Dove Giordano Bruno e Osho s'incontrano



A dimostrazione che un Dio onnipotente ha presente ogni via per il raggiungimento della sua opera, l'uomo è a immagine di Dio anche nella onnipotenza, ma questo è al di fuori dell'architettura del senso di colpa che ha imposto la "chiesa volendo" mediare - per forza - il rapporto diretto con La forza dell'universo, chi media usura sempre sopratutto se è un messaggio diretta allo spirito, un Dio che ha bisogno dell'uomo per parlare all'altro uomo è già un dio fallito. Non è comprensibile se non si ha la luce dell'intelletto predisposta allo spirito la mente è piena di dogane intellettuali, imposte dalla nostra cultura in cui siamo cullati. Dio non ha tempo spazio e storia.... sono gli uomini che speculano sull'utilità di Dio per soggiogare gli altri uomini... Per fortuna che qualcuno come Giordano Bruno, Krishnamurti, Gesù,  Osho e molti altri lo hanno sentito compreso e trasmesso come a loro è stato possibile..... Un Dio non può scegliere un tempo storico per rivelarsi più tosto che un'altro... farebbe una ingiustizia a chi è venuto prima o a chi è venuto dopo...... Dio usa tutta la storia, tutto il tempo, ogni modo ed ogni via per far nascere la sua onnipotenza in ogni uomo!

Come saluto (ed augurio) vi lascio con alcune considerazioni....




“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente ed a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, ad una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo … l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo”.  (Giordano BRUNO, filosofo, scrittore e frate domenicano nato a Nola [in provincia di Napoli, al centro del Regno Duosiciliano], arso con la lingua stretta da ganasce a 52 anni come eretico dall’Inquisizione cattolica, il 17 febbraio 1600, a Roma)


“In questo consiste l’intera tragedia della vita umana. Tu sei addormentato ed il mondo esterno ti domina creando una mente in base ai loro bisogni. E la mente è un burattino. Quando la tua consapevolezza sarà una fiamma ardente, brucerà tutta la schiavitù creata dalla tua mente. E non esiste beatitudine più preziosa della libertà, dell’essere padroni del proprio destino …”
(Osho RAJNEESH, mistico e maestro spirituale indù, nato a Praisen [distretto di di Madhya Pradesh, al centro della penisola Indiana], morto a Pune a soli 58 anni, il 19 gennaio 1990 per avvelenamento da tallio, di cui era imbevuto il pagliericcio nelle celle USA della Carolina del nord, durante il suo arresto per falsi motivi, 5 anni prima)

Cosa hanno in comune questi due personaggi?

Molte cose, anche se le loro vicende sono distanti nel tempo (quasi 4 secoli) e nello spazio (più di 6'000 km).

Nati al centro di una penisola, in un periodo di splendore intellettuale, predicano entrambi la stessa dottrina: l’uomo, anche se nato schiavo, può diventare libero, trovando la piena, serena, luminosa consapevolezza di sé.

Sono stati soppressi per la loro ideologia, per una visione del mondo che va contro la vulgata corrente, contro i falsi miti su cui si regge il sistema, qualcosa che fa svanire i confini, che azzera le differenze etniche, che abbatte l’aggressività, che rende inutili preti, politici, militari, che rende impossibile la prevaricazione, la violenza, la guerra.

Per i loro seguaci non sono morti ma hanno solo cambiato forma, ed il loro pensiero è ancor più vivo adesso di quando erano nel corpo fisico.

Il sistema, terrorizzato della loro importante presenza, se n’è apparentemente liberato ma li ha, in tal modo, resi immortali.

La loro forza sia con te …

Alex Focus

Chi sperimenta la realizzazione del Sé? “Nella realizzazione del Sé non c’è alcuno a definire cosa sia il Sé”



…andiamo al punto… all’esperienza sconvolgente di tutti i cercatori spirituali che hanno avuto -una sia pur fugace- Conoscenza del Sé…

Dal punto di vista dell’io che si identifica con il corpo e con la mente e riconosce come unica verità lo scorrere del tempo e l’esperienza empirica della vita, sembrerebbe che l’Esperienza del Sé sia una semplice ipotesi od al meglio una sensazione transeunte e sporadica.. Questo sicuramente dipende dalle tendenze mentali esteriorizzanti che catturano l’attenzione della coscienza.

A dire il vero l’Esperienza del Sé è totale, aldilà di ogni dubbio o considerazione sulla ipotetica durata o percorso della vita, temporalità, condizione dell’io, etc. Per cui non si può realmente parlare di “impermanenza” del Sé ma di semplice oscuramento.. e l’oscuramento non è una sostanza bensì oblio.

Per questa ragione anche nella spiritualità laica il riconoscimento della propria natura, in quanto “Io” (coscienza intelligenza) è visto come l’unico accesso al Sé trascendentale ed assoluto.

Questa “intuizione”, se tale si può definire, è chiamato nel tantra yoga “Shaktipat”, nella tradizione cristiana “discesa dello Spirito Santo”, nel sufismo “incontro con l’Amato”, nello Zen si descrive come “Satori”, etc…

Questa esperienza è indispensabile per riconoscere la verità sul Sé.. ma una volta che tale consapevolezza viene
ricoperta dalle tendenze innate oscuranti, viene percepita nella memoria come un’interpretazione della mente.. con la conseguenza di ritenere che l’esperienza sia “ottenibile”, in forma stabile, solo attraverso sforzi prolungati o alla perdita del corpo mente, ovvero alla morte fisica….

In realtà -come dimostra l’evidenza di numerosi realizzati viventi- il corpo mente non è l’ostacolo.. ma lo è la falsa identificazione dell’io con l’apparato psicosomatico… Come accade al sognatore che si identifica con un personaggio sognato… mentre tutti i personaggi indistintamente sono lo stesso sognatore…

Per farla breve il senso della discontinuità nella esperienza del Sé è la conseguenza della schermatizzazione mentale, dovuta all’ignoranza ed all’accumulo di tendenze oscuranti.

Shankaracarya, grande saggio del V secolo d.c., faceva l’esempio della paura provata da un viaggiatore per un serpente incontrato sulla via… in realtà si trattava di una
corda arrotolata.. ma la paura non scompare finchè la consapevolezza del serpente se ne va e viene sostituita dalla consapevolezza che si tratta di una corda arrotolata.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di sperimentare la realtà del Sé ed ho conosciuto diverse anime in cui tale stato si manifestava in forma stabile, ed ognuno d’essi negava l’ipotetica impermanenza della realtà del Sé.. definendola semplice “dimenticanza”. Ho fiducia in questa visione ed ho smesso di considerare come un “problema” il sentire tale permanenza, o non sentirla, quindi non interpretando l’esperienza del Sé, come un fatto sporadico occorso in alcuni momenti nella memoria, ma vivendola ed accettandola come un dato di fatto. La mia propria natura.

E’ pur vero che la mente continua a fare i suoi giochi identificandosi di volta in volta con questo o quel pensiero ma che importanza ha il ruolo di cui si riveste? Od il personaggio della recita?


Paolo D'Arpini

Ragioni storiche, prepolitiche e psicologiche della decadenza umana e ambientale



...sulla guerra, personalmente apprezzerei delle considerazioni prepolitiche oltre alle politiche.
Queste ultime sono le più accessibili e opinabili e storicamente ineludibili.

Quelle prepolitiche non riguardano interessi di parte ma umani. Riguardano la natura dell'uomo i suoi sentimenti, le sue consapevolezze e verità.

Se la storia si ripete, se il progresso è solo tecnologico, se le aspirazioni di pace e benessere rimangono generazionalmente sempre identiche a se stesse a mio parere tende a significare che sussistono - nella storia così come la conosciamo - delle dinamiche o una mente, direbbe Bateson - che fa della ridondanza la sua organizzazione per il proprio sostentamento. 

Così come in natura assistiamo all'infinito nella forma - ogni foglia è differente - e all'identica ripetuta struttura nella sostanza, tanto quanto, avviene per il sostanziale Dna e per il formale aspetto cui soggiace. Così vedendo, la storia, ciò che con questo concetto intendiamo, è prodotto naturale, è natura.

Secondo questa premessa, è facile prevedere il futuro: la storia si ripeterà. E per un motivo non banale, per il proprio sostentamento. In natura non sussiste il suicidio.

I pochi sentimenti che abbiamo non appartengono a chi li porta. Essi sciamano tra le unità viventi dando loro vita. Quelle migrazioni possono essere viste come un organismo naturale delegato a tenere a registro l'equilibrio. Come spiegarsi altrimenti la costante percentuale dei sessi tra tutte le specie?

I pochi sentimenti sono, per sintesi, solo due: attrazione e repulsione, amore e odio. Finché saremo coinvolti e identificati con qualcuno delle forme della natura, ovvero, finché non potremo prendere le distanze - permanentemente - dall'identità, che i contesti nei quali viviamo ci hanno fatto credere d'essere, finché non avremo quanto basta per riconoscere che la nascita genera la storia, fino ad allora non vedo come poter emanciparsi dalle forme materiali ovvero tornare ad essere l'Uno, la sola condizione che non implica la guerra, sia tra clave che strategicamente impiegata come strumento di controllo economico-sociale da parte dei pochi poteri finanziari del mondo.

Se l'era dell'acquario dovesse alzare il rischio di condurre l'uomo oltre la propria storia materiale, ne conseguirebbe una riduzione delle guerre. Queste, peraltro trovano humus favorevole nei grandi numeri, entro i quali più facilmente politiche correnti conflittuali di sentimenti hanno le loro ragioni d'essere. Nel grande numero, più facilmente potremo assumere o svolgere il ruolo di chi compie un presunto errore e orrore come sganciare la bomba H, o sgozzare un innocente.

Se politicamente possiamo e dobbiamo prendere posizione, prepoliticamente quella stessa posizione potrebbe vacillare.

Cosa ne pensi?

Lorenzo Merlo

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Mia rispostina: 

"Ritengo che l'andamento taoista che prevede un continuo rigonfiamento e successivo sgonfiamento della forza Yin (l'oscuro) e Yang (il chiaro) sia alla radice  e indicazione degli eventi  trascorsi, correnti e futuri. In periodica e successiva alternanza. Anche nella teoria induista vengono descritte delle ere (yuga) che vanno dalla totale illuminazione o consapevolezza dell'Uno sino ad un digradante oscuramento della coscienza unitaria. 

Secondo questa teoria attualmente viviamo nell'era più tenebrosa, quella di Kali.   Inevitabilmente le forze egoistiche dell'ignoranza prendono il sopravvento in ogni aspetto dell'esistenza e persino sul piano ambientale.  

Ed il primo segnale del degrado psichico e morale lo osserviamo oggi nel cambiamento nelle relazioni fra il maschile ed il femminile può essere considerato un termometro per misurare il decorso della malattia nella specie umana. Tale malattia prese origine con l’avvento dell’era oscura (Kali Yuga), che si fa risalire a circa 5000 anni fa. L’inizio di quest’era, che corrisponde al termine della guerra descritta nel Mahabharata, diede avvio ad un lento processo di decadenza che portò la società egualitaria e sacrale, fino allora vigente in quasi tutto il mondo conosciuto, a deteriorarsi sotto l’influsso sempre più pressante del patriarcato e del senso del possesso.

In Europa quello stesso periodo, definito  tardo neolitico, descritto con dovizia di particolari  dalla studiosa ed archeologa Marija  Gimbutas  si concluse con   l’affermarsi del potere maschile esercitato con la violenza e con la perdita della libertà femminile (tramite l’acquisto della donna a scopo riproduttivo, guerre di razzia, perpetuazione della patrilinearità, etc.). Contemporaneamente abbiamo notizia di simili eventi accaduti anche nell’antica civiltà cinese, ove prese il sopravvento il modello imperialista e controllativo del mondo femminile. Tale momento viene anche evocato nel Libro dei Mutamenti relativamente alla descrizione dell’esagramma “Il farsi Incontro” in cui si immagina il femminile che spontaneamente va incontro al maschile e di conseguenza se ne ricava un giudizio negativo (secondo il criterio patriarcale). Allo stesso tempo, nella lettura dei commenti, si evince che questo “farsi incontro” rappresentava il modo di funzionamento antecedente nella società. Tale mutazione nello stile dei rapporti intergenerici (uomo-donna) è stato considerato l’inizio dell’era dei conflitti (traduzione corretta del significato di Kali Yuga) e chiude la precedente era dell’incertezza (Dvapara Yuga).

Ora dobbiamo esaminare come gli antichi saggi accuratamente descrissero le caratteristiche dell’era corrente evocando una serie di avvenimenti e tendenze che sono facilmente riconoscibili in questo momento storico. E qui riporto alcune affermazioni storiche certificate, vecchie  di migliaia di anni.

“Trovandosi immersi nell’ignoranza, sicuri di sé, ritenendosi saggi, gli sciocchi si aggirano urtandosi a vicenda, come ciechi guidati da un cieco” (Mundaka Upanishad)

“Ora difatti è proprio l’età del ferro, né mai gli uomini cesseranno di soffrire il giorno, per le fatiche e le miserie, e la notte di struggersi per le gravi angosce che gli dei gli daranno. Né allora il padre sarà simile ai figli, né i figli al padre, né l’ospite sarà caro all’ospite, l’amico all’amico, il fratello al fratello come nel tempo passato. Essi avranno in dispregio i genitori, appena cominceranno ad invecchiare, li insulteranno con parole villane; né essi, ai genitori invecchiati, daranno il necessario per vivere, usando il diritto del più forte; infine saccheggeranno a vicenda le città. E allora non vi sarà più gratitudine per l’uomo giusto, ma piuttosto si terrà in onore l’uomo artefice di mali, la giustizia sarà nelle sue mani; il pudore non esisterà più. Il malvagio recherà danno all’uomo dabbene, agli uomini miseri sarà compagna la gelosia, amante del male dall’odioso aspetto… e non ci sarà più scampo dal male” (Esiodo, Opere e giorni).

Nel Linga Purana, antico testo Shivaita,  vengono descritti gli uomini del Kali Yuga come tormentati dall’invidia, irritabili, settari, indifferenti alle conseguenze dei loro atti. Sono minacciati da malattie, da fame, da paura e da terribili calamità naturali. I loro desideri sono mal orientati, la loro scienza è usata per fini malefici. Sono disonesti.
In questo tempo sono in declino i nobili e gli agricoltori mentre la classe servile pretende di governare e di condividere con i letterati il sapere, i pasti, le sedie e i letti. I capi di stato sono per lo più di infima origine. Sono dittatori e tiranni.

“Si uccidono i feti e gli eroi. Gli operai vogliono avere ruoli intellettuali. I ladri diventano Re, le donne virtuose sono rare. La promiscuità si diffonde. La terra non produce quasi nulla in certi posti e molto in altri. I potenti si appropriano dei beni pubblici e cessano di proteggere il popolo. Sapienti di bassa lega sono onorati e partecipano a persone indegne i pericolosi segreti delle scienze. I maestri si degradano vendendo il sapere. Molti trovano rifugio nella vita errante.

“Verso la fine dello yuga gli animali diventano violenti (perché sfruttati n.d.r.).  Gli uomini dabbene si ritirano dalla vita pubblica. Anche i sacramenti e la religione sono in vendita. I mercanti disonesti. Sempre più numerose le persone che mendicano o cercano lavoro. Quasi tutti usano un linguaggio volgare e che non tiene fede alla parola data. Individui preminenti senza moralità predicano agli altri la virtù. Regna la censura… Nelle città si formano associazioni criminali. L’acqua potabile mancherà, così pure la frutta. Gli uomini perderanno il senso dei valori. Avranno mali al ventre, ed  i capelli in disordine. Verso la fine dello yuga l’aspettativa di vita non andrà oltre l’adolescenza,. I ladri deruberanno i ladri. Molti diverranno letargici e intorpiditi, le malattie saranno contagiose. Topi, serpenti e insetti tormenteranno gli uomini. Uomini affamati e impauriti si troveranno nei pressi del fiume Kausichi. Alla fine di questa era un po’ ovunque nel mondo si diffonderanno i praticanti di riti sviati. Persone non qualificate si spacceranno da esperti. Gli uomini si uccideranno l’un l’altro e uccideranno i bambini, le donne e gli animali. I saggi saranno condannati a morte”.

Tuttavia, ancora secondo il Linga Purana, alcuni uomini potranno raggiungere in breve tempo la perfezione. In un certo senso il Kali Yuga è un periodo privilegiato. I primissimi uomini delle ere antecedenti, ancora prossimi al divino, erano saggi in una società di saggi. Ma gli ultimi uomini, questi del Kali-yuga, avvicinandosi all’annientamento, si avvicinano anche al principio in cui tutto ritorna alla sua fine. 

In mezzo alla decadenza morale, alle ingiustizie, alle guerre, ai conflitti sociali e alla persecuzione del femmineo, che caratterizzano la fine di questo yuga, il contatto con il divino, per via discendente, diviene più immediato.

In una società dove tutto è già perfetto, gli atti vengono compiuti automaticamente nel bene, mentre in una società degradata occorre discriminazione e coraggio.

Troviamo descrizioni di una tale fine di un’epoca persino in testi apocalittici giudeo-cristiani, compreso quello di S. Giovanni,  che evidentemente si ispirano alle stesse fonti antiche sopra menzionate.

In uno Shiva Purana, nel Rudra Samhita, di molto precedente l’epoca cristiana, viene detto: “La fine del mondo attuale sarà provocata da un fuoco sottomarino, nato da un’esplosione simile a quella di un vulcano, che consumerà l’acqua che i fiumi hanno riversato nell’oceano. L’acqua traboccherà dall’oceano e inonderà la terra. Il mondo intero sarà sommerso”.

Abbiamo visto che, tra i fenomeni caratteristici del Kali Yuga troviamo la comparsa di false religioni antropocentriche che allontanano l’uomo dal suo ruolo sulla Terra e servono di pretesto alle sue predazioni, ai suoi genocidi, e lo portano infine al suicidio collettivo. Le religioni della città prendono il sopravvento sulla religione della Natura, questo è l’inizio della decadenza, che   corrisponde all’affermarsi  delle religioni monoteiste. Si trattava di creare delle fedi illusorie che pervertissero la vera religione della Natura. Ad esempio la creazione di queste nuove religioni (o ideologie) è avvenuta in occidente prima come ebraismo e successivamente nelle sue trasformazioni: cristianesimo e islamismo.

Queste religioni, quali che siano stati il carattere e le intenzioni dei fondatori originari, sono diventate essenzialmente religioni “di stato”, a carattere moralistico. Hanno dato modo a un potere patriarcale centralizzato di imporre un elemento di unificazione e controllo su   popolazioni diverse. Ovunque, queste religioni, pur parlando di amore, uguaglianza, carità, giustizia, sono invero pretesto e strumento per conquiste culturali e materiali. Il massacro delle popolazioni avvenuto che tuttora avviene in varie parti del mondo in nome delle religione, è un dato storico innegabile.

La posizione della donna in tutte queste religioni è secondaria e perciò giustifica l’oppressione di genere. Se e quando il femmineo sacro e la spiritualità della Natura riusciranno a trovare un autonomo e sincero modo espressivo nella nostra società, l’era oscura, e dei conflitti, potrà considerarsi conclusa.

Paolo D’Arpini

Muri divisori, nella mente



Un articolo di dicembre 2008, di Padre Pietro, sui muri che sorgono qua e là nel mondo, ha stimolato un pensiero latente che voleva sbucare fuori; l’ho concretizzato in queste righe e vorrei fare partecipi i nostri lettori per mandare un altro messaggio: il macrocosmo è presente anche nel microcosmo; il dialogo mondiale è ben rappresentato nel dialogo in famiglia, ma è rappresentata anche la sua assenza o la sua interpretazione sbagliata.

Padre Pietro ci dice che la parola dialogo è ormai una sorta di spot pubblicitario, adesso si dice che è trendy; sono perfettamente d’accordo, anche perché la maggior parte delle persone che ne abusano, difficilmente si sono interessati di leggerne l’etimologia, per comprendere fino in fondo il reale significato e magari metterlo in pratica veramente.

Il dizionario ci propone la parola dialogo come composta da logos e dia, cioè discorso e tra, quindi discorso tra persone. Invece in altri significati viene proposto come pièce teatrale, dunque come qualcosa che non può essere definito discorso tra, ma discorso a. Ecco che questo significato è totalmente opposto a quello primario, perché presuppone la figura di qualcuno ascolta e di altri che parlano, senza dialogo, ovviamente.
A mio avviso è quello che succede oggi tra la gente di tutto il mondo. 

Dall’ascolto poi, elaborando le parole, si modifica il concetto, secondo la comprensione di ognuno e ci si pone verso altri per un nuovo dialogo distorto. Questo succede tra i mass-media e succede, purtroppo, anche e soprattutto in famiglia.

Spesso c’è un muro tra noi e siamo noi stessi ad erigerlo, per poi lamentarcene, un po’ come succede nel mondo.

Qualcuno di quelli che erano là, a Berlino, nel 1989, sicuramente è già tra quelli che usano cazzuola e cemento oggi, in un’altra parte del mondo. Ricordo che in quell’anno si parlava di tanti che si appropriavano dei pezzi di muro per venderli come souvenir. Guardavo le immagini alla TV e mi ripetevo: “speriamo che quei pezzi non vengano utilizzati altrove…”.

Padre Pietro ci parla di muri, della grandiosità di opere che dividono le genti; io vi vorrei parlare di altri muri, di quei piccoli muri che dividono i sentimenti.

I muri che ho in mente sono quelli che ci costruiamo tra coniugi e coi figli.

Un simpatico film, di qualche anno fa, che ironizzava su questi fatti, dal titolo: “Separati in casa”, rendeva benissimo l’immagine, concretizzando con mattoni e malta quello che talvolta succede oggi nelle nostre case. Tanti, per incomprensioni varie, vivono praticamente come separati, un po’ per questioni economiche, un po’ per ipocrisia. Ma la cosa peggiore è l’incapacità, la non volontà, la scarsa umiltà di decidere l’apertura di un dialogo. Sempre pronti ad accusare l’altro, sempre attenti a scaricare ogni responsabilità per non sentirsene gravati, i separati in casa soffrono e fanno soffrire. Di solito questi fantomatici muri nascono proprio dal non-ascolto, dall’incapacità nell’esposizione dei pensieri, dall’egoismo di qualcuno che pretende di “dirigere” la famiglia o di avere attenzione e amore senza darne agli altri. I figli vivono talvolta in stato di sudditanza, oppure diventano piccoli tiranni, lacerando quel fragile tessuto delle nostre nuove famiglie.
Pochi si mettono in discussione e pochissimi sono capaci di accettare i torti, di convincersi che ci sono anche rinunce o che, per amore, si può lasciare più spazio agli altri; questi sono i nuovi muri, quelli che mi spaventano di più. I muri nelle famiglie creano talmente tante tensioni da scatenare anche violenze incredibili e, un tempo, impensabili. I recenti fatti ne sono la più cruenta dimostrazione. Le guerre non sono più solo tra i popoli e le nazioni, ma tra genitori, figli, parenti, amici, vicini di casa, conoscenti.

Sono questi i primi muri da abbattere. E’ questo il vero dialogo di cui abbiamo bisogno.

Dovremmo cominciare a modificare il nostro pensiero e immaginare le nostre famiglie come le cellule viventi di un grande organismo; poiché le cellule di ogni creatura vivente funzionano bene quando al loro interno tutto è sano e limpido e c’è passaggio di informazioni. Perché, dunque, non si può pensare che anche le nostre famiglie siano un po’ come le cellule di un corpo ben più grande che è la Terra tutta intera? Non dobbiamo più stupirci se tanta gente si ammala e muore di cancro, che altri non è che la degenerazione delle cellule del corpo per un dialogo interrotto; il cancro lo abbiamo anche fuori di noi, intorno a noi, in questa società che va alla deriva e ancora non ha capito che è solo “l’amore che move il sol e l’altre stelle”.

Franca Oberti


Illuminazione e la funzione del Maestro



Scrive Yolanda: "Ora capisco il passo dell'Apocalisse a proposito dei molti maestri del nostro tempo. Non si tratta d'altro che dell'estenuante balzello della pretesa umana di superarsi: creare una pseudo sicurezza effimera,quando l'unica sola,vera realtà è che siamo gettati allo sbaraglio e cerchiamo annaspando, un orientamento.Tentare di sistematizzare informazioni,amministrare la realtà è un vecchio tema illuminista.Dopo i nuovi umanisti siamo noi a doverlo fare,con la ricerca che si sposta ai piani "alti", verso la pretesa di riconoscere il piano coscienziale. E così, partendo dalle acquisizioni dei grandi , veri maestri del passato, rincorriamo l'illuminazione o vendiamo l'illusione di una conoscenza che di per se stessa è sempre limitata, ma anche confortante in qualche modo, rispetto al vuoto o a quella costruzione tenace che chiamiamo Verità di fede. Un vero maestro di vita è colui che insegna che non esiste una sola realtà ma tante quante noi siamo e tante quanti siano i piani coscienza.. Incontrollabili per una mente non allenata con la meditazione.. non esistono maestri, ma solo compagni di cammino o semmai insegnanti di tecniche."

Io guru, tu guri, egli gura...

Mia rispostina: "... E' vero che ognuno per se stesso deve compiere il ritorno allo stato originario ma se non subentra il "risveglio" attraverso il contatto diretto simpatico con un maestro realizzato non potrà mai compiersi l'alchimia. Tale contatto non significa "insegnamento" ma solo diretta "rivelazione" della propria natura. Quando lo stoppino è asciutto spontaneamente si accende al contatto con un'altra lampada già accesa. E non parlo qui dei maestri del passato. No,parlo di maestri del presente, maestri del momento presente che appaiono spontaneamente senza cercarli solo quando il discepolo è maturo... è un fatto automatico. Un vero Maestro non ha bisogno di dichiararsi tale, non è lui che si fa maestro... Il Maestro è il Sé e se appare in una forma viene riconosciuto in quella forma da chi è maturo abbastanza da poterlo riconoscere, in quanto Sé, non in quanto un "maestro" separato... allo stesso tempo ci si rivolge a lui chiamandolo Maestro, ma è implicita la comune appartenenza allo stesso Essere"

Paolo D'Arpini

Il mistero delle piramidi d'Egitto


Malgrado gli oltre duecento anni di studi e di scavi archeologici condotti in Egitto, non è ancora stata fornita una spiegazione razionale al mistero della costruzione delle piramidi. Sono infatti state avanzate svariate ipotesi, che però sono mai riuscite a svelare questo mistero.

Le sconcertanti piramidi di Giza

Sull’altopiano di Giza, a pochi chilometri dalla capitale egiziana (Il Cairo), si ergono le vestigia del Mondo Antico, tra cui le tre piramidi di:
-    Cheope
-    Chefren
-    Micerino

La più grande, Cheope, è nota come una delle sette meraviglie del mondo, ma anche come la straordinaria testimonianza dell’ingegnosità dei costruttori dell’antichità, che non ha nulla da invidiare al genio dei moderni ingegneri.

Gli egittologi, infatti, si interrogano ancora oggi sul mistero della costruzione di questi monumenti, che sono probabilmente tra i più famosi al mondo.

La piramide di Cheope in particolar modo, anche chiamata la Grande Piramide, è forse una delle costruzioni più impressionanti esistenti sulla faccia della Terra, assieme alla Grande Muraglia Cinese. La piramide misura 230 metri in larghezza  e 137 metri in altezza, sebbene originariamente fossero 146. I 9 metri mancanti sono infatti scomparsi a causa dell’erosione. Probabilmente venne eretta tra il 2590 e il 2565 a.C.

Come sono state costruite le piramidi egizie?

In origine l’intera piramide era ricoperta di uno strato calcareo di colore bianco brillante, proveniente dalle colline di Tura, che la faceva risplendere nel raggio di decine di chilometri.

Della piramide esistono dati noti o presunti, che tuttavia non forniscono la chiave dell’enigma. Si sa, ad esempio, che servirono dai 20 ai 25 anni per costruire la piramide di Cheope.

Contrariamente a quanto è stato detto, sembra che alla costruzione abbiano preso parte operai volontari anziché schiavi. Gli operai lavorarono in periodo di piena. Le loro motivazioni rimangono ancora vaghe, ma sembrerebbe che lo facessero volontariamente per rendere omaggio al loro sovrano e quindi ingraziarselo oppure, più prosaicamente, per guadagnarsi da vivere durante la stagione morta.


Venne impiegato un ascensore nella costruzione delle piramidi?

Per quanto riguarda le tecniche costruttive, molti sono gli interrogativi ancora rimasti senza risposta. Ci si interroga, ad esempio, sul modo in cui gli operai issarono sulla cima della piramide i grandi blocchi di pietra del peso di varie tonnellate.

Utilizzarono forse una rampa che si innalzava via via che la piramide veniva costruita? Questa teoria, che rimane ancora la più diffusa, contrasta con il fatto che per posizionare la rampa, si sarebbe dovuto impiegare un volume di materiale più imponente di quello utilizzato per la costruzione della piramide stessa.

Uno dei fondatori della storia moderna, il greco Erodoto, fece visita alle piramidi verso il 450 a.C. e formulò l’ipotesi che fossero stati impiegati apparecchi di sollevamento. Tuttavia, quelli esistenti all’epoca non sarebbero stati in grado di sollevare blocchi di oltre 10 tonnellate, che sono comunque tra i meno pesanti impiegati per la piramide di Cheope.

Secondo altri studiosi, gli antichi Egizi avrebbero forse utilizzato un ascensore obliquo per fare salire blocchi di oltre 40 tonnellate fino alla cima della piramide, servendosi della grande galleria centrale a mo’ di slitta e di blocchi di pietra come contrappesi, ma questa rimane soltanto un’ipotesi.

Il mistero resta dunque ancora irrisolto, visto che non si comprende in che modo gli Egizi dell’epoca avrebbero potuto costruire un tale congegno.

Se sembra ormai appurato che le piramidi fossero tombe o cenotafi (ossia monumenti commemorativi di personalità sepolte altrove), ci si interroga ancora sulla simbologia e sull’esatta funzione della forma piramidale triangolare a quattro facce coincidenti con i quattro punti cardinali, una particolarità pressoché unica al mondo.
 
Tara.

Treia - Come abbiamo vissuto il "Riciclaggio della Memoria"



La manifestazione "Riciclaggio della memoria" che da un paio di mesi Paolo stava organizzando a Treia, si è svolta venerdì 31 ottobre 2014 nel migliore dei modi, come sempre. E' stata bella piena anche se un po' faticosa. Ora che tutto è finito, la stanchezza si fa sentire. Veramente avevamo cominciato a "festeggiare" il giorno precedente, con l'arrivo di amici, vecchi e nuovi, prima Ettore Stella da Follonica, Stefano Panzarasa da Moricone, membro storico della Rete Bioregionale Italiana, e Sonia Baldoni, la Sibilla delle Erbe da Jesi.

Al mattino di venerdì abbiamo cominciato con una "escursione" erboristica all'orto, dove, negli ultimi due mesi, erano cresciute abbondantemente erbe spontanee e piantate di tanti tipi: malva, sonchus, parietaria, tarassaco, picrys, achillea, viburnum, speragna, calendula, salvia, rosmarino ed altre. Sonia come al solito, ci ha deliziati con le sue descrizioni facendoci toccare tutto con mano e facendoci notare come le piante, a seconda della posizione, del terreno e forse anche delle intenzioni e i sentimenti del proprietario, possano differire. 


Poi c'è stato il pranzo condiviso e una passeggiata digestiva per la bella Treia. Alle 16 e 30 siamo andati al Comune per allestire con l'aiuto di Euro, l'usciere comunale,  la sala Consiliare, della cui concessione ho poi ringraziato l'assessore Spoletini che presenziava in vece del Sindaco Capponi. Nel frattempo era arrivata anche la bravissima Gigliola Rosciani con un bel cesto dei suoi prodotti agricoli bioregionali e piatti pieni di leccornie da lei preparate. Michele Meomartino (moderatore) è arrivato con Fabiola Serafini e Amerigo Costantini, artista, scultore, scrittore abruzzese e sperimentatore di un sistema di "comunicazione" con le piante che gli ha dato risultati inauditi. Avevamo invitato poi Carlos  di Campofilone con Isabella ed il loro Hang Drum, uno strumento molto particolare e dalle sonorità suggestive, che vi consiglio di ascoltare... ( https://www.youtube.com/watch?v=xk3BvNLeNgw). 


Il prof. Enzo Catani, archeologo,  e Alberto Spurio Pompili restauratore di dipinti,  sono stati anche loro dei nostri, con interessanti relazioni. La prima relativa al valore della memoria storica e alla consapevolezza ecologista, la seconda uè stato un invito a prendere coscienza del valore della canapa, che ha innumerevoli usi e possibilità di utilizzo, e potrebbe essere coltivata a Treia, come lo fu un tempo.  Alla manifestazione era presente anche uno scultore treiese, abitante a Passo di Treia, Rolando Sampaolesi, che ha esposto alcune sue bellissime opere in legno e del quale ho letto un paio di poesie. Gli interventi si sono susseguiti,  contemporaneamente alla proiezione delle belle immagini fotografiche di Nazareno Crispiani. Il pubblico ha seguito i discorsi  con interesse  anche se abbiamo notato,  purtroppo,  che i treiesi erano poco rappresentati. Ci sono stati diversi interventi e stacchi musicali: oltre a quello dell'Hang Drum, quello di tre ragazzi che fanno parte della Banda di Treia, molto bravi, che hanno aperto e chiuso la manifestazione, nonché le canzoni ecopacifiste tratte da poesie di Rodari  cantate da Stefano Panzarasa, che ha sottolineato il motivo per cui ha voluto esserci e cioè dare un riconoscimento a Paolo per il suo lavoro nello studio e  tentativo di diffusione del  Bioregionalismo. Io ho in poche parole raccontato la mia storia con Paolo e con Treia ed il mio rapporto d'amore con questa cittadina in cui mi sento a casa. Paolo ha concluso parlando della motivazione di questo incontro: una specie di "iniziazione"  o di "battesimo", un rito per sentirsi finalmente, completamente a casa in questo luogo. Si è paragonato ad un paguro che, ogni tanto cambia casa, ed ora  -come gli ha detto alla fine l'amico Alberto Meriggi - può considerarsi, finalmente,  figlio di Treia.

Abbiamo terminato l'incontro  facendo una visita alla adiacente pinacoteca, di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza e infine godendo di un brindisi ben augurale e delle bontà  preparate da Gigliola che ci hanno saziato quasi completamente.
Poi di corsa nell'orto di casa per celebrare con Sonia la Vigilia di Ognissanti e poi concludere, nella sala di meditazione, con  alcuni canti devozionali ed altre musiche con i suonatori presenti.

Un caloroso ringraziamento va a tutti i partecipanti (ed anche a chi non ha potuto partecipare) ed a me e Paolo che abbiamo voluto questo incontro, dedicandoci attenzione ed amore!

Caterina Regazzi
Circolo vegetariano VV.TT. 


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Sevizio fotografico di Caterina Regazzi, Simonetta Borgiani e Fabiola Serafini




















































Guarire dall'illusione della separazione...

“I am here to make gurus, not disciples.” (Nisargadatta Maharaj)
Ricordo "quell’odore" da ospedale psichiatrico che vi si respirava ma in realtà era un ospedale in cui recuperare la propria integrità e la coscienza di sé. Basta con le proiezioni mentali, desideri e speranze, solo un’attenzione tersa diretta all’Io. A quel punto di consapevole presenza che non poteva più essere ignorato. Trascurare l’Io per rincorrere sogni ed immagini da film? Che follia era mai stata quella?
Eppure per i primi 29 anni trascorsi della mia esistenza terrena era accaduto che avessi identificato me stesso con gli eventi vissuti… ed ora, improvvisamente, mi trovavo ad osservare l’incongruità di questo atteggiamento. In seguito l’avrei definito: illusione!
Certo, quell’ashram di Ganeshpuri in cui ero capitato, per dimostrare a qualcuno la mia intelligenza ed il mio valore nell’agire, ora mi restituiva il senso dell’Essere, privo di orpelli… e mi poneva di fronte a me stesso.
Un processo alquanto doloroso, in alcuni momenti di ribellione, un “percorso di guarigione“ che mi sbatteva davanti agli occhi, continuamente e costantemente, la mia pretesa di sentirmi sano, vivo e vegeto, ma in un mondo di matti… Macché non erano gli altri ad essere matti, il folle ero io che mi ero lasciato illudere e trascinare nella trama del film… Ed in mezzo a tutto quel malessere giocoso eccola lì, la figura totalmente libera del Guru. Quel me stesso perfetto ed intoccabile che mi sorrideva ironico. Da ciò la mia certezza di poter guarire da quello strano male autoassunto.
Insomma, aldilà di ogni mia scelta me ne stavo quieto in quel sanatorio spirituale, con il solo apparente scopo di distruggere il personaggio che premurosamente mi ero costruito addosso negli anni. Sgrullandomi di dosso le paure e i desideri e le speranze di diventare qualcun altro…
In quale compito di guarigione ero incappato.. e senza spiegazione ricevuta, solo una comprensione vagamente intuitiva del come funzionasse la cura, eppure stava accadendo che…
L’unica “consolazione” razionale (per il mio intelletto sconvolto), che mi aiutava a capire il perché fosse necessario togliersi le croste di dosso, la trovai nell’illuminante libro scovato per “caso” nella ex stalla che fungeva da dormitorio, si trattava di “The spiritual teaching of Ramana Maharshi”.
In esso non si parlava di religioni e nemmeno di Dio. Si parlava di cinematografo e di come io mi fossi trasformato da semplice spettatore in uno dei personaggi proiettati nel film.. la descrizione impietosa del mio deludente stato era motivo di esaltazione ed allo stesso tempo di atroci sofferenze.. Avevo sprecato nell’illusione gli anni migliori della mia esistenza, mi ero trasformato in un cartoon inseguendo l’ipotetica realtà del mondo.. Com’era potuto accadere?
E mentre apprendevo, leggendolo in quel libro che sembrava fatto apposta per me, un ricettario medico senza parafrasi, – scritto in forma semplice e indiscutibile- sul qual’era stata la mia condizione e qual’era la mia vera posizione, ecco che davanti ai miei occhi risplendeva costantemente la forma beata ed intonsa della mia vera natura, era il volto sorridente di Muktananda, la dimostrazione vivente di chi io sono realmente! Nessuna parola scambiata, nessuna istruzione (o quasi), solo i miei occhi sbarrati davanti ai suoi nel riconoscimento della Verità….
Eppure, chissà, se non avessi letto quelle semplici frasi di Ramana Maharshi forse la mia mente non avrebbe accettato il risveglio, forse avrei deciso di essere capitato in una “maison de fous”, in un manicomio, in cui vedevo aggirarsi zombies allucinati e beati, oppure completamente accigliati e tristi.
La pratica senza la teoria oppure la teoria senza la pratica sono deleterie.. ma per fortuna allo Sri Gurudev Ashram di Ganeshpuri convivevano entrambe.
Paolo D'Arpini
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Sul silenzio e sulla solitudine.
Domanda: E’ utile il silenzio?
Risposta: Il silenzio interiore è abnegazione e l’abnegazione è vivere senza il senso dell’io (ego).
Domanda: E’ necessaria la solitudine per un cercatore spirituale?
Risposta: La solitudine è nella mente dell’uomo. C’è chi riesce a vivere in mezzo alla gente mantenendo tuttavia la perfetta serenità mentale, un simile individuo è sempre in solitudine
Domanda: Cos’è il silenzio?
Risposta: Quello stato che trascende la parola ed il pensiero è il silenzio. Esso è la Parola Eterna, che s’interrompe con la parola, perché le parole impediscono questo linguaggio muto. Un linguaggio che è continua eloquenza. In quella condizione terminano le parole e prevale il silenzio.
Domanda: Come facciamo allora a comunicare i nostri pensieri al prossimo?
Risposta: Ciò diventa necessario solo quando persiste il senso della dualità
Domanda: Perché non vai in giro in mezzo alla gente a predicare la Verità?
Risposta: Come fai a sapere che non lo faccio? Predicazione consiste forse nel salire su un pulpito arringando la folla attorno? Predicazione è semplice trasmissione di conoscenza e questa avviene attraverso il silenzio. Cosa pensi di un uomo che ha ascoltato un discorso per ore senza esserne stato impressionato sino al punto di voler cambiare la sua vita. Paragonalo ad un altro che siede in presenza di un saggio e quando se ne va ha modificato completamente la propria concezione di vita. Cosa è meglio? Predicare ad alta voce senza risultati o stare in silenzio facendo emergere la forza interiore? Ed inoltre, come nasce il linguaggio? Esiste una Conoscenza astratta dalla quale si genera il senso dell’io, che a sua volta origina il pensiero ed il pensiero produce la parola. Così la parola sarebbe la pronipote della fonte originaria. Se ritieni che la parola possa produrre degli effetti giudica da te quanto maggiormente possa essere efficace il silenzio interiore. Ma la gente non comprende la pura e semplice verità, la Verità della quotidiana, onnipresente ed eterna esperienza. La Verità appartiene al Sé. Esiste qualcuno che non è consapevole del sé? Ma a questi non piace sentire la verità, mentre sono curiosi di conoscere cosa c’è nell’aldilà, vogliono sapere del paradiso, dell’inferno e della reincarnazione. Poiché amano il mistero e non la Verità. Perciò le religioni provvedono a soddisfare le loro richieste. Ma alla fine, qualunque sia il percorso adottato, si deve tornare al Sé.
Perché dunque non dimorare nel Sé qui ed ora? Per speculare sull’altro mondo il Sé è necessario e non è differente da questo. Persino l’ignorante (nel senso di illuso dalle forme ritenute come reali e separate) quando percepisce gli oggetti li vede soltanto nel Sé.
(“The spiritual teaching of Ramana Maharshi”)

La giusta misura - Ecologia e spiritualità dell'immediato

Comportamenti ecologici e morali  e la giusta misura.. quel che si può fare tentando di "migliorare" la società e noi stessi..


Ho conservato per anni un vecchio dipinto nel Tempio della Spiritualità della Natura, prima di abbandonare Calcata al suo destino e trasferirmi a Treia. Era solo una banale copia, rappresentava un alchimista (od un semplicista) che mostra la giusta dose di sostanza da porre nell’intruglio medicinale ad un giovane apprendista. Il gesto eloquente, la mano alzata con il palmo rivolto in avanti, significante “basta così”. Né troppo né poco!

Le cose cambiano e non serve portarsele appresso, la memoria è utile se ci aiuta a non ripetere gli errori del passato, contemporaneamente è una zavorra se ci impedisce di compiere nuove esplorazioni e ricerche.

Anni ed anni di meditazione… per scoprire la giusta misura? Macché essa è nella semplicità della risposta immediata che siamo in grado di dare al momento opportuno, rispondendo del tutto spontaneamente e semplicemente all’esigenza contingente, nel presente….

Non sappiamo i motivi per cui le cose avvengono come avvengono e dal punto di vista etico ed umano possiamo anche non essere d’accordo con ciò che siamo costetti a vedere ed a compiere nella società. Così dobbiamo sentirci liberi da ogni schema, non temendo di cadere in contraddizioni e incongruenze.

Ricordo quando Nisargadatta raccontava le conseguenze del suo lavoro di venditore di beedies, le sigarette indiane, che causano il cancro anche più delle altre, e pure lui le ha fumate per anni e tra l’altro è morto per un cancro alla gola… ma tutto ciò non ha cambiato il suo “vero stato”.

Ricordiamo sempre che possiamo solo compiere ciò che è per noi possibile… Non ciò che riteniamo dovrebbe essere… E poi come dovremmo porci di fronte ai dettami della legge di causa effetto? Come dovremmo considerare la favola della reincarnazione…? Libero arbitrio, predestinazione, scelte, miglioramenti voluti o causali?...

A volte anch'io racconto delle storie, che stanno nella mente duale, che rientrano nel funzionamento empirico nel mondo, esprimendo un modo razionale di percepire la vita. Ma nel mio intimo so che son tutte favolette, so che la verità non ha bisogno di giustificazione alcuna, né di spiegazioni. Uso dei sotterfugi.. per poter guardare le persone negli occhi e scorgere la loro anima, toccare il loro cuore e sentirmi una parte di loro. Questo è ciò che è possibile per me…. e vorrei che così fosse anche per chiunque altro!

Assomiglia ad una commedia? C'è una nota di finzione in questo atteggiamento? Beh, occorre pur adattarsi al sogno.. finche si sogna.. A che serve districarsi dalle considerazione sul bene e sul male con giustificazioni che infine rientrano nell'illusione duale? Tanto vale adattarsi e compiere quei gesti che sono in armonia con la nostra natura umana, che ci consentono di poter condividere al meglio le nostre emozioni ed i nostri pensieri con il prossimo... Sia pur che ciò non è necessario per “essere quello che realmente siamo”.

Ma perchè limitarsi, perchè non amare il proprio sogno (come diceva saggiamente il Vate)? In verità l’armonia interno/esterno non è basata su ciò che entra dalla bocca (come diceva Gesù) ma da ciò che ne sorte, ovvero come riusciamo a centrarci al nostro interno, ritrasmettendo parole ed amore all’esterno.

Ramana Maharshi a una signora che le chiedeva come potersi migliorare nei comportamenti consigliò la via del "tendere verso", finché la cosa non avvenisse da sola, senza intenzione…

Paolo D'Arpini



"Look inside yourself...." - Within us is the truth

The spiritual lay master is one who shows the way, who says “look inside yourself.”
Within us is the truth, which is also embodied and revealed by the true teacher, this truth can not be “transmitted” but must be recognised internally, where the true teacher resides. The truth is not an object of knowledge but the knowing itself. The knowledge that makes possible all knowledge .. That consciousness is our true nature and is the intrinsic nature of the teacher who showed it to us.
The same thing happens in the physical DNA. The son is the outgrowth of what are the father and mother. There may be variations in genetic mixing, but the substance of life, the ability to manifest life, is the same in the child as in the parents. All life’s forms fully embodies the ability of life to manifest itself in that likeness. And it is right and proper that the relationship between parents and children takes place according to a pattern of continuity and mutual solidarity.
From the physical point of view, the roots are always in the father and mother … that represent the union of the spiritual fluids of Heaven and Earth that we inherited and that are within us. For this reason, even when the “parents” are no longer we can not really say that they died, because they exist in us as the message of their “spirit”, as intelligence and consciousness.
Ramana Maharshi claimed to have no disciple … and this statement is certainly correct in terms of a true teacher, who has overcomed the separate sense of individuality. In fact, for the wise there is nothing but a “center” (or Self) of which each and every thing is the manifest form and this “centre” is present in everything that moves in space and time. But from an empirical standpoint even Ramana accepted that a “person”(an entity that is still identified with the name-form) could look on him as a disciple …. So is the disciple who is making the guru.
The same thing said my spiritual mother Anasuya Devi when -playing with words- candidly confessed “I have not shisya (disciples) … I just have shisu (children)” and with these words confirmed his mother’s love for everything and everyone. And in truth the same thing happened to Ramana who considered sympathetically every creature as would a father with his children.
Of course, if an untrue teacher think that he himself is imparting the truth to the students this would implie that he believes in a scale of values ​​in a hierarchy, that is the result of a sense of separation. But as happens in dreams, as though all the characters dreamed are the dreamer, there are apparent differences in rank and position among the various “entities”, it may look sometimes that one of them acts as a teacher to another (although they are exactly the same thing …).
In the dream we accept these differences and also in the waking state (which is another form of daydreaming) we agree to perform a role, between peers. In this regard I am reminded of a tale told by my spiritual father, Swami Muktananda. In a club of rich people could be allowed only the rich, and members of the same place took on the various internal departments, who as director, who as a waiter or brush, some as janitor or secretary office. All of them were of course millionaires and not ashamed to do each his part for the maintenance of the club. This state of affairs could also be represented in our society, if it were truly enlightened, as the acceptance of differences would be seen a play and nothing else.
Our life is not separate from life. Our individual existence is part and parcel of the total Existence, which are inextricably linked, inseparable.
In Hinduism there is a beautiful image that depicts the Creator, Brahma, attached by an umbilical cord to Vishnu. Vishnu in this case represents the One from whom all things proceed. And we too are linked to the navel of the cosmos, as we are an expression of the wholeness of life, dependent on the source.
In a form of Zen meditation we concentrate on the navel, hara in Japanese, which is considered the meeting point of life energy, ki. In Tantra this point corresponds to the chakra where the fire burns eternal, Manipura (solar plexus). According to other schools based on the mutual connection with the infinite (of which we are the manifestation) this centre is indicated in other areas or chakras in the base of the spine, heart, or in the pineal gland on the top of the head (fontanelle).
No matter its supposed “location” -which is just a convenience. Say, how can be “located” the One that contains everything? What matters is that in each of us there is certainly a “center”, a root that nourishes our being.
We may not be aware of it but it “is” and is expressed in the form of Consciousness.
To feel away from this “center”, which is the bridge that unites our individual existence with the Universal, is to feel separate.
“Cast of this world, plunged in alienation” in the words of Sartre. A world hat is considered strange and rootless with existence. Hence a state of perpetual anxiety, we strive to satisfy our urges with desires and choices, but the result is only frustration, fear, uncertainty and struggle … and we knows only defeat! In fact, we may not rebel or dispose of the life when we ourselves are an emanation of it.
Therefore lay spirituality’s achievement is to “dwell” in ourselves. In letting go deep down to the roots of the I.
Paolo D'Arpini

La luce della Coscienza si riflette nella mente e crea il mondo

“Luce e luce riflessa condividono la stessa natura fondamentale, come esistenza e coscienza, spirito e materia, sono un’unica cosa”
Prova dell'abito allo specchio

La mente è uno specchio che riflette la luce interiore per dirigerla verso gli oggetti esterni, questi oggetti vengono identificati tramite la capacità di emissione ed intensità dello specchio. Da bambino adoravo giocare con uno specchietto rubato a mia madre, con esso catturavo la luce solare e la dirigevo, attraverso una finestrella, dentro una cantina buia. Solo ciò che era illuminato dal fascio luminoso era visibile mentre il resto delle pareti e delle cose accatastate sul pavimento restava oscuro. Esattamente allo stesso modo funziona la mente, che illumina il mondo esterno.
Per analogia vediamo che la sorgente di luce, il sole, è come la consapevolezza suprema mentre lo specchietto è la mente. Ma la mente stessa, in effetti, è cosciente, essa è l’aspetto riflettente della coscienza. Dico “riflettente” per indicare la sua propensione a rivolgersi verso l’esterno. La mente non è altro che la capacità della coscienza di esteriorizzare se stessa.
Questo processo proiettivo lo possiamo osservare durante il sogno, in cui la mente da se stessa ed in se stessa crea un intero mondo, con varie entità in rapporto fra loro incluso un personaggio identificato dal sognatore come se stesso. Questo è il gioco della mente che fa apparire la forma dell’io e dell’altro. A questo punto il dubbio sorge “com’è possibile che la consapevolezza possa venire intrappolata e limitata dalla mente?”. In verità la limitazione della coscienza non è reale, allo stesso modo in cui la luce del sole non risulta compromessa o menomata dallo specchio, parimenti la pura consapevolezza è intonsa e non divisa dall’operato immaginario della mente individuale.
Dove sono interno ed esterno per la coscienza suprema che entrambi li compenetra e li supera? In realtà la sola idea di una tale separazione è impensabile nella sorgente di luce che unicamente è. Prendiamo ad esempio il sognatore che non viene menomato o compromesso dal suo sogno, essendo lui stesso ogni cosa proiettata nel sogno ed allo stesso tempo non essendone alcuna, parimenti la coscienza individuale e la pura consapevolezza si pongono negli stessi termini di relazione.
Una volta, in risposata alla domanda “cosa impedisce all’indifferenziata luce della coscienza di rivelarsi direttamente all’individuo che l’ignora”, il saggio Ramana Maharshi rispose “come l’acqua in una pentola riflette il sole nei limiti ristretti del contenitore, così le tendenze latenti (predisposizioni mentali), che agiscono da mezzo riflettente, catturano l’onnipervadente ed infinita luce della coscienza presentandosi nella forma del fenomeno chiamato mente”. Questa risposta del saggio ci fa percepire come la mente non sia altro che un agglomerato di pensieri, in cui primeggia il pensiero “io” dal quale sorge la falsa nozione di un individuo separato, che in realtà è illusorio tanto quanto la presunta separazione di un personaggio sognato rispetto al sognatore.
Attenzione, consideriamo però che il tentativo di comprendere intellettualmente questo processo è solo uno degli aspetti del “sogno” e non la verità. Infatti i saggi indicano la verità come ineffabile ed incomprensibile alla mente (intendendo la mente separativa ed esteriorizzata), tanto quanto l’immagine riflessa nello specchio non può capire o sostituirsi alla persona che vi si riflette. Un riflesso è solo riflesso non è sostanza.
E dunque com’è possibile giungere alla “sostanza” che noi siamo?
Colui che osserva, essendo in se stesso coscienza, non può mai divenire un “oggetto”. L’oggettivazione è una componente del dualismo esternalizzato: “conoscitore, conosciuto”. Ma questa dualità può essere ricomposta in un “unicum” in cui, scomparendo la diversificazione (ovvero l’elemento riflettente rivolto all’esteriorizzazione) permane la semplice “conoscenza”. Questa è la consapevolezza indifferenziata per ottenere la quale Ramana Maharshi consiglia: “Quando l’io (ego o mente) rivolge la propria attenzione alla sua sorgente, le tendenze o predisposizioni mentali accumulate si estinguono ed in assenza di queste (che sono il mezzo riflettente) anche il fenomeno originato dalla “riflessione”, ossia la mente, scompare e viene assorbito nella Luce della sola Realtà (il Cuore)”.
Eppure malgrado sia in fondo semplice e diretta l’auto-conoscenza resta un esame alieno ai più. La gente rifiuta di conoscersi, preferisce il mistero e l’ignoranza, evidentemente a causa di quelle famose tendenze mentali accumulate dalla mente, stipate nella memoria e nell’immaginazione.

Paolo D'Arpini

Il percorso è già la meta... - Riflessioni sulla spiritualità laica


Ascesa

Quando ricevo un  intervento -sui temi della spiritualità e dell'ecologia-  mi rallegro molto, soprattutto  se esprime concetti integrativi e propositivi, rispetto a quanto da me espresso. Questo, secondo me è il vero atteggiamento in sintonia con l’Ecologia Profonda.. Ovvero mai porsi in antagonismo bensì cercare di cucire e collegare i vari modi di pensiero, le varie esperienze ed azioni, affinché esse rientrino in un contesto unitario ed universale.. Come di fatto è.
Dovete sapere che solitamente quando scrivo non sento mai, o quasi mai, l’impulso di affermare qualcosa di definitivo, di realmente corrispondente ad un mio sentire..  le mie sono  espressioni libere, pescate nell’umore del momento e valide al solo fine di poter raccontare una storia “sensata”. Insomma quel che dico è un raccontino, una descrizione di un sogno.. e  i sogni sono imponderabili e fantasiosi.. (salvo che non ci si metta Freud, la Smorfia o l’I Ching a dare una spiegazione)… 
Apparentemente adoro "l’idea" della scalata come simbolo verso la conoscenza.. (e questa è l’immagine che solitamente si da all'ascesa, in tutte le tradizioni spirituali), ma nella mia natura umana (e di conseguenza anche in quella spirituale) permane una fondamentale “pigrizia” (intesa in senso zen) verso l’agire per l’ottenimento di una conoscenza. Mi piace molto il detto Zen: “Seduto senza far nulla, viene la primavera e l’erba cresce da sé…”.
In verità il Sé è indescrivibile a parole, è aldilà dei sentimenti e delle emozioni, pur comprendendo sino al più piccolo movimento della coscienza.. Tutto comprende ma di nessuna cosa assume la forma. Il sé è il substrato perennemente presente che consente alle forme di manifestarsi. Ed in questo senso in “esso” non c’è preferenza non esiste scala di valori per cui il sé possa prediligere un discorso rispetto ad un altro. Non vi sono argomenti nobili e metafisici da preferire rispetto alla materialità ed alla contingenza empirica. Ogni cosa ha il suo valore ed il suo significato nella manifestazione che le è propria e confacente alla condizione vissuta. Perciò l’intensità e il senso di presenza che si sperimenta salendo su una vetta equivale al riposo contemplativo. Ad ognuno secondo le congeniali caratteristiche di ognuno.
Stasera stavo rileggendo una poesia sul Sé (lasciatemi in amoroso pegno dall’amico fraterno Upahar) ed intanto mi chiedo: c’è mai stato un momento in cui io non sia stato me stesso? Cos’è questo io che così fortemente sento e percepisco, questo io è la sola realtà che conosco, è coscienza assoluta e indivisibile. Tutto ciò che appare in questa coscienza, le immagini che io osservo, tutto ciò che si manifesta davanti all’io è un oggetto, questo corpo è un oggetto, questa mente è un oggetto, le forme variopinte del mondo sono solo oggetti.. dell’io. Le qualità, le sensazioni, le attrazioni e repulsioni che appaiono nel campo della coscienza, che io sono, sono solo proiezioni come lo sono i sogni che appaiono al sognatore. Se io non sono chi è? Ma poi… come posso lontanamente immaginare separazione fra l’io e le proiezioni dell’io, tutto si risolve nella stessa realtà, unica ed indivisibile, inspiegabile perché non vi è nessuno a cui poterla spiegare…. Questo io sono in cui anche l’ipotetico altro riconosce come io sono….
Paolo D'Arpini

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“Mi vedi? Chi sono io? Sono l’albeggiare della luce divina. Sono l’amore, l’amante e l’amato. Radiando in ogni luogo. Io solo esisto. Il mio posto è l’assenza di ogni posto. Mi sono nascosto sotto un velo… per meglio godere dello spettacolo.
Dimmi fratello, chi dovrei cercare? Chi potrei trovare?
Io solo esisto. Io sono quell’assoluta essenza priva di limiti, dinnanzi alla quale l’intelletto ammutolisce, come un bambino.  Certi mi chiamano Allah… altri Signore. Accetto ogni attributo ed ogni nome. Per me il tempio, la moschea o la chiesa sono uguali.   Né dualità né non-dualità si associano a me. Oltre me nulla era, è o sarà.
Tutte le rose e tutte le spine del mondo non sono altro che me. Sono l’amico ed anche il nemico.  Se c’è una riva da questa parte, sono io. Se c’è una riva da quella parte, sono io. Sono il legame del legato e la libertà del libero…. È la mia bellezza che tocca il cuore del mondo, sono io che do fragranza alla rosa, brillantezza ai gioielli, i belli debbono a me il loro potere d’attrarre.
Do l’oro al sole e l’argento alla luna, e loro danzano in ubbidienza, e le stelle della Via Lattea brillano chiamandomi, ma dove potrei andare? Sono già presente nei loro occhi!  Niente esiste a parte me, nessun mondo, nessun Dio, nessun devoto.
Quando l’uccello del cuore è preso nella trappola degli attaccamenti, tutto questo accade in me solo. Il bene il male che significato hanno per me? Sono colui che si inchina e colui al quale l’inchino viene offerto. Sono il maestro ed il discepolo, dentro ogni cosa trascendo ogni cosa. Io solo esisto” (Swami Ramatirtha)