La Filosofia della Pansessualità di Peter Boom



La Teoria della Pansessualità (comprendente tutte le tendenze sessuali dell’uomo, siano esse occasionali o permanenti) è basata sull’osservazione dei fenomeni naturali ed è un argomento di ricerca riconosciuto dalla sessuologia mondiale.

La Teoria si propone di far superare i correnti "pregiudizi" spesso causa di disordine, emarginazione ed esclusione nella società contemporanea. 

Chiunque può esser nato con specifiche tendenze sessuali o può svilupparle successivamente e, se non dannose socialmente, non dovrebbe reprimerle.
La nostra sessualità, come i nostri sentimenti, può risvegliarsi in una scala di intensità e modi verso persone di qualsiasi sesso, età ed aspetto, vive, morte o immaginarie, verso animali, cose e verso noi stessi. Laddove il sesso viene considerato "peccaminoso" possono crearsi conflitti interni, esterni e fobie. 

Considerato che tutti gli stimoli vengono dalla natura, ed essendo noi parte di essa, non siamo in grado di eluderli. Se una certa tendenza sessuale emerge, sicuramente le risultanti necessità e risposte sono anch'esse naturali e parte di un processo subconscio. La storia e l'antropologia raccontano l'infinita variabilità del comportamento sessuale: la libertà di vivere il pansessualismo può certamente sciogliere alcune nevrosi, inutili sensi di colpa e di vergogna. 

Sarebbe sufficiente accettare la nostra ed altrui sessualità con maggiore apertura mentale per placare l'ansia causata dal credere di aver commesso un "peccato". In effetti la Teoria della Pansessualità aiuta a comprendere le numerose vie sessuali presenti o latenti in noi per accettarle e viverle con intelligenza, responsabilità e gioiosa naturalezza. 

Per finire voglio ancora ringraziare il nostro Paolo D'Arpini che mi ha sempre appoggiato, corretto e spronato all'approfondimento.
 
Peter Boom

Wu wei - Sentirsi artefici non aiuta il compimento



C’è una sostanziale differenza, nell’atteggiamento interiore, se noi crediamo di aver scelto il compimento di una determinata azione (o corso di azioni) oppure se noi semplicemente sentiamo di star affrontando delle contingenze (se rispondiamo cioè allo stimolo degli eventi in corso). Nel primo caso ci sentiamo responsabili ed abbiamo precise aspettative verso i risultati del nostro agire, nel secondo sappiamo che la nostra energia si muove in sintonia con le condizioni in cui ci troviamo e non calcoliamo di dover adempiere ad un preciso fine.

E’ evidente che nel primo caso sperimentiamo un senso di costrizione, delusione o speranza, mentre nel secondo il nostro comportamento molto somiglia ad un gioco infantile. Sappiamo bene che il distacco e la quiete interiore sono un fattore importante per la riuscita, tant’è che al momento di superare un esame facciamo di tutto per sentirci rilassati, anche se –in verità- lo sforzo stesso di rilassarci non produce l’effetto desiderato…..Eppure, nel mondo parliamo di “riuscita” in ben altri termini e cerchiamo sempre di porre l’accento sul nostro “sforzo personale”.

Ma torniamo a considerare il primo caso, in cui definiamo il nostro agire una “libera scelta”, agendo come bulldozers e seguendo regole precise auto-imposte o subite, affermando “questa è la nostra decisione” e seguendola con fede cieca. Magari non siamo consapevoli che nel secondo caso potremmo facilmente galleggiare -o nuotare- seguendo la corrente e che la nostra volontà corrisponderebbe spontaneamente alla nostra disposizione innata.

Vediamo ora che i risultati ottenuti nel primo caso sono per noi frutto di preoccupazione e sconforto mentre nel secondo caso, navigando a vista, ogni risultato è una scoperta, ogni approdo un arricchimento. Ma –stranezza del caso- sentiamo affermare nel mondo “…quello è un uomo tutto d’un pezzo e di successo che si è fatto da sé lottando con le unghie e coi denti…” e per contro “…quella persona è un sempliciotto che vive in beata innocenza, senza interessi e non sa nemmeno cosa è bene e cosa è male…”. 

Ed a questo punto vorrei chiedervi, non furono cacciati Adamo ed Eva dal paradiso terrestre proprio per aver assaggiato il frutto del bene e del male? Eppure di tutta la Genesi questo, che mi sembra il passaggio più significativo, viene spesso descritto come una favola… in realtà è un’allegoria dell’uscita dall’armonia dell’unità primigenia e l’entrata nell’inferno della differenza, del dualismo e della separazione.

Per fortuna non dobbiamo aspettare molto (né tante .. e neppure una vita, basta un momento) per capire il trucco dell’illusione, della proiezione egoica duale, giacché l’unità nella coscienza non è mai venuta meno, è proprio qui ed ora… e non allora o domani… 


Paradiso ed inferno son solo paradigmi della mente, nel divenire. Si chiedeva Eric Fromm: “essere o avere?”

Paolo D’Arpini



Gli enotri, il re Italo e l'origine dei "sissizi" (pranzi collettivi conviviali)



LA CULLA DELLA  CULTURA PACIFISTA NEL MEDITERRANEO TRAE LE SUE ORGINI DAI SISSIZI DI RE ITALO DA CUI PARTE LA SCELTA DI UNA DIETA PARCA E
VEGETARIANA EREDITATA POI DA PITAGORA DAL QUALE TRAGGONO ISPIRAZIONE GLI ESSENI CHE A LORO VOLTA PROBABILMENTE  ISPIRARONO  IL PENSIERO DI GESU’


I Sissizi  erano i pasti in comune, in genere di comunità di 15
membri, che si riunivano giornalmente per consumare il pasto. Le spese
erano ripartite in parti uguali tra i partecipanti, che
corrispondevano mensilmente la propria quota in natura e, in parte, in
danaro. Chi non era in grado di contribuire veniva retrocesso nella
categoria degli (inferiori), perdendo anche i diritti politici. La
quota che bisogna fornire era circa:  3 kg di formaggio, 1,5 kg di
fichi, 35 litri di vino.

A dire di Aristotele l’ideatore dei Sissizi fu Re Italo, nel
territorio dell'attuale Calabria, e che poi tali Sissizi si diffusero
in tutta l'area del Mediterraneo, compresa Sparta, Creta ed Egitto,
dove con la partecipazione si acquisiva il pieno diritto di
cittadinanza. Ai Sissizi era obbligatorio partecipassero anche i re.

Il cibo e le bevande erano uguali per tutti i partecipanti, ma ai
cittadini più ragguardevoli (ai re, agli efori, ai membri della
gerusia, ma anche a chiunque avesse reso particolari servigi alla
comunità) erano riservati posti d'onore, precedenze e porzioni
particolari. Il menu era sobrio ed era basato su:  pane d'orzo, brodo
nero, formaggio, fichi e a raramente cacciagione.

I sissizi caddero in disuso alla fine del 4° secolo a.C., ma furono
ripristinati, intorno al 240 a.C., dal re Agide IV, che trasformò le
ristrette comunità conviviali della tradizione in gruppi che
contenevano tra 200 e 400 membri.

In sostanza, si può far risalire al re Italo (vissuto, secondo il
mito, 3500 anni fa e fondatore dell’Italia nella terra compresa tra i
golfi di Squillace e Lamezia) la nascita della democrazia nel
Mediterraneo, cioè il primo Stato e la prima Nazione denominata
“Italia” , con l’istituzione dei “Sissizi”: pasti comuni vere e
proprie assemblee sociali e politiche.

Dice Salvatore Mongiardo, scrittore calabrese: “Il re Italo aveva
convertito il popolo degli Enotri da allevatori di animali in
agricoltori e aveva dato a quel popolo il nome di Itali (Politica VII,
10). Aristotele con quella frase certifica la nascita, assieme
all’Italia, della dieta mediterranea, perché quella terra produceva
frutta, verdure, cerali, castagne e ulive dalla primavera fino
all’inverno inoltrato. Pitagora, in ringraziamento per la scoperta del
suo famoso teorema, offrì agli dei un Bue di Pane. Nelle fiere della
costa ionica si vendono ancora oggi i mostaccioli di Soriano Calabro,
fatti a forma di animali con farina e miele: bue, capra, cavallo,
pesce. I mostacciolari di Soriano sono gli inconsci continuatori di
una tradizione che risale a Pitagora, il quale usava quelle forme
sostitutive per non uccidere l’animale, che considerava un fratello
minore al quale l’uomo doveva aiuto e protezione. Il Sissizio fu la
culla dell’eucaristia, come ho dimostrato nel mio ultimo libro “Cristo
ritorna da Crotone”. Il convivio comunitario diventò Sissizio
Pitagorico a Crotone; trasmesso poi agli Esseni, fu l’Ultima Cena di
Gesù, come ormai alcuni teologi ammettono e scrivono”.

Pitagora, che prima a Crotone e poi a Taranto fondò le sue scuole (che
anche Platone venne a visitare), assorbì gli usi ed i costumi di
questo popolo pacifico e fondamentalmente vegetariano facendo di tale
stili di vita il cardine della sua filosofia che influenzò molti
filosofi e la stessa cultura mediterranea.

Gli Enotri erano un'antica popolazione stanziata attorno al 15° secolo
a.C., in un territorio di grandi dimensioni, che da questi prese il
nome di Enotria (da Enotro figlio di Licaone), comprendente le attuali
Campania meridionale, parte della Basilicata e la Calabria.

            Gli Enotri, capeggiati dal re Italo, giunsero nell’area
catanzarese intorno al 15° sec. a.C. a causa della sconfitta subita da
parte dei Lucani, in Puglia, Basilicata e Calabria settentrionale che
spinsero questo popolo a scendere fino ad occupare parte della
Calabria centro-meridionale fino all'attuale zona della piana di Gioia
Tauro.

L'integrazione con le popolazioni locali fu pacifica e consentì un
ulteriore aumento della popolazione soprattutto sulla costa.

            L'organizzazione politica degli Enotri fu prevalentemente
di tipo federativo. Più villaggi, correlati tra loro da vitali
interessi, costituirono e fondarono le “città”, nelle quali
risiedevano le più alte istituzioni politiche e religiose.

Gli Enotri seppero sfruttare le possibilità offerte da un ambiente
naturale quanto mai fertile e fecondo e presto furono maestri
nell'agricoltura e nell'artigianato, grazie anche alla ricchezza delle
cave di argilla, degli scambi commerciali, delle prime leggi
improntate ad una cultura sempre più tipicamente urbana.

Dionigi di Alicarnasso dice che gli Enotri erano i più antichi
colonizzatori provenienti dalla Grecia, dai quali si sarebbero poi
distinte le popolazione degli Itali, Morgeti e Siculi.

Ecateo da Mileto li descrive come un popolo di montanari, dedito alla
pastorizia, che rese abitata ogni contrada della fertile terra di
Ausonia. In antichità un popolo di pastori godeva di grande stima e
rispetto, perché portatore di straordinaria potenza e saggezza.

Polibio parla degli Enotri come di un popolo in possesso di “ogni
virtù, per onestà di costumi, benignità della natura, ospitalità verso
tutti, e diverso dagli altri greci per colpe e crudeltà; notevole per
religioso rispetto verso gli dei”.

Virgilio declama l'Enotria “terra antica, potente in armi e feconda,
che gli Enotri coltivarono, e i posteri la chiamarono Italia, dal nome
del loro signore”.

Omero descrive gli Enotri come un popolo in uno stadio di civiltà
avanzato, che il re Italo aveva convertito all'agricoltura favorendo i
traffici tra Asia, Africa ed Europa, immergendoli in un fermento di
idee e ricchezze.

E il popolo dei Feaci descrisse gli Enotri come un popolo quanto mai
felice, perché vicino al regno degli dei,  le cime dei monti dove
risiedevano le divinità celesti.

Secondo Antioco di Siracusa, il successore di Italo, fu Re Morgete che
governò l'odierna Calabria sino a quando questa non fu invasa dai
Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte
centro-settentrionale della regione, ed elesse come capitale Cosenza.

Franco Libero Manco


Ecologia casalinga - Stavolta parliamo di riciclaggio... della carta



Vorrei raccontarvi come a titolo personale io abbia risolto il problema del riciclaggio cartaceo. 

L'amica Antonella Pedicelli tempo addietro mi inviò un articolo (http://altracalcata-altromondo.blogspot.it/2009/07/papiri-libri-e-giornali-tovaglioli-e.html) sul tema della "carta igienica".  In verità mi ero già occupato di questo argomento, allorché le raccontai di come risolvo il problema della "pulizia". In primis quando sono all'aperto  utilizzo alcune foglie secche (ma morbide) presenti sul terreno e successivamente un po' d'acqua per risciacquare la parte (come si usa in tutto l'oriente ed in tutta  l'Africa). 

Se invece sono in casa, ho l'abitudine di conservare i fazzoletti di carta già usati (almeno per 10 volte) e poi infine utilizzati per quello scopo... oppure conservo i tovaglioli del bar quando vado a far colazione o di qualche pizzeria se vado a mangiare una pizza e li uso poi sempre allo scopo. In tal modo ho limitato grandemente l'uso di carta igienica. 


Per quanto riguarda invece il riutilizzo della carta di giornale, che ancora raramente acquisto, non c'è problema... vanno benissimo per accendere il fuoco o per incartare qualcosa. 

Per i libri, che a volte mi regalano, se dopo averli letti non ritengo utile conservarli, li passo a mia volta a chi ritengo possano piacere oppure li do a qualche biblioteca od al giro dei libri che vengono abbandonati nei luoghi pubblici per la lettura dei passanti.

Resta solo la carta inutile delle confezioni alimentari acquistate in negozio o simili, in quel caso se si tratta di bustine di carta riusabili (quelle del pane o simili) le conservo per il riuso, se si tratta di cartoni e scatole, che non posso proprio riutilizzare brucio tutto infine nel camino o nella stufa. 


Ovviamente faccio del mio meglio per evitare prodotti con molto imballaggio... prevenendo a monte il problema.

Paolo D'Arpini


Vivere con "Furore" - Egoismo e cecità umana... ma anche umanità ritrovata




Nel 1939 appariva, come romanzo ecologico e politico, "Furore", dello scrittore americano John Steinbeck (premio Nobel 1962), immediatamente tradotto in Italia da Bompiani nel 1940; dal libro fu tratto, nello stesso 1940, un celebre film di John Ford, interpretato, fra l'altro, da un eccezionale Henry Fonda giovane.

Il romanzo è ambientato negli anni trenta del Novecento, nell'Oklahoma, uno degli stati agricoli degli Stati Uniti centrali; nei molti decenni precedenti gli immigrati, sbarcando sulla costa atlantica del Nord America, avevano cercato terre fertili spingendosi verso ovest, nel selvaggio West, dove avevano trovato grandi praterie in delicato equilibrio ecologico; la coltivazione a grano e mais ha trasformato il fragile terreno dei pascoli in un suolo esposto all'erosione del vento e delle piogge e ben presto le pianure si sono trasformate in una terra arida, in una "scodella di polvere". Centinaia di migliaia di famiglie di contadini a poco a poco hanno visto sfumare il povero reddito e, non potendo pagare i debiti e i mutui alle banche, sono stati sfrattati e sono diventati, ancora una volta emigranti.

Una di queste famiglie, quella di Tom Joad, giovani e anziani, decide di caricare le povere masserizie su una traballante automobile per andare a ovest dove dicono che in California, terra di ricchi raccolti e di acque, è possibile trovare occupazione in agricoltura. Dopo un lungo terribile viaggio la California, terra promessa, si rivela però subito ostile; ci sono troppi immigrati, non c'è lavoro per tutti e le paghe sono basse al punto che è in atto uno sciopero; i padroni, attraverso "caporali" organizzati dalla criminalità, sono disposti ad assumere i nuovi arrivati come crumiri che subito si scontrano con gli altri poveri in sciopero, poveri contro poveri.

Uno spiraglio è offerto da un campo di accoglienza statale della "Resettlement Administration", l'agenzia creata da F.D.Roosevelt (1882-1945), divenuto presidente degli Stati Uniti nel marzo 1933, e affidata a Rexford Tugwell (1891-1979), un professore di economia, studioso di agricoltura, ma soprattutto una eccezionale figura di difensore dei diritti civili e degli emigranti. Nel campo dell'agenzia gli immigrati con poca spesa trovano casette decenti, docce e acqua corrente, spazi per i bambini; l'agenzia statale ha cura anche di procurare lavoro a paghe dignitose, organizza opere di difesa del suolo e rimboschimento, assegna piccoli appezzamenti di terreno e organizza cooperative. Naturalmente i padroni degli operai in sciopero usano la criminalità locale, con la complicità della polizia, per cercare di smantellare i campi di accoglienza con la scusa che sono fonte di disordini.

Il libro "Furore" finisce con una pagina di commovente solidarietà; proprio quando sembra che stia finendo il lungo calvario, Rosa, la più giovane dei Joad, perde il bambino di cui era incinta e offre il latte del proprio seno ad un vecchio che sta per morire disidratato e che rinasce col latte che era destinato al bambino morto.

"Furore" è una parabola di quanto è sotto i nostri occhi di questi tempi. Alla base delle migrazioni ci sono sempre, direttamente o indirettamente, crisi ambientali. Oggi la siccità e le inondazioni spingono persone e popoli dall'Africa e dall'Asia verso l'Europa, alla ricerca di condizioni migliori di vita per se e per i propri figli.Anche da noi, come nella California dei Joad, gli abitanti, ricchi egoisti o poveri anch'essi, li respingono o costringono a lavori spesso disumani; gli immigrati nei campi:"muoiono di fame perché noi si possa mangiare", oggi come nel 1938 quando Edith Lowry scrisse il suo celebre libro, lavorano in fabbriche inquinanti e pericolose, in cantieri edili su impalcature insicure, esposti al caporalato e alla criminalità.

Come nella California dei Joad la nostra società assiste impassibile, anzi con odio, ai viaggi disperati dalle terre d'origine all'Italia, lascia marcire degli immigrati in rifugi in cui neanche i cani abiterebbero --- ne abbiamo avuto testimonianze anche in recenti servizi della televisione di stato --- e assiste indifferente al loro dolore: dolore per la lontananza dai loro cari, per la difficoltà della lingua; solo poche strutture di assistenza, spesso volontarie, li aiutano a superare i cavilli burocratici e li aiutano a spedire i magri risparmi alle lontane famiglie. Con la promessa di "sicurezza" per i bianchi padani e con una campagna di odio sobillata da molta parte della stampa, l'attuale maggioranza parlamentare respinge gli immigrati più indifesi, li rimanda alla loro miseria.

Eppure non siamo sempre stati così. Dopo la Liberazione, negli anni cinquanta, il "Comitato Amministrativo di Soccorso Ai Senzatetto", l'UNRRA-CASAS, col sostegno del "Movimento di Comunità" di Adriano Olivetti (1901-1960), assicurò una vera abitazione, non un rifugio, ai contadini meridionali immigrati nelle terre della riforma fondiaria. Apparve anche allora che un intervento statale di costruzione di alloggi e di assistenza civile può alleviare il disagio dei poveri togliendoli dalle grinfie della speculazione, della illegalità e della criminalità. San Paolo nella Lettera agli Ebrei (cap. 13) ricorda che "alcuni praticando l'ospitalità hanno accolto degli angeli senza saperlo". Centinaia di migliaia di famiglie italiane hanno trovato nelle badanti straniere un angelo che assiste gli anziani e gli pulisce (scusate il termine) il sedere.

Ma "Furore" è anche una parabola di speranza: che un giorno si possa avere un'Italia governata da persone della statura politica e morale di Roosevelt e di Tugwell, capace di praticare l'accoglienza e assicurare giusti salari e dare decenti abitazioni agli immigrati che contribuiscono alla nostra ricchezza, liberandoli dallo sfruttamento per miseri giacigli ad alto prezzo. Se non lo si vuol fare per amore cristiano, lo si faccia almeno ricordando che la paura di un popolo che non ha casa e non ha meta, genera, come ha raccontato Steinbeck, furore. 

Giorgio Nebbia



Come nasce la poesia Zen ?



Minagawa Shunzaemon, poeta famoso, cultore della rima e adepto dello Zen, sentì parlare di un celebre maestro, Ikkyu, che era a capo del Tempio di Daitoky-ji nella regione dei Campi viola. 

Volendo divenire suo discepolo, si recò a fargli visita. Iniziarono a dialogare all'ingresso del tempio.
" Chi sei?" chiese Ikkyu.
"Un buddista" rispose Minagawa.
"Da dove vieni?"
"Dalla tua terra....."
"Ah! E quali notizie mi rechi da quei luoghi?"
"I corvi gracchiano, i passeri cinguettano"
"E in che luogo ora ritieni di essere?"
" Nei Campi viola"
" Perchè?"
" I fiori, gloria del mattino....... aster, crisantemo, zafferano...."
" E qui in questo campo cosa accade?"
"Scorre il fiume, soffia il vento"


Stupito nell'udire queste parole che avevano un sapore di Zen, Ikkyu condusse l'ospite nella sua stanza e gli offrì il tè. 

Poi, improvvisò questi versi: Una vivanda raffinata vorrei ora servirti, ma aihmè, lo Zen non ha
nulla da offrire...


E Minagawa rispose:
"Lo spirito che nulla può offrire se non il nulla, è il vuoto
originario, vivanda raffinata fra tutte"


Profondamente commosso, il maestro concluse
"Molto hai appreso, figlio mio"

Maha Prajna Paramita Sutra



La forma non è differente dal vuoto, il vuoto non è differente dalla forma.

Forma è vuoto, vuoto è forma. Ciò vale anche per gli altri quattro elementi: sensazione, percezione, discriminazione, coscienza.

Non esistono occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, intelletto.
Non c'è il mondo che si vede né il mondo della coscienza, non ci sono tenebre né fine delle tenebre, né vecchiaia né morte, né inesistenza di vecchiaia e di morte.

Non ci sono le quattro verità: sofferenza, causa della sofferenza, distruzione della sofferenza, ottuplice sentiero.

Non esiste nè saggezza nè miglioramento in quanto non c'è nulla da raggiungere.

Il Bodhisattwa mediante la Prajna Paramita supera tutti gli ostacoli ed è libero.

Essendo libero non esiste più paura, gli errori e le illusioni vengono allontanati e si arriva al Nirvana."

In cerca di storie... alla scoperta del territorio falisco




Attorno al luogo sacrale del Soratte, tra il bacino del Treja e la bassa valle del Tevere, si stende il territorio, che fu abitato dal XV al III secolo avanti l'era volgare dai Falisci. Attraversare questa contrada è assai interessante per il naturalista, sebbene essa sia quasi impervia ed assai faticosa.

Faleria, Calcata, Mazzano, Magliano Romano, etc. sono siti dell'alta valle del Treja o dei suoi affluenti, i paesi sparsi su un terreno ondulato, tormentato da quei profondi burroni. Il varcare queste forre non è sempre impresa facile là dove mancano le strade. Non c'è da pensare né all'automobile né al motociclo: di cavalli od asini pochi ve ne sono, né si possono avere a nolo. I luoghi sono in generale troppo privi di ombra per prestarsi alle escursioni esclusivamente pedestri.

La bicicletta forse è uno strumento adatto, sebbene spesso bisogna rassegnarsi a condursela a mano, o peggio, a portarsela in spalla, allora la passeggiata assume presso a poco la fisionomia di un cross country. Ma le divagazioni primaverili ed autunnali su questo suolo pittoresco, situato fra le vette blandamente coniche dei vulcani Cimini e Sabatini e le rudi scogliere solitarie di Sant'Oreste, sono piene d'incanto. Si può vagare alla ventura dappertutto dove le strade o i sentieri serpeggiano, sicuri di trovar pascolo alla curiosità, alla meditazione e allo studio. Talora il cammino è ombreggiato da fitte boscaglie falle di grossi ed annosi ceppi di ontano, di faggio, di quercia mozzati in gioventù all'altezza di un metro, e da allora coronati ad ogni stagione da ciuffi di polloni giovani che si recidono ogni due o tre anni. Vaste estensioni, tenute in questa forma speciale di ceduo forniscono a Roma la legna sottile per l'uso domestico.

Centinaia di migliaia dì piccole fascine tutte eguali, saldamente legate in vincoli dì rami attorcigliati, appoggiate le une alle altre, formano immensi depositi, dì cento o più metri di lunghezza per cinquanta dì larghezza. Una capanna o una tana scavata nel tufo ricovera ì poveri custodì. Nelle boscaglie adiacenti corrono numerose le lepri e dicesi anche che vi sì nascondano i cinghiali. Campagnano fu anzi un tempo famoso per le cacce riservate, abbondantissime dì questa grossa selvaggina. Ma per il turista il cinghiale è un po' come il camoscio per l'alpinista. È ben certo che l'animale c'è, ma pochi lo vedono. Certi valloni che nelle bassure raccolgono un po' d'acqua semistagnante, o trasudano umidità dai fianchi, verdeggiano più dei terreni alti che lì dominano, ed invece dei poveri vigneti scaglionati sui pendii, sì distendono sul loro fondo grandi praterie magre, e povere di fiorì, infestate, dagli asfodeli, cariche dì lumachelle, ove pascolano gravemente mandrie dì vaccine grigie a lunghe conia. In qualche luogo è invece il formicolio dì greggi dì pecore da cui sopra-vantano colle spalle i becchi puzzolenti lentamente brucanti sul maggese, guardate intorno da ringhiosi cani maremmani cattivi nell'aspetto, e dai quali si può attendere tutto.

Se l'abbaiare astioso dì questi animali semiferoci minaccia il ciclista, deve mettersi in volata se il terreno glielo permette o scendere dì macchina per evitare gli acuti loro denti. Nei bassifondi sì trovano anche qui gli abbeveratoi caratteristici della campagna romana, lunghi, stretti, colla bocca d'acqua ad una testata: acque tutte malefiche, calde, torbide, abbondanti dì microrganismi. Un silenzio indisturbato incombe sopra questa contrada selvaggia: né canti, né rumori dì carri o dì persone. Solo da qualche eminenza sì scorge lontano nell'aria, la scarna fila dei pali dì ferro che sostiene la conduttura dei tram elettrico da Civita Castellana a Roma. In certe epoche dell'anno un sordo galoppo avverte nella mattinata che delle artiglierie sono condotte per i tiri dal Campo dì Bracciano a qualche vallone. Allora su certe eminenze perimetrali alla zona di tiro si inalberano dei bandieroni rossi, che delimitano ì luoghi pericolosi. Le batterie, spariscono nascoste coi cassoni, piazzate giù il più basso possibile. Soltanto il rombo prolungato degli spari che sì diffonde a intervalli, e, a grande distanza, un lieve fumo su dì un clivo colpito dalle granate, rivelano la presenza delle macchine da guerra. Il mistero copre l'insidia dì quest'arte micidiale, che mira un bersaglio nascosto e lo colpisce a tradimento senza poter neppure contemplare la distruzione che opera, ed è per vedere quest'invisibile che su qualche dosso si raccolgono, in gruppi eleganti, le nere figure degli ufficiali muniti dì binocoli, corruscanti nei riflessi del sole. Le scarse acque che scorrono nei borri incisi profondamente nel terreno vulcanico, lambiscono in qualche posto alte sfaldature dì rocce inaccessibili.

Questi villaggi hanno serbato dei tempi feudali l'impronta minacciosa, ma quasi tutti sono privi dì avanzi monumentali notevoli. Gli squarci delle rocce si prestano a creare ì contrasti più pittoreschi dì pianori rotti da precipizi, dì praterie e dì boschi, dì straducole inerpicantesi su per ì fianchi dirupati come nei presepi natalizi, percorse nel passato da asinelli e da uomini colle brache corte, in carovana, da donne cariche sul capo dì grossi fardelli, in acconciature caratteristiche ed in vestimenta, che, almeno nel colore, conservano l'uniformità dì un costume locale.

Tale è il paese notevole per tante particolarità che sì estende fra la Flaminia e la Cassia, a nord dì Veio e a sud dì Falerii, dominato dal Soratte, bagnato dal Treja, in più luoghi solcato dalle antiche vie romane ancor lastricate dai grandi poligoni dì selce che sfidano le alluvioni e l'aratro come se fossero rocce radicate nel suolo, incrociate qua e là da ben più antichi avanzi dì strade falische, così che quando le legioni romane lo attraversarono nei primi tempi, esse calpestavano già le necropoli etrusche, ricche da secoli dei prodotti dì un'arte propria, e di non spregevoli imitazioni locali degli splendori ellenici. Queste terre che ì Falisci avevano fecondato colla loro antichissima civiltà, cominciata nel XV e finita nel III secolo avanti l'era volgare, ci hanno serbato molti reperti degni dì ammirazione, che ora sono raccolti nel i museo di Forte Sangallo a Civita ed in quello dì Villa Giulia a Roma, poco fuori dì Porta del Popolo, messe ricca, che potrebbe certo decuplicare con tutta facilità se più larghi mezzi permettessero altri scavi.

(Tratto dal libro: I racconti dalla Città Invisibile, a cura di Paolo D'Arpini)

"La civiltà della Dea" di Marija Gimbutas e il messaggio gilanico di Mariagrazia Pelaia

Calcata. Discorso bioregionale al Circolo  vegetariano VV.TT. 

Mariagrazia Pelaia è impegnata da anni nel "sentiero" bioregionale e nella riscoperta di valori matriarcali ed  in diverse occasioni abbiamo potuto confrontarci su questo  tema  e sulla visione ecologista profonda, pur non pubblicamente data la sua ritrosia a "comparire" in pubblico. 

Mariagrazia si sta occupando della truduzione italiana del trattato "gilanico" per eccellenza: la ricerca sul periodo matriarcale dell'antica Europa effettuata  dell'archeologa lituana/americana Marija Gimbutas. Quanto prima avremo perciò  la fortuna, grazie a Mariagrazia, di poter leggere questi "vangeli della Dea"  in italiano.

Joseph Campbell e Ashley Montagu ritennero paragonabile il contributo scientifico di Marija Gimbutas alla Stele di Rosetta e la decifrazione dei geroglifici egizi. Campbell scrisse la prefazione ad una edizione del The Language of the Goddess (1989), prima che la Gimbutas morisse, e spesso diceva di quanto profondamente si rammaricasse che le sue ricerche sulle culture del neolitico dell'Europa non fossero disponibili nel tempo in cui lui stava scrivendo The Masks of God. I suoi articoli sono archiviati insieme con quelli della Gimbutas alla "Joseph Campbell and Marija Gimbutas library", al Pacifica Graduate Institute (Wikipedia).

Contemporaneamente al grosso impegno letterario Mariagrazia Pelaia si occupa della creazione di nuove ricette vegane in sintonia con il veniente periodo ecozoico, auspicato da Thomas Berry. Insomma il suo impegno nel campo dell'ecologia e della cultura tocca vari argomenti utili a migliorare la qualità della vita nella società moderna. Anche attraverso la conoscenza degli archetipi primordiali e le forme della bellezza estetica al femminile.  

Ed è proprio seguendo la traccia di una  riscoperta della bellezza  che  Mariagrazia Pelaia, attraverso le testimonianze artistiche scoperte dalla Gimbutas, renderà evidente  l’influsso del paesaggio  e dell’arte naturalistica, un progetto utile anche a fissare dei nuovi, seri, criteri di vivibilità ambientale.

“Quell'estremo rispetto dei luoghi in cui l’intelligenza e la forza dell’uomo si sono esercitate e sviluppate a diretto contatto con la natura...” (Antonello Palieri).

Il traguardo morale della pratica dell'ecologia profonda  è quello di inserire nella quotidianità lo stimolo alla ricerca ed alla riflessione spirituale integrandolo con gli aspetti laici della nostra esistenza. 


Un’altra considerazione che ritengo utile  portare in luce, nell'opera di Mariagrazia,   è quella del riallineamento con i canoni della natura. Infatti malgrado la dovizia di doni benefici offerti alla vita di ognuno la Terra sta riflettendo il grande cataclisma di una umanità che vuole ribellarsi alla vita. Il riallacciarsi all’aura della Terra, e l’aiuto spontaneo offerto alla trasformazione spirituale, è il dovere al quale noi umani siamo chiamati in questo momento cruciale della storia dell’uomo.

Da non trascurare, comunque, l’aspetto filosofico della riscoperta di valori gilanici e naturalistici, in chiave di attualità ecologica profonda e spirituale, poiché necessariamente, come evidenzia il filosofo Aurelio Rizzacasa: “…dopo varie forme concepite nella pluralità dei millenni del pensiero occidentale la filosofia deve tornare alle origini per farsi consapevole che la verità si svela e si occulta in una perenne ricerca che coinvolge l’uomo in un dialogo con se stesso e con gli altri. Quanto detto si produce in un’avventura nella quale l’umanità costruisce il suo futuro nel libero spazio della sua spiritualità interiore”.

Paolo D'Arpini



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Alcune precisazioni: il primo volume del libro è già a disposizione del pubblico nel sito di Stampa Alternativa www.stampalternativa.it e a fine agosto sarà nelle librerie. Il secondo uscirà fra qualche mese, forse a inizio anno prossimo. Queste le indicazioni bibliografiche: Marija Gimbutas, "La civiltà della Dea", traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia, Stampa alternativa, Viterbo 2012.


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Nota aggiunta. 

Segnalo i nomi dei personaggi ripresi  nella foto soprastante. 
A sinistra si può osservare il poeta bioregionalista americano, Jim Koller.
A destra, gesticolante, l'autore dell'articolo, Paolo D'Arpini   

Buddismo - Il sogno di questa vita... e la vera scala dei valori nella visione Chan



Per una corroborazione della visione spirituale buddista pubblico volentieri questa lettera-articolo  che ricevetti alcuni anni fa dall'amico e spiritualista laico  Alberto Mengoni, un insegnante di Chan cinese. Il Chan è sicuramente di derivazione buddista (la parola è una storpiatura di Dhyan, che significa meditazione in sanscrito) ma questo saggio di Alberto mi ha fatto pensare alla visione di Wang Tzi, molto puntata sulla “rinuncia” alle cose del mondo. Ho trovato questa coincidenza di buon auspicio per il “sogno di questa vita” a cui lo stesso  Alberto fa  menzione… (Paolo D’Arpini)



La  vera scala dei valori

Spesso mi trovo a farmi la domanda di come, in questo mondo, venga considerato chi aderisce, pratica e si affida totalmente ad una dottrina spirituale di tipo trascendente, come il Chan. Di sicuro, non nel modo giusto. Sappiamo, e vediamo, che sovente il mondo attribuisce grandissima importanza a tutte quelle persone che, per i loro meriti karmici, hanno raggiunto le vette della notorietà, della ricchezza e della fama, grazie alla loro volontà, la bellezza e le capacità personali. Stiamo parlando, infatti, di personaggi famosi, come i vari divi del cinema e dello spettacolo, gli assi dello sport, i capi di stato e di governo, i nobili ed i ricchi miliardari.

Tutte queste persone primeggiano sui titoli dei giornali e nelle cronache, nei resoconti storici e nelle leggende popolari. Oltre al fatto di essere considerati i primi nella scala dei valori di questo mondo, tutti questi individui famosi, sono stati da sempre una sorta di attrazione calamitante per le menti delle cosiddette persone comuni. Si è perfino inventato un neologismo, etichettando come `vip´ (very important person), tutte quelle persone che, per un motivo o per l´altro, sono assurte alle vette della notorietà e della fama, idolatrate dalle folle e volutamente imitate nei loro modi comportamentali, così da tracciare perfino delle mode seguite ciecamente dai `comuni mortali´.
Vediamo, infatti, che tutti i mezzi di comunicazione attualmente attivi, compresi quelli più riservati, come i giornalini di quartiere, dedicano innumerevoli servizi figurativi e verbali a questi personaggi famosi. A volte, perfino coloro che sono riusciti a farsi un nome in ambito strettamente locale, diventano degli idoli per la massa di gente che quotidianamente sgomita nell´anonimo grigiore delle loro vite da `persone qualunque´. E, quindi, si può immaginare quanto desiderio e quanta voglia di arrivismo può sorgere nelle menti di queste persone cosiddette `comuni´. Fin dall´infanzia, la maggior parte delle persone anela di diventare `qualcuno´. E gli stessi genitori, magari frustrati dalla loro stessa condizione di perfetti sconosciuti, bramano ardentemente che i loro figli possano riscattare il loro anonimato, possano far diventare `famoso´ il nome della loro casata, così da vantarsi, potersi rallegrare e agghindarsi di `gloria riflessa´, grazie al successo eventuale ottenuto dalla loro prole. Perciò, solamente il bisogno di successo e notorietà che, molto spesso, porta anche relativa ricchezza e benessere, è tutto ciò che gli esseri umani ordinari sentono di dover inseguire. Gli individui di sesso maschile propendono per il desiderio di potere e di successo nella politica, nella finanza, nell´arte e nello spettacolo, proponendo agli altri le loro personali capacità di intelligenza, di forza e di coraggio. 

Di converso, le donne cercano, il più delle volte, di affidarsi alla loro bellezza, al fascino ed alla grazia, per poter effettuare la loro personale scalata al successo e alla tranquillità economica. Resta, tuttavia, il tentativo comune di aprirsi una strada maestra attraverso la massa di individui che resteranno totalmente anonimi e sconosciuti, almeno fino a che qualcuno non scriverà per sempre il loro nome su una fredda lapide di marmo. In effetti, a quel punto, tutti ritorneranno ad essere uguali e accomunati nel simile destino… Allora, questo desiderio di successo e gratificazione, dove porta mai e fin dove ha un qualche vero valore? Questa domanda in primis dovrebbe essere fatta agli educatori e agli insegnanti, cosicchè possano riproporla ai bambini che iniziano la loro vita nelle aule scolastiche di questa nostra degenerata società, spiegando loro che, appunto, l´inseguire il successo e la gratificazione mondana non porta da nessuna parte ma, anzi, fa solo dolorosamente ritornare in questa dimensione di vita materiale, la cui legge di natura è giustappunto l´impermanenza ed il cambiamento, che sono i comuni marchi della sofferenza.

Che il desiderio e la brama di ottenimenti mondani, quali il successo e la notorietà, che apparentemente dovrebbero apportare felicità e benessere, portino invece alla cupa sofferenza viene dimostrato dal fatto che, in questo sistema di mondo, nessuno vi è rimasto per sempre. Tutti, infatti, debbono morire e questo fatto fa sì che tutti, prima o poi, passino da una provvisoria e ingannevole felicità di una apparente `vita reale´ ad una sostanziale e terribile constatazione della propria sparizione. Perciò, quanto potrà durare quella effimera felicità provocata da un effimero successo mondano? E poi, per quanto un individuo si sforzi di ottenere i primi posti nella `scala dei valori´ di questo sistema-mondo, in questa nostra struttura sociale vi sarà sempre la paura di una perdita di tutto ciò che si è raggiunto e di un possibile cambiamento di situazione. Quante persone che, pure, erano arrivate all´apice del successo e della notorietà, del potere e del comando, dopo poco tempo o, al massimo, dopo qualche anno, non si sentono più nemmeno nominare e, ad un certo punto, sono svaniti nel nulla? Inoltre, tutta la loro presunzione, la loro orgogliosa supremazia sugli altri individui non li ha mai portati ad essere `veramente´ diversi dalle altre persone. Infatti, chiunque è arrivato in alto, è condizionato a credere ciecamente alla `realtà´ dei suoi ammiratori, e aderisce senza scampo alla illusorietà di questo mondo irreale. Perciò, dal punto di vista della “Verità Suprema” tutti coloro che ambiscono ai posti di potere di questo mondo sono i peggiori illusi e sono anche quelli che pagheranno il karma più amaro.

Gesù Cristo disse “è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli”. Questo per confermare che proprio le posizioni che gli stolti ambiscono di più, cioè il ruolo di `vip´, sono le più pericolose e rischiose dal punto di vista spirituale. Quel punto di vista che riguarda proprio la `vita´ successiva che ciascun individuo dovrà ripetere dopo quella attuale, almeno fino a chè non sarà Illuminato, e quindi finchè non avrà finalmente compreso l´inutilità di ritornare in questa dimensione `samsarica´ a rincorrere inutilmente un´illusoria felicità mondana (che non viene mai raggiunta, o almeno, conservata), comprendendo solo allora la necessità di `annullarsi´ in un definitivo e assoluto NIRVANA.

Parliamo ora della vera `Scala dei Valori´. Quella che permette di arrivare alla finale comprensione di questa Verità del “Grande Vuoto”. Di solito, tutti i Grandi Esseri che coltivano la mente spirituale, vivono nell´anonimato e sono ben lieti di rimanervi. Solo in rare e determinate occasioni, essi arrivano alla notorietà. Ma si tratta di situazioni obbligate, mirate, per cercare di spingere gli altri esseri a dirigersi verso la religione e la spiritualità. Vediamo che in tutte le Religioni vi sono personalità famose che, in certi casi, hanno una notorietà ed importanza anche sul piano sociale e mondano. Questo non vuol dire che essi siano gratificati da questa loro notorietà né che, quando sono invitati da Capi di Stato o dai `media´ dell´informazione, essi siano felici di venire fotografati, filmati o intervistati, come quei `vip´ di cui si è parlato prima.

Io credo che se qualcuno è un vero `Mahatma´, cioè una Grande-Anima, considera anche queste incombenze mondane come un `servizio´, una sorta di dovere per il bene comune e per l´espansione di una fede e di una visione religiosa tesa a aggregare tutte le coscienze sui veri valori dell´esistenza. Tuttavia, vi sono molti `esseri illuminati´ che però restano nascosti nell´anonimato, dato che il loro `karma´ spirituale non impone di proporsi apertamente, né di mostrarsi al grande pubblico. Costoro hanno veramente `compreso´ la realtà della manifestazione, e di conseguenza hanno individuato il nucleo universale di questa Suprema Realtà, o Verità. Direttamente al loro interno, essi hanno `sentito´ la Mente Unica che gli ha parlato, e hanno saputo ascoltare senza intromettersi e senza attribuirsi l´identità di questa Verità. Perciò, adesso sono pronti ad abbandonare, senza rimpianti né attaccamenti, la realtà apparente di questa vita. Per essi, i fenomeni e le forme di questo mondo sono, con parole di Shankaracharya, “simili ad escrementi di corvi”, vale a dire, senza alcuna vera importanza. Perciò, che valore può avere per essi l´inseguimento di poteri e successi mondani, di notorietà e fama, di gratificazione e benessere economico, dato che essi conoscono la verità dell´impermanenza, del mutamento e della vacuità di tutte le cose? 

Dunque, concludendo, la cosiddetta `Scala dei Valori´ di questo mondo, è veramente `quella´ che dobbiame salire? O piuttosto, la vera `Scala dei Valori´ è quella che va in modo naturale verso l´alto, cioè verso le supreme sommità dell´Essere, verso il Cielo, verso l´Assoluto? E voi, che vi ritenete persone `spirituali´, verso quale `Scala dei Valori´ state tendendo? Se vi gloriate della vostra notorietà, se intimamente gioite di questo, anche se siete dei riconosciuti `Maestri´, non siete certo interessati alla vera `Scala dei Valori´. Ed allora, avete ancora un po´ di tempo per ravvedervi e ritornare sulla retta Via. Almeno, finché siete ancora in vita. In questo apparente sogno chiamato “vita”.

Aliberth (Alberto Mengoni)


Articolo collegato: 

Correva l'anno di grazia 2009... il 18 luglio l'antipapa Paolo D'Arpini visitava Viterbo


Risultati immagini per paolo d'arpini antipapa

Felicemente portata a termine la visita antipapale di Paolo D'Arpini,
il quale è giunto a Viterbo Bagnaia in mattinata ed ha potuto
incontrare tre amici al bar, raggiungendo in tal modo il totale di
quattro, numero perfetto per una riunione laica "altra" (odi la
canzone "eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il
mondo..").

Sono state così gettate le basi per una società veramente laica nella
città dei papi (e degli antipapi).

"Andiamo oltre la religione e l'ideologia!" Ha affermato il D'Arpini,
confortato e coadiuvato nell'intento dall'avvocato Vittorio Marinelli
di European Consumers e dagli altri due amici presenti all'incontro
semiclandestino in un baretto di Bagnaia, davanti ad una birretta, due
caffè ed un cappuccino.

Nel mentre fuori, nella piazza, un nutrito numero di agenti in
borghese controllava che non venissero infrante norme dello stato o
della chiesa. E non essendo state rilevate infrazioni, né prove di
sedizione religiosa o politica (a parte le opinioni personali espresse
dal gruppetto), nessuno dei partecipanti alla "rimpatriata laica" è
stato incriminato o arrestato.

"Già un risultato positivo lo abbiamo ottenuto!" Ha commentato il
D'Arpini, in veste d'antipapa (vedi foto soprastante). Comunque
chiedendosi: "Che fine avrà fatto l'ultimo antipapa Benedetto XVI, non
questo Ratzinger ma quello del 15 secolo che infine si sottomise ad
Alessandro VI...?!". "Inoltre, chissà se la precedente esistenza di un
Benedetto XVI non dovrebbe far sì che Ratzinger avesse il numero
XVII..? O forse no, poiché il XVII è considerato infausto?".

Ma il dubbio atroce del D'Arpini è stato prontamente fugato dai
presenti che all'unisono hanno dichiarato che questi discorsi non
hanno né capo né coda e che a loro non gliene fregava niente di questi
numeri!

Il sedicente antipapa, Paolo D'Arpini, ha infine ringraziato la
popolazione viterbese per la calda accoglienza (c'erano almeno 30
gradi all'ombra), le forze dell'ordine (per aver mantenuto una
ragionevole calma) e gli organi d'informazione (per aver ignorato
l'evento).


La prossima visita dell'antipapa a Viterbo, forse a dorso d'asino, è
prevista per il 3 settembre 2009 in occasione del trasporto della
macchina di Santa Rosa.


Ufficio Stampa Antipapale
Viterbo Bagnaia - 18 luglio 2009



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Prove a sostegno del misfatto:

Commento di Red@ttore: “Non avevo alcun dubbio che alla rimpatriata laica potessero partecipare 4 persone: la crisi delle vocazioni (religiose ed ANTI )è ben più profonda della crisi economica. Ero certo che all'oceanica manifestazione avrebbero vigilato "qualche decina di poliziotti in borghese": Paolo D'Arpini sicuramente è segnalato alle questure di tutta Italia come uomo mite e pacifista, però le sue idee ed iniziative sono un po' RIVOLUZIONARIE e DESTABILIZZANTI..”
http://www.viviviterbo.it/node/38290