In principio sorse una questione...

 Nonostante si sia prossimi a festeggiare il centenario del Principio di Indeterminazione e di Incompletezza, rispettivamente dal tedesco Werner Heisenberg, 1927, e dall’austriaco Kurt Gödel, 1930, la loro potenza rivoluzionaria nella concezione della natura e della realtà non è stata sufficiente ad aggiornare l’assolutismo razionalistico, materialistico ed economico delle culture del mondo.



Einstein, con Podolsky e Rosen, affermò che il senso comune – ben codificato nella Meccanica classica – fa a pugni con la conoscenza della materia/realtà affermata dalla Meccanica quantica. Non riusciva a inscrivere nella sua Relatività ristretta quanto affermato dalla cosiddetta interpretazione di Copenaghen, nella quale si sostenevano per la prima volta il principio di complementarità e quello di dualità. Il primo afferma che a livello subatomico non è possibile conoscere contemporaneamente posizione e velocità della particella; il secondo, afferma la natura corpuscolare e ondulatoria delle particelle elettromagnetiche. La nota lettera del 1935, detta EPR come dalle loro iniziali, esordisce così: “La descrizione quantica della realtà può essere considerata completa?

La perplessità di Einstein era del tutto plausibile, comprensibile e condivisibile se osservata in termini empirici, sensoriali, egocentrici. Che di una particella si potesse conoscere solo uno dei due dati fondamentali della Meccanica classica, posizione e velocità, non era accettabile. Che la materia potesse essere un’onda, neppure.

La medesima perplessità si origina generando il proprio pensiero filtrato dal dominio assolutistico del razionalismo. Da questo discende l’idolatrata oggettività. Un plinto meccanicista che prevede la realtà come oggetto disponibile ad essere posto sul vetrino della conoscenza. Ma anche un cancello che impedisce di accedere alla verità affermata tanto dal Principio di indeterminazione di Heisenberg, quanto da quello di incompletezza che emerge dall’indagine dell’aritmetica attuata dal logico-matematico Kurt Gödel.

Se il principio del fisico tedesco – in collaborazione con Niels Bohr – afferma che di una particella elementare è possibile misurare solo la velocità o solo la posizione e che il comportamento di questa è relativo all’osservatore, quello del matematico austriaco osserva che entro la sintassi aritmetica si possono verificare situazioni per le quali non è possibile affermare univocamente siano vere o siano false, per le quali non si può altro dire che non siano vere e non siano false.

Ma se nel loro ambito tecnico il valore di Werner Heisenberg e di Kurt Gödel ha carattere dirompente rispetto allo stato della fisica e della logica a loro precedente, per il resto del mondo è altrettanto rivoluzionario per ragioni filosofiche, metafisiche, esistenziali. La valenza filosofica implica che la descrizione meccanicistica e logica della realtà, sulla quale abbiamo costruito la cultura dominante, e abbiamo fatto coincidere con la verità ultima – nonostante la scienza stessa sia la prima ad affermare la provvisorietà dei suoi enunciati – era un abbaglio. Che non tutto è misurabile dai rozzi strumenti dei tecnici; che c’è una realtà impalpabile ben più potente e capace di quanto non possano le note forze fisiche. La questione non riguarda infatti soltanto le microparticelle per Heisenberg e alcuni estremi ambiti della logica per Gödel, in quanto entrambi i Principi prendono massima forma nel mondo sottile delle relazioni. La realtà dipende infatti dal destinatario, è funzione del destinatario. E la relazione con il destinatario modula la natura dell’emissione, modula la verità, l’affermazione pronunciata dall’emittente. Ugualmente accade nella relazione con se stessi, dove la realtà è modulata da valori ed esigenze, tutte referenti di sentimenti ed emozioni.

Nella rete del Tutto – che partecipiamo a fare e modificare, e che agisce su noi – tanto gli altri, quanto noi stessi, tendiamo a modificare nel tempo la posizione originaria. Ciò che prima stava in un modo, ora sta in un altro. Ciò che era intollerabile lo è divenuto. Ciò che prima era corpuscolo ora è onda. Ciò che credevamo vero, si mostra falso. Nella rete il tempo è di tipo circolare e sussultoriamente stocastico. È burrasca e bonaccia, buono e cattivo. Corrisponde a noi. I nostri sentimenti sono il solo orologio per misurare il tempo. Quello dei ragionieri della vita conta solo per i ragionieri della vita.

Perciò la questione perché onda o corpuscolo?, dilemma che assilla solo gli scienziati classici, è poca cosa rispetto alla verità dell’ontologico mutamento della realtà. Non solo. È l’evidenza della contiguità, o meglio, dell’unità tra fisica e metafisica. Rispettivamente espressione e matrice di una realtà-trinità in quanto per esistere ha bisogno di noi. Così, l’affermazione del mutamento in funzione dell’osservatore allude alla sostituzione dell’ego con la relazione, della realtà oggettiva con la realtà creata. È l’ultima spiaggia della laguna del mondo, dove il razionalismo dei marosi arriva spento, senza più forza per obbligarci a farci remare in un senso piuttosto che in un altro, pur di far sopravvivere il dominio del nostro io e il mondo che questo ci impone. Ma anche per evitare una patologica immobilità: l’indecisione porta alla morte fisica e metafisica. È la respirazione che, prima di altro, ce lo insegna.

Il mutamento come sola verità afferma che la descrizione del reale che possiamo esprimere e sulla quale edifichiamo cultura, valori e politica, è autoreferenziale, arbitraria, strumentale. In sostanza truffaldina. È una descrizione che sussiste a causa della concezione egocentrica della realtà, fisiologicamente inetta a riconoscere come questa si avvalga di un autopoietico fermo immagine. Una costruzione del tutto idonea ad affermare la logicità, l’oggettività, la dignità e la legittimità del nostro pensiero. Un’istantanea dell’essere che distorce il divenire secondo lenti d’interesse personale.

La virtuale cornice di quell’immagine delinea un campo la cui natura è bidimensionale, dove le nostre esigenze atrofizzano la vitale e dinamica rete della realtà. È un campo in cui il tempo è lineare e proteso all’infinito, lo spazio è de-finito dalla nostra scientifica capacità d’indagine e noi non ne facciamo parte. Un terreno in cui, come impavidi registi, distribuiamo canovacci e tiriamo i fili secondo aulica logica, riconosciuta autorevolezza e competenza specializzata.

Da Heinsenberg e da Gödel possiamo cogliere il necessario per riconoscere i limiti di ciò che consideravamo definitivamente vero. Dal grande oceano cosmico fisica quantica e logica approdano alla medesima terra. Le osservazioni del matematico austriaco lo portano a concludere che se il razionalismo ci induce ad argomenti utili per sostenere la veridicità o meno di certe affermazioni, il principio di incompletezza giunge ad affermare che non possiamo sostenere siano definitivamente vere o definitivamente false nonostante la non contraddittorietà degli assiomi d’origine.

La potenza del logos, in quanto creatore di realtà, se costretto dalla logica aristotelica e dalla razionalistica, bidimensionale, matrice del nostro pensare – al quale è da aggiungere l’invadente principio moralistico della coerenza/senso di colpa quale virtù assoluta, senza lato B – a dispetto dell’imperante scientismo, non è sufficiente per comprimere la realtà – la cui natura è di per sé infinta, cangiante e relazionale – entro le sue piccole categorie, specializzazioni, classificazioni, distinzioni, giudizi. La natura della realtà non è semplicemente più complessa della nostra volontà di ordinarla, essa è inafferrabile, in particolar modo quando si cerca di prenderla con attrezzatura inadatta.

Tanto nel principio di indeterminazione quanto in quello di incompletezza troviamo dunque le verità prescientifiche, quelle del mondo magico, del Tutto e dell’Uno, quelle della conoscenza già in noi. È una conclusione accessibile ed accettabile soltanto a condizione che le energie necessarie ad avvedersene non vadano più ad alimentare la babelica impalcatura egoica con la quale crediamo di raggiungere Dio, ovvero di poter conoscere la natura attraverso la sua misurazione strumentale, attraverso la volontà egoica.

Liberati dall’io, i dilemmi e la ricerca della verità svaniscono. L’interpretazione della storia, nella quale altro non vi è che determinazione, suggestione, superstizione e inconsapevoli congetture, da bidimensionale ritorna ad essere se stessa, volumetrica: una dimensione nella quale ciò che l’io sostiene è già accaduto ed è prevedibile, nella quale le babeliche verità e analitici distinguo del tutto mostrano la loro architettura da castelli di carta.

Dopo le tradizioni esoteriche, Heisenberg e Gödel rappresentano l’approdo della ricerca occidentale e cosiddetta scientifica ai lidi in cui tutte le tradizioni sapienziali della terra pazientemente la attendevano per la cerimonia del Sé, la cui natura sta in una riga.

Non più ripetizione ma creazione, non più sopraffazione ma legittimazione, non più pena ma forza.



Per una realtà nella relazione.

“Ma i concetti scientifici esistenti abbracciano sempre solo una parte molto limitata della realtà, mentre l’altra parte, quella tuttora incompresa, è infinita”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla. È qualcosa, questo, cui Descartes poteva non aver pensato, ma che rende impossibile una netta separazione tra il mondo e l’Io”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“[…] è nella teoria dei quanta che hanno avuto luogo i cambiamenti più radicali riguardo al concetto di realtà. […] Ma il mutamento del concetto di realtà che si manifesta nella teoria dei quanta non è una semplice continuazione del passato; esso appare come una vera rottura nella struttura della scienza moderna.

“La fisica classica partiva dalla convinzione – o si direbbe meglio dall’illusione? – che noi potessimo descrivere il mondo, o almeno delle parti di esso, senza alcun riferimento a noi stessi”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“[…] han cominciato a spostarsi gli stessi fondamenti della fisica […] il terreno stesso su cui poggiavamo. […] La progredita tecnica sperimentale del nostro tempo porta nella prospettiva della scienza nuovi aspetti della natura che non possono essere descritti nei termini dei comuni concetti”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia.


“[…] il rigido determinismo della fisica newtoniana o classica è stato colpito alla base. Nello stato d’un sistema fisico entra, secondo Heisenberg, il concetto di probabilità, escluso assolutamente, invece, non solo dalla fisica newtoniana ma anche da quella di Einstein”.

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia (dall’introduzione di Guido Gnoli)


“[…] nessun sistema rigorosamente definito di assiomi corretti può comprendere tutta la matematica oggettiva, dal momento che la proposizione che afferma la coerenza del sistema è vera ma non dimostrabile nel sistema stesso”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“In corrispondenza con la formulazione in termini di dilemma del teorema principale sull’incompletabilità della matematica, le implicazioni filosofiche prima facie avranno anch’esse l’aspetto di una disgiunzione; però ambedue le alternative sono decisamente in contrasto con la filosofia materialistica”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“[…] la maggior parte dei matematici negarono che la matematica, così come si era fino ad allora sviluppata, rappresentasse un sistema di verità; piuttosto questo venne riconosciuto solo per una parte della matematica […] e tutto il resto fu mantenuto nel caso migliore in un senso ipotetico, secondo il quale la teoria affermava propriamente soltanto che da certe ipotesi (da non giustificarsi) si aveva diritto di trarre certe conclusioni”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“Infatti risulta chiaro che nello stabilire in modo sistematico gli assiomi della matematica, divengano evidenti sempre nuovi assiomi che non seguono logicamente da quelli stabiliti in precedenza”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“Ma la situazione cambia completamente se riguardiamo le proprietà come generate dalle nostre definizioni”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“[…] una delle più sorprendenti e controintuitive tesi di Kant, vale a dire la parte della sua dottrina del tempo […] [il tempo] esiste solo in senso relativo. L’entità relativamente alla quale esso esiste, secondo Kant, è il soggetto percipiente o, più precisamente la sua ‘sensibilità’”.

Kurt Gödel, Scritti scelti.


“È probabilmente vero in linea di massima che della storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti d’interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le loro radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se esse realmente si incontrano, cioè, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a un’effettiva interazione, si può allora sperare che possano seguire nuovi e interessanti sviluppi”.

Werner Heisenberg in Fritjof Capra, Il Tao della fisica.


“Ottant’anni dopo i lavori di Heisenberg e Schroedinger e quarant’anni dopo la pubblicazione del libro di Capra [Il tao della fisica, ndr], ben pochi scienziati hanno accettato intimamente e completamente il fatto che le conseguenze filosofiche della fisica quantistica, o il paradigma che ne consegue, coincidono praticamente con la visione del mondo della filosofia buddhista (e di qualche aspetto del pensiero indù e taoista). In fondo, molti ancora pensano in modo semi-conscio che non è possibile che 2000 anni fa si potessero avere concezioni considerate molto “moderne”. Non riescono a liberarsi dal pregiudizio del progresso, cioè dall’idea “ottocentesca” che l’umanità proceda in un’unica direzione, verso conoscenze sempre maggiori e ‘più vere’”.

Guido dalla Casa, La fisica e l’Oriente, [articolo].


“Come scrisse Heisenberg: Ciò che osserviamo non è la natura stessa, ma la natura sottoposta al nostro modello di indagine”.

Gary Zukav, La danza dei maestri Wu Li.


Lorenzo Merlo



Bibliografia

Albert Einstein, Relatività: esposizione divulgativa, Torino, Boringhieri, 1967

Kurt Gödel, Scritti scelti, Torino, Bollati Boringhieri, 2011

Werner Heisenberg, Fisica e filosofia, Milano, Il Saggiatore, 1963

Gary Zukav, La danza dei maestri Wu Li, Milano, Corbaccio, 1995

Fritijof Capra, Il Tao della fisica, Milano, Adelphi, 1983

Guido Dalla Casa, La fisica e l’Oriente, https://www.fisicaquantistica.it/scienza-di-confine/la-fisica-e-loriente

Einstein, Podolsky, Rosen, Lettera EPR, http://www.sciacchitano.it/Eziologia/Einstein%20Podolski%20Rosen.pdf


La scelta senza scelta...

 


Essere senza scelta significa che si deve scegliere, ma si deve rimanere distaccati, nelle cose pratiche. Riguardo a cose che non sono pratiche puoi rimanere senza scelta. Sulle cose che sono al di là di te puoi rimanere senza scelta; la tua scelta non è necessaria.

Ad esempio, la morte. Non hai niente da scegliere. Accadrà un giorno, quindi va bene. L’amore. Non devi fare niente. Se succede, succede; se scompare, scompare. Non è una cosa pratica. È qualcosa di misterioso che non ha niente a che fare con te.

Quindi resta aperto al mistero e continua a decidere nelle cose pratiche e mondane, ma non attaccarti. Ad esempio, ora non sai se vuoi stare qui o se vuoi andartene. Non c’è bisogno di preoccuparti molto per questo. Se hai voglia di stare qui – che sembra più importante – allora stai qui. Non hai niente da perdere, cosa potresti perdere? Forse a livello finanziario ci perderai, ma se, spiritualmente, hai qualcosa da guadagnare, puoi rimanere. Ma se ritieni che non ne trarrai alcun guadagno spirituale e che ci perderai finanziariamente, allora perché restare? Parti!

Le cose dovrebbero essere osservate in un baleno, non nei dettagli, meditandoci su, riflettendoci e preoccupandosi. In un baleno. Se ritieni che qui stia accadendo qualcosa di importante, che è più prezioso della perdita finanziaria, è fatta! Non pensarci più! O se pensi che possa accadere la prossima volta, che non c’è fretta e che non sei impaziente rispetto alla tua crescita spirituale, non c’è problema; puoi semplicemente andartene.

Ma qualunque cosa tu faccia, rimani distaccato. Se rimani qui, non pensare di aver fatto qualcosa di eccezionale; altrimenti ci sarà attaccamento. Se te ne vai, non iniziare a preoccuparti di aver fatto la scelta sbagliata; altrimenti ti attacchi. E una volta che hai preso una decisione, nelle cose pratiche, fallo e dimenticatelo; non hai bisogno di perderci del tempo.

Le persone perdono troppo tempo prima di fare e troppo tempo dopo aver fatto. E quasi il novanta percento dell’energia è sprecata a rimuginare ed è la maggior parte della vita. Solo il dieci per cento della vita è usato per fare e solo il fare può portare soddisfazione. Quel restante novanta percento è semplicemente andato sprecato, è finito nello scarico.

Quindi fai tutto ciò che hai voglia di fare, ma non attaccarti. Questa è assenza di scelta nel mondo normale e pratico. E c’è anche la possibilità che un giorno, rimanendo senza scelta su cose veramente essenziali, tu possa decidere di diventare senza scelta anche nelle cose pratiche. Questo è il vecchio concetto di sannyas e molte persone hanno vissuto in questo modo, senza decidere nulla.

Osho



Tratto da:  Don’t Just Do Something, Sit There - Osho Times n. 273

Vincenzo Brandi: "Conoscenza, scienza e filosofia. Profili di scienziati e filosofi della scienza da Talete alla fisica contemporanea" - Presentazione del libro




"Conoscenza, scienza e filosofia. Profili di scienziati e filosofi della scienza da Talete alla fisica contemporanea" -  Vorrei cercare di spiegare perché scrivere un libro su questi argomenti che possono essere considerati noiosi, troppo specialistici ed apparentemente lontani dalla vita reale di tutti i giorni.


Certamente nello scrivere di scienza e nel riportare i profili di molti scienziati e filosofi della scienza che si sono distinti nel corso dei secoli e dei millenni mi è stata utile la mia esperienza quarantennale presso un grande istituto di ricerca pubblica italiano. Essendo un ingegnere chimico mi sono specializzato nello studio della chimica del sodio liquido (che viene usato in alcuni tipi di reattori nucleari), delle energie alternative, delle pile a combustibile (un particolare tipo avanzato di pila) e dell’idrogeno come combustibile.

Tuttavia, non intendevo fare un libro specialistico. La tesi fondamentale di questo libro è che non vi è contraddizione tra la “scienza” e la conoscenza comune di tutti i giorni, cui anche una persona comune – magari con un grado di istruzione limitato come la mitica “casalinga di Voghera”-  può arrivare osservando con attenzione il mondo che ci circonda. D’altra parte il termine stesso “scienza” viene dal verbo latino “scio” che significa “conoscere”. Scienza e conoscenza sono sinonimi. La semplice massaia che cuoce la pasta sa perfettamente che, se mette una pentola piena d’acqua sul fuoco, l’acqua bollirà a 100 gradi centigradi. Lo scienziato approfondisce questa conoscenza empirica con esperimenti ripetuti, con il ragionamento, e sviluppando teorie per poter spiegare il fenomeno. Quindi scopre che nell’acqua si agitano miliardi di piccole molecole. Se aumentiamo la temperatura, fornendo energia all’acqua, le molecole si agitano sempre più velocemente, finché non possono essere più contenute nel liquido e si disperdono disordinatamente nell’ambiente determinando l’ebollizione.

Tutti sappiamo che se lasciamo andare libero un oggetto che abbiamo in mano (ad esempio una penna) questo “cade” verso terra. Galilei determinò le leggi di questa caduta sulla superfice terrestre con esperimenti ripetuti scoprendo che tutti gli oggetti cadono nel vuoto a velocità crescente e con la stessa accelerazione di 9,81 m/sec2 indipendentemente dal peso proprio. Newton scoprì che ciò avviene perché tutti i corpi si attraggono a vicenda, per cui la penna che “cade” è in realtà attirata verso il centro della Terra (Legge della Gravitazione Universale). Tutto il sistema solare è stabile solo perché esiste questa legge (l’attrazione del Sole è equilibrata dalla forza centrifuga dovuta alla velocità della Terra).

Ma il criterio della verità scientifica basata sull’esperienza ci può orientare correttamente in qualsiasi settore dell’attività umana, anche nella politica, l’economia, la morale, la storia, la psicologia, le relazioni interpersonali ed amorose, e così via. Il grande fisico viennese Boltzmann diceva che “la scienza è verità”, in quanto la verità è un’affermazione che corrisponde alla realtà che osserviamo. Se diciamo che la mano dell’uomo ha cinque dita, che il gatto ha una coda, o che tutti gli uomini sono mortali (come detto nella premessa del famoso “sillogismo”, figura logica creata da Aristotele), diciamo la verità perché queste affermazioni corrispondono ai fatti reali osservati (anche da persone comuni). 

Quando diciamo che la Terra è piatta, diciamo una cosa sbagliata perché contraddetta da una serie di evidenze sperimentali. Quando Aristotele diceva che la velocità di un corpo che cade è proporzionale al peso, diceva una cosa errata come ha dimostrato Galilei con i suoi esperimenti. I dirigenti statunitensi ed i nostri giornali ossequienti dicevano che gli eserciti USA e della NATO andavano a distruggere l’Iraq perché Saddam possedeva tremende armi di distruzione di massa pronte a colpirci, ma dicevano una bugia, perché queste armi non erano reali. Quando in epoche per fortuna passate si diceva che i mali del mondo erano portati dalle streghe che si accoppiavano col demonio o che la peste era portata dagli “untori”, dicevano cose non vere perché non rispondenti a fatti reali. Galilei diceva che si fidava di quello che vedeva nel suo cannocchiale, piuttosto che di ciò che era scritto nelle Sacre Scritture. Il suo collega scienziato a Padova, Cremonini, si rifiutò di guardare nel cannocchiale, preferendo ricorrere alla vecchia filosofia metafisica di Aristotele piuttosto che all’evidenza sperimentale.

Vincenzo Brandi



TUBI A VUOTO E RAGGI CATODICI, LA SCOPERTA DELL’ELETTRONE ED IL PRIMO MODELLO ATOMICO

 


Una delle tecniche di ricerca fisica che si dimostrò tra le più ricche di risultati nella seconda metà dell’800 fu quella dei “tubi a vuoto”, sviluppata già nel 1854 dal tecnico e fisico tedesco Johann Heinrich Wilhelm Geissler (1814-1879), e poi da altri due fisici tedeschi: Julius Plucker (1801-1868) e Johann Wilhelm Hittorf (1824-1914)(1).

Alle estremità dei tubi, in cui era stato fatto il vuoto, erano posti due elettrodi, uno positivo, cioè a potenziale elettrico più alto (“Anodo”), ed uno negativo, a potenziale più basso (“Catodo”), tra cui si poteva avere una scarica elettrica (come nei moderni tubi al Neon). Fu notata presso il catodo una particolare fluorescenza. Il fisico inglese Cromwell Varley (1828-1883) interpretò correttamente (nel 1871) questo fenomeno come emissione di particelle cariche elettricamente dal catodo. Un altro fisico tedesco, Eugen Goldstein (1850-1930) sostenne, invece, (nel 1876) che si trattava di radiazioni, cui fu dato il nome di “Raggi Catodici”, termine improprio che poi è rimasto. Infine un altro fisico inglese, William Crookes (1832-1919), dimostrò definitivamente che si trattava di emissioni di natura corpuscolare.

Negli anni 1890-97 anche il valente fisico francese Jean Perrin (1870-1942) – futuro premio Nobel di cui ci occuperemo anche nel prossimo numero su Einstein – studiò i raggi catodici. Infine, nel 1897, l’intelligente ingegnere e fisico inglese Joseph John Thomson (1856-1940), premio Nobel nel 1906 (da non confondersi con l’omonimo William Thomson - Lord Kelvin), dimostrò che i raggi erano in realtà formati da particelle elementari dotate di una piccola massa, in quanto capaci anche di girare meccanicamente una paletta. Inoltre le particelle erano cariche elettricamente (di elettricità “negativa”) in quanto potevano essere deviate da un campo magnetico. Su suggerimento del fisico irlandese George Stoney (1826-1911) fu dato loro il nome di “Elettroni”.

La scoperta di Thomson dette un grande contributo alla teoria atomica che era stata contestata in quegli anni da Mach, Ostwald, e da tutta la corrente “energetista” ed “empirio-criticista” (ne abbiamo parlato al numero precedente a proposito delle polemiche tra Mach, Boltzmann e Lenin). Si poteva infatti intuire che gli elettroni erano elementi fondamentali della struttura atomica, e che gli “atomi” moderni di Dalton e Mendeleev (vedi NN. 69 e 89) – definibili come la più piccola quantità possibile di un elemento chimico - erano divisibili in particelle più piccole, a differenza degli antichi atomi di Leucippo e Democrito (senza che ciò inficiasse il principio dell’indivisibilità della materia all’infinito, principio – ora - da stabilirsi su scala non più atomica, ma subatomica).

Questi sviluppi portarono alla formulazione del primo modello atomico della storia dovuto a Thomson. Egli ipotizzò che gli elettroni fossero inseriti nel più vasto nucleo atomico come le uvette sono inserite nella pasta del panettone, da cui il suo modello fu definito scherzosamente “Modello Panettone”. Nel 1911 un altro grande ricercatore, il neo-zelandese Rutherford, allievo di Thomson, dimostrerà che la maggior parte dell’atomo è vuota e che gli elettroni si muovono all’estrema periferia dell’atomo, a grande distanza dal nucleo.

Thomson inventò anche un importante apparecchiatura di misura, atta ad individuare diverse sostanze: lo “Spettrometro di Massa”. Lo strumento, ben noto a chimici e fisici, utilizza campi magnetici per separare molecole “ionizzate” con flussi di elettroni (cioè caricate elettricamente), sfruttando il diverso rapporto tra massa e carica elettrica caratteristico di ogni sostanza. Il figlio di Thomson, George Paget, ottenne a sua volta il Nobel nel 1937 per aver dimostrato che gli elettroni si comportano anche come onde.

La scoperta degli elettroni portò anche alla spiegazione di vari fenomeni elettrici consistenti nella formazione di correnti elettriche a partire da metalli sollecitati termicamente o mediante fasci di radiazioni (luminose e non). Il primo è l’effetto “Termoionico”, che avviene scaldando un metallo oltre un certo limite, scoperto nel 1879 dall’inventore statunitense Thomas Alva Edison (1847-1931). Edison produsse anche la prima lampadina a filamento di Carbonio incandescente, come già abbiamo visto al N. 93.

L’altro effetto è quello “Fotoelettrico”, scoperto da vari fisici tra il 1887 ed il 1890, in cui il metallo emette elettroni se illuminato da una radiazione di energia sufficiente. Quest’ultimo fenomeno fu poi oggetto di una celebre memoria di Einstein nel 1905, che gli valse il premio Nobel. Ne riparleremo a proposito della nascita della fisica quantistica.

Per completare il discorso sugli studi con tubi a vuoto, si può ricordare che essi permisero la produzione anche di altre particelle diverse dagli elettroni. Nel 1886 il già citato fisico tedesco Eugen Goldstein ottenne in un tubo a vuoto dotato di un catodo forato anche delle particelle cariche positivamente (ovvero degli “ioni” positivi, termine usato in fisica, chimica ed elettrochimica per particelle elettricamente cariche). Goldstein aveva ottenuto dei protoni, particelle molto più pesanti degli elettroni (circa 1800 volte più pesanti) che però solo circa trenta anni dopo furono individuati da Rutherford come componenti essenziali dei nuclei atomici(2).

Vincenzo Brandi


(1) Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

(2) RBA, “Le grandi Idee della Scienza – Rutherford”

La creazione del mondo nella descrizione di Ramana Maharshi



Sri Ramana Maharshi  adottò tre diversi punti di vista quando parlò della natura del mondo fisico. Egli li patrocinò tutti in momenti differenti, ma dai commenti che in genere esprimeva sull’argomento è chiaro che considerava vere o utili solo le prime due teorie qui descritte:


1. AJATA VADA
(Teoria della non causalità). Questa è un’antica dottrina advaita che afferma che la creazione del mondo non avvenne mai. E’ un completo diniego di tutta la causalità del mondo fisico. Sri Ramana appoggiò quest’opinione dicendo che secondo l’esperienza del ‘jnani’ nulla viene mai in esistenza o cessa di essere perché solo il Sé esiste come la sola e immutabile realtà. Un corollario di questa storia è che il tempo, lo spazio, la causa e l’effetto, i componenti essenziali di tutte le teorie della creazione, esistono soltanto nelle menti degli ‘ajnani’ e che l’esperienza del Sé rivela la loro non esistenza.
Questa teoria non è un diniego della realtà del mondo, ma solo del processo creativo che lo portò in esistenza. Parlando della sua stessa esperienza, Sri Ramana disse che il jnani è consapevole che il mondo è reale, non come una riunione di materia ed energie interagenti, ma come un’apparizione senza motivo nel Sé. Egli sviluppò questo dicendo che siccome la natura reale o il substrato di questa apparizione è identica all’esistenza del Sé, necessariamente partecipa alla sua realtà.
Ciò significa che il mondo non è reale per il jnani semplicemente perché appare, ma solo perché la natura reale dell’apparizione è inseparabile dal Sé.
L’ajnani d’altra parte è totalmente inconsapevole della natura unitaria e della sorgente del mondo e, come conseguenza, la sua mente costruisce un mondo illusorio di oggetti separati interagenti, fraintendendo continuamente le impressioni sensoriali che riceve. Sri Ramana indicò che questa visione del mondo non ha maggiore realtà di un sogno poiché sovrappone una creazione della mente alla realtà del Sé. Egli riassunse la differenza fra il punto di vista del jnani e dell’ajnani dicendo che il mondo è irreale se viene percepito dalla mente come un insieme di oggetti distinti ed è reale quando viene sperimentato direttamente come un’apparizione del Sé.

2. DRISHTI-SRISHTI VADA
Se i suoi interlocutori trovavano impossibile da assimilare l’idea di ‘ajata’ o non causalità, egli insegnava loro che il mondo veniva in esistenza simultaneamente con l’apparizione del pensiero “io” e che cessa di esistere quando il pensiero “io” è assente. Questa teoria è nota come ‘drishti-srishti’, o creazione simultanea e in effetti afferma che il mondo che appare a un ajani è il prodotto della mente che lo percepisce e che in mancanza di quella mente cessa di esistere.
La teoria è vera quando la mente crea un mondo immaginario per se stessa, ma dal punto di vista del Sé, un “io” immaginario che crea un mondo immaginario non è affatto una creazione, così la dottrina di ajata non è sovvertita.
Sebbene Sri Ramana a volte abbia detto che drishti-srishti non era la verità ultima sulla creazione, incoraggiò i suoi seguaci ad accettarla come un’ipotesi di lavoro. Giustificò quest’approccio dicendo che se si può considerare il mondo coerentemente come una creazione irreale della mente, allora esso perde la sua attrazione e diventa più facile mantenere senza distrazioni la consapevolezza del pensiero “io”.

3. SRISHTI-DRISHTI VADA
(Creazione graduale). Questa è l’opinione del senso comune che afferma che il mondo è una realtà oggettiva governata dalle leggi di causa ed effetto che possono essere fatte risalire a un singolo atto di creazione. Essa include virtualmente tutte le idee occidentali sull’argomento, dalla teoria del “big bang” al resoconto biblico della Genesi. Sri Ramana si appellò a teorie di questa natura solo quando stava parlando con interlocutori che erano restii ad accettare le implicazioni delle teorie ‘ajata’ e ‘drishti-srishti’. Anche allora, solitamente indicava che tali teorie non dovrebbero essere prese troppo seriamente poiché erano promulgate solo per soddisfare la curiosità intellettuale.

Letteralmente, ‘drishti-srishti’ significa che il mondo esiste solo quando è percepito, mentre ‘srishti-drishti’ significa che il mondo esisteva prima della percezione di chiunque. Sebbene la prima teoria sembri viziosa, Sri Ramana sostenne che i veri ricercatori dovevano esserne soddisfatti, sia perché è un’approssimazione vicina alla verità, sia perché è l’attitudine più benefica da adottare se si è seriamente interessati a realizzare il Sé.


Insegnamenti tratti da "Talks with Ramana Maharshi"  rielaborati da "Vedanta.It Forum"


Il limite della tolleranza...

 


Quante volte abbiamo sentito il fastidio per le espressioni altrui? Quante volte le abbiamo giudicate con definitivi aggettivi dispregiativi? Quante volte non abbiamo esitato a sentirci dalla parte giusta? E quante volte invece abbiamo accettato, dando pari dignità a quella che chiediamo per noi stessi, prospettive che mai avevamo sospettato esistessero? Quante volte ci siamo comportati secondo le leggi egoiche e quante volte ne abbiamo dimostrato l’emancipazione?


La Cultura della tolleranza

La cultura della tolleranza trova il suo fondamento nel concetto di Carità cristiana. Porgi l’altra guancia ne è emblema. Ma una certa disponibilità nei confronti del prossimo è presente anche in altre culture. Sebbene tra i cinque precetti dell’Islam non ve ne sia uno dedicato specificamente alla tolleranza, si trova la zakāt (dono, elemosina, devoluzione), che riguarda l’obbligo di aiuto ai bisognosi. In certe culture rurali e tradizionali come in il Pashtunwali afghano, nel Kanun del nord Albania, nel Codice barbaricino della Barbagia sarda, nel Bushido dei Samurai giapponesi, l’assistenza ai viandanti, con alloggio, cibo e cura, è un momento sostanziale di concreto rispetto delle norme sociali. Per quanto l’applicazione di queste premesse sia personalizzata, vi si può riconoscere l’origine della cultura della tolleranza e della reciproca assistenza.

Man mano che la condizione sociale da comunitaria è divenuta materialista e individualista, l’obbligo di attenzione e tolleranza è andato perdendosi nella prassi, è andato calcificandosi nella politica. La tolleranza, da pratica sociale è involuta in concetto intellettuale. Da carnale e sentimentale a principio morale, da essenza a feticcio, spesso ben travestito da buonismo come dogmatica pillola quotidiana per sentirsi bene.

Si è perso nell’abitudine al rispetto del canovaccio delle formalità. Un buco del mondo dell’apparenza nel quale siamo precipitati, dove a mezzo del sistema della rana bollita*, non c’è ragione per interrogarsi in merito alla Tolleranza, in merito alla sua vera natura. Diamo così per scontato di possederne a sufficienza, di poterla applicare con le pennellate dei nostri gesti e delle nostre parole, di essere in diritto di colpevolizzazione di chi non dimostra pari indice specifico. Ma tutto ciò accade dentro quell’edulcorato buco, senza avvederci degli imperativi che ci impone, che è solo teoria e del tutto corrispondente all’immagine ideale di noi stessi. Quella che cerchiamo di farci riconoscere dal prossimo, nella quale amiamo riconoscerci. Che è poca cosa nel computo delle potenzialità umane.

Nel buco ci si dimena nel groviglio delle dinamiche che riguardano il dominio dell’io su noi stessi. Ovvero di una volontà emessa dalla vanità, dall’orgoglio, dall’importanza personale. L’io è anche l’utero della generazione dell’altro, come entità separata da noi; della cosiddetta oggettività; e più in generale del dualismo e della sua sussistenza, nonché inconsapevole celebrazione.

Il dominio dell’io genera e sostiene i suoi motti di avidità. Non a caso la cultura della competizione, celebrata come naturale, tramandata come insostituibile o anche solo riducibile da valore assoluto a relativo, ne è sufficiente dimostrazione. Sotto il giogo egoico produciamo le ragioni della legittimazione dell’accumulo, quindi quelle dell’avere come minimo comune multiplo della vita.


Verità condizionata

Avviluppati dalla suggestione dell’io, il meglio che possiamo esprimere riguarda la moralità. Questa è tanto più consistente e rappresentativa di noi quanto siamo in grado di argomentarla dialetticamente. Un processo che implica il Giudizio, il quale castiga o elegge in funzione di quanto sappiamo cognitivamente mettere in campo. Per quanto la questione riguardi e si esaurisca nella dimensione intellettuale, ovvero la più superficiale, la meno incisiva e necessaria alla nostra evoluzione, ne andiamo fieri come i mostruosi Generali di Enrico Baj. Il mondo delle apparenze è soddisfatto. Il buco egoico è saturo, tutto il resto gli è superfluo.

In questo ambito, nel nostro ambito culturale, dire tolleranza è richiamare un valore e riferire di ciò che abbiamo capito, di ciò che vorremmo. Sebbene appaia che più di così non si può, non è che il culmine cultural-intellettualistico. Da quelle altezze crediamo si possa guardare in basso con diritto di superiorità. Inebriati di merito, inconsapevoli del processo autopoieutico e quindi autoreferenziale, ci riteniamo in diritto di autocelebrazione. Ci da diritto di vita e di morte non solo simbolica, allegorica e metaforica, nei confronti dell’altro. È questa la tolleranza che vantiamo, con la quale preferiamo non fare i conti.

Il sistema egocentrico di realtà può realizzare solo il succedaneo della Tolleranza. Un prodotto desiderato, considerato acquisito, ma che nasconde in sé il necessario per riconoscere quanto è stato sopravvalutato, quanto è limitato. Ha in sé tutto per essere contraddetto alla prima circostanza utile, alla prima occasione in cui l’importanza personale istintivamente si sveglia e alza la cresta.

Il dominio occulto dell’io ci impone identificazioni varie: a ideologie, morali, sentimenti, ruoli, cose. Ce li fa credere nostri. Segreta riduzione del nostro infinito, alla quale rispondiamo convinti e ubbidienti, con la difesa di quanto è nostro e perciò sacro. Il dominio dell’io sugli esseri umani è indispensabile alla loro storia di guerra.

Ma tutto ciò significa che il nostro gradiente di tolleranza dipende dal punto in cui ci consideriamo autorizzati ad intervenire per difendere qualcosa di noi, qualcosa che coincide con noi, qualcosa che siamo noi.

Dalla trincea di quel punto, nel buco dell’apparenza, combattiamo secondo leggi che, a parole, non avremmo accettato, e che nei fatti avremmo condannato senza se e senza ma, se da altri rispettate.

In nome dell’autodifesa la tolleranza diviene neve al sole.


La Tolleranza

Emancipati dalla rete dell’io e dal mondo che ci mostra, il registro cambia. Non c’è più nulla da difendere. Tutto è temporale e transitorio. Tutti siamo identici. Le suggestioni delle identificazioni ci sono ora evidenti ed identiche per tutti. Tutti reagiamo o non reagiamo in funzione della dominanza o emancipazione da forze apparentemente esterne, ma che invece generiamo. Non essere più identificati a nulla è non avere più nulla da difendere, è non avere più ragioni per sopraffare il prossimo. È un processo che tende all’invulnerabilità e dunque alla Tolleranza incarnata, realizzata. Quel genere d’essere che viene detto amore incondizionato.


Epilogo egoico

Dedicarsi a girare intorno al commento che allora la Tolleranza non è possibile per restarsene nel cantuccio protetto e caldo in cui vivere la nostra rannicchiata vita, significa non trarre materia per evolvere. Per interrompere il tran-tran, per contaminarci con forze che ne rimescolino lo status quo. L’epilogo egoico usa le categorie e le classificazioni separatorie e analitiche che le sono proprie, nelle quali ritiene di poter collocare le parti di realtà che vede. Singole monadi tra loro separate o collegate secondo strumentale necessità. In tali arbitrarie intitolazioni ripone ciò che chiama Conoscenza. Nel nostro caso, come farebbe con un ansiolitico, prenderà dall’opportuna cassettiera in cui ha riposto il vero, il concetto di utopia. Come per l’ansia, modalità utile per risolvere il problema della falsa tolleranza o della tolleranza secondo comodità.


Epilogo evolutivo

Intravedere le forze che agiscono su noi, cogliere quanto e quando siamo capaci di sentirle o meno, prendere le distanze dal nostro giudizio, permette un’esplorazione di sé altrimenti impedita. Permette di arrivare a ricreare l’amore disinteressato di cui alcuni ciarlatani vaneggiano. Intravedere dimensioni sulle quali la cultura non ci ha permesso di soffermarci, è intravedere anche il mondo che contengono. Un mondo dove l’io c’è ma non si burla più di noi.

Lorenzo Merlo 





Estetica e politica "democratica"

 


Il comando si riduce ad un appeal che raduna le attenzioni più di quanto possa un argomento razionalmente presentato. Una premessa non soddisfatta da Zingaretti e neppure lo sarà da Letta.

Senza capo non c’è coda. Sull’impossibilità del PD di avere e tenere una rotta che punti ad un mondo che gli faccia onore. Se il tratteggio di queste righe è in qualche misura attendibile, se non emergono considerazioni che le rendano fallaci, dentro il crogiolo della politica da mercato, l’epilogo delle correnti sfascia-partito era ed è il minimo che possa accadere.

Lapidario

Gli oppositori hanno gioco facile a dare contro il PD. Se una volta lo scontro era portato e/o difeso dalle corazze ideologiche, imbracciate dai reggimenti di popolo, oggi i prodi della parte povera del mondo avanzano, anzi vagolano indifesi e disarmati, disposti a sedersi al tavolo per una briscola insieme agli odiati nemici. Tengono un’ombra sull’angolo e parlano di tutto, di passato e di futuro, ma sempre con nostalgia. Chi li ascolta non sa più chi sta da una parte e chi dall’altra.

Il loro partito che fu, quello che prima difendeva gli ultimi contro la mercificazione della vita e di loro stessi, è poi abbandonato il tema. Ora la sostengono.

È un partito che non ha mai sposato gli argomenti a favore dell’ambiente e ora si allineano a quelli succedanei adottati dal liberismo. Non si accorgono dell’ossimoro e procedono impettiti come fossero loro ad aver annunciato al mondo come stanno le cose in quanto a inquinamento e sfruttamento delle risorse. Al traino di idee non maturate dal loro seno cercano di trattenere la migrazione dei voti con la mascherata dell’ambiente.

Hanno detto addio alla sovranità nazionale in nome del progressismo e del progresso. Così lo chiamano questo disastro aereo della cultura, del sociale, dell’umanesimo. Lo hanno detto all’Europa convinti che da soli saremmo stati schiacciati. Ma da chi? Dal mercato, ovviamente. La sola divinità a cui portare rispetto. Peccare contro di essa sarebbe stato mortale. E siccome ogni ambito ha la sua verità, per ricostruire la dinamica che ci condurrebbe all’oblio ci vuole poco. Basta mettersi nel punto di mira in cui si traguarda il mondo, la vita, la storia, le relazioni, sotto l’egida ferrea del dominio del denaro.

Prima di chiunque altro, prima di certe destre, la sovranità è stata ceduta, ma che dico, regalata, come un oggetto senza valore, da loro stessi. Mentre porgevano la mano al liberismo, la ritraevano da quella degli elettori. Elettori che – credevano – non li avrebbero abbandonati per acquisiti meriti morali, quelli che prima di loro erano il vanto dei Radicali. L’attenzione alle minoranze li avrebbe salvati dal perdere i consensi di un tempo. Ma è stato un gesto calcolato, senza trasporto, messo in campo per radunare voti.

Un passo alla volta demolivano la struttura sociale e culturale. Un passo alla volta dall’ala sinistra si portavano al centro, da dove era più facile accodarsi verso un futuro senza più piazze e chiavi inglesi, dal quale guardare il mondo da asettici droni. Era un altro espediente di galleggiamento che tronfi di lungimiranza chiamavano progressista, ma che nel singolo caso si chiama trasformismo.

Dalle tavolate delle feste dell’Unità, dove si radunavano a cantare Bandiera rossa mangiando salamelle insieme agli uperari, pur di stare dalla parte giusta del mondo, con passo non sempre felpato passarono ai salotti, dove invece della mescita di spine c’erano spritz e gin and tonic, dove invece di fango e gazebo c’erano pregiati kilim a terra, rassegne di Einaudi e Opere complete di Editori Riuniti nelle librerie, invece di stivali e cerata, scarpe con la para e cravatte di tweed. Invece di parlare di salari, scioperi e diritto dei lavoratori, si dedicavano ad affermare posizioni di corrente, a cercare la strategia per guadagnare consenso interno, a tralasciare il significato popolare della direzione che avevano intrapreso.

Dominati dalla coercizione d’intelligenza imposta dal razionalismo, gli intellettuali si sono sempre allontanati da coloro che vorrebbero, o avrebbero dovuto, rappresentare. La gramsciana “connessione sentimentale” tra chi pensa e chi vive è progressivamente scemata.

Gli intellettuali, a volte pedanti per la capacità di argomentare razionalmente, fanno quadrare il cerchio ma non emozionare. Abili nel sezionare e storicizzare, meno nel coinvolgere e farsi cercare. Cioè capaci di relazionarsi a chi già è sul pezzo. Ma a tenere a distanza chi sul pezzo ancora non è. Capaci di provocare senso di solidarietà ma non bastante per muovere anche i corpi, le gambe e le dita fino a portarci all’urna per mettere la croce sul simbolo giusto, fino a sostenerli con le nostre parole.

Dopo che per anni si sono sentiti accusare di aver abbandonato il popolo dal quale erano nati, recentemente hanno iniziato ad ammetterlo, forse credendo così di poter trattenere ancora qualche nostalgico che davanti al mea culpa potesse impietosirsi e non, almeno lui, ammutinare.

Da anni non si sentono le voci che la sinistra ci aveva insegnato a riconoscere (“Dì qualcosa di sinistra!” Nanni Moretti, attuale dal 1989). Da anni, a partire dalla fine della guida delle ideologie, ciò che prima era nettamente distinto si è liquefatto sotto l’egida del pensiero unico. Frange di ex-nemici si sovrappongono o anche si invertono.

Se in molti a sinistra avevano fatto di tutto per restare in piedi nonostante la tempesta perfetta in cui si erano cacciati, forse ora si possono abbandonare le ricerche. Forse ora, dove prima c’era una massa, si può erigere una lapide.


Il senso

Indipendentemente da cosa contenga la Sinistra e dal giudizio culturale e politico che chiunque può esprimere, lo sfascio dichiarato dalle dimissioni del segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, può essere sfruttato per una riflessione extrapolitica, che riguarda le dinamiche emozionali della comunicazione, che riguarda il Comando. Ovvero, il potere magnetico e orientativo.

Un leader è tale quando aggrega. Aggregare è orientare le menti come fa la segatura di ferro davanti alla calamita. Un leader non spiega, non analizza, non argomenta, un leader emoziona. L’emozione condivisa implica la generazione di un corpo comune, dentro il quale ognuno sente la levitazione della propria forza.

Un leader sa che la comunicazione si muove su ponti emozionali, sa che una metafora permette salti di livello che un’argomentazione renderebbe stucchevoli e selettivi. Dunque quale figura è disponibile ora al PD che possa disporre del magnetismo necessario a ricomporre reggimenti, battaglioni, plotoni e squadre capaci di agire per scopi comuni?

Un’esperienza comune erano le manifestazioni di massa, era far parte del proletariato, era sentire il supporto reciproco tra pari grado e dentro la piramide della inevitabile gerarchia, da cui la parola compagno giustamente cercava di eluderne il peso specifico.

Valori e implicita tradizione costituivano il nervo spirituale di una comunità, di un’aggregazione. Esprimevano ideologie per le quali si poteva anche mettere in conto la morte per difenderle.

Ma ora? Dopo aver abbandonato le ideologie ed essere passati all’individualismo, dopo aver partecipato a sciogliere nell’acido dell’edonismo la monade della famiglia, dopo aver accreditato la tecnologia come sinonimo di progresso, il terreno umanistico che si potrebbe definire analogico è stato buttato al macero. Li sento già: “Per forza, siamo progressisti”. Avranno ragione ad essersi buttati a capofitto nel Mondo.2? O avranno dimenticato che l’uomo ridotto alle categorie misurabili del positivismo muore?

I magneti di prima, analogici, nati per durare, sono stati sostituiti da quelli di oggi, digitali, nati ad obsolescenza programmata. La Patria è dimenticata e antiquata, conta il benefit. La guerra tra classi non ha campi di battaglia dove svolgersi, occupati tutti dalla guerra tra poveri.


Senza alternative

Se Enrico Letta, il nuovo Segretario del Partito, tutt’altro che uomo di comando, riuscirà a riassestare i suoi subalterni e a recuperare non il terreno ma i voti perduti, significa che la tecnocrazia ha definitivamente sottratto agli uomini il senso della vita. Significa che il senso intellettuale ha asfissiato quello emozionale. Un successo che i razionalisti vanteranno senza avvedersi del boomerang che hanno lanciato.

Identicamente al leader fa il comico. Esso emoziona e tutti lo applaudono. Il comico è un esteta – cavalca l’immediatezza dei sensi non la lentezza dei ragionamenti – e perciò un leader. Diffonde appeal, coglie le lunghezze d’onda che ci fanno vibrare, che ci fanno innamorare o respingere. Quelle che, sole, sanno accarezzarci dove custodiamo la nostra verità. Come il comico, un comandante fa sangue, coinvolge, piace, stravolge, tiranneggia, prende per la pancia e quando serve per la testa. Come il comico, un leader non è politicamente corretto, è emotivamente trainante. Per questo è percepito e riconosciuto come leader anche da chi non ne condivide espressioni e pensiero. Ma il vero risultato non sta nel motto di spirito, di unione e corpo che certo fa bene. Il vero risultato è che la sua ironia, il suo sarcasmo, le sue battute smussano gli angoli del discorso che vorrebbe criticare. Il comico è un digestivo della pietanza più tossica. Colui che si crede libero di criticare il potere di fatto ne è parte, forse la migliore, la più utile. La società dello spettacolo e il consumo di informazione hanno figliato un mostro con tanti seni, sufficienti a nutrire tutti.

E, gran finale, la suggestione, salvo la Champions e il Grande fratello, è quella che non ci siano alternative.

Lorenzo Merlo 




Le comuni di Osho... per l'uomo "nuovo"...?



Una prospettiva storica sulle Comuni di Osho degli anni ‘80 piena di spunti per l’Uomo Nuovo anche nella realtà contemporanea.  

...Le mie Comuni devono essere foriere di un nuovo essere umano, di un nuovo mondo.

Ma devi essere molto consapevole, perché se qualcuno è irrispettoso nei tuoi confronti, è un po’ difficile essere rispettoso nei suoi. Ma sii rispettoso per amore dell’umanità, per compassione dei tuoi fratelli e delle tue sorelle e comprendi che quell’uomo non sta mancando di rispetto a te, sta mancando di rispetto ai suoi genitori, ai suoi insegnanti, al prete. Tu sei solo un pretesto. È solo una coincidenza che abbia trovato te, altrimenti, avrebbe mancato di rispetto a qualcun altro.

Non farne una questione personale. Vivendo in una Comune, ricorda che non siete personalità. Certamente siete individui, ma non prendete nulla in modo personale. La persona è malata, ha bisogno di andare all’ospedale. Ha bisogno di amore più di chiunque altro, ha bisogno di calore più di chiunque altro. Questo è il modo in cui la Comune diventa il crogiolo della trasformazione.

I sannyasin che vivono fuori dalle Comuni non hanno questa opportunità. Se hai la possibilità di vivere in una Comune, dovresti farne parte davvero, perché lì hai la possibilità di gettare tutta la spazzatura, tutto il tuo risentimento e tornare a essere il tuo sé naturale. Lì puoi ritrovare il tuo volto originale.

Ma ci sono migliaia di sannyasin che non possono far parte di una Comune per centinaia di ragioni. A loro suggerisco di passare almeno qualche settimana all’anno in una Comune. 

Impara il sapore dell’Uomo Nuovo. Allora forse anche nella società esterna, vecchia, corrotta e morta potresti essere in grado di proteggerti dal suo marciume.

L’altro giorno un giornalista mi ha chiesto: “La tua Comune e i vicini non riescono a convivere?”. Ho semplicemente detto: “No!” Non credo che riuscirà a capire il mio no, ci sono molte possibilità che lo interpreti male. Ma il mio no ha enormi implicazioni.

Significa... Ciò che mi chiedeva era: “È possibile dormire nella stessa stanza, convivere, con un cadavere?”. Sarà difficile dormire con un cadavere che “dorme” sul letto accanto. Puoi anche aver amato il cadavere prima, ma ora che sai che è un cadavere sarà un incubo, aspetterai il mattino per uscire da quella stanza.

Ho risposto di no, perché la vecchia società e l’Uomo Nuovo non possono coesistere. Il vecchio, i morti dovranno cedere il passo al nuovo.

Noi non siamo ostili nei loro confronti, per il semplice motivo che siamo i nuo­vi e la vittoria è nostra! Loro sono ostili; nel profondo del loro inconscio capiscono che stanno morendo e che voi siete vivi, che stanno diventando sempre più marci e che voi diventate sempre più vitali. Sono ostili. È naturale, perché devono fare spazio affinché l’Uomo Nuovo prenda il sopravvento.

Qualcun altro mi ha chiesto: “Intendi conquistare l’Oregon?”.

Ho risposto: “No. L’Oregon è una cosa troppo piccola. Mi piacerebbe conquistare il mondo intero”.

Lo dichiaro in nome del nuovo. Lo dico in nome del Sole che sorge all’orizzonte. E non è solo una coincidenza che arrivo dall’Est. A Ovest il Sole tramonta soltanto, c’è solo il tramonto. Il tramonto rappresenta la morte; l’alba è l’inizio di una nuova vita.

Non è un caso che tutto ciò che è grande, bello, autentico, sia sorto in Oriente. L’India non avrebbe mai potuto produrre Adolf Hitler, Joseph Stalin, Benito Mussolini, è semplicemente inconcepibile! L’India può produrre Gautama Buddha, Bodhidharma, Nagarjuna. Non siamo separati dall’esistenza, siamo connessi molto profondamente. I “paesi dell’alba” hanno dato il meglio all’umanità.

L’India non ha mai invaso alcun paese. Un paese così grande avrebbe potuto diventare il più grande impero del mondo. Se può farlo l’Inghilterra che equivale esattamente a un distretto dell’India, nemmeno a uno stato, perché l’India non potrebbe diventare un gran­de impero? D’altra parte, il più grande imperatore dell’India – e ovviamente il più grande imperatore dell’intera storia dell’uomo – Ashoka, rinunciò al suo impero. Non solo rinunciò al suo impero, ma inviò suo figlio e sua figlia come messaggeri di pace in diversi paesi.


Osho -  Tratto da "From the False to the Truth"





Treia, l'unità d'Italia e Alberto Meriggi. Una memoria - Storia, cultura locale e bioregionalismo nella “Lectio Magistralis” del 15 ottobre 2011 nella Sala Consiliare Comunale

 

Uno degli ingressi al borgo di Treia

E' buona norma, nell'approccio bioregionale, prima di tutto tentare di conoscere l'ambito che si vuole individuare, delimitandolo attraverso lo studio geomorfologico del territorio, della flora e della fauna. Questo ho cercato di farlo compiendo varie perlustrazioni attorno Treia, visitando le colline circostanti e le adiacenze dell'abitato, e osservando fiori, arbusti, alberi da frutto, piante selvatiche, insetti, uccelli ed animali vaganti, ed ascoltando le grida ed i rumori dei piccoli allevamenti rurali, con maiali, papere, galline, mucche, etc. Una volta compiuta questa opera, ed avendo anche preso visione e studiato le varie componenti urbanistiche che contraddistinguono l'antico borgo di Treia, ho tentato di riconoscere il contesto sociale e comunitario di Treia, sia quello antico e storico che quello presente, per come si è manifestato in questa piccola bioregione, composta di un monticello con le piane circostanti.

Per quanto riguarda il presente non ho avuto molti problemi, la conoscenza fortuita di vari personaggi treiesi e l'incontro e la immediata familiarità creatasi con la gente del posto mi ha consentito di apprendere lo spirito della comunità, la sua caratteristica peculiare e le sue note culturali. Mi sono sentito a mio agio in mezzo a questa comunità che sembra molto affezionata al luogo ed alle sue tradizioni popolari. Mi mancava quindi la conoscenza degli eventi storici che hanno configurato questo tipo di società.... Questa lacuna è stata ampiamente colmata, con un colpo di fortuna che mi ha consentito, nell'arco di alcune ore, di apprendere i minuti particolari della storia di Treia, partendo dai primordi sino all'unificazione d'Italia ed al periodo attuale. L'occasione è stata la manifestazione occorsa il 15 ottobre 2011, nella splendida sala consiliare del Comune,  in cui si è svolta una tavola rotonda, sugli eventi e sui contributi di Treia e dei suoi abitanti alla storia patria.

L'incontro, un “talk show” com'è stato definito dal suo ideatore e conduttore Alberto Meriggi, si è svolto con sapiente mescolamento di colori e di sapori... Foto, esibizione di cimeli, canti popolari, poesie, rimembranze romantiche, etc. Ma prima di continuare nella descrizione vorrei dire alcune parole sulla persona di Alberto Meriggi. Un docente universitario ad Urbino, nativo di Treia e qui residente, che conobbi in occasione di una battaglia -da lui sostenuta e portata avanti con determinazione- per la salvaguardia del paesaggio treiese, imbrattato da lucidi e neri pannelli di silicio posizionati a migliaia nei campi del circondario. Un vero scempio paesistico.

Durante un paio di incontri avuti con lui per strada mi colpì la sua modestia e semplicità di eloquio, pur nella profondità dei temi trattati nella difesa bioregionale.

Così il pomeriggio del 15 ottobre 2011, mentre a Roma si svolgeva la fatidica marcia contro la corruzione del sistema, purtroppo degenerata in tafferugli non voluti dagli organizzatori, qui a Treia si cantava e descriveva il vantaggio ricevuto dalla comunità locale nel ricongiungersi pienamente alla patria. Ed anche Treia ha svolto la sua parte per la ricongiunzione... Questo ha comunicato Alberto Meriggi, corroborando le sue parole con numerose testimonianze. Durante la manifestazione comunale ho notato il religioso silenzio della folla numerosa e attenta. Io stesso sono rimasto avvinto ed immobile per tutto il tempo della narrazione e delle varie performances. Potrei meglio definire questo “talk show” con il titolo di “lectio magistralis”.

Ed ora, per contestualizzare l'evento e dare un senso di presenza diretta .. ecco una cronaca rapida su quel che è avvenuto durante l'incontro.

Foto di gruppo del 15 ottobre 2011: (Da sinistra) prof. Gilberto Piccinini, prof. Alberto Meriggi, prof. Annita Garibaldi Jallet, Luigi Santalucia sindaco di Treia


“Anche Treia ha fatto l’Italia” il titolo scelto da Alberto Meriggi ha ben rispecchiato gli obiettivi dell’evento che, da quanto annunciato in precedenza, erano solo quelli di dimostrare la presenza, finora sconosciuta, di personaggi, avvenimenti, aneddoti e situazioni particolari, nella vicenda storica treiese e marchigiano, particolarmente nel periodo rinascimentale. La conoscenza e l’amicizia personale di Meriggi ha fatto si che intervenissero a Treia per l’occasione, innanzitutto la prof. Annita Garibaldi Jallet, come ospite d’onore, il prof. Gilberto Piccinini, il prof. Leone Cungi e alcuni discendenti di patrioti treiesi.

La manifestazione ha avuto inizio con il saluto del sindaco Luigi Santalucia e dell’assessore provinciale maceratese Bianchini. Meriggi ha dato il via all’evento vero e proprio dando la parola ad Annita Garibaldi Jallet, pronipote dell’eroe dei due mondi perché figlia di Sante, a sua volta figlio di Ricciotti Garibaldi. Il primo intervento della Garibaldi è stato brillante e alla mano. Lei che ha detto di aver girato tutto il mondo per queste celebrazioni, si è mostrata meravigliata, ma con soddisfazione, della partecipazione di tante persone in una piccola comunità come quella di Treia. Subito dopo ha seguito la lettura da parte di Renato Pagliari di un brano presente in un giornale del 1932, pubblicato in occasione dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti di Treia. Poi due giovani musicisti, Matteo Ortenzi e Davide Pucci, hanno suonato e cantato la famosa Ballata del Bellente, scritta da Giuseppe Gasparrini per ricordare le gesta del brigante appignanese Pietro Masi, detto Bellente, un renitente alla leva che diventò brigante e che fu ucciso in territorio di Treia. La tragedia chiuse a Treia il periodo dell’occupazione napoleonica. Da quella vicenda, puntualizzata da una conversazione con il prof. Mario Buldorini, Meriggi ha cominciato a raccontare, utilizzando immagini inerenti al parlato, lo sviluppo del patriottismo treiese, attraverso lo svolgersi dei fatti e la vita dei vari personaggi.

E’ emerso subito che le radici del Risorgimento locale hanno visto come protagonisti il conte Andrea Massimiliano Broglio d’Ajano, che, dopo aver combattuto in zona e anche con Gioacchino Murat, andò a morire nel 1828 in Grecia per la libertà di quei popoli, il poeta Giacomo Leopardi che scrisse la canzone “A un vincitore nel pallone” dedicandola al giocatore di bracciale treiese Carlo Didimi, e lo stesso giocatore Carlo Didimi. Quest’ultimo fu il primo organizzatore a Treia di attività di cospirazione contro il governo dello Stato pontificio. Il Didimi, insieme ai suoi compagni giocatori locali Luigi Butironi (di cui Meriggi ha mostrato per la prima volta la foto inedita) e Pacifico Fortunati, approfittava delle trasferte per le partite per avvicinare altri patrioti e le associazioni carbonare. Partecipò anche ad azioni militari a causa delle quali venne anche perseguitato col rischio dell’arresto. La signora Maria Teresa Fuscà, discendente di Didimi, ha puntualizzato aspetti della vita del campione e riferito alcuni aneddoti sul personaggio e la sua famiglia. Meriggi ha mostrato per la prima volta il certificato di morte di Didimi dal quale ha ricavato diverse informazioni. Poi è stata data la parola al prof. Leone Cungi di Monte S. Savino, studioso del gioco del pallone col bracciale, il quale ha presentato una breve relazione, con immagini, sui rapporti di Didimi con altri giocatori italiani patrioti. Carlo Didimi fece a Treia molti proseliti tra i giovani, tanto che diversi di loro abbracciarono le sue idee politiche e partirono per le guerre di indipendenza per arruolarsi nell’esercito regolare o come volontari nelle file garibaldine. Il conduttore ha iniziato a parlare dell’epopea garibaldina e dei treiesi che combatterono con Garibaldi.

A questo punto sono emerse alcune novità e sorprese. Contrariamente a quanto ritenuto finora, Meriggi ha dimostrato che numerosi sono stati i patrioti treiesi che hanno combattuto nelle file garibaldine come volontari e non solo i due ricordati in una iscrizione marmorea nel palazzo comunale. Sono stati fatti i nomi di tutti, attraverso la testimonianza di fonti d’archivio, e sono stati indicati i luoghi in cui hanno combattuto. Altra sorpresa interessante è stata la presentazione della foto di Luigi Bonvecchi, assolutamente sconosciuta a Treia, il garibaldino treiese che partecipò alla spedizione dei Mille. Di lui e del garibaldino locale Giovanni Sacchi, morto a Bezzecca, sono stati presentati documenti riguardanti la loro vita, la famiglia e il mestiere che svolgevano. Garibaldini treiesi furono presenti in tutte le battaglie condotte da Garibaldi, come Filippo Pierucci che nel 1849 prese parte alla difesa della Repubblica romana e del quale il pronipote Silvano ha presentato dei curiosi documenti, come i Comandamenti del garibaldino, e la camicia rossa con cappello del suo avo, del quale Meriggi ha mostrato anche la foto finora sconosciuta. Altri treiesi furono presenti in Trentino, alla difesa di Venezia, nella battaglia di Lissa e in quella di Castelfidardo, a Mentana e alla Breccia di Porta Pia. Meriggi ha fatto i nomi di tutti e ha voluto che l’elenco completo venisse allegato nella cartella di sala distribuita a tutti gli intervenuti. Interessante è stato anche il riferimento ad intellettuali e politici treiesi che hanno contribuito all’Unità d’Italia, come il dantista Giulio Acquaticci, del quale ha parlato la discendente Stefania Acquaticci, e il deputato e senatore del primo parlamento Carlo Luzi, il cui discendente marchese Gianfranco Luzi era presente in sala.

L’exursus storico è stato alleggerito, come detto all'inizio, da brani cantati dai due musicisti, riguardanti canti contadini marchigiani dell’epoca e canzoni popolari sull’emigrazione. Il lettore ha più volte letto brani di sonetti riguardanti i costumi dell’epoca del poeta-sarto treiese Raffaele Lausdei. Alla fine Annita Garibaldi ha chiuso l’evento con un intervento interessante nel quale ha ripreso i temi trattati da Meriggi e li ha puntualizzati e sottolineati. Ha anche elogiato il lavoro svolto a Treia dicendo che la manifestazione è stata ben organizzata e condotta. Alla fine Meriggi ha letto una poesia, scritta negli anni Cinquanta del Novecento dal poeta locale Rolando Sensini, avente per tema il pianto di una madre davanti al ritratto del figlio morto in guerra e, salutando i presenti, ha auspicato un futuro migliore per l’Italia unita, riferendo parole del Presidente della Repubblica.

Per concludere, una breve considerazione... Il senso di appartenenza e  l'amore per il luogo in cui si vive è una condizione essenziale per il riconoscersi ri-abitanti bioregionali. Infatti nella adesione al bioregionalismo non si chiede l'appartenenza stretta all'etnia originaria di una data bioregione ma si sottintende la piena compartecipazione all'habitat ed alla cultura che vi si manifesta, nell'agire in sintonia con i viventi e confondendosi nella storia e tradizione locale. Perciò è importante conoscere il substrato culturale in cui una società bioregionale ha trovato il suo humus. Per questa trasmissione ringrazio vivamente Alberto Meriggi.


Paolo D'Arpini


Fonte: http://retedellereti.blogspot.com/2011/10/alberto-meriggi-e-treia-storia-cultura.html



Commento di David Buschittari: "Sono trascorsi 10 anni. Un giorno bellissimo con i ragazzi delle scuole, in occasione dei festeggiamenti del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia al teatro comunale"