“La Brigata Ebraica” di Alberto Fazolo... ed altre storie - Recensione

 


1.  Il giornalista antifascista ed antimperialista, Alberto Fazolo, ha recentemente fatto pubblicare un libro, “La Brigata Ebraica” (1), in cui si smaschera il “bluff” costituito oggi dalla memoria di questa organizzazione. Essa fu formata nell’ambito dell’Esercito Britannico con la partecipazione di alcuni volontari della comunità ebraica della Palestina (che era allora un protettorato britannico) nell’ultimissima parte della Seconda Guerra Mondiale, e con il chiaro scopo di potersi sedere al tavolo dei vincitori. La brigata Ebraica venne in Italia durante gli ultimissimi mesi di guerra, e non partecipò ad alcuna azione militare importante. Il suo ruolo nella liberazione dell’Italia fu praticamente nullo.
 
Oggi i Sionisti italiani più accaniti si servono di questo mito per poter portare alle manifestazioni le bandiere di un’entità statale, Israele, che ormai gran parte dell’opinione pubblica italiana ha individuato come criminale e genocida per i massacri e le distruzioni che rendono la vita pressocché impossibile a Gaza. Questa entità statale continua ad occupare illegalmente e colonizzare la Cisgiordania e ha scatenato insieme al suo grande alleato, gli Stati Uniti, una guerra distruttiva contro Libano e Iran che mette in pericolo la pace del mondo.
 
Queste imprese criminali hanno caratterizzato sia la nascita che la storia decennale di Israele, ma oggi si manifestano con grande evidenza, e non possono essere più coperte.

 
2. Al fine di cancellare altri falsi miti sulla nascita e la storia del cosiddetto stato di Israele sono partite varie iniziative tese alla ripubblicazione di un altro sintetico, ma importante ed illuminante libro di Faris Yahia, già pubblicato per la prima volta in inglese nel 1978 con il titolo “Zionist relations with Nazi Germany”. Il libro era stato poi tradotto in italiano da Fabio De Leonardis nel 2008 per conto della casa editrice Città del Sole con il titolo “Le relazioni pericolose”(2).
 
le vicende storiche illustrate da questo libro, con il sostegno di un’accurata documentazione basata essenzialmente su fonti ebraiche per evitare contestazioni, contribuiscono a rivelare la vera natura del Sionismo e a distruggere i miti su cui si è basata la propaganda sionista (“Hasbara”),.
 
Nel libro sono documentati una serie di accordi tra Sionisti e Nazisti per il trasferimento di Ebrei tedeschi giovani e forti in Palestina, lasciando al loro destino di internamento in campi di sterminio i deboli e le persone non adatte ad un’attività pioneristica di colonizzazione.
 
Il più importante di questi accordi fu quello raggiunto nel 1938 a Vienna tra l’ufficiale nazista Adolf Eichmann ed il rappresentante sionista Bar-Gilad. Gli accordi distruggono l’immagine propagandista del Sionismo come movimento di massima opposizione all’Antisemitismo tedesco ed europeo.
 
In effetti gli interessi dei Sionisti e degli Antisemiti tedeschi, ed in genere europei, erano convergenti. Il programma sionista di colonizzazione della Palestina da parte di Ebrei europei convergeva con l’interesse degli Antisemiti di sbarazzarsi degli Ebrei locali. Alla base di questa convergenza era il dogma della non assimilabilità degli Ebrei, i quali avrebbero avuto come unica loro possibilità di salvezza l’emigrazione e la colonizzazione della Palestina (non importa se il paese era già occupato da migliaia di anni da un’altra popolazione).
 
Con questo atteggiamento i Sionisti si opponevano ed ostacolavano la lotta per l’emancipazione degli Ebrei condotta a fianco dei movimenti comunisti, socialisti, progressisti ed antirazzisti europei.
 
Yaha descrive anche la situazione creatasi nei ghetti dell’Europa Orientale e poi negli stessi campi di concentramento e sterminio, dove gli esponenti Sionisti entrarono spesso, in accordo con i Nazisti, in appositi organismi di gestione e sorveglianza degli Ebrei ghettizzati e dei deportati (“jugenrat”), anche con l’utilizzo di una “polizia ebraica” formata in genere da militanti sionisti. Vi furono forme di collaborazione con i Nazisti, che giunsero addirittura allo scoraggiamento ed impedimento di rivolte e fughe. Solo pochi privilegiati, forti e dotati, che dovevano colonizzare la Palestina, erano degni di salvezza.
 
Questo disprezzo e crudeltà nei confronti dei più deboli, anche se correligionari, e questa assoluta mancanza di scrupoli cui si aggiungono concezioni suprematiste e razziste molto simili a quelle del Nazismo, ben si accorda con la mentalità razzista e suprematista che oggi si accompagna allo sterminio e alla persecuzione dei Palestinesi visti come esseri inferiori o addirittura “animali umani” come detto dall’ex Ministro israeliano della Difesa Gallant.
 
Uno dei punti più significativi della convergenza di interessi comuni tra Sionisti ed il mondo europeo antisemita furono gli accordi tra il movimento sionista, rappresentato dal banchiere Rotschild, ed il Ministro degli Esteri britannico Lord Balfour che in una celebre dichiarazione del 1917 assicurava un “focolare” domestico agli Ebrei in Palestina.
 
In realtà Balfour era un noto antisemita interessato soprattutto ad evitare l’immigrazione in Gran Bretagna degli Ebrei che fuggivano dalla Russia, ed altri possedimenti zaristi coinvolti nei “pogrom” antiebraici.
 
La convergenza degli interessi era cementata dall’incontro tra il colonialismo di insediamento sionista ed il colonialismo britannico, in quanto i Sionisti si offrivano come alleati dei colonialisti britannici per il mantenimento del loro dominio nell’Asia Occidentale.
 
3. Un altro classico libro dello storico israeliano Ilan Pappé, “La pulizia etnica della Palestina” (3) distrugge un altro mito: quello della Guerra di Indipendenza per la creazione dello Stato ebraico condotta contro potenti stati arabi.
 
Questa guerra si aprì in realtà con una gigantesca operazione di pulizia etnica (chiamata dai Palestinesi ”Nakba”, la catastrofe), Tra il dicembre del 1947 e il maggio del 1948 vi fu la cacciata violenta dei tre quarti della popolazione palestinese, praticamente inerme, dai territori occupati, con la forza militare ed il terrore, dalle milizie sioniste, e con la distruzione di 500 villaggi. Un debole e scoordinato intervento di alcuni stati arabi, da poco indipendenti, avvenne a cose fatte solo dopo il Il 15 maggio, giorno della proclamazione unilaterale dello Stato di Israele
 
4. Un altro mito, quello che riguarda l’appropriazione sionista dell’Olocausto, è contestato dal noto intellettuale ebreo statunitense Finkelstein nel suo libro “L’industria dell’Olocausto” (4).
 
Appropriarsi della memoria di 6 milioni di assassinati, come se volessero andare tutti in Palestina, è un inganno. La stragrande maggioranza delle popolazioni ebraiche, sia tedesche che dell’Europa Orientale, non manifestò mai l’intenzione di emigrare in Palestina. La maggior parte degli Ebrei contava di riscattarsi aderendo a partiti comunisti e socialisti, e considerava pazzi i Sionisti che li invitavano ad emigrare in Palestina. Yahia ricordava che solo l’8% degli Ebrei dell’Europa orientale, che sono riusciti a fuggire dopo l’invasione nazista, è emigrato in Palestina. Il 75% (circa 2 milioni) è riparato in Unione Sovietica ed i restanti verso la Gran Bretagna e gli USA.
 
Dopo la creazione dello stato di Israele sono stati accolti in Palestina solo poco più di 200.000 superstiti dei campi di sterminio, cioè una parte nettamente minoritaria della popolazione complessiva di Israele.
 

5. Infine, il mito secondo cui esisterebbe una nazione ebraica cui tutti gli Ebrei della diaspora farebbero parte, e che sarebbe l’erede diretta dell’antico popolo ebraico è stato smentito dal Professore di Storia dell’università di Tel Aviv Shlomo Sand, che ha chiarito nel suo noto bestseller, “L’invenzione del popolo ebraico” (5), che non esiste una nazione ebraica. I veri fondatori dello stato di Israele, gli Askenaziti, sono in gran parte gli eredi di un impero turco-caucasico e slavo convertitosi un millennio fa all’Ebraismo, quello dei Kazari. I Sefarditi discendono da tribù berbere convertite. I veri discendenti degli antichi Ebrei e delle altre antiche popolazioni della Palestina sono proprio i Palestinesi, dopo le conversioni al Cristianesimo e all’Islam.
 
Yahia ricordava a questo proposito le parole dell’unico ministro ebreo del Governo Britannico dell’epoca, Montagu, che, opponendosi alla “dichiarazione Balfour” del 1917, dichiarò a sua volta che non esisteva una nazione ebraica, ma solo gli Ebrei di vari stati, e che quell’invenzione sarebbe servita solo come scusa per cacciarli tutti verso la Palestina.
 
In definitiva il libro di Fazolo, la ripubblicazione del libro di Yahia, e la lettura dei classici di Pappé, Finkelstein e Sand servono a smentire tutti i falsi miti sulla nascita e la storia di Israele alla luce dei tragici avvenimenti di oggi.
 
Vincenzo Brandi



 












 
  • 1.Alberto Fazolo, “La Brigata Ebraica, una stori controversa”, ed, 4Punte, 15 aprile 2026
  • 2-Faris Yahia, “Le relazioni pericolose”, prima ed. italiana: La città del Sole, 2008
  • 3.Ilan Pappé, “La pulizia etnica della Palestina”, prima ed. italiana: Fazi, 2008
  • 4.Norman G. Finkelstein, “L’Industria dell’Olocausto”, prima ed. italiana: BUR, 2004
  • 5.Shlomo Sand, “L’Invenzione del Popolo Ebraico”, prima ed. italiana: Rizzoli, 2010

 

Sathya Sai Baba e l'attuazione del proprio dharma "ordinario"...

 

Swami Muktananda e Satya Sai Baba


L’umanità aspira per tendenza naturale ad uscire dalla sofferenza del mondo. L’attitudine fa parte del nostro DNA e il processo si chiama illuminazione.

L’uomo si pone numerosi interrogativi sul mistero della vita, ma non trova risposte e quando scopre che esiste qualcuno in grado di fornirle si precipita ai suoi piedi. Per nostra fortuna ogni tanto compare sul pianeta una guida capace di indicare la giusta strada per uscire dalla trappola il più in fretta possibile.

Non sempre la guida compare sul pianeta sotto forma di un grande condottiero spirituale. Mille personaggi, sotto le vesti di poeti e filosofi, confortano il genere umano lungo il pellegrinaggio della vita.

Queste guide – Sathya Sai Baba ne è stato un esempio – sono dotate di poteri straordinari unicamente per attirare la nostra curiosità. Sai Baba è stato chiaro: “I miracoli sono il mio biglietto da visita. Io vi do ciò che chiedete affinché un giorno mi chiediate ciò che sono venuto effettivamente a dare”.

Il ricercatore spirituale sa che il compito del maestro illuminato non è quello di risolvere i suoi problemi quotidiani con interventi eccezionali, ma di riportare a galla un insegnamento che si tramanda di generazione in generazione per conservare l’equilibrio dell’universo. L’equilibrio si mantiene semplicemente rispettando la Legge naturale del dharma.

Il ripristino del dharma, il fare ciò che va fatto in rapporto alla natura delle cose, è lo scopo della discesa sul pianeta delle grandi anime.

Questa convinzione induce a fare una considerazione. Che cos’è importante: il maestro che giunge per confortarci e guidarci oppure quello che insegna; i miracoli che compie per facilitare la nostra vita o i metodi per aderire alle verità metafisiche?

La risposta è scontata. Il maestro resta nel mondo cinquanta o cento anni, mentre il suo insegnamento sopravvivere diversi secoli. Chi ha la fortuna di vivere al tempo di una guida illuminata può sperare che egli lo accolga sul suo treno, ma chi non riuscirà a salire avrà, in ogni caso, l’opportunità di capire che cosa bisogna fare per vivere convenientemente la vita.

I discepoli che salirono sul treno del Buddha si realizzarono; coloro che restarono fedeli a Gesù, trovarono la via del Regno. Ogni maestro illuminato carica sul suo treno quanti più devoti può, ma non abbandona gli altri alla mercé del destino. L’insegnamento che lascia, infatti, in eredità al mondo conduce rapidamente alla meta.

Non si pensi dunque di doversi incollare ad un maestro o di doversi etichettare a tutti i costi col suo nome. Non è questo che Egli vuole e insiste: “Abbandonate il mio nome  la mia forma e puntate all’Assoluto”. All’Assoluto si punta riconoscendo che alla base della creazione c’è il Sé universale, che noi siamo quel Sé e che la sua legge si chiama dharma.

Che cos’è il dharma? Si tratta di una Legge cosmica che prevede ciò che deve essere fatto in modo naturale come risposta ad un evento. Può essere dunque definito come il naturale comportamento operativo di un individuo.

Il maestro discende dunque sul pianeta per indurre ogni uomo ad aderire alla Legge del dharma.

La  devozione ad un nome o ad una forma, qualunque essa sia  è del tutto secondaria.  Ciò che il maestro illuminato propone al di fuori del dharma serve, infatti, soltanto per rendere più appetitosa la colazione. I segnali colorati richiamano semplicemente l’attenzione dell’uomo verso una certa direzione, ma il maestro illuminato diventa universale soltanto quando in Lui riconosciamo la Legge naturale che fa della vita ciò che è.

Giancarlo Rosati



Chi era Leonardo da Vinci?

 


Leonardo da Vinci nasce fuori dagli schemi. Figlio illegittimo, cresciuto ai margini, mai davvero dentro un posto preciso nel mondo.

Ed è forse proprio questa distanza a renderlo diverso: uno sguardo libero, inquieto, incapace di fermarsi alla superficie.

Fin da giovane osserva ogni cosa. I volti, i movimenti impercettibili, i silenzi più eloquenti delle parole. Non gli basta guardare: vuole comprendere. Andare oltre ciò che appare. Dentro i corpi, dentro le emozioni, dentro la realtà invisibile.
Scriverà: «Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri.»

A soli quattordici anni entra nella bottega del Verrocchio. Ma la pittura, per lui, non è un punto d’arrivo. È solo l’inizio. Studia, prende appunti, sperimenta senza sosta. E soprattutto immagina. Non separa mai ciò che conosce da ciò che crea. Ed è proprio da questa fusione che nascono le sue opere.

Nell’Ultima Cena non si limita a raffigurare un momento. Mette in scena una frattura. Cristo parla, e tutto cambia. Gli apostoli reagiscono: chi si ritrae, chi si agita, chi resta sospeso, chi è già attraversato dal dubbio. Ogni volto racconta qualcosa di diverso. Ogni gesto è una risposta. Non è solo pittura: è tensione viva. È l’istante in cui l’essere umano si trasforma.

Perché ogni cambiamento nasce da una rottura. E spesso è proprio lì che la vita prende forma.

Poi dedica anni a un volto. Quello di una donna. Un sorriso che sfugge, che non si lascia definire. Lo studia nei minimi dettagli, tra muscoli e luce, tra ombre e percezioni.
Nasce così la Gioconda.

Ma quel sorriso non è un sorriso. È qualcosa di più profondo. È instabile, mutevole, impossibile da fissare. Come a dire che la verità non è mai una sola. Che tutto è in movimento. Che anche ciò che crediamo fermo, in realtà cambia continuamente.

Negli anni successivi Leonardo non si arresta. Studia il cuore umano e il funzionamento delle sue valvole. Disegna il feto nell’utero con precisione sorprendente. Progetta sistemi per l’acqua e il territorio. Per lui non esistono barriere: arte e scienza, natura e corpo, pensiero e materia sono parti di un unico dialogo.

Tutto è collegato. Tutto si influenza.

Oggi, invece, viviamo in un’epoca diversa. Abbiamo competenze sempre più specifiche, figure sempre più specializzate. Ma manca qualcosa: una visione capace di unire.

È per questo che ricordare Leonardo è ancora fondamentale. Ci ha insegnato che sapere non significa accumulare informazioni, ma metterle in relazione. Che la conoscenza non è un confine da spostare, ma uno spazio da ampliare.

Leonardo non è stato solo un genio. È stato un modo di pensare.

E forse è proprio quel modo di pensare che oggi abbiamo perduto.

 Salvo Nugnes