"Atomismo Logico" - Bertrand Russell, Wittgenstein ed il Circolo di Vienna



Il grande sviluppo delle attività scientifiche indusse una serie di importanti filosofi ad affrontare i problemi connessi con la correttezza dei metodi di ricerca e la verifica della correttezza delle teorie scientifiche. Bertrand Russell (1872-1970), impegnato insieme a Whitehead in un tentativo di costruire un sistema logico-matematico assiomatico, si interessò anche ai problemi della conoscenza dando luogo ad una corrente filosofica che prese il nome di “Atomismo logico (1)(6).

Russell infatti – ponendosi sotto certi aspetti nel grande filone dell’empirismo britannico – ritiene che la realtà sia fatta di singoli fatti “atomici” (cioè elementari) – tutti in relazione tra loro - che vengono percepiti direttamente dai nostri sensi, ricorrendo anche al coordinamento tra vari sensi (inferenza multi-sensoriale ben nota anche ai filosofi antichi). I fenomeni della realtà vengono poi ricostruiti dalla nostra attività logica. Russell dice esplicitamente che l’oggetto che cade sotto la nostra sensibilità e la sensibilità stessa sono cose diverse, assumendo quindi una posizione “realista” che dimostra l’influenza che avuto sul suo pensiero il “realismo” di Moore, di cui ci interesseremo più avanti (1)(6).

Anche se il mondo esterno esiste, tuttavia potremmo anche ingannarci sulla reale presenza degli oggetti, per cui la conoscenza rimane affetta da un certo grado di incertezza. Ai singoli fatti corrispondono singole proposizioni “atomiche” che non sono formate solo da soggetto e predicato (ad esempio: questa cosa è bella), ma esprimono anche relazioni tra cose (questi aspetti linguistici del pensiero di Russell mostrano l’influenza della filosofia dell’amico Wittgenstein, di cui ci interesseremo più avanti). Le proposizioni complesse sono somma di proposizioni atomiche, e la verità di una proposizione è espressa solo dalla sua corrispondenza a fatti veri. Bisogna sempre riferirsi per una verifica ai fatti atomici elementari di partenza. Distaccandosi – in questo - dal pensiero di Wittgenstein, Russell afferma che non basta usare un linguaggio, che non porti a contraddizioni logiche, per giungere alla verità(1).

Il pensiero di Russell dette un significativo contributo alla corrente che prese il nome di “Empirismo logico” o “Neo-positivismo”, che ebbe poi nel Circolo di Vienna fondato nel 1922 da Moritz Schlick il suo principale caposaldo(1)(2)(6). Di questo circolo fecero parte Rudolf CarnapOtto Neurath, il matematico Hans HahnFriedrich Weismann, ecc. Il Circolo di Vienna fu in corrispondenza con l’analogo circolo berlinese diretto da Hans Reichenbach, e fu frequentato per qualche tempo anche dal logico ceco Gödel, dal filosofo statunitense Quine, da Wittgenstein, da Karl Popper e dal britannico Alfred Julius Ayer (1910-1989). Di molti di loro ci interesseremo in seguito. Dopo l’assassinio di Schlick nel 1936 ad opera di un fanatico nazista, e dopo l’annessione dell’Austria al Reich nazista nel 1938, il circolo – che aveva mantenuto sempre un carattere progressista e laico – fu poi chiuso definitivamente. Molti dei suoi membri si rifugiarono in Inghilterra, come Neurath, o negli Stati Uniti, come Carnap ed il berlinese Reichenbach.

I membri del circolo - in particolare Rudolf Carnap (1891-1970), forse la figura più significativa - ma anche Ayer, ecc, sostenevano che la conoscenza coincide con le forme linguistiche che la esprimono, che non devono contenere contraddizioni. Gli enunciati possono essere “analitici” se sono frutto solo della logica deduttiva (e quindi sarebbero “veri a priori”, come gli enunciati matematici, che sono però “tautologici”, cioè non ci dicono nulla di nuovo sulla realtà), oppure “sintetici” (o “empirici”) se derivano dai “fatti” osservati cui bisogna sempre tornare per verificare la verità dell’enunciato (“verificazione”). Il criterio di ridursi sempre alle sensazioni iniziali (derivata da Mach), o agli oggetti fisici corrispondenti alle sensazioni (posizione più “realista” assunta in un secondo tempo da Carnap) viene chiamata “riduzionismo”. Gli enunciati sono “veri” se le sensazioni e gli oggetti sono “veri”. Se gli enunciati non sono verificabili, sono metafisici e privi di significato. Gli enunciati teorici sono abbreviazioni di una serie di enunciati direttamente verificabili. Le leggi sono enunciati universali, tanto più “probabili” se verificati in molti casi.

Si può dire che il pensiero antimetafisico di questo gruppo di filosofi ribadisce la validità del pensiero scientifico, basato sull’esperienza e l’induzione, accentuandone, però, gli aspetti logico-linguistici e convenzionali (sotto l’influenza di Wittgenstein Mach: vedi N. 95). Varie critiche furono avanzate da altre correnti filosofiche al criterio di “verificazione” sperimentale che non ci porterebbe a risultati certi (per la possibilità di presenza di casi non previsti dalla verifica). Giustamente Ayer rispose che la verifica fatta in molti casi ci porta a stabilire un alto grado di probabilità per una certa teoria, che è un risultato scientificamente accettabile. Anche Reichenbach, che fu anche uno studioso di Fisica Quantistica, era un sostenitore del probabilismo delle teorie scientifiche sostenuto dall’esperienza.

Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein studiò in Inghilterra a Cambridge dove strinse una fruttuosa amicizia con Russell. Tornato in patria per arruolarsi come soldato nella guerra 1915-18, traversò nel dopo-guerra un periodo di crisi psicologica in cui fece anche il giardiniere. Nel 1921 pubblicò in tedesco la sua opera maggiore, il “Tractatus logico-philosophicus”, tradotto in inglese l’anno seguente, che gli dette un’enorme fama. Egli sostiene che il mondo è una totalità di “fatti” e che il linguaggio è la loro raffigurazione. Il linguaggio – che può essere semplice o complesso - ha senso solo se rappresenta la struttura logica di un possibile fatto. Ne consegue che l’unico linguaggio valido è quello scientifico, che esprime relazioni verificabili tra fatti. Le proposizioni meramente filosofiche sono senza senso perché si interessano di metafisica. I filosofi dovrebbero solo distinguere ciò che si può dire (cioè che ha un senso) dall’indicibile privo di senso.

Tuttavia, dopo aver trascorso 10 anni come insegnante a Cambridge tra il 1936 ed il 1946, e dopo aver traversato un nuovo periodo di crisi in cui visse come eremita in Irlanda, il filosofo fece autocritica nell’opera “Ricerche Filosofiche”, dove rivalutò tutte le forme di linguaggio comune. Il significato del linguaggio dipenderebbe dall’uso che se ne fa in un certo contesto, e non dalla verificabilità. Basta che rispetti le “regole del gioco” che si è scelto (ad esempio, anche in ambito religioso, sociale, morale, ecc.). Compito del filosofo è chiarificare il pensiero ed eliminare i non-sensi. Il pensiero di Wittgenstein, considerato nel mondo anglosassone come il massimo filosofo del secolo, appare – a chi scrive – apprezzabile (almeno per quanto riguarda il “Tractatus”), ma forse troppo appiattito sul tema del linguaggio, ed inoltre in parte contraddittorio per quanto riguarda le “Ricerche”; quindi limitato sotto vari aspetti.

Più incisivo sotto vari aspetti appare il pensiero dell’inglese George Edward Moore (1873-1956), professore a Cambridge, che, seguace in un primo tempo del pensiero di Francis Herbert Bradley (1846-1924), che aveva introdotto in Inghilterra la filosofia idealista, poi se ne distaccò decisamente diventandone avversario e sostenitore del neo-realismo filosofico. Nell’opera “Confutazione dell’Idealismo” del 1903 Moore critica Berkeley (N. 55) affermando decisamente che “essere” ed “essere percepiti” sono due cose diverse. Il filosofo difende il “senso comune” per cui sappiamo intuitivamente che il mondo esterno esiste indipendentemente dalle nostre percezioni, e non solo nella nostra mente. Le differenze e l’articolazione delle nostre sensazioni corrispondono a differenze e all’articolazione degli oggetti esterni a noi. Egli, inoltre, rivaluta ed apprezza anche il linguaggio “comune”. Anche il collaboratore di Russell Whitehead aderì al “neo-realismo”, salvo poi a perdersi in successive elucubrazioni metafisiche. Negli Stati Uniti il neo-realismo, introdotto dal Prof. W.P. Montague (1878-1953) dell’Università Columbia, fu rappresentato dal noto filosofo di origine spagnola George Santayana (1863-1952); ma anche quest’ultimo poi aderì ad una visione metafisica dualistica, distinguendo tra una realtà naturale ed una presunta “essenza” spirituale.

Un altro frequentatore del Circolo di Vienna, Kurt Gödel(3)(4)(5), trasferitosi poi negli Stati Uniti a Princeton dove divenne per 15 anni intimo amico di Einstein, si distinse giovanissimo nel 1930 per aver pubblicamente messo in crisi il sistema logico di Hilbert durante il Congresso matematico di Königsberg (vedi N. 93). L’anno seguente Gödel illustrò il suo “primo teorema dell’incompletezza”, in cui dimostrava che nel sistema di Hilbert sarebbero sempre rimasti degli enunciati matematici indimostrati. Nel 1934 fu pubblicato un “secondo teorema dell’incompletezza”, in cui si dimostrava che la coerenza di un sistema del tipo rigoroso sviluppato da Hilbert era indimostrabile (e che era impossibile dimostrare la verità di un insieme di assiomi con un algoritmo, cioè una formula matematica computabile, come ipotizzato da Hilbert).

Questi risultati, che hanno indotto l’allievo di Hilbert, Von Neumann, a considerare Gödel - forse con qualche esagerazione – il più grande logico dopo Aristotele, hanno comunque indotto una discussione sui fondamenti della matematica. Il matematico spagnolo M. Madrid Casado afferma che la matematica non è un singolo edificio compiuto e perfetto, ma come una città in costruzione dove molti edifici sono in ristrutturazione, o in disarmo. Ironizza anche sul fatto che molti matematici costruiscono teorie utili (come quelle atte a risolvere le equazioni differenziali o ad attuare analisi funzionali utili in fisica) e poi nel weekend si dedicano alla logica matematica, attività tanto amata dai filosofi.

In effetti tutta la teoria logica degli insiemi di Cantor, Hilbert, ecc. – già contestata all’inizio del ‘900 sia dai matematici “intuizionisti” guidati dall’olandese Luitzen Brouwer (1881-1966), che ritenevano la matematica frutto di intuizione razionale (non metafisica) della nostra mente, sia dai matematici “platonici” che ritenevano gli oggetti matematici come entità esistenti, da scoprire – fu continuata dall’allievo Von Neumann e dal gruppo francese noto col nome collettivo di  “Bourbaki”, e fu molto in auge fino agli anni ’60 e ’70 del ‘900; ma oggi è alquanto passata di moda.

Vincenzo Brandi 




(1) L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

(2) P. Di Porto, “La Scienza austriaca”, presentazione di seminario, comunicazione on-line

(3) RBA, “Le grandi Idee della Sc. – Hilbert”

(4) RBA, “Le grandi Idee della Sc. – Gödel”

(5) RBA, “Le grandi Idee della Sc. – Von Neumann”

(6) W.Adorno ed altri, “Storia della Filosofia”, Laterza 1987

il No alla NATO di Sandro Pertini: "Noi siamo contro il Patto Atlantico, prima di tutto perché questo Patto è uno strumento di guerra...."

 


Sandro Pertini, nel discorso al Senato del 7 marzo 1949 in cui votò contro l'adesione dell'Italia alla Nato.

"Noi siamo contro il Patto Atlantico, prima di tutto perché questo Patto è uno strumento di guerra. [...] Ma il nostro voto è ispirato anche ad un'altra ragione. Questo Patto Atlantico in funzione antisovietica varrà a dividere maggiormente l'Europa, scaverà sempre più profondo il solco che già separa questo nostro tormentato continente. [...] Una Santa Alleanza in funzione antisovietica, un'associazione di nazioni, quindi, che porterà in sé le premesse di una nuova guerra e non le premesse di una pace sicura e duratura. Noi siamo contro questo Patto Atlantico dato che esso è in funzione antisovietica. Perché non dimentichiamo, infatti, come invece dimenticano i vostri padroni di oltre Oceano, quello che l'UnioneSovietica ha fatto durante l'ultima guerra. Essa è la Nazione che ha pagato il più alto prezzo di sangue. Senza il suo sforzo eroico le Potenze occidentali non sarebbero riuscite da sole a liberare l'Europa dalla dittatura nazifascista. [...]

E noi socialisti sentiamo che se domani per dannata ipotesi dovesse crollare l'Unione Sovietica sotto la prepotenza della nuova Santa Alleanza, con l'Unione Sovietica crollerebbe il movimento operaio e crolleremmo noi socialisti.[...]
Parecchi di voi si rallegrarono quando videro piegata sotto la dittatura fascista la classe operaia italiana e costoro non compresero che, quando in una Nazione crolla la classe operaia, o tosto o tardi con la classe operaia, finisce per crollare la Nazione intera. [...]

Oggi noi abbiamo sentito gridare "Viva l'Italia" quando voi avete posto il problema dell'indipendenza della Patria. Ma non so quanti di coloro che oggi hanno alzato questo grido, sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per l'indipendenza della Patria! Onorevole Presidente del Consiglio, domenica scorsa a Venezia, in piazza San Marco, sono convenuti migliaia di partigiani da tutta l'Italia ed hanno manifestata precisa la loro volontà contro la guerra, contro il Patto Atlantico e per la pace. Questi partigiani hanno manifestato la loro decisione di mettersi all'avanguardia della lotta per la pace, che è già iniziata in Italia, essi sono decisi a costituire con le donne, con tutti i lavoratori una barriera umana onde la guerra non passi. Questi partigiani anche un'altra volontà hanno manifestato, ed è questa: saranno pronti con la stessa tenacia, con la stessa passione con cui si sono battuti contro i nazisti, a battersi contro le forze imperialistiche straniere qualora domani queste tentassero di trasformare l'Italia in una base per le loro azioni criminali di guerra. Per tutte queste ragioni noi voteremo contro il Patto Atlantico".






La porta sempre aperta dello zen...

 


Un re voleva scegliere tra i suoi sudditi l’uomo più saggio e nominarlo suo primo ministro. Quando alla fine la selezione si ridusse a tre uomini, decise di sottoporli a una prova suprema. Li fece entrare in una stanza del suo palazzo e installò una serratura che era l’ultima novità del genio meccanico. I candidati furono informati che chi di loro fosse stato in grado di aprire per primo la porta avrebbe avuto l’onorabile carica.

I tre uomini si misero subito all’opera. Due di loro cominciarono a elaborare complicate formule matematiche per scoprire la giusta combinazione del lucchetto. Il terzo uomo, invece, si sedette sulla sua sedia senza far nulla. Alla fine, senza preoccuparsi di mettere nero su bianco, si alzò, andò alla porta, girò la maniglia e la porta si aprì. Era sempre stata aperta, per tutto il tempo!

Questa è la situazione. Non c’è lucchetto, la porta è aperta. E le persone pensano e ripensano a metodi e mezzi per far scattare la serratura. Le persone provano diverse metodologie, praticano mille cose per uscire. Ma sono già fuori. Finché non smetteranno di pensare, non comprenderanno mai la realtà della situazione.

L’uomo non è in schiavitù, pensa solo di esserlo. E poiché lo pensa, è in schiavitù. Non c’è differenza tra un Buddha e un uomo comune. Ma l’uomo comune pensa che ci sia una differenza e allora c’è.

Sei tu che crei le tue prigioni, le tue serrature. E poi cerchi di scoprire i modi per uscirne.

Il buddhismo va al cuore della faccenda direttamente. Il buddhismo dice: non c’è nessun lucchetto, nessun nodo da sbrogliare. Questo è ciò che intendo quando dico che il buddhismo risolve il problema con un colpo di spada. Non c’è nessun luogo dove andare, niente da fare. Ci sei già e lo sei già: apri gli occhi. Pensate a quei due grandi pensatori della storia – dovevano essere matematici, dovevano essere ingegneri – naturalmente avevano dedotto che la serratura doveva essere frutto di un grande ingegno meccanico e che dovevano trovare la combinazione giusta. E si erano messi al lavoro.

E avrebbero potuto continuare a lavorare per l’eternità: pensate che avrebbero trovato la soluzione? Non c’è possibilità di trovare una soluzione se il problema non esiste.

E anzi si sarebbero ritrovati sempre più imbrigliati, sempre più in trappola; non nel problema, perché non c’era alcun problema, ma nelle risposte che avrebbero inventato.

È lì che le persone si bloccano. Un hindu è bloccato dalla sua risposta. Un cristiano è bloccato dalla sua. Le persone si bloccano nelle filosofie, ma non è necessaria alcuna filosofia. La vita basta a se stessa. Non ha bisogno di elaborazione, non ha bisogno di spiegazioni, non ha bisogno di analisi.

Ma se entri a far parte del gioco analitico, può andare avanti all’infinito. Una cosa porterà a un’altra e a un’altra ancora. E ti ritroverai in una catena. E dal momento che il problema non sarà mai risolto, perché non c’è nessun problema da risolvere, dovrai continuare a cercare risposte.

Il buddhismo ti riporta sulla Terra. Dice: prima guarda se la serratura è chiusa a chiave, se c’è una serratura sulla porta.

Come può esserci una serratura alla porta dell’esistenza? Ne facciamo parte, chi la chiude? Per cosa? Chi crea il problema? E per cosa? Noi siamo l’esistenza: siamo in lei, lei è in noi. Se lo vedi, ti rilassi. In quel rilassamento, sorge la visione.

È quello che è successo al terzo uomo. Non stava meditando, pensando, analizzando, inventando, deducendo. Si è semplicemente seduto lì sulla sedia senza far nulla. Questo è il fulcro della meditazione.

La parola “meditazione” non è la parola giusta, perché “meditazione” significa anche “pensarci, meditarci su”. L’inglese non ha una parola giusta per tradurre dhyan, perché dhyan significa esattamente “non meditarci su”, dhyan significa esattamente “non pensarci”. Dhyan significa non fare nulla, semplicemente rilassarsi ed essere.

Quando sei solo in silenzio e non fai nulla, la tua prospettiva è infinita, la tua percezione è chiara e puoi vedere fino in fondo. Seduto in silenzio sulla sua sedia senza far nulla, l’uomo riuscì a vedere che non c’era alcuna serratura nella porta. Semplicemente si alzò, girò la maniglia e uscì.

Questa è anche la mia esperienza. Questa parabola non è solo una parabola, non è una parabola inventata. È la parabola di tutti i Buddha: è così. Questa non è solo una storia inventata, è l’esperienza condensata, l’esperienza più essenziale di tutti i Buddha: non c’è la serratura nella porta. Ti siedi in silenzio, raggiungi uno stato di visione, di purezza, senza alcun pensiero a inquietarti, senza una nuvola di pensiero che si muove intorno alla tua coscienza – lo specchio pulito senza la polvere del pensiero – e improvvisamente sei in grado di vedere che non c’è serratura né porta né nemico né morte né nascita. E tu non devi andare da nessuna parte e non devi diventare nessuno.

Sei perfetto così come sei. Sei già in quello spazio chiamato paradiso. Inizia a godertelo, non farne un problema. Nel momento in cui crei un problema, smetti di divertirti. Come puoi divertirti se non risolvi il problema? E un problema crea altri dieci problemi, fino alla nausea.

Taglia via il primo problema! La vita non è un problema. Buddha dice: “La vita è semplice”.

Testo di Osho da: Take It Easy




Sri Aurobindo: "Il Ciclo Umano. Psicologia dello sviluppo sociale"


"Il Ciclo umano". Un libro ormai fondamenhtale e insieme profetico per comprendere la nostra attuale situazione umana. Una specifica comprensione divenuta prioritaria nello scorcio di questo attuale cambio d'epoca.

Scritto da Sri Aurobindo  durante la prima guerra mondiale, é una analisi dello sviluppo sociale in chiave psicologica. Il passato con tutte le sue tradizioni, i suoi riti, le sue forme rigide di pensiero, ed il presente, con tutte le sue rivoluzioni scientifiche, tecniche, morali, religiose, seguono una via evolutiva che porta irrevocabilmente verso una meta ancora mai immaginata: la trasformazione spirituale dell'umanità.

Alla luce della Trasformazione Spirituale dell'Umanità, delle sue esigenze e urgenze, sono passate in rassegna tutte le dottrine sociali e politiche dall'800 ai primi anni del XX secolo raggiungendo e proponendo una sintesi significativa e rivoluzionaria dello Sviluppo Umano.

Un opera ancora poco conosciuta eppure straordinariamente importante che invita a superare l'idealismo di tutte le dottrine sociali alla luce di una reale e compiuta trasformazione spirituale.

Gli stessi temi saranno trattati nell'altra opera collegata L'Ideale dell'Unità Umana in cui sempre sotto la luce di una fondamentale consapevolezza spirituale viene affrontato il tema di una federazione o governo mondiale:

 Se l'uomo é destinato a sopravvivere e a continuare l'evoluzione di cui ora é il capo, e fino ad un certo punto, la guida semicosciente,  bisogna che egli esca dalla confusione attuale della sua vita internazionale e arrivi ad un inizio di azione unificata e organizzata; bisogna che egli giunga finalmente ad una sorta di Stato Mondiale unitario o federale, oppure ad una confederazione o coalizione.

Ovviamente qualcosa di molto differente ed opposto ai progetti di Nuovo Ordine Mondiale portati avanti dalle oligarchie dei Deep States.

Fiorigialli.it  - info@fiorigialli.it


AurobindoAurobindo Ghose (Calcutta, 1872 – Pondicherry, 1950). Inviato a sette anni dal padre, medico condotto, a studiare in Inghilterra, a Manchester, Londra e infine Cambridge, lettore insaziabile,, assimila in breve tempo tutta la cultura europea leggendone i classici, antichi, medievali e moderni, nelle lingue originali, compreso il nostro Dante. La sua ri-nazionalizzazione cominciò solo a vent’anni, al suo rientro in India: gli basteranno tredici anni per re-indianizzarsi fino al midollo: apprende il sanscrito, il bengali e molte lingue indiane moderne, assimilando profondamente nel contempo tutto il vasto patrimonio culturale e religioso del suo paese.
La sua attività è subito intensissima: oltre a insegnare francese e inglese al College di Baroda (di cui diventa presto Rettore), svolge come giornalista, oratore e organizzatore una formidabile attività rivoluzionaria per la liberazione dell’India dal giogo britannico. 
I suoi articoli, riportati sulle colonne del Times di Londra, gli valgono un primo arresto per sedizione nel 1907. Liberato su cauzione, viene arrestato l’anno dopo per implicazioni indirette nel fallito attentato a un giudice britannico. Nel forzato isolamento di un anno nel carcere di Alipore approfondisce quella dimensione interiore e spirituale le cui porte gli si erano spalancate dopo l’esperienza – ottenuta in soli tre giorni e da allora stabilita per sempre – del silenzio mentale, in seguito al suo incontro con Baskar Lele, uno yogi del Maharashtra che aveva indovinato, dietro l’eroismo del giovane rivoluzionario, il destino di una grande anima. ( Continua...)

Dei e veicoli….



Il dono di un veicolo è uno degli omaggi  rituali che vengono fatti al
maestro spirituale, questo perché il veicolo è riconosciuto come un
mezzo simbolico di trasmissione della sua grazia,  regalare   un
carro, un elefante, un cavallo o -in tempi moderni- un’automobile
significa che  ci si aspetta che il favore del maestro venga
trasferito insomma “veicolato” all’offerente attraverso quel mezzo
simbolico. Proprio seguendo questa tradizione capitò  -ad esempio- che
Osho Rajneesh (ma non solo lui)  collezionasse  30 e più Rolls Royce…

Chi ha qualche dimestichezza con l’iconografia indiana ricorderà che
ogni divinità ha un suo mezzo di trasporto,  che sta a significare il
modo in cui l’energia del Dio viene trasmessa.  Vediamo che  Vishnu,
il preservatore,  ha per cavalcatura una grande aquila, essa
simboleggia la capacità del Dio di scorgere nei minuti dettagli ciò
che avviene nel mondo per scendere giù a velocità stratosferica  a
punire i malvagi e sollevare le sorti dei devoti in difficoltà.
Brhama, il creatore, ha invece per “mount” un cigno bianco che
rispecchia la capacità del cigno di dividere il latte (la saggezza)
dall’acqua  nell’oceano primordiale della creazione.

Ma qui potremmo già cominciare a porci dei dubbi… infatti si può pure
immaginare una grande aquila hymalayana, con apertura alare che
raggiunge i dieci metri, trasportare un Dio nelle sue missioni del
dharma (giustizia) ma un cigno… come fa a trasportare un Dio che
-essendo creatore-  già ce lo immaginiamo un po’ pesante??  I punti
interrogativi aumentano e la necessità di un chiarimento  si fa
impellente quando infine osserviamo l’immagine di Ganesh, Dio di
pesante stazza  con la testa da elefante, che è preposto a rimuovere
gli ostacoli, sia in senso spirituale che materiale, che si
frappongono sul nostro cammino. Il Dio Ganesh è dipinto con ai piedi
la sua cavalcatura, un piccolo topo che sgranocchia beato un laddu 
(dolce di riso).



Ebbene a questo punto ci è praticamente impossibile visualizzare
l’enorme Ganesh che monta sul topolino, eppure leggiamo che il topo è
il suo veicolo, come può succedere!?  E qui è necessario fare
ulteriore chiarezza sulla simbologia del “veicolo” e soprattutto di
quel che sta a significare il topo nella tradizione orientale, e
questo non solo in India ma anche in Cina….

Allora l’immagine del topo serve a “veicolare” le qualità che vengono
riconosciute a questo animale, che è anche un archetipo primordiale.
Se pensiamo bene alle capacità miracolose del topo scopriamo che egli
è un vero genio della sopravvivenza,  un maestro in se stesso nella
rimozione di ogni ostacolo che si frappone fra lui e la vita.  Un topo
sa come arrampicarsi su una superficie verticale, purché vi sia la
minima asperità,  persino meglio di una lucertola, di un geco od altri
animali arrampicatori.  Se precipita da una grande altezza, anche
mille volte superiore alla sua, ne esce perfettamente indenne, è un
vero planatore in caduta libera.  Che dire poi della sua preveggenza
che gli fa capire quando è ora di abbandonare la nave che affonda?
Egli è un ottimo nuotatore e sa come  salvarsi meglio di qualsiasi
naufrago, ed infatti in ogni angolo del mondo prima degli umani sono
arrivati i topi.  Anche nella sua vita sociale  è ben attrezzato, chi
non conosce l’astuzia del topo nello sfuggire alle trappole? I sistemi
di anti-rattizzazione sono impotenti contro le orde di roditori
cittadini che dispongono di appositi assaggiatori,  vecchi e malandati
elementi che fungono da cavie per testare i cibi sospetti, così la
tribù si salva sempre.

Non basterebbe una biblioteca di psicologia animale per descrivere i
suoi sotterfugi e le sue furbizie che gli garantiscono la
sopravvivenza in ogni occasione, persino in caso di esplosione
nucleare i topi saprebbero cavarsela meglio di noi.  Inoltre occorre
specificare che in verità il topo è stato l’iniziatore della stessa
specie umana, il capostipite primo, non sto raccontando una balla
(stavolta), state calmi…    Accadde proprio quando ci fu il grande
cataclisma che distrusse tutti i grandi rettili, che a quel tempo
dominavano il pianeta,  e già era nato un piccolo roditore, il primo
mammifero, per correttezza chiamiamola “mammifera”  la quale aveva la
taglia di una pantegana (un po’ più piccola della nutria), e mentre
attorno a lei c’era solo morte e nubi nere,  la saggia topa di fogna
campò benissimo sui cadaveri e sul marciume, e di lì a pochi millenni
diede vita a tutte le specie di mammiferi sulla terra, ivi compreso
l’uomo.  Che grande miracolo… in mezzo alla carneficina,  quella santa
 pantegana  trasformò gli ostacoli della distruzione  del mondo in
vittoria…  la supremazia della sua  capacità di adattamento. Mi sa che
saprebbe ancora farlo questo gioco, se l’uomo andrà avanti a sfidare
la vita sul pianeta… sappiamo già chi è in grado di resistere
all’olocausto.   Ed allora perché meravigliarsi se il topo è stato
scelto come veicolo di Ganesh?

Paolo D’Arpini

L'autore chiede un passaggio


Quel Buddha che è nella sala...

 


Un monaco chiese a Joshu: “Cos’è il Buddha?”.

“Quello nella sala”.

Il monaco disse: “Quello nella sala è una statua, un pezzo di fango!”.

Joshu rispose: “Esatto”.

“Allora cos’è il Buddha?” chiese di nuovo il monaco.

“Quello nella sala”.

 

Ora questo è strano. È d’accordo con lui che quella è solo una statua, un pezzo di fango, dice: “Esatto”. E quando l’uomo chiede di nuovo: “Allora cos’è il Buddha?” Joshu ripete: “Quello nella sala”.

Cosa vuole dire Joshu? Vuole dire che finché non smetti di chiedere “Cos’è il Buddha?” sei in cerca di una statua. Finché continui a chiedere “Cos’è il Buddha?” chiedi qualcosa di oggettivo. Ecco perché risponde: “Quello nel tempio, quello è il Buddha”. Se continui a chiedere “Cos’è il Buddha?” vuoi una risposta oggettiva, ma il Buddha è la tua soggettività.

Quindi è d’accordo con l’uomo: “Sì, hai ragione. Quello all’interno del tempio non è un vero Buddha. È una statua di fango”. Naturalmente l’uomo deve aver avuto una speranza: “Ora arriverà qualche altra risposta”. Chiede di nuovo: “Allora dimmi che cos’è il Buddha” e non si aspetta che Joshu risponda di nuovo allo stesso modo. Aveva convenuto che quella era solo una statua, una statua di fango. Ma di nuovo dice: “Quello nel tempio”. Perché? Perché se continui a chiedere qualcosa di oggettivo, chiedi qualcosa di morto.

La realtà è soggettiva. Dio è soggettivo. È il tuo nucleo più intimo, è la tua interiorità. Non puoi fare una domanda del genere. Devi andare dentro di te per sapere “Cos’è un Buddha”. E quando inizi ad andare verso l’interno, ti sposti sul Tao. E quando inizi a spostarti sul Tao, inizi a usare dhyan, la meditazione, lo Zen. Lo Zen è il metodo per andare dentro. Il Tao è la via che ti conduce al tuo nucleo più intimo. Il tuo nucleo più intimo è Buddha. Tu sei un Buddha.

La prima cosa è accettare la vita così com’è. Quando l’accetti, i desideri scompaiono. Quando l’accetti così com’è, le tensioni scompaiono, il malcontento scompare. Quando l’accetti così com’è, inizi a sentirti pieno di gioia e senza alcuna ragione. Quando la gioia ha una ragione, non dura a lungo. Quando la gioia è senza ragione, dura per sempre.

Per un essere umano ci sono due modi di essere. Può cercare di avere più cose e allora va contro il Buddha, contro il Tao, contro lo Zen. Quando un uomo è troppo preoccupato di avere di più, è un uomo mondano. E un uomo che afferma che tutto ciò che accade va bene, che si rilassa, che non si preoccupa di avere più soldi, più potere, più prestigio, più rispettabilità; un uomo che si rilassa in tathata, nello stato delle cose, nell’essenza, diventa una persona religiosa. Comincia a entrare dentro.

Quando pensi ad avere di più, vai verso l’esterno. Quando ti preoccupi di avere, vai verso l’esterno. Quando non ti preoccupi più di avere, ti sposti verso l’essere. E l’essere è il Buddha.


Testo di Osho da: Zen: The Path of Paradox




IL PARADOSSO DEL GATTO E L’ESPERIMENTO EPR...



La posizione di Bohr – che dette luogo alla cosiddetta “Scuola di Copenhagen” ed all’interpretazione detta “ortodossa” della fisica quantistica, era condivisa dal gruppo di ricercatori che si radunava presso l’Università tedesca di Gottinga, tra cui il matematico Max Born (1882-1970) maestro di fisici importanti come Oppenheimer e Delbrück, (e poi Premio Nobel solo nel 1954 dopo essere fuggito dalla Germania in quanto ebreo), il suo collaboratore Pascual Jordan, e più saltuariamente due giovani e brillanti fisici: l’austriaco Wolfgang Pauli (1900-1958) ed il tedesco di Monaco Werner Heisenberg (1901-1976)(2)(3).

Quest’ultimo era noto per le sue idee “patriottiche”: aveva partecipato come volontario alla sanguinosa repressione del moto comunista del 1919 noto come “Repubblica Sovietica della Baviera”. Dopo una visita di lavoro a Bohr presso l’Istituto di Fisica Teorica di Copenaghen, e durante una permanenza solitaria nella quiete dell’isola di Helgoland (dove si era ritirato per curare un’allergia), concepì un complicato metodo di calcolo, che fu la base della cosiddetta “Meccanica Quantistica“ (2).

Il metodo metteva in relazione matematica tra loro “solo quantità (fisiche) che sono osservabili” (come le frequenze e le intensità degli spettri atomici) ricavandone delle equazioni che dovevano esprimere il comportamento delle particelle sub-atomiche. L’amico Born interpretò queste relazioni matematiche come tipiche del calcolo con “matrici”, ovvero tabelle quadrate di dati che vengono moltiplicati e sommati con un criterio ed una sequenza particolare non commutabile. Alla fine del 1925 il metodo “matriciale” fu riassunto nel cosiddetto “Lavoro dei tre uomini” pubblicato a firma di Heisenberg, Born e Jordan. Einstein commentò ironicamente che il metodo era inconfutabile perché molto complesso (e quindi difficile da capire!).

Da parte sua Heisenberg, proseguendo sulla stessa strada, che lo portò fino alla conquista del Nobel nel 1932, elaborò nel 1927 per via matematica il famoso principio di indeterminazione secondo cui è impossibile nella fisica microscopica determinare con precisione contemporaneamente la quantità di moto (cioè il prodotto della massa per la velocità) e la posizione di una particella. Analogo risultato si avrebbe per altre coppie di grandezze fisiche tra loro “coniugate” (come energia e tempo, ecc.). I fisici della “scuola di Copenaghen” – seguaci di Bohr ed Heisenberg - ne derivavano l’impossibilità di determinare il reale comportamento delle onde-particelle elementari, se non su base probabilistica.

Heisenberg riteneva che le particelle comparissero saltuariamente in punti diversi senza una vera traiettoria. Un trentennio dopo il fisico statunitense Richard Feynman riteneva che nell’esperienza della doppia fenditura (vedi numero precedente) potessero esservi infinite traiettorie alternative degli elettroni (compresa quella fino alla Luna e ritorno!) di cui calcolare la probabilità. Di qui il passo è breve verso una posizione, non solo agnostica, ma addirittura anti-deterministica. Di qui provengono una serie di affermazioni dei fisici quantistici “ortodossi” tese a sostenere che ciò che succede nel mondo subatomico è “casuale” e che il rigoroso principio di causa-effetto va sostituito da un principio di semplice interrelazione tra fenomeni.

Posizioni simili erano sostenute anche nell’antichità. Abbiamo ricordato nei primi numeri di questa rubrica, che mentre all’atomista Leucippo viene attribuita la bellissima frase di stampo determinista: “nulla avviene nell’Universo che non abbia una causa ed una ragione”, Epicuro, pur adottando la fisica atomistica, sosteneva che gli atomi potevano subire delle deviazioni arbitrarie ed ingiustificate (in latino: “clinamen”).

Einstein, che era determinista, coniò – in polemica con Bohr – la notissima frase: “Dio non gioca a dadi”, ovvero la natura procede per leggi precise, individuabili anche con “esperimenti mentali”, mediante i quali dagli effetti si può risalire alle cause, ma anche dalle cause prevedere gli effetti. Einstein dichiarò anche che, se il comportamento microscopico della materia fosse stato casuale, allora egli, piuttosto che fare il fisico, avrebbe preferito fare il croupier! Ricordiamo che tutti i grandi scienziati sono stati in genere deterministi, materialisti ed indagatori della realtà “oggettiva” data per scontata (vedi Galilei, Newton, Lavoisier, Laplace, Dalton, Faraday, Maxwell, Planck, De Broglie, ed il povero Boltzmann che all’inizio del ‘900 si suicidò, anche per gli attacchi continui mossigli dagli ambienti anti-realisti ed empirio-criticisti).

Lo scontro fra i due schieramenti era diventato più intenso da quando il brillante fisico viennese Erwin Schrödinger (poi Nobel nel 1933) già nel 1926 aveva elaborato una famosa equazione differenziale a derivate parziali basata su un modello ondulatorio delle particelle derivato da De Broglie, e sul concetto di “funzione d’onda”, che dava gli stessi risultati ottenuti da Heisenberg sull’energia e lo stato delle particelle, ma in maniera molto più semplice ed elegante(4). Questo modello, definito “Fisica ondulatoria“, che era molto più vicino alla fisica meccanica “classica”, ebbe l’entusiastica approvazione di Einstein, Planck, De Broglie, ma fu invece interpretato da Max Born in maniera solo probabilista, nel senso che la funzione d’onda rappresentava solo la probabilità che la particella si trovasse in punti diversi, e non un fenomeno ondulatorio reale. Secondo Born, Bohr, ed i loro seguaci, nel momento in cui le particelle vengono registrate dallo sperimentatore in punti precisi su una lastra finale la funzione d’onda “crolla” e si dissolve.

La polemica aperta tra Bohr ed Einstein si manifestò soprattutto durante il famoso Convegno Solvay della Fisica di Bruxelles nel 1927 e persino durante il pranzo di gala serale(5). Successivamente lo stesso Schrödinger, Pauli, il matematico Eckart, ed altri fisici e matematici hanno dimostrato che il metodo delle matrici e quello della funzione d’onda portano agli stessi risultati. Il noto matematico Hilbert ha cercato di darne dimostrazione con il metodo delle funzioni integrali(6), mentre il brillante fisico inglese Maurice Dirac (1902-1984) si servì della cosiddetta “funzione Delta” male accolta inizialmente ed accettata solo negli anni ’50. Il tentativo più coerente fu fatto matematico ungherese Von Neumann, che già aveva pubblicato insieme ad  Hilbert nel 1927 una memoria sui “Fondamenti della Meccanica Quantistica”. Egli elaborò una cornice matematica assiomatica astratta, definita “spazio di Hilbert”, di cui le matrici di Heisenberg e l’equazione di Schrödinger erano solo casi particolari(7).

L’interpretazione probabilistica di Born completa il quadro dell’impostazione “ortodossa” della Fisica Quantistica, di cui gli altri caposaldi sono l’indeterminismo e la complementarità(8). Ciò comporta l’uso di formule matematiche che prevedano i risultati sperimentali finali senza investigare sulle realtà ed i processi che si celano nel profondo, dove tutto è indeterminato e solo probabile sotto l’apparenza fenomenica rilevata dall’osservatore. È l’osservatore/sperimentatore che – in un certo senso- con il suo intervento diretto determinerebbe il risultato finale.

Nel 1935 Schrödinger prese in giro queste posizioni degli “ortodossi” immaginando un povero gatto chiuso in una scatola dove un meccanismo mortale può o non può scattare. Per gli “ortodossi” il gatto sarebbe contemporaneamente vivo e morto, finché è proprio lo stesso sperimentatore, nel momento in cui apre la scatola, a determinare con il suo intervento la realtà finale, ovvero l’eventuale morte del gatto..

Anche Einstein nello stesso anno, insieme a Boris Podolski e Nathan Rosen, elaborò l’esperimento mentale detto EPR (dalle iniziali dei tre autori), in cui due particelle tra loro “correlate” (in inglese “entangled”: aventi cioè medesimi parametri e comportamenti, fatto che si può ottenere dal decadimento di un atomo in condizioni opportune) si allontanano fino a distanza alla quale non possano interferire tra loro. Si potrebbe allora misurare contemporaneamente il momento e la velocità di una e la posizione dell’altra aggirando il principio di indeterminazione e rientrando in un regime deterministico.

Naturalmente Bohr rispose sia a Schrödinger che ad Einstein innescando un dibattito che sarebbe troppo lungo descrivere. Tuttavia l’esperimento divenne un “paradosso” quando Einstein fece anche notare che il comportamento correlato a distanza delle due particelle poteva essere spiegato, o con l’esistenza di “parametri nascosti” che imponevano deterministicamente quel comportamento (fatto poi smentito dal teorema del fisico nord-irlandese Stuart Bell : vedi N. 108), o con la trasmissione di un’informazione istantanea a distanza tra le due particelle, fatto allora considerato paradossale perché si sarebbe superata la velocità della luce.

Ma proprio partendo da questa presunta paradossalità due valenti fisici, di cui ci interesseremo nei prossimi numeri, lo statunitense David Bohm nel 1951 e lo stesso nord-irlandese Bell nel 1964-66 daranno inizio al più sconcertante sviluppo della fisica quantistica, quella del “non-localismo”, cioè della trasmissione istantanea a distanza di informazioni, poi confermata da numerosi e convincenti esperimenti a partire dagli anni’70 del XX secolo.

Vincenzo Brandi






(1) RBA, “Le Grandi Idee della Scienza – Bohr”

(2) RBA, “Le Grandi Idee della Scienza- Heisenberg”

(3) RBA, “Le Grandi Idee della Scienza – Pauli”

(4) RBA, “Le Grandi Idee della Scienza- Schrödinger”

(5) G. Greison, “L’incredibile Cena dei Fisici quantistici”, Salani, 2016

(6) RBA, “Le Grandi Idee della Scienza. – Hilbert”

(7) RBA, “Le Grandi Idee della Scienza – Von Neumann”

(8) L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

"Vivere, parlare, pensare. Senza dire Io" - Recensione

 


Ogni vita è un percorso iniziatico all’interno del quale dobbiamo il più possibile “Vivere, parlare, pensare senza dire io”.
Questo è uno dei molteplici insegnamenti che possono emergere dalla lettura del libro di Lorenzo Merlo.

Il libro si articola nelle seguenti parti:

  • Introduzione dell’autore
  • Intervista a Paolo D’Arpini
  • Intervista a Marco Baston
  • Spazio dedicato agli autori che arricchiscono il libro con varietà di note, citazioni e brani riportati
  • Postfazione di Paolo Lissoni

Le note di molteplici autori costituiscono un arricchimento e un completamento del discorso intrapreso nel libro e al tempo stesso forniscono spunti per studi e approfondimenti futuri.

L’introduzione di Lorenzo Merlo ci accompagna verso le interviste a Paolo D’Arpini e Marco Baston e ci riporta all’attenzione interrogativi essenziali con cui sviluppare il nostro pensiero.
Riportiamo una parte dell’introduzione:
Realtà data o realtà creata?
Prendere consapevolezza del potere coercitivo che le abitudini esercitano nei confronti della nostra evoluzione verso un’intelligenza non egoica ne riguarda l’implicita potenzialità rivoluzionaria.
Il passaggio evolutivo si compie attraverso l’evidenza che ciò che chiamiamo io – entità alla quale crediamo di corrispondere – non è che un’incastellatura di consuetudini e, nuovamente, di abitudini con le quali tessiamo una rete di valori, di morali e di significati, considerati da noi stessi indispensabili per guidare noi stessi nella vita.” (pag. 44)

L’Io è il filtro con cui vediamo la realtà filtrata, cos’è dunque la realtà?
Possiamo avere esperienza del “reale” in assenza di filtro?
“Senza dire Io” ci spinge a ricercare quell’Uno dove c’è assenza di separazione, quell’uno che riposa in pace nel nostro “Sè” più occulto mentre il nostro “Io” lavora incessante-mente nel recitare la sua parte in questa divina commedia chiamata vita.
Identificarsi esclusivamente con la parte recitata culmina nel convincimento di essere separati dagli altri, dalla natura, dall’universo, mentre ciò che consideriamo staccato, separato, lontano da noi è molto più vicino di quanto possiamo immaginare.

Siamo quella goccia d’acqua nel mare che finchè diceva “Io sono la goccia” non riusciva a conoscere il mare; quando ebbe la volontà di dire “Io sono il mare” conobbe il mare perchè divenne il mare, prese coscienza di essere il mare che si è individualizzato in una goccia per fare l’esperienza della goccia assieme alla miriade di gocce che sono sue sorelle, immagini, riflessi di sé.

Riportiamo un estratto del pensiero induista-taoista-orientale di Paolo D’Arpini:
“Non c’è mistero più grande di questo, che continuiamo a cercare la realtà sebbene di fatto noi siamo la realtà” citazione di Ramana Maharshi riportata da Paolo D’Arpini.
Quel Sè (Atman) è contenitore e contenuto, autoesistente, e contemporaneamente aldilà di ogni manifestazione e pensiero” ci spiega Paolo D’Arpini. (pag. 92)

Di seguito un’estrapolazione dell’intervista a Marco Baston, di estrazione mesoamericana-tolteca-castanedica:
Prendere coscienza è un fatto personale.
Per i guerrieri (coloro che hanno consapevolezza dell’apparenza della realtà) è un inizio, uno strumento base che, una volta acquisito, diviene un mezzo di sviluppo per abbandonare l’interpretazione del mondo che ci hanno insegnato e entrare, e poi permanere in un nuovo stato, in una nuova dimensione.
è una cosa che richiede amoreinnamorati della conoscenza.” (pag 212)

Continuiamo con un estratto di Paolo Lissoni dove vengono messi a confronto gli autori intervistati in questo libro:
“In definitiva, entrambi gli autori riconoscono che la pratica stabile dell’essere spirituale è il sentimento di costante presenza indivisa nella consapevolezza della irripetibilità della vita in ogni forma.
Ed al di là delle diverse terminologie, entrambi gli autori differenziano fra loro l’Io personale razionale, definibile come ‘Ego’, dallo spirituale, il ‘Sè’, il quale consiste semplicemente nella consapevolezza, per cui il Sè non ha una definizionené può essere oggetto di conoscenza essendo la conoscenza stessa.” (pag. 285)

Concludiamo sottolineando che il contenuto di questo libro porta alla luce quell’interconnessione tra spiritualità (o se vogliamo religione laica), filosofia e scienza che spesso rimane nel buio di un’inutile quanto dannosa contrapposizione fra questi tre elementi del pensiero umano.

Recensione a cura di Informazione Eretica

Titolo del libroVivere, parlare, pensare Senza dire Io – Interviste a uomini come noi

AutoreLorenzo Merlo

Editore: Primiceri Editore www.primicerieditore.it

Anno di pubblicazione: 2021

Informazioni sull’autore:


Lorenzo Melo nasce a Milano nel 1958.
E’ giornalista, fotografo e guida alpina.
Collabora con diversi canali d’informazione e di ricerca umanistica come:
gognablog.sherpa-gate.comcontroinformazione.inforiciclaggiodellamemoria.blogspot.comereticamente.netcriticaimpura.wordpress.comgiornaledelribelle.itluogocomune.net.
Le sue tematiche sono l’ambiente, la condizione umanistica, la geopolitica, la didattica, la comunicazione, l’epistemologia, la sicurezza, la critica sociale.