Sunya o Vuoto (in chiave buddhista)


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“Prima di svuotare, bisogna riempire.
Prima di rimpicciolire, bisogna ingrandire.
Prima di cadere, bisogna salire.
Per distruggere qualcosa, portatelo all’estremo.
Per conservare qualcosa, tenetelo nel mezzo”

(Deng Ming Dao)


Il concetto di Sunya o Vuoto, in senso spirituale,  non è una prerogativa del solo Buddhismo. Esiste il Vuoto della tradizione taoista  e che ha persino un significato più attinente con la metafisica. Il Vuoto taoista è in realtà un Pieno in cui non  c'è possibilità di differenziazione. Questo Vuoto-Pieno fu definito "Tao".  Ma  se  questo Tao  al nostro percepire determinista  appare  come un nulla, che per noi  corrisponde alla  assenza  del sé,  ovvero la coscienza individuale, esso contemporaneamente segna il ritorno beato  nella  matrice naturalistica, basata sul silenzio della mente, che  nel suo incessante funzionamento attira  e proietta  l’esperienza  in forme  pensiero   e poi la riassorbe nel nulla da cui proviene.  Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non  valutazione taoista per un Dio personale. 

Questa matrice universale, non differenziabile tra creatore e creatura, è in verità una "idea"  condivisa da tutte le filosofie nondualistiche,  è definita Tao o  Senza Nome, nel Taoismo; Brahman o Assoluto nell’Advaita;  Sunya o Vuoto nel Buddhismo.

D'altronde anche dal punto di vista empirico possiamo considerare che la cosiddetta sostanzialità percepita attraverso i sensi non è altro che una sorta di immagine che attraversa il flusso della Coscienza.  La mente può  solo “fermare” in una sembianza rappresentativa la vera natura dell'Essere, che si manifesta da sé come una “memoria” di quell’infinito (nel finito apparente…). 

La ragione cerca di descrivere  la sostanzialità dell'immagine percepita  ma  solo l’intuito può farci “intravvedere” la sua reale natura.  

Tutto avviene nella Coscienza per mezzo della Coscienza. In tal modo qualsiasi tentativo di “spiegazione” o "descrizione" della cosiddetta realtà empirica perde di valore essendo superato dalla successiva sovra-imposizione, un’onda continuata, un flusso di sensazioni e pensieri proiettati nella mente ma di cui la vera sostanza è la  Consapevolezza. E cosa è la Pura Consapevolezza, non contaminata da alcuna forma pensiero, se non un Vuoto/Pieno …? Una capacità indescrivibile, non controllabile dalla mente ma di cui la mente è una semplice espressione?

Il Vuoto, o l’Assoluto, insomma prevale sempre, tutto contiene e tutto trascende. Il  Vuoto perciò non è vuoto. E' l'espressione  di una energia spirituale  conosciuta nelle antiche tradizioni orientali come  energia primigenia. Questa energia non solo dà forma al mondo fisico, momento per momento, ma si relaziona con la coscienza individuale di tutti gli esseri. 

La scienza contemporanea, in termini quantistici,  rivela che la distinzione tra mondo materiale e spirituale è un errore. Non c'è dualità, l'universo è la manifestazione di quell'unica  "sostanza"   e sia il mondo fisico che spirituale prendono forma da essa  che compenetra ogni cosa in quanto Coscienza.

La Coscienza non è ciò che appare nella coscienza, non è -per intenderci- sensazione, pensiero, emozione, intuizione, visione ma è quella luce che rende possibile ogni  percepire.  Ed infatti  neanche questa spiegazione fatta di parole  può qualificare o indicare la Coscienza. Questo mio è un futile tentativo di definire l'indefinibile... ogni definizione della "Coscienza" è contenuto e mai può essere contenitore.

Nello specifico torniamo ora ad analizzare il significato del "Sunya" in termini buddhisti.  Allorché nel buddhismo si parla di "estinzione" come la meta suprema della pratica   si intende l'estinzione dell'individualità, lo smascheramento della natura illusoria, non la cancellazione della Pura Consapevolezza priva di attributi e di identificazione.  Chiara fu la enunciazione di questi concetti da parte del massimo filosofo della "vacuità", Nagarjuna.  

Egli oltre l'impermanenza temporale,  indicò una ulteriore qualità nella non sostanzialità dei fenomeni: essi erano vuoti anche di una loro identità in quanto dipendevano uno dall'altro sul piano temporale.  Tutti i fenomeni  sono quindi privi di sostanzialità, poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente. Egli esprime la sua posizione in quella che è  un'opera capitale del buddhismo: le Madhyamakakarika, Stanze della via di mezzo. Nagarjiuna  riteneva che il linguaggio è inevitabilmente illusorio in quanto prodotto di concettualizzazioni ed è per questa ragione che egli rifiutò sempre di definirsi detentore di una qualsivoglia dottrina. Poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione di pensiero.  E l'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se alla vacuità viene  attribuita una identità.
"La vacuità è una designazione metaforica - affermò il filosofo, aggiungendo - se il mondo fosse non vuoto, non si potrebbe né ottenere ciò che non si possiede già, né mettere fine al dolore, né eliminare tutte le passioni..."
E l'altro grande saggio buddista, Tilopa, disse: "Chi si aggrappa alla mente non vede la verità che sta oltre la mente. Chi si sforza di praticare il Dharma non trova la verità che è aldilà della pratica. Per conoscere ciò che è aldilà sia della mente che della pratica bisogna tagliare di netto la radice della mente e, nudi, guardare; bisogna abbandonare ogni distinzione e restare tranquilli..."

Pertanto si può affermare che il laboratorio di ricerca in senso buddista è  il proprio interno, la  Coscienza, e l’unica pratica consigliata è quella dell’introspezione.  Non vengono indicati metodi speculativi, piuttosto si cerca di portare l’intelligenza al limite della sua tendenza raziocinante, e questo conduce all'estinzione, ovvero al "Sunya" o Vuoto.

Paolo D'Arpini

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Il cristianesimo sovrapposto alla cultura tradizionale mediterranea


Ho ricevuto una lettera da un lettore il quale mi chiede: “Ultimamente è ritornata in voga, specialmente tra gli ambienti integralisti cristiano-cattolici, questa narrazione secondo cui l’Europa unita è nata cristiana ed è stata minacciata, nel corso della storia, dai vari scismi che la religione cristica ha avuto in particolare con Lutero e il protestantesimo. 
C’è un libro del 1932 ripubblicato di recente questo http://www.lindau.it/Libri/La-genesi-dell-Europa . A me sembra piuttosto che l’apporto dato dal cristianesimo sia stato insignificante rispetto alla grande eredità filosofico-culturale dell’antica Grecia e Roma. Ecco vorrei sapere se ci sono libri che contrastino questa tesi…”
Rispondo alla domanda relativa al cristianesimo. E’ in edicola il primo volume della storia della filosofia, primo volume filosofia greca, di Abbagnano (Euro: 1,90). Non è il solo che tratta con ampiezza di vedute il problema del FALSO sparso a piene mani dai cristiani nelle loro svariate manifestazioni. A questo testo va aggiunto qualche altro libro che qui voglio elencare: PORFIRIO, vangelo di un pagano. Eunapio, Vita di Porfirio. A cura di Angelo Raffaele Sodano (Rusconi, 1993). Qui si parla in maniera chiara della co-presenza nel crogiolo del primo secolo imperiale, di una infinità di culture, filosofie, credenze, come ad esempio l’evangelo laico di Pitagora,…..” e, accanto a Pitagora, qualche gnome epicurea che probabilmente era stata già dai neopitagorici inserita nel loro corpus aforistico, in un sincretismo religioso-filosofico caratteristico dei primi secoli dopo Cristo” ( insomma 3-400 annetti…).
Se osserviamo il secolo nel quale viviamo con lo stesso interesse con cui cerchiamo di scoprire gli elementi sincretistici che caratterizzeranno le future religioni, assieme ai tentativi concreti della creazione di Palesi Nuove Religioni (sicuramente la formula più geniale è l’invenzione di Scientology da parte di un creativo scrittore di Fantascienza, la quale, presa nel suo insieme, dimostra quanto sia stata utile nell’acculturare le giovani generazioni). Per tornare ai Vangeli, è chiara l’intenzione di creare una nuova mitologia basata sul mito bellico. In sostanza si tratta della diffusione del Neoplatonismo nella Giudea, contrastata dalla vecchia casta sacerdotale, che uccide il suo promotore: Gesù.
Infatti, se leggiamo con attenzione le risposte di Gesù a coloro che gli fanno le domande, possiamo osservare con un pizzico di attenzione e di cultura, che si tratta di risposte già confezionate da Seneca, il quale aveva soggiornato ad Alessandria, crogiolo del Cristianesimo. Un altro testo essenziale, edito da Rusconi è: “Filone. Commentario allegorico alla Bibbia”. A cura di Roberto Radice. Chi è stato Filone? Colui che ha inserito la Bibbia (la Bibbia dei 70, comunque) all’interno di un processo di sincretizzazione. Infatti: che significa commentario allegorico? Che si ritiene che l’unica spiegazione degli eventi narrati in quel testo sia da interpretarsi come una ALLEGORIA. Quindi si da per scontato che quei testi NON siano VERI. E d’altronde la prova ce la fornisce Mauro Biglino, grande conoscitore delle lingue della Bibbia, che nessun pretonzolo osa contestare.
Giorgio Vitali

Con l' "Origine della Specie" di Darwin si passa dall'autorità "divina" all'autorità della scienza

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Quando nel 1859 fu pubblicata l’opera fondamentale di Charles Darwin (1809-1882) – “L’Origine della Specie” – essa costituì una rivoluzione culturale paragonabile a quella che era stata nel ‘500 e nel ‘600 la rivoluzione copernicana, sviluppata poi magistralmente da Giordano Bruno, Galilei e Keplero.(1)(2)(5) Venivano di fatto messe in discussione da uno scienziato, di per sé prudente e moderato, e niente affatto rivoluzionario, l’autorità delle “Sacre Scritture” – molto stimate nell’Inghilterra di inizio ‘800 - , l’età della Terra e dell’Universo (considerata di poche migliaia di anni nella Bibbia), il mito della “Creazione Divina”, e la centralità della specie umana nel mondo (dovuta alla tradizione religiosa ed aristotelica).


L’opera di Darwin era stata in realtà preceduta da altre opere scientifiche e filosofiche. Senza voler risalire ai primi accenni di teoria evoluzionista presenti nella filosofia naturalista dell’antica Grecia - in Anassimandro ed Empedocle - e nella concezione di un mondo eterno in continua trasformazione – come nell’opera di Democrito, ed in quella cinquecentesca di Giordano Bruno – basterà ricordare le teorie evoluzioniste di epoca illuminista espresse da Maupertois, Buffon e Diderot e – in Inghilterra – dallo stesso nonno di Charles: il biologo Erasmus Darwin. Il più importante predecessore di Darwin era stato il francese Lamark, sostenitore della teoria della trasmissibilità ereditaria delle variazioni biologiche dovute all’ambiente e di un (presunto) processo di perfezionamento progressivo delle specie viventi. Sulle orme di Lamark, Geoffrey Saint-Hilarie aveva polemizzato con Cuvier, sostenitore – come Aristotele – della fissità delle specie, il quale per giustificare la sparizione di intere specie (ritrovate come fossili) aveva sostenuto la teoria delle catastrofi naturali.

Negli anni precedenti l’opera di Darwin, il suo amico, l’intelligente geologo Charles Lyell (1797-1871) aveva contestato in una sua opera molto nota la teoria delle catastrofi, sostenendo la progressività delle trasformazioni geologiche in un lunghissimo intervallo temporale (teoria detta “Uniformismo”). Due studiosi britannici, Patrick Matthew (1790-1865) e Robert Chambers (1802-1871) avevano sostenuto teorie evoluzioniste.

Darwin aveva studiato scienze naturali ad Edimburgo e Cambridge, ma poi – senza completare gli studi – aveva accettato di lavorare come esperto sulla nave “Beagle” nel suo viaggio di esplorazione scientifica intorno al mondo iniziato nel 1831. Ebbe così la possibilità di raccogliere un gran numero di dati sulle caratteristiche biologiche di varie specie, in particolare osservando gli uccelli nelle isole Galapagos. Al ritorno in Inghilterra, influenzato anche dalle sue osservazioni sulle specie domestiche che gli allevatori riuscivano a modificare con gli incroci sfruttando minime differenze iniziali, e dalla conoscenza delle opere di Lamark ed Alexander Humboldt , nonché dalle teorie di Malthus, già negli anni ’30 Darwin aveva messo a punto le sue ipotesi. Nel 1844 il grande biologo britannico aveva già realizzato una prima stesura della sua opera che però vide la luce solo 15 anni dopo su sollecitazione di Lyell ed altri amici, probabilmente perché Darwin si rendeva conto dell’inevitabile impatto sull’opinione pubblica ed il conseguente strascico polemico. L’accoglienza però fu favorevole in molti ambienti, anche per lo stile razionalista delle argomentazioni e la presenza di un gran numero di dati, a parte le inevitabili polemiche delle autorità ecclesiastiche. Lo stesso Marx si offrì di fare una presentazione del libro, rendendosi conto della sua importanza(3), offerta prudentemente rifiutata dal biologo.

Il nucleo dell’opera era la convinzione espressa che piccole differenze casuali riscontrate nelle specie viventi nelle generazioni successive avrebbero potuto offrire vantaggi o svantaggi nella spietata lotta per l’esistenza favorendo, nelle successive generazioni, individui aventi caratteristiche più adatte alla sopravvivenza, modificando così a lungo andare le specie. Tale teoria eliminava qualsiasi finalità (o “teleologia”) nella natura, sia di tipo religioso (come la presunta esistenza di piani provvidenziali), sia filosofico (come in Aristotele), e superava anche la concezione lamarkiana di trasmissibilità ereditaria diretta di caratteristiche acquisite a causa dell’ambiente. Felice Mondella, collaboratore di L. Geymonat nella stesura della nota opera(1), osserva giustamente che il meccanismo ipotizzato da Darwin (per cui da organismi unicellulari elementari si può giungere progressivamente ad organismi molto complessi) fornisce anche un principio, che se esteso anche al mondo inorganico con le dovute modifiche, potrebbe dar conto dell’affermazione degli antichi filosofi materialisti ed atomisti secondo cui oggetti complessi e mondi interi possano formarsi dall’unione casuale di atomi.

Nel 1871 Darwin pubblicò una seconda importante opera sulla “Origine dell’Uomo”, in cui attribuiva all’evoluzione anche lo sviluppo delle facoltà mentali.

Un attacco alle teorie darwiniane venne negli anni ’60 dal famoso fisico William Thomson (Lord Kelvin), di cui parleremo più diffusamente in un prossimo numero(4), che calcolò l’età della Terra in soli 20 milioni di anni (tempo troppo ristretto per permettere l’evoluzione delle specie viventi) sulla base di un calcolo del tempo di raffreddamento del pianeta. Thomson sbagliò per non aver tenuto conto del fatto che l’interno della Terra è ancora liquido e soggetto a moti convettivi che trasportano il calore, e che la radioattività (scoperta in seguito) apporta altro calore. I sostenitori di Darwin, tra cui lo stesso Lyell ed il biologo Thomas Huxley (1825-1896), grande diffusore delle teorie evoluzioniste, calcolavano giustamente tempi molto più lunghi. Oggi si sa che questo tempo è di circa 4,5 miliardi di anni.

Negli stessi anni ’60 del XIX° secolo fu pubblicata l’importante opera del monaco scienziato ceco Gregor Mendel (1819-1903), che incrociando varie specie di piselli ed altre piante aventi caratteristiche diverse, aveva constatato che nella prima generazione si manifestano dei caratteri “dominanti” che prevalgono nel 100% dei casi e dei caratteri “recessivi” che non si manifestano, mentre nelle seconde e terze generazioni i caratteri “dominanti” e “recessivi” si manifestano in proporzioni precise a seconda del tipo di incrocio effettuato. L’opera di Mendel, inizialmente ignorata, ma poi riscoperta e considerata fondamentale intorno al 1890, fu presentata come contraria alle teorie darwiniane e favorevole al principio di fissità delle specie. Gli studi di genetica sviluppati alla fine dell’800 e nel ‘900 hanno dimostrato che non vi è contraddizione tra le due teorie e che le piccole variazioni biologiche si presentano già in fase genetica.

La teoria della selezione naturale influenzò anche l’opera del filosofo inglese Herbert Spencer (1820-1903), che operò una sintesi (alquanto schematica e superficiale) tra il pensiero positivista e progressista di Comte (N. 76) e la teoria della selezione naturale, adottando un atteggiamento favorevole ad un capitalismo fortemente concorrenziale e ultraliberista in cui tutti sono in lotta tra loro per prevalere (“Darwinismo sociale”). Spencer affermò (giustamente) che tutta la realtà è in evoluzione, compreso il campo della conoscenza dove la stessa struttura della coscienza, i concetti ed i simboli sono frutto dell’evoluzione e delle condizioni storiche dell’ambiente. Aggiunse, però, che, essendo la conoscenza scientifica relativa, lascia un ampio spazio “inconoscibile” di cui solo la religione (considerata indispensabile da Spencer) può interessarsi.

Vincenzo Brandi

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L. Geymonat, “Storia del Pensiero Fil. e Sc.”, op. cit. in bibl.

C. Singer, “Breve Storia del Pensiero Sc.”, op. cit. in bibl.

F. Engels, “Dialettica della Nat.”, Ed. Riuniti, prefazione di Lombardo Radice, op. cit.

RBA, “Grandi Idee della Sc. – Kelvin”, op. cit. in bibl.

W. Adorno, “Storia della Fil.”, op. cit. in bibl.

L'illusione del denaro, proiettata nel futuro - Parabola Sufi



A Uwais Al-qarni fu offerto del denaro.
Lui disse: “Non mi serve, perché ho già una moneta”.
L’altro disse: “Quanto ti durerà? Non vale niente”.
Uwais rispose: “Garantiscimi che vivrò più a lungo di quanto mi durerà questa somma e accetterò il tuo dono”.

I soldi sono il simbolo del futuro. Perché si accumula denaro? Per il futuro. Il denaro è futuro, futuro nascosto. Per questo le persone che non vivono nel presente si aggrappano sempre al denaro. Possono permettersi di perdere l’amore, ma non di perdere soldi, perché l’amore non è una promessa per il futuro. Può andare bene adesso, ma che cosa farai quando sarai vecchio? Sii avaro, accumula soldi, perché in futuro ti sarà utile.

Perché la gente impazzisce dietro ai soldi? Sono un simbolo del futuro. I soldi sono futuro, sono futuro condensato in una moneta, in una banconota. Sono una promessa per il futuro. Ogni banconota dice: “Ti prometto che questa somma di denaro, quando ti servirà, sarà a tua disposizione”. È una promessa per il futuro. Gli avari non vivono mai qui, non possono. Vivono nei loro soldi.

Uwais era un maestro illuminato. 
Gli offrirono del denaro. È un simbolo, un simbolo del futuro. Gli offrirono del futuro, mettiamola così.
Lui disse: “Non mi serve, perché ho già una moneta”.
Ho già una moneta, non mi serve. In questo preciso istante sto vivendo, disse. E questo momento è abbastanza. Ho già una moneta. Che moneta? Questo istante è la moneta. Una sola, molto piccola. Puoi viverla qui e ora, ma non è di grande aiuto per il futuro. È una moneta così piccola che faresti la figura dello stupido a serbarla per il futuro. Un momento è così piccolo, è una moneta. Il tempo è un assegno post-datato: mille euro, un milione di euro, un miliardo di euro. Il tempo è denaro, grosse cifre. Un momento? È solo una goccia, una monetina.

“Non mi serve, perché ho già una moneta” disse Uwais. 
L’altro probabilmente non capì. Difficile. È difficile quando parli con un uomo come Uwais. Parla una lingua diversa dalla tua e la comunicazione diventa impossibile.
L’altro disse: “Quanto ti durerà? Non vale niente”.
E guardava la moneta, pensava alla moneta, non capiva ciò che Uwais stava dicendo. Disse: “Quanto ti durerà?”. Il momento presente: quanto può durare? È una moneta così piccola, finirà prestissimo.

“Non pensare al momento” dicono gli pseudo saggi. “Pensa al futuro” dicono. Essi dicono: “Non pensare all’immediato, quanto durerà? Pensa al futuro”. E io dico, questi saggi sono gli avvelenatori dell’umanità. Vi hanno avvelenato la mente completamente, perché l’immediato è la sola cosa che esiste. Il momento immediato è l’unica realtà che esiste. Per quanto piccola, è la sola realtà. E i vostri assegni post-datati, per quanto grandi siano le somme promesse nel futuro, sono solo promesse. Il futuro non arriva mai. Nessun direttore di banca può darvi la garanzia del futuro. Futuro? Chi può garantire? Chi può prevederlo? Non è niente, solo un istante.

Gli pseudo  saggi dicono: “Non vivere la vita nel momento”. Dicono: “Pensa al futuro”. Dicono: “Non vivere qui e ora soltanto, guarda avanti. Sii lungimirante, non solo rispetto a questo mondo, ma anche rispetto all’altro mondo. Pensa al paradiso e all’inferno, a moksha, a brahman, al nirvana”. E io vi dico, questi saggi sono avvelenatori. La vera saggezza consiste nell’essere qui e ora, perché per la vera saggezza è l’unica esistenza, non ne esiste un’altra. È l’unica esistenza.
Uwais rispose: “Garantiscimi che vivrò più a lungo di quanto mi durerà questa somma e accetterò il tuo dono”.

È un bellissimo dialogo. Uwais disse: “Garantiscimi che vivrò più a lungo, più a lungo di questo momento, di questa monetina. Puoi assicurarmi che sarò vivo domani? Se non puoi, per favore lasciami vivere oggi. Se non puoi garantirmi il prossimo istante, per quanto breve sia, lasciamelo vivere adesso. Una volta perso è perso per sempre, e tu non puoi garantirmi il momento successivo. Quindi perché mai dovrei sprecare la mia monetina per monete più grandi che non possono essere garantite?”.


da: Osho, Just Like That 



(Fonte: http://www.oshoba.it//index.php?id=articoli_view_x&xna=210)

La donna come rete connettiva dell'umanità



Quanto piace equivocare ai mediocri conservatori a tal proposito, infatti è certamente vero che la donna è la custode del focolare della casa - non del focolare cristiano, bensì pagano, quello stesso fuoco che vediamo nella dea Vesta che protegge Roma - ma ciò non vuol dire affatto che la donna debba stare segregata in casa, una donna può custodire il focolare stando fuori o stando dentro casa, essa è il grembo che protegge sia i figli che la casa stessa, è la dimensione del femminile ed anche del materno – materno in senso pagano e Romano, non in senso cristiano o psicoanalitico. La madre si occupa della prospettiva squisitamente terrena, essa non è tanto la dimensione della questione sentimentale che concerne un fantomatico cordone ombelicale che leghi la madre ai figli, la donna è la dimensione della terra e non dell’assistenzialismo, è l’incontro con la "veracità".

In un certo senso la donna – la dimensione della donna – è una strana rete
connettiva che annette la dimensione consapevole alla dimensione
dell’animale, in cui l’uomo scoprendo il processo biologico della vita
comprende come in sé stesso possieda differenti forme di questa vita che
compaiono in lui, nella dimensione materna impariamo allo stesso tempo di
essere uomini ed animali - e l’animalità la comprendiamo con il
nutrimento, la crescita biologica e la dieta che la madre ci fornisce -
dapprima nella forma dell'allattamento, poi nella forma della vera e
propria dell'alimentazione, in altre parole crescere con una madre è molto
simile al crescere con una lupa, la donna quindi è l’incontro in cui
l’animalità è strettamente connessa con l’essere uomo o donna, è la
veracita oltre ogni “coscienza” – oltre la “coscienza” che vuole
eliminare "l’animale" che è in noi - la donna non è la dimensione
dell’assistenzialismo, della premurosità di stampo sentimentalista o di
quel ripugnante sentimento di “morbidezza” e di "coccole" - il "cocco di
mamma" - che una madre conferisce al proprio figlio, è semmai
l’incombenza dell’animale, cioè la dimensione della selva – ecco perché
Romolo e Remo vengono cresciuti da una lupa in mezzo alla vita selvaggia -
è la vita vista come una ilare animalità che si tinge di “consapevolezza”,
 
Tuttavia nella dimensione del materno vi è una vita selvaggia che ancora
non ha incontrato pienamente il “morire”, con le madri non si incontra il
“morire” ed il superamento della morte nel movimento dell’espansione, detto
in altri termini nessuna madre può farvi sperimentare e conoscere quello
che vedrete nella donna verso cui proverete un "interesse" più profondo, ad
esempio la complice, la fidanzata, la sposa – oppure la figura della
“donna-iniziatrice”, come è avvenuto nell’incontro tra il sottoscritto ed
Elena Duvall - e se si pretende scioccamente di scoprire queste figure
intensive di donna nella propria madre, si ha verso la propria madre una
prospettiva morbosa ed incestuosa.
 
Le cattiva madri sono quelle troppo premurose, quelle che non vogliono che
il proprio figlio non faccia un solo passo perché c’è il rischio che possa
cadere e sentire dolore, o che possa essere investito sotto ad un'
automobile, o che possa affogare in acqua mentre è in mare nuotando, le
cattive madri troppo premurose sono quelle che non accettano che il figlio
possa "morire", per ovviare a questo problema di solito c’è l’Autorità
del padre, il quale ricorda a tutta la famiglia che la vita è patrimonio,
cioè è la dimensione della Legge, dell’Eredità, della guerra, del pericolo,
dell’aggressività ecc, se gli uomini commettono lo sbaglio di essere dei
mocciosi idealisti, le donne commettono lo sbaglio di essere delle ciniche
materialiste, infatti il sentimento di iper-premuroristà della donna è in
realtà un cinismo agghindato da buoni sentimenti, non si vuole che il
“cocco di mamma” muoia, perché si confonde l’affetto del bambino al
fatto di averlo cresciuto e partorito, come ci ricorda Nietzsche "Gli
uomini passano per essere crudeli, le donne invece lo sono. Le donne
sembrano sentimentali, gli uomini invece lo sono."
 
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lo stesso Nietzsche ci ricorda che nella vita “si ama la propria opera” e
tutto questo è segno di virtù, anche quando la donna ama la sua opera -
ciò che ha partorito - amando il suo bambino in questo c'è nobiltà e non
c'è nulla di male, tale amore però può diventare vizio quando si
attualizza contro il divenire della vita – contro l’intensità che
permette alla vita di nascere e di morire – solo allora ciò che era virtù
si corrompe in vizio e debolezza, così come quando la madre
iper-apprensiva "barrica" il figlio contro ogni pericolo, quando la
psicoanalisi di Lacan dice che la madre è il registro del desiderio mentre
il padre quello della Legge si dice senza dubbio qualcosa di vero, ma
come mai la psicoanalisi ci costruisce tutto un Complesso nevrotico
legato alle pulsioni non soddisfatte, fraintese ed equivocate ecc, perché
la psicoanalisi è "nevrotica"? Perché è moderna! Moderna e cristiana
 
Il "pretismo" della psicoanalisi deve promettere una redenzione o quanto
meno un “trattamento”, l’uomo moderno è l’unico uomo scisso e polverizzato
dalla sofferenza, l’unico uomo che ha fatto della sofferenza un’obiezione
così Negativa contro la vita da scivolare nel nichilismo, la vita è
sofferenza ma per i moderni e i cristiani la sofferenza non sarebbe
dovuta esistere - è ingiusto che essa esista - la sofferenza è frutto
del “peccato”che ci viene narrato, infatti a differenza della “caduta”
raccontata in altri miti e in altre religioni, la psicoanalisi - così come
il cristianesimo - si “lega al dito” ciò che è accaduto, la morte e la
sofferenza sono episodi che non dovevano succedere ma siccome tutto ciò
ciò è accaduto allora vuol dire che non c’è evento "terreno" che possa
“redimere” la terra e questa stessa vita: e quindi il desiderio che il
figlio ha per la madre sarà sempre inappagato, la Legge di castrazione che
il padre ci ordina di rispettare sarà sempre un ostacolo che potrà
sopprimere questo desiderio, e nel migliore dei casi si può cercare un
“compromesso” tipicamente liberale e democristiano, in cui la Legge del
padre renda più mansueto il “desiderio” che è nel figlio – che è in ultima
analisi per lo psicoanalista. il desiderio dell’essere amato e compreso
della madre e dal linguaggio del registro materno, –
 
Ora tralasciando le fantasticherie di una teologia cristiana e mancata
quanto laica quale è la psicoanalisi veniamo alla vita nella sua possanza
vitale e lasciamo perdere queste chiacchiere da confessionale: la donna è
la dimensione che custodisce la casa, lo spazio in cui si cresce, lo spazio
della selva, della caccia, della cacciagione, infatti la dea Romana Diana
è la dea della caccia, della selva, dei boschi oltre che ad essere la dea
protettrice delle donne, dunque la donna e la viisone selvaggia sono
strettamente connesse.
 
I conservatori – che non comprendono ciò che dicono di amare, ovvero la
“tradizione” – dicono che la donna debba stare a casa e con il bambino, e
debba cucinare, accudire, curare il pargolo ecc. la donna però non è una
“stanziatrice” della casa, non deve “stare a casa”, la donna è custode del
focolare della casa – è la Lupa/custode del focolare - e può esserlo anche
fuori dalla casa, inoltre lungi dall’essere quell’angelo del focolare che
molti conservatori immaginano è anche una potenza selvaggia ed animale,
che la donna abbia una grande “luminosità” ciò non esclude che in quella
luminosità passi la possanza della visione selvaggia della vita, ora che i
cristiani vi vedano in tutta questa potenza animale della donna la
“tentazione”, l’inferno, il vampirismo della donna, la dannazione ecc la
dice lunga sul loro modo mediocre di concepire la "sacralità della vita", i
cristiani vorrebbero essere diffidenti con la donna come lo è un pagano
Romano o Greco, e invece sono solo dei volgari misogini
 
Certamente la madre può dimostrare affetto o attenzione materna al proprio
figlio ma sempre per un “interesse” che attiene all’opera che vede la madre
vede nella maternità, ad esempio la madre di un patrizio Romano amerà
suo figlio e lo riempirà d’attenzione proprio perché lei vedrà la sua opera
di donna Romana e di patrizia, infatti nella misura in cui cerchiamo di
rendere “degno” della nostra opera ciò che ci è introno allora possiamo
anche “educare”.
 
Vi è un egoismo tipicamente gerarchico ed aristocratico, esso a differenza
dell’egoismo utilitarista e liberale o anche dell’egoismo
anachico-indiivdualista non esclude la società, la vita pubblica, il
pubblico, il popolo ecc anzi lo coinvolge, gli uomini aristocratici come
Alessandro Magno, Giulio Cesare od Ottaviano Augusto devono essere dotati
di questo finissimo egoismo che solo l’araldica delle anime nobili può
concedere, ciò vale anche per le madri: nella misura in cui una madre può
rivedere quell’egosimo allora sarà un ottima madre, in altri termini il
figlio è per la donna un essere vivente che si connette e si collega alla
sua opera, esso può essere giustamente visto dalla donna come un vestito,
un abito, un soprabito, una piccola boutique ecc che la donna osserva e
contempla rivedendo la sua opera, infatti nella donna non vi è la questione
dell’eredità nel figlio (patrimonio) ma della selva (matrimonio) la pelle
di un vestito per una donna è da considerarsi come la pelle di un animale
(anche quando si tratta di pelle sintetica), in questo caso la pelle del
figlio, i suoi geni, la sua genetica, i suoi cromosomi, la sua anima, il
suo Corpo, la sua potenza ecc costituiscono la “pelle/selva” dell’opera che
contempla la donna.
 
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Le madri più invadenti sono quelle che cercano di celare il proprio
“interesse” egoistico con spiegazioni perbeniste, moralistiche o
pseudo-pedagogiche, quelle che dicono <<Tuo figlio lo devi amare in quanto
"persona umana", non per il tuo egoismo ma perché è un essere umano che tu
hai voluto mettere al mondo e che devi rispettare in quanto tale>> queste
sono le madri deleterie nella loro versione progressista e democratica, ma
abbiamo anche la versione conservatrice di questo tipo di madre – ad
esempio la madre luterana di Nietzsche – la madre idealista, cristiana
tedesca, germanica, luterana , conservatrice ecc incarna il paradigma
dell’egoismo pieno di risentimento.
 
Gli egoismi peggiori sono quelli che non hanno basi solide, gerarchiche e
aristocratiche, e infatti tali egoismi sfociano nell’egoismo liberale,
oppure nell'egoismo dell'anarchico individualista, oppure nell’idealistico
“disinteresse", ad esempio nel Caso della donna idealista proprio quando si
pone la questione del Bene, delle “buone intenzioni”, del “disinteresse” è
li si che nascondono i rovi e le spine più velenose, una vera madre
aristocratica e gerarchica non accetterebbe mai un figlia – o una figlio -
reattivo, debole, molle, ecc poiché è come desiderare un vestito che non
può prendere anima, un’apparenza che non “prende vita”, le virtù del nobile
egoismo aristocratico producono le grandi virtù, sia nella donna che
nell’uomo, la donna essendo vicina al Fenomenico risveglia l’animalità e la
superficie delle cose, la pelle di ogni singolarità, di ogni elemento, di
ogni agente, di ogni flusso, la donna ci ricorda che il materiale pregiato
delle cose è fatto di un tessuto assai prezioso che la terra ricerca, la
terra è fatta di pelle che la donna scopre, rivedendo nell'opera della
maternità lo splendore tangibile di una geologica seta che la vita le offre.
 
Per i figli o le figlie deboli che vorranno essere "Riconosciute" dalle
loro madri rifiutando questo discorso sull'opera, sulla pelle e sulla
selezione gerarchica e aristocratica di questa pelle, per quelli che dicono
che i genitori debbano Riconoscere i figli come uno dei più grandi Beni
supremi da accettare in quanto "essere umano" e creatura speciale in quanto
umano ecc cosa dire? A costoro si dica che non comprenderanno mai la logica
della vita e della sua pelle finissima, costoro sicuramente sono tra le
schiere dei deboli, sono la "pelle" dei deboli così malconcia e
raffazzonata, sono egoisti questi deboli e falsificano persino il loro
egoismo.
 
L'uomo non cerca il Riconoscimento dell'altro - come crede il
cristianesimo - ma la gerarchia e la conquista, l'uomo non cerca il
Riconoscimento inter-soggettivo di un genitore, di un Dio, di un amico o di
un datore di lavoro ecc, l'uomo - e la donna - degni di rispetto cercano
lo spazio della fonte ascendente, di una potenza conquistatrice,
prodigiosa, stupenda e ricca di colore, l'uomo non vuol essere Riconosciuto
ma mascherare e mascherarsi con volo d'aquila, incrociando quello sguardo
d'aquila, quello sguardo fiero, contento, inesorabile rapace con cui
l'aquila contempla l'orizzonte liberandosi in volo.
 
I deboli e i malriusciti devono perire - ci ricorda Nietzsche - ma i
cristiani diranno che la vita è un dono, ciò però è falso: anzitutto perché
la vita è "conquista", infatti anche nei doni, anche nella "virtù che dona"
- come direbbe Nietzsche - anche in questi "doni" vi è selezione, gerarchia
e disuguaglianza, ci sono alcune vite che non donano nulla e che non
possono donare perché nulla hanno conquistato.
 
A proposito di pelle e di vestito, cosa si dice quando un vestito una
volta indossato non è convincente?  "Hmm, non ti dona", ecco! Vi sono
quindi nel mondo frutti preziosi che donano e frutti acerbi che avvelenano,
non tutto dona e si dona alla terra, il resto lo lasciamo alla
psicoanalisi, il resto lo lasciamo a chi non ammette che la vita vada in
questa maniera, il resto lo lasciamo a chi frigna, invocando “traumi”
invece di vedere i segni del destino, la psicoanalisi, questa scienza che
accontenta i "diseredati".


Maurizio Rubicone  - mauriziorubicone@virgilio.it

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Fonte: https://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2016/08/la-donna-come-rete-connettiva.html

Le religioni transitorie e la Religione Universale


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Le religioni "patriarcali", risalenti al periodo Villanoviano,  hanno tutte uno sfondo allegorico e debbono essere interpretate diversamente dal  loro significato apparente. Ognuna di queste fedi propugna una divinità superiore ed onnicomprensiva in antitesi però con tutte le altre. I fondatori dei vari credo sono tutti maschi, Rishi vedici, Buddha,  Abramo, Gesù, Maometto, etc. che  forniscono nomi diversi ai propri dei anch'essi  maschi. Osserviamo però  che in un periodo di transizione dal matrismo al  patriarcato tali dei sono accompagnati da figure femminili che  lentamente o scompaiono dal "pantheon" o assumono posizioni inferiori.  


Inoltre da  due o tremila anni a questa parte assistiamo ad una lotta cruenta per l'egemonia tra i fautori delle varie religioni monolatriche.  Sembra che tali "religioni" invece di unire l'umanità godano a volerla dividere. Ma questo atteggiamento di conquista violenta è strettamente collegato al carattere combattivo  di maschi contro altri maschi. Tanti spermatozoi in antagonismo fra loro che cercano la via d'accesso nell'ovulo da fecondare. La simbologia è idonea se osserviamo il periodo antecedente a questa situazione.  


La scienza ha iniziato lo studio del DNA  maschile per capirne le mutazioni e gli sviluppi ma la biologia  moderna fornisce una lettura completamente diversa. La radice del DNA è tutta nella linea materna delle grandi madri che non si interrompe mai.  "Vibriamo al ritmo del sangue delle nostre madri ancestrali  e questo battito è il filo rosso di sangue che risale attraverso tutte le donne fino alla prima madre. (Layne Redmond _*When The Drummers Were Women*). Gli scienziati hanno appurato (ed è cosa certa) che nel nostro DNA sono sempre presenti i mitocondri delle nostre ave preistoriche, alle quali possiamo risalire senza errori.     Che la Natura, in tutte le sue manifestazioni, indichi solo la madre come “certa” è cosa evidente in tutti gli animali mammiferi e noi apparteniamo a questa categoria.  Per capire il nostro vero retaggio, allora, dovremmo cominciare a studiare la storia delle Donne e delle Dee. 

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Vi fu un lungo periodo nella storia dell'umanità, dal paleolitico sino alla fine del neolitico,  in cui esisteva una sola divinità per tutti i popoli della Terra. Questa divinità potrebbe essere paragonata alla Terra stessa, nella forma di Grande Madre. Durante quel periodo  l'unico culto per tutte le comunità umane era la  figura femminile.  Qui non si pensi che parlando di "età della pietra" si intenda il dispiegarsi di una cultura inferiore, quella fu l'era dello sviluppo di ogni attività umana, dal controllo del fuoco, alla lavorazione di materiali naturali come il  legno e la creta, all'invenzione dell'agricoltura e dell'allevamento, dalla costruzione delle prime città e dalla nascita dell'arte, della medicina, della parola, etc.

Per comprendere come avvenne che la religione universale della Grande Madre subì una trasformazione dobbiamo analizzare sia le civiltà in cui tale culto sembra a tutt'oggi vivo sia gli aspetti storici che ne descrivono la decadenza. A tutt’oggi nelle campagne dell’India ogni villaggio venera una murti particolare della Madre, sullo sfondo dei grandi Misteri non dualistici di matrice shivaita o vedantica. Scrive Ananda K. Coomaraswamy nel suo celebre studio “Induismo e Buddhismo”: “Se consideriamo le due parti dell’Unità originariamente indivisa, vediamo che queste possono essere intese in diversi modi: per esempio, sotto l’aspetto psicologico, possono essere considerate come il Sé e il Non-Sé, il Maschio e la Femmina..."

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Tale manifestazione scalare dei princìpi  -come suggerito dal ricercatore Subramanyam-  la si ravvisa pure nella rivelazione biblica  da Adamo, l’uomo primordiale, di natura androgina, il Dio giudeo  estrae la donna, il principio femminile. Agli inizi del processo generativo abbiamo dunque una sorta di incesto: la figlia, emanata dal padre, si unisce al medesimo. In modo pressoché identico si svolge il mito vedico della creazione: Prajapati, l’uomo universale, prima ipostasi divina, genera Ushas, l’Aurora, alla quale in seguito si unisce per dare il via alla molteplicità degli esseri.  Da questo discorso  se ne potrebbe dedurre che non c'è una vera e propria frattura "psicologica" tra l'aspetto del divino e l'espressione religiosa,   la questione maschile-femminile  è a mio avviso ben più complessa e sfumata e richiede di essere affrontata non solo razionalmente o dottrinalmente in modo approfondito, ma anche e soprattutto sub specie interioritatis. 

La studiosa Evy J. Haland si spazientisce quando le viene riproposta l’opposizione patriarcato-matriarcato, poiché ella dichiara di non credere che la religione mediterranea sia matriarcale o patriarcale o che prima ci fu il matriarcato e in seguito il patriarcato. Ciò è sicuramente vero in quel periodo di transizione definito lo "iato del neolitico" (5.800 - 3.600 a.C.) in cui il pantheon si munisce di  divinità  nei due aspetti sia  al maschile che al femminile, e  ciò avviene non solo nell'area mediterranea ma anche in tutta l'Asia e  nelle civiltà mesoamericane. Questo processo duplicatore però pian piano si deteriora sino al punto di escludere ogni aspetto femminile. 

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Lo vediamo succedere in primis nell'ebraismo con la  "damnatio memoriae"  di Astarte, Lilith ed infine  di Eva, conseguentemente passata alle filiazioni di cristianesimo e islamismo,  che definitivamente soppiantarono gli aspetti "pagani" dei culti di Greci e Romani.  Nell'impero romano  la venerazione di Tellus, la Madre Terra, e  di Vesta  fu ufficialmente proibita nel 391 d.C. per ordine dell'imperatore  cristiano Teodosio. Questo evento   precorre le tappe dell’umana involuzione religiosa sino all’agonia cronica dello stato presente.

Ma torniamo ora allo studio del culto matristico nell'Europa antica, manifestatosi  ben prima di questi  atti nefasti.  La storia dell'uomo comincia dalle donne... e non soltanto perché tutti deriviamo da Eva (o da Lucy, se preferite la linea evoluzionista). Ormai non è più un mistero che la civiltà neolitica fu la culla dalla quale sorse la  vera e propria civiltà umana e questo avvenne soprattutto per merito delle donne.

La conferma di ciò viene da una donna, Marija Gimbutas, celebre archeologa, antropologa e studiosa del simbolismo preistorico, la quale ha illustrato le caratteristiche della  cultura primigenia, basandosi su una serie di ricerche su  reperti da lei reperiti e datati. Le risultanze dei suoi studi sono contenute nei due volumi "La civiltà della Dea" (ed. Nuovi Equilibri), curati e  tradotti in Italiano dalla ricercatrice Mariagrazia  Pelaia.


La civiltà della dea. Vol. 2: Il mondo dell'antica Europa. - Marija Gimbutas - copertina

"La civiltà della Dea" è l’opera più importante di Marija Gimbutas. La studiosa ricostruisce il mondo dell’antica Europa neolitica in base a uno straordinario repertorio di dati archeologici scaturiti da numerose campagne di scavo nel bacino balcanico e mediterraneo meridionale.
Il libro propone una tesi rivoluzionaria che cambia la tradizionale visione della storia del continente europeo. Viene rintracciata la realtà di un’antica Europa pacifica, egualitaria e portatrice di una spiritualità fortemente legata alla terra. Una civiltà dove la Grande Madre guida i popoli verso una convivenza pacifica, cambiando così gli attuali paradigmi culturali e scientifici che considerano la guerra e il dominio maschile una connotazione di progresso della civiltà.

Dal punto di vista della spiritualità laica non dobbiamo però pensare ad un ritorno al passato, bensì al superamento degli schemi religiosi.   L'uomo  è passato dalla semplicità e naturalezza  del matrismo alla speculazione razionalistica  dei culti patriarcali  in cui  la  maggioranza degli uomini ancora si crogiola, illudendosi con favole religiose e ideologiche della “superiorità” maschile, della “superiorità” dell’intelligenza speculativa scientifica, della “superiorità” del potere e della forza. Così non si fanno passi avanti nell’evoluzione della specie. È ovvio però che entrambi questi aspetti, matrismo e patriarcato, hanno avuto una loro funzione storica per lo sviluppo delle “qualità” della specie umana. 

Ora è giunto il tempo di comprenderne la totale complementarietà e comune appartenenza, ma non per andare verso una specie unisex, bensì per riconoscere pari valore e significato a entrambi gli aspetti e funzioni…. in una fusione simbiotica. Uomo  Donna = Umanità.
 
Paolo D'Arpini

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