empedocle di Agrigento, Erotodo, Plotino, Diogene, Apollodoro, Aristosseno, Eraclide…

La dottrina pitagorica probabilmente deriva dai Bramani dal momento che molti sono i punti di contatto, anche se Egli stesso fa risalire ad Orfeo alcune suo teorie. Infatti tra orfismo e pitagorismo vi sono molti aspetti paralleli e storicamente provati. La regola suprema per gli orfici è l’astensione dalla carne legata all’idea della morte.

Alla base della proibizione dei cibi carnei c’è la credenza nella rinascita e di una parentela tra l’uomo e l’animale. A dire di Eudosso, Pitagora non solo si asteneva da esseri animati ma neppure si avvicinava mai a macellai e cacciatori a causa della sua assoluta idiosincrasia per il sangue e la morte. Egli cecrava lo stato di purezza assoluta, l’originaria condizione divina, la suprema perfezione, l’unione con Dio che si ottiene anche mediante pratiche rituali e l’astensione dalla carne: per Pitagora l’anima resta contaminata da un corpo impuro. Pitagora stabilisce il legame tra scienza e purificazione etico-religiosa, vede la scienza come ricerca di purificazione e di salvezza dell’anima.

Pitagora fu il fondatore della matematica, dell’astronomia, della musica ma anche della scienza medica diversi secoli prima di Ippocrate; fu l’originatore del sistema naturopatico di guarigione senza l’uso di medicine o operazioni (questo suo metodo venne poi adottato dai Terapeuti, setta di derivazione essenica dalla quale nacque e si sviluppò la prima cristianità. Il leader di questa setta neopitagorica del 1° sec. fu Apollonio di Tiana, considerato il Cristo dei greci).

Pitagora fu padre del vegetarismo e ispiratore dei maggiori scritti sull’argomento di autori celebri come Plutarco, Ovidio, Seneca, Leonardo da Vinci, Shelley, Wagner, Tolstoi, Platone, Aristotele, Epicureo, Porfirio, Lambicco, Proclo. A Crotone fonda la prima scuola di vegetarismo occidentale che durò circa 300 anni. Gli ultimi pitagorici sono vissuti intorno il 290-240 a.C.

Fu il più grande riformatore morale, educazionale, sociale e politico che la storia ricordi. Pitagora attinse molto dalle culture indiane legate al Brahmanesimo e ai Veda e a quelle di Zoroastro e fu faro per il mondo, simbolo di sintesi ideale tra le anime opposte dell’est e dell’ovest, l’anello mancante delle grandi religioni cristiana ed islamica.

Pitagora insegna il rigore, l’essenzialità, la frugalità, la sobrietà, la coerenza, la salute, l’amore, il vegetarismo. Era un profeta, un mostro di saggezza laica, capace di fare ombra ai credi religiosi del tempo e tuttora Pitagora rappresenta la parte migliore di noi. I suoi insegnamenti semplici e chiari sono tutti terribilmente validi e attuali. L’erudizione di Pitagora era frutto delle scuole iniziatiche egiziane, caldee, brahamaniste, druidiche, orfiche ed eleusiniane che aveva frequentato. In Egitto dove rimase per 22 anni studiò le sacre scienze di Hermes le quali preservavano le perdute conoscenze di Atlantide.

A Babilonia ebbe come insegnante Zoroastro, poi alle pendici dell’Himalaya ebbe come istruttori i brahmini di Krisnha. Andò spesso a Mileto a trovare Talete.

Pitagora fondò un’autentica religione basata sul vegetarismo e sul pacifismo, raccomandò una dieta non carnivora non soltanto per motivi di buona salute fisica, mentale e spirituale, non solo per benevolenza verso gli animali ma anche perché credeva che la violenza verso i più deboli portasse inevitabilmente ai conflitti tra gli esseri umani. Esortò politici e capi di stato ad astenersi dal mangiare carni insanguinate e a dare il buon esempio alle popolazioni. Diceva “Come potrete pretendere giustizia quando voi stessi sacrificate per crudele ghiottoneria o avidità degli esseri legati a noi da fraterna alleanza?”

Per Pitagora l’ignoranza è il più detestabile, biasimevole, empio e sacrilego degli umani difetti. Insegnava ad onorare i genitori ancora prima degli Dei. Insegnò che gli Dei ci sono grati non per le nostre offerte e le nostre preghiere ma per le nostre buone azioni. Si può dire sia stato il vero fondatore dell’ordine degli esseni, ovvero dei primi cristiani. La dottrina di Pitagora e quella di Licurgo re di Sparta, che imponevano il vegetarismo assoluto, prendevano spunto dall’oracolo di Delfi e dei Misteri di Orfeo.

Considerava la separazione dei genitori come la più grave disgrazia per i propri figli. Era per un governo scientifico di saggi e di filosofi che per la loro professionalità e moralità meglio sapevano quello che era necessario al popolo: prima che uno sia in grado di governare gli altri, diceva, deve saper governare se stesso.

Fu fondatore della scienza dell’educazione. Obiettivo principale era la formazione di un carattere morale dell’individuo “perché l’intelletto staccato dalla coscienza può essere una maledizione più che una cosa utile”. Fu il primo educatore dell’antichità ad ammettere le donne nella sua scuola con le stesse libertà e gli stessi diritti degli uomini. L’Utopia creata da Pitagora a Crotone era abitata da uomini e donne liberi e questo esercitò una grande influenza su tutta l’Italia: un esempio concreto, vivente e funzionale di città ideale.

Per Pitagora fondamentale era l’educazione dei giovani i quali oltre ad essere educati al regime vegetariano, dovevano astenersi dalle pratiche sessuali prima dei 20 anni. Il rapporto sessuale non dovrebbe mai avvenire per il solo piacere di accoppiarsi ma per specifico scopo di procreare ottimi bambini. Pitagora sosteneva che una dieta carnea produceva uomini dissoluti e violenti, oltre che causare una diminuzione del rendimento scolastico dei giovani, mentre una dieta vegetariana consentiva salute vigorosa nel corpo e nella mente.

“I consumatori di carne e pesce finiscono per cercare sfoghi in eccessi sessuali”. Alla domanda su quanto indulgere ai piaceri del sesso rispondeva: “Ogni qual volta vorrete rendere voi stessi più deboli. L’energia sessuale se conservata viene convertita in energia mentale e spirituale”.

Milo, filosofo-atleta pitagorico, la cui forza sovrumana lo rese famoso nel mondo classico, era vegano: un esempio concreto dei benefici della dieta vegetariana. Tiana, suo assiduo seguace, aveva una salute eccezionale e anch’egli era vegano. Eurimena da Samo, come Milo vinse le olimpiadi.

I punti principali del suo insegnamento furono: la concordia popolare, la venerazione degli Dei, la legge, l’erudizione, il silenzio, l’astinenza dalle carni di animali, la continenza sessuale, la temperanza, la bontà e la generosità perfino nei confronti dei propri nemici.

Pitagora oltre a cibarsi solo di frutta secca e vegetali non indossava mai indumenti o calzature derivanti da animali. Oltre a carne , pesce e derivati animali, Pitagora proibiva anche l’uso di legumi, funghi, aglio e tutti i cibi ricchi di proteine. “Mai sacrificare animali agli Dei o ferire animali ma promuovere in tutti i livelli una cultura di rispetto e protezione nei loro riguardi”.

Pitagora fu circondato dell’alone di santità e considerato autore di miracoli, veniva detto figlio di Dio. Eraclito scrisse di lui: “Pitagora fu l’uomo più colto di tutti i tempi”. I Romani, molti anni dopo la sua morte, gli eressero una statua con l’iscrizione: Il più saggio di tutti gli uomini. Si disse che venne a questo mondo per migliorare la razza umana. Fu visto alimentare orsi con delle pannocchie e non venne mai attaccato dalle diverse belve che avvicinava. Un giorno durante un viaggio tra Sibari e Crotone incontrò dei pescatori che issavano delle reti. Indovinò per scommessa il numero dei pesci ed essi accettarono di ributtarli a mare. Pitagora pagò il valore dei pesci liberati. Si credeva ad una sua immacolata concezione che lo voleva figlio del dio Apollo intervenuto spiritualmente sulla sua madre naturale.

Il ricercatore Godfrey Higginnus sostiene che la storia di Gesù sia stata letteralmente copiata da quella di Pitagora. Il padre di Pitagora, come Giuseppe, venne avvisato profeticamente che sua moglie avrebbe dato alla luce un bambino che sarebbe stato un benefattore del genere umano. Copernico si ispirò a lui per la sua teoria rivoluzionaria e lo stesso fece Galileo e questo spiega l’accanimento da parte della Chiesa che dava alle fiamme ogni suo scritto. La Chiesa fece di tutto per comprimere, sminuire e nascondere la gloria di Pitagora ed usò tutto il suo enorme potere politico e culturale.

Scribi e Chiese cristiane rastrellarono con cura furente e con minuziosità missionaria tutti gli scritti di Pitagora e ne fecero dei falò in tutte le città, in tutte le scuole, in tutte le biblioteche dell’antichità. Le dottrine pitagoriche furono contrastate duramente dai padri fondatori della nuova chiesa di Roma sotto l’imperatore Costantino che perseguitò i manichei che continuavano a preservarle.

Platone venne in Italia a frequentare le scuole istituite da Pitagora, mentre Aristotele, seguace di Pitagora, impose la dieta vegetariana al suo pupillo Alessandro Magno il quale visse sempre e solo di frutta e vegetali. Orfeo fu il primo ad insegnare in Grecia attraverso scuole e comunità l’esclusione dei cibi animali e l’impiego di lana e cuoio per vestirsi. Ma Pitagora fu il primo grande vegetariano nel mondo occidentale a insegnare con metodo scientifico la cura delle malattie del corpo e della mente mediante la dieta vegetariana.

Franco Libero Manco

Utopia Razionale: Pitagora di Samo e il segreto della setta dei ...